lunedì 19 maggio 2014

Recensione: La spada dei Kamui

LA SPADA DEI KAMUI
Titolo originale: Kamui no Ken
Regia: Rintaro
Soggetto:(basato sul romanzo originale di Tetsu Yano)
Sceneggiatura: Mori Masaki
Character Design: Morimi Murano
Mechanical Design: Katsumi Itabashi
Musiche: Ryudo Uzaki, Eitetsu Hayashi
Studio: Mad House
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 132 min. circa)
Anno di uscita: 1985
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Yamato Video

 

Tradizione e avanguardia si scontrano a meraviglia nel quarto lungometraggio di Rintaro, siamo nel 1985 ma la sua visione è limpida e per certi versi incredibile, basti vedere cosa riesce a combinare in questo La spada dei Kamui, progetto ambizioso, molto lungo (due ore e quindici), di certo non perfetto e che farà fiasco nei cinema dell'epoca1, ma del quale rimane indelebile la capacità di stupire non tanto tecnicamente (in fondo anima Mad House e c’è da fidarsi ciecamente), bensì per l’interessante, originale e freschissima personalità atmosferica con cui l’avventura di Jiro prende vita.

Storia di formazione dalla contestualizzazione storica, il periodo in esame è il tardo Edo con lo shogunato Tokugawa prossimo alla sua fine, La spada dei Kamui racconta del piccolo Jiro, trovatello erroneamente accusato di aver ucciso la madre adottiva e la sorella acquisita. Mosso da confusione, tristezza e soprattutto rabbia, l’incontro con il monaco buddista Tenkai lo porta a uccidere il padre credendo si tratti del vero assassino, ma in realtà il suo mentore ha intenzione di insegnarli l’arte del ninja per uno scopo egoista e misterioso, tra realtà e leggenda, che lo porterà ad attraversare l’oceano e a trovare risposte soltanto in America, per poi tornare in Giappone e concludere quello che in passato era stato troppo acerbo per capire realmente. È uno schema tipico quello su cui Mori Masaki struttura il film, la crescita di Jiro tra sofferenze e rancori ben si presta a un parallelo con la maturazione con cui riesce solo in un secondo momento ad affrontare la perdita della famiglia amata per rendersi man mano conto di ciò in cui l’odioso Tenkai l’ha infilato: ciò che prima lo porta alla ricerca di un verità che sconfina nel mito e solo successivamente si trasforma in gelida vendetta è narrativamente delineato con cura in una prima metà molto fascinosa e sentita, dove flashback e variazioni di ritmo danno calore e sentimento alla tragedia e a quello che ne consegue, mentre si blocca in un parziale ristagnamento quando Jiro trova piena coscienza di sé e l’attesa per lo scontro finale sembra tramutarsi in un continua proroga della final battle in favore di una cronistoria sbrigativa e superficiale dell’atto finale dello shogunato che vive sullo sfondo. Si ha quindi l’impressione di un qualcosa di incompiuto, o meglio, di un plot gonfio di situazioni e personaggi, tutti caratteristici e con carisma da vendere tra ninja, samurai, monaci, pirati, marinai, schiavi, cowboy e indiani, accostati però a digressioni storiche dove nulla accade di realmente significativo per la pellicola, troppo concentrata, giustamente, sulla storia che racconta per riuscire a dare equa rilevanza anche ai complessi avvenimenti reali che vengono di conseguenza toccati soltanto di striscio – bruttine le sequenze di testi su schermo come riepilogo – o sfiorati con un azzardo che ha più del ridicolo che del fascino storico (Mark Twain, alcuni accenni sugli indiani d’America ), in generale elementi dei quali la vendetta di Jiro non aveva bisogno.


Ma in fondo è poco male, non è la storia ciò che più importa de La spada dei Kamui, per quanto piacevole, curiosa, ben giostrata nei tanti personaggi e in alcuni punti discretamente misteriosa come vuole l’avventura più classica, ma la strepitosa regia di Rintaro, uno stratosferico saliscendi di colori e invenzioni con il quale, già trent’anni fa, dava nuovi significati a termini quali “esagerazione” e “spettacolarità”. Niente di sterile, infatti, non un semplice sfoggio di tecnica masturbatoria facile da inscenare con l’high budget della Mad House alle spalle, non un pallido eccesso per pompare la visività (tutte cose comunque presenti, basti pensare all’alto tasso di violenza, ai fiumi di sangue che vengono sparsi o anche solo all’armatura di Tenkai), bensì un amalgama a tratti mirabolante di musiche e fotografia con le quali crea un’atmosfera pazzesca che solo nella sua contestualizzazione ottantina, e sicuramente con una punta di nostalgia, trova magnifica sublimazione. Tutte le battaglia che Jiro affronta grondano fantasia da ogni inquadratura, tra ninja nemici che appaiono ora come ombre ora come danzatori di una qualche litania oscura e avversari combattuti in piano sequenza dove i colori si alternano a seconda dei colpi inflitti, La spada dei Kamui si distorce spesso in un trip psichedelico di forme stilizzate che trasformano meravigliosamente i personaggi e i bei disegni di Moribi Murano in qualcosa d’altro, figure variopinte e terribili che si muovono nelle ombre rubando luce e colori al ritmo di inquietanti cori di voci (strepitoso e angosciante il theme dell’attacco dei ninja) e pregevoli melodie chitarristiche di stampo prog.

La spada dei Kamui è opera di fascino epocale, il suo tripudio lirico e raffinato possiede un valore artistico altissimo che solo pochi grandi nomi sono riusciti a padroneggiare con la stessa capacità. Da non perdere.

Voto: 8,5 su 10


FONTI
1 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag.103

6 commenti:

Enrico D. ha detto...

L'ho visto per curiosità, dato il bel voto.
A mio modo di vedere non va oltre il 7. La cosa più bella è che sprizza anni '80 da tutti i pori, anni '80 di qualità intendo, ma la trama non si può proprio vedere. Cioè, ogni volta che muore qualcuno (o sta per morire qualcuno) si viene a sapere che è in qualche modo imparentato col protagonista... capito il meccanismo la cosa diventa quasi comica. Due ore di parenti morti e 3 minuti di vendetta col cattivo. Se Jiro avesse avuto un porcellino d'india sarebbe schiattato pure quello xD

Rocket-Buddha ha detto...

Il mio film sui Ninja preferito, scavalca addirittura il più popolare Ninja Scroll. A mio avviso nessun'altro registra ha rappresentato questi letali e fulminei guerrieri così bene, grazie soprattutto al martellante e ipnotico leit motiv che li accompagna.

Simone Corà ha detto...

@ Enrico D. : sì, è vero, la trama non è il massimo ma nella sua semplicità, nonostante qualche lacuna (soprattutto nella parte finale), è ottimamente funzionale, è strutturata bene e narrata altrettanto, e in generale diventa una base perfetta per la regia di Rintaro, che è ovviamente il piatto forte del film, ma non per chissà quale spettacolarità, ma proprio per una visionarietà impressionante, questa è pura avanguarda, sperimentazione, controllo del mezzo con una personalità enorme. :)

Simone Corà ha detto...

@ Rocket-Buddha: vero, quel leit motiv è terribile, è inquietantissimo e rappresenta alla perfezione il loro agire. :)

frizio ha detto...

film stupendo,da 10 se fosse durato mezz'ora in meno,magari 90 minuti.
anche la storia mi è piaciuta,l'incontro tra i ninja e,dall'altra parte dell'oceano,gli indiani e i cowboy l'ho trovato veramente azzeccato!
sulla regia e realizzazione è già stato detto tutto,manca solo solo che nello staff di rin taro c'era un giovane yoshiaki kawagiri(e a posteriori si capiscono mooolte cose:))

Simone Corà ha detto...

Vero, sì, è fin troppo lungo, ma tutto sommato regge sempre bene e non stanca. (Ecco, per dirti, per me è la parte dei cowboy a essere in più...)

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