lunedì 24 giugno 2013

Recensione: Asura

ASURA
Titolo originale: Ashura
Regia: Keiichi Sato
Soggetto: (basato sul fumetto originale di George Akiyama)
Sceneggiatura: Ikuko Takahashi
Character Design: Yukitoshi Hotani
Musiche: Norihito Sumitomo, Susumu Ueda, Yoshihiro Ike
Studio: Toei Animation
Formato: film cinematografico (durata 76 min. circa)
Anno di uscita: 2012


Preceduto da voci che ne esaltavano, un po’ come succede sempre in questi casi, il violento lato grafico e la truce morale, è sinceramente strano, ma anche interessante, trovare in cabina di regia di questo amarissimo Asura Keichi Satou, forte del successo di critica e di pubblico di Karas (2005) e Tiger &; Bunny (2011) (e non dimentichiamo il suo contributo a The Big O, 1999), opere di certo di ben altro registro. Cosa aspettarsi quindi da un regista con l’amore per certo supereroismo e una visione complessiva squisitamente pop, alle prese con il manga omonimo del “Re del Trauma” George Akyiama, ben noto per i suoi lavori feroci, socialmente stomachevoli e perennemente ostacolati dalla censura?

Se appare ovvio come le chiacchiere servano per alimentare, ingigantire e incuriosire un determinato pubblico, bisogna anche dire che Asura prova, e spesso ci riesce, nell’intento di mostrarsi forte e indigesto, bieco e disumano nella stessa maniera in cui viene presentato, ma in un’ottica generale si è ben più felici e soddisfati di un film sicuramente imperfetto e non sempre lucido, ma potente e spietato non solo nella sua componente più schiettamente visiva, bensì anche in una vicenda sofferta e drammatica, scritta con meticolosità psicologica e che appare, come invece era facile attendersi, tutt’altro che accessoria.

La tragica infanzia del piccolo protagonista pare avere un destino scritto sin dai suoi primi giorni, quando, ancora neonato, assiste suo malgrado alla disperata sopravvivenza della madre che, in un periodo di carestia, si nutre di cadaveri e, portata alle soglie della pazzia, arriva perfino a minacciare il figlio stesso. Trovato vagabondare, con fattezze mostruose e munito di una gigantesca ascia, da un monaco, il piccolo viene chiamato Asura, e inizierà da quel giorno il suo calvario per poter convivere, nonostante la sua natura bestiale e aggressiva, con gli uomini in un tempo lontano e difficile, un medioevo crudele e senza speranza. Con un simile incipit è evidente l’imprint buddhista, l’asura rappresenta un livello di esistenza dove prevale l’ira e l’egoismo necessari per la sola sopravvivenza, e sebbene ci siano differenze tra le varie culture buddhiste asiatiche, è altrettanto chiaro come l’intento del monaco, che nel piccolo mostro armato di enorme ascia che uccide chiunque senza ritegno vede un barlume di speranza, sia di incanalare la sua via spirituale verso un significativo compimento che lo allontani dalla violenta avidità e lo avvicini allo stadio umano, da dove poter ripartire e, semplicemente, vivere.


Il peregrinare di Asura è però difficile e costellato di sofferenze forse ancora maggiori, perché se prima la violenza era l’unica cosa che conosceva, il dolore che sopraggiunge quando trova l’amore, simbolicamente materno, e in seguito lo perde è qualcosa che non può controllare, a cui non può sopravvivere se no nritrovando l’unico se stesso che conosce. Il film si può quindi riassumere in questo schema, ne consegue anche la breve durata di appena 70 minuti scarsi, ma la sceneggiatura di Ikuko Takahashi segue con attenzione l’avvicinarsi di Asura al mondo umano, ne sottolinea gli interrogativi e le complessità nell’accettare una vita molto più stratificata di quella che viveva, e la regia di Sato, pur non indugiando dove e soprattutto come dovrebbe, nei momenti più disperati, pestando il pedale di quella brutalità che accompagna pedissequamente Asura, imbastisce un contesto orrorifico di gran suggestione, lo colora di neri e grigi e lo chiazza giustamente di sangue, e alterna con precisione riflessioni e sequenze cruente. Enorme merito è però anche del comparto grafico, con disegni assai particolari che prendono vita con una buona dose di CG che enfatizza meravigliosamente ogni movimento.

Alla pellicola mancherebbe quindi un po' di scorza, non che esiti a mostrare efferatezze e a calcare la mano sul cannibalismo (emblematica è la "tenerezza" sanguinolenta con cui Asura cerca il contatto con Wakasa), e sulle condizioni di povertà e miseria in cui annega la popolazione, ma sembra quasi che il potenziale non sia stato sfruttato appieno, che seppur dando valore a una morale terribile e profonda non ci sia quel quid che rende davvero spaventoso e angosciante lo scenario rappresentato, fermandosi invece a uno strato poco sotto la superficie utile a raccontare una bella, oscura e difficile storia, ma ahimè niente più.

Voto: 7 su 10

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