lunedì 30 marzo 2015

Recensione: Ninja Resurrection

NINJA RESURRECTION
Titolo originale: Makai Tenshō - Jigoku-hen
Regia: Yasunori Urata
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Futaro Yamada)
Sceneggiatura: Kensei Date
Character Desing: Keiichi Sato, Kenji Hayama
Musiche: Masamichi Amano
Studio: Phoenix Entertainment
Formato: serie OVA di 2 episodi (35 min. cad.)
Anni di uscita: 1997-1998
Disponibilità: fansub in italiano a cura di Bowling Ball Fansubs 


Nel 1993 Yoshiyaki Kawajiri trova perfetto compimento del suo pensiero dopo anni e anni di lungo modellamento e una consistente parte di carriera sacrificata alla serie B: Ninja Scroll, con le sue acrobazie visive e la schiettezza narrativa, è tra le migliori fusioni di action e horror, diventa ben presto un classico e lungo tutti gli anni Novanta se la gioca alla pari con colossi come Akira (1988) e Ghost in the Shell (1995) come produzione animata più nota al di fuori del Giappone. In America vende così tante copie che, qualche anno dopo, una serie OVA di 2 episodi tratta dalle stesse opere di Futaro Yamada a cui si è ispirato Kawajiri per il suo capolavoro, viene spacciata furbescamente come sequel di Ninja Scroll. In realtà Ninja Resurrection, pur sfoggiando un differente protagonista che però porta lo stesso nome dell'eroe kawajiriano, prende vita da un singolo romanzo del 1967, Makai Tenshō (e da un manga di Ken Ishikawa), e tenta una strada maggiormente d'atmosfera e meno sedotta dall'azione. 

Fondendo fatti realmente accaduti, horror occulto e infinite parentesi gore, Ninja Resurrection porta con sé un fascino di certo non trascurabile, dato da alcune componenti religiose cristiane che si scontrano con lo spirito tradizionalista nipponico partorendo atmosfere infernali tra il bizzarro e momenti di gran suggestione. Convertito al cristianesimo e impossibilitato all'harakiri dopo la sconfitta, il samurai Mori Soiken si nasconde tra le montagne e, a capo di altri soldati cristiani, riporta in vita potenti guerrieri morti per abbattere lo shogunato appena insidiatosi nella capitale. Talmente ossessionato dalla rivalsa e dai suoi progetti militari, arriva ben presto a predisporre uno scenario dove far rinascere addirittura Satana in carne e ossa. 

È un peccato che un bell'approccio sinistro alla materia venga rovinato da un lungo briefing iniziale che, di fatto, racconta l'intera storia, annullandone progressione e svelamento di situazioni, lasciando a Ninja Resurrection soltanto quell'aspetto visivo che Yasunori Urata alla regia e Kensei Date alla sceneggiatura potevano invece equipaggiare di altrettanta sostanza narrativa. Nella confusione data dal numero spropositato di personaggi, nelle sequenze storiche dove contesto politico e militare viene dato per scontato, nelle non poche sessioni dialogiche dove vengono forniti chilometrici elenchi di nomi complessi e impossibili da ricordare nel basso minutaggio, ciò che rimane e al quale ci si può aggrappare per godersi quantomeno le atmosfere pregne di magia nera e riti demoniaci, sono le ottime sequenze d'azione e l'altissimo, davvero altissimo livello di sangue versato.


Azzerato lo spessore storico, appiattiti i personaggi a sole pedine da posizionare dove serve, Urata mette in scena combattimenti furibondi tra ninja e samurai dove non c'è limite alla violenza e allo splatter, con decapitazioni bestiali, arti amputati ai quali seguono impressionanti getti di sangue, crani sfracellati e mandibole strappate, per arrivare a uno dei parti più disgustosi mai visti e a una sequenza tra lo shock e il cult dove un ninja-demone, ferito all'addome, srotola i propri intestini e li utilizza come catene con cui colpire i nemici. Micidiale. Ottime le animazioni durante i due terremotanti bagni di sangue, più statiche durante le pause, piacevole il chara tipicamente anni Novanta (c'è un giovane Keiichi Sato alle matite), solo le musiche lasciano a desiderare non tanto per la magniloquenza sinfonica ma, più che altro, per il loro riproporsi incessantemente per tutti i settanta minuti di cui si compone l'intera opera, senza mai uno stacco o un istante di silenzio.    

Dispiace che gli spunti narrativi (l'eroe e la sua nemesi che si scambiano di posto nel secondo OVA, la soverchiante malvagità della schiera di villain, l'opprimente e riuscitissima sensazione claustrofobica data dalle tematiche demoniache), così validi da frantumare certe ingenuità (l'insistenza della croce, usata spesso a sproposito; le piccole parentesi comiche, del tutto fuori luogo), non riescano a reggere a una visione complessiva: azione e brutalità rubano la scena e sbilanciano ogni equilibrio (dei settanta minuti totali ben cinquanta sono dedicati allo splatter show), ed è evidente come la serie sia stata progettata con l'impegno di farsi ricordare esclusivamente per l'ultraviolenza. Cosa in cui, bisogna ammetterlo, riesce in pieno.

Voto: 6 su 10

lunedì 23 marzo 2015

Recensione: Bubblegum Crisis

BUBBLEGUM CRISIS
Titolo originale: Bubblegum Crisis
Regia: Katsuhito Akiyama (ep.1-4), Masami Obari (ep.5-6), Fumihiko Takayama (ep.7), Hiroaki Gohda (ep.8)
Soggetto: Toshimichi Suzuki
Sceneggiatura: Toshimichi Suzuki, Hidetoshi Yoshida, Emu Arii, Shinji Aramaki, Hideki Kakinuma, Katsuhito Akiyama
Character Design: Kenichi Sonoda
Mechanical Design: Masami Obari, Shinji Aramaki
Musiche: Koji Magaino
Studio: AIC
Formato: serie OVA di 8 episodi (durata ep. 41 min. circa)
Anni di uscita: 1987 - 1991
Disponibilità: fansub in inglese a cura di Anime-Takeover


Tra i massimi esponenti ottantini della "dottrina Macross", Bubblegum Crisis è, a partire dal titolo, una predisposizione a una massimizzazione visiva e danzereccia che nel suo tempo ha filosoficamente tiranneggiato spargendo semi pop a un’intera generazione. Distribuito nelle videoteche giapponesi dal 1987 al 1991 con ottimi incassi1, dei tredici episodi previsti solo otto vedono la luce a causa di dispute legali tra i due produttori Artmic e Youmex2, ma ciò non toglie che la miniserie diventi in pochi anni una ramificazione di trasposizioni, seguiti, prequel, spin off e rifacimenti, e imprima un calco molto importante alla scena, firmandosi come opera fondamentale per il suo approccio stilistico e musicale accanto ai vari Dancouga (1985), Megazone 23 (id.), etc.

Per arrivare a tanto non si tratta naturalmente solo di sfarzo visivo, o meglio, non è questo l’unico elemento a risaltare e dare sostanza storica a Bubblegum Crisis: per quanto la fisicità robotica, l’assurda ricchezza di dettagli e la potenza delle animazioni siano necessari a sostenere il progetto di Toshimichi Suzuki, creatore e sceneggiatore, è paradossalmente nel suo insieme che l’opera funziona e dà soddisfazione, crescendo di puntata in puntata in una trasformazione tecnica raramente così esemplare. Ambientato in un futuro non troppo lontano, dove la corporazione Genom domina invisibile politica e scenario producendo i granitici Boomer, cyborg utilizzati tanto nella quotidianità quanto nei progetti militari, un gruppo di giustizieri femminili, le Knight Saber, protegge il popolo dalle sperimentazioni belliche a cui è continuamente sottoposto. Difficile immaginare qualcosa di più semplice e spartano per una serie OVA, appena uno spunto per episodicizzare di volta in volta un antagonista diverso che con meccaniche collaudate viene puntualmente sconfitto dalle Knight Saber in uno splendore di animazioni e particolari, esplosioni e cazzute scene d’azione, eppure Bubblegum Crisis acquisisce con il passare del tempo una maturità e una completezza che gli permette di sfoggiare avventure sì molto elementari, ma scritte e dirette però con una mano estremamente professionale, che bilancia miracolosamente spettacolarità e attenzione per i personaggi, tanto che si potrà vedere proprio nell’ottavo OVA una sorta di raggiunta perfezione dove ogni elemento, dal ritmo all’ironia, dalle mazzate robotiche all’espressione musicale, sostiene indissolubilmente l’altro.


Certo, non abbiamo mai a che fare con grandi intrecci, Suzuki preferisce volare sempre basso e fare ogni cosa a modo piuttosto che ambire ad argomentazioni di più complessa gestione o che stravolgerebbero un progetto in realtà sempre straight in your face, che non vuole e non ha bisogno di travestimenti intellettuali per aggiornare e rafforzare il cyberpunk su cui si basa perché è proprio nella schiettezza che l'autore dà il suo meglio. E se negli episodi iniziali è soddisfacente saziarsi dei bellissimi disegni di Kenichi Sonoda (e pensare che non sente neanche l'opera come sua!3), dall’intricatissimo mecha design in cui compaiono nomi importanti come Masami Obari e Shinji Aramaki, e delle tentacolari animazioni che deflagrano tra sparatorie che sbriciolano e spargono in giro sangue e bulloni, è da metà in avanti che Bubblegum Crisis acquisisce una sorta di maturità nel tratteggio di personaggi ed eventi tale da fortificare un’esperienza visiva già sostenuta dalle regie solide e magniloquenti di Katsuhito Akiyama, Masami Obari, Fumihiko Takayama e Hiroaki Gohda.

Le quattro Knight Saber si spogliano progressivamente delle vesti semplici e simpaticamente superficiali della prima manche di episodi, e accanto all’appeal bishoujo a uso e consumo del pubblico, fatto di sfoggi di bellezza fisica, moto lanciate a gran velocità, velate malizie durante la svestizione e lunghe esibizioni live su palchi colorati e colmi di synth, si aggiungono storie personali, motivazioni più profonde, legami d’affetto e un’ironia più radicata nei caratteri e non dettata da una demenzialità slapstick. Quattro personaggi per quattro approcci molto pratici alla caratterizzazione: abbiamo una leader silenziosa e intelligente che come una madre guida tre amiche, una ribelle, un’ingenua e una sensuale, ma nonostante la forte schematicità di base si spendono molti minuti a spiegare e ad approfondire, impedendo alle armature e ai combattimenti di prevalere e far sbrodolare tutto quanto. Anche un personaggi secondario come l’agente Leon, passa da un’innocua comparsata sbavante sul corpo di Priss a uomo d’azione e di gran coraggio, tanto che la stessa sciocca spalla comica che gli viene affibbiata si guadagna una spessore altrimenti insperato.

Ciò che resta grossomodo sullo stesso livello sono le intenzioni criminali della Genom, la multinazionale semina dirigenti anziani e avvoltoi arrivisti senza differenziarne troppo motivazioni e risate infernali, ma Suzuki è bravo a dare continuità non spezzando sistematicamente gli OVA in avventure autoconclusive ma creando uno scenario vivo e dotato di memoria, dove ogni evento possiede una certa importanza e ricade inevitabilmente su ciò che accade in seguito, annodando ogni elemento  con quel minimo di serialità che alza l’opera un gradino sopra la media, già altissima, dei vari colleghi del periodo.
 

È richiesta quindi una maggior attenzione a quello che in fondo rimane uno dei prototipi della visione disimpegnata, apparentemente dedicata a pallottole e calci sui denti, e questo permette un confronto ben più piacevole nonostante si tratti di un prodotto in qualche modo tronco, privo di un reale inizio e soprattutto di una fine (nonostante si vociferi, senza la conferma dell'ufficialità, che il successivo Bubblegum Crash basi le sue vicende sugli ultimi cinque episodi mai prodotti4), che pare più che altro fotografare una porzione della storia di questa Tokyo futuristica. Ma il gioco vale la candela ed è raro incontrare opere che sappiano resistere al trascorrere del tempo con questa energia, mostrando difetti e ingenuità che esse stesse hanno saputo correggere durante la pubblicazione.

Voto: 8 su 10

PREQUEL
A.D. Police: To Protect and Serve (1999; tv)
A.D. Police Files (1990; serie ova)
Parasite Dolls (2003; serie ova)

SEQUEL
Bubblegum Crash (1991; serie ova)


FONTI
1 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag.179. Confermato anche in Kappa Magazine n.7 (Star Comics, 1993, pag.116)
2 Confermato privatamente a Jacopo da Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore Magic Press e articolista Dynit)
3 Intervista a Kenichi Sonoda apparsa su Kappa Magazine n.17 (Star Comics, 1993, pag.119)
4 Confermato privatamente a Jacopo da Garion-Oh

lunedì 16 marzo 2015

Recensione: Getter Robot (Space Robot)

GETTER ROBOT
Titolo originale: Getter Robot
Regia: Tomoharu Katsumata
Soggetto: Go Nagai, Ken Ishikawa
Sceneggiatura: Shunichi Yukimuro, Keisuke Fujikawa, Shozo Uehara, Tatsuo Tamura
Character Design: Kazuo Komatsubara
Mechanical Design: Ken Ishikawa
Musiche: Shunsuke Kikuchi
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 51 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1974 - 1975


Visto il successo televisivo sconvolgente di Mazinger Z (1972), era del tutto ovvio che in quel periodo i produttori di giocattoli non potessero esimersi dal proseguire su quella strada, e così è stato, quando uno di essi ne chiese, sul finire del 1973, subito un clone a Toei Animation e Go Nagai, da intendersi come un nuovo robottone dato, stavolta, dalla fusione fra tre macchine1. Detto, fatto: all'eccentrico autore basta assistere un giorno allo scontro accidentale fra tre vetture della sua società Dynamic Planning, per uscirsene con una nuova idea folgorante e che si rivelerà nuovamente fondamentale per un genere che è appena nato e già è popolarissimo: non si sarebbero fatte nulla, se avessero potuto incastrarsi fra di loro l'una in coda all'altra! Nasce il concetto del primo robottone componibile della Storia, dato dall'unione di mezzi volanti pilotati da eroi diversi, che si agganciano per formare una singola unità; quest'ultima poi, all'occorrenza e in base alla conformazione del terreno, può combinarsi in diverse altre configurazioni, ciascuna con particolari punti deboli o di forza. Intuizione geniale a parte (che il produttore benedirà perché ciò permetterà di vendere gadget relativi non a uno ma bensì tre eroi di metallo), il contributo di Nagai alla creazione di Getter Robot - nonostante se ne prenda il merito facendo troneggiare il suo nome in tutti i copyright legati a questo franchise - si chiude qui: sviluppo di storia, personaggi e mecha li devolve interamente al suo dipendente Ken Ishikawa, che realizza quello che diverrà uno dei più famosi manga robotici di sempre2.

Con il carismatico look a "placche" della testa del suo Getter 1 (ispirato al guscio di una tartaruga3), la violenza estrema e sanguinaria che anima la storia, gli eroi brutali, machiavellici e vicini alla follia (il cinico Hayato è un terrorista rosso bombarolo!), una vena di cattiveria a tratti disturbante e l'affascinante tema delle implicazioni evolutive dei misteriosi Raggi Getter che muovono l'omonimo robottone e hanno a che fare con la scomparsa dei dinosauri, Ken Ishikawa, pur adeguandosi a un soggetto estremamente semplicistico e poco articolato (parte del popolo dei rettiloni, sfuggito all'estinzione, si risveglia e con le sue armate di Mechazaurus cerca di riconquistare la Terra, quest'ultima difesa dal Laboratorio Saotome che custodisce l'invincibile Getter Robot), riesce a renderlo appetitoso, grazie alle atmosfere molto drammatiche e adulte che superano in coinvolgimento la banalità della trama. In contemporanea con la pubblicazione del fumetto, Toei Animation produce quindi la serie televisiva, che debutta sulla rete Fuji Television il 4 aprile 1974, addirittura in contemporanea con la trasmissione di Mazinger Z (è appena uscito l'ep.70). Sarà un altro grosso successo di ascolti4, che soddisferà un po' tutti portando Getter, come il fratellone maggiore, a trovare nella puntata finale un nuovo nemico da affrontare, in uno scontato trait d'union verso la prossima stagione. Nonostante la sua importanza nell'aver creato i robot componibili e il termine gattai ("unione"), però, Getter Robot è un'altra serie televisiva per bambini di prima elementare che ha perso ormai, ahimè, quasi tutta la sua originale carica dirompente; un'altra pietra miliare nel genere che, nonostante questo, in pochi oggi saranno in grado ai apprezzare nonostante la buona volontà.


La trama del Getter televisivo è praticamente mutata, senza grosse variazioni, da Mazinger Z: ogni puntata inizia e termina allo stesso modo, con una mini-avventura del gruppo dei tre eroi-piloti che culmina con il loro scontro e la vittoria contro il "mostro della settimana", il Mechazaurus puntualmente inviato dall'Impero dei Rettili nella vana speranza di distruggere il Laboratorio Saotome, ultimo avamposto del Giappone (che, ricordiamolo, se conquistato significa essere padroni del globo), e altrettanto puntualmente distrutto dalle fantasmagoriche armi da battaglia delle Getter Machine. Il mostruoso imperatore Gore è nei fatti dott. Hell, il generale Batt e il ministro Garerii gli equivalenti del barone Ashura e conte Blocken, e la stessa base scientifica degli eroi è sita ai piedi di quello che sembra nuovamente il Fuji (in verità è il monte Asama, Getter è ambientato nell'isola di Honshui, ma la sostanza non cambia). Non mancano neppure la bella figlia dello scienziato a capo della base, il bambino-mascotte e l'inventore grasso e pasticcione, senza contare ingenuità ripetute ossessivamente come Michiru perennemente catturata dal nemico mentre è in giro a perlustrare qualche luogo. Anche la struttura della serie è la stessa: episodi autoconclusivi a tempo indefinito, con l'aggravante che non c'è, rispetto a Mazinger Z, quasi nessuna variazione o power up in corso della storia, tutto rimane quasi immobile dalla prima all'ultima puntata. E come accade a Mazinger Z, la serie è molto infantile, estremamente edulcorata rispetto alla trucida versione manga di Ishikawa, con protagonisti praticamente stravolti, dallo scarsissimo spessore psicologico e privi di evoluzione (da karateka-teppista Ryoma diventa un calciatore sportivo e leale, il terrorista Hayato un semplice tenebroso introverso con la fissa di suonare l'armonica, e il grosso avventuriero Musashi un banale praticante di judo); scelte resesi necessarie per venire incontro al giovanissimo pubblico. Non è un caso se lo stesso regista della serie, Tomoharu Katsumata, si sia poi sentito in dovere di giustificarsi dei tradimenti, di questo e dello stesso Mazinger Z, addicendo che "il genio di Nagai consiste nell'avere creato personaggi facili da usare e adattabili a tutte le situazioni. È stato grazie alla libertà concessa a noi registi che siamo riusciti a mettere il cuore nelle storie"5. Le uniche differenze concernono l'innalzamento a tre unità degli eroi-piloti, plasmati su personalità ben definite e radicali (il leader figo ma tranquillo, il tenebroso cinico e freddo e il grassone dal temperamento infuocato, molto probabilmente ripresi da Science Ninja Gatchaman del 1972), e sul fatto che a un certo punto si viene a sapere che c'è qualcuno ancora più in alto dell'antagonista Gore nella gerarchia dell'Impero dei rettili.

Nonostante l'opera possa vantare, ogni tanto, qualche puntata particolarmente creativa e interessante, che sia bizzarra (la 12 e la 21, con l'assurdo Texas Mack) o tragica (la 9 e la 22, con le commoventi figure del generale Radora e della triste Gora), nel complesso pecca un po' troppo dei soliti schematismi, divenendo presto noiosa, sfiancante e senza idee tanto quanto Mazinger Z. La conclusione, poi, sorprendente per la sua drammaticità, è al contempo spiazzante per una certa delusione, del vedere sfumato uno scontro finale con tutti i crismi in virtù di un simile colpo di scena: geniale, sì, ma affrettato e del tutto anticlimatico. Quantomeno, Getter Robot è sensibilmente più corto del fratellone: "solo" 51 episodi contro i ben 92 del capostipite, e questo significa far pesare un po' meno l'infinita riproposizione di cliché e avventure tutte uguali. In aggiunta a questo, la serie è curata con tutti i crismi: animata molto meglio, coloratissima, con fondali spettacolari e psichedelici (i famosi cieli color verde-rosso-blu, senza alcuna spiegazione ma non per questo altamente evocativi) e, specialmente, è impreziosita dal chara design dell'eccezionale Kazuo Komatsubara, recuperato da DevilMan (1972) e inventore del suo primo personaggio originale, la bella Michiru Saotome6 (la userà poi anche Ishimawa nel fumetto); che, pur con il consueto stile scarno e sintetico, surclassa sotto ogni aspetto i rozzi disegni di Mazinger Z come eleganza, definizione e senso di bellezza, virilità e, all'occorrenza, inquietudine - i malvagi rettili ricordano molto i demoni affrontati da Akira Fudo. È geniale anche il mecha design di Ishikawa, come quello di Mazinger Z a metà tra il buffissimo (vedere le leggi della fisica e delle proporzioni annullate dagli incastri "impossibili" delle Getter Machine, di cui lo stesso disegnatore lamentava il poco realismo e il fatto che Nagai gli diceva di infischiarsene7, o l'aspetto fisico quasi caricaturale dello smilzo Getter 2 e del tozzo Getter 3) e il figo (Getter-1 sprigiona carisma da ogni poro, con la sua corporatura bizzarra, il mantello e il colore rosso preponderante). Spettacolare, quindi, la roboante e immortale opening, così come più di un pezzo della marziale colonna sonora di Shunsuke Kikuchi. Infine, è ammirevole che almeno gli sceneggiatori dell'opera provino, anche con i vari alleggerimenti di atmosfera, a mantenere intatta l'idea delle potenzialità e del mistero dei Raggi Getter come nel manga.


Pollice verso anche per Getter Robot quindi? No, la serie si salva in extremis: un po' per la grande realizzazione tecnica, un po' perché dalla durata lunga ma non proibitiva, e questo permette di poterlo apprezzare a piccole dosi, senza finire nuovamente travolti dalla noia e dall'opprimento senso del "non finirà mai". Rimane comunque un'opera quasi identica nei difetti concettuali, e che, con tutti i suoi problemi e lo scarso appeal che può vantare per le odierne generazioni di spettatori, va vista più per cultura sull'argomento che per reale speranza di apprezzarla.

Nota: trasmesso in Italia nel 1980 dalla Rai, Getter Robot è stato incomprensibilmente ribattezzato Space Robot, pur mantenendo intatti i nomi dei personaggi e delle loro unità (cambiano solo i nomi delle loro armi, come sempre). I dialoghi non sono neanche adattati o recitati troppo male, peccato perciò come solo 39 episodi su 51 siano arrivati a noi, con gli altri non toccati per chissà che ragioni e che sono, oggi, visionabili solo in lingua originale (esistono sottotitoli italiani fatti da fan, ma praticamente inventati da cima a fondo). Il cortometraggio omonimo del 1974, proiettato al Toei Manga Matsuri, è il classico filmetto celebrativo Toei che riadattava al maxi schermo un acclamato episodio televisivo - in questo caso la puntata 6. È rimediabile come extra nel cofanetto DVD/BD Go Nagai Super Robot Movie Collection (Yamato Video, 2015).

Voto: 5,5 su 10

PREQUEL
DevilMan (1972-1973; tv)
Mazinger Z (1972-1974; tv)
Mazinger Z contro DevilMan (1973; film)
Mazinger Z: Appare Ghost Mazinger (1974; film)
Mazinger Z contro Dr. Hell (1974; film)
Mazinger Z contro il Generale Nero (1974; film)
Cutie Honey (1973-1974; tv)
Cutie Honey (1974; film)

SEQUEL
Getter Robot (1974; film)
Great Mazinger (1974-1975; tv;)
Great Mazinger contro Getter Robot (1975; film)
Getter Robot G (1975-1976; tv)
Great Mazinger contro Getter Robot G: Violento scontro nei cieli (1975; film)
Ufo Robot Grendizer (1975-1977; tv)
Ufo Robot Grendizer (1975; film)
Ufo Robot Grendizer: Confronto al rosso sole del tramonto (1976; film)
Ufo Robot Grendizer contro Great Mazinger (1976; film)
Great Mazinger, Getter Robot G e Ufo Robot Grendizer contro il Dragosauro (1976; film)

FONTI
1 Articolo apparso in uno dei volumi della "Getter Saga" pubblicata nel 2000 da Dynamic Italia. Suddetto articolo è riportato nella pagina web http://www.encirobot.com/9getter/getcur.asp. La cosa è comunque confermata a pag.64 di "Anime al cinema" (Francesco Prandoni, Yamato Video, 1999)
2 Questi retroscena li spiega lo stesso Ken Ishikawa nei suoi free talk nei volumi 8-9 del manga "Getter Saga" (d/visual, 2006-2007)
3 Come sopra
4 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag.108
5 Saburo Murakami, "Anime in TV", Yamato Video, 1998, pag.35
6 Biografia su Kazuo Komatsubara apparsa nel vecchio sito d/visual di "Ufo Robot Grendizer", visionabile alla pagina web http://web.archive.org/web/20070625195104/http://www.d-world.jp/goldrake/komatsubara.html
7 Volume 8 di "Getter Saga", "Io e Getter Vol.1", d/visual, 2006

lunedì 9 marzo 2015

Recensione: L'isola del tesoro

L'ISOLA DEL TESORO
Titolo originale: Takarajima
Regia: Osamu Dezaki
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Robert Louis Stevenson)
Sceneggiatura: Haruya Yamazaki, Yoshimi Shinozaki
Character Design: Akio Sugino
Musiche: Kentaro Haneda
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1978 - 1979
Disponibilità: fansub in inglese a cura di Takara Fansubs


Inghilterra,  XVIII secolo. In una cittadina costiera nei pressi di Bristol si staglia, sullo sfondo blu del mare, la locanda "Ammiraglio Benbow", dove lavorano il giovanissimo Jim Hawkins e sua madre. Il ragazzo, orfano di padre, sogna una vita avventurosa, e l'occasione di viverla gliela fornisce presto Billy Bones, pirata fuggito dalla ciurma del sanguinario capitano Flint dopo aver trafugato una mappa che rivela l'ubicazione del suo grandioso tesoro all'interno di un'isoletta tropicale. Per vie traverse sarà poi Jim a entrarne in possesso, e convincerà quindi il dottore del villaggio, Livesey, e il nobile Trelawney, a organizzare una spedizione marittima per andare a recuperarlo. Verso la fine del viaggio, però, Jim scoprirà che il cuoco della nave, John Silver, a cui si è affezionato tantissimo, è in verità proprio il successore di Flint, e che quasi tutto l'equipaggio è composto da pirati al suo servizio...

L'isola del tesoro, pubblicato a puntate da Robert Louis Stevenson tra il 1881 e il 1882 nella rivista Young Folks e poi raccolto come romanzo, trovando un enorme successo di critica e pubblico,  ha non solo il merito di essere uno splendido romanzo di formazione e avventura per bambini, ma anche di aver sdoganato presso il grande pubblico parte preponderante del mito "romantico" ed esotico di pirati e corsari, ossia la loro iconografia più conosciuta, a base di Jolly Roger svolazzanti, Macchie Nere, pappagalli appollaiati alla spalla, mappe con l'ubicazione di faraonici tesori, isole tropicali, gambe di legno, etc. Impossibile rendere l'idea di quanto qualsiasi altro libro, o film, o cartone animato sul medesimo argomento debba quasi tutto al capolavoro dello scrittore scozzese, ma soprattutto come quest'ultimo, per la sua epoca e non solo, sia stato davvero carismatico. Sa ancora tenere incollati alla lettura con un senso di meraviglia d'altri tempi, e ha il merito - particolarmente apprezzato da chi scrive - di ideare un personaggio immortale e ambiguo, che illustra in modo memorabile la contradditorietà dell'animo umano, la mancata esistenza di un Bene o di un Male perfetti e definiti: Long John Silver, il perfido antagonista a capo di una banda di trucidi filibustieri, contraddistinto da pulsioni etiche che lo fanno oscillafe continuamente tra bontà e cattiveria.

Arriviamo quindi al 1978, anno in cui, per gli amanti dell'animazione  nipponica, non si può non ricordare la grande serie Conan il ragazzo del futuro. Inconcepibilmente, spesso e volentieri di quel periodo è taciuto o addirittura dimenticato un altro classicone, che con ogni probabilità rappresenta, insieme al cult miyazakiano, quanto di meglio abbia mai offerto il genere avventuroso. Parliamo proprio della trasposizione anime de L'isola del tesoro, realizzata dall'indimenticabile duo rappresentato da Osamu Dezaki e Akio Sugino per la Tokyo Movie Shinsha, molto probabilmente per seguire il florido trend del meisaku di cui Nippon Animation deteneva il monopolio. E, davvero, si tratta di una splendida serie televisiva, che rinverdisce i fasti del romanzo originale soffermandosi ancora più sulle sue originali tematiche adulte, rappresentando un esempio perfetto di un classico della letteratura occidentale apprezzato e, per questo, riletto da una sensibilità diversa che ne apprezza maggiormente alcune caratteristiche specifiche.


Questi aspetti tanto cari e tanto approfonditi da Dezaki non possono che essere quelli del romanzo di formazione, e il regista li enfatizza, dando piuù enfasi alla crescita di Jim e specialmente al suo rapporto prima con Billy Bones e poi con John Silver. Come nel romanzo, sebbene sia affrontato in modo maggiormente sensibile, quest'ultimo legame diventa ben più commovente, mostrando chiaramente come il ragazzino trovi nel villain un nuovo padre, e come, proprio per questo, il suo voltafaccia e quello che ne consegue assumano per lui i contorni di uno shock straziante. John Silver diventa, se possibile, ancora più figo che in origine: uomo rude all'apparenza ma calcolatore in sostanza, grosso, forte, dalla risata poderosa e contagiosa, che non si fa problemi a uccidere ma è anche estremamente gentile e cordiale, la cui parola è legge e tratta Jim, effettivamente, come un figlio, raccoglie in sé molte delle contraddizioni dell'animo umano, ponendosi come non mai come un' "adorabile canaglia" che nessuno, tantomeno i suoi nemici, non riesce a non rispettare, nonostante sia un criminale. L'idea di trasformare l'originale vicenda avventurosa in una storia di formazione più psicologica e ambigua, arrivando addirittura a regalare un intero episodio di epilogo (assente in origine) che racconta quanto gli avvenimenti abbiano influito sulla vita di Jim, rendendolo un adulto migliore, è forse il merito maggiore di Dezaki, che rivitalizza il romanzo, adattandolo in una storia che al contempo è ma non è la stessa, ugualmente bellissima seppur raccontata con spirito diverso. Questo non deve comunque deludere chi preferiva una maggiore aderenza agli intermezzi avventurosi, visto che regista e sceneggiatori aggiungono qualche piccola variazione inedita qua e là (episodi riempitivi più che altro), rendono più enigmatica la risoluzione del mistero del tesoro e acuiscono - fino a trasformarlo in una vera e propria rivalità personale - il rapporto tra John Silver e il "marinaio del coltello" Abraham Gray, evidentemente per spettacolarizzare la storia donandole sfumature più virili (in linea col culto giapponese dei maschili duelli all'arma bianca). Per contrasto, desta un certo sconcerto l'idea di affiancare a Jim un cucciolo di leopardo che non ha alcuna utilità nella storia (una mascotte per il pubblico televisivo dei bambini? Chissà), e soprattutto quella di ridimensionare moltissimo l'importanza nella storia di Ben Gunn, fondamentale in molte cose nel romanzo ma quasi un'ombra inutile nell'anime. Quest'ultima cosa è probabilmente il maggiore prezzo da pagare per una trasposizione che dia più peso e sviluppo al rapporto tra Jim e John Silver.

Comunque, tra attacchi di squali, fortificazioni attaccate dai pirati, cannonate, scambi di ostaggi, malattie tropicali e vecchi pazzi, senza dimenticare il geniale enigma del tesoro, c'è comunque da divertirsi un mondo anche se si cerca ne L'isola del tesoro una visione avvincente e tipicamente avventurosa. Anche se la storia parte in modo abbastanza lento e ci mette un po' a ingranare, quando le caratterizzazioni iniziano a delinearsi, rendendendo memorabili i personaggi e le loro vicende, c'è poco da fare, l'anime diventa la classica serie-droga di cui si vuole divorare episodi su episodi, piangendo quando sono finiti tutti. Tecnicamente l'opera è molto ben fatta, animata più che bene, con fondali curati e un'ottima ricostruzione dei costumi dell'epoca che rievocano benissimo il XVIII secolo. Anche se apparentemente fuori posto, l'accompagnamento jazz di Kentaro Haneda musicalmente si adatta abbastanza alle scene d'azione, e il sodalizio artistico tra Dezaki e Sugino è, come sempre, fonte di meraviglia: basta la sigla d'apertura, affidata a immagini stilizzatissime ed evocative, ad attestare lo stile ricercato e d'autore voluto dagli artisti. Se a livello di design le fattezze quasi deformi di Jim possono mettere a disagio, quelle estremamente adulte e virili di John Silver, Gray e altri fungono da esaltante contraltare, quasi a suggerire, a mo' di un Leiji Matsumoto ante litteram, la differenza di statura morale tra il giovanissimo protagonista che deve ancora crescere e gli uomini già fatti, finiti e nel pieno della loro vitalità. La direzione di Dezaki, curata, precisa e ottimamente fotografata, perfetta nel tratteggiare una simile vicenda, pur forse meno "tecnica" del solito (niente split screen e poche inquadrature oblique), fa comunque ottimo uso dei suoi sfondi-cartolina, già gustati in Aim for the Ace! (1973) e che si rivedranno in modo ancora più spettacolare l'anno successivo, in Lady Oscar, altro capolavoro.

Non si può, insomma, che vedere e riscoprire una perla così criminalmente poco calcolata dagli animefan: L'isola del tesoro è una gemma, sicuramente una delle migliori opere televisive di tutti gli anni '70, che ben ricorda al pubblico, abituato a considerarlo solo per Lady Oscar, quale perdita sia stata per tutti la morte di Osamu Dezaki. Bellissimo. Trascurabile il film omonimo riassuntivo del 1987 (neanche mai sottotitolato dai fan), mentre fondamentale la visione di Treasure Island Memorial, extra animato di 7 minuti rimediabile nei DVD giapponesi della serie, uscito nel 1992 e realizzato sempre da Dezaki e Sugino, che racconta una toccante side story dal punto di vista di un Jim adulto.


Nota: come avveniva quasi sempre fino a qualche anno fa, Yamato Video ha editato in DVD la serie, ma senza il trattamento di riguardo che meritava un simile titolo. Insomma, solito audio italiano storico (con tutte le sue storpiature) e zero sottotitoli fedeli ai dialoghi originali, per godere di un tale capolavoro. Visto quest'atteggiamento, consiglio caldamente di rivolgersi al fansub anglofono, che restituisce dignità all'opera.

Voto: 9 su 10

ALTERNATE RETELLING
Treasure Island: The Movie (1987; film)

lunedì 2 marzo 2015

Recensione: Expelled from Paradise

EXPELLED FROM PARADISE
Titolo originale: Rakuen Tsuihō - Expelled from Paradise
Regia: Seiji Mizushima
Soggetto: Nitroplus, Toei Animation
Sceneggiatura: Gen Urobuchi
Character Design:  Masatsugu Saito
Mechanical Design: Junya Ishigaki, Makoto Ishiwata, Masatsugu Saito. Takayuki Yanase
Musiche: NARASAKI
Studio: Graphinica
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 104 min. circa)
Anno di uscita: 2014
Disponibilità: fansub in inglese a cura di DeadFish


Evidentemente i tempi erano maturi per far coincidere il miglior lavoro di Gen Urobuchi con il suo passaggio dalla televisione al cinema, quasi come se tanti anni di serialità molto interessante e parecchio sopra la media – ma alla quale mancava sempre quel quid che incorniciasse storicamente le opere del bravo sceneggiatore – fossero serviti come splendido terreno dove far crescere parole, concetti e storie per poterle raccogliere con il proverbiale grande passo. Non che di questi tempi serva ancora chiarire o distinguere il cinema dalla televisione, anzi, modernità e tecnologia in Giappone hanno in parte regredito sperimentazioni e ricerche visive, e non esistono quindi più quei tempi dove film cinematografico significava giocoforza capolavoro o quasi determinato anche da budget milionari che gli studios non potevano permettersi. Sfondare al cinema adesso pare paradossalmente più facile per mezzo di una CG che abbatte costi e tempi e rende molte cose più facili, oltre che assurdamente più appetibili per alcune fasce di pubblico sulle quali non è meglio indagare oltre.

A ogni modo, Urobuchi trova, forse in un minutaggio e in uno sviluppo differente dalla modalità fino a ora incrociate, lo spazio adeguato per fare quello che ha sempre fatto, però meglio. Lo spunto iniziale è classico come classici sono sempre stati gli input nelle serie tv che portano la sua firma, e a una progressione squisitamente lineare corrisponde, come suo solito, un approfondimento psicologico e soprattutto uno spessore dialogico non indifferente: sono strumenti, questi, che Urobuchi sa suonare così bene da colorare e dare brillantezza a una storia che, nelle mani di qualcun altro, sarebbe presto capitombolata in una banale guerra visiva tra realtà virtuale e realtà quotidiana. Pare impossibile che nel 2015 ci sia ancora spazio per una simile tematica, o meglio, che un argomento così ampiamente sviscerato in passato possa manifestarsi nuovamente in abiti ancora curiosi e coinvolgenti, eppure Expelled from Paradise parla proprio di una colossale realtà virtuale, DEVA, dove la maggior parte della popolazione mondiale ha trasferito le proprie sinapsi, mentre ciò che resta della Terra è un mondo desolato, desertico, dove si sopravvive giorno per giorno sgomitando tra criminali e creature affamate di carne. Proprio dalla Terra proviene una sorta di virus informatico che disturba la quiete paradisiaca di DEVA e tocca quindi all’agente Angela Balzac prendere forma umana, tornare nel mondo fisico e indagare.


Si tratta di un soggetto molto comodo, abbiamo un vastissimo ambiente virtuale che in certi suoi frangenti più deliranti può ricordare l’apoteosi visiva di Summer Wars (2009), una grossa fetta post apocalittica costruita con sudore, sofferenza, armi enormi, automobili gigantesche e nostalgia del passato, una coppia di protagonisti che battibecca dall’inizio alla fine per rendersi conto solo man mano di imparare l’una dall’altro e viceversa, un’intelligenza artificiale che si interroga su cosa sia la vita, e ovviamente un bel po’ di combustibile per il pubblico robotico, con mazzate tra colossi di ferro stordenti e ipervitaminiche. Ed è proprio da questi elementi, ormai così consumati, che Urobuchi estrae un succo narrativo a tratti incredibile: se la trama non si smuove da binari consolidati che il cinema di fantascienza ha da tempo stabilito (le difficoltà di Angela nel vecchio mondo, lo scontrarsi con la vita dura ma sincera dell’agente Dingo, il capire le intenzioni dell’I.A. e aiutarla nei suoi progetti, il rinnegare le falsa beatitudine di DEVA fino alla mega royal rumble robotica finale), sono le riflessioni di Dingo e le pause di Angela ad arricchire lo spettatore, è la spontanea ironia che nasce tra i due a rafforzare lunghi momenti parlati che in qualsiasi altro contesto avrebbero ammazzato ritmo e pellicola, è la forza di parole e concetti a far emergere un’amicizia, e di conseguenza una ferrea presa di posizione, che dona sicurezza al film, lo rende solido, circolare, fortemente motivato.

È chiaro come sotto ci sia dell’altro, la critica verso il consueto abbandono sociale e relativa fuga in gusci videoludici dove tutto è a portata di mano e la fatica è solo uno scarto di pixel risuona bene, anche grazie alle tenere e commoventi intenzioni dell’I.A. Frontier Setter, così come sembra esserci una frecciata anche verso un certo mondo dell’animazione nel vedere come la redenzione sia compiuta da una loli sedicenne in abiti supersexy, addobbata con un costante breast bounce e con vari momenti maliziosi, mentre combatte con numerose colleghe tutte uguali a lei. Ma, seppur fatichi a considerare questo elemento solo carattere mainstream, forse qui si tratta giusto di provocazione, in quanto il film stesso soffre su un piano visivo, per quanto lodevole e spettacolare, a causa di un’accoppiata bastarda tra disegni e CG che partoriscono una cel-shading ben fatto ma non così stellare e impeccabile come sarebbe opportuno comunque attendersi da un’opera di un certo richiamo. Il chara di Masatsugo Saito è piacevole nei volti meno moderni e più armoniosi ma derivativo nei tratti e nelle curve, molto meglio il mecha a cura di ben otto mani, con una serie di installazioni robotiche complesse, dal taglio serio e credibile, sicuramente meno affascinanti di un robot come vorrebbe la tradizione nipponica ma di certo più realistica e adeguata al contesto.

Seiji Mizushima ha in curriculum esperienza quanto basta per andare sul sicuro con questo elemento - l'eccellente Fullmetal Alchemist (2003) e il buon Mobile Suit Gundam 00 (2007) sono bei biglietti da visita - e infatti qui si sbizzarrisce con sequenze spesso da infarto, spettacolarizzate non solo per un mero gusto estetico ma per spingere e sfruttare al massimo certi cross narrativi: il lungo piano sequenza non appena Angela arriva sulla Terra, gli accecanti vortici di luce durante le surfate all’interno della rete e, naturalmente, l’incredibile battaglia finale sono momenti di enorme sfoggio tecnico ma anche di inventiva parecchio sopra la media, virtuosismi ai quali si appoggia un martellante score elettronico durante le concessioni moderniste mentre c'è spazio per un più caldo hard rock all'interno delle sessioni terrestri.


Expelled from Paradise pare quindi essere una sorta di old & new, tanto da un punto di vista tematico quanto da uno meramente tecnico. Potrebbe essere film importante e crocevia per il futuro dell’animazione, assolutamente non un caposaldo ma in qualche maniera un bel sunto per mostrare intelligentemente lo stato attuale della scena. Dubito però che possa esserci un simile lavoro critico per sondarlo in profondità, più facile che ne venga usufruita soltanto la sua componente usa & getta, e ciò sarebbe un gran peccato

Voto: 8 su 10 

lunedì 23 febbraio 2015

Recensione: Mazinger Z contro DevilMan (Mazinga Z contro DevilMan)

MAZINGER Z CONTRO DEVILMAN
Titolo originale: Majinga Z tai DevilMan
Regia: Tomoharu Katsumata
Soggetto: Go Nagai
Sceneggiatura: Susumu Takaku
Character Design:  Keisuke Morishita, Yoshiyuki Hane, Kazuo Komatsubara
Musiche: Michiaki Watanabe, Go Misawa
Studio: Toei Animation
Formato: mediometraggio cinematografico (durata 43 min. circa)
Anno di uscita: 1973
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Yamato Video


La guerra tra l'Istituto di Ricerca sull'Energia Fotonica e le armate di mostri meccanici del dott. Hell sta ora volgendo a favore di quest'ultimo, dopo che il malvagio scienziato ha stretto alleanza con la spaventosa Tribù dei Demoni che milioni di anni prima abitava la Terra, i cui guerrieri più forti, uccisi in passato da DevilMan,  sono tornati in vita. Da soli, Koji Kabuto e Mazinger Z non possono fare nulla: fortunatamente arriva in loro soccorso Akira Fudo, il cacciatore di diavoli. Prima diffidenti l'uno dell'altro, i due sapranno fargliela vedere ai loro nemici.

Il biennio 1972-1973 in Giappone non può che venire ricordato e, perché no, identificato col trionfo commerciale totale di Go Nagai, quel mangaka pazzoide che, con gli adattamenti animati dei suoi ultimi lavori iconici, DevilMan e Mazinger Z, e quel trasgressivo, scioccante Cutie Honey che inizierà le sue trasmissioni il 13 ottobre, dall'oggi al domani diventa uno degli artisti più conosciuti e discussi in madrepatria. Anche se il primo horror-splatter e il primo "vero" robotico della Storia del fumetto giapponese, realizzati da lui personalmente, si rivelano estremamente tenebrosi e dai toni adulti (specialmente il primo), in televisione sono infantilizzati ed edulcorati dallo studio Toei Animation per poterli rivolgere a un pubblico di giovanissimi: poco male, se ne escono comunque due grandi hit commerciali di cui una, Mazinger Z, addirittura stellare, che raggiunge indici di ascolto tra i più alti di sempre, tenendo incollate alla tv generazioni di spettatori di ogni età. Il 18 luglio 1973, tre mesi dopo la conclusione televisiva di DevilMan e in pieno corso di trasmissione delle spettacolari battaglie di Koji Kabuto (è appena uscito l'episodio 33), esce al cinema un grande regalo ai fan da parte di Toei e Nagai, un mediometraggio curato con tutti i crismi che simboleggia in modo indelebile l'importanza storica e irripetibile del loro sodalizio. La proiezione avviene al Toei Manga Matsuri, festival inaugurato nel 1969 dallo studio che, ogni anno e durante i periodi di vacanze, proietta sul grande schermo, per la felicità di grandi e piccini, un gran numero di corto/mediometraggi d'animazione, a volte soggetti inediti o talvolta opere celebrative di popolari serial tv.

Riuscire a impostare Mazinger Z contro DevilMan, primo, storico team up tra due protagonisti di due iconiche e fortunatissime serie televisive, non è stato facile. Seppure i due titoli derivassero dagli stessi creatori, infatti, i loro diritti erano comunque ripartiti singolarmente fra differenti canali televisivi che li avevano sponsorizzati, e questo ha ovviamente significato noie legali a non finire. Solo dopo estenuanti trattative si è riusciti a realizzare l'agognato progetto, e quest'ultimo troverà un tale successo di pubblico da spianare la strada, in futuro, a numerosi altri crossover tra personaggi e robot nagaiani (ma al contempo non si è stati in grado, proprio per impossibilità di mettere d'accordo sempre tutti, di farne alcuni, come il preventivato, sfortunatissimo Ufo Robot Grendizer contro Jeeg robot d'acciaio)1. I bambini che all'epoca riusciranno a guardare Mazinger Z contro DevilMan avranno, quindi, molto di cui vantarsi con gli amici, vedendo non solo insieme, uniti a interagire in un'unica avventura, due fantastici supereroi provenienti dalle serie più popolari dell'epoca, non solo i mostri meccanici di Hell e i demoni alleati insieme, ma anche un mezzo propulsore mai visto prima in tv, lo Jet Scrander, che permette a Mazinger Z di volare e abbattere i nemici alati, inserito nella storia proprio in risposta a un sondaggio proposto ai giovanissimi qualche tempo prima, su quali nuove caratteristiche dare al robot2.


Il film per molto tempo sarà considerato fuori continuity da Mazinger Zl'utilissimo Jet Scrander fa la sua apparizione ufficiale in tv esattamente quattro giorni dopo la proiezione, nella puntata 34, in una vicenda del tutto diversa che rinnega demoni et similia. Solo nel 1999 questi fatti verranno ufficializzati definitivamente, nel bel manga Dynamic Heroes scritto e disegnato (con uno splendido tratto che copia benissimo Kazuo Komatsubara e Shingo Araki) da Kazuhiro Ochi con l'approvazione di Go Nagai. Sempre ai fini della continuity, il titolo è importante anche perché stabilisce, con questo "incontro", che molti degli eroi di Nagai e Toei agiscono in uno stesso universo narrativo, una sorta di Nagaiverse. Difficile credere che, con tutto il mondo a disposizione, armate di diavoli e mostri meccanici si incaponiscano a voler conquistare il solo Giappone (e con i film successivi e Dynamic Heroes, che collegano DevilMan e Mazinger Z anche a Cutie Honey, Getter Robot, Great Mazinger, Getter Robot G e Ufo Robot Grendizer, apprenderemo che mirano a questo anche potenti organizzazioni criminali e armate di dinosauri, di micenei, di oni e di alieni), ma inutile a stare a sindacare su ingenuità perfettamente perdonabili e trascurabili. Questioni di canonicità a parte, l'opera è da prendersi in primis come un gustoso mediometraggio celebrativo, che realizza il sogno di vedere combattere insieme due personaggi famosi e "anticipa" al contempo, di qualche giorno e a beneficio dei fortunati che sono stati al cinema, un importante power up che apparirà in una delle due serie. Impossibile chiedere altro a un lavoro fatto con amore e sentimento per il diletto dei giovanissimi, che possono così avere nuovi spunti per fantasticare su chi sia più forte tra Akira e Koji (immancabile l'iniziale, virile ostilità tra i due, che si esprime in una folle gara in moto) e tra l'Uomo Diavolo e il gigantesco robottone di Lega Z - nonostante il classico finale che inevitabilmente farà di tutto per equipararli senza prendere posizione..

Mazinger Z contro DevilMan offre tutto ciò che si richiede per passare 40 minuti spensierati: una storia banalissima ma veloce e piena di azione ben realizzata, violenza e inserti horror (i sanguinosi combattimenti di DevilMan con i demoni), uno sfavillante comparto tecnico che sfrutta un budget cinematografico ben distante da quello povero di Mazinger Z, esprimendosi in vigorose animazioni e una cura certosina in fondali e disegni; il ritorno di Kazuo Komatsubara nello staff Toei, l'uomo dietro al bellissimo chara di tutti i personaggi e i mostri di DevilMan (peccato solo per l'eclatante assenza della bella Miki); e infine graditissimi colori saturi e psichedelici che rendono accattivante il tutto. È vero che Mazinger Z non ha trovato un giudizio lusinghiero da parte di chi scrive, ma in quel caso molti dei suoi demeriti, al di là della ripetitività, erano influenzati dalla rozzezza grafica che appesantiva ancora di più la visione. Qui, al cospetto di un film dall'alto budget, esteticamente splendido a vedersi che trova anche l'originalità del mescolare il robotico e l'horror con un team up impossibile e geniale, tali considerazioni passate vanno accantonate. Ci si può solo divertire spegnendo il cervello per un'oretta, trascinati da un senso di meraviglia di altri tempi, lasciandosi magari esaltare da virili valori di eroismo e coraggio portati avanti dagli eroi, tornando bambini, o godendosi un valore altrettanto importante come quello artistico, simboleggiato dai disegni bellissimi e "di razza" da parte di Komatsubara, o dalle animazioni continuative che rendono magiche le  coreografie degli scontri o le splendide ambientazioni sotterranee. Non sempre e non solo è la trama a distinguere un bel film da uno brutto: a volte anche fattori puramente di contorno possono  fare la differenza e rendere indimenticabile un'opera. Toei Animation, affidando buona parte dei lavori di Nagai al tratto carismatico di Kazuo Komatsubara o di Shingo Araki, decisamente, sapeva cosa stava facendo.


In Italia, il mediometraggio è stato distribuito secoli fa in VHS da Dynamic Italia con due doppiaggi: uno con nomi originali di personaggi e armi, l'altro usando quelli inventati dell'adattamento italiano storico di Mazinger Z (Koji che si chiama Ryo, Breast Fire che diventa Raggio Termico, etc.). Yamato Video ha recentemente distribuito in DVD e Blu-ray l'intera collezione di tutti i film Toei Animation basati sulle opere robotiche di Go Nagai (il cofanetto Go Nagai Super Robot Movie Collection), rendendo usufruibili entrambe le versioni. Inutile dire qual è quella da vedere (nonostante pecchi di voci a mio parere abbastanza mediocri).

Voto: 7,5 su 10

PREQUEL
DevilMan (1972-1973; tv)
Mazinger Z (1972-1974; tv)

SEQUEL
Mazinger Z: Appare Ghost Mazinger (1974; film)
Mazinger Z contro Dr. Hell (1974; film)
Mazinger Z contro il Generale Nero (1974; film)
Cutie Honey (1973-1974; tv)
Cutie Honey (1974; film)
Getter Robot (1974-1975)
Getter Robot (1974; film)
Great Mazinger (1974-1975; tv;)
Great Mazinger contro Getter Robot (1975; film)
Getter Robot G (1975-1976; tv)
Great Mazinger contro Getter Robot G: Violento scontro nei cieli (1975; film)
Ufo Robot Grendizer (1975-1977; tv)
Ufo Robot Grendizer (1975; film)
Ufo Robot Grendizer: Confronto al rosso sole del tramonto (1976; film)
Ufo Robot Grendizer contro Great Mazinger (1976; film)
Great Mazinger, Getter Robot G e Ufo Robot Grendizer contro il Dragosauro (1976; film)

FONTI
1 Questi retroscena provengono dalla "Postfazione" scritta da Ikuya Komori nel numero 1 di "Dynamic Heroes" (d/visual, 2007)
2 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag.109

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