lunedì 26 gennaio 2015

La perfezione non è di questo mondo.

Succede, quindi, che nel tempo rileggi le tue vecchie recensioni e scopri quanto siano datate, scritte male, imbarazzanti; migliorabili sia nella punteggiatura e nella sintassi, che nei contenuti.

Ti ritrovi quindi ad aggiornare i tuoi scritti, a rimpolparli di nuove informazioni rimediabili finalmente su materiali (saggi, riviste di approfondimento etc) più seri e autorevoli di wikipedia o chiacchiere da web, cambiandogli i voti, aggiornando  credits e screenshot, e inserendo quindi una bella scaletta delle fonti per renderli più professionali. E in aggiunta a questo, rinnovi l'alleanza con l'editor più pignolo, scassaballe e, in definitiva, migliore disponibile sulla piazza, Alberto Zanetti, che nel revisionarti le rece ti fa scoprire che, nonostante tutti i tuoi sforzi, ci saranno sempre tonnellate di segni rossi sul tuo lavoro.

Ringraziando pubblicamente, e di cuore, il buon Alberto per la competenza e il gran sbatti (Carlo Baudelaire su facebook, se qualcuno fosse interessato a rivolgersi a lui per dell'editing - ovviamente a pagamento), questa settimana spazio alla tonnellata di recensioni aggiornate. Alcune di loro, da quanto sono state modificate e abbellite, sono quasi indistinguibili rispetto alla versione originaria. Inutile dire che il lavoro di aggiornamento continuerà di buon grado andando a coprire sempre più anni, e non dimenticherà neanche di migliorare il caro, vecchio dossier sulla storia dell'animazione robotica.

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lunedì 19 gennaio 2015

Recensione: Space Emperor God Sigma

SPACE EMPEROR GOD SIGMA
Titolo originale: Uchū Taitei God Sigma
Regia: Takeyuki Kanda (ep.1-10), Katsuhiko Taguchi (ep.11-50)
Soggetto: Saburo Yatsude
Sceneggiatura: Masaaki Sakurai, Akira Nakahara, Masaki Tsuji
Character Design: Kaoru Shintani (originale), Kazuhiko Udagawa
Mechanical Design: Submarine, Katsushi Murakami, Yutaka Izubuchi
Musiche: Hiroshi Tsutsui
Studio: Toei Animation, Academy Productions
Formato: serie televisiva di 50 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anni di trasmissione: 1980 - 1981


Nell'anno 2050, la scoperta della rivoluzionaria energia Trinity porta una razza aliena del futuro, gli Eldar, ad attaccare la Terra per impossessarsene. Il professore Kazami, a capo di Trinity City, città-fortezza che custodisce i segreti di quella forza, si difenderà usando il potentissimo God Sigma, azionato da lei e pilotato dal suo allievo Julie Noguchi insieme a Toshia Dan e Kira Kensaku. Questi ultimi due provengono da Io, lontana colonia di Giove conquistata e apparentemente distrutta dal nemico, che sperano un giorno di poter raggiungere per ritrovare i propri cari. Per quale motivo gli Eldar vogliono Trinity?

Il 14 gennaio 1980, Tadao Nagahama muore a soli 44 anni per un'epatite virale. Il regista dell'acclamata quadrilogia robotica di Toei Animation/Sunrise lascia prematuramente questa valle di lacrime, ma la sua dipartita neanche si sente in Space Emperor God Sigma che viene trasmesso giusto tre mesi dopo, il quinto capitolo delle produzioni televisive di Saburo Yatsude e il primo senza contributo alle animazioni da parte di studio Sunrise, ora rimpiazzato dall'Academy Productions di Yoshinobu Nishizaki. "Neanche si sente", si diceva, perché le produzioni robotiche di Saburo Yatsude o, ampliando il discorso, quelle tradizionali tout court del genere, ormai hanno ben poco da dire; possono solo riproporre all'infinito gli ingredienti del passato senza più fantasia e l'iniziale carica di originalità. Se già il precedente Daltanious il robot del futuro (1979) iniziava a sapere di vecchio, God Sigma arretra ancora di più, riciclando ormai in modo stanchissimo tutti quegli elementi di fascino con cui, nel 1976, con Super Electromagnetic Robot Combattler V, Nagahama faceva scuola, ma che ormai, a furia di essere sfruttati, sono diventati cliché altrettanto noiosi come quelli precedenti. Con questa infinite sequenze di agganciamento e attacchi finali riciclati a ogni episodio, il potenziamento dell'attacco finale a metà serie, cattivi belli e romantici che alla fine non sono così cattivi ma devono morire a prescindere in modo tragico, cattivi "veri" che appaiono a metà serie e trattano male quello tragico, e dispersi genitori dell'eroe, c'è totale saturazione, totale banalità, e sia God Sigma, sia i titoli successivi di Saburo Yatsude, proseguiranno imperterriti su questa strada, una copia dietro l'altra. Da un lato, questi lavori non fanno rimpiangere la dipartita del loro regista originario, ma dall'altra fanno sprofondare nella più totale stagnazione quello che una volta era il rinomato robotico made in Toei Animation.

Introdotto da un'insignificante sigla d'apertura curata da Isao Sasaki, lontana anni luce dagli scoppiettanti canti di Mitsuko Horie, God Sigma già dal primo episodio dimostra, a chi ha seguito le puntate precedenti, che l'unica arma a sua disposizione è "l'usato sicuro", con il solito carico di fortezze scientifiche, invasioni aliene, le già citate invenzioni di Nagahama e un ritorno alla classica formula del robot componibile dato dalla fusione (come ai tempi d'oro nagaiani) di tre robottoni a loro volta già umanoidi, seppur con una sequenza d'agganciamento vistosamente "impossibile" che vede le proporzioni dei tre variare per permettere i vari incastri. I piloti, in quest'occasione anche loro più provenienti da Getter Robot (1974) che da Combattler V, sono immancabilmente plasmati sugli archetipi di figo, cinico e grassone, appiattiti su caratterizzazioni così fiacche da dimenticarsi subito, non fosse per il chara design abbastanza dolce ed effeminato (vedere l'antagonista tragico Teral, nel cui corpo addirittura convive una personalità femminile) adottato da Kaoru Shintani (meglio noto al pubblico occidentale per la saga cartacea e animata di Area 88). Riprendendo Daltanious, quindi, l'intreccio abbandona volentieri la continuity dei titoli passati per privilegiare il classico immobilismo delle puntate autoconclusive prive di legami che occupano buona parte della serie, accompagnato a un ritorno ad atmosfere abbastanza leggere e dai siparietti comici, basati sulle avances della gallinella Minako ai danni di Toshia e le gag del padre di lei, principale sponsor e finanziatore di Trinity City.


I fatti, insomma, parlano di una serie che per larga parte della sua durata non è né carne né pesce, forse piacevole per chi non ha visto i titoli precedenti di Saburo Yatsude ma del tutto trascurabile per gli altri, peccando in particolar modo dei soliti sviluppi di trama (anche l'idea dello scomparso papà di Toshia bisognava replicare ancora una volta? Davvero?), di un cast noioso, atmosfere raramente drammatiche, robottoni che, anche nonostante l'apporto anche di un giovane Yutaka Izubuchi, sono davvero brutti a vedersi, se non pacchiani (il Rikushin-Oh pilotato da Kira, col suo terrificante maglio gigante, il colore giallo e le antennine ridicole), e combattimenti velocissimi e ben poco esaltanti, in cui, dopo essersi formato, il God Sigma annienta il Cosmosauro di turno con uno o due colpi. Anche le musiche di Hiroshi Tsutsui sono concepite al risparmio e all'insegna della svogliatezza, affiancando, a brani nuovi di zecca e di una certa ispirazione, anche ricicli senza vergogna di brani interi di Combattler V e Super Electromagnetic Machine Voltes V (1977).

God Sigma inizia a risollevarsi dalla mediocrità verso metà serie, quando, abbandonati gli intermezzi comici, inizia a morire - pur raramente - qualche personaggio e appare qualche episodio incredibilmente drammatico (il 26, che racconta i danni psicologici dei civili sopravvissuti alle distruzioni causate dai combattimenti fra robot), diventando addirittura interessante nell'ultima dozzina di puntate ambientate nello spazio, senza esagerare ma trovando comunque una certa personalità. Se la trama rimane banale fino alla fine (anche se le motivazioni degli Elder per distruggere l'energia Trinity vantano una certa originalità), rappresenta invece una grossa sorpresa l'incredibile voltafaccia compiuto da uno dei personaggi-archetipo classicissimi del robotico, che, di punto in bianco, da persona positiva diventa un'incredibile carogna, ostacolando gravemente la risoluzione del conflitto: parliamo di una trovata che non ha alcun precedente nel genere e proprio in questo è addirittura stupefacente. Molto teatrale e ben realizzato è lo stesso finale, forte di una intensa tragicità che porta a un happy ending non certo tra i più consolatori che si siano visti (e non mi riferisco all'immancabile destino del cattivo bello e romantico). Non saranno comunque questi fatti a rendere appetitoso un titolo nato già privo di pretese e che per buona parte della sua durata non ha nulla da dire, che si trascina fino alla fine per 50 lunghi episodi ripetendo stancamente le solite cose viste nelle quattro serie precedenti; fuori tempo massimo e incomparabile coi capolavori che Sunrise creava in quegli anni con le sue innovazioni.


Mai sottotitolato da fan, neanche anglofoni, God Sigma può essere guardato col solo doppiaggio storico italiano, che cambia i nomi dei robot e delle armi ma almeno mantiene inalterati quasi tutti quelli dei personaggi (a parte Kira Kensaku, divenuto un mostruoso Kiraken), seguendo - apparentemente - bene i concetti dei dialoghi e del senso della storia. Peccato, quindi, per una recitazione così spesso sovraccaricata da provocare ilarità e per il fatto che, per chissà che ragioni, non siano mai stati acquistati i diritti degli ultimi due episodi, costringendo lo spettatore odierno a doverseli guardare per forza in giapponese. La ciliegina sulla torta è rappresentato dal fatto che - sembra incredibile - la sigla d'apertura giapponese, ripetuta in ogni episodio durante la sequenza di agganciamento del robot (come sempre fatto in tutte le opere di Saburo Yatsude), è stata sostituita da una versione italiana giocosa e bambinesca, sia usata come nuova sigla, sia schiaffata al posto dell'originale durante il momento di formazione del God Sigma, con l'ovvio effetto di rendere trash quello che doveva essere un momento abbastanza galvanizzante per i bambini dell'epoca. Per finire, l'edizione italiana in DVD a cura di Mondo Video si limita a ripresentare i primi 48 episodi ostinandosi a non procurare i diritti degli ultimi due, ovviamente senza fornire neppure sottotitoli fedeli al giapponese per godersi l'opera con le battute originali.

Voto: 6 su 10

lunedì 12 gennaio 2015

Recensione: Si alza il vento

SI ALZA IL VENTO
Titolo originale: Kaze Tachinu
Regia: Hayao Miyazaki
Soggetto & sceneggiatura: Hayao Miyazaki
Character Design: Kitaro Kousaka
 Musiche: Joe Hisaishi
Studio: Studio Ghibli
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 130 min. circa)
Anno di uscita: 2013
Disponibilità: edizione italiana in dvd & blu-ray a cura di Lucky Red
  

Con l’annuncio di essere giunto al termine della sua carriera, Miyazaki ha gettato il fandom nello sconforto – d’altronde la sicurezza garantita dal guru dello studio Ghibli, puntuale ogni manciata d’anni con i suoi mondi da fiaba, coloratissimi e spensierati, è sempre stato appuntamento importante per il pubblico di tutto il mondo, appassionati d’animazione o meno. Ma se trovo superfluo ripercorrere ancora una volta la carriera di un autore fondamentale nell’evoluzione del mondo anime, pur considerando indispensabile solo una porzione del suo ben fornito curriculum, mi sembra inevitabile una riflessione circa la profondità e la maturità di un titolo come Si alza il vento, che mostra un Miyazaki sì fedele al suo universo incantato eppure molto, molto diverso. Nonostante la delicatezza da lui sempre mostrata nei suoi personaggi, una meravigliosa forza espressiva che esplode in caratteri femminili indimenticabili e in poetiche di una squisita delicatezza, alla luce di una serie di figure e di eventi esplorati in quest’ultimo lavoro il dispiacere nasce infatti non tanto dall’abbandono dalle scene del regista ma dalla maestria che Miyazaki non ha voluto, più che saputo, usare nelle sue opere precedenti.

Con Si alza il vento siamo ben oltre il gran congedo dopo una carriera colma di successi, la pellicola è probabilmente uno dei più grandi capolavori della storia dell’animazione, e lo è anche solo per la magnificenza con cui Miyazaki mette da parte i suoi temi più cari e sfruttati allo sfinimento, come la meraviglia della natura, la malvagità del progresso e quell’amabile buonismo sentimentale, per abbracciare emozioni più quotidiane e semplici che attraverso quelle forzature fiabesche non riusciva più a trasmettere. E questo perché Si alza il vento è un inconfondibile parto di Miyazaki, è un suo film al cento percento.

Al di là dei bellissimi e riconoscibili disegni, con quel tratto morbido ed espressivo come pochi altri, i personaggi si distinguono per quel sapore dolce che ha sempre impresso ai suoi protagonisti e le torsioni favolistiche rimangono ben incise dalla sua solita, enorme visività, ma ogni elemento non è usato, come un tempo, o come forse era diventata abitudine, come semplice mezzo per un’imponente sfarzo grafico con cui sommergere di roboante bellezza e zuccherosi sentimenti tutto quanto: la profondità e l’intelligenza nel raccontare la vita di Jiro Horikoshi, esistito realmente, sono qualcosa che Miyazaki non ha mai toccato in precedenza ma che sa padroneggiare con eccezionale abilità, e la maturità con cui compone la vita del costruttore d’aerei senza rinunciare alle sue lunghe bizzarrie visive è simbolo di una saggezza che, appunto, dispiace non aver incontrato prima nei vari Il mio vicino Totoro (1988) che, in fondo, Miyazaki ha sempre replicato di volta in volta.


Momenti di sorprendente poesia come l’impensabile uso della voce per creare vari effetti sonori anomali (l’arrivo del terremoto, il rombo dell’aereo), oppure le sequenze in cui Jiro incontra il suo mito, il progettista Caproni, in sogni sempre più stralunati, sono magie visive/sonore sulle quali sì la Ghibli e Miyazaki hanno costruito un impero ma che per una volta sono fluidamente ancorate a una narrazione pacata, tenera, spesso commovente nel mostrare la bellezza di un uomo che ha sempre inseguito un sogno, quello di costruire aerei dopo aver compreso che la miopia non può farlo diventare un pilota, ma non per questo sì è trasformato, come capita sovente di vedere nelle biopic dei cosiddetti geni, in un mostro o in un pazzo. Anzi, Jiro è certamente una persona buona come vuole la tradizione miyazakiana, e lo si vede sin da subito quando incontra per la prima volta Nahoko, il suo futuro grande amore, eppure non c’è alcun moralismo a emergere perché Jiro, prima di tutto, è una persona meravigliosamente vera, che prende decisioni difficili e che si arrabbia pur senza mai dimenticare l’ottimismo e quella ferrea determinazione per realizzare il suo desiderio più grande.

Miyazaki assembla le scelte di Jiro con maestosa eppure serena poesia, in centoventi minuti la sua vita viene esplorata con una naturalezza toccante che solo i più grandi sanno dirigere, ed è facile sorridere per quei momenti di normalità quotidiana e per l’amore che sboccia con Nahoko, rimanere coinvolti dall’energia trasmessa durante le lunghe sessioni lavorative e in fondo sperare, come spera lui, di essere sempre più vicini al momento che segnerà amaramente la storia del Giappone. I due aerei che Jiro progetterà diventeranno purtroppo famosi per l’impiego suicida che ne ordinerà l’impero giapponese durante la seconda guerra mondiale, e nel vedere i suoi occhi brillare di entusiasmo c’è sempre una goccia di tristezza che lascia spaesati e, al sopraggiungere della bellissima conclusione, emoziona con quel tocco leggero e delicato che Miyazaki ha impresso in tutto il film, senza mai straripare, senza mai concedersi a roboanti esagerazioni animate che, come in passato, avrebbero potuto essere di troppo.


Di fronte a simili capolavori le parole sfuggono e pare sempre di ripetere concetti che in fondo sono inutili, ogni commento è riduttivo e l’unica cosa possibile è vedere e rivedere Si alza il vento. Rimane solo un ultimo ringraziamento: grazie, Hayao, grazie di cuore per avermi fatto ridere e piangere con questa pellicola straordinaria.

Voto: 10 su 10

giovedì 1 gennaio 2015

Buon anno a tutti


E per le prossime due settimane, pausa anche per noi (sì, voglia di non fare un cazzo). :)

lunedì 22 dicembre 2014

Recensione: Galactic Armored Fleet Majestic Prince

GALACTIC ARMORED FLEET MAJESTIC PRINCE
Titolo originale: Ginga Kikōtai Majestic Prince
Regia: Keitaro Motonaga
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Rando Ayamine & Hikaru Niijima)
Sceneggiatura: Reiko Yoshida
Character Design: Hikaru Niijima (originale), Hisashi Hirai
Mechanical Design: Hiroshi Tani, Koji Watanabe, Yasuhiro Moriki
Musiche: Toshiyuki Watanabe
Studio: Dogakobo, Orange
Formato: serie televisiva di 24 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2013
Disponibilità: fansub in italiano a cura di SubZero


Ha troppi alti e bassi dietro il suo soggetto banale, Majestic Prince, per lasciare un segno o anche solo meritarsi una visione. Terza serie televisiva robotica a uscire in contemporanea nella primavera 2013 (insieme a Valvrave the Liberator e Gargantia on the Verdurous Planet), ma davvero troppo esile per venire consigliata, nonostante riscatti via via sempre con maggior dignità un inizio e una parte centrale di inaudito tedio.

La trama, fin dalle premesse, non potrebbe essere meno pretestuosa. In un lontano futuro, la Terra è attaccata dall'impero dei  Wulgaru. Fortunatamente per noi terrestri la principessa nemica Teoria, disgustata dai modi di fare della sua gente, abbraccia la nostra causa, si unisce alla razza umana portandole in dono la sua tecnologia aliena, il JULIA System, che permette quindi di costruire i potentissimi robottoni AHSMB (Advanced High Standard Multipurpose Battle Device). Presto, dunque, l'organizzazione militare-governativa terrestre Majestic Prince, forte nell'ingegneria genetica, diventa l'ultimo baluardo terrestre contro la minaccia aliena, schierando in prima linea contro i nemici il Team Rabbit, formato da cinque ragazzi dal DNA potenziato messi alla guida dei più potenti AHSMB.

Un simile concentrato di banalità, dopo tremila cloni passati (e futuri) nel genere, azzera fin da subito la speranza di una storia interessante: difettando in questo, è ovvio che Majestic Prince abbia ben poche carte da giocarsi per dire qualcosa, e queste non possono essere altro che un superbo disegno del cast e una gran cura negli elementi più spettacolari del robotico. Gli obiettivi sono però raggiunti solo lontanamente. Ingabbiato da un altissimo concentrato di distruttiva e noiosa azione robotica (i motivi si vedranno poi), Majestic Prince può quantomeno godere di un azzeccato cast di eroi principali: tra affamate svampite, mediocri mangaka in erba, cappelloni sfigati e amanti dei porno, di sicuro non ci si può lamentare di piloti già visti. Il team Rabbit, nonostante la banalità del contesto, risulta discretamente caratterizzato, abbastanza da ispirare quantomeno simpatia, anche grazie a un azzeccato numero di gag (principalmente verbali) e reazioni psicologiche (non si vede tanto spesso un gruppo di eroi così criticato e preso in giro dall'opinione pubblica per i ripetuti insuccessi, almeno dai tempi di Patlabor). Stesso discorso non si può purtroppo dire di comprimari, villain e alleati, semplice carta stagnola, ma la maggior parte dei momenti "tranquilli" almeno è vissuta da protagonisti piacevoli. Altro aspetto in cui brilla la produzione risiede sicuramente nel character design, in cui torna alla ribalta il talento di Hisashi Hirai: ormai abituato alle space opera robotiche, il pagato illustratore sforna ancora una volta un tratto riconoscibilissimo e spettacolare, con le sue immancabili, espressive figure date da linee minimaliste e colori sgargianti, questa volta  focalizzato su facce buffe e improbabili che risaltano la simpatia dei personaggi e i loro rapporti.


L'altra faccia della medaglia, ahimè, è difficile da difendere. Majestic Prince è lento, lento, lento. Fino quasi a metà serie è un seguirsi sfiancante di puntate totalmente d'azione, in cui per metà (o talvolta addirittura 1/4) episodio ci si sorbisce qualche dialogo e l'altro battaglie infinite. È giusto sottolineare la bellezza estrema dei robottoni principali (forti di un design scheletrico e colorato degno di essere accostato alle migliori creazioni di Mamoru Nagano), trasportati in animazione da una CG di livello altissimo, ma la regia inutilmente indiavolata e caotica di Keitaro Motonaga rovina tutto, impossibile esaltarsi con combattimenti così frenetici da non capirci assolutamente nulla, irritati da esplosioni di laser, colori e distruzioni che sembrano quasi formare una composizione epilettica priva di senso: è tutto tempo sprecato, decade alla radice il pur giustificato entusiasmo che vorrebbe evocare una serie robotica improntata alla spettacolarità. È in questo modo che i primi 15/16 episodi tediano come non mai, con inserti didascalici leggeri - simpatici quanto si vuole ma inutili - e tremendi, interminabili scontri stellari pessimamente coreografati. Impossibile, poi, prendere sul serio le minacciose composizioni musicali latineggianti che vorrebbero far sembrare chissà cosa le unità nemiche, visto che ogni eventuale carisma evocato da loro (o dal mecha design) si disintegra sul muro di una una messa in scena tanto dilettantistica.

Le cose migliorano nella seconda parte, quando finalmente le battaglie ne guadagnano in comprensibilità e, soprattutto, pur nell'economia di twist ampiamente collaudati, i protagonisti trovano più spazio per approfondimenti psicologici: non certo da bucare lo schermo, ma ci si inizia, pur con qualche riserva, ad affezionarsi al gruppo, a dispiacersi per la morte di qualcuno, a preventivare un finale in cui si consolidino sentimenti e sboccino love stories. Majestic Prince diventa una visione abbastanza scorrevole, ma ecco che il tutto scema di nuovo nelle puntate finali dove l'azione ritorna totale, preponderante, insopportabile e mal diretta. Il caos registico torna a straziare gli occhi rendendo nocive battaglie così assurdamente lunghe e criptiche che sembra solo di vedere luci in movimento, il tutto si riduce a un'orgia di azione fine a se stessa e inguardabile, che occupa tutto il tempo riducendo allo zero i momenti introspettivi e dialogici, facendo sperare allo spettatore che il tutto finisca il prima possibile perché non ne può più. Semplicemente sfiancante, e in grado di far rivalutare in negativo l'opera intera.


Passino la storia non pervenuta e un pessimo cast (o almeno buona parte di esso), ma giunti a quel punto non possono bastare dei buoni protagonisti e buoni rapporti interpersonali a riscattare una serie improntata principalmente su azione fine a se stessa che non avvince. Sicuramente nel genere c'è stato e ci sarà tanto di peggio, ma questo non rende automaticamente degna di essere vista una produzione troppo lunga e avara di soddisfazioni per quel pochissimo che ha da dire.

Voto: 5,5 su 10

lunedì 15 dicembre 2014

Recensione: Capitan Harlock il pirata dello spazio

CAPITAN HARLOCK IL PIRATA DELLO SPAZIO
Titolo originale: Uchū Kaizoku Captain Harlock
Regia: Rintaro
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Leiji Matsumoto)
Sceneggiatura: Haruya Yamazaki, Shozo Uehara
Character Design: Kazuo Komatsubara
Mechanical Design: Studio Nue
Musiche: Seiji Yokoyama
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 42 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1978 - 1980
Disponibilità: fansub in inglese a cura di Live-Evil


In un lontano anno 2977, la Terra, ormai drogata di benessere, è in preda a una totale apatia intellettuale e crisi di valori, non riuscendo neppure a rendersi conto del pericolo rappresentato dal popolo spaziale delle mazoniane, che intendono conquistare il pianeta per farne la loro nuova casa. L'unica speranza per un'umanità addirittura ignara della minaccia risiede nell'equipaggio di pirati spaziali dell'Arcadia, una gigantesca astronave dalle grandi capacità belliche a forma di galeone spagnolo, che solca il cosmo guidata dal capitano Harlock, spirito libero e anticonformista.

Impossibile negare la celebrità del più famoso pirata nipponico, Harlock, icona immortale e rappresentativa non solo del mangaka Leiji Matsumoto, ma anche dell'animazione giapponese tutta, al pari di un Lamù, un Gundam o un Mazinger Z. Siamo alla fine degli anni '70, e Leiji Matsumoto, dopo la riabilitazione commerciale della Corazzata Spaziale Yamato (1974) e il buon successo di Danguard Ace (1977), è pronto a fare il grande salto di qualità, trovando in Toei Animation il giusto partner in grado, per la prima volta, di portare in animazione una sua opera interamente voluta. Nessun soggetto originale: questa volta ad arrivare in tv nel marzo 1978 è un adattamento di un suo manga iniziato già un anno prima, Capitan Harlock il pirata dello spazio, e questo titolo di culto dà ufficialmente, su carta e in animazione, il battesimo al Leijiverse, quell'insieme di opere fantascientifiche, tutte create da Matsumoto, legate insieme in uno stesso, poetico universo narrativo (pur con abbondanti contraddizioni che rendono difficile stabilire una continuity perfetta, ma di questo se ne parlerà nei titoli successivi).

"Poetico" non è un aggettivo usato a sproposito: è davvero l'unico modo di definire la filosofia che anima i titoli dell'autore e che trova perfetta rappresentazione in Harlock. Anche se quella di Matsumoto è nominalmente fantascienza, con pianeti alieni, extraterrestri e grandi battaglie spaziali tra massicce astronavi dotate di cannoni laser, l'approccio scelto per rappresentarla è del tutto irrealistico e romantico: nel design minimalista, "giocoso" e improbabile delle astronavi e delle attrezzature tecnologiche (galeoni spagnoli volanti, locomotive dell'800 che solcano lo spazio, etc), nei sentimenti e nei valori fatti propri dai Matsumoto heroes, e nelle azioni e nei modi di pensare del tutto impossibili e fuori da ogni logica per giustificare i grandi ideali di questi ultimi. Nelle sue opere, l'autore riversa in modo chiaro i suoi valori politici destrorsi, ma questo non necessariamente dona alla storia connotazioni fasciste o eticamente discutibili, ma anzi, riesce più volte a renderli poesia. Con evidente simpatia per il culto del Superuomo, in spregio verso l'omologazione culturale, in Capitan Harlock Matsumoto dipinge una società mondiale allo sbando, del tutto inebetita dal benessere, rappresentata fisicamente in modo tozzo, grottesco e caricaturale e governata da fannulloni dediti al puro edonismo. In mezzo a un oceano di mediocri spiccano, per merito della loro caratura morale, i componenti dell'Arcadia, guidati da Harlock e dai suoi più stretti collaboratori, questi disegnati, invece, in modo adulto e realistico. Il capo dei pirati, volutamente perfetto (non sbaglia mai nessuna mossa, sa sempre scegliere l'opzione giusta, è lo Übermensch), romanticamente tenebroso e malinconico, il cui volto è solcato da una misteriosa cicatrice, rappresenta una bandiera di libertà, di autonomia intellettuale, di coraggio e altruismo; un faro, insomma, per accogliere sull'Arcadia qualunque individuo voglia diventare un Uomo, trovare riscatto morale e combattere per difendere il proprio pianeta, non importa se al costo di non conoscere nessun ringraziamento da parte di un governo corrotto che si rifiuta addirittura di riconoscere l'esistenza delle mazoniane.

Nel manga (e quindi, di riflesso, nell'adattamento animato), Matsumoto rende Harlock una bandiera, un concentrato di moralità che spazza via, virilmente, il degrado. Per l'affascinante pirata spaziale, un combattimento leale e senza sotterfugi, il rispetto verso il nemico, una morte gloriosa, il cameratismo o il rispetto di una promessa fatta al proprio migliore amico sono i valori più grandi e importanti di questo mondo, da mantenere a costo della vita, anche se questo comporta il creare grossi problemi o essere contrario a ogni norma di buon senso. In sostanza, l'idealismo sognante e il segno grafico distintivo (corpi tozzi, eroi dalle fattezze reali e ragazze dalle forme slanciate e affusolate, come se non fossero di questo mondo) sono le basi fondanti del fumetto di Matsumoto e di un po' tutte le sue opere. Nei vari manga, poi, addirittura il finale spesso sarà volutamente aperto e inconcluso, perché l'autore ritiene che siano più importanti il percorso e i messaggi da recepire più che il punto di arrivo1 (nonostante in animazione questa regola non varrà quasi mai poiché deve adattarsi alle pretese del grande pubblico).


La versione animata di Capitan Harlock del '78, supervisionata dallo stesso Matsumoto, è di qualità buona, a tratti ottima, anche se pecca in alcuni problemi strutturali che forse spiegano il perché fu accolta freddamente all'epoca in madrepatria, tanto da concludersi, con lo sconforto dell'autore, in anticipo rispetto alla sua durata inizialmente prevista2, dopo "solo" (per l'epoca) 42 episodi. Pur seguendo abbastanza fedelmente il fumetto, gli sceneggiatori infarciscono la trama di riempitivi scritti negligentemente, che dicono fin troppo spesso le stesse cose: Harlock e l'Arcadia che finiscono in una trappola delle mazoniane (delle quali fanno poi enorme strage), amori dell'equipaggio che non vanno mai a buon fine, alleati appena conosciuti che muoiono subito dopo in un glorioso attacco kamikaze contro le mazoniane e soprattutto le terribili, infinite disavventure dell'orfanella Mayu, figlia del miglior amico di Harlock, inventata nell'anime per rappresentare - sconfinando però nel tragicomico - l'idealismo dell'eroe, il quale ha promesso di farla studiare sulla Terra e perciò la riporta sempre lì dopo averla salvata, anche se è trattata come una schiava dai terrestri (e l'eroe lo sa) e anche se questo significa condannarla più e più volte a venire rapita e usata nuovamente come ostaggio. Ancora, gli eroi principali dell'equipaggio dell'Arcadia, dopo una prima ottima metà di serie di presentazione in cui ben emerge la loro personalità, vengono poi del tutto lasciati a se stessi, come a voler bloccare la loro evoluzione (esempio lampante il giovane Daiba Tadashi, protagonista principale per buona parte della storia e poi oscurato da Harlock che gli prende il posto), in vista di quell'enormità di filler che si concentrano nella seconda parte. Ulteriore beffa è data dal fatto che Harlock, eroe assoluto nella seconda parte, è così "perfetto" da risultare molto meno interessante dei suoi sottoposti, più umani in vizi e difetti.

Capitan Harlock è una serie animata estremamente lenta ed, essendo composta per la maggiore da episodi sul tenore di quelli citati, finisce col diventare presto molto stancante. Fortunatamente a tratti sa graffiare e a fondo: la prima metà di serie, di presentazione e vista, come detto, dagli occhi di Daiba, appena entrato nell'equipaggio, è ben scritta e resa interessante dalla lenta scoperta della personalità del cast e dai misteri sulle origini delle mazoniane e del migliore amico di Harlock. Ottimi anche gli episodi che approfondiscono le vicende individuali dei componenti dell'Arcadia, e qua e là qualche riempitivo più creativo del solito. Buoni anche i (pochi) episodi usati per umanizzare i comportamenti delle gerarchie mazoniane, e lo scontro finale narrato nelle ultime due puntate (in cui, per non farsi mancare niente, lo staff idea un finale coerente fino in fondo con la visione politica dell'autore). Infine, l'aura malinconica e romantica della serie, quando non scivola in scelte ridicole per sottolineare gli idealismi, è molto coinvolgente, toccando caratterizzazioni complesse e un melodramma di base molto teatrale (la figura di Mime, il passato di Kei, etc). Sono sprazzi di ottima animazione che fanno a pugni con la qualità mediocre e stucchevole dei tanti riempitivi; bisogna tenerne conto ai fini della valutazione finale, e fa quasi sorridere pensare che, se non ci fossero stati i bassi indici di ascolto, probabilmente le puntate inutili sarebbero andate avanti ancora a lungo.

Tecnicamente, l'opera si difende bene pur senza esagerare. I disegni di Kazuo Komatsubara fanno il loro dovere nel dare colore e sostanza ai personaggi, anche se è palese che del famoso chara designer la personalità è irriconoscibile, essendo obbligato ad adeguarsi alle personalissime deformità e sproporzioni (occhi piccolissimi, teste enormi) di Leiji Matsumoto. Le animazioni sono decenti, nonostante, visto l'approccio lento e riflessivo della trama, l'azione sia scarsa (quasi tutto si riconduce a lunghi dialoghi, primi piani per sottolineare il carisma di Harlock e sequenze immobili, lente e raffinate, per evocare il lirismo delle situazioni). Di maggior interesse il sontuoso, epico accompagnamento orchestrale di Seiji Yokoyama, molto solenne e adattissimo alle atmosfere belliche e malinconiche (indimenticabile la sigla di apertura), e soprattutto la regia di Rintaro e del suo staff: Rintaro (vero nome Shigeyuki Hayashi) ha grande talento ed è proprio Capitan Harlock a farlo entrare nel mito, permettendogli di sfoggiare una regia d'autore elegante e cinematografica, abbinata a un uso creativo di luci, colori ed effetti speciali.

Agli occhi di chi scrive, Capitan Harlock rimane una serie iconica e piena di interesse, ma che su certe questioni è invecchiata male; anche parecchio, talvolta, nel trattare con troppa ingenuità gli ideali romantici di cui vorrebbe farsi portavoce, diventando spesso fin troppo ridondante nel ripeterli all'infinito, peccando di fantasia. Addirittura, ritengo che anime e manga omonimo abbiano entrambi dei pregi e dei difetti tali da risultare l'uno complementare all'altro, è difficile arrivare a dire quale sia il media in cui la storia si è espressa meglio (su carta, dove procede più spedita e compatta ma senza un finale, o in tv con una bella conclusione ma tantissimi riempitivi mediocri?). Rimane, a ogni modo, una visione di culto, giustamente riscoperta e celebrata nel tempo e che originerà molti rifacimenti, col grosso merito di rappresentare la prima vera opera personale di Leiji Matsumoto, senza pressioni o mediazioni con i produttori. 


Curiosità: uscito il 22 luglio 1978, presumibilmente al Toei Manga Matsuri, il semisconosciuto film Mystery of the Arcadia consiste in una versione estesa dell'episodio 13, in widescreen e con l'aggiunta di dieci minuti scarsi di animazione inedita. Sorvolabile.

Nota: in Italia, Capitan Harlock è arrivato nel 1979, trasmesso su Rai 2 con un ottimo doppiaggio ma con il solito adattamento superficiale. Rispetto al Giappone, qui il pirata spaziale è piaciuto fin da subito, divenendo uno degli anime più celebrati nella nostra penisola. L'edizione italiana in DVD, curata da Yamato Video, come sempre non contempla sottotitoli fedeli per godersi l'opera come originariamente voluta. Per questo, diventa inevitabile rivolgersi al fansub in lingua inglese.

Voto: 7,5 su 10

ALTERNATE RETELLING
Captain Harlock: Mystery of the Arcadia (1978; film)

FONTI
1 Vedere intervista a Leiji Matsumoto riportata nell'articolo di animeclick del 28 novembre 2014. Pagina web, www.animeclick.it/news/40993-reportage-dellincontro-con-leiji-matsumoto-capitan-harlock
2 Volume 4 di "Ken il guerriero", "Ken il guerriero, l'eroe controcorrente", d/visual, 2006

lunedì 8 dicembre 2014

Recensione: Space Adventure Cobra

SPACE ADVENTURE COBRA
Titolo originale: Space Cobra
Regia: Osamu Dezaki, Yoshio Takeuchi
Soggetto: Buichi Terasawa (basato sul suo fumetto originale)
Sceneggiatura: Buichi Terasawa, Haruya Yamazaki, Kenji Terada, Kosuke Miki, Kosuke Mukai
Character Design: Akio Sugino, Shinji Otsuka
Mechanical Design: Katsushi Murakami (non accreditato)
Musiche: Kentaro Haneda
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie televisiva di 31 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anni di trasmissione: 1982 - 1983
Disponibilità: fansub in lingua inglese a cura di Gokmen Subs


Con il suo irresistibile mix di atmosfere, da Barbarella (1962) e Star Wars (1977), la regia straordinaria e il protagonista guascone che pare un Lupin the 3rd fantascientifico, era impossibile non innamorarsi, nel luglio 1982, di Space Adventure Cobra, grandiosa pellicola, firmata da Osamu Dezaki, che portava ulteriore fama e onore al fortunatissimo manga di Buichi Terasawa (anche sceneggiatore del film). Il successo, da quello che si legge in giro, pur non trascendentale1, deve essere stato quantomeno discreto; non si spiegherebbe altrimenti, giusto qualche mese dopo, come gli elementi più importanti dello staff (Terasawa compreso) si ritrovassero al timone addirittura della trasposizione fedele del fumetto omonimo, potendo contare su un largo budget generosamente profuso da Tokyo Movie Shinsha. Il risultato commerciale, come si vedrà, sarà positivo, testimoniato da un ottimo indice di ascolto (un abbondante 10% medio2), ma qualitativamente alla fine lascerà gli spettatori un po' interdetti, con una continua altalena di alti e bassi che originano una sensazione contrastante.

Un po' come accadeva ai tempi de L'imbattibile Daitarn 3 (1978), il succo di Cobra si regge unicamente sul carisma scenico di un protagonista virile, macho e acrobatico, bevitore e donnaiolo, che per buona parte del tempo è protagonista di storie d'azione l'una uguale all'altra, in cui corre, salta, spara e fa strage di milioni di alieni e pirati cattivi che vogliono toglierlo di mezzo o trattare male le splendide (e svestite) ragazze per cui perde regolarmente la testa. Ambientazioni puramente fantascientifiche, con ampia mostrologia aliena parlante, pistole laser e astronavi che sembrano uscite da un film di George Lucas, Un conto è assistere, come nel lungometraggio, a un'unica avventura ispirata in cast e ambientazioni, e un conto è ripetere il concetto per una lunga serie da 31 puntate interamente rette su azione nonstop. Pochissimo è il background dato all'eroe Cobra, alla sua fedele compagna robotica Lady e a un po' tutti i comprimari/antagonisti che i due incontrano in ogni nuova avventura: nulla è aggiunto alla già basica trama del film, il succo è che Cobra è il Maschio dominante, imbattibile e autoironico, rubacuori e infallibile cecchino. Che il muscoloso cinema d'azione americano sia la più grossa fonte di ispirazione per l'opera, è abbastanza palese; che vedere lo Stallone/Willis di turno fare le solite cose per un sacco di tempo, sempre nel contesto di soggetti basilari, sia apprezzabile e non annoi, beh, questo è ovviamente un altro paio di maniche. Sta a chi guarda trarre le proprie considerazioni, se fare cioè parte di quella nicchia di pubblico che ama visceralmente il cinema fracassone ed è in grado di reggere una serie basata sul solo carisma tamarro del biondo eroe in calzamaglia o meno, questo è palese. Così come è palese che raramente, come in questo caso, la votazione finale non può che essere molto arbitraria e suscettibile ai gusti. Tuttavia, tra le considerazioni più concrete da fare, non può non starci la critica verso la qualità, fin troppo discontinua, dei numerosissimi riempitivi che costellano la storia.



La serie, come il manga, si basa su cicli narrativi dal numero di episodi variabile, intervallati da avventure autoconclusive di una sola puntata spesso svogliate, che imbastiscono le solite acrobazie con spunti davvero risibili. I vari "cicli" sono quasi tutti (escluso quello noiosissimo del rugball, immancabile sport distopico e violentissimo) elaborati e suggestivi, in cui convergono le idee più stravaganti dell'autore e in cui anche i vari cast sono maggiormente caratterizzati. Quello principale, lungo quasi mezza serie, che copre gli episodi 3-12 (la vicenda delle tre sorelle, rielaborata interamente da Dezaki nel film) è emblematico in tal senso: un autentico capolavoro, giostrato su ambientazioni intriganti, colpi di scena spiazzanti, indimenticabili momenti d'azione, nemici carismatici e una battaglia finale epicissima e grottesca. Peccato, dunque, che la grandezza della serie si noti proprio in questi segmenti, appiattendosi notevolmente nei riempitivi. Si apprezza come il buon Terasawa cerchi di contribuire alla varietà con ogni mezzo (con flora e fauna alieni sempre più bizzarri, sanguinarie scene di morte della vittima di turno, un alto tasso di cadaveri e dramma e un Cobra amante della parità dei sessi che con la sua Psycho-gun sfonda il petto a qualsiasi nemico, uomo o donna che sia), ma è dura creare avventure brevissime che lascino il segno in così poco tempo, sempre mostrando la stessa solfa, sempre sparatorie, sempre acrobazie, sempre bambole vestite in abiti succintissimi (e nonostante questo il livello erotico è parecchio scemato rispetto all'originale) che sembrano l'una la copia dell'altra. Non è raro scoprirsi a seguire svogliatamente la mini-avventura di turno perché ormai assuefatti alle solite cose.

Contribuisce a risollevare le sorti del titolo il grosso budget stanziato: Cobra è sicuramente uno dei titoli televisivi meglio animati del periodo, potendo usufruire quasi sempre di eccezionali animazioni, disegni come di consueto curatissimi (il "solito" Akio Sugino), movenze fluide e fondali/effetti speciali splendidamente realizzati che alimentano il senso di meraviglia delle ambientazioni. C'è anche qui un ma: anche se nominalmente adibito alla regia, il grande Osamu Dezaki se ne occupa parzialmente, dirigendo qualche puntata e approvando quelle dirette da altri componenti del suo staff. Si nota bene che il team sia influenzato dal suo stile, ma le inquadrature oblique e gli split screen, così tipici di lui, sono rari, così come gli sfondi-cartolina (anche se questo potrebbe essere dovuto al fatto di lavorare con un grosso budget e al non avere bisogno di usarli come ripiego): si avverte che non è un'opera sua al 100% e forse neanche lui la deve avere sentita come tale, se a metà serie non ha avuto problemi ad abbandonarla, insieme ad Akio Sugino (sono rimpiazzati rispettivamente da Yoshio Takeuchi e Shinji Otsuka), per lavorare insieme sul lungometraggio, sicuramente più personale, Golgo 13: The Professional (1983)3. Il fatto che la loro partenza quasi neanche si senta e tutto sembri fino alla fine identico a prima, potrebbe dirla lunga o su come lo staff li copi bene, o sulla poca personalità che i due ci hanno messo. Sicuramente, la regia della serie non si avvicina neanche lontanamente alla direzione divina del lungometraggio.


Nonostante tutto, l'opera ha i suoi bei momenti e culmina in un finale sì affrettato (la mini-saga finale dura giusto 4 episodi, presentando un sacco di comprimari privi della più basilare caratterizzazione), ma che comunque, come invenzione anime-only (la trasposizione del manga copre gusto i primi 8 volumi su 18 totali), è soddisfacente nella creatività delle situazioni, nel suo spettacolare combattimento finale e nel presentare un'accettabile conclusione definitiva all'intera vicenda di Cobra, prima che venticinque anni dopo la saga venga resuscitata dallo studio Magic Bus. Chi ama in modo sfegatato un genere così "individualista" come quello di Cobra, probabilmente aggiungerà un voto abbondante alla valutazione finale.

Voto: 7 su 10

SEQUEL
Cobra the Animation: The Psycho-gun (2008-2009; serie ova)
Cobra the Animation: Time Drive (2009; serie ova)
Cobra the Animation (2010; tv)


FONTI
1 Il mucchio selvaggio n.698, Stemax S.r.l., 2012, pag.137
2 Saburo Murakami, "Anime in TV", Yamato Video, 1998, pag.75
3 Mangazine n.21, Granata Press, 1993, pag.48

lunedì 1 dicembre 2014

Recensione: La storia della Principessa Splendente

LA STORIA DELLA PRINCIPESSA SPLENDENTE
Titolo originale: Kaguya-hime no Monogatari
Regia: Isao Takahata
Soggetto: Isao Takahata
Sceneggiatura: Isao Takahata, Riko Sakaguchi
Character Design: Kenichi Konischi
Musiche: Joe Hisaishi, Shinichiro Ikebe
Studio: Studio Ghibli
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 137 min. circa)
Anno di uscita: 2013
Disponibilità: edizione italiana in dvd & blu-ray a cura di Lucky Red


È una felice coincidenza che i due pilastri dello Studio Ghibli giungano al medesimo traguardo nel medesimo momento, un ultimo capolavoro ciascuno con cui congedarsi maestosamente: il progetto iniziale prevedeva un’uscita in contemporanea come accaduto venticinque anni fa per Il mio vicino Totoro e Una tomba per lelucciole, alcuni ritardi di produzione impediscono che ciò accada ma il tempo che passa tra i due non è molto. Da una parte Miyazaki si scosta per una volta da certi contesti magici per abbracciare una visione più realistica e di commovente profondità, rinnovandosi meravigliosamente pur rimanendo comunque sempre sé stesso con il bellissimo Si alza il vento, dall’altra Takahata torna a scrivere e dirigere dopo quasi quindici anni (e con una produzione durata ben otto) mettendo da parte la consueta sperimentazione - comunque ben presente e importante - per una storia che ha radici profonde nella tradizione nipponica e che, pur essendosi già prestata a non poche trasposizioni (la più famosa di tutte è probabilmente La regina dei mille anni di Leiji Matsumoto, 1981), è ancora valido materiale per grandi sentimenti.

La storia della Principessa Splendente diventa infatti ghiotta occasione per una nuova rappresentazione della quotidianità: Takahata ha sempre brillato parlando del normale e quieto vivere, mostrando la vita di tutti i giorni tanto nelle sue parentesi più raggianti quanto nelle tragiche sfumature che può subire, con una competenza e una sensibilità da lasciare senza fiato. E in fondo, ciò che racconta in quest’ultimo, meticoloso, straziante capolavoro (indegnamente risoltosi in un ennesimo flop ai botteghini giapponesi), è proprio la vita di Gemma-di-bambù, una neonata trovata all’interno di un fusto di bambù da un anziano contadino e cresciuta come fosse sua figlia.

L’accenno fantastico non è fondamentale per inquadrare la pellicola, ma ne è strumento per far esprimere la ragazza in tutta la sua forza, da bambina piena di energia a ragazzina ribelle fino a diventare sottomessa nobildonna, ma di spirito indomabile, circondata da una corte di regnanti e schiere di servitù. La sua è infatti una vita triste, obbligata, condizionata da un tunnel privo di diramazioni, che il padre ha ottimisticamente e ingenuamente edificato credendo di farle raggiungere quella felicità che un contesto montanaro le avrebbe a convinzione sua invece negato. Ma l’acquisto di un titolo nobiliare grazie ai soldi concessi dall’anomala natura della figlia, lo sfarzo esagerato fatto di tessuti preziosi e palazzi immensi dove coccolarsi, e infine la promessa di un amore impavido e robusto non corrispondono chiaramente alle richieste di Gemma-di-bambù, che vorrebbe semplicemente essere se stessa come quando, da piccina, giocava con i ragazzini del vicinato rincorrendosi tra i prati e le alture.


La gioia non viene dai soldi ma dagli affetti, e Gemma-di-bambù, divenuta Principessa Splendente una volta abbandonata la montagna e l’infanzia, non ha nessuno: ancelle, servitrici e spasimanti affollano i suoi spazi, ma la sua solitudine rimane evidente e feroce, soprattutto quando la direzione narrativa comincia a svelarsi, creando un vero e proprio background alla ragazza, privandola quindi anche di quell’aspetto favolistico che in qualche modo sembrava darle riparo. La grazia con cui respinge e rimanda doni e favori amorosi, il silenzio con cui accetta i voleri del padre perché nonostante tutto ne capisce gli intenti (per quanto sbagliati), il fuggire ciecamente e senza ripensamenti in quell’attimo di vita sfolgorante e mai più provato, e in generale il suo progressivo sottrarsi alla vita colpisce e fa male attraverso particolari che risaltano nella loro crudele bellezza: le mani che tremano quando parla, gli sguardi pieni di tristezza, le parole dette agli spasimanti con la voce spezzata…

La sofferenza di Principessa è però percepita a un livello più profondo, perché l’estetica e l’andamento del film sono comunque ancorati a quella narrazione luminosa e divertente tipica della Ghibli. I disegni, la solarità e il dolce umorismo fiabesco attutiscono il peso della pellicola con un’eleganza che forse solo Takahata poteva esprimere con questa potenza: il tratto appena accennato e i colori tenui esaltano espressioni ora cartoonesche ora di deliziosa bellezza (i capelli e gli occhi di Principessa sono meravigliosi pur con linea estremamente semplice e spartana); i personaggi sprizzano colori e sfumature pur nascendo da caratteri-chiave, tipici della favola; e le musiche di Joe Hisaishi, sempre lievi e impalpabili con soffusi interventi di piano, esplodono nella fase conclusiva con un motivo straniante e allegro mentre un terremoto di sogni infranti si abbatte a terra disintegrando ogni speranza. E questa sequenza, questo lungo momento di brutale pena, porta con sé la pesante eppure splendente parabola della povera Principessa, una ragazza che ha sofferto per tutta la sua vita ma che ha resistito e desiderato fino alla fine che la felicità, quella vera e non quella costruita involontariamente dal padre, potesse arrivare. Purtroppo le rimane soltanto un incantevole sogno a occhi aperti mentre la commozione di chi guarda, un pianto vero e sincero, credo sia giustamente e straordinariamente inevitabile.

Voto: 9 su 10

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