lunedì 15 dicembre 2014

Recensione: Capitan Harlock il pirata dello spazio

CAPITAN HARLOCK IL PIRATA DELLO SPAZIO
Titolo originale: Uchū Kaizoku Captain Harlock
Regia: Rintaro
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Leiji Matsumoto)
Sceneggiatura: Haruya Yamazaki, Shozo Uehara
Character Design: Kazuo Komatsubara
Mechanical Design: Studio Nue
Musiche: Seiji Yokoyama
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 42 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1978 - 1980
Disponibilità: fansub in inglese a cura di Live-Evil


In un lontano anno 2977, la Terra, ormai drogata di benessere, è in preda a una totale apatia intellettuale e crisi di valori, non riuscendo neppure a rendersi conto del pericolo rappresentato dal popolo spaziale delle mazoniane, che intendono conquistare il pianeta per farne la loro nuova casa. L'unica speranza per un'umanità addirittura ignara della minaccia risiede nell'equipaggio di pirati spaziali dell'Arcadia, una gigantesca astronave dalle grandi capacità belliche a forma di galeone spagnolo, che solca il cosmo guidata dal capitano Harlock, spirito libero e anticonformista.

Impossibile negare la celebrità del più famoso pirata nipponico, Harlock, icona immortale e rappresentativa non solo del mangaka Leiji Matsumoto, ma anche dell'animazione giapponese tutta, al pari di un Lamù, un Gundam o un Mazinger Z. Siamo alla fine degli anni '70, e Leiji Matsumoto, dopo la riabilitazione commerciale della Corazzata Spaziale Yamato (1974) e il buon successo di Danguard Ace (1977), è pronto a fare il grande salto di qualità, trovando in Toei Animation il giusto partner in grado, per la prima volta, di portare in animazione una sua opera interamente voluta. Nessun soggetto originale: questa volta ad arrivare in tv nel marzo 1978 è un adattamento di un suo manga iniziato già un anno prima, Capitan Harlock il pirata dello spazio, e questo titolo di culto dà ufficialmente, su carta e in animazione, il battesimo al Leijiverse, quell'insieme di opere fantascientifiche, tutte create da Matsumoto, legate insieme in uno stesso, poetico universo narrativo (pur con abbondanti contraddizioni che rendono difficile stabilire una continuity perfetta, ma di questo se ne parlerà nei titoli successivi).

"Poetico" non è un aggettivo usato a sproposito: è davvero l'unico modo di definire la filosofia che anima i titoli dell'autore e che trova perfetta rappresentazione in Harlock. Anche se quella di Matsumoto è nominalmente fantascienza, con pianeti alieni, extraterrestri e grandi battaglie spaziali tra massicce astronavi dotate di cannoni laser, l'approccio scelto per rappresentarla è del tutto irrealistico e romantico: nel design minimalista, "giocoso" e improbabile delle astronavi e delle attrezzature tecnologiche (galeoni spagnoli volanti, locomotive dell'800 che solcano lo spazio, etc), nei sentimenti e nei valori fatti propri dai Matsumoto heroes, e nelle azioni e nei modi di pensare del tutto impossibili e fuori da ogni logica per giustificare i grandi ideali di questi ultimi. Nelle sue opere, l'autore riversa in modo chiaro i suoi valori politici destrorsi, ma questo non necessariamente dona alla storia connotazioni fasciste o eticamente discutibili, ma anzi, riesce più volte a renderli poesia. Con evidente simpatia per il culto del Superuomo, in spregio verso l'omologazione culturale, in Capitan Harlock Matsumoto dipinge una società mondiale allo sbando, del tutto inebetita dal benessere, rappresentata fisicamente in modo tozzo, grottesco e caricaturale e governata da fannulloni dediti al puro edonismo. In mezzo a un oceano di mediocri spiccano, per merito della loro caratura morale, i componenti dell'Arcadia, guidati da Harlock e dai suoi più stretti collaboratori, questi disegnati, invece, in modo adulto e realistico. Il capo dei pirati, volutamente perfetto (non sbaglia mai nessuna mossa, sa sempre scegliere l'opzione giusta), romanticamente tenebroso e malinconico, il cui volto è solcato da una misteriosa cicatrice, rappresenta una bandiera di libertà, di autonomia intellettuale, di coraggio e altruismo; un faro, insomma, per accogliere sull'Arcadia qualunque individuo voglia diventare un Uomo, trovare riscatto morale e combattere per difendere il proprio pianeta, non importa se al costo di non conoscere nessun ringraziamento da parte di un governo corrotto che si rifiuta addirittura di riconoscere l'esistenza delle mazoniane.

Nel manga (e quindi, di riflesso, nell'adattamento animato), Matsumoto rende Harlock una bandiera, un concentrato di moralità che spazza via, virilmente, il degrado. Per l'affascinante pirata spaziale, un combattimento leale e senza sotterfugi, il rispetto verso il nemico, una morte gloriosa, il cameratismo o il rispetto di una promessa fatta al proprio migliore amico sono i valori più grandi e importanti di questo mondo, da mantenere a costo della vita, anche se questo comporta il creare grossi problemi o essere contrario a ogni norma di buon senso. In sostanza, l'idealismo sognante e il segno grafico distintivo (corpi tozzi, eroi dalle fattezze reali e ragazze dalle forme slanciate e affusolate, come se non fossero di questo mondo) sono le basi fondanti del fumetto di Matsumoto e di un po' tutte le sue opere. Nei vari manga, poi, addirittura il finale spesso sarà volutamente aperto e inconcluso, perché l'autore ritiene che siano più importanti il percorso e i messaggi da recepire più che il punto di arrivo1 (nonostante in animazione questa regola non varrà quasi mai poiché deve adattarsi alle pretese del grande pubblico).


La versione animata di Capitan Harlock del '78, supervisionata dallo stesso Matsumoto, è di qualità buona, a tratti ottima, anche se pecca in alcuni problemi strutturali che forse spiegano il perché fu accolta freddamente all'epoca in madrepatria, tanto da concludersi in anticipo sui tempi2 dopo 42 episodi (anche se ovviamente questo dipende parecchio dai suoi contenuti, tutto fuorché facili o infantili come il resto delle produzioni tv). Pur seguendo abbastanza fedelmente il fumetto, gli sceneggiatori infarciscono la trama di riempitivi scritti negligentemente, che dicono fin troppo spesso le stesse cose: Harlock e l'Arcadia che finiscono in una trappola delle mazoniane (delle quali fanno poi enorme strage), amori dell'equipaggio che non vanno mai a buon fine, alleati appena conosciuti che muoiono subito dopo in un glorioso attacco kamikaze contro le mazoniane e soprattutto le terribili, infinite disavventure dell'orfanella Mayu, figlia del miglior amico di Harlock, inventata nell'anime per rappresentare - sconfinando però nel tragicomico - l'idealismo dell'eroe, il quale ha promesso di farla studiare sulla Terra e perciò la riporta sempre lì dopo averla salvata, anche se è trattata come una schiava dai terrestri (e l'eroe lo sa) e anche se questo significa condannarla più e più volte a venire rapita e usata nuovamente come ostaggio. Ancora, gli eroi principali dell'equipaggio dell'Arcadia, dopo una prima ottima metà di serie di presentazione in cui ben emerge la loro personalità, vengono poi del tutto lasciati a se stessi, come a voler bloccare la loro evoluzione (esempio lampante il giovane Daiba Tadashi, protagonista principale per buona parte della storia e poi oscurato da Harlock che gli prende il posto), in vista di quell'enormità di filler che si concentrano nella seconda parte. Ulteriore beffa è data dal fatto che Harlock, eroe assoluto nella seconda parte, è così "perfetto" da risultare molto meno interessante dei suoi sottoposti, più umani in vizi e difetti.

Capitan Harlock è una serie animata estremamente lenta e, essendo composta per la maggiore da episodi sul tenore di quelli citati, finisce col diventare presto molto stancante. Fortunatamente a tratti sa graffiare e a fondo: la prima metà di serie, di presentazione e vista, come detto, dagli occhi di Daiba, appena entrato nell'equipaggio, è ben scritta e resa interessante dalla lenta scoperta della personalità del cast e dai misteri sulle origini delle mazoniane e del migliore amico di Harlock. Ottimi anche gli episodi che approfondiscono le vicende individuali dei componenti dell'Arcadia, e qua e là qualche riempitivo più creativo del solito. Buoni anche i (pochi) episodi usati per umanizzare i comportamenti delle gerarchie mazoniane, e lo scontro finale narrato nelle ultime due puntate (in cui, per non farsi mancare niente, lo staff idea un finale coerente fino in fondo con la visione politica dell'autore). Infine, l'aura malinconica e romantica della serie, quando non scivola in scelte ridicole per sottolineare gli idealismi, è molto coinvolgente, toccando caratterizzazioni complesse e un melodramma di base molto teatrale (la figura di Mime, il passato di Kei, etc). Sono sprazzi di ottima animazione che fanno a pugni con la qualità mediocre e stucchevole dei tanti riempitivi; bisogna tenerne conto ai fini della valutazione finale, e fa quasi sorridere pensare che, se non ci fossero stati i bassi indici di ascolto, probabilmente le puntate inutili sarebbero andate avanti ancora a lungo.

Tecnicamente, l'opera si difende bene pur senza esagerare. I disegni di Kazuo Komatsubara fanno il loro dovere nel dare colore e sostanza ai personaggi, anche se è palese che del famoso chara designer la personalità è irriconoscibile, essendo obbligato ad adeguarsi alle personalissime deformità e sproporzioni (occhi piccolissimi, teste enormi) di Leiji Matsumoto. Le animazioni sono decenti, nonostante, visto l'approccio lento e riflessivo della trama, l'azione sia scarsa (quasi tutto si riconduce a lunghi dialoghi, primi piani per sottolineare il carisma di Harlock e sequenze immobili, lente e raffinate, per evocare il lirismo delle situazioni). Di maggior interesse il sontuoso, epico accompagnamento orchestrale di Seiji Yokoyama, molto solenne e adattissimo alle atmosfere belliche e malinconiche (indimenticabile la sigla di apertura), e soprattutto la regia di Rintaro e del suo staff: Rintaro (vero nome Shigeyuki Hayashi) ha grande talento ed è proprio Capitan Harlock a farlo entrare nel mito, permettendogli di sfoggiare una regia d'autore elegante e cinematografica, abbinata a un uso creativo di luci, colori ed effetti speciali.

Agli occhi di chi scrive, Capitan Harlock rimane una serie iconica e piena di interesse, ma che su certe questioni è invecchiata male; anche parecchio, talvolta, nel trattare con troppa ingenuità gli ideali romantici di cui vorrebbe farsi portavoce, diventando spesso fin troppo ridondante nel ripeterli all'infinito, peccando di fantasia. Addirittura, ritengo che anime e manga omonimo abbiano entrambi dei pregi e dei difetti tali da risultare l'uno complementare all'altro, è difficile arrivare a dire quale sia il media in cui la storia si è espressa meglio (su carta, dove procede più spedita e compatta ma senza un finale, o in tv con una bella conclusione ma tantissimi riempitivi mediocri?). Rimane, a ogni modo, una visione di culto, giustamente riscoperta e celebrata nel tempo e che originerà molti rifacimenti, col grosso merito di rappresentare la prima vera opera personale di Leiji Matsumoto, senza pressioni o mediazioni con i produttori. 


Curiosità: uscito il 22 luglio 1978, presumibilmente al Toei Manga Matsuri, il semisconosciuto film Mystery of the Arcadia consiste in una versione estesa dell'episodio 13, in widescreen e con l'aggiunta di dieci minuti scarsi di animazione inedita. Sorvolabile.

Nota: in Italia, Capitan Harlock è arrivato nel 1979, trasmesso su Rai 2 con un ottimo doppiaggio ma con il solito adattamento superficiale. Rispetto al Giappone, qui il pirata spaziale è piaciuto fin da subito, divenendo uno degli anime più celebrati nella nostra penisola. L'edizione italiana in dvd, curata da Yamato Video, come sempre non contempla sottotitoli fedeli per godersi l'opera come originariamente voluta. Per questo, diventa inevitabile rivolgersi al fansub in lingua inglese.

Voto: 7,5 su 10

ALTERNATE RETELLING
Captain Harlock: Mystery of the Arcadia (1978; film)

FONTI
1 Vedere intervista a Leiji Matsumoto riportata nell'articolo di animeclick del 28 novembre 2014. Pagina web, www.animeclick.it/news/40993-reportage-dellincontro-con-leiji-matsumoto-capitan-harlock
2 Volume 3 de "La regina dei 1000 anni", "In principio era la regina", d/visual, 2008

lunedì 8 dicembre 2014

Recensione: Space Adventure Cobra

SPACE ADVENTURE COBRA
Titolo originale: Space Cobra
Regia: Osamu Dezaki, Yoshio Takeuchi
Soggetto: Buichi Terasawa (basato sul suo fumetto originale)
Sceneggiatura: Buichi Terasawa, Haruya Yamazaki, Kenji Terada, Kosuke Miki, Kosuke Mukai
Character Design: Akio Sugino, Shinji Otsuka
Musiche: Kentaro Haneda
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie televisiva di 31 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anni di trasmissione: 1982 - 1983
Disponibilità: fansub in lingua inglese a cura di Gokmen Subs


Con il suo irresistibile mix di atmosfere, da Barbarella (1962) e Star Wars (1977), la regia straordinaria e il protagonista guascone che pare un Lupin the 3rd fantascientifico, era impossibile non innamorarsi, nel luglio 1982, di Space Adventure Cobra, grandiosa pellicola, firmata da Osamu Dezaki, che portava ulteriore fama e onore al fortunatissimo manga di Buichi Terasawa (anche sceneggiatore del film). Il successo, da quello che si legge in giro, pur non trascendentale1, deve essere stato quantomeno discreto; non si spiegherebbe altrimenti, giusto qualche mese dopo, come gli elementi più importanti dello staff (Terasawa compreso) si ritrovassero al timone addirittura della trasposizione fedele del fumetto omonimo, potendo contare su un largo budget generosamente profuso da Tokyo Movie Shinsha. Il risultato commerciale, come si vedrà, sarà positivo, testimoniato da un ottimo indice di ascolto (un abbondante 10% medio2), ma qualitativamente alla fine lascerà gli spettatori un po' interdetti, con una continua altalena di alti e bassi che originano una sensazione contrastante.

Un po' come accadeva ai tempi de L'imbattibile Daitarn 3 (1978), il succo di Cobra si regge unicamente sul carisma scenico di un protagonista virile, macho e acrobatico, bevitore e donnaiolo, che per buona parte del tempo è protagonista di storie d'azione l'una uguale all'altra, in cui corre, salta, spara e fa strage di milioni di alieni e pirati cattivi che vogliono toglierlo di mezzo o trattare male le splendide (e svestite) ragazze per cui perde regolarmente la testa. Ambientazioni puramente fantascientifiche, con ampia mostrologia aliena parlante, pistole laser e astronavi che sembrano uscite da un film di George Lucas, Un conto è assistere, come nel lungometraggio, a un'unica avventura ispirata in cast e ambientazioni, e un conto è ripetere il concetto per una lunga serie da 31 puntate interamente rette su azione nonstop. Pochissimo è il background dato all'eroe Cobra, alla sua fedele compagna robotica Lady e a un po' tutti i comprimari/antagonisti che i due incontrano in ogni nuova avventura: nulla è aggiunto alla già basica trama del film, il succo è che Cobra è il Maschio dominante, imbattibile e autoironico, rubacuori e infallibile cecchino. Che il muscoloso cinema d'azione americano sia la più grossa fonte di ispirazione per l'opera, è abbastanza palese; che vedere lo Stallone/Willis di turno fare le solite cose per un sacco di tempo, sempre nel contesto di soggetti basilari, sia apprezzabile e non annoi, beh, questo è ovviamente un altro paio di maniche. Sta a chi guarda trarre le proprie considerazioni, se fare cioè parte di quella nicchia di pubblico che ama visceralmente il cinema fracassone ed è in grado di reggere una serie basata sul solo carisma tamarro del biondo eroe in calzamaglia o meno, questo è palese. Così come è palese che raramente, come in questo caso, la votazione finale non può che essere molto arbitraria e suscettibile ai gusti. Tuttavia, tra le considerazioni più concrete da fare, non può non starci la critica verso la qualità, fin troppo discontinua, dei numerosissimi riempitivi che costellano la storia.



La serie, come il manga, si basa su cicli narrativi dal numero di episodi variabile, intervallati da avventure autoconclusive di una sola puntata spesso svogliate, che imbastiscono le solite acrobazie con spunti davvero risibili. I vari "cicli" sono quasi tutti (escluso quello noiosissimo del rugball, immancabile sport distopico e violentissimo) elaborati e suggestivi, in cui convergono le idee più stravaganti dell'autore e in cui anche i vari cast sono maggiormente caratterizzati. Quello principale, lungo quasi mezza serie, che copre gli episodi 3-12 (la vicenda delle tre sorelle, rielaborata interamente da Dezaki nel film) è emblematico in tal senso: un autentico capolavoro, giostrato su ambientazioni intriganti, colpi di scena spiazzanti, indimenticabili momenti d'azione, nemici carismatici e una battaglia finale epicissima e grottesca. Peccato, dunque, che la grandezza della serie si noti proprio in questi segmenti, appiattendosi notevolmente nei riempitivi. Si apprezza come il buon Terasawa cerchi di contribuire alla varietà con ogni mezzo (con flora e fauna alieni sempre più bizzarri, sanguinarie scene di morte della vittima di turno, un alto tasso di cadaveri e dramma e un Cobra amante della parità dei sessi che con la sua Psycho-gun sfonda il petto a qualsiasi nemico, uomo o donna che sia), ma è dura creare avventure brevissime che lascino il segno in così poco tempo, sempre mostrando la stessa solfa, sempre sparatorie, sempre acrobazie, sempre bambole vestite in abiti succintissimi (e nonostante questo il livello erotico è parecchio scemato rispetto all'originale) che sembrano l'una la copia dell'altra. Non è raro scoprirsi a seguire svogliatamente la mini-avventura di turno perché ormai assuefatti alle solite cose.

Contribuisce a risollevare le sorti del titolo il grosso budget stanziato: Cobra è sicuramente uno dei titoli televisivi meglio animati del periodo, potendo usufruire quasi sempre di eccezionali animazioni, disegni come di consueto curatissimi (il "solito" Akio Sugino), movenze fluide e fondali/effetti speciali splendidamente realizzati che alimentano il senso di meraviglia delle ambientazioni. C'è anche qui un ma: anche se nominalmente adibito alla regia, il grande Osamu Dezaki se ne occupa parzialmente, dirigendo qualche puntata e approvando quelle dirette da altri componenti del suo staff. Si nota bene che il team sia influenzato dal suo stile, ma le inquadrature oblique e gli split screen, così tipici di lui, sono rari, così come gli sfondi-cartolina (anche se questo potrebbe essere dovuto al fatto di lavorare con un grosso budget e al non avere bisogno di usarli come ripiego): si avverte che non è un'opera sua al 100% e forse neanche lui la deve avere sentita come tale, se a metà serie non ha avuto problemi ad abbandonarla, insieme ad Akio Sugino (sono rimpiazzati rispettivamente da Yoshio Takeuchi e Shinji Otsuka), per lavorare insieme sul lungometraggio, sicuramente più personale, Golgo 13: The Professional (1983)3. Il fatto che la loro partenza quasi neanche si senta e tutto sembri fino alla fine identico a prima, potrebbe dirla lunga o su come lo staff li copi bene, o sulla poca personalità che i due ci hanno messo. Sicuramente, la regia della serie non si avvicina neanche lontanamente alla direzione divina del lungometraggio.


Nonostante tutto, l'opera ha i suoi bei momenti e culmina in un finale sì affrettato (la mini-saga finale dura giusto 4 episodi, presentando un sacco di comprimari privi della più basilare caratterizzazione), ma che comunque, come invenzione anime-only (la trasposizione del manga copre gusto i primi 8 volumi su 18 totali), è soddisfacente nella creatività delle situazioni, nel suo spettacolare combattimento finale e nel presentare un'accettabile conclusione definitiva all'intera vicenda di Cobra, prima che venticinque anni dopo la saga venga resuscitata dallo studio Magic Bus. Chi ama in modo sfegatato un genere così "individualista" come quello di Cobra, probabilmente aggiungerà un voto abbondante alla valutazione finale.

Voto: 7 su 10

SEQUEL
Cobra the Animation: The Psycho-gun (2008-2009; serie ova)
Cobra the Animation: Time Drive (2009; serie ova)
Cobra the Animation (2010; tv)


FONTI
1 Il mucchio selvaggio n.698, Stemax S.r.l., 2012, pag.137
2 Yamato Magazine n.10, Yamato Edizioni, pag.75
3 Mangazine n.21, Granata Press, 1993, pag.48

lunedì 1 dicembre 2014

Recensione: La storia della Principessa Splendente

LA STORIA DELLA PRINCIPESSA SPLENDENTE
Titolo originale: Kaguya-hime no Monogatari
Regia: Isao Takahata
Soggetto: Isao Takahata
Sceneggiatura: Isao Takahata, Riko Sakaguchi
Character Design: Kenichi Konischi
Musiche: Joe Hisaishi, Shinichiro Ikebe
Studio: Studio Ghibli
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 137 min. circa)
Anno di uscita: 2013
Disponibilità: edizione italiana in dvd & blu-ray a cura di Lucky Red


È una felice coincidenza che i due pilastri dello Studio Ghibli giungano al medesimo traguardo nel medesimo momento, un ultimo capolavoro ciascuno con cui congedarsi maestosamente: il progetto iniziale prevedeva un’uscita in contemporanea come accaduto venticinque anni fa per Il mio vicino Totoro e Una tomba per lelucciole, alcuni ritardi di produzione impediscono che ciò accada ma il tempo che passa tra i due non è molto. Da una parte Miyazaki si scosta per una volta da certi contesti magici per abbracciare una visione più realistica e di commovente profondità, rinnovandosi meravigliosamente pur rimanendo comunque sempre sé stesso con il bellissimo Si alza il vento, dall’altra Takahata torna a scrivere e dirigere dopo quasi quindici anni (e con una produzione durata ben otto) mettendo da parte la consueta sperimentazione - comunque ben presente e importante - per una storia che ha radici profonde nella tradizione nipponica e che, pur essendosi già prestata a non poche trasposizioni (la più famosa di tutte è probabilmente La regina dei mille anni di Leiji Matsumoto, 1981), è ancora valido materiale per grandi sentimenti.

La storia della Principessa Splendente diventa infatti ghiotta occasione per una nuova rappresentazione della quotidianità: Takahata ha sempre brillato parlando del normale e quieto vivere, mostrando la vita di tutti i giorni tanto nelle sue parentesi più raggianti quanto nelle tragiche sfumature che può subire, con una competenza e una sensibilità da lasciare senza fiato. E in fondo, ciò che racconta in quest’ultimo, meticoloso, straziante capolavoro (indegnamente risoltosi in un ennesimo flop ai botteghini giapponesi), è proprio la vita di Gemma-di-bambù, una neonata trovata all’interno di un fusto di bambù da un anziano contadino e cresciuta come fosse sua figlia.

L’accenno fantastico non è fondamentale per inquadrare la pellicola, ma ne è strumento per far esprimere la ragazza in tutta la sua forza, da bambina piena di energia a ragazzina ribelle fino a diventare sottomessa nobildonna, ma di spirito indomabile, circondata da una corte di regnanti e schiere di servitù. La sua è infatti una vita triste, obbligata, condizionata da un tunnel privo di diramazioni, che il padre ha ottimisticamente e ingenuamente edificato credendo di farle raggiungere quella felicità che un contesto montanaro le avrebbe a convinzione sua invece negato. Ma l’acquisto di un titolo nobiliare grazie ai soldi concessi dall’anomala natura della figlia, lo sfarzo esagerato fatto di tessuti preziosi e palazzi immensi dove coccolarsi, e infine la promessa di un amore impavido e robusto non corrispondono chiaramente alle richieste di Gemma-di-bambù, che vorrebbe semplicemente essere se stessa come quando, da piccina, giocava con i ragazzini del vicinato rincorrendosi tra i prati e le alture.


La gioia non viene dai soldi ma dagli affetti, e Gemma-di-bambù, divenuta Principessa Splendente una volta abbandonata la montagna e l’infanzia, non ha nessuno: ancelle, servitrici e spasimanti affollano i suoi spazi, ma la sua solitudine rimane evidente e feroce, soprattutto quando la direzione narrativa comincia a svelarsi, creando un vero e proprio background alla ragazza, privandola quindi anche di quell’aspetto favolistico che in qualche modo sembrava darle riparo. La grazia con cui respinge e rimanda doni e favori amorosi, il silenzio con cui accetta i voleri del padre perché nonostante tutto ne capisce gli intenti (per quanto sbagliati), il fuggire ciecamente e senza ripensamenti in quell’attimo di vita sfolgorante e mai più provato, e in generale il suo progressivo sottrarsi alla vita colpisce e fa male attraverso particolari che risaltano nella loro crudele bellezza: le mani che tremano quando parla, gli sguardi pieni di tristezza, le parole dette agli spasimanti con la voce spezzata…

La sofferenza di Principessa è però percepita a un livello più profondo, perché l’estetica e l’andamento del film sono comunque ancorati a quella narrazione luminosa e divertente tipica della Ghibli. I disegni, la solarità e il dolce umorismo fiabesco attutiscono il peso della pellicola con un’eleganza che forse solo Takahata poteva esprimere con questa potenza: il tratto appena accennato e i colori tenui esaltano espressioni ora cartoonesche ora di deliziosa bellezza (i capelli e gli occhi di Principessa sono meravigliosi pur con linea estremamente semplice e spartana); i personaggi sprizzano colori e sfumature pur nascendo da caratteri-chiave, tipici della favola; e le musiche di Joe Hisaishi, sempre lievi e impalpabili con soffusi interventi di piano, esplodono nella fase conclusiva con un motivo straniante e allegro mentre un terremoto di sogni infranti si abbatte a terra disintegrando ogni speranza. E questa sequenza, questo lungo momento di brutale pena, porta con sé la pesante eppure splendente parabola della povera Principessa, una ragazza che ha sofferto per tutta la sua vita ma che ha resistito e desiderato fino alla fine che la felicità, quella vera e non quella costruita involontariamente dal padre, potesse arrivare. Purtroppo le rimane soltanto un incantevole sogno a occhi aperti mentre la commozione di chi guarda, un pianto vero e sincero, credo sia giustamente e straordinariamente inevitabile.

Voto: 9 su 10

lunedì 24 novembre 2014

Recensione: Nozomi in the Sun (Jane e Micci; Che segreto!; Sasurai)

NOZOMI IN THE SUN
Titolo originale: Sasurai no Taiyō
Regia: Chikao Katsui
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Keisuke Fujikawa & Mayumi Suzuki)
Sceneggiatura: Keisuke Fujikawa, Hiroyuki Hoshiyama, Shunichi Yukimuro
Character Design: Shinya Takahashi
Musiche: Hideki Fuyuki
Studio: Mushi Production
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anno di trasmissione: 1971
 

Nozomi, povera ma con un cuore grande così, nonostante viva nei bassifondi di Tokyo è felice, gentile e altruista. Miki, invece, erede della potente e arrogante zaibatsu Koda, è viziata, si compiace del suo status e tratta qualunque essere umano come un oggetto da manipolare. Le due ragazze hanno 17 anni, sono nate nello stesso giorno, entrambe hanno talento nel canto e sognano di diventare grandi cantanti. La prima proverà a realizzarlo al costo di grandi sofferenze e sacrifici, la seconda con enorme facilità, coprendo di soldi insegnanti e produttori. Non sanno, però, che un grande segreto le unisce: quando sono venute al mondo, una perfida infermiera, Michiko Nohara, ha scambiato i loro nomi, cambiando le loro esistenze...

A posteriori, la notorietà che l'anime Sasurai no Taiyō (letteralmente Sole vagabondo, titolo internazionale Nozomi in the Sun e titolo italiano... ne ha avuti tanti) ha avuto, molto tempo dopo il suo anno di trasmissione, è frutto di speculazioni molto ingigantite. Spesso dipinto come la prima produzione animata realizzata insieme da Yoshiyuki Tomino e Yoshikazu Yasuhiko, futuri creatori di Mobile Suit Gundam (1979), alla fine è giusto riconoscere che, se il contributo del primo è tutto sommato tangibile (in quanto si è occupato interamente da solo degli storyboard), quello del buon Yas è quasi irrilevante (rifinitura ai disegni del chara designer ufficiale, Shinya Takahashi), come ammette lui stesso in un'intervista del 20071, quando afferma che sia Reideen the Brave (1975) a vantare quel primato. Sgonfiata la bufala, sarebbe comunque indecoroso trascurare questo bell'anime del '71, che è ugualmente importante ma per un'altra ragione: il primo lavoro in assoluto a trattare, in modo amaramente realistico, il mondo dell'industria musicale e discografica.

Rielaborazione, a quanto si legge in giro, addirittura molto addolcita rispetto all'omonimo, cupo shoujo manga di 4 volumi, disegnato l'anno prima da Mayumi Suzuki con i testi dello stesso Keisuke Fujikawa che ne cura in tv la sceneggiatura, Sole vagabondo è la classica storia, tipica degli anni '70, di agonismo e tragedie, dura come un mattone sui denti. Soffrire, soffrire e ancora soffrire: questo il destino dei classici eroi disadattati, poveri od orfanelli del Giappone post-WWII e pre-boom economico. Il loro protagonista, per riuscire a emergere in una società palesemente ingiusta e rigidamente classista (dove pochi individui pieni di soldi ottengono potere e poltrone come gli pare, e sotto di loro la totalità degli altri può solo sputare sangue e cercare di arrivare al giorno dopo), dovrà stringere i denti, sopportare ogni umiliazione e dolore e credere ferocemente nel suo sogno spendendoci ogni energia, perché solo così potrà sperare di realizzarlo. Inutile sottolineare quanto questa filosofia, emblematizzata dal più famoso rappresentante della categoria (il manga Rocky Joe del '68), attecchirà in fumetto e animazione, dando origine a tonnellate di opere melodrammatiche. Sole vagabondo è un altro perfetto rappresentante della categoria, rovesciando addosso alla sfortunata Nozomi Mine ogni genere di cattiveria e ingiustizia per mano di una maligna, odiosa figlia di una grande famiglia industriale che crede tutto le sia dovuto in virtù dei suoi natali. Solo la rivelazione finale potrà riequilibrare le cose, ma prima di questo Nozomi dovrà ingoiare ogni rospo, piangere continuamente, subire torture psicologiche e rinunciare alle lusinghe del facile successo commerciale, dell'amore e di contratti milionari, pur al costo di rendere ancora più precarie le condizioni di miseria della sua famiglia.


Quelli che vuole trasmettere Sole vagabondo sono messaggi morali sicuramente edificanti, veicolati da una ricostruzione particolarmente attenta della società e dell'industria discografica. La serie punta lo sguardo su aspetti mestamente realistici di dinamiche commerciali, prevaricazioni di classe, corruzione e bustarelle e, ancora, ipocrisie, raggiri e frustrazioni dietro le quinte del mondo dello spettacolo, offrendo ritratti umani spesso molto negativi e detestabili (il peggiore di tutti, probabilmente, da identificarsi nel maestro di lei, che pur credendo nell'impegno e nella moralità è il primo a prestare il suo ingegno ai facili soldi di Miki), per niente conciliabili con un intrattenimento di tipo spensierato. Si soffre, insomma, seguendo il martirio di Nozomi e tutte le difficoltà che incontra, ci si arrabbia per tutti i soprusi e per la totale remissività di lei che non si ribella mai ai vari "carnefici" (un classico in questa tipologia di opere), e difficile, insomma, è sapere quanto del pubblico odierno sia in grado oggi di apprezzare questa serie impregnatissima dei virili dolori anni '70. Il risultato finale, comunque, al di là di tutto, è pienamente riuscito: il ritmo è scorrevole, la durata è relativa (solo 26 episodi), e il finale, nonostante pecchi indubbiamente di buonismo, riscatta abbondantemente tutta la sofferenza accumulata fino a quel momento, dimostrandosi ben coerente con la morale ultima del racconto. Interessante anche il comparto musicale, dato da stacchetti pop (le canzoni di Nozomi e Miki) che anticipano di oltre un decennio quelli di Fortezza Super Dimensionale Macross (1982). Ben poco di lusinghiero si può però dire sulla confezione dell'opera, che dimostra tutti i problemi della Mushi Production di quell'anno, quando Osamu Tezuka la lasciò e lo studio entrò in quella crisi finanziaria che culminerà poco tempo dopo nella sua leggendaria chiusura.

Sole vagabondo soffre, nella sua epoca, di un budget decisamente modesto. Se i disegni di Shinya Takahashi - di derivazione chiaramente tezukiana - sono piacevoli nella loro semplice espressività, e piacevoli sono gli artifizi cromatici usati per enfatizzare gli stati d'animo dei personaggi, come animazioni e cura nel disegno si viaggia su binari decisamente scadenti. Sproporzioni grossolane e movenze scattose dei personaggi (terribili le "corse" di Nozomi) rappresentano nitidamente i problemi maggiori della serie, che, forse, non sarà visivamente inguardabile, ma rientra decisamente nei low budget dell'epoca, reggendo tutto il suo interesse nella sola trama. Si sono viste produzioni fatte con ancora meno soldi e in tempi anche vicini (Aim for the Ace!, 1973) che comunque palesavano molto meno i loro limiti estetici. Fortunatamente, la cura tecnica pressapochista è cosa puramente secondaria rispetto alle finalità narrative del titolo, compiute e interessanti nonostante figlie di un'epoca e di una filosofia, ormai, abbastanza lontani.


In Italia, la serie è stata trasmessa con tre titoli (Jane e Micci, Che segreto!, Sasurai) e due adattamenti diversi. Il primo, inventato da cima a fondo, è irreperibile; bisogna accontentarsi del secondo a opera di Mediaset che, comunque, pur con qualche addolcimento dei dialoghi, lo scotto dei brani musicali ricantati in italiano (da Debora Magnaghi e Nadia Biondini) e il cambio di nomi dei personaggi (Nozomi diventa Nicoletta e Miki Michela), mantenendo al contempo i cognomi originali (!), è abbastanza preciso e coerente. In assenza di fansub o di edizioni italiane in home video con sottotitoli fedeli, ci si può accontentare.

Voto: 7 su 10


FONTI
1 Pubblicata a pag.141 del volume 4 di "Giovanna d'Arco: Sulle orme della Pulzella d'Orlèans", Yamato Edizioni, 2007

lunedì 17 novembre 2014

Recensione: Space Adventure Cobra - Il Film

SPACE ADVENTURE COBRA: IL FILM
Titolo originale: Space Adventure Cobra
Regia: Osamu Dezaki
Soggetto: Buichi Terasawa (basato sul suo fumetto originale)
Sceneggiatura: Buichi Terasawa, Haruya Yamazaki
Character Design: Akio Sugino
Musiche: Osamu Shoji
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 99 min. circa)
Anno di uscita: 1982
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Yamato Video


La fantascienza di Buichi Terasawa maschera bene i suoi intenti: è qualcosa che prende soltanto in prestito quell'aspetto avveniristico fatto di astronavi interstellari, duelli laser, atmosfere siderali e mostrologia aliena per rivelare ben presto il suo spirito più allegro: l'autore affonda infatti le radici in ben altri generi, l'avventura su tutti, edificata negli anni a base di eroi carismatici, azione spettacolare e tanta ironia. La sua abilità nel mescolare efficacemente, in una bizzarra ricetta, la freschezza e la potenza visiva della fantascienza classica e il carattere più leggero e divertito delle storie d'azione, con donne in abiti molto succinti e tamarraggine estrema a fornire il suo personale segno di identificazione (il tutto molto probabilmente debitore del Barbarella francese degli anni '60), gli permette nel 1978, col suo manga, di dare vita a un ibrido che non solo venderà 40 milioni di copie in tutto il mondo1, originando ogni genere di merchandise, ma che, soprattutto in animazione, saprà fare scuola. Chiedetelo a Haruka Takachiko, a Shinichiro Watanabe, a Dai Sato: senza Cobra, e in generale senza la personale visione avventurosa di Terasawa, difficilmente le saghe di Crusher Joe (1979) e Cowboy Bebop (1998) avrebbero visto la luce, e di conseguenza i vari cugini come Heat Guy J o il nuovo Space Dandy (2014) sarebbero probabilmente rimasti chissà quali sogni bagnati di reinventare la sci-fi.

Nel 1982 due inseparabili BIG dell'animazione, Osamu Dezaki e Akio Sugino, con lo stesso Terasawa alla sceneggiatura e un immenso budget da parte di Tokyo Movie Shinsha, realizzano un memorabile lungometraggio celebrativo, portando per la prima volta su schermo una delle vicende che costellano la vita dell'avventuriero Cobra. Dai salvataggi disperati all'assistenza, dalla lotta alla Gilda dei pirati all'esplorazione di affascinanti pianeti, Cobra è un grande pilota di astronavi e uomo d'azione; la galassia non ha segreti per lui e la sua assistente (il robot Lady Armaroid), ed è l'unico che può soddisfare ogni tipo di richiesta: già da questo spunto si può capire quanto esile sia l'approccio di Terasawa, che si limita a tratteggiare un biondo protagonista irresistibile, ubriacone, donnaiolo e armato di una Magnum e di un'assurda Psycho-gun impiantata nel braccio sinistro (arma fantascientifica la cui traiettoria dei colpi è decisa dalla volontà del possessore!), vestito con un'assurda calzamaglia rossa e fisicamente plasmato sulle fattezze dell'attore francese Jean-Paul Belmondo2, e che per il resto rimane volutamente vago, simpaticamente aperto a qualsiasi tipo di aggancio per poter raccontare storie avventurose, divertenti e in fondo senza tempo, tanto da poter potenzialmente proseguire all'infinito senza quasi il rischio di stancare. In questa prima incarnazione animata, che rielabora completamente da zero il primo, lungo ed eccezionale arco narrativo del fumetto3 (cambiandone fatti, caratterizzazioni, ruoli, scopi, rapporti interpersonali e di tutto di più), Cobra si ritrova a contendere, affrontando l'inquietante, perfido pirata-cyborg Crystal Boy, l'eredità imperiale delle sorelle Jane, Catherine e Dominique, ultime superstiti del defunto pianeta Myras. Anche qui, l'impostazione è classica e lineare: senza un prigioniero da liberare, dei tradimenti e una lotta contro il tempo, non si potrebbe parlare di action, e soprattutto non ci sarebbero spunti veloci, chiari e diretti su cui imbastire un'opera che nasce per divertire tanto l'autore quanto lo spettatore.


La simpatia di Cobra, con le sue variegate espressioni facciali, la gesticolazione, la voce nasale, la guasconeria alla Lupin III, le acrobazie sempre più incredibili e l'energia incontenibile, è vivace e colorata, sicuramente strillata ed eccessiva ma allo stesso tempo irresistibile; bastano pochi secondi in sua compagnia per essere assorbiti da una vicenda che Dezaki e Terasawa strutturano benissimo: dialoghi spiritosi, personaggi secondari tratteggiati con poche pennellate significative, veloci sequenze di raccordo e via, con tonnellate, tonnellate e tonnellate di azione, sempre più inverosimile, sempre più stupefacente per varietà e fantasia. Il budget brilla indelebilmente in un film che tecnicamente fa un figurone nella sua epoca e che oggi addirittura commuove, con le sue animazioni fluidissime e urlanti che superano qualsiasi moderna, economica e fredda CG. Merito della riuscita della pellicola non può che spettare a regista e disegnatore, Dezaki e Sugino, che come sempre caratterizzano ogni opera girata insieme con uno stile unico e inimitabile. Il primo tira fuori dal cilindro quello che probabilmente è il suo capolavoro della carriera, una regia divina che tra piani-sequenza, azione frenetica, arditissime inquadrature e sfavillanti invenzioni visive (il prologo psichedelico, il letterbox, rallenty, l'uso dello split screen per raccontare anche i momenti action, gli straordinari giochi di riflessi nelle sequenze ambientate in luoghi di vetro/cristallo), proietta un caleidoscopio di colori e suggestioni indimenticabili. Sugino, d'altro canto, è sempre a suo agio con il caratteristico tratto particolareggiato ed elegante, che in quest'occasione non dispensa i consueti sfondi-cartolina poiché non serve mascherare alcuna assenza di fondi.

Pur di fronte alla lunga durata di un'ora e quaranta minuti, qualsiasi timore di noia è scongiurato grazie alla sinergia dei due artisti, alla suggestiva varietà di luoghi e ambientazioni aliene e alla loro splendida realizzazione (certe città splendenti che sembrano fatte di cristallo, rappresentate in un intrico quasi escheriano di strade, ricordano meraviglie similari di Akira), allo stupore evocato dal senso di grottesco che anima la storia (l'inquietantissimo antagonista e le sue armi, le raffinate sequenze di sesso, le Gorilla della Neve del pianeta Louluge, il bizzarro spirito-protettore volante di Myras), e al budget milionario che permette di realizzare qualsiasi cosa. Con i suoi pochi dialoghi e l'azione quasi infinita, in forme sempre più stravaganti e pochissime interruzioni, Cobra è un film di puro intrattenimento avventuroso, volutamente ignorante e sopra le righe, che ammalia con le sue doti di simpatia, stupore grafico e ritmo trascinante. Gli si può rinfacciare qualsiasi critica su trama pretestuosa, personaggi abbozzati e solite cose, ma usare questi parametri per giudicare quello che nei fatti è un lungometraggio concepito per essere visivamente impressionante, con il suo sense of wonder granitico, è abbastanza fuori luogo. Peccato per un risultato commerciale non eclatante nei cinema dell'epoca4, ma l'importanza del fumetto e di questo film sono palesi; non deve stupire come pochi mesi dopo non solo inizierà la trasmissione dell'adattamento televisivo del manga originale (sempre a opera di Dezaki e Sugino), ma uscirà nei cinema anche il film celebrativo della saga letteraria di Crusher Joe, che si rivelerà, ironicamente, con la sua formula di azione infinita e sfrenata, personaggi spiritosi e trama volutamente ridotta ai minimi termini, un vero e proprio remake apocrifo di questo lungometraggio.


In Italia, a fronte di una scintillante, pulitissima e sgargiante edizione blu-ray giapponese, bisogna purtroppo accontentarsi della misera versione in dvd Yamato Video, distantissima come nitidezza di colori e pulizia dell'immagine. Quantomeno, Space Adventure Cobra: Il Film può vantare un ottimo adattamento.

Curiosità: lo stesso arco narrativo delle sorelle Jane, Catherine e Dominique, e del nemico Crystal Boy, raccontato in questo film, verrà rinarrato in modo fedele al manga dagli stessi Dezaki e Sugino nella serie televisiva, nel segmento di episodi n.3-12.

(scritto da Jacopo Mistè e Simone Corà)

Voto: 8,5 su 10


FONTI
1 Pagina web (in giapponese) "animeanime.jp: Buichi Terasawa's Cobra 30th Anniversary Project", http://animeanime.jp/article/2008/06/25/3325.html
2 Intervista a Buichi Terasawa rimediabile nella pagina web "Allocine: Cobra par Buichi Terasawa, son créateur original", http://www.allocine.fr/article/fichearticle_gen_carticle=18599125.html
3 David A. Roach, "The Superhero Book: The Ultimate Encyclopedia of Comic-Book Icons and Hollywood Heroes", Omnigraphics Inc., 2005, pag.150
4 Il mucchio selvaggio n.698, Stemax S.r.l., 2012, pag.137

lunedì 10 novembre 2014

Recensione: Daltanious il robot del futuro

DALTANIOUS IL ROBOT DEL FUTURO
Titolo originale: Mirai Robo Daltanias
Regia: Tadao Nagahama, Katsutoshi Sasaki
Soggetto: Saburo Yatsude
Sceneggiatura: Fuyunori Gobu, Masaki Tsuji
Character Design: Yuki Hijiri, Akihiro Kanayama
Mechanical Design: Submarine
Musiche: Hiroshi Tsutsui
Studio: Sunrise, Toei Animation
Formato: serie televisiva di 47 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1979 - 1980


In un futuristico 1995, la Terra è stata quasi interamente distrutta dalle forze di attacco di Kloppen, sanguinario comandante dell'Impero spaziale del pianeta Zaar. Il Giappone è in macerie, ma un gruppo di amici, tutti orfani, capeggiati da Kento Tate, cambierà le cose: per puro caso finisce con lo scoprire il laboratorio segreto del dottor Earl, geniale scienziato in fuga dal suo pianeta Helios (anch'esso annichilito dal nemico), che si è rifugiato sulla Terra cinquant'anni prima. Risvegliatolo dall'ibernazione, i giovani attivano anche tutte le avveniristiche attrezzature della sua base, che richiamano quindi il nemico. A questo punto, per difendersi, Kento e il suo amico Danji Hiiragi possono solo accettare di guidare il possente robot Daltanious. Scoprendo, poi, poco tempo dopo, che Kento è anche il principe sperduto di Helios, il ragazzo diverrà il leader della resistenza di tutte le forze dell'universo contro la tirannia dell'imperatore Dorumen.

Terminata nel successo la Trilogia robotico-romantica rappresentata dalle tre serie tv Combattler V (1976), Voltes V (1977) e General Daimos (1978), sul finire del decennio dei '70 lo staff Sunrise/Toei di Saburo Yatsude, guidato da Tadao Nagahama, è ancora nel pieno del suo entusiasmo, pronto a sfornare altri titoli basati sulle loro caratteristiche. Giunge così il momento di Daltanious il robot del futuro, titolo che nel 1979 segna, in vari modi, numerosi passi indietro rispetto ai riconoscibili stilemi inaugurati dai predecessori. L'opera, nonostante sia indubbiamente piacevole e abbia il primato di ideare per la prima volta un robot componibile i cui elementi contemplano anche una gigantesca testa di animale (notare quanti titoli futuri troveranno questa caratteristica nel loro mecha design, come Dancouga nel 1985 oppure le Brave Series nei '90), è abbastanza innocua e sa di già visto; non deve quindi stupire né il suo modesto successo come ascolti in madrepatria (riscattati in compenso dalla vendita di giocattoli1), né il suo segnare la fine ufficiale del sodalizio di Toei Animation con Sunrise (i prossimi titoli saranno infatti interamente animati da Toei). Addirittura, si legge in giro2 che all'epoca della trasmissione i fan di Nagahama e Saburo Yatsude "tradiranno" Daltanious preferendogli il contemporaneo Mobile Suit Gundam, più affine al precedente Daimos come tematiche e continuity interna. Ultima umiliazione in ordine di tempo per la serie, infine, l'essere stata riversata in dvd in modo ufficiale e per la prima volta, anziché in Giappone, addirittura in Italia, nel 2004, Paese in cui ha sempre conosciuto al contrario una grande popolarità.

Fedelissimo, ancora una volta, a quei soggetti visti e rivisitati milioni di volte nel genere, con invasioni extraterrestri, ragazzi che pilotano l'immancabile super robottone pieno di armi ed eroe principale di nobilissimi natali alieni che deve restaurare il suo regno decaduto, Daltanious non fa altro che ripetere le solite cose con mestiere e buoni personaggi. La novità è rappresentata dall'uso nella trama di esperimenti di ingegneria genetica che portano alla nascita del clone del padre del protagonista, il re di Helios: l'originale e l'impostore si sfideranno rivendicando ognuno per sé il trono e quindi l'alleanza con tutti i popoli della galassia, in un'audace rilettura robotica del Visconte di Bragelonne di Alexandre Dumas (e infatti, com'è noto, Daltanias, nome originale giapponese del robot, è ispirato a D'Artagnan).


Tornano, dai titoli di Saburo Yatsude precedenti, immancabili, la lunga sequenza di agganciamento del robot, la regola dell'attacco finale, il cast formato da eroe figo, compagno tenebroso, grassone, donna e bambini vari (anche se, come in Daimos, sono solo i primi due a pilotare il mecha, gli altri sono semplici spettatori), e il cattivo tragico ed eroico. Mancano quasi del tutto, invece, le atmosfere estremamente drammatiche, le storie d'amore (eliminato del tutto l'elemento romantico) e la ferrea continuity. Daltanious torna indietro, prediligendo per larghi tratti della sua durata atmosfere molto leggere: protagonista assoluto è l'allegro gruppo di amici di Kento, interamente composto da ragazzini spensierati che vivono tante avventure/vicende introspettive mediamente caratterizzate dal largo uso di gag e comicità (addirittura un intero episodio è dedicato alla loro mascotte, il maiale Tonsuke!). Con numerose puntate così solari e focalizzate su un membro del cast per volta, si può anche intuire il perché si sia voluto tornare agli schematismi tokusatsu, rinnegando l'intensa continuità fra gli episodi che rendevano così "fuori dal coro" Voltes e Daimos. Non che questo impedisca alla storia, talvolta, sia di trovare episodi di una certa drammaticità (i tragici passati dei vari personaggi), sia di iniziare a ricamare una trama principale che diventa sempre più presente nelle parti finali, ma entrambe le cose rappresentano eccezioni.

Anche senza brillare intensamente, né per storia né per carisma scenico (il Daltanious è esteticamente molto, molto brutto e ridicolo, privo anche di armi spettacolari come possono essere quelle dei suoi "genitori"), la serie funziona. Se pure l'impatto con gli eroi non è inizialmente soddisfacente, a lungo andare ci si inizia ad abituare alle loro buffe caratterizzazioni e al mood rilassante e disimpegnato che assume la trama. Si apprezza, tra le altre cose, una gestione inedita e rinnovata dell'antagonista tragico, e anche, FINALMENTE, come Tadao Nagahama (regista generale dell'opera per parte sconosciuta della sua durata, prima di abbandonarla per andare a lavorare su Lady Oscar3, venendo rimpiazzato a quel punto da Katsutoshi Sasaki) rinunci, una volta tanto, a saccheggiare dai titoli precedenti i soggetti degli episodi, assicurandosi stavolta di crearne di nuovi per scongiurare quella che sarebbe stata un'ennesima sensazione di déjà-vu - qualcosina di Voltes V sopravvive, ma è poca cosa. Sono più interessanti le letture sociali e politiche, anche se penalizzate dal contesto vivace che ne ridimensiona portata e ambizioni: emerge in più occasioni un rifiuto all'autoritarismo, al sistema di governo monarchico e ai valori di disuguaglianza tra classi sociali da essi sostenuto, anche se la cosa è perlopiù rappresentata dal rifiuto dell'eroe Kento, vissuto nella povertà e nella miseria, di abbandonare il suo stile di vita spensierato e divertito per adattarsi ai ritmi burocratici che gli converrebbero - l'unica riflessione credibile sull'argomento è data dal pensiero di un certo personaggio nell'ultimo episodio in seguito al colpo di scena finale. Già più sensata è l'ironica satira sul come l'Impero spaziale del pianeta Zaar conoscerà il destino che gli spetta per effetto di un assassinio politico del tutto gratuito e dettato dalla paranoia che provocherà enormi conseguenze, metafora abbastanza arguta su come sono crollati, nella Storia, parecchi tiranni fin troppo sospettosi del prossimo ed esagerati nel loro pugno di ferro.

Tecnicamente l'opera si difende bene, riproponendo lo stile dei lavori precedenti con buone animazioni e i caratteristici, piacevoli disegni di Yuki Hijiri. La opening Daltanias no Uta, cantata da Mitsuko Horie, è un nuovo capolavoro - epico ed esaltante - degno dei precedenti, peccato perciò come la colonna sonora in generale sia abbastanza insignificante. Stesso discorso per il mecha design, deludente in toto e svogliato, anch'esso ben inferiore a quanto si era visto in Voltes e Daimos. Daltanious, insomma, è questo: una serie televisiva apprezzabile come le precedenti e con i suoi buoni momenti, ma che inizia a dimostrare sempre più come Saburo Yatsude sta iniziando a tirare la corda col suo ripetere un po' sempre le solite cose, con una svogliatezza che inizia ora a colpire anche l'estetica dell'opera.


In Italia, Paese che, come detto, ha sempre amato Daltanious, la serie ha conosciuto un discreto adattamento: pur al costo dell'irrinunciabile cambio di nomi di alcuni (neanche tanti) personaggi e degli attacchi di Daltanious, può godere di dialoghi che filano più che decentemente e con coerenza. Impossibile però raccomandare l'acquisto dei dvd italiani a opera di Dynit, casa distributrice che, pur vantando le migliori edizioni home video nostrane di anime, nei suoi primi tempi ancora non aveva l'abitudine di fornire sottotitoli fedeli ai dialoghi originali, nuocendo in questo caso alla pubblicazione di titoli robotici come Blocker Corps IV Astrorobot (1976), Groizer X (id.), Ginguiser (1977), Daltanious e L'indistruttibile robot Trider G7 (1980).

Voto: 7 su 10


NOTE
1 Wikipedia giapponese di "Daltanious il robot del futuro"
2 Come sopra
3 Booklet allegato al Memorial Box 1 dell'edizione in dvd Yamato Video di "Lady Oscar", pag.2. In alternativa, pagina facebook di Yamato Video, post della casa editrice riguardo al contributo di Nagahama sulla serie, https://www.facebook.com/photo.php?fbid=672370279451825&set=a.672370256118494.1073741887.109336649088527&type=1

lunedì 3 novembre 2014

Recensione: Terror in Resonance (Zankyō no Terror)

TERROR IN RESONANCE
Titolo originale: Zankyō no Terror
Regia: Shinichiro Watanabe
Soggetto: Shinichiro Watanabe
Sceneggiatura: Shoten Yano, Hiroshi Saeko, Jun Kumagai, Kenta Ihara
Character Design: Kazuto Nakazawa
Musiche: Yoko Kanno
Studio: Mappa
Formato: serie televisiva di 11 episodi  (durata ep. 24 min. circa)
Anno di uscita: 2014
 Disponibilità: fansub in inglese a cura di DeadFish


Strana coincidenza che in così poco tempo Shinichiro Watanabe sia al timone di così tanti progetti. Il 2014 non è ancora finito e sono ben tre le serie che portano la sua firma: le due stagioni di Space Dandy e questo Terror in Resonance. Grande e inattesa prolificità per un autore che ha fatto della taciturna e calcolata semina uno dei suoi tratti caratteristici: se si esclude il breve apporto all'omnibus Genius Party, ben otto anni dividono il Jammin' Apollon da Samurai Champloo, e altri sei, tolto un altro corto per il progetto Animatrix, distanziano quest'ultimo da quella prima bomba epocale, l'indimenticato Cowboy Bebop che tanto ha dato e continua a dare all'animazione. 

Spogliato totalmente del suo io più ironico e scanzonato, privo addirittura di qualsiasi gioco musicale nonostante il l'ottimo lavoro di Yoko Kanno alla OST, da sempre sua fedele direttrice d'orchestra, Watanabe mette in Terror in Resonance il suo sguardo più serio e risoluto, trovando nello straordinario chara design di Kazuto Nakazawa la perfetta chiusura del cerchio, disegnato in maniera sin troppo perfetta ma comunque con notevole stile da un gruppo di sceneggiatori con curriculum ancora acerbo. I temi trattati sono forti ma non è la presunta ambizione concettuale a risaltare (storia ed eventi sono infatti fin troppo lineari e derivativi), ma è la personalità dei personaggi, il loro dialogare e i sentimenti espressi a muovere una serie scritta da mano, si nota, ancora inesperta (Seko ha collaborato con Hiroyuki Imaishi per Panty and Stocking with Garterbelt e Kill la Kill, Kumagai ha giusto capitanato il recente Hamatora), ma contenuta e diretta con estrema professionalità da un pilastro dell'animazione come Watanabe. Il resto lo fanno gli interventi drammatici di una Kanno che non ha mai sbagliato un colpo e soprattutto gli splendidi disegni di Nakazawa, che cerca e trova un taglio più realistico, pur senza infrangere lo stile nipponico, per ricreare una maggior concretezza e sostenere così il tono adulto della storia.

Storia che non si sposta poi molto da certi argomenti di cui l'animazione sembra soffrire parecchio il fascino, abbiamo a che fare con la solita combo di ragazzetti, uno freddo e taciturno, l'altro più solare e alla mano, entrambi al limite del genio, che giocano a scacchi con la polizia (chi ha detto Death Note?) sfidandola in un bomb-game abbastanza tradizionale per intenti e meccaniche di gioco. Anche il resto si adagia comodo su determinati standard nipponici, come la moe ingenua e inesperta, il detective che sfida la legge pur di trovare la verità e la nemesi femminile bellissima e infallibile, ma pur non essendoci chissà quale ricchezza alla base di tutto, Terror in Resonance vive di dettagli e profondità psicologiche, di piccoli, credibili gesti e di reazioni commoventi: la calma carismatica di Twelve e la meravigliosa amicizia con Lisa, il gelo millimetrico che fuoriesce da Nine e con cui si scontra con Five, la caparbietà di Kenjiro e il rapporto che ha con i colleghi, e ancora la mole di agenti segreti e politici che confabulano e tentano disperatamente di fermare gli attacchi terroristici con cui Sphynx cerca di mettere in ginocchio il Giappone, sono i veri mattoni che sostengono l'opera. Il realismo (complici i fondamentali e già citati disegni di Nakazawa), la meticolosa regia di Watanabe e le ottime animazioni dello studio Mappa, è quindi ciò che trasuda da una serie che, probabilmente, con altri nomi coinvolti rischiava di passare inosservata nella slavina di bambinate commerciali in cui sembra ormai essersi trasformata la scena odierna. 


Non che Watanabe eviti cadute a tratti anche abbastanza evidenti (l'eccessiva dipendenza di Lisa, l'esagerata megalomania di Five, alcune concessioni all'azione spettacolare e pompata che stona con il ritmo serratissimo), ma l'esperienza e la grande gestione di caratteri fa sì che la semplicità della storia raccontata non impedisca mai di rimanere affascinati e coinvolti, né che la facile prevedibilità dei colpi di scena sminuisca lo spessore di una serie che, in 11 episodi, si limita a dire, bene, ciò che deve, seguendo una traccia ben collaudata e spremendola con forza per estrarne il succo migliore. Si può, e si deve sempre, pretendere di più, ma se l'animazione desse più spazio a opere come queste si potrebbe tirare un bel sospiro di sollievo.

Voto: 6,5 su 10

lunedì 27 ottobre 2014

Recensione: Le meravigliose favole di Andersen

LE MERAVIGLIOSE FAVOLE DI ANDERSEN
Titolo originale: Andersen Monogatari - Match Uri no Shoujo
Regia: Koro Yabuki
Soggetto & sceneggiatura: Hisashi Inoue, Morihisa Yamamoto
Character Design: Akira Daikuhara
Musiche: Seichiro Uno
Studio: Toei Animation
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 76 min. circa)
Anno di uscita: 1968


Frugando nella videoteca universale del cinema, è con una certa curiosità che si approcciano titoli quasi dimenticati dell'era pionieristica dell'animazione nipponica, in quel periodo "di mezzo" successivo alla "preistoria" rappresentata dal Ladro di Bagdad (1926) e dai Momotaro propagandistici (1942-1945), e antecedente ai Settanta che hanno dato la luce ai grandi classici cinematografici della Toei Animation (Il gatto con gli stivali, Gli allegri pirati dell'isola del tesoro, etc). Il titolo in questione, Le meravigliose favole di Andersen, riveste una certa importanza per il celebre studio animato: nel 1968 Toei inizia a prendere seriamente in considerazione l'idea di realizzare medio/lungometraggi il cui target principale non sia più da ricercarsi unicamente nel proprio mercato interno, ma anche e soprattutto quello estero, e per questo individua nelle favole di Hans Christian Andersen i soggetti ideali per film di "stampo" internazionale, non troppo cupi, adatti a ogni età e dalle ambientazioni europee1. Questa considerazione rivestiva e rivestirà un certo peso, in quanto viene messa in discussione l'idea che non siano i soli box office della propria patria a fornire un indice attendibile delle potenzialità economiche di un'opera. Dopo Le meravigliose favole di Andersen, infatti, Toei proseguirà su questa strada con altri titoli creati pensando più al pubblico occidentale che a quello asiatico, sempre ispirati all'opera dell'autore danese: i vari La Sirenetta (1975), I cigni selvatici (1977, conosciuto in Italia come Heidi diventa una principessa) e Pollicina nel '78 (inedito), senza dimenticare, in tempi recentissimi e parlando di tutt'altro genere, Capitan Harlock (2013) di Shinji Aramaki e I cavalieri dello Zodiaco: La leggenda del grande tempio (2014) di Keiichi Sato, altri titoli concepiti ben sapendo il successo modesto che avrebbero avuto (e così è stato) in madrepatria, ma contando, e a ragione, su introiti ben più remunerativi che sarebbero stati rimediati nei Paesi europei dove sono molto più popolari.

Peccato che Le meravigliose favole di Andersen sia un film di importanza storica concreta più per il marketing, che per un reale contributo alla Settima Arte. La scelta, del tutto scellerata, di impostare come un musical la giovinezza di Andersen, mostrando come le sue esperienze di vita con la povertà e i consigli di un folletto volante, Oji-san, abbiano portato alla luce il suo talento, porta a un film lungo e sfilacciato, insopportabilmente noioso e privo di organicità.


Impostato su mille scenette malamente legate fra di loro, che mostrano ora Hans ispirarsi per i suoi racconti guardando oggetti o persone, ora i classici animali parlanti che gli vivono intorno (e gli sono amici, gli unici che lo capiscono e con cui si confida... yawn) alle prese con la propria vita privata, ora la sottotrama della nonna di Elisa (vicina di casa di Hans) che, poverissima, rischia di morire di freddo, ora il folletto Oji-san andare a esplorare la città di Odense in cui è ambientata la storia, il tutto procede sempre con svogliatezza e poca coerenza, salvandosi sempre e malamente all'ultimo con improbabili  deus ex machina, che ben dimostrano come gli sceneggiatori Inoue e Yamamoto non abbiano le idee chiare in nulla e scrivono a casaccio le scene. Preferiscono rimediare al caos e all'assoluta mancanza di caratterizzazione dei personaggi tirando fuori stacchetti musicali ogniqualvolta ne hanno l'occasione, non importa se avulsi dalla narrazione. Nessuna favola di Andersen, quindi, è presente nella pellicola, nonostante titolo originale (Le storie di Andersen: La piccola fiammiferaia) e italiano sembrino voler affermare il contrario: lo spettatore deve sopportare una  vicenda spesso senza né capo né coda, che adempie malissimo alle sue ambizioni narrative sfruttando brevi canzoncine e stucchevoli gag con gli animali che scimmiottano senza fantasia le grandi pellicole Disney dell'epoca, pellicole a cui Toei vorrebbe tanto fare il verso ma neanche le si avvicina, con la sua totale modestia in animazioni, espressività dei volti e qualità dell'umorismo.

Sono da salvare giusto i disegni, l'unico elemento a fornire un po' di dignità alla pellicola. Con i densi colori, corportature dalle forme geometriche (marchio dello studio) e fondali pittorici che strizzano l'occhio al cinema espressionista tedesco con la resa della città di Odense, Le meravigliose favole di Andersen può così almeno vantare, agli occhi occidentali, una interessante visione giapponese delle ambientazioni europee, con un suo stile. Sono comunque briciole, che non riscattano la durata a tratti infinita di un film insopportabilmente tedioso e superficiale, fallimentare sotto ogni aspetto e che, si spera, abbia conosciuto l'oblio (ma viste le pellicole celebrative di Andersen successive, dubito sia andata così). Meno male che lo stesso anno Toei si riscatterà con un filmone del livello di Hols: Prince of the Sun, per quanto sappiamo benissimo che quest'ultimo sia stato sì un flop schiacciante.


Nota: l'opera in italiano è attualmente irreperibile in edizione ufficiale in dvd, così come in fansub inglese. L'unico modo di visionarla è attraverso rippaggi da chissà quali VHS nostrane dell'epoca, che evidenziano in tutto il suo orrore uno dei peggiori adattamenti di cui i nostri direttori del doppiaggio si siano mai macchiati. In sintesi: se già la pellicola è deprecabile per la sua realizzazione,  in Italia l'abbiamo ulteriormente rovinata distruggendo pure gli inserti musicali. Abbiamo infatti aggiunto una voce narrante che traduce le canzoni, lasciate in giapponese, PARLANDOGLI LETTERALMENTE SOPRA. Tanto valeva doppiarle interamente, piuttosto che distruggerle così per risparmiare qualche migliaio di lire. Ogni ulteriore commento è superfluo, ma si può aggiungere come postilla che, con queste premesse e l'impossibilità di visionare l'originale giapponese con i sottotitoli, tanto vale evitare in toto la visione, oppure affrontarla con la consapevolezza che la versione italiana meriti una valutazione inferiore di un voto abbondante.

Voto: 4,5 su 10


FONTI
1 Mario A. Rumor, "Toei Animation: I primi passi del cinema animato giapponese", Cartoon Club, 2012, pag.169

lunedì 20 ottobre 2014

Recensione: Space Dandy Season 2

SPACE DANDY SEASON 2
Titolo originale: Space Dandy Season 2
Regia: Shinichiro Watanabe
Soggetto: BONES
Sceneggiatura: Kimiko Ueno (ep.1-7-10), Keiko Nobumoto (ep.2-6-9), Masaaki Yuasa (ep.3), Hayashi Mori (ep.4), Kiyotaka Oshiyama (ep.5), Shinichiro Watanabe (ep.8-13),  Toh Enjoe (ep.11), Dai Sato (ep.12)
Character Design: Yoshiyuki Ito
Mechanical Design: SATELIGHT (Thomas Romain)
Musiche: Space Dandy Band
Studio: BONES
Formato: serie televisiva di 13 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2014
Disponibilità: fansub in inglese a cura di HorribleSubs


Eroe pieno di sé, pessimo pilota, orgoglioso maschilista e spinto da un discutibile senso dell’umorismo, Dandy è il prototipo del tamarro senza freni, troppo stupido per capire dove sbaglia ma incredibile trascinatore e dotato di un carisma straripante. Per quanto la sci-fi in cui viene calato non sia soltanto un bonario frullare di colori e deformità aliene che ci si potrebbe attendere da un prodotto comico, bensì un lussurioso scenario ricco di inventiva e trovate visive, la concezione demenziale idealizza il buon Dandy in pilastro assoluto, tutto gira attorno alle sue scelte idiote confermandolo come un catalizzatore di simpatici disastri, spesso talmente vasti da comportare la morte sua e dei due soci con cui viaggia da un pianeta all’altro in cerca di razze ancora sconosciute.

Space Dandy ricomincia laddove era finito, Shinichiro Watanabe ripropone la stessa, inarrestabile colata di avventure strampalate e autoconclusive dal ritmo martellante, e se è confermata la mancanza di una qualche trama orizzontale è palpabile invece il tentativo di cambiamento, un minimo differenziarsi da una soluzione narrativa che era comunque vincente e di grande impatto ma che, quando ci sono di mezzo grandi nomi come Dai Sato, Keiko Nobumoto e Masaaki Yuasa, non è mai abbastanza. Difficile comprendere cosa i vari sceneggiatori abbiano realmente progettato, se si tratti di necessario alleggerimento, di voglia di qualcos’altro o se di semplice difficoltà nella gestione del materiale, rimane tuttavia una pellicola di dispiacere nel percepire il mutamento come una sperimentazione sì molto libera e visionaria, ma che spesso si limita a uno strato visivo che annulla la bontà narrativa della serie precedente.

A contraddistinguere Space Dandy dalle altre tamarrate spaziali che lo hanno preceduto, c’era un non comune spessore narrativo che esplodeva tanto negli episodi più dementi quanto, e soprattutto, nei momenti di maggior riflessione e intimismo, donando alla serie una marcia psicologica e per certi versi anche drammatica che nessun altro prodotto simile poteva vantare. Space Dandy Season 2 non modifica certo la sua forza espressiva (episodi sregolati e imbottiti di idee come quello iniziale, dove Dandy si confronta con i suoi sé di altri universi, si riconfermano brillanti e magnetici), ma è proprio laddove l’originale si scostava un po’ mostrando una personalità superiore, che gli sceneggiatori ridefiniscono lo script per caricare eccessivamente un cannone visivo che, purtroppo, pare invece sparare a salve. Con continue modifiche nello stile grafico, spesso più grossolano, a volte più lavorato e dipinto, e una regia che si alterna tra desolazioni esistenziali colme di silenzi a fratture tachicardiche e inflessioni da videoclip, le puntate meditative del passato sono sostituite adesso da furie visive di grande effetto ma di poca sostanza, tanto che anche nei momenti musicali la Season 2 perde quella sua caratteristica predominante, marchio di fabbrica che da sempre inquadra lo stile di Watanabe. Tra una pochezza di idee sconfortante (il fiume spaziale che si ripresenta concettualmente in più puntate, replicandosi sbadatamente), una triste mancanza di umorismo e di intelligenza citazionista (il terribile episodio sulla dance music), la Season 2 precipita in una parentesi centrale anestetica, dove tutto soffoca nel tentativo di aggrapparsi a nuove soluzioni, purtroppo poco interessanti.


Ciò non toglie meravigliosi alti a una serie che sembrava immune ai bassi, e infatti botte come il vagabondaggio forsennato tra universi alternativi o la mitragliata rock di quando Dandy mette su una band assieme al comandante dell’esercito imperiale, o ancora la raffinata esposizione dialogica nella puntata processuale, l’inevitabile omaggio al 2d videoludico o il mindfuck epocale sulle dimensioni parallele, per non parlare dello straordinario epilogo, in grado di tirare i fili dei concetti e delle tematiche trattate con una logica inarrivabile, lasciano soddisfatti – seppur non del tutto sazi.

Non era forse giusto chiedere di più, è comprensibile come il pensiero dietro a questa seconda serie fosse motivato da risultati incredibili già raggiunti, il trio delle meraviglie ha mescolato il dramma e la filosofia in un’opera demenziale ed era lecito si orientassero verso altro. Ciò che ne esce è purtroppo qualcosa di mediocre che forse funziona solo per il carisma incontenibile di un personaggio e un’ambientazione resi memorabili nella prima stagione, ma a questo punto, dato l’interrogativo con cui si chiude il circo, concedetemi almeno di sperare in un futuro ritorno di Dandy.

Voto: 7,5 su 10

PREQUEL
Space Dandy (2014; tv)

lunedì 13 ottobre 2014

Recensione: Heidi

HEIDI
Titolo originale: Shoujo no Alps Heidi
Regia: Isao Takahata
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Johanna Spyri)
Sceneggiatura: Hisao Okawa, Mamoru Sasaki, Yoshiaki Yoshida
Character Design: Yoichi Kotabe
Musiche: Takeo Watanabe
Studio: Zuiyo
Formato: serie televisiva di 52 episodi (durata ep. 25 min. circa)
Anno di trasmissione: 1974
Disponibilità: fansub in inglese a cura di Silver Zero Subs


Nelle Alpi svizzere di fine '800, nel piccolo villaggio di Mayenfeld, assistiamo alle travagliate avventure della piccola Heidi, orfana di genitori e trattata come un oggetto dall'insensibile zia Dete, che non esita ad affidarla al proprio padre, burbero pastore/eremita, per liberarsi di lei e andare a lavorare a Francoforte. A contatto con la natura, con l'amichetto Peter, con le pecore e gli splendidi paesaggi naturali, la piccola scopre una gioia di vivere che prima non aveva, cambiando anche il carattere del nonno che inizia a volerle bene, ad affezionarsi a lei e ad aprirsi con gli altri. Peccato che arriverà presto il giorno in cui la zia riapparirà di punto in bianco e porterà con sé Heidi a Francoforte, per sfruttarla dandola in adozione alla ricchissima famiglia Sesemann che cerca un'amica per la giovane, malaticcia figlia Clara...

Nonostante le inevitabili maledicenze italiane, da parte di un certo pubblico, sulla serie animata "bambinesca" per definizione, dovuta principalmente agli infantili disegni e le rosse gote ìdella giovanissima protagonista (anche se la cosa fa comunque sorridere, considerando che qualsiasi opera televisiva animata del periodo sempre a quel pubblico era rivolta), Heidi la bambina delle Alpi ha perso ben poco della sua capacità di emozionare e commuovere, ben spiegando il perché dei suoi schiaccianti indici di ascolto dell'epoca (26,9% medio1), durante la trasmissione giapponese, e la consapevolezza unanime, in madrepatria come all'estero, che si trattasse di un capolavoro2. Nonostante lo si legga spesso in giro, la serie non appartiene propriamente  al "genere" meisaku inaugurato ufficialmente da Nippon Animation con Il cane delle fiandre (Il fedele Patrash, in Italia) nel 1975, anche se è indubbio che rappresenta uno dei più autorevoli e noto antesignano delle trasposizioni giapponesi di romanzi europei. Non stupisce, infatti, che quella Nippon Animation che legherà il suo nome al Sekai meisaku gejiko, come si leggerà più avanti, nasca proprio dalle ceneri della Zuiyo Eizo che ha animato le avventure della bambina delle Alpi.

La storia di Heidi, basata sull'omonimo, celebre romanzo per piccoli di Johanna Spyri scritto nel 1880, è abbastanza nota e non necessita di spiegazioni (ma per lo stesso motivo è inutile fare rivelazioni ulteriori oltre alla sinossi sopra riportata): dramma storico dalle finalità educative, che celebra uno stile di vita umile, sano e spontaneo, comunitario e armonioso con la natura, distante dalla rigida etichetta e severità della vita benestante delle grandi città, almeno per quello che riguarda l'ordine sociale del periodo di stesura del testo. Anche se con qualche lieve modifica (ad esempio l'eliminazione della spiritualità cattolica di cui è impregnato lo scritto), sono temi fedelmente riproposti e filtrati, nella versione animata, dalla sensibilità orientale, estremamente approfonditi dal pensiero di quell'intellettuale "maledetto" (per Hols: Prince of the Sun del '68), il regista Isao Takahata, che, con Heidi, realizza un titolo di alta qualità, riversandovi dentro la sua poetica sulla vita e sull'amore per le piccole cose che si esprimono in un'opera ben riconoscibile e personale, che solo lui - conoscendo quello che realizzerà poi - poteva aver girato.


Difficile non affezionarsi a tutti i personaggi, mirabilmente caratterizzati da modi di parlare, agire e pensare. Le loro personalità sono date dalla cura del regista nel dare colore attraverso piccoli dettagli: le urla gioiose di Heidi, le risate del nonno e il caratteristico soprannome "generale" con cui chiama Peter, la fame di quest'ultimo e i suoi sorrisi entusiasti, il pacifico e sonnolento cane di San Bernardo Josef (assente nel romanzo) che sta sempre a sbadigliare, il perenne buon umore del maggiordomo Sebastian, l'angelica gentilezza di Clara e di suo padre... Si vuole bene al cast proprio perché è umano, è genuino, matura e si evolve, e ha sapore di familiarità perché ricorda persone vere e rievoca fedelmente le atmosfere, i vestiari, gli odori e i sapori dell'epoca; è come tornare indietro nel tempo e incontrare i propri bisnonni. Non è un caso che, pur essendo creato palesemente per i  bambini, Heidi è tra gli anime degli anni '70 in assoluto meglio invecchiati, capace oggi di farsi amare in uguale modo da grandi e piccoli, a felice testimonianza di una qualità narrativa e di ritratti umani che resistono ostinatamente al cambio di tempo, mode ed età. Il futuro fondatore di Studio Ghibli proprio con Heidi fa conoscere per la prima volta al grande pubblico il suo immenso talento, quello di scrivere storie "sulla vita" dove le relazioni umane, i dialoghi e gli stili di pensiero, che bene esprimono età o classe sociale, assumono un realismo straordinario, al punto che, viste le tematiche e la morale finale comuni, non è proprio difficile inquadrare Heidi come un vero e proprio prototipo dell'acclamato capolavoro filmico Only Yesterday che il regista realizzerà nel 1991.

A occuparsi del resto, ci pensa una confezione tecnica sbalorditiva, tra le più impressionanti del suo decennio: fondali curatissimi e pittorici di paesaggi montani, alberi, colline e città, di stampo quasi fotografico per l'uso dei colori realistici, testimoniano la meticolosità del regista, che ha personalmente viaggiato in Germania e Svizzera per documentarsi sui luoghi3. Le scenografie sono quindi risaltate da uno splendido gusto per la fotografia (giusto far notare che a illustrare la maggior parte dello storyboard è Yoshiyuki Tomino) e grandi animazioni: è opera dell'immenso budget stanziato, frutto della collaborazione tra la neonata Zuiyo Eizo e la tedesca Tauros Film; budget che, addirittura, nonostante il successo della serie e la cessione dei diritti all'estero, sarà così alto da mandare successivamente in bancarotta lo stesso studio, che si scinderà quindi in Zuiyo (titolare dei diritti di Heidi e quello che ne erediterà i debiti) e, come detto, in Nippon Animation4. Azzeccatissimo anche l'accompagnamento musicale, con una brillante, gioiosa opening che richiama gli elementi del folklore germanofono alpino, tracce musicali su quel tenore (e con quegli strumenti: armoniche, fisarmoniche, etc) e insert song giapponesi particolarmente commoventi.

Capolavoro dunque? No, purtroppo no, pur rappresentando comunque una visione consigliata e non avara di momenti commoventi, Heidi soffre di una grande lentezza: diviso principalmente in quattro archi narrativi, trova in ciascuno di esso sempre troppi, troppi episodi per quello che vuole dire, come se volesse protrarre all'infinito ogni momento della vita della piccola protagonista (o meglio, far durare il più possibile gli ascolti, anche se viene da domandarsene il perché visti gli enormi costi di produzione). Anche se la qualità di scrittura e l'affezione ai personaggi non vengono mai meno, così come i vari momenti emotivi, viene davvero facile pensare, vista l'imbarazzante linearità della vicenda, che si poteva raccontare tutto con gli stessi esiti ma con venti puntate (forse anche di più) in meno. Ultimo neo, ravvisabile con occhi adulti, è l'ahimè inevitabile, ingenuo entusiasmo con cui Takahata carica idee fin troppo manichee sulla vita di montagna comunitaria lontana dalle grandi città, idealizzandola come un Eden in Terra dove tutti sono felici, si aiutano, preferiscono barattare invece di comprare, e conducono una vita sanissima. Largo quindi alla totale soppressione degli elementi meno solari di questo stile di vita, come la macellazione crudele di animali (Heidi ama ogni singola bestia che le sta intorno, ma non la vediamo mai osservarne morire uno), le povere diete alimentari, i pettegolezzi crudeli o lo scherno dei coetanei di Heidi nei suoi riguardi, lei che è una povera montanara che vive col vecchio burbero emarginato dalla comunità (qualcosa viene suggerito, ma è poca cosa). Heidi pecca insomma di un ottimismo fin troppo sognante, ma, considerando che questo deriva principlamente dal romanzo, e che comunque il target rimane quello dei bambini, gli si possono perdonare queste cose e apprezzare l'ottimo lavoro psicologico sul cast, e, in generale, lodare i buoni propositi e la commovente storia. Bella visione.


In Italia Heidi trova un successo enorme nel pubblico generalista, che gli garantisce repliche televisive infinite e fantastica popolarità, seppur venga stigmatzzato dai fan di generi più "cool" (robotico, supereroistico, etc) per il look, come già detto, molto infantile. Anche se il doppiaggio italiano della Rai, per l'epoca, è sicuramente ben fatto e non snatura affatto la storia, duole segnalare il cambio o italianizzazione di alcuni nomi (il più noto è il cane Josef che diventa Nebbia), la totale rimozione delle belle insert song che accompagnano i momenti più emotivi e l'aggiunta spropositata di dialoghi nelle scene originariamente silenziose. Vista l'assenza di una edizione in dvd che corregga questi nei, consiglio la visione col fansub in inglese. In Giappone, il successo della serie si esprime anni dopo in una pellicola riassuntiva omonima, diretta da Sumiko Nakao. In Italia, invece, l'intera opera è stata rimontata arbitrariamente in tre film (Heidi a scuola, Heidi va in città, Heidi torna tra i monti), anch'essi proiettati al cinema.

Voto: 8 su 10

ALTERNATE RETELLING
Heidi (1979; film)


FONTI
1 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag.116
2 Come sopra
3 Mario A. Rumor, "The Art of Emotion: Il cinema d'animazione di Isao Takahata", Cartoon Club, 2007, pag.64
4 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag.116

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