lunedì 20 febbraio 2017

Facciamo un po' di ordine

Oggi, dopo tanto tempo, mi prendo una settimana di riposo e mi limito a pubblicare (mi sono comunque costate settimane e settimane di fatica) le recensioni riaggiornate di molti dei film Ghibli, da Nausicaa a I miei vicini Yamada. Nel caso negli originali post non vi fosse una mia recensione ma bensì una del Corà, ora troverete anche la mia contro-recensione.
Dire che sono "aggiornamenti" è riduttivo, visto che buona parte di questi lungometraggi li ho rivisti (talvolta rivalutandoli in positivo, a volte in negativo) e in virtù di questo gli scritti originali li ho enormemente ampliati, riempendoli fino a morire di curiosità, retroscena e SOPRATTUTTO delle interpretazioni ufficiali dei loro creatori (così la finiamo di leggere idiozie tipo La tomba delle lucciole un film contro la guerra, Kiki una generica storia di formazione o, peggio, un film "minore" di Miyazaki, and so on). Almeno in questo spazio, troveremo sempre e solo informazioni ufficiali, non ridicole sovrainterpretazioni. Giacché lo dica qualcuno, un autore sarà sempre Dio della sua opera e quello che ne dice è legge.

La seconda cosa che ho da dire è che, visto che da ormai un anno sono solo soletto a scrivere recensioni e quelle pronte "di riserva" in database le ho ormai esaurite tutte, è giusto avvisare che siamo arrivati al momento in cui non potrò più garantire uno scritto a settimana, pratica difesa coi denti sin dalla fondazione del blog ma che alla prima occasione vedrà la sua triste capitolazione (per i soliti motivi: lavoro, stanchezza e molto meno tempo libero, non voglio tediarvi con le banalità della vita). Continuerò ad aggiornare vecchie recensioni e a scriverne di nuove, ma, come potrei riuscirlo a fare per anche mesi di fila, potrebbero anche capitare lunghi periodi di nulla. Non prometto nè garantisco alcunché, se non che in alcun modo abbandonerò a sè stesso il blog. Mai. Anime Asteroid non chiuderà mai i battenti sino alla mia morte e lo seguirò sempre, questo è poco ma sicuro.

In virtù di tutta questa premessa, è facile pronosticare che nei prossimi tempi ci sarà moltissimo spazio per analisi di film e brevi OVA (materiale la cui visione non occupa più di un paio di orette), piuttosto che per lunghe serie TV come ormai ero abituato a vedere e fare negli ultimi tempi. Queste ultime non cesseranno di apparire, ma la loro presenza diminuirà sensibilmente per ovvi motivi. Nei mesi che seguiranno posso già profetizzare che intendo terminare di recensire l'opera cinematografica omnia Ghibli, riaggiornare tutte le schede dei film di Satoshi Kon, Yoshiaki Kawajiri e Katsuhiro Otomo e completare/riaggiornare tutte le filmografie di Mamoru Hosoda e Makoto Shinkai, perché è giusto dedicare spazio ai successori di Miyazaki i cui lavori hanno ormai uguagliato la popolarità dei Ghibli (e perché, inutile negarlo, daranno di sicuro più visibilità al portale). Magari farò un'analisi anche delle opere del meno conosciuto ma altrettanto talentuoso Keiichi Hara, chi lo sa, ma sia quel che sia, insomma, tratterò opere molto meno di nicchia di prima, facciamocene tutti una ragione.

Prima di lasciarvi ai link dei Ghibli riaggiornati, mi premunisco di avvisare che la recensione di settimana prossima potrebbe fare scalpore, quindi se volete commentarla contate fino a dieci prima di scrivere, poiché ogni commento lontanamente offensivo o provocatorio non lo pubblicherò mai, non ho alcun obbligo di farlo e neanche la vocazione democratica di permettervelo. Come sapete tutti da un pezzo, pubblico SOLO post civili e costruttivi, che siano di elogi o di critiche negative. Volete dirmi che non capisco un cazzo? Fatelo, ma nei modi e nei termini appropriati. Chiedo scusa se il post può sembrare superbo o provocatorio a mia volta, ma si rivolge a chiunque possa essere interessato a interagire con me in questo blog, soprattutto le new entries, non certo agli affezionati lettori che da anni mi danno così tante soddisfazioni (e che non smetterò mai di ringraziare, per commenti interessanti e stimolanti e "bacchettate" scritte a fin di bene)

Buona lettura, grazie a tutti e a sentirci tra i commenti!

lunedì 13 febbraio 2017

Recensione: Remi - Le sue avventure (Ascolta sempre il cuore Remi)

REMI - LE SUE AVVENTURE
Titolo originale: Ie Naki Ko
Regia: Osamu Dezaki
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Hector Malot)
Sceneggiatura: Haruya Yamazaki, Tsunehisa Ito, Keiko Sugie
Character Design: Akio Sugino
Musiche: Takeo Watanabe
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie televisiva di 51 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1977 - 1978


A metà degli anni '70, per motivi che non mi sono ufficialmente noti (ma comunque sufficientemente ipotizzabili da poter provare a ricostruirli), l'industria animata giapponese inizia a scoprire la moda della letteratura europea. Non penso sia sbagliato presupporre che la cosa possa essere ricondotta all'enorme successo del grande Heidi (1974) televisivo di Isao Takahata, successo che da solo convince Nippon Animation a varare l'anno successivo il Sekai meisaku gejiko, meglio conosciuto come World Masterpiece Theater o meisaku, ossia una lunga, lunghissima serie di trasposizioni animate di opere per l'infanzia di gusto occidentale. Nel 1975, ispirate da Piccole donne (1868) di Louisa May Alcott1 e sotto richiesta del loro editor, innamorato di Heidi (si torna sempre lì!) e che chiedeva loro un'opera simile, anch'essa apprezzabile da madri e figlie2, le autrici Kyoko Mizuki e Yumiko Igarashi disegnano il manga Candy Candy,  uno degli shoujo più famosi e influenti di tutti i tempi in madrepatria (e non solo per le note, interminabili controversie legali tra le due autrici, in tempi successivi, in merito alla proprietà intellettuale dell'opera). Ambientata tra USA, Messico e Inghilterra a inizio XX Secolo, quella della povera orfanella Candice White è un'esistenza infelice: sempre risoluta e col sorriso sulle labbra, la piccola 13enne affronta con forza e coraggio l'incredibile numero di avversità, sfortune e disgrazie che la vita, con inusuale e compiaciuto sadismo, arreca a lei e alle persone che le vogliono bene, sfortune che la porteranno a essere ripetutamente emaraginata e disprezzata pur non meritandoselo, a veder morire o finire male più di un fidanzato e a venire cacciata da un luogo all'altro del mondo (ovviamente per merito delle classiche invidie principalmente femminili che odiano la sua purezza). Più che il risibile, inverosimile numero di tragedie che capitano all'eroina e che fanno assumere alla vicenda i contorni di una telenovela, è giusto far notare che la morale della storia è che (usando le parole della Igarashi3) "bisogna essere in grado di rialzarsi e vivere anche dopo i duri colpi dati dalla vita", destinato a diventare manifesto del "genere", e soprattutto che la trasposizione del manga a cura di Toei Animation che inizia nel 1976, pur non raggiungendo share degni di finire tra i 100 migliori al mondo, arriva al traguardo di ben 115 episodi rivelandosi un gran successo4.

Penso, a questo punto, che il mosaico inizi a ricomporsi. In quel periodo in cui le platee seguono con interesse le storie di impianto europeo, la grande "popolarità" delle tragedie di Candy Candy (storia che, è bene ricordarlo, sempre appartiene all'insieme sopracitato) e il suo stoico messaggio trovano ulteriore terreno fertile presso gli studi d'animazione, che iniziano a percepire come il contorno di località esotiche e orfanelli sfortunati piaccia e molto. Non per nulla, come ben sa chi si è studiato un po' della società giapponese, la vita di un nipponico, sin dalle scuole elementari e fino alla pensione, è contraddistinta da ritmi di studio e lavoro massacranti a dire poco, che iniziano di mattina e terminano la sera, neanche lontanamente paragonabili a quelli occidentali, tanto che ancora oggi il Giappone è oggi uno degli Stati con il più alto tasso di suicidi al mondo5 e principalmente per depressione6. Penso sia molto credibile perciò che l'idea che le storie di bambinelli buoni e puri che subiscono nella vita ogni genere di cattiveria da parte di infami potesse essere vista, all'epoca, come esorcizzante e liberatoria per i bambini, che andando a scuola già intuivano quanto sarebbe stata dura la loro vita negli anni a seguire, quanto sarebbero stati "spremuti" dalla società, e in virtù di questo si "consolavano" grazie ai loro "avatar" televisivi che ne passavano di cotte e di crude ma che pure si rialzavano sempre, carichi di forza e ottismo per guardare avanti a un futuro migliore. Da questa lunga premessa dunque, che parte da Heidi per arrivare a Candy Candy toccando anche la frenetica, asfissiante vita nella società nipponica, penso perciò di poter spiegare il perché gli anime meisaku, soprattutto quello con gli "orfanelli sfigati", abbia per così lungo tempo imperversato con successo nelle televisioni asiatiche, sempre attraverso lunghe serie televisive (principalmente di Nippon Animation, ma non solo) tutte o quasi arrivate anche da noi. Ritengo dalle fortune di share delle "tragedie" di Candice White che si possa ricavare l'input per la creazione del suo primo "erede" che mi accingo a commentare, Ie Naki Ko, Senza famiglia (in Italia Remi - Le sue avventure) del 1977, basato sull'omonimo romanzo del 1878 del francese Hector Malot e animato dalla Tokyo Movie Shinsha.


La storia del piccolo Remi non è tanto dissimile da quella della sua "sorella maggiore" e la morale, ovviamente, è la medesima (ben enunciata dallo "slogan" portante "va avanti per la tua strada Remi! Forza!"). Siamo nel XIX Secolo, nel villaggio francese di Chavanon. Dopo 11 anni vissuti con una madre amorevole, la bella signora Barberin, il piccolo scopre di essere in verità stato adottato, trovato in fasce in un vicolo di Parigi, dal marito di lei. Peccato che quest'ultimo, Jérôme, incattivito dalla povertà e dalla loro misera vita, non ci penserà un secondo a vendere il fanciullo pur di racimolare qualche soldo, non avendolo mai considerato realmente parte della famiglia, freddo alle suppliche di moglie e piccolo. Acquistato in lacrime dall'italiano Vitalis, anziano girovago e artista di strada dal passato misterioso, che si procura da vivere alla giornata allestendo allegri spettacoli coi suoi cani Capi, Dolce e Zerbino e la scimmietta Joli Coeur, Remi finirà col vagabondare insieme a loro in giro per mezza Francia, imparando sulla sua pelle le avversità e asperità della vita, ma anche, da Vitalis, la capacità di leggere, cantare, suonare l'arpa e il flauto e soprattutto la dignità di un "vero uomo", quella di essere autonomo e sapersi mantenere da solo senza contare sugli altri. Nel corso del suo lungo viaggio Remi conoscerà ogni genere di privazione e difficoltà, ma avrà dalla sua la fermezza di andare avanti nonostante i duri colpi subiti, fino a trovare un raggiante futuro.

Realizzato per festeggiare il 25esimo anniversario dell'emittente televisiva Nippon TV, Remi è animato interamente in stereocopia sfruttando lo "stereo chrome system", una tecnologia dell'epoca che permetteva la produzione di immagini visionabili al contempo sia in 3D (se si possedevano gli occhialini specifici) che in un normale 2D senza nessun effetto visibile su schermo7. Originalità tecniche a parte, Remi è una serie importante. È innanzitutto un'opera di riscossa economica: in grosse crisi finanziarie, lo studio chiamato allora solo Tokyo Movie concentrerà proprio su Remi, su Lupin the 3d Part II e su New Star of the Giants, tutte e tre del 1977, le sue risorse economiche, cercando a tutti costi di realizzare produzioni di alta qualità che potessero fare presa sul pubblico: ci riuscirà mirabilmente con tutte realizzando dei successi commerciali8, trovando così sufficiente stabilità finanziaria da poter letteralmente rinascere in "Tokyo Movie Shinsha" ("Nuova Società Tokyo Movie"). In secondo luogo, banalmente, Remi simboleggia il ritorno all'animazione, insieme, di Osamu Dezaki e Akio Sugino, la coppia a cui si devono le indimenticabili invenzioni grafiche e registiche dell'eccellente Aim for the Ace! (1973). I due sono nuovamente in piena sintonia e realizzano, in questa produzione, un altro grande lavoro molto rappresentativo del loro talento. Il titolo gode infatti di disegni ancora una volta realistici, dettagliati ed eleganti, e soprattutto l'assenza delle tipiche inquadrature dezakiane in favore di una direzione ortodossa è controbilanciata dall'enorme, affascinante numero di simbolismi (principalmente religiosi, con colombe e vetrate di chiese) e delle "cartoline", quelle famose, gigantesche illustrazioni, tanto care al regista, con cui si esprimono con vigore i sentimenti dei personaggi e i momenti topici della narrazione. Vale la pena anche citare i fondali estremamente pittorici, accostabili (seppur alla lontana) ai quadri di Vincent Van Gogh per l'uso di pennellate e tonalità cromatiche, le animazioni molto buone, e, indubbiamente, la buona ricostruzione storica di ambienti, paesaggi e macchinari, evidentemente basata su una qualche ricerca in merito. L'ottima raffigurazione delle campagne francesi, degli impianti minerari, delle linee ferroviarie e di tante famose città francesi sicuramente è stata influenzata da materiale consultativo. Tocco di classe l'uso nella vicenda di vere canzoni napoletane eseguite da Vitalis per fare intuire il suo passato. Sarebbe bello lodare anche il lavoro del compositore Takeo Watanabe, fresco di notevoli melodie dolci, armoniche e malinconiche, peccato siano interamente prelevate e riciclate dal suo precedente lavoro per the Little Witch (1974, in Italia Bia - La sfida della magia) svolto per Toei Animation.

Tuttavia, il punto di forza del progetto, tecnicamente  davvero molto buono, non può non essere la bontà della trama. Mi dà, in verità, un po' di problemi sorvolare sulle ingenuità di una storia "on the road" la cui vicenda geograficamente copre tutta la Francia e che viene interamente e sfacciatamente portata avanti e risolta attraverso una fitta ragnatela (tessuta evidentemente dal destino) di pazzeschi e inverosimili incontri fortuiti tra persone che non si sono mai conosciute e che per puro caso scoprono di avere un Remi in comune tra gli amici (il mondo non è solo piccolo, ma addirittura piccolissimo), ma da un lato questo è un handicap del romanzo originale, e dall'altro evidentemente è prassi comune soprassedere su queste cose in virtù di una eventuale poderosa forza espressiva del racconto (chi sono io per dire nulla, quando Monster di Naoki Urasawa e Takashi Nagasaki è pluri-premiato e pluri-amato da critica e pubblico col suo disumano numero di coincidenze impossibili che surclassano quelle di Remi?). Se si riesce a godere di Remi per quello che è, senza stare a pensare che è completamente campato in aria per come si sviluppa e, ovviamente, per la mole di sfortune e disgrazie che sembra non lasciare in pace questo ragazzo in qualsiasi luogo in cui si trovi (insite nel "genere"), c'è di che commuoversi davvero con questo dramma toccante e in più occasioni memorabile. Il merito maggiore di Dezaki e degli sceneggiatori è di tridimensionalizzare benissimo i personaggi: la maturazione di Remi è ovviamente influenzata dalle esperienze di vita e dai legami che instaura con le varie persone che conosce, e questi rapporti sono bene esplorati, con sensibilità, profondità, poesia e una realistica, commovente analisi comportamentale. Impossibile, davvero impossibile non affezionarsi a Vitalis e al ruolo che gli spetta nella vita del ragazzo (principalmente, il padre che non ha mai avuto), come è difficile rimanere indifferenti alla simpatia degli altri membri della troupe degli artisti girovaghi o degli altri attori davvero importanti (mi fermo con le anticipazioni) che concorreranno a formare il ragazzo rendendolo spiritualmente più forte e positivo. Il realismo di come sono trattate le relazioni interpersonali e i dialoghi è mirabile e soprattutto spontaneo e ricorda molto il Takahata di Heidi: si avverte come regista e sceneggiatori ci mettano il cuore per offrire un ritratto né troppo retorico né troppo impietoso dell'Uomo, ma reale, ritraendo lui e i rapporti umani in tutte le sue sfumature, da quelle più positive (Vitalis, la madre) a quelle più odiose e negative (il ripugnante gendarme di Tolosa, il commissario inglese), per preparare il pubblico di telespettatori a quali saranno le difficoltà che incontreranno nel corso della vita, come quelle di Remi. Giustamente, con queste pretese, i momenti davvero bui del ragazzo, quelli più terribili che ogni persona deve affrontare almeno alcune volte nel corso della vita, saranno narrati in modo così empatico e straziante da scuotere sicuramente la persona davanti allo schermo.


Remi, in poche parole, nonostante l'esagerazione delle sfortune in esso  rappresentate, è sicuramente da prendere come un inno alla vita, ben confezionato e sensibilmente raccontato, con diversi momenti lacrimevoli che lasciano il segno. Un ottimo anime, non c'è che dire, anche se alcuni difetti non mancano, di poco e grosso conto: nel primo gruppo finiscono alcune ingenuità antistoriche (scale antincendio nell'800? Ubriaconi europei che si mettono a ballare e fare gli stupidi allo stesso modo di quelli giapponesi?), nel secondo una parte centrale/finale nettamente inferiore alla prima, che liquida con freddezza e velocità scene che dovrebbero essere teoricamente piene di pathos e trova un lungo riempitivo (ambientato in Inghilterra) abbastanza noioso. Non che non manchino scene che scaldano il cuore, ma, per buona parte della loro durata, gli ultimi 20/25 episodi sono un continuo saliscendi di ottimi momenti intervallati da altri che ci si aspetta bellissimi e che invece deludono. Desta scalpore e qualche perplessità anche la conclusione, inventata appositamente da Dezaki (assente, quindi, nel romanzo), estremamente "giapponese" e per questo tirata per i capelli nel contesto europeo in cui è ambientata la vicenda. Non è brutta nè totalmente irrealistica, ma abbastanza innaturale. La bontà del resto, tuttavia, fa in modo che le storpiature non influenzino troppo la valutazione finale, assolutamente positiva e che premia un'opera che alla sua conclusione, nel 1978 (uscirà pure un classico film riassuntivo nel 1980, ovviamente trascurabile vista la sua impossibilità di sintetizzare in modo sensato 51 episodi in appena 96 minuti!), farà da spartiacque per l'arrivo, in tempi non troppo distanti, di una pletora di altri gioiosi orfanelli tragici in cerca di famiglia (e di un secondo adattamento del romanzo, nel 1996, da parte di Nippon Animation).

Nota: Remi è arrivato in Italia nel 1979, trasmesso su Rai1 col titolo Remi - Le sue avventure. Una volta tanto, posso confermare un buonissimo adattamento dei testi, l'uso dei nomi originali e un'ottima prova di recitazione da parte dei nostri doppiatori. Unica stonatura Remi pronunciato Remì (e poco importa se paradossalmente sarebbe più corretto così, dell'originale va rispettato tutto, anche gli errori). Non posso però confermare il ridoppiaggio Mediast del 2003 (l'opera è rinominata Ascolta sempre il cuore Remi) perché non l'ho sentito. Tuttavia, preferisco consigliare l'ascolto della serie con audio giapponese e sottotitoli (Remi è uscito sottotitolato all'estero, anche negli USA), anche perché non vadano persi piccoli tocchi di classe come il protagonista e il suo amico Mattia che cantano tutto il giorno, per darsi coraggio, le parole della sigla originale di chiusura.

Voto: 8 su 10

ALTERNATE RETELLING
Nobody's Boy: Remi (1980; film)


FONTI
1 Consulenza di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit), in merito all'incontro col pubblico di Yumiko Igarashi all'Etna Comics 2016
2 Intervista alla Igarashi realizzata al Japan Expo 12th Impact del 2011 e pubblicata sul sito Nanodà.com alla pagina http://www.nanoda.com/intervista-a-yumiko-igarashi-georgie-candy-candy/
3 Come sopra
4 Volume 1 di "Ufo Robot Grendizer", "Il Goldrake che non conoscete", d/visual, 2007
5 Rapporto della World Health Organization del 2012 alla pagina ufficiale http://apps.who.int/gho/data/node.main.MHSUICIDE?lang=en (guardare la colonna a sinistra)
6 Secondo la Wikipedia inglese, la fonte è il quotidiano "Japan Economic Newswire" del 13 maggio 2010, nell'articolo "Suicides due to hardships in life, job loss up sharply in 2009"
7 Wikipedia giapponese di "Nobody's Boy: Remi". Che fosse un anime realizzato in 3D (ma non va nel dettaglio come Wikipedia) lo conferma il saggio "Anime al cinema" (Francesco Prandoni, Yamato Video, 1999, pag. 83
8 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 119

lunedì 6 febbraio 2017

Recensione: Rocky Joe 2 (Rocky Joe, il campione)

ROCKY JOE 2
Titolo originale: Ashita no Joe 2
Regia: Osamu Dezaki
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Ikki Kajiwara & Tetsuya Chiba)
Sceneggiatura: Atsushi Yamatoya, Haruya Yamazaki, Hideo Takayashiki, Yoshimi Shinozaki
Character Design: Akio Sugino
Musiche: Ichiro Araki
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie televisiva di 47 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1980 - 1981


Il 29 settembre 1971 Joe del domani anime chiude le trasmissioni con un finale improvvisato, dopo numerosi, evitabili filler che diluiscono enormemente la narrazione e ne riducono notevolmente la portata tragica. Successivamente, il suo regista Osamu Dezaki e il suo character designer Akio Sugino, come sappiamo, scoprono con Aim for the Ace! (1973) quella leggendaria sinergia artistica che renderà i loro nomi famosissimi e acclamati e che partorirà per tutti gli anni '70 un imbarazzante numero di capolavori e grandi serie, caratterizzate da una direzione all'avanguardia (l'unica che mi sovviene, di quegli anni, che si rifà ai modelli e al linguaggio davvero cinematografico, come le inquadrature oblique e lo split screen) e meravigliosi disegni. Nel frattempo, il manga originale di riferimento di Ikki Kajiwara e Tetsuya Chiba termina nella gloria e i suoi diritti passano dalla ormai defunta Mushi Production alla Tokyo Movie Shinsha. La replica della serie, infine, raggiunge indici di ascolto convincenti e, sembra, mediamente più alti della prima trasmissione (dico questo perché lo share più alto della replica, del 31.6%1, è maggiore del picco dell'originale, come sappiamo del 29.2%), abbastanza per convincere lo studio che sta riaffiorando interesse. Dopo Lady Oscar (1979), Dezaki e Sugino sono perciò pronti a riprendere il discorso lasciato in sospeso e concluderlo in TV, ormai nel pieno della loro maturità artistica, in procinto di riversare in Joe del domani 2 le invenzioni visive che li hanno resi famosi e che non avevano ancora "inaugurato" nella prima serie.

L'8 marzo 1980 esce al cinema un lungometraggio riassuntivo (inedito in Italia) che sintetizza per vecchi e nuovi spettatori la storia animata vista a inizio decennio. Al di là dell'ovvio, drastico rimontaggio operato per schiaffare 79 episodi in un film di 152 minuti, l'opera si distingue per la curiosa scelta di concludersi proprio con la celebre morte di quel celebre personaggio che ha portato a quel celebre funerale pubblico tra i fan, tralasciando di trasporre le circa trenta puntate successive, quelle maggiormente tirate per le lunghe con riempitivi e invenzioni varie. Di fatto, in questo film saranno adattate perciò solo le prime 52 puntate (l'equivalente dei primi 9 volumi del manga, nonostante la serie ne coprisse 14). Sarà un indizio bello pesante: la seconda serie ricomincerà infatti proprio da quel punto, con una lunga opera di remake della parte finale della prima (i primi 13 episodi), evitando qualsiasi riempitivo per seguire scrupolosamente e con costanza il manga, riproponendolo tale e quale anche se questo significa presentare fin da subito atmosfere sensibilmente più cupe e tenebrose che rinunciano ai siparietti comici e agli addolcimenti visti in precedenza - e non per nulla in più di qualche occasione anche le sequenze "mantenute" dal passato verrano ampliate o riviste in modo più fedele. Joe del domani 2 racconta della carriera pugilistica vera e propria di Joe Yabuki, dei numerosi match che lo riguardano, dei terribili rimorsi di coscienza che prova nel rendersi artefice della distruzione delle carriere dei suoi rivali (mediante i suoi pugni rabbiosi e devastanti) e del lento innamoramento tra lui e l' "odiata" Yoko Shiraki. Soprattutto, narra di un nuovo terribile antagonista, il messicano José Mendoza, e della tragica questione dell'encefalopatia del pugile (il terribile disturbo neurologico che può cogliere un pugile colpito da un eccessivo numero di colpi alla testa e che porta lentamente alla demenza) che colpirà più di qualcuno. In tutte queste questioni, Joe del domani 2 trova il compimento della parabola nichilista accennata nella prima parte e di cui già si percepivano le avvisaglie, coerentemente con il messaggio di "celebrazione di perdenti della vita" di cui si fa portavoce l'originale. Proprio nella parte centrale e finale la storia, infatti, trova quell'accumulo di tragedie che colpiscono come un pugno nello stomaco, commuovono (la figura di Carlos Rivera, la maturazione di Joe) e danno pieno senso al titolo dell'opera.

Inutile, a questo proposito, stare a sviscerare un'altra volta tutte le tematiche della vicenda, già trattate nella recensione della prima serie TV. In questa Parte 2, banalmente, il racconto si evolve in un noir "sportivo" dalle atmosfere ancora più opprimenti e asfissianti, in cui i temi sono sublimati e portati alle più terribili conseguenze, come ben attesta quel finale indimenticabile (o meglio ancora, quel fotogramma) che si è impresso nell'immaginario collettivo, citato in milioni di anime/manga e conosciuto ormai da chiunque bazzichi questo mondo (per quanto sia una personale interpretazione del regista, dato che la stessa scena su carta è volutamente ambigua e vale la pena aggiungere che nel 2014 il disegnatore Chiba, inventore di quella sequenza conclusiva2, abbia addirittura smentito la visione di Dezaki3).


In animazione, Joe del domani 2 brilla come una stella, annichilendo il low budget della prima serie e a mio parere addirittura superando il manga, evento estremamente raro ma che riesce insolitamente spesso al regista. Il merito non può che spettare alla confezione tecnica e registica della serie, distante eoni dalla povertà vista in precedenza e rappresentata da un Dezaki e Sugino ai vertici del loro talento. Graficamente i due operano un restyling clamoroso che rende più adulti i personaggi, nitidi i colori e soprattutto dettagliatissimi i disegni, accompagnandoli a una realistica fisica di ombreggiature e ad animazioni di alto livello che esplodono in energia negli incontri con spettacolari invenzioni visive (split screen, deformazioni e volute sproporzioni, linee cinetiche, realistica resa del sudore e degli ematomi, illustrazioni, psichedelici giochi di colori, etc., l'episodio 12, indimenticabile, è enormemente rappresentativo in questo senso), grandi espressività facciali e poderoso senso di fisicità e mascolinità. Non mancano neppure geniali invenzioni sonore (la più nota è sicuramente rappresentata dall'incontro con il "Calcolatore umano" ed ex soldato coreano Kim Yongpi, la cui raffica di pugni è musicalmente metaforizzata da spari ed esplosioni), a testimonianza della notevole autoralità riversata nella resa scenografica dei combattimenti. È tuttavia anche fuori dai ring che si vede la forza registica di Dezaki, abile a trattare un dramma attento ai sentimenti e alla psicologia degli attori, comunicandoli con lunghi silenzi, primi piani e inquadrature di classe, a mio parere rendendo ancora più tridimensionali gli attori che su carta (altro esempio la straziante sequenza in flashback dell'infanzia del citato Yongpi, puntata 23). Anche musicalmente, poi, Joe del domani 2 primeggia: non bastassero le due fantastiche sigle di apertura (con l'energia trascinante della prima e il raffinato blues della seconda), anche la colonna sonora si contraddistingue per numerose tracce accattivanti, passando da martellanti synth nei combattimenti (compresa la versione strumentale della prima opening, perfetta nel ruolo) a sonorità latino-americane per presentare luoghi e personaggi a tema e a crepuscolari nenie morriconiane per sottolineare i momenti drammatici. Addirittura non fa cadere le braccia (come spesso invece accade) la qualità del parlato in inglese (da parte dei rivali stranieri di Joe): talvolta molto maccheronico, ma spesso anche contraddistinto da una pronuncia credibile o addirittura buona per gli standard dell'animazione nipponica.

L'unico difetto su cui sento di dover puntare il dito è la riproposizione dell'unica vera stupidaggine del manga: mi riferisco all'avversario più ridicolo, inverosimile e fuori posto immaginato da Kajiwara, il pugile malesiano Harimau, sorta di primitivo uomo-scimmia cresciuto nella giungla che dà del filo da torcere a Joe, una figura grottesca e demenziale che sicuramente aveva più senso presentare nel "cartoonesco" e inverosimile Tiger Mask (1968, altro fumetto dello stesso autore) piuttosto che nel ben più credibile Joe del domani. Pazienza (fortunatamente viene liquidato abbastanza in fretta come su carta). Per il resto, Joe del domani 2 è un capolavoro di intimismo e regia: una trasposizione perfetta (salvo quel finale non più ambiguo come in origine) di uno dei più famosi manga della Storia e, non in ultimo luogo, l'ennesima opera irrinunciabile del duo Dezaki e Sugino. Semplicemente imperdibile, tanto che è impossibile non provare una sorta di amarezza per come il regista fino alla fine non sia riuscito a convincere i produttori ad affidargli una terza serie ancora sul tragico pugile, un prequel in cui avrebbe narrato la giovinezza di Joe rendendo davvero "completa" e definitiva, a suo modo di  vedere, la storia4.


Peggio della prima serie, Joe del domani 2 arriva in Italia (intitolato Rocky Joe, il campione) con un adattamento ancora più inaccettabile, che inglesizza i nomi di tutti i personaggi (la prima grossomodo almeno quelli li rispettava) e soprattutto inventa dialoghi totalmente falsi fino allo sfinimento, addirittura cambiando (orrore puro) il senso del finale, rendendolo positivo invece che drammatico. Insomma, una cosa inguardabile. I DVD Yamato Video non correggono niente dal momento che offrono nuovamente sottotitoli basati sulla trascrizione dell'audio italiano. A questo punto, meglio visionarlo in lingua originale oppure procurarsi il secondo film di montaggio che esce nel 1981 e che sintetizza questa serie, arrivato anche da noi per Yamato Video (chiamato Rocky Joe - L'ultimo round) e con un doppiaggio consono e fedele.

Voto: 10 su 10

PREQUEL
Rocky Joe (1970-1971; TV)
Rocky Joe (1980; film)

SEQUEL
Rocky Joe: L'ultimo round (1981; film)


FONTI
1 Pagina web contenente i 100 migliori risultati di share di singoli episodi nella Storia dell'animazione giapponese, http://nendai-ryuukou.com/article/110.html
2 Post di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit) apparso nel forum Pluschan alla pagina http://www.pluschan.com/index.php?/topic/5187-ashita-no-joe-noi-siamo-ashita-no-joe/?p=354349. La sua fonte (http://www.pluschan.com/index.php?/topic/5187-ashita-no-joe-noi-siamo-ashita-no-joe/?p=354359) è il saggio "Kajiwara Ikki Den" pubblicato in Giappone nel 1995, che raccoglie aneddoti sulla vita del soggettista della serie. Lì si apprende che il finale è 100% farina del sacco del disegnatore Tetsuya Chiba
3 Altro post di Garion-Oh apparso nel forum Pluschan, alla pagina http://www.pluschan.com/index.php?/topic/5187-ashita-no-joe-noi-siamo-ashita-no-joe/?p=353686. Nello specifico, Chiba fa notare (seguono anticipazioni fondamentali) che in un manga chiamato "Joe del domani" il protagonista non può morire e che non è stato mai richiesto un suo funerale pubblico dai fan come per quell'altro personaggio
4 Intervista a Osamu Dezaki pubblicata su Animerica (Vol. 4) n.17 (Viz Media, 1998), riportata alla pagina web http://aceonerae.dreamers.com/english/ace_ar01.htm

lunedì 30 gennaio 2017

Recensione: JoJo's Bizarre Adventure - Diamond is Unbreakable

JOJO'S BIZARRE ADVENTURE: DIAMOND IS UNBREAKABLE
Titolo originale: JoJo no Kimyō na Bōken - Diamond wa Kudakenai
Regia: Naokatsu Tsuda
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Hirohiko Araki)
Sceneggiatura: Yasuko Kobayashi
Character Design: Terumi Nishii
Musiche: Yuugo Kanno
Studio: David Production
Formato: serie televisiva di 39 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anno di trasmissione: 2016


Penso che, anche se la trasposizione delle lunghissime Bizzarre avventure di JoJo (1986) dovesse giungere a termine con questa quarta saga, Diamond is Unbreakable, si possa essere complessivamente ben più che solo soddisfatti dell'ennesimo, eccezionale lavoro animato di David Production e Naokatsu Tsuda: con esso, sono finalmente state adattate, in modo addiritura superbo, tutte le storie più belle e significative della famiglia Joestar, colmando dopo decenni un vuoto inconcepibile nel panorama dei mancati adattamenti di shounen fondamentali. Per quanto anche i successivi Vento Aureo, Stone Ocean, Steel Ball Run e il contemporaneo JoJolion vantino indubbiamente pregevoli intuizioni e bei momenti (enormemente limitati, nelle battaglie, da un disegno e una regia delle tavole mai così caotici e incomprensibili), a mio parere è proprio con il quarto capitolo che il manga di Hirohiko Araki trova quell'alchimia davvero perfetta e irreplicabile tra personaggi (i più simpatici e carismatici), Stand (i più bizzarri), combattimenti (i più creativi e cerebrali) e narrazione, nel contesto di una storia mai così imprevedibile e stravagante; elementi che in un modo o nell'altro scemano o peggiorano drasticamente nei sequel. Lo spettatore può quindi consolarsi: anche in assenza di ulteriori trasposizioni, il JoJo che conta, quello indispensabile, è finalmente, interamente, guardabile in TV, rivelandosi un ennesimo capolavoro, una delle migliori serie del 2016 (per quanto, in realtà, il fumetto sia disegnato a metà anni '90).

Reinventarsi: questa è la dichiarazione d'intenti di Araki, che già dal precedente Stardust Crusaders contraddistingue la sua opera principale per una sostanziale voglia di esplorare tematiche, ambientazioni e anche atmosfere sempre diverse da saga a saga, in modo da non stancare mai, in parallelo con disegni dagli stili sempre diversi. Dal precedente Giro del mondo in 80 giorni incrociato con gli schematismi del più virile picchiaduro Eighties, si passa in Diamond is Unbreakable a quello che si può definire, con una certa follia, uno slice of life nostalgico condito dal thriller psicologico (!) con il solito contorno di combattimenti. In antitesi con il predecessore, Araki vuole trasmettere la sensazione che il pericolo e i possessori di Stand possano annidarsi in luoghi insospettabili e apparentemente "sicuri", non vuole più che si presentino spontaneamente dinnanzi all'eroe di turno1. Sceglie dunque come palcoscenico della vicenda una città immaginaria, Morio-cho, depositrice di torbidi segreti e insospettabili morbosità tra le mura domestiche (e non solo)2, come fosse una sorta di Twin Peaks, ispirandosi all'aria che tirava al tempo, quando il Giappone era sconvolto dagli omicidi di un serial killer (molto presumibilmente Sakakibara Seito, Araki non cita il suo nome) e ogni cittadino aveva il timore che egli potesse rivelarsi il suo vicino di casa3. Ogni abitazione e ogni locale in cui entrano gli attori, quindi, potrebbe riservare presenze amichevoli come pericoli terrificanti dati da possessori di Stand. L'autore riesce benissimo nel suo intento, trasmettendo in primis un senso di familiarità assoluto in luoghi e strade (plasma l'intera cittadina su Sendai, il paese in cui è nato è vissuto, riempendola amarcordianamente di riferimenti visivi della sua infanzia4, e la riutilizzerà come scenario nell'ottava saga, JoJolion), e stupendo in secondo luogo con colpi di scena. Modificato è anche lo stile dei disegni, e radicalmente. Dai bestioni massicci e sproporzionati visti nelle serie precedenti, palesemente influenzati da Ken il guerriero (1983), si arriva qui al tratto che diventerà iconico in questa e nelle saghe successive: quello simil-europeo (molto alla lontana in verità, ma diverso da qualsiasi cosa che si possa mai vedere su Weekly Shounen Jump) dei personaggi smilzi dalle pose plastiche (e assurde), basate sullo studio e la passione dell'autore per i manuali di anatomia5 e le sculture romane6 (guardando anche ai modelli dell'industria di moda7),  vestiti in modo eclettico/stravagante con abbigliamenti di gusto e design tipicamente italiani8 (non per nulla in futuro Araki collaborerà anche con Gucci, come si può leggere nello spin off Così parlò Rohan Kishibe).

La storia è temporalmente ambientata nel 1999. Il nuovo JoJo stavolta è Josuke Higashikata, nato da una relazione illecita di Joseph Joestar e residente in Giappone da anni con la giovane madre. Il ragazzo va alle superiori, è gentile e cordiale con tutti ma non disdegna la rissa se serve, si veste come un teppistello con un improponibile ciuffo a banana (cosa che ha sconvolto i lettori ma è tuttavia rivendicata con orgoglio dall'autore, poiché ha preso proprio come una sfida  la questione di rendere credibile e figo un simile eroe9), marina all'occorrenza la scuola ma è sempre scanzonato e divertito, generoso ed empatico. È, insomma, un'adorabile, simpaticissima canaglia, e il suo Stand, Crazy Diamond, è non solo potentissimo ma anche in grado di guarire all'istante qualsiasi ferita non mortale che non sia del ragazzo. Incontrato lo zio Jotaro Kujo (una vecchia conoscenza!), lì arrivato per indagare su un assassino dotato di Stand, verrà a conoscenza del mondo di questi Possessori, trovando modo di incontrarne parecchi che non immaginava neppure potessero dimorare nella sua città. Quindi, insieme a Jotaro e altri alleati e amici che presto faranno la sua conoscenza (sempre, ovviamente, tra gli Stand-User), indagherà non solo su un misterioso arco che ha la capacità di conferire uno Stand a pochi eletti, ma dovrà anche affrontare uno spaventoso serial killer che da quindici anni terrorizza Morio-cho.


La sottotrama (che poi diventerà macro) del serial killer Kira Yoshikage si sviluppa solo nelle fasi conclusive. Per buona parte della durata, Diamond is Unbreakable è invece un titolo più fantastico che di vera azione, che vede Josuke e amici (sempre ragazzi delle superiori particolarmente, come ammette orgoglioso Araki, cretini come lui10) bighellonare in giro e divertirsi e trovare sempre per caso, da un locale all'altro, altri Possessori di Stand che si rivelano amici o nemici e da cui partiranno o combattimenti o "bizzarre avventure" dai toni inquietanti o comici. L'ironia è presente in  dosi decisamente massicce, più che in passato, data non solo da iperviolenza, humor nero, grottesco e politicamente scorretto (una felice costante, in JoJo) ma anche dalla surrealità di situazioni e sopratutto di dialoghi. Il cast, carismatico, irresistibilmente idiota e vestito in modo disumano (la camicia scolastica di Josuke su tutti), fa la sua parte nell'accrescere il senso di comicità grazie al perenne cozzare tra modi di fare, agire e analizzare le situazioni da parte di personalità forti e molto ben caratterizzate e diversificate. Si apprezza, nella storia, proprio lo spirito divertito e ispirato dell'autore, che improvvisa vicende sempre più creative, volta per volta, senza mai porsi problemi sulla loro importanza ai fini di continuity, a prescindere dallo spazio che occupano: racconta quello che vuole raccontare e basta. Alcune avventure getteranno le basi per altre più importanti, mentre altre, anche se splendide (la mitica e sanguinaria partita a poker!) si riveleranno solo gustosi divertissement isolati. Ci saranno anche domande che avranno risposte vaghe (il mistero dell'arco che dona i poteri Stand, a un certo punto dimenticato per strada e mai più ripreso), altre che addirittura non avranno nulla (quel tipo è davvero un alieno o un possessore di Stand?). Stesso discorso vale per l'uso degli elementi di quello che si rivelerà un mastodontico e ingestibile (per quantità) cast (praticamente tutti gli abitanti di Morio-cho dotati di Stand), i cui attori semplicemente vengono usati quando serve il loro contributo alla vicenda portante per poi riscomparire venendo rimpiazzati da altri la volta successiva. Da questo si può ben dedurre come la narrazione si presti a un intreccio volutamente sghembo, inorganico e poco compatto, quasi improvvisato sull'onda del momento, pur di alto livello. Sempre. Senza una caduta di tono.

"Imprevedibile" è l'aggettivo che dunque riassume mirabilmente Diamond is Unbreakable: imprevedibile nelle pazzesche storie che si inventa, imprevedibile nella gestione del cast, imprevedibile nell'esito dei combattimenti (come in Stardust Crusaders, è impossibile sapere chi fra gli eroi sopravviverà alla fine) e nei poteri degli Stand (ne dico solo uno, Harvest, il più utile al mondo, mentre per gli altri mantengo il riserbo per non rovinare alcuna sorpresa). Per questo penso che a ragione si possa qui parlare di un avveniristico shounen dalle atmosfere slice of life, allegre e inusuali, assolutamente character driven più che story driven. Ancora, la quarta serie di JoJo va amata perché propone almeno due personaggi eccezionali che non fanno rimpiangere Jotaro (comunque presente) e Dio Brando: Josuke e lo spietato Kira. Dell'eroe si è già detto quello che si deve ed è impossibile non affezionarsi alla sua giocosa spontaneità (anche Araki lo definisce il migliore dei JoJo, quello che ha realmente sentito come un grande amico11); Kira, d'altro canto, è un villain atipico, che non vuole conquistare il mondo ma semplicemente essere lasciato libero di farsi gli affari suoi (uccidere una donna una volta ogni tanto!), ha il suo da fare a non essere scoperto ma ha una forza di volontà fortissima e non si arrende mai nonostante tutte le difficoltà e l'oggettiva superiorità degli Stand di Josuke e compagni (non per nulla sempre Araki lo adora quanto il protagonista12, tanto da tributargli un breve manga spin off di due capitoli, pubblicato sull'antologia Under Execution Under Jailbreak). Non fosse che può piacere o meno, tra gli attori memorabili citerei anche il fumettista Rohan Kishibe, quello che si sussurra essere l'alter ego di Araki13, cinico, arrogante, strafottente, litigioso, perennemente sulla difensiva ma anche estremamente acuto e perspicace, per tutte queste caratteristiche semplicemente adorabile (anche lui avrà l'onore di uno spin off, anzi addirittura due manga, Rohan al Louvre e il già citato Così parlò Rohan Kishibe). Gli scontri tra Stand, infine, come in Stardust Crusaders sono eccezionali: lunghe battaglie di strategie mentali e rovesciamenti di fronte che tolgono il fiato per genio e ricchezza di trovate e che rinunciano coraggiosamente alla becera pratica dei power up. Quello finale con Kira è magistrale per fantasia, penso l'autore abbia riversato in esso la materia grigia necessaria a scrivere un giallo.


La serie TV del 2016 in 39 episodi copre il manga nella sua interezza, nuovamente con un rispetto delle atmosfere che sfiora la devozione. Non che possa dilungarmi troppo su quello che, come i precedenti adattamenti, alla fine è una copia-carbone, ma Diamond is Unbreakable anime è, banalmente e inevitabilmente, un altro capolavoro. Il budget rispetto a Stardust Crusaders (2014) si abbassa sul medio-basso ma è facile non farci caso, rapiti dal carisma strabordante di trama, personaggi e azione, dalla cura ancora una volta maniacale dei disegni (coerentemente con il cambio di stile dell'autore originale, anche qui abbiamo un cambio di character designer) o dalla regia che si diletta in entusiasmanti invenzioni visive (compreso nuovamente il rimaneggiamento delle sigle, in parallelo con alcuni poteri Stand) tipiche da manga, dando l'impressione di vedere un "fumetto animato". Ottima la velocità di narrazione (ogni episodio copre fino a 4 capitoli del fumetto), esaltanti tutte le sigle di apertura (la migliore è la prima ending, la psichedelica e danzereccia Bizarre Town ballata dai personaggi!), geniale quella di chiusura (tocca stavolta a I Want You dei Savage Garden, quanta bella musica ascoltava Araki mentre disegnava!), eccellente la scelta delle voci e l'enfasi e il trasporto che ci mettono i seiyuu e, ancora, azzeccata l'idea di ritrarre Morio-cho come una simpsoniana Springfield dai colori acidi, dandole una precisa caratterizzazione estetica che contribuisce al senso di familiarità e unicità della cittadina. Si potrà certo essere pignoli sulle animazioni al ribasso, altalenanti nei combattimenti e "plastiche" nei momenti calmi, ma sono questioni che possono toccare giusto chi già conosce il manga a memoria (e non tutti, ad esempio chi scrive): chi non ne ha avuto l'onore, trova in questa serie uno dei più grandi Battle Shounen della Storia e, a mio parere, il migliore fra tutti i JoJo. Per loro, visione irrinunciabile.

In Italia, la serie è legalmente visualizzabile sul servizio di streaming gratuito VVVVID, sottotitolata nella nostra lingua. Importante far notare che, rispetto agli altri canali ufficiali internazionali di streaming, la nostra piattaforma è forse l'unica a fornire sottotitoli che rispettano i nomi originali degli Stand, senza ritoccarli o storpiarli per evitare beghe legali (come nelle serie precedenti, infatti, le entità hanno spesso nomi di famosi gruppi musicali, evidente omaggio che non tutte le major discografiche potrebbero apprezzare). Peccato però per la riproposizione delle censure televisive giapponesi (saranno ovviamente corrette nei Blu-ray ufficiali che qui purtroppo non vedremo mai), che come sempre oscurano scene gore o riferimenti a giovani che fumano.

Voto: 9 su 10

PREQUEL
JoJo's Bizarre Adventure (2012-2013; TV)
JoJo's Bizarre Adventure: Stardust Crusaders - Egypt Arc (2015; TV)


FONTI
1 Postfazione di Hirohiko Araki in coda al volume 1 de "Le bizzarre avventure di Jojo: Diamond is Unbreakable" (Star Comics, 2011)
2 Come sopra
3 Intervista giapponese ad Araki, sottotitolata in inglese e disponibile all'indirizzo http://www.dailymotion.com/video/xnzt4x_araki-hirohiko-interview-english-sub_creation
4 Vedere punto 1
5 Intervista ad Araki del 2003 rilasciata in occasione dell'esposizione dei suoi lavori nella galleria francese di Odermat-Vedovi. Pubblicata nella pagina web http://www.animeland.com/articles/voir/196/ARAKI-Hirohiko-Exposed
6 Intervista ad Araki pubblicata nel volume 4 dell'edizione americana di "Le bizzarre avventure di Jojo - Stardust Crusaders". Pubblicata nel forum JBA Community. http://ls57tiger.freepgs.com/jojo/phpBB3/viewtopic.php?f=2&t=11&start=80
7 Come sopra
8 Come sopra
9 Postfazione di Araki in coda al volume 12 de "Le bizzarre avventure di Jojo: Diamond is Unbreakable" (Star Comics, 2012)
10 Come sopra
11 Vedere punto 3
12 Vedere punto 9
13 Hirohiko Araki, "Under Execution Under Jailbreak", "Note dell'autore Hirohiko Araki", Star Comics, 2001

lunedì 23 gennaio 2017

Recensione: Rocky Joe

ROCKY JOE
Titolo originale: Ashita no Joe
Regia: Osamu Dezaki
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Ikki Kajiwara & Tetsuya Chiba)
Sceneggiatura: Osamu Dezaki
Character Design: Akio Sugino, Shingo Araki
Musiche: Masao Yagi
Studio: Mushi Production
Formato: serie televisiva di 79 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1970 - 1971


Non si può parlare di Rocky Joe senza spiegare perché questo titolo italiano, risalente ai tempi mondadoriani di Rete 4 e sciaguratamente "sdoganato" anche in tutte le edizioni nostrane del manga (per questo mantenuto, con dolore, anche nella presente recensione), sia quanto di più incivile e offensivo si potesse arrecare all'opera originale di Ikki Kajiwara e Tetsuya Chiba, certamente uno dei lavori più importanti e iconici della Storia del fumetto giapponese. L'unica traduzione corretta e possibile non può che essere Joe del domani, un titolo evocativo che non poteva esprimere in altro modo, tra il 1968 e il 1973, i contenuti, lo spirito e la filosofia di cui si faceva portavoce un manga che diventava simbolo artistico e politico di una generazione di studenti e lavoratori degli strati sociali più bassi del Giappone.

Joe del domani, appartenente al fumetto d'autore e alternativo gekiga, scritto da quel Kajiwara già famoso per La stella dei Giants (1966) e per il contemporaneo Tiger Mask (1968) (anche loro, come Joe, conosceranno lunghe e fortunatissime trasposizioni animate), racconta la vita di un ragazzo orfano dei bassifondi, il vagabondo Joe Yabuki, che affronta la miseria e le avversità in solitudine, facendosi strada con violenza e piccole truffe per sopravvivere. Non ha nulla da perdere perché non ha niente, può solo vivere alla giornata sperando di trovare da mangiare il giorno dopo. Danpei Tange è un altro fallito: un vecchio allenatore di boxe alcolizzato ed emarginato da tutti, attaccato alla bottiglia a pensare ai bei tempi che forse non torneranno più. Conoscendo per caso Joe scoprirà in lui un talento d'oro nella boxe, ma i suoi tentativi di raddrizzare la spina dorsale del ragazzo saranno durissimi vista l'immaturità del giovane, il suo egoismo e il suo totale disinteresse per la disciplina. In seguito a un broglio, poi, Joe sarà anche incarcerato per un anno in un riformatorio minorile. Qui, le cose cambieranno: conoscerà Toru Rikiishi, boxeur fortissimo e pieno di talento, amato e rispettato da tutti ma per cui personalmente svilupperà forte antipatia e ostilità (ovviamente ricambiate). Rikiishi ha un grande futuro che lo aspetta quando lascerà la prigione: è il pupillo della palestra Shiraki e su di lui si concentrano infatti le ambizioni sporitve del proprietario e di sua figlia, l'altezzosa Yoko, la stessa che ha fatto processare e condannare Joe. Uscito dal carcere, lo sventurato antieroe inizierà ad allenarsi duramente sotto Tange per poter fare carriera nella boxe e poter finalmente umiliare sul ring l'odioso avversario.

Chiaramente, è fuorviante etichettare Joe del domani come un'opera di sport. La disciplina sportiva è centrale e i vari incontri sono fondamentali nel delineare la crescita del ragazzo, ma le atmosfere sono cupe, drammatiche e nichiliste per la totalità del tempo e non c'è alcuna retorica sull'ida del ragazzo vincente che abbatte ogni avversario (non per nulla c'è invece una netta parità di vittorie e sconfitte). È la vita di Joe il focus della narrazione, non i suoi risultati sportivi. È un protagonista difficile, cresciuto senza riferimenti e senza una morale: sarà impresa difficilissima per lui adattarsi al rigore dei duri allenamenti, all'onestà, al rispettare il prossimo e ad avere un po' più di fiducia nell'umanità e a capire i grandi sacrifici che il suo allenatore compie per lui. Anche le ambientazioni ben ritraggono la disperazione della vita del ragazzo, dato che si troverà a suo agio solo a Sanya, il ghetto di Tokyo in cui si ammassa il sottoproletariato dei lavoratori a cottimo1, in mezzo a sporcizia, povertà, barboni, mafiosi e straccioni (i suoi migliori amici sono un gruppo di bambini e orfanelli che non hanno una vita tanto dissimile della sua), rifiutando il Giappone "perbene" dato dai grandi grattacieli, dalle discoteche, dai locali dove scorre l'alcool a fiumi e dagli ipocriti - impersonificati dalla bella e algida Yoko - che amano farsi ritrarre come buoni, giusti e caritatevoli nei riguardi dei sfortunati per brillare nella società dell'immagine. È messo bene in evidenza, in Joe del domani, non solo il disagio giovanile, ma specialmente il contrasto tra il Giappone post-bellico ancorato alla tradizione, povero ma ancora ricco di valori come il cameratismo e il senso di comunità, e quello danaroso simil-occidentale, individualista, che iniziava a delinearsi e che avrebbe poi "vinto" esplodendo nel puro edonismo dei valori e dei costumi nel decennio successivo, con la grande bolla economica. Anche i disegni sporchi ed espressivi di Tetsuya Chiba contribuiscono efficacemente a delineare il senso di ruvidezza delle tematiche. Joe del domani, col suo (anti)eroe dei bassifondi che a prezzo di immani sacrifici, umiliazioni e sconfitte troverà un riscatto almeno morale nell'agiato mondo della boxe, creando un ponte verso un "domani" glorioso per lui e per tutti i disadattati e i perdenti nella stessa condizione, conoscerà una grande popolarità presso le classi sociali disagiate giapponesi diventando inevitabilmente, come Hols: Prince of the Sun (1968) di Isao Takahata, una vera icona delle feroci agitazioni nipponiche sessantottine, un simbolo in cui si identificheranno i contestatori del sistema figli della classe media2 (diverrà ben noto il celebre fatto di cronaca che vedrà, nel 1970, i terroristi rossi del Nihon Sekigun dirottare un Boeing della Japan Airlines verso la Corea del Nord, dichiarando alla radio: "Noi siamo tutti Joe del domani!"3). Il manga vende 20 milioni di copie4 e, fatto più unico che raro (replicato solo nel 2007 in occasione del film Ken il guerriero - La leggenda di Raoul), la morte di uno dei personaggi principali della storia verrà commemorata con un reale funerale pubblico espressamente richiesto dai lettori5. L'apoteosi.


È la Mushi Production di Osamu Tezuka a incaricarsi di trasporre un tale fenomeno in animazione. Adempie al compito con una lunga serie TV di 79 episodi che, nel corso della loro durata, trasporrano quasi 3/4 del fumetto, ben 14 volumi sui 20 totali, con risultati di share mediamente molto buoni (medio del 17.8%6, picco massimo del 29.2%7 con la puntata 29). Il successo è completo. Poi, l'anime si interromperà dopo l'esito del match tra Joe e il venezuelano Carlos Rivera. Uno dei due chara designer ufficiali, Shingo Araki, dirà ufficialmente che è stata una decisione presa in rispetto al fumetto, poiché non volevano, nell'attesa che gli autori originali portassero avanti la storia su carta (dando poi loro modo di riprendere e concludere successivamente l'adattamento), rischiare di rovinare tutto con filler e invenzioni potenzialmente dannosi per la coerenza futura dell'opera8. I fatti nudi e crudi, però, diranno che di vicende anime-only e di modifiche eclatanti (il rapporto di Mammoth Nishi con la boxe, i mancati riferimenti al futuro di Carlos Rivera, etc.) la serie ne avrà comunque parecchie e ovunque, specie nelle parti finali (dov'è finito il rispetto?), che gli ascolti negli ultimi tempi si abbasseranno considerevolmente (oscillando tra il 12 e il 15%, rispetto al 20% della parte centrale di serie9), e che il finale "provvisorio" di questa prima stagione, ovviamente inventato, per quanto soddisfacente a mio modo di vedere, è incompatibile e molto contradditorio con gli sviluppi successivi della "vera" storia. Questi indizi mi fanno pensare, insomma, che quella di Araki sia una giustificazione a posteriori per nascondere il fatto che l'anime possa essere stato "congelato" per semplici ascolti in calando, forse dovuti proprio all'eccessivo numero di alterazioni all'intreccio originale. Sia quello che sia, forse sarà anche per queste questioni che il revival animato di Joe del domani del decennio successivo, che conclude la storia, rinnegherà praticamente gli ultimi 27 episodi riprendendo la storia da dopo la puntata 52, eliminando i riempitivi visti fino a quel momento e, ovviamente, cancellando quella prima conclusione provvisoria. In ogni caso, questa prima serie merita senza dubbio, nonostante i tanti piccoli difetti che l'affliggono, il rango di lavoro cult. È un cartone animato senza età, apprezzabile dai bambini ma che sarà soprattutto, per i tragici personaggi, le atmosfere adulte, i significati sociali e, perché no, per la continuity serrata che lo fa svettare dinnanzi alla stragrande maggioranza degli anime episodici del tempo, molto gradito ad adolescenti e maggiorenni.

In TV, l'originale non perde proprio nulla della sua carica. La crescita di Joe Yabuki continua a tenere incollati alla visione: viene spontaneo prendere in grossa antipatia il suo io infantile e strafottente della prima ventina di episodi e poi iniziare a modificare gradualmente l'opinione su di lui, plaudendo il miglioramento dei suoi modi anticonformisti, apprezzando con interesse il suo contrastante rapporto di antipatia/rispetto verso Rikiishi e la sua funesta, autodistruttiva energia negativa che lo porta a rinunciare a "mettere la testa a posto", accasarsi o adeguarsi alla società, preferendo combattere sul ring fino alle più estreme conseguenze, fino a consumarsi (Chiba, co-sceneggiatore del manga, dirà che nelle sue opere gli piace esaltare fino alla completa glorificazione l'umanità, da intendersi nel modo in cui ogni persona vive la sua vita nel modo che preferisce10). Replicato è ovviamente anche il nichilismo di fondo della vicenda: difficile rimanere indifferenti a comprimari o ex avversari che mettono in gioco la loro vita nella boxe e che poi se la vedono rovinata, oppure a chi non riesce ad adeguarsi alle regole dello sport per debolezza mentale e preferisce quindi rinunciarvi definitivamente. Quello di Joe del domani è un mondo di perdenti che celebra la propria sconfitta: questa è la sua grande forza espressiva che ha conquistato così tanti giovani e universitari negli anni di pubblicazione e, poi, trasmissione.

Chi non ha letto il manga, troverà in Joe del domani anime l'identica potenza del fumetto e lo apprezzerà molto. Ritengo invece sorvolabile la visione della serie per chi ha già adempiuto alla lettura, e non solo, com'è ovvio, per la mancanza dell' "effetto sorpresa". L'anime, infatti, seppur coinvolgente per chi non conosce la storia, abbonda (come già detto) in filler e riempitivi bruttini, spesso focalizzati sulle vicende del gruppo di bambini che gioca con Joe (pura tappezzeria sul manga) ma che talvolta scadono anche in vicende molto irrealistiche (la fuga del ragazzo dal carcere e conseguente ritorno per sua stessa volontà, cosa tremendamente incoerente con la sua caratterizzazione) o addirittura patetiche (la storia della grande festa di quartiere con conseguente sbronza di Danpei). Non mancano neanche i recap, ovvero gli episodi che riassumono quanto visto nelle puntate precedenti. Musicalmente, la sigla di apertura non è niente di memorabile (interessante è giusto il fatto che a scrivere i testi, inneggianti alla ribellione giovanile, è la stessa compagnia teatrale che ha organizzato il citato funerale pubblico del personaggio che muore11) e, tecnicamente, l'opera non brilla affatto. Il tratto sporco e pieno di linee cinetiche di Chiba si vede solo nei primi piani, (dettagliatissimi per enfatizzare i sentimenti dei personaggi), nelle scene cariche di pathos e nei (non molti) combattimenti ufficiali. In quei frangenti, i chara designer e direttori dell'animazione Akio Sugino e Shingo Araki raggiungono un grado di espressività perfetti. Negli altri momenti (il 70% buono della produzione), i disegni li troviamo abbastanza molto semplicistici e ben poco curati, talvolta poco più che abbozzati e quasi infantili nell'essenzialità, come fossimo di fronte a un progetto (probabilmente lo è) low budget. Anche le animazioni generali seguono questo schema, brillando nei match ma appiattendosi notevolmente altrove e, soprattutto (come intuibile), nei filler. La confezione è piena di alti e bassi e poco può fare Osamu Dezaki, aspirante mangaka prestato all'animazione e mai più restituito12 (cit.),  al suo primo incarico di regista principale, per cambiare le cose: nel 1970 non ha ancora raggiunto quella invidiabile forma espressiva che lo porterà, insieme all'inseparabile Sugino (Joe del domani è il loro primo lavoro insieme), a dirigere anime contraddistinti da strabilianti invenzioni visive e registiche. La sua direzione in questa serie è del tutto tradizionale e ortodossa, difficilmente distinguibile da quella di un qualsiasi mestierante: in un paio di occasioni azzecca alcune sequenze di una bellezza addirittura sconvolgente e di chiaro stampo cinematografico (la puntata 54 è l'apice, capolavoro di intimismo realizzato con intensi primi piani del viso dei personaggi e giochi di colori dati dalle luci stroboscopiche e psichedeliche di una discoteca, peccato fa parte del segmento di serie disconosciuto dalla seconda stagione) ma, per quasi tutto il tempo, il suo è un potenziale inespresso, si limita a riprendere le vignette del manga aggiungendoci poco di suo (dirà tempo dopo che il disegnatore originale aveva già un perfetto senso delle visuali13, è un indizio per dire che non reputava necessario dare una sua visione?). Irritanti anche le musiche, date da un ossessivo accompagnamento (almeno un miliardo di volte) di 4/5 tracce crepuscolari e marziali abbastanza pompose. Queste considerazioni tuttavia, come bastano ad allontanare i fan del manga, valgono zero per chi non conosce la storia o non intende leggerla nel formato originale: si parla di una serie importante e profonda, un evergreen senza tempo che mantiene inalterato il suo impatto e che non posso non consigliare a chiunque cerchi un anime di qualità e non abbia paura di guardare molto indietro nel tempo.


In Italia, Joe del domani arriva nel 1982 su Rete 4, rititolato, come detto, Rocky Joe per sfruttare l'effetto traino del popolare film interpretato da Sylvester Stallone (poco importa se il manga è uscito otto anni prima del lungometraggio di John C. Avildsen). I nomi, pur leggermente modificati (Danpei in Dambei, Rikiishi in Riki), sono quelli originali, ma la traduzione in generale dei dialoghi è molto imprecisa e spesso e volentieri inventata di sana pianta, rendendo, per questo, ancora inedito il "vero" Joe del domani. Le successive edizioni in DVD curate da Yamato Video non hanno mai inserito sottotitoli fedeli, rendendo perciò inutile la loro esistenza.

Voto: 8 su 10

SEQUEL
Rocky Joe (1980; film)
Rocky Joe 2 (1980-1981; TV)
Rocky Joe: L'ultimo round (1981; film)


FONTI
1 Jean-Marie Bouissou, "Il manga", Tunuè, 2011, pag. 65-66
2 Come sopra
3 Vedere punto 1, a pag. 66
4 Sito web (giapponese), "Mangazenkan", http://www.mangazenkan.com/ranking/books-circulation.html
5 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 55. Che fosse organizzato dai lettori lo rivela Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit) nel forum Pluschan, nel post http://www.pluschan.com/index.php?/topic/5187-ashita-no-joe-noi-siamo-ashita-no-joe/?p=353686
6 Share di tutti gli episodi, riportati alla pagina di Wikipedia giapponese di "Ashita no Joe"
7 Come sopra
8 Intervista a Shingo Araki pubblicata su Mangazine n. 21 (Granata Press, 1993, pag. 44-45)
9 Vedere punto 6
10 Intervista a Tetsuya Chiba pubblicata su Kappa Magazine n. 137 (Star Comics, 2003, pag. 2)
11 "Anime al cinema", pag. 55
12 Intervista a Osamu Dezaki pubblicata su Animerica (Vol. 4) n.17 (Viz Media, 1998), riportata alla pagina web http://aceonerae.dreamers.com/english/ace_ar01.htm
13 Come sopra

lunedì 16 gennaio 2017

Recensione: Si sente il mare

SI SENTE IL MARE
Titolo originale: Umi ga Kikoeru
Regia: Tomomi Mochizuki
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Saeko Himuro)
Sceneggiatura: Keiko Niwa
Character Design: Katsuya Kondo
Musiche: Shigeru Nagata
Studio: Studio Ghibli
Formato: Special televisivo (durata 72 min. circa)
Anno di uscita: 1993
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Lucky Red


Primo e ultimo film ghibliano mai realizzato per la televisione, Si sente il mare (1993) è stato un piacevole divertissement nella sequela di filmoni ultramilionari della factory miyazakiana, un lungometraggio d'autore per il piccolo schermo nato con le premesse di "velocità, qualità ed economicità" ma di cui è stato raggiunto solo il punto 2 (il budget inizialmente richiesto sforerà notevolmente)1, fatto realizzare volutamente da Toshio Suzuki a uno staff sotto i 40 anni per sondare il talento delle nuove generazioni di animatori2. Arrivato finalmente in Italia, è pronto a farsi apprezzare ancora oggi, pur dovendo ovviamente fare i conti con l'essere, per forza di cose, tecnicamente un prodotto di "fascia B" rispetto ai fratelloni maggiori destinati alle sale e realizzati con mediamente 1 miliardo di yen. Il regista designato della pellicola è stato all'epoca il 34enne Tomomi Mochizuki, famoso per i suoi film romantici la cui ricerca al realismo totale in disegni e comportamenti psicologici hanno fatto parecchio discutere, soprattutto con i due lungometraggi (entrambi del 1988) Orange Road The Movie - I Want to Return to that Day e Maison Ikkoku - Capitolo Finale (famosi per lo stravolgere le caratterizzazioni storiche dei personaggi dei manga originali). Il soggetto fu invece l'adattamento di una light novel al femminile di Saeko Himuro dal titolo omonimo, pubblicata sulle pagine della rivista Animage tra il 1990 e il 1991 e illustrata dal disegnatore Ghibli Katsuya Kondo (riciclato nello staff del film come character designer e direttore dell'animazione), proposta dallo stesso Mochizuki allo studio prima ancora che questo decidesse di adattarla ufficialmente3.

La trama si risolve, per larghi tratti di durata, in una storia d'amore adolescenziale affrontata con piglio realistico, ambientata nell'isola di Shikoku, che mette a confronto i mondi di due studenti delle superiori, Taku Morisaki e la bella Rikako Mutou. Intellettualmente onesto e coraggioso e con la testa sulle spalle, Taku è cresciuto in un normale nucleo familiare dai valori concreti e vive una bella adolescenza col suo migliore amico, Yutaka Matsuno. Lei invece, per colpa dei grossi problemi casalinghi ereditati dal divorzio dei genitori, pur vantando voti brillanti è capricciosa e apparentemente fredda e disinteressata a instaurare legami con i compagni di classe, tanto da essere emarginata dalle sue compagne. Il loro rapporto sarà particolarmente sofferto, dato anche dal fatto che Yutaka è innamorato di lei fin dai primi istanti, e i problemi si trascineranno fin nella vita universitaria.

Non siamo, per ovvietà di cose, al cospetto del Ghibli miyazakiano sontuoso che vive di sense of wonder visivo. Per quanto sia indubbiamente ben animato e ben disegnato per la sua destinazione televisiva, Si sente il mare va invece accostato, come spirito, ai lavori di Takahata, a cui si avvicina nel rifuggire dai predominanti preziosismi grafici per proporre una realistica storia di vita ambientata nel Giappone del presente, in cui contano principalmente la verosimile resa dell'analisi comportamentale dei personaggi (principalmente femminili) e le caratterizzazioni, suggerite non solo da dialoghi ma anche dal linguaggio del corpo. Nessuna concessione a fraintendimenti, baci rubati e visti da chi non dovrebbe vederli, molesti spaccacoppie o ogni altro genere di sciocchi cliché usati nella più trita delle storie romantiche per ragazze: il film, come nella tipica visione poetica di Mochizuki, raffigura il rapporto tra i due ragazzi in modo realistico in tutto e per tutto, esplorandolo con interazioni dialogiche di grande spontaneità e modi di pensare e agire pienamente attinenti con la personalità dei due, il loro background familiare e anche quello geografico (è posta molta enfasi sul fatto che Rikako è generalmente malvista a scuola anche perché proveniente dalla grande città, e lei non fa niente per nasconderlo). Niente di ciò che si vede in questa pellicola, insomma, non potrebbe accadere anche nella vita reale a qualcuno, ed è bene fare notare come l'autrice originale del romanzo, la Himuro, abbia detto chiaramente4 che lo scopo del suo racconto era di mettere sotto i riflettori l'evoluzione delle dinamiche del rapporto uomo-donna in Giappone in quegli anni, visto che i Novanta sono stati spartiacque nel delineare un nuovo modo di vivere tra coppie/famiglie, in cui l'uomo perdeva la sua classica "rudezza" e autorità nel momento in cui iniziava anche lui a fare le spese e le pulizie e la sua fidanzata/compagna a rispondere a tono se trattata con asprezza come nella precedente società patriarcale e maschilista. Proprio raffigurando un protagonista gentile e comprensibile ma all'occorrenza dotato di grande fermezza morale e tenacia (una via di mezzo tra l'uomo "forte" del passato e quello "gentile" del presente) e mettendolo a confronto con una ragazza capricciosa e viziata come Rikako, la Himuro designa in Taku il suo modello di uomo ideale, che rappresenti nel migliore dei modi il cambiamento della società giapponese nel contesto della vita di coppia. Il messaggio originale del romanzo, insomma, è traghettato e rispettato molto fedelmente in TV.


Principalmente, però, il vero grande elemento d'autore del lavoro, il valore aggiunto insomma che dà un senso alla presenza di Mochizuki nello staff, consiste nell'aver sfruttato il soggetto di partenza per parlare anche d'altro: ha integrato nella storia anche la sua tematica preferita, quel segno distintivo di riconoscimento artistico presente in buona parte delle sue opere e che ha sempre affrontato con sfumature diverse. Mi riferisco alla tematica della riconsiderazione di quanto fatto o vissuto in passato alla luce della maggiore consapevolezza che si raggiunge nell'età della ragione, messaggio ravvisabile e molto ben espresso nelle belle sequenze conclusive. È proprio in questo segmento che chiude la storia che il film brilla intensamente trovando il suo momento migliore, riscattando una parte centrale a mio modo di vedere elegante e ben disegnata, ma abbastanza spenta in emozioni. Il Si sente il mare televisivo racconta, in modo abbastanza freddo, verboso e distaccato, il problematico rapporto tra due adolescenti che, anche se spiccano per personalità in mezzo ai loro compagni, non risultano mai davvero empatici agli occhi dello spettatore visto che stanno sempre sulle loro, abbastanza statici e ingessati. Un insormontabile problema dell'eccessiva ricerca del realismo? Forse, anche se a mio parere c'entra in qualche modo la non eccezionalità della sceneggiatura, dal momento che Takahata ha dimostrato che si possono fare film bellissimi da due ore sulla vita di persone qualsiasi che parlano e basta. Il problema, insolvibile, probabilmente, è proprio che l'enorme profondità dei dialoghi di Takahata e la sua poesia registica sono difficilmente replicabili a meno di non essere dei geni come lui.

Sia quello che sia, al di là della poca partecipazione emozionale che contraddistingue il film per buona parte della sua durata, Si sente il mare merita la visione, soprattutto quando il suo vero senso viene fuori permettendo di rivalutare il tutto nella giusta ottica e apprezzarlo, anche parecchio (al punto che è genuina la curiosità di poter un giorno vedere in animazione il seguito letterario del romanzo originale, Si sente il mare 2 - Perché c'è Ai). Anche se, per più di un verso, si può parlare dunque di un Ghibli "minore", penso che quel "marchio di qualità" che rende quasi ogni loro opera, nel bene e nel male, degna di essere vista, è anche qui ben presente.

Voto: 7 su 10


FONTI
1 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 143. Confermato dal saggio "Storia dell'animazione giapponese" (Guido Tavassi, Tunuè, 2012, pag. 229-230)
2 Consulenza di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit)
3 Post di Shito (Gualtiero Cannarsi, traduttore ufficiale Lucky Red di tutti i film Ghibli) apparso nel Ghibli Forum italiano, alla pagina http://www.studioghibli.org/forum/viewtopic.php?f=21&t=3861&hilit=si+sente+il+mare (messaggio di apertura)
4 L'esauriente analisi della storia a opera dell'autrice (sintetizzata nelle righe sotto della recensione) è riportata su Kappa Magazine n. 12 (Star Comics, 1993, pag. 115-118)

lunedì 9 gennaio 2017

Recensione: Great Mazinger (Il Grande Mazinga; Il Grande Mazinger)

GREAT MAZINGER
Titolo originale: Great Majinga
Regia: Tomoharu Katsumata
Soggetto: Go Nagai
Sceneggiatura: Keisuke Fujikawa, Susumu Takaku, Toyohiro Ando
Character Design: Keisuke Morishita
Mechanical Design (non accreditato): Go Nagai, Ken Ishikawa, Masaru Inago, Shinobu Kaze, Makoto Muramatsuri, Shunichi Takanashi, Tatsuya Yasuda, Shige Takeshima
Musiche: Michiaki Watanabe
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 56 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1974 - 1975
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Yamato Video


La fine delle ambizioni del dott. Hell sembrava aver finalmente regalato la pace al Giappone e al mondo, ma, come sappiamo, le cose non sono affatto andate così. È riaffiorato dagli abissi della Storia il mitologico Impero di Micene con il suo enorme esercito: agli ordini del misterioso Imperatore delle Tenebre e del suo braccio destro, il minaccioso Generale Nero, i micenei si preparano a mettere a ferro e fuoco la Terra per conquistarla. L'ultima speranza dell'umanità risiederà ancora una volta nel Giappone, ma non saranno nè Mazinger Z, ormai inservibile, nè Koji Kabuto, stabilitosi in America, ad affrontarli: il gravoso compito spetterà invece al nuovo, potentissimo Great Mazinger pilotato da Tetsuya  Tsurugi, orfano addestrato fin dalla tenera età all'arte della guerra. A guidarlo e supervisionare le sue battaglie sarà un redivivo Kenzo Kabuto, padre di Koji, insieme allo staff della Fortezza delle Scienze.

Nonostante gli ascolti stellari e i gadget venduti a oceani, nel 1974 Mazinger Z (1972) chiude le sue trasmissioni dopo 92 episodi, stupendo lo stesso Go Nagai che era già occupato a ideare nuove avventure e soprattutto nuovi avversari1. A deciderlo è lo sponsor2, per ragioni che non sono ancora note. L'ordine è comunque di mandare avanti la vicenda: l'autore si limita perciò (come conferma personalmente3) a potenziare gli elementi vincenti del predecessore mantenendo intatta la base, rendendo il nuovo Mazinger ancora più "grande" (dai lottatori di catch Great Togo e Great Kusatsu viene dunque fuori il nome Great Mazinger4), potente e dotato di nuove incredibili capacità offensive, al contempo inventando nemici ancora più variegati e temibili ("fortissimi se paragonati ai mostri di Hell", dice5), in questo caso introducendo i 7 generali delle armate micenee dagli aspetti fisici stravaganti (spettri, romani, insetti, e chi più ne ha più ne metta) che rispecchiano quello dei loro eserciti. Nasce ufficialmente Great Mazinger, che sarà nuovamente ripartito in un lungo anime da 56 episodi e manga disegnati in contemporanea (due, uno mediocre e velocissimo ma dai toni adulti e tenebrosi a opera dello stesso Nagai, nettamente diverso dal cartone, e l'altro più infantile e fedele all'anime, più articolato e anche a mio modo di vedere maggiormente completo e dai toni talvolta molto seri, a cura del "solito" Gosaku Ota). Fedele alla regola del "cambiare tutto affinché non cambi niente", la serie si ritrova nuovi protagonisti (Tetsuya, il professor Kabuto e Jun Hono, vecchia amica d'infanzia di Tetsuya che fa le veci di Sayaka, anch'essa finita in America, e che come lei guida un mecha "femminile", Venus A, mai utile in battaglia) con le vecchie glorie a fare da supporto (Shiro Kabuto e Boss e i suoi tirapiedi, sì anche in questa serie a Boss Borot è riservato uno spazio preponderante!), ma al di fuori dall'apparenza tutto rimane assolutamente identico a prima, in primis i legami tra i personaggi e le atmosfere.

Già da questa premessa, chi legge può bene immaginare il mio giudizio nuovamente per nulla entusiasta: cambiano gli attori, cambia anche un po' il peso della continuity (come si vedrà), ma la solfa rimane più o meno identica. Combattimenti a non finire pieni di stereotipi (Venus A che affronta per prima il nemico ed  è immediatamente sconfitta e salvata da Great Mazinger) che portano avanti lentissimamente la trama (più di prima, ma parliamo pur sempre di un mortuorio), largo spazio dedicato a umorismo di lega infantile (i lunghi siparietti con Boss e Boss Borot, spesso da soli occupano mezza puntata, con l'altra metà occupata da infinite battaglie), tokusatsu e sfiancanti rituali at their best e nessuna concessione a un minimo di profondità psicologica in buoni e cattivi. Insomma, come il predecessore, Great Mazinger è una serie ferocemente per bambini, in tutto e per tutto, con ben pochi elementi stimolanti per un pubblico che guarda in senso acritico la serie. E, sempre come Mazinger Z, Great Mazinger è tecnicamente di un vistoso medio/low budget, con animazioni sufficienti ma disegni di robot e personaggi nuovamente sgraziati e poco attraenti (purtroppo Kazuo Komatsubara era impegnato sul contemporaneo Getter Robot). Ci si consola giusto con le consuete idee visive nei fondali, che come in tutti i robotici nagaiani del periodo trovano intriganti colorazioni e motivi pittorici, per nulla realistici ma di un certo spessore artistico. Lascio tuttavia immaginare il piacere di sorbirsi un'altra cinquantina di episodi di questo tenore, più o meno immutati in contenuti e spirito rispetto ai 92 che li hanno preceduti.


Il fato, tuttavia, è bizzarro: anche se registrerà altre ottime vendite di giocattoli6 e ascolti che oggi qualsiasi anime si sogna (25% medio7), alla fine anche Great Mazinger finirà interrotto in anticipo sui tempi dallo sponsor8 (pur dopo "sole" 56 puntate), con un finale decisamente improvviso che lascerà addirittura aperto qualche interrogativo (ad esempio il fato de l'Imperatore delle Tenebre, a cui risponderà il manga di Ota di Ufo Robot Grendizer). Motivo? Viene da ridere, poiché evidenzia in modo impietoso quanto fossero ancora ingenui i tempi: quando il pubblico, reputando l'animazione del periodo (ed era vero) a uso esclusivo dei bambini, si lamentava che la serie era troppo cupa e il protagonista, Tetsuya, eccessivamente "adulto"9. Sembrerà incredibile, pensando alle infinite, lunghissime puntate dedicate alle gag di Boss e dei suoi amici (tra cui un demenziale corvaccio parlante che sarà più di una volta risolutivo per la vittoria dei buoni), presenti in numero ben maggiore rispetto a Mazinger Z, o all'osceno Robot Junior guidato da Shiro e armato di una gigantesca mazza di baseball (!), il cui design è inventato da un giovanissimo fan sulla base di un concorso della rivista TV Magazine organizzato dai produttori10, ma sui telespettatori nipponici deve evidentemente aver fatto molta presa l'oggi risibile spazio dedicato a tratteggiare la personalità fredda, violenta e distaccata dell'eroe Tetsuya. Classico "samurai solitario" e cinico che ama starsene da solo a farsi gli affari suoi, che vede la guerra coi micenei come una missione/vocazione e rifiuta con sdegno ogni agio o frivolezza, l'eroe della serie in verità, inquadrato con occhi moderni, non gode neanche di chissà che originale caratterizzazione, dimostrandosi non tanto diverso dagli spartani "antieroi" che già si vedevano in altri anime: questo suo atteggiamento lo rende molto meno vitale e appariscente del predecedente Koji, tanto da farlo sembrare quasi un attore in secondo piano, il cui apporto in ogni puntata consiste solo nel salire nel mecha e uccidere il nemico al termine di una lunga battaglia (idealmente, l'avventura della settimana è interpretata da qualcun altro, di solito Boss, Shiro o Jun). Bisogna pure segnalare che i ripetuti tentativi, da parte degli sceneggiatori, di renderlo più umano in diverse avventure, anche quelle riuscite (la mia preferita è la 36, "Risorgi! L'amore che supera l'odio"), finiscono invece con lo snaturarlo pesantemente: come si può prendere sul serio un uomo che dice di essere nato per combattere fino alla morte e che vive solo per quello, che poi si rifiuta di salire sul robot o lo pilota malissimo - come se non gliene importasse nulla - sulla base di problemi personali non particolarmente grossi o antipatie verso una qualche persona? Povera razza umana! Eppure, gli (isolati) episodi dedicati a tratteggiare i drammi della sua vita (ovviamente affrontati con piglio così esageratamente tragico e teatrale da far oggi sorridere) o quelli della sua amica Jun (la famosissima puntata 19 ispirata a un episodio del corrispettivo manga di Ota, "Neve tingiti di un nuovo ardore!", focalizzata sui suoi complessi per la pelle meticcia) devono avere lasciato un segno tale da aver fatto percepire l'opera come più "adulta" di quanto effettivamente sia. Sarà anche per questo che a un certo punto si deciderà di "ringiovanire" l'aspetto fisico di Tetsuya e la sua età (da 22 a 18 anni), a partire proprio dallo stesso citato episodio 19, per permettere una maggior identificazione tra lui e il pubblico giovane11.

È invece un oggettivo passo in avanti la maggiore continuity tra le puntate, per quanto quasi impercettibile vista l'onnipresente, sfiancante ripetitività delle situazioni. In Great Mazinger succede qualcosa di nuovo praticamente ogni 2/3 episodi: presentazione o eventuale morte di nuovi alleati, numerosi power up che rendono sempre più potente il mecha titolare, nuovi robot che ingrossano le fila dei buoni, l'esercito di Micene che si ritrova un numero sempre maggiore di nuovi generali o ufficiali, un cattivone importante che muore a metà serie, un altro resuscitato da Mazinger Z, la sottotrama di Shiro che ha nostalgia della sua famiglia e del dott. Kenzo che non vuole dirgli essere suo padre, quella di Tetsuya e di Jun che non riescono a trovare il loro posto al mondo perché orfani, il ritorno a un certo punto di Koji e Sayaka e del Mazinger Z, qualche avventura particolarmente drammatica in due parti... Accadono obiettivamente molte più cose nei 56 atti di Great Mazinger che nei 92 precedenti e si nota il tentativo di variare il più possibile la solfa sfruttando in modo creativo anche i poteri e le trappole dei sette generali d'armata di Micene (belli i rarissimi episodi che vertono sulla magia nera e le fatture del demoniaco Hardias!), ma poco da fare se la noia, per un pubblico critico, rimane pressoché infinita e non è aiutata dalla modesta cornice grafica e tecnica del prodotto. Great Mazinger, a dispetto della sua popolarità, delle timide innovazioni e di qualche rara puntata davvero epica o ben fatta, è un altro anime cult che oggi semplicemente ha smesso di lasciare il segno.


In Italia Great Mazinger è trasmesso nel 1979 su TeleMilano/Canale 5, con un adattamento ovviamente impreciso e facilotto che ha però il merito, non scontato, di mantenere intatti (rispetto alle brutture Rai viste in Ufo Robot Grendizer che si vedranno anche poi nel 1980 in Mazinger Z) i veri nomi dei personaggi e lasciare spesso inalterato quantomeno il senso delle frasi giapponesi. Poteva andare meglio, ma anche molto peggio. Ad oggi, l'unica versione ufficiale home video di Great Mazinger rilasciata in Italia consiste nei DVD Yamato Video usciti in allegato con la Gazzetta dello Sport, nel 2015, contenenti anche sottotitoli fedeli ai dialoghi originali.

Voto: 5 su 10

PREQUEL
DevilMan (1972-1973; TV)
Mazinger Z (1972-1974; TV)
Mazinger Z contro DevilMan (1973; film) 
Mazinger Z: Appare Ghost Mazinger (1974; film)
Mazinger Z contro Dr. Hell (1974; film)
Cutie Honey (1973-1974; TV)
Cutie Honey (1974; film)
Getter Robot (1974-1975; TV)
Getter Robot (1974; film)

SIDE-STORY
Great Mazinger contro Getter Robot (1975; film)

SEQUEL
Getter Robot G (1975-1976; TV)
Great Mazinger contro Getter Robot G: Violento scontro nei cieli (1975; film)
Ufo Robot Grendizer (1975-1977; TV)
Ufo Robot Grendizer (1975; film)
Ufo Robot Grendizer: Confronto al rosso sole del tramonto (1976; film)
Ufo Robot Grendizer contro Great Mazinger (1976; film)
Great Mazinger, Getter Robot G e Ufo Robot Grendizer contro il Dragosauro (1976; film)


FONTI
1 Go Nagai, "Go Museum", "Il Grande Mazinger (Parte 1)", d/visual, 2007
2 Come sopra
3 Come sopra
4 Come sopra
5 "Go Museum", "Il Grande Mazinger (Parte 2)"
6 "Go Museum", "Il Grande Mazinger (Parte 3)"
7 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 63
8 Vedere punto 6
9 Mangazine n. 23, Granata Press, 1993, pag. 40-41. Confermato anche da "Go Museum" ("Il grande Mazinger Parte 3")
10 Come sopra
11 Mangazine n. 23, pag. 41

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