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lunedì 9 giugno 2014

Recensione: Il giardino delle parole

IL GIARDINO DELLE PAROLE
Titolo originale: Kotonoha no Niwa
Regia: Makoto Shinkai
Soggetto & sceneggiatura: Makoto Shinkai
Character Design: Kenichi Tsuchiya
Musiche: Daisuke Kashiwa
Studio: ComixWave
Formato: mediometraggio cinematografico (durata 46 min. circa)
Anno di uscita:  2013
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Dynit


Credo non mancherò di allontanare un certo pubblico di lettori scrivendo ahimè male, molto male, di opere che piacciono, hanno successo e trovano fiumi di parole in cui crogiolarsi per incensare determinate scelte, lodare la poetica, elogiare l’immaginario e quant’altro. Pazienza, leggeranno altrove, ma spero sempre che rimangano, e in fondo so che il piccolo pubblico che ci segue in un modo o nell’altro è fedele, per capire realmente cosa critico e cosa non mi piace di certa animazione e in generale di certo cinema, senza limitarsi a una sbirciatina al voto finale e uno sbuffo insoddisfatto.

Considero Makoto Shinkai il più sopravvalutato regista d’animazione, un autore povero d’idee, scolastico e ingenuo nello svolgimento, da sempre attento all’estetica e poco, molto poco alla sostanza, ma che viene paradossalmente glorificato proprio per una poetica personale che io, più mi concentro e più cerco di decifrare, proprio non riesco a vedere. È chiaro che, soprattutto in animazione, la veste grafica assume importanza necessaria: la cura dei disegni, la creazione dei fondali, e ancora la capacità di dirigere le animazioni ricreando realismo attraverso l’importanza dei piccoli gesti, degli sguardi, dei movimenti che quotidianamente ignoriamo ma che in animazione fanno la differenza.

Shinkai conosce bene il mestiere, la sa lunga, una spanna davanti a molti, sin da quando esordiva facendo tutto da solo, dai disegni alle animazioni, dalla sceneggiatura alla regia, caratteristiche che negli anni sono rimaste invariate ma che di volta in volta vengono giocoforza esaltate dalla potenza di un vero studio e veri soldi alle spalle dove appoggiarsi per dare vero lustro alle sue visioni. Visioni che anche nella sua ultima fatica del 2013, Il giardino delle parole, da poco uscito anche nei cinema italiani grazie al buon lavoro e all’impegno profuso da Nexo, conservano quella meraviglia che da sempre lo contraddistingue: il dolcissimo, morbido e attento chara design fa vivere personaggi visivamente minuziosi e di rara eleganza, il lavoro impressionante sui fondali rasenta il fotorealismo e fa splendere straordinarie immagini di boschi piovosi, acqua che scorre e città ingrigite, l’attenzioni ai dettagli a dir poco spaventosa gli permette di caricare di significato ogni singola goccia di pioggia che cade, animata con una profusione di particolari e rifiniture da infarto. È tutto molto, molto bello, anche di più, è uno spettacolo impressionante che lascia a bocca aperta in più di un’occasione, e Shinkai sa spremerne a fondo la potenza attraverso una regia personale che sfrutta inquadrature singolari dove dirigere gli attori con un’espressività esemplare (i vari momenti sulla panchina mentre il tempo passa, la quotidianità vista attraverso piccolezze di uso comune, l’esaltazione della pioggia). Ma a un film si chiede anche una storia, soprattutto a un autore che fa tutto da sé e la scrive in prima persona come Shinkai: ripeto sempre che non importa il tipo di storia, andrebbero bene anche i copioni più semplici e lineari se valorizzati, l’abilità di un regista sta proprio nell’ottimizzare i particolari della trama e nel narrarla in maniera coinvolgente, cercando di mostrare (in fin dei conti è proprio questo il suo mestiere) ed evitando il più possibile di spiegare.

 

Shinkai, purtroppo, da questo punto di vista è una personalità ancora molto impersonale, negli anni è migliorato e attraverso la sua regia sa potenziare quanto scrive, rispettando i tempi e valorizzando sguardi e silenzi, ma è proprio la sua penna il peggior difetto, e mi è davvero difficile accettare una simile pochezza da un autore ormai affermato da quindici anni. Il giardino delle parole racconta dell’amicizia di un quindicenne solitario ma non per questo emarginato dal gruppo (Takao semplicemente ama anche stare da solo), seguendo il suo strambo sogno di diventare creatore di scarpe lavorando sodo dopo la scuola e soprattutto nei giorni di pioggia, che sfrutta per isolarsi in una panchina in un bosco dove creare in pace. È proprio lì che incontra Yukino, una donna più grande, altrettanto solitaria ma misteriosa, di lei non conosce neanche il nome ma nel tempo, di giorno di pioggia in giorno di pioggia, stringe un’amicizia così forte che, ancora troppo giovane per capirne appieno il valore, per lui si trasforma chiaramente in amore adolescenziale. Molto bello, come in tutti i lavori di Shinkai lo spunto è sempre interessante pur focalizzandosi ancora una volta su temi a lui cari come la solitudine, l’importanza di un legame, la necessità di un confronto e la gestione dei propri sentimenti in situazioni drammatiche, ma come in tutti i lavori di Shinkai è proprio il suo sviluppo a lasciarmi interdetto per l’ingenuità con cui viene trattato.

Scelta azzardata e sbagliata in partenza è quella di un minutaggio così breve, in soli 46 minuti Shinkai non trova il tempo necessario per dare colore a ciò che sta attorno al grintoso Takao e alla sofferente Yukino, e pertanto si limita a spiegare chi sono, cosa fanno e cosa provano nel giro di pochi minuti, togliendo la bellezza per me fondamentale di scoprire lentamente i protagonisti di un film. Shinkai non mostra, non racconta, è come se mettesse un fotogramma dei due con tanto di didascalia per farne una breve presentazione, ma è pessima usanza, tanto più se con gli unici due personaggi di un’opera. È fondamentale invece creare un contesto dove inserirli, farli muovere per mostrare (già, il termine ritorna sempre, non ci possa fare niente se tale è la sua importanza) le loro vite, e solo in un secondo momento addentrarsi nella loro storia e giocare di sguardi e silenzi. A nulla serve usare, perché è questo che fa, questa poetica, parola che mi viene difficile da scrivere associata a un simile autore, per far parlare i due senza il bisogno di dialoghi che possano diventare superflui: i personaggi devono vivere ed esprimersi, e possono farlo in silenzio solo quando lo spettatore ha iniziato a conoscerli.

Ma non è questo l’unico errore di Shinkai, la sua pochezza è ben visibile innanzitutto nel povero simbolismo delle scarpe, con Takao che le crea per poter permettere a Yukino di tornare a camminare dopo un brutto colpo emotivo: ancora una volta non era necessario spiegare questa situazione, di ben altra intelligenza ed eleganza sarebbe stato vedere Takao far reagire Yukino con la sua umanità e la sua semplice amicizia, allora sì i silenzi e gli sguardi potevano essere funzionali alle intenzioni di Shinkai, sulla carta deliziose e molto intense, ma dover sottolineare un argomento, e in maniera tanto sempliciotta, è quanto di peggio possa esserci nel cinema. E si potrebbe anche parlare della scena finale, dove il litigio tra i due scoppia in maniera esageratamente automatica e quasi ridicola, non si respira quel realismo che Shinkai tanto vuol dimostrare di saper padroneggiare, e tutto pare artefatto per poter far partire la canzone che plachi gli animi e si congiunga a uno scoppio di lacrime conclusivo estremamente infantile.


Il giardino delle parole è pura superficialità disegnata e diretta in maniera strabiliante, al resto ci pensa la fama di un autore che in realtà avrebbe bisogno ancora di un po’ di esperienza, o quanto meno di un minimo di umiltà, per poter concentrarsi su ciò che sa fare a meraviglia e poter così lasciare aspetti per lui lacunosi a chi è più capace.

Voto: 5 su 10

lunedì 16 luglio 2012

Recensione: La voce delle stelle

LA VOCE DELLE STELLE
Titolo originale: Hoshi no Koe
Regia: Makoto Shinkai
Soggetto & sceneggiatura: Makoto Shinkai
Musiche: Tenmon
Studio: ComixWave
Formato: OVA (durata 25 min. circa)
Anno di uscita: 2002
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Kaze


La guerra contro i Tarsian, spregevoli entità aliene incontrate su Marte, pare essere giunta a una fase cruciale: la nave spaziale Lysithia parte infatti alla volta della galassia natale del nemico, e la giovane studentessa Mikako decide di arruolarsi tra le forze terrestri nonostante sia consapevole che difficilmente potrà rivedere ancora il suo ragazzo Noboru. L’unico mezzo di comunicazione tra due è la posta elettronica, reso però assai problematico dalla lunga distanza che li separa: una mail può infatti impiegare anni prima di arrivare a destinazione, e più la Lysithia si allontana dalla Terra, sempre più sporadica si fa la corrispondenza…

Con due soli, minuscoli corti all’attivo, nel 2002 Makoto Shinkai continua la sua solitaria esplorazione del dialogo umano, e la fa rinnovando la sua totalitaria modalità di lavoro: La voce delle stelle viene scritto, diretto, disegnato, animato e doppiato in un fai-da-te che segna per sempre la carriera del regista poiché il risultato finale, considerando più la componente tecnica dell’opera che il contenuto in sé, appare addirittura sbalorditivo. Confrontandolo con qualsiasi prodotto d’animazione media, La voce delle stelle ne esce chiaramente sconfitto, fin troppo statiche certe scelte di regia e messa in moto, ma il carattere amatoriale viene dimenticato di fronte alla fluidità delle battaglie robotiche e alle fragorose esplosioni che ne rinvigoriscono la seconda metà. È anche vero che molta critica si sbrodola andando ben oltre con le lodi e incensando, proprio forse per l’autoralità in cui annega il progetto, la poetica di Shinkai per via di un messaggio tuttavia appare moscio e superficiale, e da queste parti è infatti difficile essere pienamente soddisfatti di questo mediometraggio. Ripetitivo, improbabile, privo di qualsiasi fondamento scientifico e sentimentale, La voce delle stelle non può permettersi di vivere soltanto del concetto espresso, una dolorosa analisi della separazione, di un amore vissuto con una lontananza incolmabile: troppo sintetici i due protagonisti, questi scolaretti che si messaggiano enfatizzando in maniera poco realistica un amore adolescenziale, e piuttosto assurdo lo sviluppo della situazione, che lei che invia e-mail sfruttando il wi-fi di chissà quale lontana galassia. Ed è proprio lo scambio di filosofia spiccia tra i due, elemento portante dell’opera, ad apparire stanco e prolisso, facilone e qualunquista, con parole e frasi incolori, troppo piatte per esprimere realmente i pensieri evocati. Non che l’amore che lega Mikako e Noboru e il modo in cui colpisce lo spettatore sia privo di certo spessore, l’impossibile distanza tra i due tra i due rende ogni mail carica di sofferenza e dispiacere perché non basta la velocità superluminale per impedire che un messaggio arrivi a destinazione anni dopo essere stato inviato. Tuttavia, il contesto è talmente tralasciato, talmente povero che il tutto si riduce a una compiaciuta disperazione (esaltata, tra l’altro, da una melensa insert song abbastanza bruttina) priva di mordente: mancano i dettagli, mancano gli elementi di background, mancano molte, molte cose, sostituite qua e là da confuse parentesi oniriche o scialbi dialoghi interiori.


Rimane quindi una sufficiente piacevolezza nel gustarsi questi combattimenti tra mecha e alieni, in un tripudio di sparatorie, missili e viaggi siderali. Grazie a un buon mecha design e ad animazioni notevoli, tenendo conto delle sole due braccia che hanno lavorato al progetto, la componente fanta-action spazza via le lagne sentimentali che intervengono in continuazione, puntualmente noiose, costantemente superficiali, donando un po’ di agilità e gusto visivo all’opera. Opera che si mostra comunque diretta con buon stile, dinamico e interessante, e che difetta laddove avrebbe invece dovuto offrire il suo meglio, ovvero una sceneggiatura purtroppo sempliciotta sulla base di un’ottima idea.

Unica reperibilità italiana di La voce delle stelle, sottoforma di extra insieme a Lei e il gatto (1999), consiste nella Collector's Edition a 3 DVD edita da Kaze di 5cm per second (2007), secondo lungometraggio cinematografico di Makoto Shinkai.
 
Voto: 5 su 10

venerdì 15 giugno 2012

Recensione: Lei e il gatto

LEI E IL GATTO
Titolo originale: Kanojo to Kanojo  no Neko
Regia: Makoto Shinkai
Soggetto & sceneggiatura: Makoto Shinkai
Character Design: Makoto Shinkai, Mika Shinohara
Musiche: Tenmon
Studio: ComixWave
Formato: cortometraggio (durata 4 min. circa)
Anno di uscita: 1999
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Kaze


Con questo secondo, piccolo lavoro, Makoto Shinkai inizia a riscuotere i primi successi, vincendo il DoGa CG Animation contest nel 2000. Gli bastano appena cinque minuti per espandere e rendere ancora più significativo il messaggio contenuto in Other Worlds (1999), modellandolo in una vicenda meno criptica e frenetica del predecessore, che lo spettatore può quindi assaporare più piacevolmente. È interessante che Lei e il gatto sia narrato attraverso il punto di vista del gatto stesso, Chobi, che osserva la sua padrona maturando un forte legame affettivo anche se non riesce ovviamente a capire la natura umana. La ragazza si trova in una sorta di stato depressivo: la si vede, sfuggente, vivere una vita che il gatto/spettatore non conosce. Una vita raccontata, per quanto ne possa capire, dai pensieri semplici e buffi, ma non per questo meno profondi nella loro innocenza, di questo simpatico batuffolo di pelo.

Ritornano, quindi, i temi della separazione, della lontananza e della paura della solitudine, animati questa volta con una maggior corposità pur rimanendo, sia chiaro, in un limbo minimale dove le immagini e disegni (sporchi ma allo stesso tempo dolci) si susseguono (e in alcuni casi, ripetono) mostrando lievi movimenti, per lo più poco importanti, accompagnati da una tenue colonna sonora pianistica (a opera di Tenmon, amico personale di Shinkai, che a partire da Lei e il gatto diverrà presenza fissa in tutti i lavori successivi). Da riscoprire se si vuole avere un quadro completo della produzione di Shinkai prima del successo internazione de La voce delle stelle (2002). Shinkai tornerà a raccontarci il punto di vista di un gatto nei riguardi della sua famiglia umana, questa volta in termini prettamente comici, nel divertente A Gathering of Cats contenuto nell'antologia animata Ani-Kuri 15 (2007).

Unica reperibilità italiana di Lei e il gatto, sottoforma di extra insieme a La voce delle stelle, consiste nella Collector's Edition a 3 DVD edita da Kaze di 5cm per second (2007), secondo lungometraggio cinematografico di Makoto Shinkai.

Voto: n.v.

mercoledì 13 giugno 2012

Recensione: Other Worlds

OTHER WORLDS
Titolo originale: Toi Sekai
Regia: Makoto Shinkai
Soggetto & sceneggiatura: Makoto Shinkai
Character Design: Makoto Niitsu
Musiche: Megumi Eda
Studio: ComixWave
Formato: cortometraggio (durata 1 min. circa)
Anno di uscita: 1999

Non è di certo questa prima, cortissima produzione a mostrare il talento alla critica di Makoto Shinkai, espresso nei suoi successivi lavori, ma, come nel caso di Lei e il gatto (1999), suo secondo cortometraggio, in questi pochi secondi di girato è possibile scoprire molti dei tratti che renderanno famoso il tuttofare nipponico. Non si tratta soltanto del suo voler controllare ogni singolo aspetto dell’opera, dai disegni alle animazioni, ma parlo proprio dei temi, degli argomenti che, come vediamo in questo corto targato lo stesso anno, continuano a essere privilegiati dall'artista fin dalle origini: la distanza, la lontananza, il distacco, ai quali inevitabilmente si aggiungono tristezza e solitudine.

Non c’è molto da dire su Other Worlds, scheggia minimale dove statiche immagini in bianco e nero, lievemente animate, si susseguono lente e ipnotiche, intervallate da semplice frasi e domande di poche parole con cui viene esternato il pensiero del protagonista. È il triste capolinea di una storia d'amore, una fotografia amara di una relazione sul punto di chiudersi, resa nella sua interezza in un solo minuto e mezzo. Pare impossibile riuscire a raccontarla tutta, ma Shinkai colpisce quanto basta, con tocchi lievi e sentiti che ben dipingono il quadro grazie a un montaggio veloce che, indugiando nei momenti più intensi, ben ne rende il senso e il successivo sfacelo mentale.

È abbastanza chiaro come Other Worlds si tratti di una visione consigliata unicamente ai completisti (Shinkai  otterrà attenzione e riconoscimento con le opere successive) ma è comunque interessante scoprire quanto già significativi fossero i primi passi del talentuoso regista nipponico.

Voto: n.v.

lunedì 3 ottobre 2011

Recensione: Ani-Kuri 15

ANI-KURI 15
Titolo originale: Ani-Kuri 15
Regia: Mahiro Maeda, Range Murata & Tatsuya Yabuta, Atsushi Takeuchi, Akemi Hayashi, Mamoru Oshii, Michael Arias, Satoshi Kon, Tobira Oda & Yasuyuki Shimizu, Makoto Shinkai, Shojiro Nishimi, Kazuto Nakazawa, Shoji Kawamori, Yasufumi Soejima, Shinji Kimura, Osamu Kobayashi
Studio: GONZO, Production I.G, GAINAX, Studio 4°C, Mad House, ComixWave, SATELIGHT
Formato: serie tv di 15 episodi (durata ep. 1 min. circa)
Anni di uscita: 2007 - 2008


Progetto innovativo e dalle grandi potenzialità Ani-Kuri 15, antologia di corti animati che, insieme ai due Genius Party quasi contemporanei, celebra il genio di alcuni dei più importanti animatori e registi anime contemporanei. Basato su tre "stagioni" animate da 5 episodi l'una, puntate dirette ciascuna da uno degli artisti ingaggiati e realizzate dai loro studi d'animazione prediletti, Ani-kuri 15 (abbreviazione di "Anime" e "Creators") stupisce sopratutto per la durata di ogni suo segmento: solo 1 minuto. Sessanta secondi nel quale ogni star cerca di imprimere la sua impronta personale, in tracce che possono essere visionarie, leggere o anche densissime di avvenimenti, un libero sfogo alla fantasia che partorisce un'opera interessante e autoriale.

Si ha inizio con Princess Onmitsu di Mahiro "Gankutsuou" Maeda e animato da GONZO, che più di ogni altra traccia frigge i neuroni raccontando con inumana velocità una storia avventurosa. Un minuto in cui la principessa omonima viene assalita da ninja assassini, il suo servitore robotico la difende, lei si trasforma col suo completo da battaglia, vincono la battaglia e hanno anche il tempo di affrontare il capo dei sicari che risiede in una nave volante e che tenta di conquistare con avances la ragazza. Tutto iper-dinamico e con dialoghi praticamente urlati e quasi incomprensibili. L'esplosione di colori vivaci e la follia garantiscono divertimento. Sempre GONZO anima Gyrospter di Range Murata e Tatsuya Yabuta, realizzato completamente con sua solita, onnipresente CG che abbiamo un po' tutti imparato a odiare. Una ragazza, con l'ausilio di una futuristica navicella, vola sopra a una maestosa architettura acquatica sospesa nel vuoto, in uno scenario fantasy/steampunk estremamente suggestivo. Peccato che poi tutto esplode senza senso, e la vicenda si chiuda in modo enigmatico e incolore.

Buono Wandaba Kiss di Atsushi Takeuchi e Production I.G: per ricevere il bacio della piccola Wandaba, il tenero bimbo protagonista deve superare una prova di coraggio diventando la pedina "umana" di una gigantesca macchina di Rube Goldberg. Intermezzo piacevole, sopratutto perché realizzato con chara bambinesco e color pastello in linea con le atmosfere sognanti che vuole evocare.

Accompagnato da una malinconica canzone, From the Other Side of the Tears di Akemi Hayashi e GAINAX narra lo strazio di una ragazza che ha appena chiuso col suo tipo. Un episodio abbastanza dimenticabile, ma almeno lo straziante brano musicale è piacevole da ascoltare. Risultato altrettanto negativo è Project Mermaid, forse il più deludente tra tutti se si considera che è realizzato da Oshii e Production I.G, rappresentando uno dei titoli di richiamo dell'intero progetto. Una sirena attraversa il cyberspazio fino a fuoriuscire nella realtà. E quindi? Tutto realizzato in CG vuota e fondali cibernetici insignificanti. Va bene che il regista si è costruito la fama sul cyberpunk del Ghost in the Shell animato, ma qui è palese la mancanza di ispirazione.

Frolicking di Michael Arias (Studio 4°C) si basa anch'esso sul nulla, ma è deliziosamente visionario: nelle sterminate campagne verdi di uno scenario indefinito e seducente, un gruppo di bambini gioca e corre insieme a un gigantesco automa. Atmosfere e ambientazioni che ricordano il Laputa del Castello nel cielo di Hayao Miyazaki, meravigliando con la stessa efficacia. Buon risultato anche l'episodio di Satoshi Kon, il suo tristemente ultimo lavoro da regista. Good Morning parla di una ragazza nel bel mezzo della veglia, in attesa di alzarsi dal letto, fare la doccia e prepararsi a iniziare una nuova giornata. Ben diretto e dal caratteristico stile grafico delle produzioni del regista, rappresenta benissimo le sensazioni provate quando ci si sveglia e non si riesce a connettere il cervello con le azioni che si stanno compiendo.

 
Sports Colonel Episode 18: The Assassin Comes to Hunt in the Mountains!! è la storia di un karateka, Colonnello, inseguito da un assassino chiamato Paul che per qualche motivo vuole ucciderlo. Cercando di evitare di mettere di mezzo i suoi due animali che lo seguono, un corvo e un orso, il protagonista andrà incontro a una ridicola sorte... "Bizzarro" è l'aggettivo giusto per definire l'episodio, realizzato com'è in un alienante b/n "fumettoso". Di Tobira Oda e Yasuyuki Shimizu, realizzato da Studio 4°C.

A Gathering of Cats è uno dei momenti migliori di Ani-Kuri 15: col consueto tratto dolce che gli compete, Makoto Shinkai torna a parlare dei sentimenti di un gatto verso i suoi padroni, riprendendo Lei e il gatto però in un'alternativa versione comica e a colori, visto che l'episodio parla dei divertenti sogni vendicativi del felino la cui coda viene continuamente pestata, inavvertitamente, dagli umani. Divertente e graficamente delizioso, realizzato da Comix Wave Film.

Invasion from Space: Hiroshi's Case è la storia di una navicella spaziale che, precipitata nella camera di un ragazzo (Hiroshi appunto), lo distrae ripetutamente facendo rumori, fino a squagliarsela al momento opportuno. Sketch anonimo e disegnato in modo poco interessante (sembra il tratto di Beavis & Butt-Head), ma interessante registicamente, realizzato com'è  in una singola inquadratura. Di Shojiro Nishimi e Studio 4°C. Altrettanto sperimentale è Yururu: Daily Chapter, di Kazuto Nakazawa e Studio 4°C, ripresa velocizzata del disegno di un fotogramma da parte di un animatore. Immagine che verrà poi colorata come risultato finale.

Un altro dei segmenti più riusciti è quello di Shoji "Macross" Kawamori, che nell'arco di sessanta secondi torna raccontare storie di robottoni con Project Omega, mostrando in che modo l'emittente televisiva NHK si difende dalla caduta di un asteroide. Divertente e realizzato con inserti di ottima CG dalla solita, grande SATELIGHT esperta nel settore. Computer graphic che invece non splende affatto in Heat Man di Yasufumi Sohjima, subito successivo ed episodio meno riuscito in assoluto: la confusionaria storiellina, ancora una volta a opera di GONZO e sempre in una CG mal fatta (al livello dei filmati della prima PlayStation), di una tribù indigena che affronta una belva posseduta da un qualche spirito... Curiosamente la puntata dopo è al contrario quella migliore: Attack of Azuma Area #2 è una divertente parodia delle invasioni extraterrestri americane anni 50, animata in una curiosa e multiforme CG, colma di umorismo demenziale e che si prende in giro da sola. Di Shinji Kimura e Studio 4°C.


Chiude l'opera il divertente Sancha Blues di Osamu Kobayashi e Mad House, che dopo BECK tornano ad ambientare una storia nel mondo della musica. Usufruendo di un originale chara designer "graffittaro", Sancha Blues ci fa conoscere un divertente vecchietto, proprietario di un negozio di dischi, che si sfrega le mani compiaciuto ogni qualvolta entra un cliente.

Ani-Kuri 15 non sarà, per concludere, nulla di epocale o di chissà che elevatissimo livello, ma trasuda carisma e, vista la sua breve durata e il senso di bizzarro che fa respirare in ognuna delle sue tracce, riesce davvero a dare forma e sostanza a 15 universi narrativi di grande fantasia che si fanno ricordare.

Voto: 7 su 10

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