giovedì 31 dicembre 2009

Buona Fine!


Giusto due parole, ché qui non ci sono pause festive, né ferie o giorni di riposo, e bisogna guardare anime a tutte le ore del giorno e della notte, sia mai che si perde il ritmo.

Buon anno, animaniacs, auguri di cuore a chi ci ha seguito in questi primi vagiti colorati! Siete stati preziosi, e vi promettiamo more reviews in un 2010 che vedrà finalmente il ritorno di Gundam alla Universal Century con l'attesissimo Mobile Suit Gundam Unicorn.

Non potevamo chiedere regalo migliore.

mercoledì 23 dicembre 2009

Recensione: Alexander - The Movie

ALEXANDER: THE MOVIE
Titolo originale: Alexander Senki - The Movie
Regia: Yoshinori Kanemori, Rintaro
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Hiroshi Aramata)
Sceneggiatura: Sadayuki Murai
Character Design: Peter Chung
Musiche: Ken Ishii
Studio: Mad House
Formato: film cinematografico (durata 97 min. circa)
Anno di uscita: 2000
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Dynit

Anno 356 a.C.: figlio di Filippo II, re di Macedonia, Alessandro è un principe carismatico, ambizioso, di raffinato genio strategico; l'uomo designato, secondo un'antica profezia, a conquistare e distruggere l'ordine del mondo finora conosciuto. Vedendo i suoi ripetuti successi militari e timoroso del suo crescente prestigio verso le masse, il padre cercherà di allontanarlo dai luoghi di potere, ma presto la Storia porterà il ragazzo a succedergli e a iniziare l'opera di conquista per unificare e civilizzare il pianeta. Dovrà scontrarsi con il re di Persia Dario III, ma sopratutto sopravvivere alle frequenti congiure da parte di filosofi timorosi delle sue ambizioni...

Sì, come state pensando il film di Alexander è una truzzata di cui non si sentiva il bisogno.

Serviva il recap movie di una serie televisiva così corta, bella e sperimentale? Serviva rovinare il lato artistico ed elitario di Alexander cercando di diffonderlo alla grande massa? Misteri del marketing di Mad House. Quel che conta davvero è che questa triste mungitura non solo è inutile, ma anche scadente. Inutile perché non ha senso rivolgere al grande pubblico una storia nata per le nicchie (i disegni anticonformisti di Chung, gli intermezzi onirici, le frequenti e importanti digressioni filosofiche, la necessità di avere un'infarinatura storica per conoscere bene il personaggio...); scadente perché pure realizzata alla membro di segugio.

Sfido chiunque a trovare solidità narrativa in quest'approssimativa sintesi dalla durata di poco più di un'ora e mezza che rinarra, con montaggio discreto ma sopprimendo intere sequenze di dialoghi e avvenimenti importanti, la vita di Alessandro. Senza contare poi il finale tronco, orribile, che arriva di punto in bianco e chiude il tutto saltando gli ultimi episodi televisivi, lasciando la fortissima impressione che Mad House neanche ci credeva più e si era scazzata di perdere tempo con una simile operazione.


Alla luce di queste considerazioni è facile domandarsi a chi è rivolto il film: agli spettatori occasionali certamente no, visto che si troveranno a sprecare 90 minuti della loro esistenza nel guardare un riassunto senza nè capo nè coda orfano delle sequenze più importanti; ai fan men che meno, visto che avendo già visto la serie non avranno motivo di guardare un lungometraggio che la sintetizza malamente e che, sopratutto, ha la faccia tosta di non inserire praticamente nessuna sequenza inedita per differenziarlo e a dargli più spessore.

Il tutto si rivela proprio quello che è, una mediocre operazione commerciale di cui nessuno sentiva il bisogno. Verrà ricordato solo per aver banalizzato l'originalità di Alexander, dimostrando l'avidità di Mad House di sfruttare il nome di uno dei suoi titoli di punta per ingannare i sempliciotti con un film fatto in modo essenziale, con zero costi e qualche aspettativa economica.

Voto: 4,5 su 10

RIFERIMENTO
Alexander: Cronache di Guerra di Alessandro il Grande (1999; tv)

martedì 22 dicembre 2009

Recensione: Alexander - Cronache di guerra di Alessandro il Grande

ALEXANDER: CRONACHE DI GUERRA DI ALESSANDRO IL GRANDE
Titolo originale: Alexander Senki
Regia: Yoshinori Kanemori
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Hiroshi Aramata)
Sceneggiatura: Sadayuki Murai
Character Design: Peter Chung
Musiche: Ken Ishii
Studio: Mad House
Formato: serie televisiva di 13 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 1999
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Dynit


Anno 356 a.C.: figlio di Filippo II, re di Macedonia, Alessandro è un principe carismatico, ambizioso, di raffinato genio strategico. L'uomo designato, secondo un'antica profezia, a conquistare e distruggere l'ordine del mondo finora conosciuto. Assistendo ai suoi successi militari e timoroso del suo crescente prestigio verso le masse, il padre cerca di allontanarlo dai luoghi di potere, ma presto la Storia porta il ragazzo a succedergli e a iniziare l'opera di conquista per unificare e civilizzare il pianeta. Dovrà scontrarsi con il re di Persia Dario III, ma sopratutto sopravvivere alle frequenti congiure da parte di filosofi timorosi delle sue ambizioni...

Dei primi, storici anime a guadagnare la nomea di cult, in Italia, grazie al passaggio sull'allora alternativa MTV, Alexander riveste certo il ruolo di uno di quelli più intriganti. Oggetto le gesta di Alessandro Magno, il grande condottiero macedone dell'Età Antica, dai primi successi militari fino al massimo momento di gloria, in una straniante rilettura, basata sul romanzo di Hiroshi Aramata, di stampo fantascientifico. Una produzione che effettivamente ha avuto tutte le carte in regola per imprimersi nella memoria, con il suo soggetto ambizioso e il chara design straniante ma d'autore del sudcoreano Peter "Æon Flux" Chung. Quando ci si domanda qual'è l'espressività che può raggiungere l'animazione giapponese, è illuminante la visione di opere come Alexander.

Improponibile, viste le premesse, attendersi un quadro di grande fedeltà storica: le esili e carnosissime figure di Chung si muovono in un mondo alieno dove navi volanti, zombi e negromanti incorporei sono all'ordine del giorno, con ambientazioni date da elementi naturali dalle reminiscenze steampunk fusi con elementi meccanici dalle strutture architettoniche sofisticatissime e impossibili. Se le battaglie e gli avvenimenti legati all'espansione territoriale dell'impero macedone rispecchiano quelli reali, mancano però le basi storiche su cui si fonda la vita dei protagonisti: la madre di Alessandro, Olimpiade, veste i panni di una mostruosa strega, Clito trova un destino del tutto diverso da quello reale, addirittura il maestro Aristotele è tra coloro che complottano per uccidere l'eroe... Cambiamenti che si rendono necessari per dare maggiore risalto a quella che nei fatti è una rielaborazione narrativa e filosofica delle imprese del condottiero: Alessandro Magno visto come il distruttore dell'ordine cosmico non è un'idea messa per ingannare lo spettatore dietro false premesse intellettualoidi, ma il focus di una storia di intrighi e tradimenti dove il sovrano deve affrontare inediti discepoli di Pitagora e sacerdoti di Zarathustra motivati a ucciderlo in quanto portatore di caos, nemico dell'ordine sociale garantito dal Solido Platonico.


La distruzione delle polis (le società politiche della Grecia ellenica, costruite sul modello della collettività vista come un cosmo ordinato), operata realmente dall'Alessandro storico per dare unità al suo impero, diventa in Alexander lo spauracchio che porta agli attentati contro il sovrano da parte dei filosofi. L'opera trova così modo, nello sviluppo del suo intreccio, di dare risalto al pensiero filosofico/politico dei grandi pensatori dell'epoca, passando per Pitagora, Platone, Aristotele, Zarathustra, Diogene... Tutti (o quasi) a interagire con il sovrano, in veste amichevole o nemica, rinfacciandogli ciò che può o non deve fare per assecondare il disegno ordinato dell'universo. Decisamente una produzione che piacerà molto agli amanti della filosofia, che in più riprese, insieme alle azioni di guerra di Alessandro e la trattazione del pensiero dei grandi filosofi, si concede addirittura anche sequenze visionarie in piena linea coi temi affrontati, come quella, meravigliosa, in cui il sovrano interagisce con una raffigurazione materiale dell'universo, una polis in scala ridotta nel quale entra dentro lui stesso. Da applausi.

Alexander è una storia intrigante, scritta benissimo dal veterano Sadayuki Murai, e che non si fa problemi, per le finalità del racconto, a scomodare anche amplessi e scene di nudo, dimostrando una maturità e un coraggio che ben si sposano con l'adulta trama, a prescindere dalla dissacrazione storica operata dove convivono, oltre a elementi storici, anche elementi horror e fantascientifici come entità extraterrestri, zombi, spade possedute dai fulmini e chi più ne ha più ne metta. E tra avventure, combattimenti e complotti, la serie si conclude in modo più che soddisfacente, peccato solo per un finale senza troppo mordente e la scelta di non affrontare la caduta del grande condottiero, profetizzata per larghi strati di serie ma alla fine lasciata solo intuire. Nonostante tutto la grandezza del soggetto, l'affascinante chara design, la CG utilizzata benissimo nella creazione delle belle scene di battaglia e le buone animazioni generali regalano una versione carismatica delle avventure del grande re, spiazzante e intrigante rilettura di fantascienza, Storia e filosofia. Ottima visione per chi, dal mondo dell'animazione, cerca qualcosa di diverso dal solito.

 
Consigliata l'edizione in dvd a cura Dynit, oggi rimediabile a prezzi bassissimi e che può vantare ottimi adattamento e doppiaggio. Evitabilissimo il film riassuntivo da loro stessi distribuito, squallida mungitura, oltretutto mal fatta e incompleta, priva di aggiunte di rilievo, che non ha alcun senso d'esistere al cospetto di una serie televisiva così corta e riuscita.

Voto: 8 su 10

ALTERNATE RETELLING
Alexander: The Movie (2000; film)

lunedì 21 dicembre 2009

Recensione: Detroit Metal City

DETROIT METAL CITY
Titolo originale: Detroit Metal City
Regia: Hiroshi Nagahama
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Kiminori Wakasugi)
Character Design: Hidekazu Shimamura
Musiche: Yasuo Higuchi
Studio: Studio 4°C
Formato: serie OVA di 12 episodi (durata ep. 13 min. circa)
Anno di uscita: 2008

 
Soichi Negishi, ragazzo alla moda e amante del mieloso pop svedese, si ritrova contro la sua volontà a essere il leader dei Detroit Metal City, death metal band che sta riscuotendo un successo inimmaginabile in Giappone. Johannes Krauser II, questo il nome del suo alter ego, è però uno psicopatico, che scrive testi inneggianti all’omicidio, allo stupro e alla violenza. Succube di questa doppia personalità, Soichi si caccia in un sacco di guai.

Il parere del Corà

Era inevitabile che le matite nipponiche, dato il successo spropositato ottenuto con il manga, animassero Johannes Krauser II e soci, donandogli voci, movimenti e soprattutto musiche, aspetti che, per ovvie caratteristiche, il fumetto non poteva offrire. Ma proprio per mezzo del trionfo ottenuto da Wakasugi Kiminori e dai suoi disegni era lecito attendersi una trasposizione animata meno spartana e statica.

Abbiamo infatti a che fare con una semplice copiatura delle vignette, a cui sono stati aggiunti colori e animazioni minimali (i vari personaggi sembrano burattini che vengono mossi in maniera scattosa e limitata). Da un lato, appare una scelta quanto meno originale: l’impostazione è insolita, con uno schermo nero sul quale vengono ritagliati rettangoli di varie dimensioni in cui prende vita l’azione, e il gioco di taglia e cuci, supersonico, rende il ritmo molto veloce ed efficace. Dall’altro, però, l’eccessiva staticità dei personaggi lascia terribilmente insoddisfatti, soprattutto pensando alla fedeltà delle disavventure di Soichi con la controparte cartacea. Zero sorprese e zero sussulti, e per quanto le gag tragicomiche e politicamente scorrette abbiano mantenuto la stessa verve, il malcontento esigerà i suoi sacrifici. Tutta un’altra storia invece le canzoni, aspetto su cui la produzione ha incentrato i maggiori sforzi. I brani dei Detroit Metal City, com’era logico aspettarsi, sono bordate death’n’roll veloci e trascinanti, ricche di rallentamenti groove irresistibili e refrain memorizzabili al primo ascolto (quel Satsugai, Satsugai seyo – letteralmente, Trucida, trucidalo – della canzone d’apertura è già anthem). C’è spazio anche per un paio di canzonette pop, mielose e orecchiabili, nate dalla chitarra del Soichi solista: stupide e bambinesche quanto basta, sono intervalli perfetti ed esilaranti tra un fuck e l’altro. Eccellente anche il doppiaggio, su cui svetta, naturalmente, la doppia voce di Soichi/Krauser, tanto ridicola, infantile e incerta quando è il turno del mocciosetto amante del pop, quanto roca, carismatica e demoniaca quando veste i panni del leader dei Detroit Metal City.

 

Dispiace quindi che, per un prodotto così carismatico, sia stato riservato un trattamento fin troppo veloce ed essenziale, ma la natura comica di Detroit Metal City è per fortuna rimasta inalterata e tra ottime musiche, voci splendide ed effettiva breve durata complessiva della serie, si può lasciarsi vincere dalla curiosità e scatenarsi con il death metal di Johannes Krauser II e compari. Resta il fatto che il live action omonimo (tra gli attori spunta nientemeno che Gene Simmons nella parte dell’imperatore del black metal, Jack III Dark) supera, e di gran lunga, questo gradevole ma povero anime. Fate quindi i vostri conti prima di sottoporvi a questa cura rigenerante di death metal e parolacce.

Voto: 5,5 su 10

Il parere del Mistè

Ogni tanto scoppiano i casi di anime-rivelazione che creano adepti in ogni dove. Detroit Metal City è uno di questi: disegnato con un tratto elementare da un quasi esordiente Kiminori Wakasugi, ha i suoi natali nel 2005 sulla rivista Young Animal, ottenendo quasi immediatamente un successo tanto strepitoso da superare in popolarità addirittura Sua maestà Berserk. La genesi del mito.

Il black e death sono le categorie più estreme dell'heavy metal, contraddistinte da riff velocissimi, cantato bestiale e lyrics sataniche. Si scherza spesso sugli ascoltatori di questa musica, ovviamente accostati a satanisti, barboni, estremisti, nazisti et similia (fanno la sua parte nel favorire queste categorizzazioni anche le storie di sangue di gruppi norvegesi come Mayhem e Burzum). È da queste premesse che Detroit Metal City gioca le sue carte, rappresentando una parodia del genere, una voluta estremizzazione di tutti i luoghi comuni conosciuti nell'equazione metal = satanismo. Per fare questo Kiminori Wakasugi crea un "metal monster" cattivissimo e adorabile, Johannes Krauser II, trovando in lui il perfetto protagonista per un un forbito manuale di esilaranti volgarità, tra gare di parolacce, perle demoniache (grumi di catarro sputati addosso al nemico di turno) e altre memorabili schifezze, al contempo cantando e suonando esilaranti canzoni truci ("Ieri ho stuprato mia madre! Domani massacro mio padre!") e rendendosi protagonista di gag politicamente scorrette al massimo concernenti droga, falli, oscenità, stupri e ogni genere di nefandezza.

Scontata e inevitabile la serie animata che, trasponendo con fedeltà assoluta numerosi episodi dei primi due volumi del manga, in ordine sparso, fa conoscere a un pubblico sempre più vasto le divertenti schifezze di Krauser, per la gioia di grandi e piccini. Ci si collega qui alla premessa d'apertura: per quanto eccezionalmente esilarante e per quanto Detroit Metal City anime creerà altre legioni di fan sottomessi al culto della personalità di Krauser (originando così un bottage pubblicitario di enormi dimensioni: non si contano cd musicali di veri artisti che omaggeranno i DMC e verrà, addirittura, girato un film live di due ore con la partecipazione straordinaria di Gene Simmons), si parla di un prodotto che non convince pienamente vista la bassa caratura tecnica, a prescindere dal premio di miglior serie OVA del 2009 vinto al Tokyo International Anime Fair. Non convince l'addolcimento delle gag più cattive sulle droghe, ma sopratutto non convincono le animazioni.


Se il chara design, identico a quello del manga, è da premiare, non si può fare lo stesso con la scelta stilistica e ruffiana di omaggiarlo in ambito registico replicandone le stesse vignette, limitandosi a colorarle e animarle con pochi frame. Una furbizia per mascherare completamente il budget bassissimo con cui Detroit Metal City è prodotto, e se la cosa é imperdonabile su un Saint Seiya The Hades Chapter - Inferno qualsiasi, non può non esserlo anche qui. Peccato, perché animato con un budget nella media probabilmente Detroit Metal City verrebbe fuori una signora serie comica, così è "solamente" un accettabile antipasto, che per i fan trova ragione d'essere per il favoloso comparto musicale fondato su trascinanti brani heavy/death metal di assoluto valore. Il voto è un compromesso: un 7 pieno per chi non ha mai visto o letto nulla di Detroit Metal City, un 6 scarso per i fan che in esso troveranno solo un'ottima OST e storie che già conoscono. Fortunatamente, la comicità che decreta l'immenso successo della storia rimane inalterata e in questo campo la produzione ha ben pochi rivali, low budget o meno.

Voto: 6 su 10

ALTERNATE RETELLING
Detroit Metal City: Birth of the Metal Devil (2008; special tv)

martedì 15 dicembre 2009

Recensione: The Ideon (Bilogia cinematografica) (A Contact; Be Invoked)

THE IDEON (BILOGIA CINEMATOGRAFICA)
Titoli originali: Densetsu Kyojin Ideon - Sesshoku-hen; Densetsu Kyojin Ideon - Hatsudō-hen
Regia: Yoshiyuki Tomino
Soggetto: Hajime Yatate, Yoshiyuki Tomino
Sceneggiatura: Arata Koga, Hiroyasu Yamaura, Kenichi Matsuzaki, Sukehiro Tomita, Yuuji Watanabe
Character Design: Tomonori Kogawa
Mechanical Design: Submarine (Yuichi Higuchi), Kunio Okawara
Musiche: Koichi Sugiyama
Studio: Sunrise
Formato: serie di 2 lungometraggi cinematografici (durata film 92 min. circa)
Anno di uscita: 1982


Anno 2300: dopo aver rinvenuto nel sottosuolo del pianeta Solo una gigantesca astronave e un robot componibile, risalenti ai preistorici tempi della Sesta Civiltà, una spedizione archeologica terrestre subisce l'attacco di una bellicosa razza aliena, il Buff Clan. Gli aggressori sono intenzionati a riappropiarsi del robot che riconoscono come Ideon, il corpo materiale della loro divinità, l'Ide. Coinvolti in questa guerra improvvisa, i terrestri iniziano una lunghissima fuga nello spazio, usando l'enigmatico vascello per spostarsi da un pianeta all'altro, e le capacità belliche dell'Ideon per difendersi dai quotidiani assalti nemici. Ma il reale potenziale del robot, che si scopre presto essere senziente, è assai maggiore - e ben più pericoloso - di quel che sembra...

Il 30 gennaio 1981 la depressiva, suggestiva serie televisiva Space Runaway Ideon (1980) subisce, come Mobile Suit Gundam  (1979) e il contemporaneo Baldios il guerriero dello spazio, un'infamante chiusura anticipata da parte dello sponsor Tomy, col finale affidato a una mal riuscita sintesi raccontata negli ultimi quattro minuti dell'ultimo episodio. Il destino è stato troppo ingeneroso verso le serie robotiche più belle di quegli anni, tutte e tre penalizzate perché evidentemente discostatesi troppo dall'ortodossia del genere. Si giunge quindi ai lungometraggi conclusivi. L'enorme successo del primo film della trilogia cinematografica (1981-1982) di Gundam convince Sunrise della possibilità di riabilitare serie sfortunate contando sull'aiuto delle sale; questo non accadrà a Ideon (nessuna grande riscoperta commerciale), ma almeno l'opera riesce a trovare un vero finale, grazie a un doppio adattamento filmico che lo studio produce insieme a Sanrio Film. Le due pellicole, affidate sempre a Yoshiyuki Tomino, escono insieme nelle sale il 10 luglio 1982, in una lunga doppia proiezione1.

La prima, The Ideon: A Contact, è pensata per riassumere in appena 85 minuti le prime 32 puntate televisive. È facilmente intuibile come l'approccio scelto all'epoca sia stato quello di ripresentare la storia nel modo più lineare e conciso possibile, riassumendo con sufficienza le caratterizzazioni e le relazioni interpersonali del cast ma al contempo eliminando quasi del tutto gli avvenimenti che li riguardavano. Il risultato di fondo, a guardarlo oggi, rimane comunque decente: anche se spariscono una moltitudine di fatti e avventure, anche se diversi attori da ben caratterizzati diventano tapezzeria e anche se le pochissime vicende vissute dal cast in questo film sembrano suggerire che la loro non sia stata poi tutta questa lunga, terrificante e snervante fuga in giro per tutto l'universo, la sintesi scorre via chiara e coincisa; A Contact si lascia guardare con un certo piacere senza neanche provare a porsi come alternativa alla visione dell'originale, limitandosi a rinfrescare la memoria al suo pubblico. Seppur breve, il film è coerente e valido, e le diverse modifiche operate all'intreccio originale (personaggi presentati o uccisi in modi, tempi e luoghi alternativi) sono sufficienti a dare una parvenza di novità, anche a dispetto di un'aggiunta veramente esigua di animazione inedita (circa 5 minuti). A Contact non ha quasi nulla di ciò che ha reso grande la serie madre ed è una visione che oggi i più sorvoleranno senza problemi fiondandosi sul film successivo, ma rimane comunque un gradevole riassunto.



È nel successivo The Ideon: Be Invoked che la storia trova la sua consacrazione e dimensione finale: quella di un capolavoro fondamentale della Storia dell'animazione robotica, forse il più importante titolo di sempre nel genere. Il suo lascito è uno stato d'animo a metà fra shock, commozione ed estasi: è l'effetto di un finale potentissimo, capace di mescolare con armonia pugni allo stomaco e poesia pura. Esaurita la sintesi televisiva nei primi 28 minuti di girato (e con numerose modifiche e animazioni nuove), Tomino rilegge i quattro minuti finali della puntata 39 in modo sontuoso, narrando come ulteriori disgrazie, morti e pazzie omicide inghiottano entrambe le fazioni per traghettarle verso un'ultima, sanguinosa battaglia sprizzante odio. La conseguenza di questo, già ravvisabile dal titolo, non può che essere l'Apocalisse temuta da tutti, fatta di una cattiveria senza pari (appena mitigata da una nota speranzosa nel finale, bellissima e toccante per quanto imposta da Sunrise e non voluta dal regista2): solo nella morte l'individuo trova la pace e la comprensione con il 'diverso', negati in vita dai crudeli meccanismi sociali; forse un giorno, grazie ai poteri dell'Ideon che sente di poter dare una nuova speranza all'Uomo, l'umanità avrà una occasione di riscattarsi.

La potenza espressiva, narrativa e cinematografica di Be Invoked è fuori discussione: è un film duro come un mattone sui denti, depressivo, adrenalinico, devastante, la migliore conclusione che si potesse dare a Ideon visto che sfrutta al 100% le potenzialità del suo soggetto. Impressiona in special modo la potenza evocativa delle immagini: l'ultima ora di girato è animata da zero con un alto budget, e lo si nota chiaramente nella cura estrema delle animazioni, nella sofisticata complessità dei mecha e nelle lunghissime, distruttive battaglie rappresentate, fonti di memorabili suggestioni. Con giochi di luci e immagini live, la regia di Tomino è all'apice della creatività, conferendo senso e caratterizzazione agli sventurati attori con pochi secondi di inquadratura, con dialoghi indovinati che donano ritrovata personalità a un cast enorme. Nella sadica carneficina finale, la morte dei personaggi non scade mai nella teatralità gratuita, a ognuno di loro viene riservato il giusto spazio per soffrire e far soffrire lo spettatore, in un crescendo di pura, genuina commozione: se è facile emozionarsi all’apparizione ectoplasmatica di Gije, primo momento toccante della pellicola, diventa poi impossibile non sentirsi stringere il cuore per la spietata crudeltà riservata a ogni membro del cast e per la successiva, inaspettata, sognante meraviglia poetica conclusiva, quindici minuti visionari che catapultano Tomino, come se ce ne fosse ancora bisogno, nell’Olimpo dei grandi registi. Difficile aggiungere altro su questo lungometraggio che, nell’ultima mezz’ora, artiglia cuore e sentimenti e lascia storditi per ferocia e lirismo, paradossalmente conseguenti e logici; e impossibile è poi uscirne indenni o freddi. Si può solo rimanere a fissare uno schermo colmo di mari e onde simboliche, cullati da una colonna sonora orchestrale che incanta per magniloquenza sinfonica.


Be Invoked è una gemma, destinata non solo a rappresentare, a livello di fabula e idee visive, la più nota fonte di ispirazione per Neon Genesis Evangelion: The End of Evangelion (1997), ma anche il perfetto epilogo a una delle più belle serie animate fantascientifiche di sempre. Dopo aver battezzato con Gundam la nascita del Robot Realistico, con Ideon Tomino e Sunrise applicano le loro innovazioni anche nel classico robottone tipicamente 'Super' e ora, complice il mega-successo commerciale dei film sul celebre Mobile Suit bianco, conquistano il diritto di prendere e mantenere le redini del genere, esplorandone nuove caratteristiche in nuovi progetti, diventando a tutti gli effetti in Giappone LO studio mecha per definizione.

Voto di The Ideon - A Contact: 6 su 10
Voto di The Ideon - Be Invoked: 10 su 10

PREQUEL
Space Runaway Ideon (1980-1981; TV)


FONTI
1 Jonathan Clements & Helen McCarthy, "The Anime Encyclopedia: Revised & Expanded Edition", Stone Bridge Press, 2012, pag. 602
2 Fabrizio Modina, "Super Robot Files: 1979/1982", J-Pop, 2016, pag. 86

lunedì 14 dicembre 2009

Recensione: Space Runaway Ideon

SPACE RUNAWAY IDEON
Titolo originale: Densetsu Kyojin Ideon
Regia: Yoshiyuki Tomino
Soggetto: Hajime Yatate, Yoshiyuki Tomino
Sceneggiatura: Arata Koga, Hiroyasu Yamaura, Kenichi Matsuzaki, Sukehiro Tomita, Yuuji Watanabe
Character Design: Tomonori Kogawa
Mechanical Design: Submarine (Yuichi Higuchi), Kunio Okawara
Musiche: Koichi Sugiyama
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 39 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1980 - 1981


Anno 2300: dopo aver rinvenuto nel sottosuolo del pianeta Solo una gigantesca astronave e un robot componibile, risalenti ai preistorici tempi della Sesta Civiltà, una spedizione archeologica terrestre subisce l'attacco di una bellicosa razza aliena, il Buff Clan. Gli aggressori sono intenzionati a riappropiarsi del robot che riconoscono come Ideon, il corpo materiale della loro divinità, l'Ide. Coinvolti in questa guerra improvvisa, i terrestri iniziano una lunghissima fuga nello spazio, usando l'enigmatico vascello per spostarsi da un pianeta all'altro, e le capacità belliche dell'Ideon per difendersi dai quotidiani assalti nemici. Ma il reale potenziale del robot, che si scopre presto essere senziente, è assai maggiore - e ben più pericoloso - di quel che sembra...

Il parere del Mistè

Pur sfortunatissimi con Mobile Suit Gundam, rivoluzionario titolo robotico del 1979 davvero troppo dissacratore, nei suoi temi e nella sua struttura narrativa, per mirare all'immediato successo commerciale, studio Sunrise e il suo regista Yoshiyuki Tomino credono nella portata avveniristica delle loro intuizioni e, complice l'ottimo successo che sta riscuotendo nel 1980 il curioso, Indistruttibile robot Trider G7, sono propensi a proseguire sulla strada di un altro titolo dissacratorio e fuori dagli schemi. Pochi mesi dopo l'inizio di Trider G7, nasce la serie televisiva Space Runaway Ideon: ahimè, un altro eclatante flop come Gundam, anch'esso martoriato da un'altra chiusura affrettata da parte degli sponsor (i 43 episodi inizialmente previsti scendono a 39 per il basso indice di ascolto del 4.81%1 e le pessime vendite di giocattoli2), ma, come lui, un altro capolavoro indimenticabile. La Storia si ripete con beffarda ironia.

Ideon è una serie televisiva che, se ci si basasse sul solo aspetto estetico, è effettivamente tremenda, tra quelle più visivamente datate di sempre. Lo spigoloso character design di Tomonori Kogawa è sgraziato e per nulla attraente, la colonna sonora funk è piatta, i colori smorti, e in particolare è il classico robottone protagonista - quello che in teoria dovrebbe attirare i bambini come mosche sul miele - a essere fonte di orrore: un gigantesco ciclope rosso con faccia bianca da marziano (comprensiva di antennine), risultante dall'agganciamento di due inguardabili furgoni con un aereo. Il rozzo colosso sa solo dare rozzi pugni e calci, non ha armi (tranne una sorta di potentissimo bazooka che appare però a serie inoltrata), ed è pilotato da Cosmo Yuuki, allucinante ragazzo dalla pettinatura afro fiammeggiante. Non è difficile credere al leggendario commento che Yoshiyuki Tomino fece quando vide per la prima volta il robot, creato e commissionatogli dall'azienda di giocattoli Tomy: "è di sicuro un reperto archeologico della Sesta Civiltà aliena. Chi altri avrebbe potuto inventare un tale design di merda?"3. Quanto è vero che non bisogna badare alle apparenze! La serie stupisce con la sua incredibile originalità e maturità, e, con i successivi film che ne chiudono la storia, entra di diritto nel mito, divenendo la principale fonte d'influenza per il lungometraggio Neon Genesis Evangelion: The End of Evangelion4 (1997). Negli anni '90 è infatti proprio il successo del film di Hideaki Anno a rimembrare l'esistenza del titolo agli spettatori adulti, che daranno via a quel passaparola tra appassionati che convincerà Sunrise a distribuirlo in VHS riportandolo in auge5.

Le atmosfere cupe e pessimiste, e l'idea del robottone "bomba a orologeria": questi i punti di forza che contraddistinguono Ideon, ieri come oggi,  dalla quasi totalità degli altri anime di medesimo genere. Per la prima volta in una serie robotica troviamo come protagonisti un folto gruppo di infami, che nella guerra contro il nemico si lasciano trascinare da cinismo, insensibilità e razzismo mai così esplicitamente analizzati. I componenti della nave Solo sono personaggi estremamente delineati e approfonditi, ognuno con una precisa identità, verosimili nei loro ragionamenti (influenzati addirittura dal proprio sesso); proprio il realismo di fondo nella loro tesa situazione li rende schiavi, tutti (eroe compreso), di istinti di sopravvivenza che fanno risaltare i lati meno nobili dell'essere umano. Stessa caratterizzazione esemplare è riservata ai membri del Buff Clan, fisicamente indistinguibili dagli umani (e infatti viene spontaneo pensare che la repulsione degli uni verso gli altri sia giusto un preconcetto razziale). Non c'è speranza di comprensione tra le due fazioni perché nessuna di essa vuole scendere a compromessi o mettersi in discussione; perfino gli idealisti di ambodue, che nell'amore o nell'amicizia sperano di trovare la chiave della pace, vedranno presto infrante le loro illusioni, anch'essi inghiottiti nella spirale negativa invocata e perseguita dai compagni. Amara riflessione sull'impossibilità di risolvere le controversie senza aprirsi al minimo dialogo, e metaforico scontro generazionale tra i giapponesi dell'epoca imperialista (incarnati dal Buff Clan) con quelli successivi alla dominazione americana (l'equipaggio della Solo Ship)6, Ideon è unico, nel suo genere, a presentare un così grande cast di personaggi negativi.

Altro grande elemento di interesse - poi ripreso e ampliato da altri cartoni toccando i più disparati generi - è l'idea di un protagonista (in questo caso, il mecha) recante in sé la minaccia di annientare la realtà/l'universo al verificarsi di una particolare condizione; è ciò che il muto, enigmatico Ideon è in grado di fare se dovesse giudicare l'Uomo tanto malvagio e pericoloso da meritare di essere 'azzerato'. L'intuizione è portentosa, ed è usata per far risaltare ancor più la grettezza del cast di antieroi, vanamente impegnati a frenare i loro istinti truci per impedire che il gigante ripudi loro e l'umanità intera (è invece la purezza dei bambini, estranei all'odio e alla diffidenza, secondo il regista, a controbilanciare in positivo i sentimenti dell'entità). Bisogna rilevare che il soggetto è stato molto probabilmente influenzato dal manga Mars di Mitsuteru Yokoyama, serializzato tra il '76 e il '77 e basato su un'idea simile, ma è la prima volta che lo spunto compare in animazione e in modo così adulto e approfondito.


Ideon è una bellissima opera che, pur peccando di un comparto tecnico non proprio esemplare (con ricicli e animazioni non esaltanti), rappresenta un colpo di genio, non solo per la sua trama dalle forti connotazioni sociali e filosofiche, ma anche per l'essere stata la prima serie robotica "tradizionale" a farsi portavoce di alcune delle innovazioni concettuali di Gundam, ponendo più attenzione alla psicologia dei personaggi, narrando una nuova storia estremamente adulta e dissacrando alcuni schematismi robotici. Questi ultimi, riesumati dai classici anime dei Settanta, non vengono rinnegati ma quantomeno rielaborati, visti nell'ottica dell'Ideon che è di fatto invulenerabile a qualsiasi attacco (anche a bombe atomiche!) e che si limita a distruggere all'infinito, in ogni puntata, semplici, banali navicelle nemiche, non affrontando mai robottoni suoi pari.

L'unico limite dell'opera, per quanto secondario, può essere inquadrato nella sua sceneggiatura, capace di affascinare ma anche di annoiare: stregare con le sue variegate scenografie fantascientifiche (pianeti popolati da bizzarre flore e faune, cosa imposta dagli sponsor per far assomigliare la storia ai tokusatsu Born Free - Il risveglio dei dinosauri e Tansor 5 - Avventure nella scienza degli anni '707), gli elementi di nichilismo e misticismo, la fortissima drammaticità generale (che vede morire con regolarità elementi del cast in entrambe le fazioni) e le impressionanti, apocalittiche battaglie in cui spesso e volentieri interi pianeti finiscono distrutti dalla furia di Ideon; infastidire, dall'altra parte, per la sua ridondante struttura narrativa retta su uno spropositato numero di riempitivi. La storia molto raramente si concede approfondimenti sui misteri principali della serie (cos'è l'Ideon e come si può impedirgli di distruggere tutto?), procedendo invece a rilento per effetto di un infinito susseguirsi di battaglie inutili, con i nostri eroi sempre impegnati a difendersi dagli attacchi del Buff Clan e fuggire su nuovi pianeti. Verosimilmente, questo "balzo" indietro rispetto alla continuity serrata di Gundam è probabilmente dovuta al risultato fallimentare di quest'ultimo, dovuto anche al suo intreccio avveniristico, e questo deve aver convinto i creatori a prediligerne per Ideon uno tradizionalista per sperare (inutilmente visto il suo esito commerciale, probabilmente influenzato anche dai continui spostamenti di orario dati dai contenuti ritenuti troppo adulti8) di compiacere maggiormente il pubblico. Fortunatamente tutti questi riempitivi, salvo le prime puntate, sono di un grandioso crescendo qualitativo, ben scritti, elaborati negli scontri e fortemente retti sul carisma dei personaggi e dei loro legami; ma rimane, certo, il fatto che la serie possa pure annoiare chi non abbia totale dimestichezza con gli schematismi dell'epoca. Nonostante questo, Ideon è meritevole di essere visto anche oggi: il debole aspetto visivo viene presto controbilanciato dall'originalità del soggetto e dalla cupezza della storia.

Occorre tenere presente, però, che il finale viene sbrigativamente sintetizzato negli ultimi quattro, incomprensibili minuti della puntata 39, per colpa dello sponsor che, ancora una volta, costringe Sunrise a chiudere affrettatamente. Per la vera, apocalittica e leggendaria conclusione che rende famoso il titolo, è indispensabile la visione del lungometraggio The Ideon: Be Invoked (1982).

Voto: 8 su 10

Il parere del Corà

Storditi dal successo planetario, che ha toccato anche l’Italia alcuni anni orsono grazie alla allora rivoluzionaria messa in onda su MTV, e offuscati da un’effettiva mancanza di informazione in proposito, si tende a dimenticare che il popolare Neon Genesis Evangelion (1995) mai avrebbe visto la luce senza la creazione, oltre quindici anni prima, di questo Space Runaway Ideon. Strutturalmente agli antipodi per storia e personaggi, ma filosoficamente identiche per certi temi toccati, nonché per una bizzarra simmetria episodica nella conclusione (entrambe le serie presentano, alla fine delle puntate trasmesse, che interrompono bruscamente la storia per mancanza di finanziamenti, un film riassuntivo di circa 60 minuti e un’altro, di circa 90, in cui viene narrato il vero e proprio finale, tra l’altro materialmente identico), Space Runaway Ideon si distacca da Neon Genesis Evangelion perché è allo stesso tempo, come molte altre opere del guru Yoshiyuki Tomino, di forte originalità per le argomentazioni discusse e di fondamentale importanza per l’intero universo dell’animazione nipponica.

Tuttavia, pur dovendo chinare il capo di fronte a una tale innovazione contenutistica, è difficile, al giorno d’oggi, riuscire ad assaporare questa serie con la giusta passione e il relativo spirito critico. Suddivisa in 39 episodi, infatti, i primi 30 si mostrano come lunghi, estremamente ripetitivi e, una volta compreso il meccanismo, anche noiosi inseguimenti spaziali e sterili combattimenti tra mecha. In ogni puntata, il Buff Clan cerca di raggiungere l’astronave Solo e di distruggere gli umani, ma loro, guidati da Cosmo e dal ciclopico Ideon, vincono la battaglia e continuano a scappare. Nient’altro. Nessun avanzamento della semplice trama principale, né un minimo tentativo di variare la minestra riscaldata. Non è quindi difficile rendersi conto di come questa struttura episodica, fortemente ancorata all’era robotica pre-Gundam, dopo un’iniziale coinvolgimento renda narcotica ogni speranza di arrivare alla parte finale e, da lì, collegarsi all’immortale, splendido lungometraggio conclusivo. A cotanto dispiego di pazienza deve anche aggiungersi una palese auto-clonazione/citazione di Mobile Suit Gundam (la nave Solo, fuggendo disperatamente dagli alieni e trasportando militari e civili, incorpora la White Base), che continua a calare in una brutta sensazione di deja-vu, e un’orribile fantasia robotica che ha portato, su suggerimento di una nota società di produzione di giocattoli, alla creazione, forse, del peggior mecha mai visto in animazione. Un robot che si forma per mezzo dell’unione di un aereo e due camion graficamente ignobili, pittato interamente di un colore rosso che fa sanguinare gli occhi, reso ridicolo da una testa oltremodo semplicistica e che, oltre a usare un super fucile capace di distruggere un pianeta intero, non sa fare altro che dare calci e pugni. Si conosce l’avversione di Tomino verso lo splendore grafico dei mecha su cui puntano molti registi e che portano troppo spesso a distogliere l’attenzione dalla trama generale, dai temi affrontati e dai messaggi che si vogliono esprimere, ma provare anche il minimo piacere visivo verso l’Ideon è impresa davvero vana.


Space Runaway Ideon, semplicemente, è una serie forse troppo avanti per quegli anni – e la sospensione anzitempo, che ha ridotto gli episodi dai 43 programmati a 39, e ha costretto Tomino a dirigere un lungometraggio per narrare il vero e proprio finale, ne è una chiara dimostrazione – ma che, vista con occhi attuali, appare invecchiata male e spesso indigesta. Con 25 episodi in meno la serie avrebbe brillato – perché questo fa quando finalmente la trama ingrana, nell’ultima manciata di puntate, prima di confluire nel drammatico film conclusivo – per la splendida caratterizzazione dei personaggi e gli ambigui, sofferenti, dolorosi legami che li uniscono, attraendo e respingendo ideologie finemente contrapposte, morali avanguardisticamente utopistiche e atteggiamenti atti a ricreare, come sempre voluto da Tomino, il complesso mosaico sociale, nelle sue contraddizioni e nelle sue inadeguatezze. Stupiscono, infatti, ora come allora, la ferrea compostezza militare di Sheryl, il sofferto ruolo di leader di Bes, il carisma incompreso di Cosmo, le continue, spesso immotivate ed estreme, proteste di Kasha, e la diffidenza espressa da Gije.

Ci troviamo quindi di fronte a una serie storica, di grande prestigio per l’evoluzione degli anime, ma che non è stata in grado di conservare quel fascino col passare degli anni, e ora si mostra poco attraente, ostica e relativamente pesante e monotona. Il consiglio da fan è quello di provare, e magari resistere, centellinando coraggiosamente nel tempo gli episodi, perché l’inferno emotivo che si proverà nel lungometraggio finale è autentica, sincera, devota meraviglia. Il consiglio umano, invece, è ahimè di lasciar perdere e concentrarsi magari sui due film conclusivi, il primo dei quali, nonostante impedisca di affezionarsi in maniera adeguata ai personaggi, riassume in modo sufficiente i primi 32 episodi della serie.

Voto: 6 su 10

SEQUEL
The Ideon: A Contact (1982; film)
The Ideon: Be Invoked (1982; film)


FONTI
1 Sito Web, http://peace.2ch.net/test/read.cgi/shar/1387554536/
2 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 134
3 Consulenza di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit)
4 "Anime Interviews": The First Five Years of Animerica Anime & Manga Monthly (1992-97)", Cadence Books, 1997, pag. 9 (anche se viene erroneamente citata la serie TV di Evangelion e non il film). Tra le innumerevoli fonti rimediabili in internet, vale la pena citare "Tributes to Other Fiction in Neon Genesis Evangelion (http://wiki.evageeks.org/Tributes_to_Other_Fiction_in_Neon_Genesis_Evangelion) e "Statements by Evangelion Staff" (http://wiki.evageeks.org/Statements_by_Evangelion_Staff)
5 Animerica Anime & Manga Monthly (Vol.8) n. 2, Viz Media, 2000, pag. 34
6 Vedere punto 3
7 Come sopra
8 Come sopra

mercoledì 9 dicembre 2009

Recensione: Mobile Suit Gundam MS IGLOO - Apocalypse 0079

MOBILE SUIT GUNDAM MS IGLOO: APOCALYPSE 0079
Titolo originale: Kidō Senshi Gundam MS IGLOO - Mokushiroku 0079
Regia: Takashi Imanishi
Soggetto: Hajime Yatate
Sceneggiatura: Takashi Imanishi, Hiroshi Ohnogi
Mechanical Design: Kunio Okawara (originale), Hajime Katoki, Kenki Fujioka, Kimitoshi Yamane, Shinji Aramaki, Yutaka Izubuchi
Musiche: Megumi Ohashi
Studio: Sunrise
Formato: serie OVA di 3 episodi (durata ep. 28 min. circa)
Anno di uscita: 2006



Alla fine, le buone vendite, come risaputo, di Mobile Suit Gundam MS IGLOO: The Hidden One-Year War (2004), sbloccano le porte, due anni dopo, a un seguito ufficiale, che stavolta è realizzato direttamente per l'home video e non più per il Bandai Museum di Matsuda. Con i suoi personaggi ottimamente caratterizzati, le atmosfere tragiche, la commovente colonna sonora e l'idea di raccontare la Guerra Di Un Anno dal punto di vista degli amatissimi (dai giapponesi) zeoniani, il regista e sceneggiatore Takashi Imanishi aveva centrato perfettamente il bersaglio: ecco così che il secondo atto, Apocalypse 0079 (2006), nuovamente in 3 episodi, è riaffidato a lui e al medesimo staff, e soprattutto che la minestra si riveli la stessa in ogni aspetto. Troveremo di nuovo Oliver May e la 603esima Unità di valutazione tecnica di Zeon impegnati a collaudare Mobile Suit/Armor sperimentali durante precise battaglie dell'Era Spaziale, le quali finiranno mediamente malissimo per il malcapitato pilota scelto per l'occasione e saranno pure vane visto che tali macchine da guerra non riusciranno mai a venire successivamente prodotte in serie per i problemi logistici del Principato. Immutata la realizzazione tecnica, piuttosto economica e (ampiamente) migliorabile - disegni convincenti ma che si sposano male con movenze particolarmente ingessate - ma quantomeno ne guadagnano in qualità le singole avventure. Ambientato stavolta durante le fasi finali della guerra, quelle più cupe e sanguinose, Apocalypse 00079 si rivela molto più drammatico della prima parte, visto che i ripetuti fallimenti di Oliver e compagni hanno stavolta conseguenze non solo sui malcapitati collaudatori, ma anche sull'evoluzione degli stessi protagonisti, sempre più segnati dalle tragedie e dalle morti, anche dei propri cari. Il loro cambiamento caratteriale rappresenta l'aspetto veramente memorabile della miniserie, contribuendo a renderli ancora più fragili, umani e toccanti.

In I Can See the Ocean in Jaburo's Sky, Oliver e l'equipaggio della Jotunheim devono collaudare il portentoso mezzo acquatico/aereo Mobile Diver Ze'Gok, infiltrandolo nei cieli di Jaburo per distruggere le navi da guerra federali che stanno decollando per lo spazio, dirette alla battaglia finale, e a pilotarlo saranno le abili mani di Werner Holbeint, che riuscirà nel suo intento, a costo però di grandi sacrifici... Tragica e commovente, la vicenda tocca le corde dell'animo nel dare colore e melodramma al tormentato personaggio di Werner, che trova la forza di combattere nell'amore per gli oceani da lui sempre coltivato. Amore, però, che non lo salverà da un triste fato che mostrerà quanto le pene da lui sopportate siano state del tutto inutili ai fini della guerra (la fase finale del conflitto, come si sa,  avrà luogo nello spazio e non in mare).

La successiva Go Beyond the Peak of Light è legata alla terza puntata: siamo negli ultimi giorni della Guerra Di Un Anno e Zeon, ormai militarmente stremato, manda in prima linea a combattere anche i giovanissimi cadetti senza esperienza (ovviamente spacciandoli al popolo come Elite militare del Principato). L'unità di Oliver May finisce nell'aeroporto spaziale di Granada, in difesa della base zeoniana lunare attaccata dalla Federazione, e qui dovrà collaudare i Repulsion Mobile Pod Oggo, mecha di piccole dimensioni progettati come difesa dai BALL federali. Peccato che la fretta assoluta con cui i mezzi sono stati preparati per la produzione in serie ha portato a diversi errori tecnici, e, immancabilmente, proprio questi errori costeranno la vita a molti dei giovanissimi piloti... Abbiamo un episodio in cui l'elemento chiave è il patriottismo, sbandierato dai giovani soldati come valore assoluto per cui valga la pena morire, retorica prevaricante di qualsiasi guerra antica e moderna: è nel nome di Zeon che gli sventurati adolescenti andranno incontro alla carneficina, impreparati sia dal punto di vista dell'equipaggiamento che della dimestichezza con la violenza, e queste due cose costeranno loro molto care. Chi sopravviverà ai difetti di progettazione del proprio Oggo cadrà sotto i colpi federali: in guerra non c'è alcuno spazio per la pietà verso il nemico, e infatti l'unico, ingenuo atto di generosità da parte dei giovani zeoniani non potrà che essere sanguinosamente punito. Terribile e reale, il secondo episodio eguaglia i fasti del primo stagliandosi come un'altra piccola gemma, tale da sopperire all'apparente immobilità di un canovaccio che fin dalla prima miniserie ha previsto sempre e comunque un finale nichilista che alla lunga inizia a stancare.


Meno male, a questo punto, che troviamo un finale più "positivo" e meno scontato nel conclusivo The Soul Returns to Thunder, in cui lo stesso Oliver scende in campo, ad A Bao A Qu, per usare contro la Federazione il grosso Mobile Armor Big Rang durante l'ultima giornata di sangue, in un disperato tentativo di rovesciare l'esito della guerra. "Positivo" tra virgolette perché di positivo c'è comunque poco: nel climax, lo spettatore assiste all'enorme massacro che si consuma nella roccaforte finale del Principato. Colpisce in questo dramma soprattutto la crudeltà dei vincitori, che a ostilità finita, secondo una prassi che la Storia ricorda fin dagli albori, non rinunciano a sfogare con sadismo tutta la loro aggressività accumulata sui superstiti nemici. La cattiveria dell'episodio mette giustamente a disagio, ma un barlume di speranza nella conclusione regala un finale toccante e consolatorio.

Apocalypse 0079 è lungi dal mirare a essere qualcosa di straordinario: è giusto considerarlo, con un po' più di umiltà, come un riuscito aggiornamento del precedente The Hidden One-Year War, migliorato nella qualità media dei suoi episodi e nella sceneggiatura. Non è certo una visione indispensabile, ma indubbiamente un'opera che i fan di Mobile Suit Gundam (1979) non possono non apprezzare, che riesce nel compito di umanizzare ancora maggiormente la storica fazione dei "cattivi" per eccellenza della saga, impersonificandola in soldati che sono indubbiamente delle brave persone, anch'esse disgustate dalla crudeltà della guerra. Unico difetto su cui si potrebbe recriminare, già accennato, è il continuo succedersi di episodi che devono quasi sempre, per forza di cose, finire in modo tragico. Se in quest'occasione il risultato è così buono che la cosa non ha ripercussioni sul gradimento generale, Sunrise non impara però la lezione, ripetendo l'errore anche nel successivo MS IGLOO 2: The Gravity Front (2008). Peccato che questa volta non ci saranno storia e ottimi personaggi a salvare la cronica mancanza di ispirazione.

Voto: 8 su 10

PREQUEL
Mobile Suit Gundam Thunderbolt (2015-2016; serie ONA)
Mobile Suit Gundam Thunderbolt: December Sky (2016; film)

SEQUEL
Mobile Suit Gundam 0080: War in the Pocket (1989; serie OVA)
Mobile Suit Gundam: The 08TH MS Team (1996-1999; serie OVA)
Mobile Suit Z Gundam (1985-1986; TV)
Gundam Neo Experience 0087: Green Divers (2001; corto)
Mobile Suit Gundam ZZ (1986-1987; TV)
Mobile Suit Gundam Unicorn (2010-2014; serie OVA)
Mobile Suit Gundam Unicorn RE:0096 (2016; TV)
Mobile Suit Gundam Unicorn: One of Seventy Two (2013; corto)
Mobile Suit Gundam F91 (1991; film)
∀ Gundam II: Moonlight Butterfly (2002; film)
Gundam: Reconguista in G (2014-2015; TV)
Gundam: Reconguista in G - From the Past to the Future (2016; corto)

martedì 8 dicembre 2009

Recensione: Mobile Suit Gundam MS IGLOO - The Hidden One-Year War

MOBILE SUIT GUNDAM MS IGLOO: THE HIDDEN ONE-YEAR WAR
Titolo originale: Kidō Senshi Gundam MS IGLOO - Ichinen Sensou Hiwa
Regia: Takashi Imanishi
Soggetto: Hajime Yatate
Sceneggiatura: Takashi Imanishi, Hiroshi Ohnogi
Mehanical Design: Kunio Okawara (originale), Hajime Katoki, Kenki Fujioka, Kimitoshi Yamane, Shinji Aramaki, Yutaka Izubuchi
Musiche: Megumi Ohashi
Studio: Sunrise
Formato: serie di 3 cortometraggi (durata ep. 28 min. circa)
Anno di uscita: 2004


Non si scappa, dall'Era Spaziale (o Universal Century, com'è più comunemente conosciuta all'estero nella sua dicitura internazionale). Tantissimi sono stati i tentativi di Bandai di andare oltre con gli Universi Alternativi, creando nuove linee di modellini, manga e merchandising vario che avessero potuto conquistare nuove generazioni di clienti, in grado così di dare "il cambio" a quelle vecchie (principalmente adulti e otaku cresciuti con il mito della serie del 1979), ma alla fine sempre lì si ritorna, sempre alla Federazione Terrestre, al Principato di Zeon, e a tutte le guerre conosciute e (ancora) sconosciute che li riguardano, perché decenni di fidelizzazione attraverso decine di anime e miliardi di Gunpla e modellini non si cancellano facilmente, e non è quindi un caso se ancora oggi, quando ormai gli Alternate Universe continuano a fioccare in televisione (con risultati alterni), i veri successoni economici continuano a ottenerli le serie OVA ambientate nella timeline gundamica per eccellenza. Fanno un po' eccezione le tre serie home video di Mobile Suit Gundam MS IGLOO, interamente realizzate in computer grafica e senza grossi dispiegamenti di mezzi, che venderanno solo discretamente1 negli anni in cui l'attenzione maggiore di Bandai si concentrava in Mobile Suit Gundam SEED (2002) e nel suo seguito Mobile Suit Gundam SEED Destiny (2004), ma confermano comunque la regola che l'Era Spaziale  non si può cancellare in alcun modo e deve essere sempre tenuta in vita, che lo "zoccolo duro" dei fan (che economicamente fa la differenza) è sempre lì concentrato.

MS IGLOO nasce originariamente come una trilogia di corti, proiettati in esclusiva al Bandai Museum di Matsuda2 (primi due il 19 luglio 2004, il terzo il 3 novembre) diretti da Takashi Imanishi, fino a quel momento regista del celeberrimo Mobile Suit Gundam 0083: Stardust Memory (1991) e degli episodi 3 e 4 di Gundam Evolve. I tre IGLOO riscuotono un grande successo presso i visitatori3, e così si decide di raccoglierli in DVD da rilasciare direttamente come OVA. Visti, quindi, i buoni introiti, Bandai farà realizzare negli anni a seguire altre due miniserie, queste ultime destinate alla vendita diretta e immediata. A dispetto di una CG non impeccabile (disegni particolareggiati e realistici ma animazioni, posture e mimiche facciali abbastanza ingessate e "da videogioco"), non è tuttavia difficile immaginare il perché MS IGLOO sia piaciuto: è la terza incarnazione home video della saga a raccontare retroscena della solita, abusatissima - ma sempre, evidentemente, amata dai giapponesi - Guerra Di Un Anno, e nei panni, stavolta, degli zeoniani, quegli antagonisti indipendentisti e carichi di ideali anch'essi graditissimi a legioni di appassionati dagli occhi a mandorla (e per la prima volta "riabilitati" proprio da Imanishi in Gundam 0083, viene da pensare che forse non è un caso che proprio lui figuri tra i produttori della miniserie). Eroe delle prime due serie è Oliver May, tecnico ufficiale della 603esima Unità di Valutazione Tecnica del Principato. Compito di Oliver e compagni è di provare sui campi di battaglia, a bordo del vascello stellare Jotunheim, i nuovi prototipi bellici da loro sviluppati per la propria patria, per convincere i capi a sfruttarli poi in guerra (ricordiamo che Zeon aveva inizialmente una superiorità schiacciante sulla Federazione proprio per le sue avanzatissime e rivoluzionarie tecnologie belliche, specie gli avveniristici Zaku), e questo li porterà a rischiare la vita in azione durante alcune delle più famose battaglie della Guerra Di Un Anno.


The Serpent that Vanished at Loum, primo episodio di The Hidden One-Year War, è probabilmente il peggiore, nonostante sia ben lungi dall'essere mediocre. Ambientato durante il primo mese di guerra (gennaio 0079), introduce i personaggi principali e dà un primo assaggio di quelle che saranno le caratteristiche fondanti delle avventure successive: un approccio tragico e solenne alle vicende, in linea con le atmosfere estremamente drammatiche che assume ripetutamente la trama, che orgogliosamente rifiuta qualsiasi facile pretesa di epicità e spettacolarità. MS IGLOO vuole focalizzarsi unicamente sul lato umano del conflitto, e per questo rifiuta virili confronti tra piloti avversari, i Newtype, l'epica della battaglia etc. Vuole rendere tangibili i sentimenti di angoscia, paura e malinconia dei suoi personaggi, mostrando come essi, pieni di ottimismo nelle fasi iniziali del conflitto, inizieranno sempre più a detestarlo, dopo aver sperimentato la perdita di compagni (morti spesso legate al collaudo della nuova arma zeoniana di turno), macchinazioni di superiori senza scrupoli e di compagnie rivali di costruzione di Mobile Suit, e, in generale, trovando un pessimo rapporto coi grandi capi che non hanno fiducia in loro (e questo pregiudicherà i loro pur positivi risultati). In questa prima puntata, il patriottismo di Oliver sarà per la prima volta messo a dura prova dopo che il tecnico assisterà all'operazione British (l'azione militare zeoniana che culmina con la prima colonia spaziale mandata a schiantarsi sulla Terra, uccidendo decine e decine di milioni di persone) e soprattutto vedendo fallire, nella battaglia spaziale di Loum, il collaudo del potente cannone anti-vascello QCX-76A Jormungand, super arma che, per effetto di disguidi e sfortune varie, non verrà mai più utilizzata in battaglia. L'intensa sigla pianistica di apertura Sora no Tamoto e le militaristiche, malinconiche e soffuse tracce musicali di Megumi Ohashi  preparano al mood intenso e tragico della storia, che purtroppo, complice una narrazione molto fredda, un eccessivo numero di tecnicismi e paroloni fantascientifici e un cast di elementi secondari non propriamente caratterizzati (impossibilitati, quindi, a commuovere con la loro dipartita), è un po' limitato dagli elementi di contorno. Si apprezza comunque l'approccio estremamente realistico e "documentaristico" nell'asciutta resa della Battaglia Di Loum, e i fan potranno esaltarsi con una breve apparizione della Cometa Rossa in azione, che come ben sappiamo ha iniziato a farsi la sua fama nei ranghi zeoniani proprio in quell'occasione (niente resa del personaggio in CG però, si vede solo lo Zaku rosso).

È già molto più efficace e riuscito il secondo capitolo, Howls Stained in Dusk. L'arma da collaudare è il rivoluzionario Mobile Tank YMT-05 Hildolfr, un carro armato velocissimo e dotato di un raggio d'azione lungo decine di km, e l'esperimento avverrà in Arizona, sulla Terra, nel maggio 0079, contro alcuni federali che, catturati degli Zaku, li usano per spacciarsi per zeoniani e abbattere così con facilità i loro nemici. A guidare l'Hildolfr è il comandante Sommen Demeziere, che cerca di cancellare i fantasmi di un passato pieno di fallimenti nella carriera militare. Qui troviamo tutto lo "spirito" di MS IGLOO, da rintracciare nella crescita di Oliver: la sua sicurezza, il suo self control, il suo forte idealismo e il suo amore per i macchinari subiscono nuovi colpi in questa dolorosa vicenda di riscatto umano, focalizzata sulla triste figura dell'antieroe Sommen e la sua ultima, epica battaglia contro i federali. Più che in Mobile Suit Gundam: The 08TH MS Team (1996), è in questa miniserie che  viene analizzato bene il punto di vista di sodati semplici che lottano quotidianamente nei campi di battaglia per non morire. Si apprezza il totale rovesciamento di prospettive, dato dalla forte umanizzazione dei zeoniani (persone normalissime, che lottano perché costrette o perché effettivamente credono al sogno di indipendenza della patria) e dall' "imbastardimento" dei federali, ridotti a mostri sanguinari che se la ridono sadicamente dopo aver distrutto basi zeoniane con i loro Zaku trafugati: forse quest'approccio sarà "di parte", ma è un notevole contraltare alle serie storiche schierate dalla parte dei federali, e simbolicamente e poeticamente il tutto si può definire un "punto di vista opposto di come entrambe le parti vedono le altre". Il lungo, "tecnico" (per le strategie di battaglia) ed evocativo scontro tra Hildolfr e gli Zaku, ambientato in pieno deserto, è la ciliegina sulla torta.


Si chiude in bellezza con Dance of the Orbital Ghosts, il migliore del trio. Nel novembre 0079 la conclusione della Battaglia Di Odessa (narrata in Mobile Suit Gundam) vede la Federazione Terrestre appropriarsi delle basi minerarie euroasiatiche e lanciare una grossa offensiva generale, costringendo i zeoniani a ritirarsi dalla Terra. Sarà compito della Jotunheim di Oliver cercare di raccogliere il maggior numero di soldati di Zeon in fuga per riportarli a casa. Dovranno però affrontare in battaglia, nello spazio, quattro fortissimi GM della Federazione appena sviluppati, che stanno facendo strage di compagni: sarà l'occasione per mandare in battaglia l'EMS-10 Zudah, evoluzione dello Zaku, venuto costruito però volutamente male a causa di una cospirazione di Zeonic e Zimmad, compagnie rivali di sviluppo di Mobile Suit. A guidarlo sarà Jean Luc Duvall, ufficiale zeoniano di grande popolarità in patria, a sua volta però vittima delle macchinazioni delle due aziende. I temi sono gli stessi delle puntate precedenti, ma sviluppati ancora meglio: abbiamo un cast sempre più approfondito e in evoluzione, un tasso di dramma in costante crescendo e un'ottima carica emozionale data dall'incisiva colonna sonora e dal tragico, riuscito personaggio di Jean Luc. In quest'occasione si affinano anche sempre più le storiche, volute similitudini tra il Principato di Zeon e il Terzo Reich (già fatte abbondantemente risaltate all'epoca nelle prime due serie OVA gundamiche), sia nel vestiario sempre più somigliante (in uniforme Jean Luc sembra davvero una SS), sia nella trovata, riuscitissima e grottesca, di creare, come strumento di ulteriore carica scioccante, immaginari filmati di propaganda zeoniana che rassicurano gli abitanti di Side 3 dell'ottimo andamento della guerra e disgustano Oliver, che pure lui credeva veritieri. Con la commovente conclusione, che fa splendere di fierezza il sacrificio di un uomo disposto al più estremo gesto pur di far apparire almeno una volta lo Zudah nei campi di battaglia e, di riflesso, nei libri di Storia (e il dubbio che ciò sarà comunque inutile colpisce a fondo), La Guerra Di Un Anno Nascosta si congeda dal pubblico colpendo a fondo in tutti i suoi obiettivi.

Voto: 7,5 su 10

PREQUEL
Mobile Suit Gundam: The Origin (2015-2016; serie OVA)
Mobile Suit Gundam (1979-1980; TV)
Mobile Suit Gundam The Movie I (1981; film)
Mobile Suit Gundam The Movie II: Soldati del dolore (1981; film)
Mobile Suit Gundam The Movie III: Incontro nello spazio (1982; film)
Mobile Suit Gundam MS IGLOO 2: The Gravity Front (2008-2009; serie OVA)

SEQUEL
Gundam Evolve../ 01 RX-78-2 Gundam (2001; OVA)
Mobile Suit Gundam Thunderbolt (2015-2016; serie ONA)
Mobile Suit Gundam Thunderbolt: December Sky (2016; film)
Mobile Suit Gundam: The 08TH MS Team (1996-1999; serie OVA)
Gundam Evolve../ 11 RB-79 Ball (2005; OVA)
Mobile Suit Z Gundam (1985-1986; TV)
Gundam Neo Experience 0087: Green Divers (2001; corto)
Mobile Suit Gundam ZZ (1986-1987; TV)
Mobile Suit Gundam Unicorn (2010-2014; serie OVA)
Mobile Suit Gundam Unicorn RE:0096 (2016; TV)
Mobile Suit Gundam Unicorn: One of Seventy Two (2013; corto)
Mobile Suit Gundam F91 (1991; film)
∀ Gundam II: Moonlight Butterfly (2002; film)
Gundam: Reconguista in G (2014-2015; TV)
Gundam: Reconguista in G - From the Past to the Future (2016; corto)


FONTI
1 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 410
2 Come sopra
3 Come sopra

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