lunedì 7 novembre 2016

Recensione: Dororo

DORORO
Titolo originale: Dororo to Hyakkimaru
Regia: Gisaburo Sugii
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Osamu Tezuka)
Sceneggiatura: Yoshitake Suzuki, Tooru Sawaki, Shuji Hirami, Taku Sugiyama
Musiche: Isao Tomita
Studio: Mushi Production
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 25 min. circa)
Anno di trasmissione: 1969


Nell'antico periodo Sengoku, il daimyo Kagemitsu Daigo, in cambio del potere di governare le terre, stringe un patto di sangue con gli oni sacrificando loro il figlio appena nato, Hyakkimaru. Il neonato è smembrato in 48 parti, una per demone, e quello che ne rimane è abbandonato in un laghetto. Hyakkimaru è però vivo: viene rinvenuto da un artigiano che gli costruisce un busto artificiale e lo allena all'uso della spada, e molti anni dopo, quando è diventato un robusto ragazzo, è pronto ad affrontare tutti e 48 gli youkai. Sconfitto ciascuno di loro, infatti, tornerà in possesso di una parte del suo corpo. Nel corso delle sue peregrinazioni in villaggi infestati dagli spiriti, Hyakkimaru sarà affiancato da un buffo, energico e pestifero ladruncolo orfano che si è unito a lui, Dororo.

Non è da sottovalutare, l'interesse che oggi un anime preistorico (classe 1969!) come l'horror Dororo potrebbe evocare presso un pubblico di buongustai, di quelli che mettono al primo posto, nella loro scala di priorità, i grandi nomi negli staff o l'importanza storica piuttosto che guardare a data di produzione, genere o tipo di trama e di narrazione. Dororo è un anime cult per numerosi motivi. Ad esempio, per il suo essere curiosamente in b/n, scelta sì economica e dettata dal basso budget concessogli da Fuji TV all'epoca1, ma che trova nelle tre scale di colori un risultato che accresce enormemente le sue atmosfere inquietanti, oltre a renderlo un curioso esempio di anime che "torna indietro" invece di adeguarsi al Technicolor imperante (inaugurato dalla stessa Mushi Production appena quattro anni prima con la serie TV Kimba il leone bianco). Per l'essere stato animato da un pazzesco numero di future star dell'animazione (Yoshiyuki Tomino agli storyboard, Gisaburo Sugii alla regia generale, e a dirigere singoli episodi abbiamo lo stesso Tomino, Noboru Ishiguro, Ryousuke Takahashi e Osamu Dezaki!). Per essere un esponente di spicco del cosiddetto youkai boom (le storie di paura di demoni e fantasmi giapponesi) inaugurato da Kitaro il ributtante l'anno prima e consacrato come ascolti da esso e da Bem il mostro umano (id.), e il primo assoluto - incredibile -  del programma-contenitore Sekai meisaku gejiko, che diverrà molto più famoso, negli anni successivi, per ospitare gli adattamenti a cura di Nippon Animation dei classici letterari europei per l'infanzia. La serie non avrà un grande share e per questo verrà accorciata a solo 26 episodi2, ma lascerà comunque un segno a chi l'ha vista: ad esempio, fornirà una notevole ispirazione all'apprezzatissimo mangaka Hiroaki Samura nel disegnare la storia di orrore e samurai L'Immortale (1993)3, le cui somiglianze a livello di incipit e atmosfere sono del resto palesi. Niente male davvero, per l'adattamento di uno dei manga meno memorabili del Dio dei manga Osamu Tezuka.

L'originale cartaceo, serializzato tra il 1967 e il 1968, al di là dell'essere tra i fumetti in assoluto meglio disegnati da Tezuka (in cui il suo caratteristico tratto iper-semplicistico e infantile trova un'espressività e un senso di suggestione estremi grazie a una superlativa regia delle vignette e mostri davvero originali e bizzarri), narrativamente ha ben poco da dire. Nato, come ammetteva l'autore, come semplice clone di Kitaro dei cimiteri di Shigeru Mizuki4, Dororo, in linea con i disimpegnati fumetti d'azione del tempo (niente a che vedere quindi col periodo del Tezuka "maturo", quello che partorisce capolavori della narrativa mondiale del livello di Budda, La Fenice e La storia dei tre Adolf), si limita solo a tracciare avventure autoconclusive di cappa e spada pressoché infinite e tutte uguali tra di loro. Il cacciatore di spettri Hyakkimaru e il pestifero Dororo arrivano in un nuovo villaggio, funestato da mostri o dalla crudeltà del daimyo locale, e mentre il primo mantiene un atteggiamento distaccato e contemplativo per risolvere la questione e stanare il nemico, il secondo crea problemi spesso inimicandosi la stessa gente del villaggio che è sempre a un passo dal linciarlo, reputandolo un volgare ladro o addirittura un complice dello youkai di turno. Alla fine, Hyakkimaru salverà la situazione uccidendo in duello la creatura e guadagnando un nuovo pezzo del suo corpo. Mostri divora-uomini, spade possedute che costringono chi le brandisce a uccidere, inquietanti alberi, monaci spaventosi, puledri demoniaci... Non manca la consueta varietà nella mostrologia e nelle situazioni, ma non c'è alcuna evoluzione nelle generiche personalità dei due protagonisti (Hyakkimuru samurai tenebroso e silenzioso, Dororo ragazzino petulante e scavezzacollo) e nessuna trama vera e propria: in Dororo troviamo solo un susseguirsi di vicende crudeli e sanguinarie fatte con lo stampino e ben disegnate.


Tolta la parte grafica, del manga si apprezza giusto l'accuratezza storica nel fornire un ritratto del Giappone feudale privo della deplorevole aura romantica che spesso e volentieri ammanta, nei manga, come nella letteratura e come in altri media, i samurai. In verità, essi non erano altro che mercenari che facevano il lavoro sporco per i signori delle terre per cui lavoravano, riscuotendo i tributi presso le classi inferiori con violenza, umiliando i poveracci o esercitandone bullismo, sedando rivolte con crudeltà spropositata ed esercitandola spesso e volentieri con ingiustificato sadismo, massacrando centinaia di persone anche quando non serviva, per il puro gusto di farlo e sicuri della loro impunità. Niente più di questo. Tezuka lo realizzerà proprio disegnando questo manga ed informandosi sulla realtà storica, tanto che proprio da questa triste (come la definisce lui) "scoperta" deciderà di rendere le situazioni sempre più crude per dare accuratezza al setting, appassionandosi alle vicende e ai personaggi5. Tuttavia, a lungo andare anche lui si stancherà di dire sempre le stesse cose, al punto che, appena avuto l'ok per iniziare un nuovo fumetto (il fantascientifico Prince Norman), il suo interesse scemerà così tanto che abbandonerà l'opera6 privandola addirittura di un finale, lasciando Hyakkimaru ancora in guerra coi 48 demoni.

La versione animata inizia dunque l'anno dopo, col manga (una volta tanto, forse addirittura parliamo di un primato assoluto) già concluso, e il talentuosissimo staff traspone la vicenda con fedeltà assoluta, dotandola pure di qualche avventura inedita e regalandole un'agognata conclusione che mette finalmente a confronto l'ormai "umano" Hyakkimaru con il suo malvagio padre per la resa dei conti. Non fosse che parliamo di un anime chiuso in fretta e furia, si può tranquillamente pensare che regista e sceneggiatori avrebbero fatto affrontare al cupo eroe tutti e 48 i demoni e non solo la dozzina del manga e pochi altri (le vicende che riguardando quelli mancanti sono appena accennate nell'ultima puntata). Inaugurato da una splendida sigla d'apertura orchestrale in "tema" con l'ambientazione storica, dalle sonorità tipiche del Giappone medievale, Dororo trova nella resa perfetta dei bellissimi disegni tezukiani, nella patina di iper-violenza splatterosa e nel raffinatissimo b/n tutte le frecce del suo arco. Non è sbagliato dire che, come atmosfere sinistre e design d'autore, rappresenti probabilmente (insieme all'ottimo DevilMan nagaiano del 1972) l'apice assoluto dello youkai boom, esprimendo una suggestione tale da sopperire a tutti gli enormi difetti strutturali e narrativi ereditati direttamente dal fumetto e a cui difficilmente si poteva porre rimedio. Va bene quindi la noia (che c'è, inutile negarlo) per protagonisti insignificanti, per la storia che praticamente non c'è, per il ritmo letargico e zeppo di lungaggini e per le animazioni scattose (riciclate milioni di volte) dalla fluidità inesistente, ma in questo caso il reale pregio dell'opera è quel mood macabro e noir, crepuscolare, dalle spettrali ombreggiature, dai disegni virili e dalla colonna sonora western simil-morriconiana, che immerge lo spettatore in un contesto feudale ricreato ad arte (al di là dell'elemento soprannaturale), feroce e sanguigno, nichilista, in cui i spaventosi demoni affrontati da Hyakkimaru e Dororo (fisici ma anche interiori, contando il loro passato tragicissimo come da copione) non sono poi tanto più terribili della violenza selvaggia perpetrata sui poveracci da samurai al soldo di spietati despoti. Non c'è niente di allegro o che vada a buon fine nei vari canovacci: alla faccia del politically correct, uomini, donne, vecchie e bambini muoiono spesso come mosche in ogni puntata in modo particolarmente crudele, e neanche i (snervanti) siparietti comici del piccolo Dororo stemperano più di tanto un senso di disagio e di ineluttabilità della morte che, al pari delle scioccanti opere cartacee di Sanpei Shirato sulla de-mitizzazione dei samurai, impreziosiscono Dororo di una forte valenza storica che supera abbondantemente, in questo caso, le frontiere di un intrattenimento modesto e invecchiato decisamente male. Per questi motivi ritengo la visione comunque interessante, anche se non dubito che più di qualcuno potrebbe non farcela a guardarla fino in fondo.


In Italia, la serie è legalmente visualizzabile sul servizio di streaming gratuito VVVVID, sottotitolata nella nostra lingua. Interessante notare che in Giappone essa cambi nome, dal 14esimo episodio7, in Dororo e Hyakkimaru, correggendo l'assurdo titolo originale del manga (intitolato semplicemente Dororo nonostante il protagonista principale sia in realtà Hyakkimaru e non il suo piccolo "aiutante"). In Italia, però, l'opera è tornata a essere semplicemente Dororo, forse per collegarla al manga recentemente pubblicato da Goen.

Voto: 6 su 10

FONTI
1 Jonathan Clements & Helen McCarthy, "The Anime Encyclopedia: Revised & Expanded Edition", Stone Bridge Press, 2012, pag. 159
2 Lo dice Osamu Tezuka nella postfazione nel numero 4 del manga (in Italia pubblicato da Goen nel 2013). La  cosa è confermata in "Anime al cinema" (Francesco Prandoni, Yamato Video, 1999, pag. 53)
3 Vedere punto 1
4 Postfazione nel numero 4 del manga
5 Come sopra
6 Come sopra
7 Vedere punto 1

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Bella rece, sarebbe bello vedere più recensioni di anime tezukiani su questo blog: per esempio la trilogia Animerama, o gli OAV della Fenice, o quelle gemme dei film sperimentali.

Jacopo Mistè ha detto...

Sicuramente alcune delle sue opere più importanti (comprese quelle della Fenice) presto o tardi le recensirò. In effetti è criminale che di lui abbia finora visto così poco. ;)

Anonimo ha detto...

sono-l'anonimo-senza-nick

De "La Fenice" esiste _solo_ il manga (prequel escluso).
Letto quello, potete buttare via tutto il resto :-D

Sam ha detto...

E pensa che la serie in Giappone era irreperibile fino a fine anni 90 , perché conteneva parole come "storpio" e "zoppo" considerate politicamente scorrette in Patria.

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