lunedì 20 giugno 2016

Recensione: Oni - Carne e acciaio

ONI: CARNE E ACCIAIO
Titolo originale: Daimajū Gekitō - Hagane no Oni
Regia: Toshiki Hirano
Soggetto & sceneggiatura: Shou Aikawa
Character Design: Naoyuki Onda
Mechanical Design: Koichi Ohata
Musiche: Masahiro Kasazaki
Studio: AIC
Formato: OVA (durata 56 min. circa)
Anno di uscita: 1987
Disponibilità: edizione italiana in VHS a cura di Yamato Video


In un - allora - futuristico anno 1999, un team di scienziati militari scopre la misteriosa Particella di Malhuder, e, sfruttandola per creare ed equipaggiare un gigantesco satellite-laser, sperimenta quest'ultimo nell'isola di Kushini, finendo con l'aprire una breccia verso un'altra dimensione da cui esce una mostruosa creatura dormiente. Anni dopo, Takuya Gloose, ex soldato che ha abbandonato i ranghi proprio dopo quell'esperimento, torna alla sua vecchia base dietro una richiesta d'aiuto inviatagli dal suo vecchio commilitone Haruka Alford, anch'esso all'epoca legato al fatto. Al suo arrivo, però, Takuya scopre che il suo amico è estremamente cambiato...

Arrivato nei primi anni '90 in Italia per mezzo di Yamato Video, Il combattimento del gran demone bestiale: Oni d'acciaio (puerilmente ribattezzato Oni - Carne e acciaio dalla casa editrice milanese) rientra a pieno "merito" nella lunga, sterminata lista di quegli assurdi OVA Ottantini Made in AIC che hanno "addestrato" quei registi e animatori otaku che negli anni si sarebbero fatti un nome nell'ambiente. Parliamo della terza opera da regista del famigerato Toshiki Hirano, il genio che ha creato il folle Fight! Iczer-1 (1985) e il grandioso Dangaioh (1987), che in questo caso però firma il trittico rinunciando a lavorare sul fronte di disegni, animazioni e sceneggiature, preferendo delegare in toto le responsabilità ai suoi collaboratori, tutti provenienti dall'opera precedente. La discrepanza sarà ben vistosa: Oni gode di un design tutto sommato curato e abbastanza piacevole (Naoyuki Onda ricorda molto Hiroyuki Kitazume, appena salito alla ribalta con Mobile Suit Gundam ZZ, col suo tratto pulito e colorato dato da linee essenziali e geometriche), ma niente di davvero sfizioso o esaltante per cui valga la pena visionare l'opera in questione. Essa è ben lungi dal definirsi imperdibile, segnalandosi come un titolo sì guardabile, ma narrativamente flebile e tecnicamente lontanissimo da quella festa di colori, animazioni e scene trucide e sessuali che hanno contraddistinto, rendendoli così irresistibili e pazzoidi, i cult sopracitati. È facile perdonare gli OVA Eighties per le loro trame bislacche, inventate da staff che volevano proporre sperimentazioni visive e narrative che non si potevano mostrare in TV facendo dominare la scena alle arti tecniche e figurative,  ma se mancano queste ultime cosa rimane infine a queste produzioni? Giusto la storia, spesso approssimativa, confusionaria o mal scritta, e che in questo caso in particolare è semplicemente priva di interesse. Quasi una beffa pensare che Oni sia il primo lavoro in assoluto realizzato dallo staff originale designato per il progetto Daimajinga1 (che poi saltò, come sappiamo, evolvendo in Dangaioh, realizzato però anche con il contributo di altri artisti)!

Il risultato finale è un thriller/horror fantascientifico sui generis, senza inquietudine, senza violenza e senza erotismo, che racconta con stanchezza di come il freddo Takuya e la sua amichetta militare Lyse indaghino su un amico comune che sappiamo benissimo essere diventato un cattivone forse non di questo mondo. Nel corso delle investigazioni l'eroe scoprirà cos'è avvenuto in quel fatidico esperimento avvenuto tanto tempo fa, quant'è cinico il suo superiore senza scrupoli a capo della base (wow!) e quale problema ha Haruka: morirà qualcuno nel frattempo e ogni questione verrà infine risolta, negli ultimi dieci minuti, da un duello fra creature aliene/robottoni (dalle fattezze di Oni, da qui il titolo) inserito così giusto perché ci deve SEMPRE essere uno scontro tra mecha che distrugge lo scenario a furia di colpi e devastazioni, non importa se la cosa è così ridicola da sembrare posticcia, preceduta da 40 minuti che evocano tutt'altro genere di atmosfere. Quasi inutile confermare (come se ce ne fosse il bisogno, parlando di una storiellina di manco un'ora totale di durata) che ogni sviluppo della narrazione è ampiamente prevedibile e che gli attori sono insipidi e superficiali così come i rapporti che li legano, e queste cose ovviamente condannano l'opera a farsi ricordare come un horror statico e banale. Animazioni? Meno che modeste per quasi tutta la durata dell'OVA, salvo che nel combattivo finale dove perlomeno raggiungono i fasti di fluidità che ci si attende da colossi che si prendono a mazzate in una storia rivolta all'home video. Musiche? Synth martellanti ed evanescenti: quasi impossibile aspettarsi qualcosa di diverso o migliore, con l'aggravante di una insert song bruttissima nelle battute finali (l'involontariamente spassosa Burning Eyes, che accompagnata a un momento topico particolarmente tragico vorrebbe suonare seria e drammatica ma invece ne esce ridicola oltre ogni limite visto l'inglese maccheronico del cantante).


Si salva qualcosa? Poco, in verità. La vicenda scorre nella sua estrema insignificanza in modo tutto sommato onesto, senza brillare ma anche senza annoiare eccessivamente, e il chara come detto è abbastanza attraente. Il design dei due mostri finali poi (almeno questo!) è favoloso: Koichi Ohata crea due creature dalle intriganti fattezze demoniache, minacciose, corazzate e ricchi di dettagli (animati splendidamente), che giustamente faranno la gioia di chi ama commistioni organiche tra horror e robotico. Altro però non si può difendere di un'opera decisamente svogliata e priva di attrattiva che sarà presto condannata al totale oblio. Fortunatamente, almeno l'anno dopo Hirano tornerà a deliziare gli occhi del pubblico con lo sperimentale Dragon's Heaven, forte di una confezione estetica almeno degna degli antichi fasti.

Voto: 5,5 su 10


FONTI
1 Wikipedia giapponese di "Daimajū Gekitō - Hagane no Oni". Ringrazio Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit) per la traduzione

lunedì 13 giugno 2016

Recensione: Hurricane Polimar

HURRICANE POLIMAR
Titolo originale: Hurricane Polymar
Regia: Hisayuki Toriumi
Soggetto: Tatsuo Yoshida, Tatsunoko Literary Team
Sceneggiatura: Jinzo Toriumi, Akiyoshi Sakai
Character Design: Tatsuo Yoshida, Yoshitaka Amano
Mechanical Design: Kunio Okawara, Mitsuki Nakamura
Musiche: Shunsuke Kikuchi
Studio: Tatsunoko Production
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1974 - 1975
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Dynit


Non c'è dubbio che Hurricane Polimar appartenga - com'è naturale che sia visto il suo anno di uscita sugli schermi televisivi nipponici (1974) - al novero delle produzioni animate rivolte ai giovanissimi, difficilmente apprezzabile nella sua interezza da uno smaliziato pubblico odierno (principalmente adulto) ormai abituato ad anime dedicati a ogni fascia d'età. Eppure, è palese che c'è un qualcosa, nella terza opera supereroistica Tatsunoko Productions, interamente comica e priva di alcuno spunto serioso, che la rende a tratti davvero speciale, al punto tale che ancora oggi potrebbe rappresentare per più di qualcuno un piacevole passatempo che trascende il target o i suoi stessi limiti strutturali.

Superando in questo campo addirittura i precedenti Science Ninja Team Gatchaman (1972) e Kyashan il ragazzo androide (1973), infatti, Polimar rinuncia di fatto a una qualsiasi trama definibile come tale. In questa storia, ambientata nella fittizia metropoli simil-americana di Washinkyo (ovvia fusione tra Tokyo e Washington, per rimarcare ancora una volta1 le ambizioni di vendita estera del lavoro, come i titoli sopracitati), troviamo una buffa agenzia investigativa, guidata dal maldestro trentottenne "New Sherlock Holmes" Joe Kuruma, dalla sexy manager Teru Nanba, dal sonnolento San Bernardo Barone e dal protagonista Takeshi Onitora dall'orribile taglio di capelli a caschetto, che in ogni puntata stana e snida una banda di malviventi mascherati in modo sempre più ridicolo, aiutando l'Agenzia Segreta Internazionale di Polizia guidata del padre di Takeshi, Toragoro Onitora (all'oscuro, ovviamente, del coinvolgimento del figlio, fuggito da un anno da casa). Ogni battaglia contro il crimine è risolta dal supereroe karateka Hurricane Polimar, identità fittizia di Takeshi, che grazie a un casco speciale è in grado di assumere incredibili poteri combattivi e di trasformazione (in aereo e sottomarino) per effetto di un avanzato polimero che riveste il suo corpo. Stop. Non c'è assolutamente nulla di legato in continuity, ogni episodio è autoconclusivo e isolato e racconta di una nuova avventura in cui gli eroi distruggono l'ennesima banda criminale: di puntate "importanti" ce ne sono solo una a metà serie che spiega le origini dei poteri di Polimar e le ultime due che "risolvono" la sottotrama (mai veramente in primo piano) del rapporto tra l'eroe e suo padre. L'unica motivazione per guardare Polimar oggi risiede nell'interesse per l'azione concitata di ogni storia e per i simpatici elementi del cast, ed è con un certo ottimismo che posso dire che è facile per molti essere all'altezza di entrambi i requisiti!

La comicità dell'imbranato e sdentato comprimario (e co-protagonista) Joe Kuruma è contagiosa, così stupidella e infantile da essere, per qualche arcano motivo, irresistibile, per grazia di dialoghi  surreali e spassosi e un'eccellente, divertita prova vocale del suo seiyuu Takeshi Aono. Coi suoi saltelli isterici, l'arroganza usata a sproposito e le eterne figuracce rimediate volta per volta coi criminali, il New Sherlock Holmes diventa presto una spalla comica davvero fondamentale nel dare pepe alle avventure (un capolavoro l'episodio 15 dove diventa l'invincibile Holamar!), rendendole gradevoli e snellendo almeno in parte la noia, purtroppo inevitabile, di intrecci action sempre uguali che, tokusatsu 100%, prevedono la riproposizione eterna delle stesse scene e degli stessi avvenimenti. Ogni puntata sarà sempre uguale all'altra: inizia con l'entrata in scena del nuovo gruppo di malviventi che commette il primo crimine, prosegue con gli eroi che spiano l'Agenzia Segreta Internazionale di Polizia, apprendendo del nuovo nemico e di cui poi raggiungono il covo, e culmina con Joe e Teru catturati e salvati poi da Polimar, che prima minaccia i cattivi con la sua teatrale entrata in scena e poi li massacra a colpi di arti marziali.


La ripetitività infinita e costante rende difficile la visione, è inutile negarlo: ma, vuoi per la brevità della serie (solo 26 episodi, quasi sicuramente non è titolo che ha avuto molto successo), vuoi per la simpatia del cast e le atmosfere di puro cazzeggio e dileggio degli stereotipi supereroistici e della drammaticità di Gatchaman e Kyashan, Polimar sa riservare ai fortunati che lo vedranno momenti divertenti e disimpegnati. Si ride per la stupidità di Joe Kuruma e della sua pistola spara-acqua e per i look sempre più deliranti dei cattivi della settimana, abbigliati con costumi legati al mondo animale (uomini-scoiattolo volante, tartaruga, serpente, ratto, scorpione, etc.), e si assiste meravigliati ai lunghi, grotteschi combattimenti dell'eroico Hurricane Polimar, dati da milioni di acrobazie e primi piani ossessivi dell'eroe che inferisce su qualche sventurato avversario massacrandolo di pugni, calci o gomitate a furia di urli di karate volutamente ispirati2 a quelli di Bruce Lee in The Way of the Dragon (1972, in Italia L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidente), pellicola che fece scalpore in Giappone in quel periodo e che viene omaggiata anche dal taglio di capelli dello stesso Takeshi (riprende ovviamente quelli dell'indimenticato Piccolo Drago).

Rimane difficile, purtroppo, esaltarsi tantissimo con Polimar, ma tutto sommato è una produzione animata molto carina e simpatica che, presa a piccole dosi, sa ancora rivelare simpatia, abbastanza per farsi apprezzare. Nulla di trascendentale dal lato tecnico (animazioni più che dignitose ma senza esagerare) ed estetico (i disegni simil-occidentali di Yoshitaka Amano, come sempre, possono piacere o meno), neanche mai rimasterizzata significativamente per un adeguato riversamento in DVD o BD (tant'è che anche gli essenziali DVD Dynit peccano di un video usurato poco più che soddisfacente, con colori opachi e privi di definizione, oltre a mancare di extra significativi), l'opera Tatsunoko forse sarà la meno importante della "quadrilogia supereroica" dello studio (nonostante avrà anche lei, come le altre, un revival nei '90 con degli OVA disegnati da Yasuomi Umetu), ma conserva intatta parte significativa del suo fascino originale. Potrebbe riservare qualche sorpresa, non sarebbe male darle almeno una chance.

Voto: 6,5 su 10


FONTI
1 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 111
2 Secondo la pagina di Wikipedia giapponese, è scritto a pag. 92 del saggio "The Seiyuu 1995" (1994, Mediax). Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit) conferma la validità dell'informazione

lunedì 6 giugno 2016

Recensione: Sword of the Stranger

SWORD OF THE STRANGER
Titolo originale: Stranger - Mukoh Hadan
Regia: Masahiro Ando
Soggetto & sceneggiatura: Fumihiko Takayama
Character Design: Tsunenori Saito
Musiche: Naoki Sato
Studio: BONES
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 102 min. circa)
Anno di uscita: 2007
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Dynit


Nel Giappone feudale dell'epoca Sengoku si muove di villaggio in villaggio un ronin vagabondo senza nome, imbattibile spadaccino, disgustato dalla guerra che gli ha fatto fare cose orribili. Stringerà amicizia con un piccolo orfanello, Kotaro, ignorando però che il ragazzino è ricercato da alcuni guerrieri Ming di una delegazione cinese attualmente ospitata da un daimyo della zona, che intendono sacrificarlo al loro imperatore in un sanguinoso rituale occulto. Il samurai tornerà a brandire la spada per salvarlo, partecipando in qualità di terza forza autonoma nel piccolo conflitto locale che scoppierà tra i cinesi e le truppe di un ambizioso samurai che vuole usurpare il posto del suo signore.

Sword of the Stranger non è nulla che non si sia già visto nel genere, un film di cappa e spada di antica tradizione come ne esistono a migliaia in Giappone e assimilabile, come spunto di partenza (spadaccino invincibile che conduce una vita pellegrina per fuggire ai rimorsi delle azioni compiute in battaglia), al manga Kenshin samurai vagabondo (1994) che è tra i più conosciuti esponenti dell'ultimo decennio e mezzo, apprezzato anche in Italia. Non è quindi certo nell'originalità che il film BONES del 2007, il suo primo lavoro dal soggetto originale, trova la sua dimensione migliore, ingabbiato in un canovaccio prevedibile che richiama, come lo hanno presentato regista e sceneggiatore1, un genuino B-movie, a metà strada tra il cinema di Akira Kurosawa e uno spaghetti western, senza alcuna pretesa se non divertire e far passare piacevolmente il tempo. Missione ben compiuta direi: quello che soffre in narrativa lo recupera in splendida, splendida esecuzione delle scene d'azione, pronte a esplodere in un tripudio di epicità e musiche eccezionali. Due ore, insomma, che offrono in abbondanza quello che si cerca: avventura e tanti, tanti spettacolari combattimenti all'arma bianca. Chi se ne importa del resto!

Si stenda un velo pietoso sulla trama, inesistente se non un puro pretesto per giustificare i duelli, e sui due protagonisti principali, ridotti al rango di macchiette da caratterizzazioni stereotipatissime che non dicono niente e i cui drammi sono assimilati già in partenza (l'eroe forte, letale e silenzioso pieno di fantasmi interiori, l'antipatico ragazzino petulante che ha avuto ovviamente una vita di emme): enorme carisma lo trovano invece i numerosissimi antagonisti, addirittura due fazioni ciascuna guidata da almeno 2/3 guerrieri minacciosi pronti a darsi battaglia. Carisma che, bene puntualizzarlo, è puramente scenico, risaltando non da chissà quale mirabile introspezione psicologica, quanto da un azzeccatissimo chara design che trasmette, con abbigliamenti, armi e look (e dialoghi brevissimi e mirati, che comunicano senza nessuno spiegazionismo eccessivo gli scopi, le ambizioni e le relazioni interpersonali), un senso di coolness perfetto per le mire action della storia, degne di un battle shounen di alto livello. Tutti questi bad asses si scontreranno quindi in un gustoso tutti contro tutti nella battaglia che chiude il film.

È in questo contesto, quindi, che Sword of the Stranger trova la sua ragione d'essere: se la parte interlocutoria scorre senza particolari sussulti, segnalandosi esteticamente per l'alto livello dei fondali ma rappresentando una classica storiellina di un'amicizia divisa dai samurai cattivi (o sarebbe meglio dire di un qualcosa di più vicino al legame omosessuale, come confermato dallo staff2 e che riguarda più esplicitamente anche altri elementi del cast), gli scontri, per la maestosità delle coreografie e delle animazioni, strabiliano. BONES ha tecnicamente fatto un lavoro coi fiocchi: con un gusto estetico quasi espressionista ha reso i duelli dei quadri, delle maestose danze di morte. Movenze e animazioni così fluide e realistiche da sembrare frutto di motion capture; elementi atmosferici e paesaggistici poeticamente influenzati dai movimenti e dal cozzare delle lame; corpi deformati da sollecitazioni fisiche e, in ultima istanza, una folle carica sanguinaria data da arti smembrati, teste mozzate e geyser di sangue che spruzzano come idranti: lascio immaginare lo stordimento e lo spettacolo dato da tutto questo insieme di cose raccontato in sequenze e inquadrature ipercinetiche che fanno sembrare il tutto una convulsa, epicissima opera d'arte astratta che tiene gli occhi dello spettatore incollati allo schermo per non lasciarli più. Memorabili a questo scopo anche le introduzioni dei vari duellanti, la loro presentazione o le prime schermaglie che sappiamo non porteranno a niente, pronte  a preparare il terreno per quando l'emoglobina comincerà finalmente e catarticamente a scorrere. Avvincente poi la potente colonna sonora di Naoki Sato, data da martellanti esplosioni sinfoniche che mischiano le consuete sonorità da tipico film feudale nipponico con influenze moderne. L'ultima mezz'ora di film, in cui tutti i contendenti si massacrano a vicenda secondo la precisa modalità del morire di morte violenta dopo aver fatto precedentemente i divi macellando soldati-carne da macello in modi fantasiosi, si potrebbe insomma accostare a una moderna Iliade dagli occhi a mandorla, di cui si respirano per davvero le atmosfere.


Un tocco di genio il parlato cinese usato per i guerrieri Ming, artifizio che dà un tocco esotico al tutto contribuendo all'aura di mistero sulle loro formidabili capacità, e ottima la ricostruzione storica in costumi e interni. Eccellente il chara design di Tsunenori Saito, il classico tratto "alla BONES" semplice, gommoso e accattivante perfetto per definire e dare espressività ai personaggi (particolarmente ispirato nel dare forma al rivale principale del protagonista, il biondo Ming Luo-Lang), mentre deludente la resa dei paesaggi e soprattutto della gigantesca impalcatura costruita dai Ming per sacrificare Kotaro, realizzata con una goffa e spartana computer grafica.

Sword of the Stranger, a dispetto della magnificenza delle scene d'azione, purtroppo non troverà neanche un successo di nicchia, passando a tutt'oggi più o meno inosservato (nonostante, nell'anno di uscita,  sarà apprezzato in vari festival cinematografici come quello di Annecy, di Porto Alegre e di Bologna3), e questo è sinceramente un peccato. Si poteva scrivere qualcosa di meno banale e scontato e, sicuramente, la patina splatter e certi momenti "impegnati" e riflessioni sulla violenza sembrano messi lì tanto per dare un'impronta matura a una storia altrimenti sempliciotta e rivolta ai giovani, ma meglio realizzare benissimo una storia collaudata e senza ambizioni esagerate che ambire eccessivamente in alto col rischio di rovinare tutto. A mio modo di vedere, per le sue pretese e per quello che voleva essere e dire, il lavoro di Masahiro Ando è sorprendente e a tratti memorabile e per questo avrebbe meritato il rango di cult movie in ambito storico/avventuroso. Peccato per l'incolore doppiaggio realizzato in Italia da Dynit, motivo che mi porta a consigliare la visione del film in lingua originale con sottotitoli.

Voto: 7,5 su 10


FONTI
1 Guido  Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 477
2 Booklet allegato all'edizione italiana in DVD/BD del film ("Il regista Masahiro Ando e lo sceneggiatore Fumihiko Takayama ci raccontano come hanno creato il film", Dynit, 2010, pag. 25-26)
3 Vedere punto 1

lunedì 30 maggio 2016

Recensione: Mobile Suit Gundam AGE - Memory of Eden

MOBILE SUIT GUNDAM AGE: MEMORY OF EDEN
Titolo originale: Kidō Senshi Gundam AGE - Memory of Eden
Regia: Shinya Watada
Soggetto & sceneggiatura: Akihiro Hino, Noboru Kimura
Character Design: Takuzo Nagano (originale), Michinori Chiba
Mechanical Design: Junya Ishigaki, Kanetake Ebikawa, Kenji Teraoka
Musiche: Kei Yoshikawa
Studio: Sunrise
Formato: serie OVA di 2 episodi (durata ep. 114 min. circa)
Anno di uscita: 2013


In verità, nonostante le aspettative non possano che essere giustamente inesistenti (e si accompagnano anche alle perplessità sul senso commerciale di dare una seconda possibilità al per ora più grande flop della storia gundamica di sempre, quando non si era tentato di fare lo stesso, in passato, magari nei riguardi del meno fallimentare After War Gundam X), è con una certa sorpresa che ci si accorge che gli OVA di Mobile Suit Gundam AGE (2011) sono ben fatti. Sarà anche un fatto curioso, ma è tutto vero: i due episodi che compongono Memory of Eden sintetizzano bene la storia della serie, rappresentando una di quelle Special Edition che vale davvero la pena guardare perché migliorano l'intreccio storico e operano parecchi cambiamenti. A patto, ovviamente, che si abbia apprezzato l'originale o che ne sia stati fan, cosa che non se sia davvero possibile..

Del fallimento totale dell'opera di Akihiro Hino e Level 5 se ne è parlato più che abbondantemente. Non c'era nulla che funzionasse in quella storia, nadir completo in praticamente ogni aspetto possibile della narrazione, dei personaggi, dei dialoghi e della sensatezza del setting politico. Tutto campato in aria, pieno di stereotipi e, in definitiva, insalvabile. Per il retelling il timone passa a Shinya Watada, già regista di quattro episodi della serie TV, e si sceglie curiosamente di evitare il riassuntone completo, spostando invece l'attenzione solo su una parte precisa della storia: quella che riguarda Zehart Galette, lo Char Aznable dell'Advanced Generation, e Asemu Asuno, protagonisti principali del secondo arco narrativo (ep. 16-28) della serie. Memory of Eden è dunque il resoconto della guerra tra la Federazione Terrrestre e i Vagan raccontata dal loro punto di vista: grandi amici prima, quando hanno vissuto insieme sulla colonia Tordia, e poi avversari sul campo di battaglia. Si è letto spesso in giro che questo momento della storia è stato per i fan il migliore (o, rovesciando la frase, il meno peggio) di Gundam AGE: a mio parere, invece, non ha mai avuto nulla di troppo diverso dagli altri due, scadendo nelle stesse stupidaggini e assurdità che hanno decretato il pessimo risultato generale, e da questa mia considerazione deriva la valutazione nel complesso mediocre che riservo anche a questo progetto. Un ottimo sunto di una brutta storia porta a un risultato comunque fallimentare, ed è ironico che proprio in quest'occasione si sia lavorato bene per proporre un prodotto destinato comunque a essere insalvabile, perché è impossibile tirare fuori qualcosa di buono da Gundam AGE senza operare drastici e radicali cambiamenti a praticamente quasi tutto.

Diamo però atto dell'impegno! L'opera si focalizza unicamente sui due personaggi tralasciando addirittura l'esito della guerra e le vicissitudini iniziali degli altri due componenti della famiglia Asuno: vuole raccontare la loro crescita e la loro partecipazione al conflitto isolandoli da tutto il resto, e ci riesce bene, indagando le loro motivazioni. Poco importa se queste sono banalotte, ancorate a sterili cliché e che i due sono ancora resi come due stupidi ragazzini monodimensionali di ristrettissime vedute, sono comunque abbastanza credibili e i loro sentimenti contrastanti di amicizia/odio resi decentemente. Adeguato spazio di trattazione è riservato anche ai comprimari e alle varie evoluzioni della guerra, permettendo di capire bene come essa si sviluppa pur senza perdere di vista il vero focus narrativo. Tante sono poi le aggiunte di animazione inedita e i cambiamenti, tra numerose sequenze ridisegnate o aggiunte (appare anche il Gundam AGE-1 Swordia, proveniente dal videogioco ufficiale), altre tagliate per non perdere tempo in distrazioni, dialoghi riscritti, rapporti interpersonali approfonditi (Romary Stone è ora amica d'infanzia di Asemu) e anche certi dettagli importanti modificati (Zeheart è in missione sulla colonia Tordia non più per trafugare il Gundam AGE-1 ma per distruggerla). Gli "appassionati" della serie troveranno insomma pane per i loro denti, abbastanza da giustificare la visione.


Il limite di Memory of Eden, però, alla fine l'ho già detto: anche se ben raccontato, è stucchevole nell'assoluta banalità della storia, prevedibile in ogni situazione, stanco e fiacco nella riproposizione delle "solite cose" senz'arte né parte, scritto, come ben si nota, da chi conosceva poco del mondo del Mobile Suit bianco e che dipendeva molto dai consigli dei mecha designer (veterani della saga) che lo hanno affiancato, bravi nel loro mestiere ma non certo chissà che cime come sceneggiatori. Gundam AGE, a dispetto del risultato di questi 2 OVA, si chiude, com'era del resto inevitabile, nell'ennesimo fallimento, e, si spera presto, anche nella rapida rimozione dalla memoria collettiva di spettatori e produttori.

Voto: 5,5 su 10

PREQUEL
Mobile Suit Gundam AGE (2011-2012; TV)

lunedì 23 maggio 2016

Recensione: Ring of Gundam

RING OF GUNDAM
Titolo originale: Ring of Gundam
Regia: Yoshiyuki Tomino
Soggetto: Hajime Yatate, Yoshiyuki Tomino
Sceneggiatura: Yoshiyuki Tomino
Mechanical Design: Kunio Okawara (originale), Akira Yasuda, Kaihei Hayano, Kimitoshi Yamane, Kinu Nishimura
Musiche: Yoko Kanno
Studio: Sunrise
Formato: cortometraggio (durata 6 min. circa)
Anno di uscita: 2009


In un futuro lontanissimo, una gigantesca colonia a forma di anello, dal diametro di 5 km, disabitata e la cui manutenzione, autonoma, è affidata a nanomacchine, custodisce rovine e segreti di quella epoca lontana che si chiamava Era Spaziale. Scoppierà una guerra tra la rinata Federazione Terrestre e l'esercito di criminali di guerra provenienti dalla colonia-prigione EX per accaparrarsi l' "Eredità di Amuro", la chiave, posta dentro la colonia, per il contenuto nella "Beauty Memory", una Intelligenza Artificiale che racchiude una conoscenza suprema, l'anima e il sapere della passata umanità. L'eroe Eiji si alleerà con l'EX Yuria e, a bordo di un Gundam (l'originale RX-78-2?), proverà a regalare una speranza al genere umano...

Potrebbe sembrare superfluo dedicare una recensione a Ring of Gundam, il cortometraggio con cui Yoshiyuki Tomino tornava a raccontare Gundam nel 2009, in occasione del festival Gundam Big Expo in onore del trentennale della saga: dico "superfluo" sicuramente per l'esiguo, ridicolo minutaggio dell'opera, che la rende più vicina a un trailer che a un film, ma soprattutto perché essa è del tutto incomprensibile, tentando vanamente di narrare una storia completa nell'arco di meno di 240 secondi. Eppure, Ring of Gundam dimostra che l'autore non rinuncia mai, neppure una volta, a raccontare una trama complessa in uno spazio impossibile, e pur con i suoi 6 minuti scarsi di durata (di cui quasi due di titoli di coda) il lavoro otterrà una discreta notorietà, abbastanza per giustificare svariate interviste a Tomino - anche da parte della critica internazionale - e un ricco dossier sui contenuti dell'opera pubblicato sulla rivista giapponese Gundam Ace. Niente male davvero la popolarità riscossa da questo corto così... corto, anche tenendo conto dell'assoluta indifferenza con cui è stato invece accolto nel 2002 il quinto mini-episodio di Gundam Evolve, più o meno della stessa durata e sempre scritto e diretto da Tomino.

Ring of Gundam, come anticipato, è addirittura ermetico, senza un'adeguata trattazione del suo setting. Vederlo così com'è, senza aver letto gli approfondimenti1 sul suo mondo, sui personaggi, sul senso della Beauty Memory, significa fissare lo schermo con occhi sgranati, sotto shock per la mole di avvenimenti e dialoghi criptici schiantati con violenza addosso senza nessun serio tentativo, on screen, di rendere sensato il flusso di immagini e informazioni. Nessuna sequenza di raccordo o pathos nella narrazione: nel corto abbiamo solo brutali salti temporali da una scena all'altra, un susseguirsi di sequenze-chiave che narrano lo sviluppo di un'avventura incomprensibile, il tutto realizzato con una Computer Grafica di elevato livello. Ma anche conoscendoli, questi approfondimenti, il tutto rimane comunque nebuloso. Chi sono gli EX? Perché sono interessati alla memoria dell'umanità dell'Era Spaziale? Cosa ne possono ricavare? Com'è che l'eroe Eiji (un federale? Un civile?) viene in possesso di un Gundam (è proprio QUEL Gundam?)? Chi è il suo amico Glenn? È davvero la Terra il rinato pianeta dove viene ascoltata l'emanazione (spirituale? Elettronica?) di Beauty Memory? Impossibile sapere quasi nulla: ci si accontenta di quello che si riesce a rinvenire dal Giappone e si accetta di stare a guardare un semplice promo di un qualcosa che non si vedrà mai sviluppato pienamente, pieno fino a esplodere di interrogativi e punti oscuri, ma accidenti che suggestione la nuova fantasia di Tomino!


L'avventura,  intesa inizialmente come live-action ma poi, per difficoltà sorte con Bandai o Sunrise, ridotta a un mero cortometraggio2 (fino alla fine il creatore spererà che si faccia avanti qualche sponsor disposto a investire in un film vero e proprio in cui sviluppare nella sua interezza il progetto, ma vanamente3), porta avanti un messaggio particolarmente originale, accennato spesso nella saga (i riferimenti alla sovrappopolazione terrestre), a tratti anche esplorato (negli infiniti scontri dialettici tra il Newtype di turno e i soliti adulti cinici e disillusi), ma mai così in primo piano da essere punto focale del soggetto: il modo di pensare e lo stile di vita dell'uomo contemporaneo sopravviverà fino alle prossime generazioni?4 Da questa idea gli elementi principali della storia: una A.I. contenente la storia e i pensieri dell'umanità tutta e la possibilità, da parte dei posteri, di potervi accedere per capire quali errori sono stati fatti e creare così un futuro più consapevole. Nel mezzo, una solita, ennesima guerra con dei cattivi/invasori di turno, un antefatto misteriosissimo legato ad Amuro Ray (mossa accalappiafan più che reale necessità narrativa, però5) e infine un Gundam che, come quello dei romanzi e gli OVA di Mobile Suit Gundam Unicorn (2007), è la chiave per poter attivare quest'antefatto che a sua volta attiva Beauty Memory. Di contorno, l'evocativa idea della colonia/totem dalle dimensioni gigantesche, quell'enigmatico Anello del titolo così bello, oscuro e minaccioso e che contiene al suo interno tutti questi segreti incredibili e tutto ciò che rimane dell'Era Spaziale. Ingredienti per fantasticare su chissà quali sviluppi il corto ne offre in abbondanza: non sapremo forse mai cosa Tomino volesse dire se gli fosse stata data la possibilità di realizzare il lungometraggio come voleva, ma certo non si può che apprezzare l'opera per tutto l'interesse che suscita in così poco spazio a disposizione e magari integrare quanto più possibile con gli approfondimenti disponibili.

Voto: 6 su 10

RIFERIMENTO
Mobile Suit Gundam (1979-1980; TV)


FONTI
1 Vedere il citato articolo su Gundam Ace, riassunto in inglese sul sito web Zeonic Republic alla pagina http://www.zeonic-republic.net/?p=698
2 Come sopra
3 Intervista a Yoshiyuki Tomino (Parte 1)  pubblicata sul sito web Anime News Network alla pagina http://www.animenewsnetwork.com/interview/2009-10-23/yoshiyuki-tomino
4 Intervista a Yoshiyuki Tomino (Parte 2)  pubblicata sul sito web Anime News Network alla pagina http://www.animenewsnetwork.com/interview/2009-10-23/yoshiyuki-tomino/2

lunedì 16 maggio 2016

Nuovi aggiornamenti gundamici #06 CONCLUSIONE


E ora, con questi 14 scritti, l'aggiornamento di tutte le vecchie recensioni gundamiche è completo.
Per avere tutto lo scibile animato esistente di Gundam recensito su questo blog (saltando gli spin-off SD che probabilmente non guarderò mai, rivolti, ovviamente, ai giovanissimi) mancano giusto il corto Ring of Gundam, Reconguista in G e il suo special, gli ignobili OVA riassuntivi di AGE, gli OVA riassuntivi della serie TV di Gundam Wing (ma questi non arriveranno mai, non sono rimediabili in alcuna lingua occidentale) e, ovviamente, la conclusione delle serie ancora in corso di trasmissione/serializzazione (The Origin e Unicorn RE:0096). Tutta roba che cercherò di scrivere in tempi ragionevoli.

Sono abbastanza orgoglioso del risultato finale: ho aggiornato tutti i commenti del mondo tominiano/gundamico (cavallo di battaglia del blog) ai miei standard attuali di scrittura, firmando documenti decisamente molto ampliati, più lunghi ed esaustivi rispetto alla loro prima, preistorica versione e e strapieni di curiosità rimediate in saggi, articoli, riviste o interviste non sempre scovabili nelle pagine web occidentali e meticolosamente elencate tra le fonti. È stato un lavoraccio assurdo, e ora posso dire con un pizzico di vanità che Anime Asteroid vanta il più completo database di recensioni gundamiche probabilmente disponibile in internet, recensioni tra le più complete che si possano scovare nei meandri della rete come mole di retroscena e dietro le quinte di ogni produzione animata. Ci sono, certo, alcune di cui non sono molto soddisfatto, che riflettono sia la mia indifferenza per quelle determinate serie e magari la totale assenza di info a esse legate (sto pensando ovviamente a MS IGLOO, o agli Evolve), ma per il resto non posso lamentarmi, sono molti di più i documenti di cui sono ora soddisfatissimo, che sviscerano ogni rispettivo lavoro davvero in profondità (Xabungle, Dunbine, Heavy Metal L-Gaim, Z Gundam, Gundam ZZ, Il contrattacco di Char, Victory Gundam, Brain Powerd, Turn A Gundam, The Wings of Rean, Unicorn...).

Il merito (o demerito) della forma degli scritti ovviamente va a me, ma è inutile dire che ringrazio personalmente, ancora una volta il gentile Cristian "Garion-Oh" Giorgi (traduttore MagicPress/J-Pop/GP e articolista dei booklet Dynit) per le numerose e asfissianti consulenze, che fossero per tradurre dal giapponese all'italiano qualche frase o anche solo per la sua cultura enciclopedica sull'animazione, e l'utente Bunshichi di animeclick/Pluschan per tutti gli aiuti che mi ha dato scovando traduzioni di interviste a registi/sceneggiatori giapponesi negli sterminati meandri di 4chan. E infine ringrazio il mio editor Alberto Zanetti, la cui puntigliosità è leggendaria così come la sua pazienza nell'accettare infiniti documenti .txt da controllare ogni domenica pomeriggio.

Grazie a tutti.

lunedì 9 maggio 2016

Recensione: Mobile Suit Gundam Thunderbolt

MOBILE SUIT GUNDAM THUNDERBOLT
Titolo originale: Kidō Senshi Gundam Thunderbolt
Regia: Kou Matsuo
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Yasuo Ohtagaki)
Sceneggiatura: Kou Matsuo
Character Design: Hirotoshi Takaya
Mechanical Design: Hajime Katoki, Morifumi Naka, Seiichi Nakatani
Musiche: Naruyoshi Kikuchi
Studio: Sunrise
Formato: serie ONA di 4 episodi (durata ep. 18 min. circa)
Anni di trasmissione: 2015 - 2016


Era Spaziale, dicembre 0079. La Guerra Di Un Anno si combatte ovunque, anche nell'oscuro settore spaziale Thunderbolt dall'alto valore strategico, sommerso dai detriti fluttuanti di Side 4 e attraversato da perturbazioni atmosferiche. In esso vi si affrontano due straordinari piloti di Mobile Suit: il federale Io Flemming e il cecchino zeoniano Daryl Lorenz, entrambi letali e pericolosissimi. La loro rivalità e l'eccezionale bravura li porteranno a guidare modelli sperimentali del Gundam e dello Zaku tra i più formidabili si siano mai visti...

La solita storia ambientata durante la Guerra Di Un Anno tra la Federazione Terrestre e il Principato di Zeon; una zona di guerra evocativa, attraversata da lampi e tuoni; uso di ennesimi prototipi di Mobile Suit potentissimi e mai visti prima in nessuna produzione animata (e che, si sa, verranno per questo occultati a fine storia e dimenticati per sempre), e due piloti-assi, immancabilmente di fazioni opposte, che danno vita a una intensa battaglia personale destinata a durare anni, anche dopo la guerra. Come condimento, combattimenti spettacolarissimi, interminabili e teoricamente virili che terminano sempre con un nulla di fatto e drammoni esasperati come se piovesse, mai così tirati per i capelli, riguardanti quasi ogni elemento del cast, come se non fosse concepibile raccontare Gundam senza quell'immancabile nugolo di storie d'amore dall'esito spietato, dolorosissimi passati e tragedie familiari, scomodando in questo contesto anche abuso di droghe, soldati-carne da macello e piloti-cavie da laboratorio (e chissà cos'altro, visto che la storia naviga ancora in alto mare). Il tutto, infine, accompagnato da disegni realistici e maniacali da parte di Yasuo "Moonlight Mile" Ohtagaki, sia in - carnosi - personaggi che (soprattutto, vedendo i Gunpla usciti) in mecha; autore che, credendosi Shinichiro Watanabe, tenta anche il curioso esperimento di rendere musicale la storia, raccontando di questi due super-piloti che si affrontano ascoltando nel proprio abitacolo jazz o musica pop, i cui testi più "commoventi" o pacifisti risuonano nel gelido cosmo mentre si consumano le carneficine più truci. Sembra incredibile ma la barzelletta, questo The Duellist (1977, Ridley Scott) sci-fi, questa "pornografia della guerra" che vuole urlare con rabbia "quanto sono adulta e poetica!" al mondo, all'anagrafe Mobile Suit Gundam Thunderbolt (2012), a dispetto della sua bruttezza vende in patria oltre 500.000 copie1 (e solo finora, a quota 7 volumi e ancora in corso) con tirature da 1.4 milioni2, diventando in poco tempo uno dei più venduti manga degli ultimi anni.

I lettori e i collezionisti sono contenti, però bisogna constatare sempre più che probabilmente nessuna di queste persone rientra più nel target originale delle opere di Yoshiyuki Tomino: non che non si sapesse già da secoli, ma Gundam Thunderbolt (come Mobile Suit Gundam 0083 - Stardust Memory o Mobile Suit Gundam Unicorn prima di lui) dimostra in modo ormai chiaro come il sole che lo spirito del capostipite del 1979 non sia mai stato recepito da molti degli autori che hanno contribuito alle storie successive della saga e da moltissimi degli stessi cosiddetti "fan", affascinati proprio da quegli elementi superficiali che il papà del Mobile Suit bianco odiava: la spettacolarità, il mecha design, il lato "epico" o "eroico" della guerra e i temi adulti messì lì per fare figo e non per parlare di altro (che Tomino intendeva per crescita, rapporti interpersonali e conflitti generazionali). Non c'è proprio da stupirsi se si scoprirà poi che lo stesso Ohtagaki è un appassionato costruttore di Gunpla3, un grande estimatore di Gundam 00834, e sia intimamente convinto che il suo manga abbia successo proprio perché richiama le atmosfere della primissima serie5: questa autoillusione e il suo background da spettatore e fan sono una combinazione pressoché letale che fa ben capire perché Gundam Thunderbolt sia uscito fuori proprio così, tutta apparenza e basta, adulto giusto in superficie, con protagonisti over-18 ma così carichi di fantasmi interiori da diventare macchiette e retorica pacifista spicciola, insomma un totale vuoto narrativo asservito alla ricerca dello spettacolo, dell'estetica cinematografica hollywoodiana (come ammette anche l'autore6) e delle mazzate, di robot iperdettagliati e di ciò che, in definitiva, Bandai intende meglio e Tomino odia, ossia il voler ispirare il pubblico a comprare modellini vedendo eroi sanguigni che stanno tutto il tempo a darsele di santa ragione a bordo di automi ipercorazzati, ignoranti e potenti. Immondizia insomma, che inevitabilmente, rinfrancata dalle eccezionali vendite, sue, di Gundam Unicorn e Mobile Suit Gundam: The Origin (2015), non può che trasformarsi in un nuovo anime tra il 2015 e il 2016, il terzo Gundam animato dal soggetto non originale (dopo i due appena citati), in una serie ONA di 4 episodi di 18 minuti l'uno che deve aver avuto un certo successo se già è stata annunciata una Director's Cut cinematografica che uscirà nei cinema giapponesi il 25 giugno 20167.


In animazione, è trasposta bene la prima parte della storia, ovvero i primi 3 tankobon nella loro quasi totale interezza che racchiudono l'arco narrativo ambientato durante la Guerra Di Un Anno, tagliando qualche approfondimento qua e là ma rendendo chiari e compatti "trama" e "personaggi". Il regista Kou Matsuo, dopo il mediocre Valvrave the Liberator (2013), si diverte con una certa creatività registica a rendere ancora più avvincenti i duelli tra Io e Daryl, sopperendo alla confusionaria regia delle tavole del manga, e l'impresa è decisamente adempiuta a fondo rendendo, pur nella sua povertà narrativa, sufficientemente coinvolgente Gundam Thunderbolt a chi apprezza la semplice superficialità action. Si respirano poi per davvero echi di Cowboy Bebop (1998) negli scontri condotti sotto accompagnamento di composizioni jazz, nonostante questi rievochino la ruffianeria del fumetto riuscendo addirittura a superarla - ma anche se il risultato è notevole, è troppo, troppo una scopiazzatura indegna dell'anime cult di Shinichiro Watanabe. Tecnicamente parliamo del classico prodotto Bandai/Sunrise di elevata fattura, eccezionale in mecha design, ombreggiature, disegni e animazioni, grazie a un alto budget degno delle grandi ricorrenze, e le battaglie in questo modo splendono acquisendo tutta quella tridimensionalità loro negata nel manga (asfissianti in quelle tonnellate di pagine statiche che occupavano mezzi volumi, nell'anime sbrigate in pochi minuti). Permangono, però, tutti gli altri problemi: tragedie in lungo e in largo, pianti isterici, amici che muoiono come mosche, attori così nevrotici ed esagerati da risultare caricature umane, artifici ulteriormente irrealistici per aumentare il dramma (cadetti incapaci addirittura di guidare un Mobile Suit mandati da superiori senza scrupoli a farsi crivellare di colpi senza riuscire neppure a rispondere a uno solo, in barba a quanto possa costare un robot da guerra) o forzature ridicole (colpi letali di laser deviati all'ultimo secondo, per incredibile congiunzione astrale, da un fulmine che cadeva proprio in quel punto lì in quell'istante lì), così tante disgrazie tutte in un colpo che fanno involontariamente sorridere... Gundam Thunderbolt alla fine è questo, impossibile modificarlo più di tanto senza snaturarlo, e quindi, nonostante la miniserie la si guardi fino in fondo senza annoiarsi particolarmente grazie alla vivacità di regia e combattimenti, non offre nulla di nuovo rispetto alle solite cose offerte da chi Gundam non l'ha mai capito o non può raccontarlo in modo diverso per colpa di direttive Bandai, ma anzi le ripresenta peggiorandole pure col suo gusto del dramma a ogni costo. Blockbuster risibile e insignificante (e pure inutile, visto che per sapere come prosegue la storia bisogna leggere il manga, in Italia distribuito da Star Comics).

Voto: 5 su 10

PREQUEL
Mobile Suit Gundam: The Origin (2015-2016; serie OVA)
Mobile Suit Gundam (1979-1980; TV)
Mobile Suit Gundam The Movie I (1981; film)
Mobile Suit Gundam The Movie II: Soldati del dolore (1981; film)
Mobile Suit Gundam The Movie III: Incontro nello spazio (1982; film)
Mobile Suit Gundam MS IGLOO 2: The Gravity Front (2008-2009; serie OVA)
Mobile Suit Gundam MS IGLOO: The Hidden One-Year War (2004; corti)

SEQUEL
Gundam Evolve../ 01 RX-78-2 Gundam (2001; OVA)
Mobile Suit Gundam MS IGLOO: Apocalypse 0079 (2006; serie OVA)
Mobile Suit Gundam 0080: War in the Pocket (1989; serie OVA)
Mobile Suit Gundam: The 08TH MS Team (1996-1999; serie OVA)
Mobile Suit Gundam: The 08TH MS Team - Miller's Report (1998; film)
Gundam Evolve../ 11 RB-79 Ball (2005; OVA)
Mobile Suit Gundam 0083: Stardust Memory (1991-1992; serie OVA)
Mobile Suit Z Gundam (1985-1986; TV)
Gundam Neo Experience 0087: Green Divers (2001; corto)
Mobile Suit Gundam ZZ (1986-1987; TV)
Mobile Suit Gundam Unicorn (2010-2014; serie OVA)
Mobile Suit Gundam Unicorn RE:0096 (2016; TV)
∀ Gundam II: Moonlight Butterfly (2002; film)
Gundam: Reconguista in G (2014-2015; TV)
Gundam: Reconguista in G - From the Past to the Future (2016; corto)


FONTI
1 Basta vedere le cifre ufficiali di vendita dei vari volumi. Le vendite dei numeri 2, 3, 5, 6 e 7 (che da soli raggiungono quota 371.6159) sono riportate su Anime News Network alle pagine https://www.animenewsnetwork.com/news/2013-06-12/japanese-comic-ranking-june-2-8, https://www.animenewsnetwork.com/news/2014-03-07/japanese-comic-ranking-february-24-march-1, https://www.animenewsnetwork.com/news/2015-03-11/japanese-comic-ranking-march-2-8/.85867, https://www.animenewsnetwork.com/news/2015-11-11/japanese-comic-ranking-november-2-8/.95270, https://www.animenewsnetwork.com/news/2016-01-06/japanese-comic-ranking-december-28-january-3/.97278
2 Sito web, Anime News Network, pagina http://www.animenewsnetwork.com/news/2015-11-19/gundam-thunderbolt-anime-staff-cast-distribution-episode-count-designs-revealed/.95550
3 Intervista a Yasuo Ohtagaki (parte 1) pubblicata nella pagina web http://otakumode.com/news/52fc71c07a9cc14b2a00046e/Interview-with-Mobile-Suit-Gundam-Thunderbolt-Author-Yasuo-Ohtagaki-1-3
4 Come sopra
5 Intervista a Yasuo Ohtagaki (parte 2) pubblicata nella pagina web http://otakumode.com/news/52fc733378040b7607000674/Interview-with-Mobile-Suit-Gundam-Thunderbolt-Author-Yasuo-Ohtagaki-2-3
6 Come sopra
7 Sito web, Anime News Network, pagina https://www.animenewsnetwork.com/news/2016-04-21/gundam-thunderbolt-anime-gets-director-cut-screening-home-video-release/.101289

lunedì 2 maggio 2016

Recensione: Mobile Suit Gundam 00 - Special Edition

MOBILE SUIT GUNDAM 00: SPECIAL EDITION
Titolo originale: Kidō Senshi Gundam 00 - Special Edition
Regia: Seiji Mizushima
Soggetto: Hajime Yatate
Sceneggiatura: Yousuke Kuroda
Character Design: Yun Kouga (originale), Michinori Chiba
Mechanical Design: Kanetake Ebikawa, Takayuki Yanase, Kunio Okawara, Seiichi Nakatani
Musiche: Kenji Kawai
Studio: Sunrise
Formato: serie OVA di 4 episodi (durata ep. 100 min. circa)
Anni di uscita: 2009 - 2010


In un futuro non troppo distante, la Terra è politicamente divisa fra tre potenze mondiali, che, con la loro supremazia economica data dal monopolio dello sfruttamento dell'energia solare, si spartiscono il globo, costringendo i Paesi poveri e non allineati a un periodo di lunghe guerre, sia questo per mantenere la propria indipendenza o sia, più comunemente, per procurarsi il proprio sostentamento ai danni di altri popoli, vista la difficoltà a sopravvivere nel mercato comune ricercato dalle tre Federazioni che impoverisce le piccole realtà. Nell'anno 2307, l'assetto geopolitico sarà spinto a forza verso grossi cambiamenti quando entrano in scena i Celestial Being, una società segreta che, utilizzando quattro modelli Gundam, potentissimi mecha militari enormemente superiori a qualsiasi macchina da guerra mai conosciuta dalla civiltà terrestre, dichiara guerra all'intero globo per riuscire a sedare i conflitti, costringendo tutti a una storica alleanza contro la minaccia comune...

Ogni volta che si tenta di stabilire come giudicare un film riassuntivo, adottando dei criteri quanto più univoci e coerenti per valutare il risultato di un OVA/lungometraggio/Special TV a caso, ecco che esce un nuovo esponente della categoria che rovescia tutte le convinzioni accumulate fino a quel momento, rendendo sempre più difficile decidere come commentare questi prodotti, le cui finalità sembrano cambiare da studio d'animazione a studio. La funzione di queste opere è dunque permettere ai neofiti di godersi la storia di una lunga serie TV guardandone una dignitosa o eccellente versione condensata? Se sì, perché spesso e volentieri queste versioni sono mediocri, funestate da rimontaggi frenetici che rendono inesistenti le caratterizzazioni dei personaggi e il pathos della storia? Se no e quindi sono rivolti a chi già conosce la trama, perché questi dovrebbe perdere tempo a riguardare ciò che conosce già? Solo per scene di animazione inedita? E  se queste sono insignificanti o addirittura non ci sono? E se esce qualcosa di assurdo come la Special Edition di Mobile Suit Gundam 00 (2007), che non sa minimamente quale delle due strade imbroccare e tenta un assurdo esperimento per compiacere tutti scontentando (ovviamente) entrambe le categorie?

I tre OVA escono tra il 2009 e il 2010, a fare da ponte tra la conclusa serie e l'annunciato lungometraggio A Wakening of the Trailblazer che chiude la storia. Adibito a regista del rimontaggio è lo stesso Seiji Mizushima, e i tre video, come ai tempi delle Special Edition di Mobile Suit Gundam SEED (2002) e Mobile Suit Gundam SEED Destiny (2004), sintetizzano la storia con modifiche e aggiunte varie. Se la loro funzione era di rinfrescare la memoria al grosso pubblico (quello generico che si sarebbe poi riversato nelle sale cinematografiche, non certo chi si era acquistato Gundam 00 in DVD) sui fatti principali della serie, perché farlo nell'elitario mercato a pagamento dell'home video? È difficile proprio capire il senso e il target di quest'operazione, e da questi dubbi sorge la difficoltà a giudicare l'operazione.

Ai  neofiti, la visione di questo progetto è da sconsigliare severamente. Chi si ricorda la fretta caotica, indiavolata e incomprensibile del pessimo Earth Light (2002), primo lungometraggio riassuntivo della serie TV ∀ Gundam Called Turn "A" Gundam (1999)? In quel film, tonnellate di avvenimenti erano sunti con velocità disumana nella mezz'ora iniziale di girato, di fatto annullando qualsiasi interesse nel racconto (freddo e privo di emozioni) e nei personaggi (figure di cartapesta). Il primo OVA di Gundam 00, Celestial Being, che riassume interamente la prima stagione, è così: fulmineo in ogni cosa, passa con disinvoltura da una sequenza all'altra di volata. Appaiono i Gundam Meister, distruggono eserciti, conoscono gli svariari rivali piloti in brevi schermaglie di meno di un minuto, portano le prime conseguenze politiche e sociali nel globo... La cosa avviene da una scena all'altra saltando nel mezzo tronconi di fatti, spiegazioni e character development, e spesso e volentieri qualche momento particolarmente importante è troncato sanguinosamente passando a un altro. Appaiono e scompaiono i milioni di personaggi del cast che si limitano a una apparizione fugace, la sottotrama di Kinue Crossroad e della sua inchiesta giornalistica è impietosamente tagliata (nonostante in compenso nel secondo OVA vi sia pure riferimento alla sua figura), la figura fondamentale di Aeolia Schenberg è appena accennata e poi data per conosciuta: non c'è insomma un attimo di respiro, si continua fino alla fine e con velocità inumana e opinabili scelte registiche (le due ending originali usate come sottofondo in alcune sequenze incompatibili con quel sound) a presentare una carrellata di fatti che spiegano (senza raccontare, quella è un'altra cosa) cosa succede, cosa vogliono fare e cosa infine riescono a fare i Celestial Being. Buona quantomeno l'idea di usare in questo sunto della prima parte anche gli accattivanti pezzi musicali realizzati da Kenji Kawai per la seconda, ma Celestial Being rimane inguardabile per chi cerca un'alternativa alla serie TV, anche perché nel prologo ambientato nel regno di Azadistan (lo stesso con cui si apre la serie) rivela assurdamente, uccidendo ogni senso di mistero, chi è il pilota/messia di quel Gundam che tanto sconvolgerà la mente del piccolo bambino soldato Setsuna, facendolo diventare quello che diventerà. Chi invece già conosce la serie forse riuscirà ad apprezzare meglio l'OVA, visto che adempie al suo compito di ricordare bene i fatti principali rappresentando un valido bignami in tal senso: rimane la perplessità sul perché al tempo questa categoria di persone avrebbe dovuto spendere soldi in questo mediocre memo invece che procurarsi, a quel punto, i DVD della serie. Insignificanti le aggiunte inedite, che si limitano a qualche dialogo riscritto e a qualche scenetta girata con delle variazioni, ma niente di significativo per cui valga la pena strapparsi i capelli, e il discorso riguarda sia Celestial Being che i due titoli successivi.


Questi ultimi invece, End of World e Return of the World, dedicati alla seconda stagione, sono addirittura contraddittori paragonati al primo OVA: non solo per la durata (perché due DVD per la seconda serie e solo uno per la prima?), ma anche perché ne tradiscono lo spirito. Celestial Being sembrava quasi fare apposta a viaggiare alla velocità della luce per evitare qualsiasi approfondimento narrativo, quasi avesse la missione di far capire la trama nella sua interezza focalizzandosi sui dialoghi e le scene-chiave a discapito di tutto il resto; gli OVA 2 e 3 mantengono l'elevata velocità di racconto (spessore dei personaggi e della narrazione ancora una volta non pervenuti, stacchi brutali come se piovesse) ma preferiscono disperdersi nelle sottotrame amorose inutili e nelle lungaggini inopportune nel vano tentativo di sembrare più "completi", rendendosi così futili sia agli spettatori occasionali che a chi cercava, appunto, un Gundam 00 for dummies "efficace" come il precedente. Si riesce comunque, vedendoli, a rimembrare bene la trama, ma è palese che in questo modo l'intera operazione risulta incoerente e nel complesso riuscita male, fino alla fine incapace di decidere cosa mirare a essere. Mediocrità pura.

Voto: 5,5 su 10

PREQUEL
Mobile Suit Gundam 00 (2007-2008; TV)

SEQUEL

lunedì 25 aprile 2016

Recensione: Macross Dynamite 7

MACROSS DYNAMITE 7
Titolo originale: Macross Dynamite 7
Regia: Tetsuro Amino
Soggetto: Shoji Kawamori
Sceneggiatura: Sukehiro Tomita
Character Design: Haruhiko Mikimoto (originale), Takeshi Ito
Mechanical Design: Shoji Kawamori
Musiche: Shiro Sagisu, Yoko Kanno
Studio: Production Reed
Formato: serie OVA di 4 episodi (durata ep. 29 min. circa)
Anni di uscita: 1997 - 1998


Con un coraggio tanto incosciente da essere quasi invidiabile, fino al 1998 Shoji Kawamori e Bandai continuano imperterriti a tenere vivo il marchio Macross rilasciando sempre più prodotti, animati e non, legati all'ultima incarnazione televisiva del periodo, quell'inguardabile Macross 7 (1994) già in origine indegno di esistere coi suoi oltre 50 episodi super low-budget, le milioni di lungaggini e un  protagonista tra i più atipici e odiosi di ogni tempo. Nel 1997 escono dunque i 4 OVA che compongono Macross Dynamite 7 (1997),  il seguito ufficiale della serie, ambientato un anno dopo la guerra tra il gigantesco vascello stellare Macross 7 e l'armata aliena di Geppernich, ma la storia non cambia, anzi, rimane fondamentalmente identica in tutto e per tutto e nelle solite cose, tanto da potersi definire quasi un remake spirituale del precedente The Galaxy's Calling Me!. Avremo di nuovo Basara che finisce su un ennesimo pianeta dove, come al solito, è conosciutissimo per i suoi concerti dal comprimario extraterrestre di turno, come sempre partecipa all'evento portante del posto (in questo caso, la caccia alle balene dello spazio) e come sempre farà la sua parte con le canzoni rock, perché con esse può penetrare l'animo umano ed entrare, come un Newtype di Gundam, in risonanza con qualsiasi razza, comprendendola e portando la pace e l'ordine come un messia, anche se preso in mezzo a due eserciti che si fanno la guerra (la polizia del posto che deve difendere i cetacei e i bracconieri a loro interessati).

In soldoni, ancora una volta, sempre le stesse, identiche cose: vagiti animalisti e new age modaioli sulla bellezza universale della natura e della musica che non conosce barriere razziali; battaglie spaziali tra Valkyrie irrilevanti per la trama; Basara che con la solita faccia monoespressiva canta e suona la chitarra in ogni situazione, sia che gli stia parlando qualcuno, sia che venga sfiorato da proiettili vaganti, sia che si trovi un'arma da fuoco puntata in faccia, incrollabile col suo orgoglioso pacifismo; stacchi musicali sui concerti dei Fire Bomber, orfani del frontman; ovvi riflettori sulla solita Mylena Jenius che non capisce se il suo cuore le dica di cercare Basara o accettare il fidanzamento con Gamlin (si saprà finalmente cosa sceglie? Mah...), e due belle ragazze aliene che in un modo o nell'altro gironzolano attorno al protagonista. C'è anche qualche eco di Moby Dick in un personaggio interessato a uccidere una balena in particolare, ma è un'allusione messa lì più per fare intellettuale che per reali esigenze narrative. That's all folks, è sempre la solita minestra che non cambierà di un'unghia il giudizio di chi legge: se si ha amato (esiste davvero qualcuno che possa arrivare a tanto?) Macross 7, si amerà anche questo, sennò si continuerà a odiare ogni sua versione perché la pappardella è sempre ripresentata in modo identico e senza alcuna fantasia. Un'altra beffa? La visione è da accompagnare alla lettura del manga Macross Dynamite 7 - Mylene Beat scritto e disegnato in contemporanea da Mizuho Takayama, sennò non si saprà come viene risolta una scena-chiave della puntata 2 (il tentativo di stupro lesbo di un certo personaggio femminile).


Almeno, vale la pena citare come tecnicamente l'opera sia, se non una gioia per gli occhi, quantomeno un buonissimo lavoro che ancora una volta fa dimenticare lo scandalo televisivo: Dynamite 7 è animato più che bene (addirittura molto nelle schermaglie spaziali tra robot) e risaltano in modo impeccabile i bei disegni di Haruhiko Mikimoto, sempre più sgargianti grazie alle vivacissime colorazioni, alle realistiche ombreggiature e al medio livello di dettaglio. Sono molto ispirati e ben disegnati anche i fondali, soprattutto il pianeta alieno Zola  con le sue case simil-trulli che ricordano a tratti alcune delle meraviglie grafiche Ghibli. Infine, finalmente avremo modo di ascoltare canzoni nuove e non i soliti 2/3 brani riciclati mille volte. Tuttavia, una storia vuota, inutile e mediocre rimane vuota, inutile e mediocre, inutile negarlo, e come tutto il materiale legato a Macross 7 non posso che sconsigliarne caldamente la visione a tutti, fan della saga e non.

Voto: 5 su 10

PREQUEL
Macross Zero (2002-2004; serie OVA)
Macross 7 (1994-1995; TV)

SEQUEL
Macross Frontier (2008; TV)
Macross Frontier The Movie: The False Diva (2009; film)
Macross Frontier The Movie: The Wings of Goodbye (2011; film)
Macross FB7: Listen To My Song! (2012; film)
Macross Delta (2016; TV)

lunedì 18 aprile 2016

Recensione: Mobile Suit Gundam - Iron-Blooded Orphans

MOBILE SUIT GUNDAM: IRON-BLOODED ORPHANS
Titolo originale: Kidō Senshi Gundam - Tekketsu no Orphans
Regia: Tatsuyuki Nagai
Soggetto: Hajime Yatate
Sceneggiatura: Mari Okada
Character Design: Yu Ito (originale), Michinori Chiba
Mechanical Design: Ippei Gyobu, Kanetake Ebikawa, Kenji Teraoka, Naohiro Washio, Tamotsu Shinohara
Musiche: Masaru Yokoyama
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 25 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 2015 - 2016


Sono passati tre secoli dalla Guerra Della Calamità tra la  Federazione Terrestre e le colonie spaziali che ha portato la Terra sul baratro della distruzione. In questo arco di tempo, quello che rimane dei federali è riuscito a ricostruire l'ordine costituito al prezzo, però, della forza bruta, impersonificata dall'esercito Gjallarhorn, che mantiene l'ordine con le armi accrescendo la tirannia del Parlamento, costringendo i popoli a povertà, corruzione e disuguaglianza. Non fa eccezione il pianeta Marte, terraformato nel frattempo. Nell'anno 323 Post Crisi, però, le cose cambieranno: la principessa marziana Kudelia Aina Bernstein si fa portavoce del sogno di indipendenza del pianeta rosso, e comincia un lungo viaggio diplomatico verso la Terra con al seguito un gruppo di giovanissimi militari orfani, poveri e di bassissima estrazione sociale e per questo trattati come scarti, che si sono ribellati ai loro superiori creando la milizia mercenaria dei Tekkadan. Gjallarhorn, però, non può permettere a Kudelia di diventare un simbolo di ribellione, e le proverà tutte per ucciderla durante il tragitto...

È stata una mossa nuovamente interessante, da parte di Sunrise, quella di affidare il nuovo Universo Alternativo gundamico del 2015, Mobile Suit Gundam - Iron-Blooded Orphans, ad autori abituati a scrivere o ideare storie di tutt'altro genere. Se con Akihiro Hino e Level 5 le cose sono andate malissimo nel 2011, stavolta valeva la pena correre il rischio con Tatsuyuki Nagai e Mari Okada, rispettivamente regista e sceneggiatrice di grandi successi romantici/strappalacrime del livello di Toradora! (2008) e Ano Hana: Ancora non conosciamo il nome del fiore che abbiamo visto quel giorno (2011), che nell'interminabile epopea del Mobile Suit bianco riescono finalmente, dopo un bel po' di tempo, a realizzare un Gundam convincente, che ha le sue pecche, anche notevoli, ma che finalmente riesce a non far pentire del tempo speso per la visione, grazie a un approccio di racconto che svecchia i soliti stereotipi che un po' tutti ormai detestiamo. Il "Rovesciamento dei cliché" sarà anche una scelta facilotta in verità (giacché la Okada dica di aver visto solo le prime tre serie TV di Yoshiyuki Tomino e Mobile Fighter G Gundam1, lasciando a intendere che molti dei "dissacramenti" non sono voluti bensì il suo modo da "esterno" di immaginare Gundam), il cui solo merito è il non essere venuta in mente a stuoli di sceneggiatori precedentemente assoldati da Bandai e che bene evidenzia il fatto che la solfa narrativa,  in un modo o nell'altro, non è troppo diversa dal solito (con questa trama che mischia dentro influenze da Zone of the Enders e relativa serie TV per il setting marziano, Gurren Lagann nell'idea del gruppo/famiglia in lotta contro la forza militare che governa il mondo e l'ovvio rapporto tra il protagonista e il suo aniki carismatico a capo del Tekkadan, senza contare le molte solite situazioni viste in milioni di Gundam), ma, che dire, finalmente un po' di freschezza! Finalmente qualcosa che riesce ogni tanto a sorprendere!

Che personaggioni, Mikazuki Augus e Kudelia Aina Bernstein! Lui è un Gundam Pilot atipicissimo, lontano anni siderali dalla concezione ipocrita e modaiola dell'eroe pacifista che non vuole fare del male a nessuno ma che guida una potentissima macchina di morte: Mika è un guerriero nato, privo di pietà, guida con inusuale ferocia un Gundam (l'ASW-G-08 Gundam Barbatos, macchina risalente all'antica Guerra Della Calamità) equipaggiato con una sorta di enorme maglio; in pochi sopravvivono alle battaglie con lui e il ragazzo non ha alcun remore neppure a uccidere a sangue freddo i nemici disarmati (facendo incazzare il BPO, il MOIGE giapponese, riguardo all'episodio 32). È però anche ben lontano dal modello del bel tenebroso figo e cinico che pensa solo alla sua missione, archetipo amatissimo dalle ragazzine e ben rappresentato in passato da un Heero Yui o un Setsuna F. Seiei: il nostro eroe è un vero e proprio nanetto tozzo e di brutto aspetto; gelido e cinico in battaglia, sì, ma che in privato sa rivelare sfumature caratteriali impensate, dimostrandosi all'occorrenza estremamente affettuoso, amichevole e maturo e che cresce di puntata in puntata (senza mai diventare buonista, specifichiamolo subito), distaccandosi sempre più dal "fratellone" Itsuki Orga di cui è inizialmente una semplice emanazione combattiva. La principessa marziana Kudelia, d'altro canto, se inizialmente può sembrare un clone di una odiosa Relena Peacecraft o di una Marina Ismail (o di una qualsiasi amante della pace gundamica che preferirebbe la distruzione del mondo piuttosto che uccidere in battaglia un solo soldato), inizia quasi subito a prendere le distanze dai suoi ridicoli predecessori, maturando anch'essa moltissimo da episodio a episodio e diventando sempre più pragmatica, realista e verosimile nella sua battaglia per l'indipendenza di Marte. La storia d'amore, ovvia, che sboccia tra i due pure è gestita benissimo, abbandonando il solito platonismo laccato per essere più fisica e realistica (il finale dell'episodio 13, da applausi). Questi due eccellenti personaggi, a mio modo di vedere, sono il più grande punto di forza della serie, il suo maggiore vanto, perché in un modo o nell'altro tutto ruota attorno a loro. Si potrà rinfacciarmi, certo, che la forza di un Gundam non può basarsi solo su alcuni dei protagonisti principali, ma francamente penso che oggi l'unico modo di raccontare delle convincenti serie gundamiche, costrette per forza di cose a essere "sempre la stessa solfa" (figuriamoci se Bandai o Sunrise avranno mai il coraggio di proporre qualcosa di davvero diverso dal solito), sia quello di porre al centro del racconto almeno uno o più attori veramente ben riusciti a cui affezionarsi, e in questo la Okada c'è riuscita benissimo.


Non che i punti di forza di Iron-Blooded Orphans si riducano solo a questo: dopo tanto tempo, ritroviamo un Gundam fortemente story-driven, in cui i combattimenti e le battaglie, molto ben realizzati in un tripudio di ottime animazioni e disegni meccanici dettagliatissimi, non avvengono in ogni puntata, ma può accadere che arrivino dopo anche 3-4 episodi di fila di soli dialoghi, avvenimenti o approfondimenti che mandano avanti la storia. Abbiamo altri personaggi-archetipo visti moltissime volte, pessimi sulla carta (McGillis Fareed, Gaelio Bauduin, Carta Issue), però non buttati a casaccio "perché ci devono essere" come spesso accade (magari senza idee sul come gestirli, ce lo ricordiamo Mr. Bushido di Mobile Suit Gundam 00?), ma miracolosamente creati con uno scopo definito fin dall'inizio: alcuni di loro avranno uno sviluppo inusuale e sorprendente, specialmente il classico emulo mascherato di Char Aznable, le cui macchinazioni genereranno delle belle sorprese nelle parti finali. Anche quelli inseriti senza sapere inizialmente come utilizzarli (Ein Dalton e il suo superiore Crank Zent3) troveranno, grazie alla buona scrittura, un senso compiuto. Finalmente, poi, sono rinnegati i combattimenti infiniti tra piloti rivali, quelli in cui ogni loro battaglia termina con un nulla di fatto, visto la già citata volontà di Mikazuki di impegnarsi sempre a eliminare qualsiasi minaccia incontri in modo definitivo per impedire che possa dargli problemi più avanti (in pochi saranno in grado di sopravvivere a più di una battaglia con lui). Ancora, troveremo in Iron-Blooded Orphans un comprimario particolarmente originale e geniale, il mafioso Naze Turbine, personaggio con un profilo mai visto prima da nessuna parte vista una sua specifica particolarità (che ovviamente non posso rivelare in sede di commento), un contesto tecnologico inedito privo di raggi laser e in cui i combattimenti spaziali avvengono spesso all'arma bianca con asce, spadoni, polvere da sparo e forza bruta dei mecha, e per concludere non si possono non apprezzare i toni cupi e adulti della narrazione adeguatamente simboleggiati dal Tekkadan, composto per la maggiore da bambini soldato orfani in guerra contro il mondo degli adulti che ha distrutto le loro vite, usandoli come bestie da macello nel regime marziano di disuguaglianza e povertà, che solo nel campo di battaglia, rischiando la vita, avvertono quel calore familiare e quel senso di comunità che è stato loro negato dalle ingiustizie dell'infanzia. Ancora più tragico il fatto che per guidare i Mobile Suit di questa serie i ragazzi siano costretti a usare  il sistema neurale Alaya-Vijnana, che li mette in sintonia col mezzo al punto tale che ogni ferita del robot si ripercuote anche sul loro corpo, portando talvolta a esiti sanguinosi facilmente intuibili. Gli elementi interessanti, insomma, non mancano, e il soggetto generale di questa prima stagione (la serie è inizialmente fissata a soli 25 episodi, salvo conoscere, come spesso accade, l'annuncio ufficiale di una seconda parte4 viste le soddisfacenti vendite di DVD/BD5 ed evidentemente di Gunpla nonostante i bassi ascolti del 2.25%6) si rivela nel complesso una buona storia che crea ottime premesse per il suo prosieguo, per quanto debba necessariamente pagare dazio ed essere ridimensionata da svariati problemi che le impediscono di essere un qualcosa di più.

Il vero punto debole della produzione, nonostante gli indubbi pregi, è di essere qualitativamente molto altalenante, oscillando continuamente tra noia ed entusiasmo, tra episodi avvincenti inframmezzati ad altri, molti, poco coinvolgenti. La cosa davvero assurda? Le (rare) puntate tutta azione rientrano spesso, stavolta, nell'insieme delle migliori (!). Iron-Blooded Orphans abbonda di intermezzi slice of life, anche di più episodi, per caratterizzare i numerosi elementi del Tekkadan e mostrare la loro crescita a "famiglia". Alla fine, però, di personaggi veramente riusciti e che bucano lo schermo ci sono solo loro, Mikazuki e Kudelia: gli altri ragazzi e lo stesso Orga fino alla fine rimangono freddi e distaccati, spesso protagonisti di sfortune varie e drammoni così banali e visti miliardi di volte da ispirare totale indifferenza. Purtroppo, troppo tempo è speso in questi approfondimenti che lasciano il tempo che trovano, e la cosa non riguarda solo gli orfani dal sangue di ferro ma anche i vari cattivi di Gjallarhorn, che a parte parlare di fredde strategie militari non trovano mai il focus che ci vorrebbe per indagarne la personalità e ispirare quell'empatia necessaria al corto circuito evocata dai grandi colpi di scena che si vedranno, come anticipavo, nelle fasi finali. Sintetizzando: anche se la storia, dal punto di vista del semplice soggetto, è indubbiamente una bella storia, alla fine quasi tutto il cast, salvo i due protagonisti principali, risulta fino alla fine deludente, e la cosa impedisce di vivere la vicenda in modo emotivo come ricercato da regista e sceneggiatrice. Peggio ancora le varie morti che colpiscono il Tekkedan, tutte così rigorosamente prevedibili da non lasciare mai il segno. La Okada, bravissima nei suoi lavori più famosi a portare lo spettatore a innamorarsi dei suoi numerosi attori, stavolta fallisce proprio su Gundam, scrivendo così 25 episodi che brillano solo quando focalizzati sui due eroi.


Anche tecnicamente la serie è discontinua: dettagliato il mecha design e pure reso in modo minuzioso, ma discutibile e altalenante quello dei personaggi, che non solo trovano un tratto che ricorda quello sproporzionato e infantile di Mobile Suit Gundam AGE (2011), ma soffrono anche di una resa spesso non all'altezza, approssimativa e poco curata nei campi lunghi. Anche le animazioni cadono nello stesso problema, trovando risultati eccelsi nelle battaglie e modesti nelle parentesi calme o dialogate. Poche e ripetitive le tracce musicali interessanti, brutte le opening e splendide le ending (soprattutto la prima, la malinconica Orphans no Namida): sembra che in questo lavoro per ogni cosa buona si trovi un corrispettivo negativo.

Alla fine, la visione lascia soddisfatti ma anche un po' interdetti per lo spreco di potenziale: le premesse per il seguito sono buone e l'ultima manciata episodi, nella sua enfasi epica/drammatica, è così riuscita da chiudere nel miglior modo la prima parte della storia, ma bisognerà vedere se nella seconda stagione si cercherà in qualche modo di porre rimedio ai grossi difetti della prima, rendendo avvincente per davvero un'avventura che, per buona parte della sua durata, onestamente, stenta a decollare. La situazione è insomma davvero simile a quella che chiudeva la prima serie di Gundam 00: vedremo se anche stavolta si potrà migliorare tutto nel secondo atto. Per adesso, accontentiamoci.

Voto: 7 su 10

SEQUEL
Mobile Suit Gundam: Iron-Blooded Orphans Second Season (2016-2017; TV)


FONTI
1 Intervista a Mari Okada rilasciata il 25 marzo 2016 a Bandai Channel. Tradotta in inglese alla pagina web https://karice.wordpress.com/2016/05/15/p507/#fn-11282-1
2 Sito internet, Anime News Network, http://www.animenewsnetwork.com/interest/2015-11-09/scene-in-gundam-iron-blooded-orphans-causes-viewer-complaints/.95182#XAFCoV2VBywQDLel.01
3 Vedere punto 1
4 Come sopra, alla pagina web http://www.animenewsnetwork.com/news/2016-03-27/gundam-iron-blooded-orphans-anime-to-return-this-fall/.100342
5 Consulenza di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit)
6 Sito internet, http://echo.2ch.net/test/read.cgi/shar/1459949920/45

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