lunedì 23 febbraio 2015

Recensione: Mazinger Z contro DevilMan (Mazinga Z contro DevilMan)

MAZINGER Z CONTRO DEVILMAN
Titolo originale: Majinga Z tai DevilMan
Regia: Tomoharu Katsumata
Soggetto: Go Nagai
Sceneggiatura: Susumu Takaku
Character Design:  Keisuke Morishita, Yoshiyuki Hane, Kazuo Komatsubara
Musiche: Michiaki Watanabe, Go Misawa
Studio: Toei Animation
Formato: mediometraggio cinematografico (durata 43 min. circa)
Anno di uscita: 1973
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Yamato Video


La guerra tra l'Istituto di Ricerca sull'Energia Fotonica e le armate di mostri meccanici del dott. Hell sta ora volgendo a favore di quest'ultimo, dopo che il malvagio scienziato ha stretto alleanza con la spaventosa Tribù dei Demoni che milioni di anni prima abitava la Terra, i cui guerrieri più forti, uccisi in passato da DevilMan,  sono tornati in vita. Da soli, Koji Kabuto e Mazinger Z non possono fare nulla: fortunatamente arriva in loro soccorso Akira Fudo, il cacciatore di diavoli. Prima diffidenti l'uno dell'altro, i due sapranno fargliela vedere ai loro nemici.

Il biennio 1972-1973 in Giappone non può che venire ricordato e, perché no, identificato col trionfo commerciale totale di Go Nagai, quel mangaka pazzoide che, con gli adattamenti animati dei suoi ultimi lavori iconici, DevilMan e Mazinger Z, e quel trasgressivo, scioccante Cutie Honey che inizierà le sue trasmissioni il 13 ottobre, dall'oggi al domani diventa uno degli artisti più conosciuti e discussi in madrepatria. Anche se il primo horror-splatter e il primo "vero" robotico della Storia del fumetto giapponese, realizzati da lui personalmente, si rivelano estremamente tenebrosi e dai toni adulti (specialmente il primo), in televisione sono infantilizzati ed edulcorati dallo studio Toei Animation per poterli rivolgere a un pubblico di giovanissimi: poco male, se ne escono comunque due grandi hit commerciali di cui una, Mazinger Z, addirittura stellare, che raggiunge indici di ascolto tra i più alti di sempre, tenendo incollate alla tv generazioni di spettatori di ogni età. Il 18 luglio 1973, tre mesi dopo la conclusione televisiva di DevilMan e in pieno corso di trasmissione delle spettacolari battaglie di Koji Kabuto (è appena uscito l'episodio 33), esce al cinema un grande regalo ai fan da parte di Toei e Nagai, un mediometraggio curato con tutti i crismi che simboleggia in modo indelebile l'importanza storica e irripetibile del loro sodalizio. La proiezione avviene al Toei Manga Matsuri, festival inaugurato nel 1969 dallo studio che, ogni anno e durante i periodi di vacanze, proietta sul grande schermo, per la felicità di grandi e piccini, un gran numero di corto/mediometraggi d'animazione, a volte soggetti inediti o talvolta opere celebrative di popolari serial tv.

Riuscire a impostare Mazinger Z contro DevilMan, primo, storico team up tra due protagonisti di due iconiche e fortunatissime serie televisive, non è stato facile. Seppure i due titoli derivassero dagli stessi creatori, infatti, i loro diritti erano comunque ripartiti singolarmente fra differenti canali televisivi che li avevano sponsorizzati, e questo ha ovviamente significato noie legali a non finire. Solo dopo estenuanti trattative si è riusciti a realizzare l'agognato progetto, e quest'ultimo troverà un tale successo di pubblico da spianare la strada, in futuro, a numerosi altri crossover tra personaggi e robot nagaiani (ma al contempo non si è stati in grado, proprio per impossibilità di mettere d'accordo sempre tutti, di farne alcuni, come il preventivato, sfortunatissimo Ufo Robot Grendizer contro Jeeg robot d'acciaio)1. I bambini che all'epoca riusciranno a guardare Mazinger Z contro DevilMan avranno, quindi, molto di cui vantarsi con gli amici, vedendo non solo insieme, uniti a interagire in un'unica avventura, due fantastici supereroi provenienti dalle serie più popolari dell'epoca, non solo i mostri meccanici di Hell e i demoni alleati insieme, ma anche un mezzo propulsore mai visto prima in tv, lo Jet Scrander, che permette a Mazinger Z di volare e abbattere i nemici alati, inserito nella storia proprio in risposta a un sondaggio proposto ai giovanissimi qualche tempo prima, su quali nuove caratteristiche dare al robot2.


Il film per molto tempo sarà considerato fuori continuity da Mazinger Zl'utilissimo Jet Scrander fa la sua apparizione ufficiale in tv esattamente quattro giorni dopo la proiezione, nella puntata 34, in una vicenda del tutto diversa che rinnega demoni et similia. Solo nel 1999 questi fatti verranno ufficializzati definitivamente, nel bel manga Dynamic Heroes scritto e disegnato (con uno splendido tratto che copia benissimo Kazuo Komatsubara e Shingo Araki) da Kazuhiro Ochi con l'approvazione di Go Nagai. Sempre ai fini della continuity, il titolo è importante anche perché stabilisce, con questo "incontro", che molti degli eroi di Nagai e Toei agiscono in uno stesso universo narrativo, una sorta di Nagaiverse. Difficile credere che, con tutto il mondo a disposizione, armate di diavoli e mostri meccanici si incaponiscano a voler conquistare il solo Giappone (e con i film successivi e Dynamic Heroes, che collegano DevilMan e Mazinger Z anche a Cutie Honey, Getter Robot, Great Mazinger, Getter Robot G e Ufo Robot Grendizer, apprenderemo che mirano a questo anche potenti organizzazioni criminali e armate di dinosauri, di micenei, di oni e di alieni), ma inutile a stare a sindacare su ingenuità perfettamente perdonabili e trascurabili. Questioni di canonicità a parte, l'opera è da prendersi in primis come un gustoso mediometraggio celebrativo, che realizza il sogno di vedere combattere insieme due personaggi famosi e "anticipa" al contempo, di qualche giorno e a beneficio dei fortunati che sono stati al cinema, un importante power up che apparirà in una delle due serie. Impossibile chiedere altro a un lavoro fatto con amore e sentimento per il diletto dei giovanissimi, che possono così avere nuovi spunti per fantasticare su chi sia più forte tra Akira e Koji (immancabile l'iniziale, virile ostilità tra i due, che si esprime in una folle gara in moto) e tra l'Uomo Diavolo e il gigantesco robottone di Lega Z - nonostante il classico finale che inevitabilmente farà di tutto per equipararli senza prendere posizione..

Mazinger Z contro DevilMan offre tutto ciò che si richiede per passare 40 minuti spensierati: una storia banalissima ma veloce e piena di azione ben realizzata, violenza e inserti horror (i sanguinosi combattimenti di DevilMan con i demoni), uno sfavillante comparto tecnico che sfrutta un budget cinematografico ben distante da quello povero di Mazinger Z, esprimendosi in vigorose animazioni e una cura certosina in fondali e disegni; il ritorno di Kazuo Komatsubara nello staff Toei, l'uomo dietro al bellissimo chara di tutti i personaggi e i mostri di DevilMan (peccato solo per l'eclatante assenza della bella Miki); e infine graditissimi colori saturi e psichedelici che rendono accattivante il tutto. È vero che Mazinger Z non ha trovato un giudizio lusinghiero da parte di chi scrive, ma in quel caso molti dei suoi demeriti, al di là della ripetitività, erano influenzati dalla rozzezza grafica che appesantiva ancora di più la visione. Qui, al cospetto di un film dall'alto budget, esteticamente splendido a vedersi che trova anche l'originalità del mescolare il robotico e l'horror con un team up impossibile e geniale, tali considerazioni passate vanno accantonate. Ci si può solo divertire spegnendo il cervello per un'oretta, trascinati da un senso di meraviglia di altri tempi, lasciandosi magari esaltare da virili valori di eroismo e coraggio portati avanti dagli eroi, tornando bambini, o godendosi un valore altrettanto importante come quello artistico, simboleggiato dai disegni bellissimi e "di razza" da parte di Komatsubara, o dalle animazioni continuative che rendono magiche le  coreografie degli scontri o le splendide ambientazioni sotterranee. Non sempre e non solo è la trama a distinguere un bel film da uno brutto: a volte anche fattori puramente di contorno possono  fare la differenza e rendere indimenticabile un'opera. Toei Animation, affidando buona parte dei lavori di Nagai al tratto carismatico di Kazuo Komatsubara o di Shingo Araki, decisamente, sapeva cosa stava facendo.


In Italia, il mediometraggio è stato distribuito secoli fa in VHS da Dynamic Italia con due doppiaggi: uno con nomi originali di personaggi e armi, l'altro usando quelli inventati dell'adattamento italiano storico di Mazinger Z (Koji che si chiama Ryo, Breast Fire che diventa Raggio Termico, etc.). Recentemente, Yamato Video ha portato al cinema il film insieme a quelli successivi, Mazinger Z contro il Generale Nero (1974) e Great Mazinger contro Getter Robot (1975), in occasione della prima Notte dei Super Robot. Per tutti e tre è stato usato l'adattamento storico, ma è praticamente certo che nell'annunciata edizione in DVD e Blu-ray sarà incluso anche quello fedele.

Voto: 7,5 su 10

PREQUEL
DevilMan (1972-1973; tv)
Mazinger Z (1972-1974; tv)

SEQUEL
Mazinger Z contro Dr. Hell (1974; film)
Mazinger Z contro il Generale Nero (1974; film)
Cutie Honey (1973-1974; tv)
Cutie Honey: The Movie (1974; film)
Getter Robot (1974-1975)
Great Mazinger (1974-1975; tv;)
Great Mazinger contro Getter Robot (1975; film)
Getter Robot G (1975-1976; tv)
Great Mazinger contro Getter Robot G: Violento scontro nei cieli (1975; film)
Ufo Robot Grendizer (1975-1977; tv) 
Ufo Robot Grendizer contro Great Mazinger (1976; film)
Great Mazinger, Getter Robot G e Ufo Robot Grendizer contro il Dragosauro (1976; film)


FONTI
1 Questi retroscena provengono dalla "Postfazione" scritta da Ikuya Komori nel numero 1 di "Dynamic Heroes" (d/visual, 2007)
2 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag.109

lunedì 16 febbraio 2015

Recensione: Goshogun il dio della guerra (Gotriniton)

GOSHOGUN IL DIO DELLA GUERRA
Titolo originale: Sengoku Majin Goshōgun
Regia: Kunihiko Yuyama
Soggetto & sceneggiatura: Takeshi Shudo
Character Design: Studio Z5 (Hideyuki Motohashi, Satoshi Hirayama)
Mechanical Design: Studio Z5 (Hajime Kamegaki)
Musiche: Tachio Akano
Studio: Production Reed
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 23 circa)
Anno di trasmissione: 1981
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Yamato Video


Difficile raccapezzarsi dell'esistenza di un titolo televisivo così vuoto come Goshogun il dio della guerra, serie del 1981 di Production Reed che cercava di riscattare la débâcle commerciale di Baldios il guerriero dello spazio (1980), e lo faceva proponendo un tale, sterile concentrato di svogliatezza da far arrossire il suo sfortunato ma originalissimo predecessore. Era davvero questo che voleva il pubblico giapponese? Un robotico estremamente generico con qualche superficiale scopiazzatura da Space Runaway Ideon (1980) e il manga Getter Robot (1974)? Sembra incredibile ma è così, e ugualmente risulta difficile farsi una ragione del fatto che, fra i tanti anime robotici di un certo valore giunti in Italia negli anni '70-'80 e mai riversati in DVD, nel 2014 Yamato Video vada ad annunciarti una riedizione casalinga proprio di questo.

La trama è presto detta: in un immaginario anno 2001, il professore Sanada riesce a sfruttare per la prima volta a scopi scientifici la misteriosa particella spaziale Beamler, rinvenuta nel gigantesco cratere originato dall'Evento di Tunguska (1908). Sfruttando il suo potere a un livello primordiale, l'energia Beamler permette infatti il teletrasporto, ed è subito collaudata dentro un'astronave, la Good Thunder, che può ora muoversi da un angolo all'altro del globo. Peccato che la più potente organizzazione criminale al mondo, Veleno Nero, che di fatto già lo governa in segreto (attraverso uomini posizionati strategicamente nei vari Parlamenti), per qualche strano motivo pensa che potrebbe diventare ancora più invincibile di prima se riuscisse e entrare in possesso di quell'energia, e decide quindi di costringere Sanada a fonire loro tutti i suoi progetti. Non ci riusciranno per ovvie ragioni (il professore preferisce morire), e questi ultimi finiscono nelle mani di un amico intimo di Sanada, Sabarath, pronto a rinchiudersi dentro Good Thunder con un equipaggio di coraggiosi piloti/guerrieri (il riflessivo Shingo Hojo, l'aggressivo Killy Gagley e la bella Remy Shimada) che possano proteggere lui e loro. Si unisce al gruppo anche il giovanissimo Kenta, figlio di Sanada, preso di mira anche lui dall'organizzazione. Da queste premesse lo sviluppo della storia: in ogni episodio Good Thunder non fa altro che spostarsi da un luogo all'altro per sfuggire a Veleno Nero, studiando nel contempo l'energia Beamler, con i nemici che in ogni occasione mandano loro contro i proprio robot e astronavi per sconfiggerla. Starà a Shingo, Killy e Remy respingere quotidianamente gli attacchi pilotando una possente super arma, anch'essa creata da Sanada, il gigantesco, imbattibile automa Goshogun.

La sinossi è anche fin troppo corposa rispetto al suo effettivo peso svolto in animazione, minimalista a dir poco nonostante le premesse: Goshogun altri non è che un lungo accavallarsi di schermaglie inutili tra Good Thunder e Veleno Nero, in avventure sempre autoconclusive e praticamente del tutto avulse da dramma o epicità, con eroi fighetti e trascurabili, privi di eclatanti relazioni interpersonali, che affrontano generali nemici dallo spessore di un foglio di carta stagnola. Nessuna caratterizzazione degna di rilievo e nessun risvolto interessante, per una storia che parte con una certa idea in testa (la scoperta del potenziale dei raggi Beamler, riprendendo da Getter l'idea della fonte dell'evoluzione della vita e da Ideon quella di una terribile minaccia in grado di cancellare l'intero sistema solare), volendo essere onesti anche curiosa, ma non sa proprio come svilupparla, preferendo la collaudatissima via delle lungaggini fino al momento di decidere come concluderla.


È sconfortante prendere atto di un robotico che, anche potendo contare su un chara design attraente, buone animazioni (rispetto a quelle di un Baldios) e un robottone molto colorato ed elegante a vedersi e curioso in alcune caratteristiche (pur essendo "componibile" in teoria, di fatto è già bello che pronto appena è spedito dalla base volante col pilota automatico, si limita ad ospitare le tre mini-astronavi dei piloti che entrano in lui senza cambiarlo esteticamente; e infine è forse l'unico mecha in assoluto che può contare su super armi che si materializzano nella sua mano, inviate col teletrasporto da Good Thunder), pecca nella totalità dei suoi elementi narrativi. Perché protagonisti così piatti e senza evoluzione? Perché la vicenda è vissuta dal punto di vista del piccolo Kenta che di fatto non fa assolutamente nulla fino alla penultima puntata, a parte mettere in difficoltà i suoi compagni con i suoi capricci? Perché Goshogun, robot che dà il titolo all'opera, non solo non ha alcun ruolo importante, ma addirittura manca del più elementare background? Perché Veleno Nero si ostina ad attaccare quest'astronave pacifica pur governando già l'intero globo e pur sapendo che, a continuare con questa guerra, rischia di distruggere il sistema solare? Che senso ha dedicare intere puntate al mistero di queste terrificanti particelle Beamler per arrivare a un finale così tranquillo e sereno? Perché caratterizzare in quel modo particolare i generali cattivi, sia a livello fisico che caratteriale, quando alla fine il loro senso nella trama è praticamente non pervenuto? Perché un SIMILE happy ending? Perché il soggettista della serie, Takeshi Shudo, sceneggiatore principale di Baldios (giusto rimarcarlo), dice che ha creato Goshogun per parlare dei rapporti di dialogo e coesistenza tra Uomo e Macchina, raffigurati come due entità separate e autonome1, evocando chissà che avveniristici elementi filosofici à la 2001 Odissea nello spazio (1968), e alla fine tutto si riduce in buoni e cattivi che dialogano in ogni puntata con le A.I. delle loro basi facendosi dire banalità che non hanno neanch'esse alcuna ripercussione sull'intreccio (ad esempio cosa fare durante le battaglie o quanti soldi ha perso l'organizzazione criminale in ogni sconfitta)? Più volte questi interrogativi vengono fuori durante la visione, a ricordare le tante piccole aspirazioni di un soggetto potenzialmente interessante che è però vanificato da uno script deficitario al massimo, che alla fine non sa proprio dove andare a parare, e termina inventandosi un finale improvviso e desolante - verrebbe quasi da chiedersi se lo hanno realizzato d'impulso subito dopo averlo pensato.

Del tutto insoddisfatti del risultato finale, a fine visione ci si può giusto domandare il perché di un simile disastro. Si viene a sapere, allora, che uno dei cattivi generalissimi di Veleno Nero, l'androgino esteta Leonardo Medici Bundle, un Dorian Gray amante del bello, con i suoi vaneggiamenti sulla Vera Bellezza, il suo portamento elegante e i lunghi capelli biondi, abbia letteralmente spopolato nell'epoca di trasmissione fra le ragazze, diventando così celebre da apparire su molte riviste (non solo di animazione) alla stregua di una superstar, portando il pubblico femminile addirittura a superare quello maschile tra i fan. Insomma, dopo Marin di Baldios, Production Reed ha azzeccato un altro belloccio da dare in pasto a orde di ragazzine in tempesta ormonale. Questo inaspettato cambio di target ha di riflesso influenzato la sceneggiatura, convincendo Takeshi Shudo a modificarla a opera in corso, creando nuove puntate sentimentali che riguardassero i protagonisti e inventando il rapporto d'amore/odio tra Bundle e la bella Remy2 (indovinate un po'? Anche questi avvenimenti non hanno alcun risvolto nella storia!). Si ignora il contenuto dello script originale, ma non è da escludere che qualche puntata più sensata e interessante sia stata eliminata per fare spazio a queste ennesime facezie inutili. Che delusione.

Alla fine Goshogun è una semplice, brutta serie televisiva mecha dei primi anni '80, che non fa niente per sfuggire alla realtà di un genere sempre più in declino di idee. Paradossalmente, cercando di tornare su confini più tradizionali e sicuri dopo Baldios ma comunque con un'idea originale in testa, Production Reed scade nella piattezza sceneggiativa più incolore; che, forse, avrà permesso al lavoro di ottenere un certo successo di pubblico (testimoniato dalle uscite animate extra della serie), ma che di certo non riscatta l'esistenza di quest'ultima dal deluso giudizio dei posteri. Goshogun The Movie (1982), inedito e per ora irrecuperabile, è un film di montaggio che riassume gli episodi 17 e 20 con un po' di animazione creata ad hoc per fare da raccordo. Più interessante Time Etranger (1985), stranissimo OVA - arrivato anche in Italia - che abbandona ogni residuo robotico della serie per presentare una vicenda onirica e psicologica che sia fruibile da tutti.


Goshogun è stato rinominato Gotriniton in Italia, dove si è manifestato in un paio di isolate trasmissioni televisive prima di sparire completamente dai nostri schermi, per problemi contrattuali3. Rieditato in VHS ai tempi di Granata Press, è poi di nuovo sparito e solo ora, nel 2014, Yamato Video ha annunciato che lo riverserà in DVD, presumibilmente (come da nuovo corso) con sottotitoli fedeli. Nonostante questo, a dispetto del cambio di titolo e di nome del robottone, la serie ha trovato nel doppiaggio storico un adattamento molto buono, con tutti i nomi dei personaggi (non delle armi, ma a quelle ormai siamo tristemente abituati) mantenuti originali, una buona prova interpretativa da parte dei doppiatori e frasi che filano con molta coerenza, senza risparmi di termini forti. Ritengo che la visione di Goshogun sia pienamente apprezzabile anche in questo modo.

Voto: 5 su 10

SEQUEL
Goshohun: The Movie (1982; film)
Goshogun: Time Etranger (1985; ova)


FONTI
1 Mangazine n.34, Granata Press, 1994, pag.16-17 
2 Questi retroscena provengono da Mangazine n.34, Granata Press, 1994, pag.21
3 Mangazine n.34, Granat press, 1994, pag.26

lunedì 9 febbraio 2015

Recensione: Roujin Z

ROUJIN Z
Titolo originale: Roujin Z
Regia: Hiroyuki Kitakubo
Soggetto & sceneggiatura: Katsuhiro Otomo
Character Design: Hisashi Higuchi
Mechanical Design: Katsuhiro Otomo, Mitsuo Iso
Musiche: Bun Itakura
Studio: MOVIC
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 80 min. circa)
Anno di uscita: 1991
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Kaze

 

Non so cosa pensare dell’Otomo più leggero e simpatico, il prototipo della sua storia scanzonata è, al solito, semplice pretesto per arrivare a quello che ha comunque sempre presentato anche nelle sue maxi opere come Akira (1988) e Steamboy (2004), ovvero esplosioni colossali, trasformazioni roboanti e, in generale, una serie infinita di concatenazioni visive utili a uno stupore visivo senza freni. Roujin Z, lungometraggio del 1991 da lui ideato e scritto, è un piccolo classico, come al solito noto più che altro per i nomi coinvolti (Hiroyuki Kitakubo alla regia è dietro la camera da presa in Black Magic M66 del 1987 e Blood: The Last Vampire del 2000, non  manca neppure lo zampino di Satoshi Kon nell'Art Design) che reali altri meriti, e a suo modo è visione piacevole e senza impegni, come vuole la tradizione otomiana: grande sfarzo visivo e, be’, poco altro, ma abbastanza da convincere la giuria del Mainichi Eiga Councours del 1991 a premiarlo come miglior film d'animazione.

Pur agganciandosi a una qualche critica sociale, con un’occhiata intelligente alla vita dell’anziano quando entra nei suoi ultimi stadi, quelli che necessitano di assistenza e attenzione continua e che portano i suoi familiari ad abbandonarlo a ospedali e attrezzature mediche invece di stargli vicino, Roujin Z glissa clamorosamente ogni approfondimento e si concentra sullo Z-001, una macchina rivoluzionaria in grado di prendersi cura di ogni bisogno della persona senile, che subito dopo la sua prima dimostrazione inizia a manifestare un’imprevedibile personalità propria. La palese catastrofe che ne consegue è dovuta alla forza con lo Z-001 vuole vivere, nonostante infermieri, medici, scienziati, giornalisti e l’intero esercito gli si mettano contro: la macchina tiene in ostaggio un povero vecchietto la cui unica colpa era quella di essere cavia delle sue coccole e, mentre fugge alla ricerca di una meta nata dalla memoria del vecchio stesso, raccatta qualsiasi cosa trovi sulla sua strada e lo usa per costruirsi una corazza sempre più grande.

Roujin Z è tutto questo: la giustificazione narrativa è un semplice, quasi ridicolo input per dare il via a un’impressionante sequenza di metamorfosi meccaniche, con lo Z-001 che ingloba armi, auto e ogni pezzo di metallo possibile, si antropomorfizza con gambe, cingoli e tentacoli e si sbarazza facilmente di ogni nemico, persino un suo ritrovato militare gemello dalle fattezze aracnidi. Boati, mitragliate, sparatorie forsennate sono la struttura stessa del film, il cui ritmo è talmente alto che addirittura nei pochi momenti dialogati Kitakubo pare mettere fretta ai personaggi per tagliare corto e poter così passare di nuovo alle mille trasformazioni dello Z-001, spettacolarizzate chiaramente dal design caratteristico dello stesso Otomo.


Abbiamo quindi a che fare con un divertissment puro, come bene o male qualsiasi cosa abbia fatto Otomo, che poteva sprecarsi maggiormente grazie a una serie di personaggi ben caratterizzati (i vecchietti hacker, i ragazzi che fanno incidentalmente fuggire il macchinario, i giornalisti, la stessa protagonista e il suo ferreo sospetto) ma che purtroppo rimangono sullo sfondo della forza schiacciante di questa strambo mecha. E alla fine si sorride, si guardano anche con la dovuta meraviglia le buone animazioni che rimaneggiano in continuazione lo Z-001, ma non rimane molto altro se non un proverbiale “carino”  che, con i nomi coinvolti, e pur in anni di incessante ricerca visiva, pare sinceramente essere troppo poco.

Voto: 6,5 su 10

lunedì 2 febbraio 2015

Recensione: Ai City - La notte dei cloni

AI CITY: LA NOTTE DEI CLONI
Titolo originale: Ai City
Regia: Koichi Mashimo
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Shuho Itabashi)
Sceneggiatura: Hideki Sonoda
Character Design: Tadakazu Iguchi
Mechanical Design: Tomohiko Sato
Musiche: Shiro Sagisu
Studio: Production Reed
Formato: OVA (durata 86 min. circa)
Anno di uscita: 1986
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Yamato Video


Negli anni in cui i limiti non erano ancora stati fissati, quando con il mercato degli OVA si infrangeva ogni barriera in una ricerca stilistica esponenziale ed estremamente curiosa, un film come Ai City (1986) era materia si potrebbe dire comune, una sperimentazione visiva e sensoriale che non si poneva problemi nell’abbracciare qualsiasi genere e nell’accumulare un delirio sopra l’altro per stordire, impressionare, toccare ciò che ancora non era stato anche solo sfiorato. Dal manga omonimo del 1983 di Shuho Itabashi, Ai City è un tornado di ingegno visivo che oggi è ahimè difficile incontrare, siamo dalle parti di una fantascienza che si trasforma da hard ad action, toccando il cyberpunk, il mecha, i viaggi nel tempo e le dimensioni parallele. Non solo, Ai City è all’occorrenza horror puro con mostruosità deformi causate da virus infernali, creature inconcepibili che divorano la materia e si ingozzano di tumori, senza contare il forte, estenuante elemento splatter, con alcune tra le più incredibili piogge di frattaglie mai viste in animazione. E ancora, troviamo ironia sciocca e leggera per stemperare i toni, importanza musicale nei passaggi più luccicanti (siamo pur sempre nell’era di Fortezza Super Dimensionale Macross), e una certa fisicità tamarra nella definizione di buoni e cattivi. Insomma, si parla di un sacco di elementi che nel peggiore dei casi potrebbero formare un pastone poco digeribile, ma che, per quanto mal dosati e non sempre saporiti, in questo contesto danno vita a un’esperienza molto affascinante.

Nonostante la mole di argomenti e, come spesso accadeva in quel tipo di animazione, il film si muova su coordinate narrative abbastanza confuse e pasticciate, la penna dello sceneggiatore Hideki Sonoda mostra parecchio anche con una certa bravura per poi bombardare con spiegoni iper complessi e compressi da generare solo caos privo di risposta. Il soggetto è ingarbugliato e straniante, c’è una sorta di megacorporazione all’inseguimento di una ragazzina con poteri psichici che custodisce un segreto di vitale importanza sull’esistenza della realtà stessa, in verità lei è una clone molto più giovane dell’originale e sta fuggendo con il suo fidanzato che però, dato che adesso è solo una bambina, chiama papà, con loro c’è un detective ubriacone che si innamora di una bellissima killer che passa dalla loro parte dopo essere stata risucchiata in una dimensione incomprensibile che ne ha frantumato e ricostruito il corpo, mentre sullo sfondo due antagonisti, un vecchio che vive all’interno di una brodaglia rosa che comanda un colosso robotico alto tre metri e una sorta di cyborg, si danno battaglia per il controllo del potere. Questi sono solo i primi cinque minuti dell'OVA, ma, per quanto sembri di avere a che fare con un’accozzaglia delirante, la narrazione ha un suo perché e gli interrogativi vengono risolti nella loro interezza, pur lasciando una certa confusione a causa della superficialità e della sbrigatività con cui si attivano cause ed effetti e con cui si sorvola su vari passaggi, ehm, scientifici.


A dirla tutta c’è molto altro e non passa istante senza che Ai City sferri un’idea tra il ridicolo e il genio (è il caso della potenza telecinetica espressa in forma numerica sulla fronte dei personaggi, o dell’importanza del gatto ai fini della storia): la trama è in continua trasformazione e non ci sono pause tra una trovata e l’altra, ma il meglio lo offre nella sua lunga parte conclusiva, quando i nostri affrontano, quasi in una sorta di Final Battle videoludico, una creatura vermiforme che muta senza sosta con vario spargimento di liquidi, secrezioni, gonfiori e deformità assortite. L’esperienza è gratificante e insolita: per quanto la trama tenda ad accartocciarsi su stessa, il monster design è fragoroso e insaziabile e arriva a conclusione di una sfilata di creature favolose (le teste che escono dal cemento su tutte) e di un livello di splatter davvero esagerato (nei primi minuti il villain fa esplodere la testa di un suo sottoposto e i grumi di cranio e di cervella sono disegnati minuziosamente), che forniscono un sense of wonder al contempo disturbante, oltraggioso ed eccitante.

Pur con delle mancanze evidenti - su tutti i disegni di Tadakazu Iguchi che, per quanto piacevoli, si sfilacciano in fisicità sballate e in tratti qua e là grossolani - Ai City recupera con una regia molto personale e avanguardistica, che si distingue per scelte cromatiche psichedeliche, un bizzarro uso dei colori per delineare visi e contorni e per una serie di inquadrature (spesso dall’alto o dal basso) anche anomale per un prodotto di animazione. Chiudono le musiche, il synth dilaga e i vocalizzi pop fanno il resto, sono sonorità simpatiche che pur non facendosi troppo amare sottolineano bene anni e intenti.

Per stomaci forti.

Voto: 7 su 10

lunedì 26 gennaio 2015

La perfezione non è di questo mondo.

Succede, quindi, che nel tempo rileggi le tue vecchie recensioni e scopri quanto siano datate, scritte male, imbarazzanti; migliorabili sia nella punteggiatura e nella sintassi, che nei contenuti.

Ti ritrovi quindi ad aggiornare i tuoi scritti, a rimpolparli di nuove informazioni rimediabili finalmente su materiali (saggi, riviste di approfondimento etc) più seri e autorevoli di wikipedia o chiacchiere da web, cambiandogli i voti, aggiornando  credits e screenshot, e inserendo quindi una bella scaletta delle fonti per renderli più professionali. E in aggiunta a questo, rinnovi l'alleanza con l'editor più pignolo, scassaballe e, in definitiva, migliore disponibile sulla piazza, Alberto Zanetti, che nel revisionarti le rece ti fa scoprire che, nonostante tutti i tuoi sforzi, ci saranno sempre tonnellate di segni rossi sul tuo lavoro.

Ringraziando pubblicamente, e di cuore, il buon Alberto per la competenza e il gran sbatti (Carlo Baudelaire su facebook, se qualcuno fosse interessato a rivolgersi a lui per dell'editing - ovviamente a pagamento), questa settimana spazio alla tonnellata di recensioni aggiornate. Alcune di loro, da quanto sono state modificate e abbellite, sono quasi indistinguibili rispetto alla versione originaria. Inutile dire che il lavoro di aggiornamento continuerà di buon grado andando a coprire sempre più anni, e non dimenticherà neanche di migliorare il caro, vecchio dossier sulla storia dell'animazione robotica.

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lunedì 19 gennaio 2015

Recensione: Space Emperor God Sigma

SPACE EMPEROR GOD SIGMA
Titolo originale: Uchū Taitei God Sigma
Regia: Takeyuki Kanda (ep.1-10), Katsuhiko Taguchi (ep.11-50)
Soggetto: Saburo Yatsude
Sceneggiatura: Masaaki Sakurai, Akira Nakahara, Masaki Tsuji
Character Design: Kaoru Shintani (originale), Kazuhiko Udagawa
Mechanical Design: Submarine, Katsushi Murakami, Yutaka Izubuchi
Musiche: Hiroshi Tsutsui
Studio: Toei Animation, Academy Productions
Formato: serie televisiva di 50 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anni di trasmissione: 1980 - 1981


Nell'anno 2050, la scoperta della rivoluzionaria energia Trinity porta una razza aliena del futuro, gli Eldar, ad attaccare la Terra per impossessarsene. Il professore Kazami, a capo di Trinity City, città-fortezza che custodisce i segreti di quella forza, si difenderà usando il potentissimo God Sigma, azionato da lei e pilotato dal suo allievo Julie Noguchi insieme a Toshia Dan e Kira Kensaku. Questi ultimi due provengono da Io, lontana colonia di Giove conquistata e apparentemente distrutta dal nemico, che sperano un giorno di poter raggiungere per ritrovare i propri cari. Per quale motivo gli Eldar vogliono Trinity?

Il 14 gennaio 1980, Tadao Nagahama muore a soli 44 anni per un'epatite virale. Il regista dell'acclamata quadrilogia robotica di Toei Animation/Sunrise lascia prematuramente questa valle di lacrime, ma la sua dipartita neanche si sente in Space Emperor God Sigma che viene trasmesso giusto tre mesi dopo, il quinto capitolo delle produzioni televisive di Saburo Yatsude e il primo senza contributo alle animazioni da parte di studio Sunrise, ora rimpiazzato dall'Academy Productions di Yoshinobu Nishizaki. "Neanche si sente", si diceva, perché le produzioni robotiche di Saburo Yatsude o, ampliando il discorso, quelle tradizionali tout court del genere, ormai hanno ben poco da dire; possono solo riproporre all'infinito gli ingredienti del passato senza più fantasia e l'iniziale carica di originalità. Se già il precedente Daltanious il robot del futuro (1979) iniziava a sapere di vecchio, God Sigma arretra ancora di più, riciclando ormai in modo stanchissimo tutti quegli elementi di fascino con cui, nel 1976, con Super Electromagnetic Robot Combattler V, Nagahama faceva scuola, ma che ormai, a furia di essere sfruttati, sono diventati cliché altrettanto noiosi come quelli precedenti. Con questa infinite sequenze di agganciamento e attacchi finali riciclati a ogni episodio, il potenziamento dell'attacco finale a metà serie, cattivi belli e romantici che alla fine non sono così cattivi ma devono morire a prescindere in modo tragico, cattivi "veri" che appaiono a metà serie e trattano male quello tragico, e dispersi genitori dell'eroe, c'è totale saturazione, totale banalità, e sia God Sigma, sia i titoli successivi di Saburo Yatsude, proseguiranno imperterriti su questa strada, una copia dietro l'altra. Da un lato, questi lavori non fanno rimpiangere la dipartita del loro regista originario, ma dall'altra fanno sprofondare nella più totale stagnazione quello che una volta era il rinomato robotico made in Toei Animation.

Introdotto da un'insignificante sigla d'apertura curata da Isao Sasaki, lontana anni luce dagli scoppiettanti canti di Mitsuko Horie, God Sigma già dal primo episodio dimostra, a chi ha seguito le puntate precedenti, che l'unica arma a sua disposizione è "l'usato sicuro", con il solito carico di fortezze scientifiche, invasioni aliene, le già citate invenzioni di Nagahama e un ritorno alla classica formula del robot componibile dato dalla fusione (come ai tempi d'oro nagaiani) di tre robottoni a loro volta già umanoidi, seppur con una sequenza d'agganciamento vistosamente "impossibile" che vede le proporzioni dei tre variare per permettere i vari incastri. I piloti, in quest'occasione anche loro più provenienti da Getter Robot (1974) che da Combattler V, sono immancabilmente plasmati sugli archetipi di figo, cinico e grassone, appiattiti su caratterizzazioni così fiacche da dimenticarsi subito, non fosse per il chara design abbastanza dolce ed effeminato (vedere l'antagonista tragico Teral, nel cui corpo addirittura convive una personalità femminile) adottato da Kaoru Shintani (meglio noto al pubblico occidentale per la saga cartacea e animata di Area 88). Riprendendo Daltanious, quindi, l'intreccio abbandona volentieri la continuity dei titoli passati per privilegiare il classico immobilismo delle puntate autoconclusive prive di legami che occupano buona parte della serie, accompagnato a un ritorno ad atmosfere abbastanza leggere e dai siparietti comici, basati sulle avances della gallinella Minako ai danni di Toshia e le gag del padre di lei, principale sponsor e finanziatore di Trinity City.


I fatti, insomma, parlano di una serie che per larga parte della sua durata non è né carne né pesce, forse piacevole per chi non ha visto i titoli precedenti di Saburo Yatsude ma del tutto trascurabile per gli altri, peccando in particolar modo dei soliti sviluppi di trama (anche l'idea dello scomparso papà di Toshia bisognava replicare ancora una volta? Davvero?), di un cast noioso, atmosfere raramente drammatiche, robottoni che, anche nonostante l'apporto anche di un giovane Yutaka Izubuchi, sono davvero brutti a vedersi, se non pacchiani (il Rikushin-Oh pilotato da Kira, col suo terrificante maglio gigante, il colore giallo e le antennine ridicole), e combattimenti velocissimi e ben poco esaltanti, in cui, dopo essersi formato, il God Sigma annienta il Cosmosauro di turno con uno o due colpi. Anche le musiche di Hiroshi Tsutsui sono concepite al risparmio e all'insegna della svogliatezza, affiancando, a brani nuovi di zecca e di una certa ispirazione, anche ricicli senza vergogna di brani interi di Combattler V e Super Electromagnetic Machine Voltes V (1977).

God Sigma inizia a risollevarsi dalla mediocrità verso metà serie, quando, abbandonati gli intermezzi comici, inizia a morire - pur raramente - qualche personaggio e appare qualche episodio incredibilmente drammatico (il 26, che racconta i danni psicologici dei civili sopravvissuti alle distruzioni causate dai combattimenti fra robot), diventando addirittura interessante nell'ultima dozzina di puntate ambientate nello spazio, senza esagerare ma trovando comunque una certa personalità. Se la trama rimane banale fino alla fine (anche se le motivazioni degli Elder per distruggere l'energia Trinity vantano una certa originalità), rappresenta invece una grossa sorpresa l'incredibile voltafaccia compiuto da uno dei personaggi-archetipo classicissimi del robotico, che, di punto in bianco, da persona positiva diventa un'incredibile carogna, ostacolando gravemente la risoluzione del conflitto: parliamo di una trovata che non ha alcun precedente nel genere e proprio in questo è addirittura stupefacente. Molto teatrale e ben realizzato è lo stesso finale, forte di una intensa tragicità che porta a un happy ending non certo tra i più consolatori che si siano visti (e non mi riferisco all'immancabile destino del cattivo bello e romantico). Non saranno comunque questi fatti a rendere appetitoso un titolo nato già privo di pretese e che per buona parte della sua durata non ha nulla da dire, che si trascina fino alla fine per 50 lunghi episodi ripetendo stancamente le solite cose viste nelle quattro serie precedenti; fuori tempo massimo e incomparabile coi capolavori che Sunrise creava in quegli anni con le sue innovazioni.


Mai sottotitolato da fan, neanche anglofoni, God Sigma può essere guardato col solo doppiaggio storico italiano, che cambia i nomi dei robot e delle armi ma almeno mantiene inalterati quasi tutti quelli dei personaggi (a parte Kira Kensaku, divenuto un mostruoso Kiraken), seguendo - apparentemente - bene i concetti dei dialoghi e del senso della storia. Peccato, quindi, per una recitazione così spesso sovraccaricata da provocare ilarità e per il fatto che, per chissà che ragioni, non siano mai stati acquistati i diritti degli ultimi due episodi, costringendo lo spettatore odierno a doverseli guardare per forza in giapponese. La ciliegina sulla torta è rappresentato dal fatto che - sembra incredibile - la sigla d'apertura giapponese, ripetuta in ogni episodio durante la sequenza di agganciamento del robot (come sempre fatto in tutte le opere di Saburo Yatsude), è stata sostituita da una versione italiana giocosa e bambinesca, sia usata come nuova sigla, sia schiaffata al posto dell'originale durante il momento di formazione del God Sigma, con l'ovvio effetto di rendere trash quello che doveva essere un momento abbastanza galvanizzante per i bambini dell'epoca. Per finire, l'edizione italiana in DVD a cura di Mondo Video si limita a ripresentare i primi 48 episodi ostinandosi a non procurare i diritti degli ultimi due, ovviamente senza fornire neppure sottotitoli fedeli al giapponese per godersi l'opera con le battute originali.

Voto: 6 su 10

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