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domenica 12 marzo 2017

Recensione: La ricompensa del gatto

LA RICOMPENSA DEL GATTO
Titolo originale: Neko no Ongaeshi
Regia: Hiroyuki Morita
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Aoi Hiiragi)
Sceneggiatura: Reiko Yoshida
Character Design: Satoko Morikawa
Musiche: Yuji Nomi
Studio: Studio Ghibli
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 75 min. circa)
Anno di uscita: 2002
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Lucky Red


Sempre di fretta, male organizzata, incapace di dire quello che andrebbe detto al momento giusto e solitamente in balia degli eventi, la liceale Haru Yoshioka non riesce a vivere il suo tempo come vuole. Questo stile di vita le si rivolterà contro: dopo aver salvato un gatto che sta per essere investito da un camion, la ragazza è contattata dalla monarchia del Paese dei Gatti, posta in un'altra dimensione e abitata interamente da felini antropomorfi, che decide di ringraziarla offrendole la possibilità di essere data in sposa al principe. Lì vivendo, Haru diventerebbe a sua volta una tenera micetta, trascorrendo una vita eterna in cui le giornate non finiscono mai e si mangia e dorme dalla mattina alla sera. Pentitosi troppo tardi di non aver risposto immediatamente di no, Haru farà giusto in tempo a richiedere aiuto a Baron e Muta, combattivi gatti dell'Ufficio del Gatto e nemici del regno, prima di venire rapita. Seguirà un rocambolesco salvataggio...

Nel nuovo millennio, dopo il flop de I miei vicini Yamada (1999) e l'irripetibile successone de La città incantata (2001), Ghibli ricomincia la ricerca di nuovi registi in grado di prendere le redini dello studio, in modo da preparare gli appassionati al momento in cui Isao Takahata e Hayao Miyazaki non saranno più in grado di dirigere un film per sopraggiunti limiti di età. I quindici anni che seguiranno, effettivamente, saranno contraddistinti da un corposo numero di pellicole dirette da "outsider" che cercheranno di raggiungere i fasti dei due giganti, ma, ahimè, niente da fare: lo scomparso talento di Yoshifumi Kondo rimarrà irraggiungibile e il vuoto, nonostante l'apprezzabile entusiasmo dei nuovi arrivati e gli sporadici contribuiti del "magnifico duo" che cercherà di ritardare il più possibile l'inevitabile, rimarrà semplicemente incolmabile e le due cose traghetteranno molto lentamente Ghibli verso la sua recente cessazione (o quasi) delle attività. La ricompensa del gatto, uscito il 20 luglio 2002, è a mio parere un film molto rappresentativo di questo spirito: un lavoro indubbiamente molto gradevole e che vuole, come i migliori film dello studio, dare al suo pubblico un messaggio ben chiaro e sentito, ma notevolmente privo della poesia intellettuale di Takahata e dei suoi dialoghi e, specialmente, privo del gusto miyazakiano in visionarietà di ambienti e sequenze registiche sontuose, si rivela un'opera di qualità sensibilmente inferiore a quella media della factory ghibliana. Il successo, comunque, è assicurato: con quasi 6 miliardi e mezzo di yen è il più alto incasso dell'anno in Giappone1 e vince pure i soliti, immancabili premi di critica ai festival più importanti (Animation Kobe, Tokyo International Anime Fair e Japan Media Arts Festival2).

Il progetto nasce nel 1999 ed è commissionato a Ghibli da un parco di divertimenti a tema "felino": viene richiesto un cortometraggio di 20 minuti che verta, ovviamente, sui gatti. Arriva la disdetta, e a quel punto Miyazaki decide di far pervenire tutto il materiale già preparato alla mangaka Aoi Hiiragi, l'autrice del manga I sospiri del mio cuore (1989) da cui Kondo ha tratto l'omonimo film del 1995, la quale lo riadatta in un corposo fumetto autoconclusivo, Baron: Il gatto barone (2000)3. Protagonista è Baron, il gatto antropomorfo "nobiliare" inventato dalla Hiragi ne I sospiri, che in questa nuova storia, smaccatamente fantasy/fantastica e priva di continuity, non è più una statuetta inanimata ma un vero essere vivente, che si occupa, insieme all'amico Muta (un grasso micione bianco, quest'ultimo inventato proprio da Ghibli nell'adattamento filmico de I sospiri), di salvare la povera Haru prigioniera nel Paese dei Gatti, in una avventura spensieratissima e divertente. Infine, poco tempo dopo, si decide di adattarne il manga in un concreto lungometraggio: è scelto Hiroyuki Morita per la regia, dopo che l'animatore convince i suoi capi a dargli quel ruolo grazie a un meticoloso ekonte (storyboard) di 525 pagine scritto di suo pugno in nove mesi4.


Il lavoro di Morita, a mio parere, vale più per i suoi messaggi e le intenzioni, che per l'effettiva messa in scena, intenzioni che il pubblico occidentale potrebbe cogliere con più difficoltà rispetto a quello giapponese, estremamente più sensibile (e non potrebbe essere altrimenti, dato che lo riguarda direttamente) sull'argomento. La società super industriale dagli occhi a mandorla è ben nota per i suoi ritmi di vita estenuanti e asfissianti e i pochi momenti di svago e tempo libero, perciò per noi è sicuramente più difficile percepire la portata "sociologica" dell'avventura di Haru e capire il motivo per cui, all'idea di una frivola esistenza immortale in un collodiano Paese dei balocchi abitato dai gatti, improntata al relax, al mangiare e dormire, la ragazza non sembra troppo contraria, dando un tacito consenso alla proposta che poi dà il via alla vicenda. Il problema di Haru, come è anche quello di molti giovani giapponesi della sua età che già a scuola sono costretti a un'esistenza votata a studio, club ricreativi/sportivi e pochi attimi di reale svago, è di non riuscire a vivere la propria vita al massimo della sua potenzialità, preferendo "lasciarsi andare" passivamente agli eventi, correndo a più non posso senza un'organizzazione e senza la necessaria fermezza per fare quello che vorrebbe realmente. Haru, come spesso le viene detto nel film da Muta, "deve vivere il proprio tempo", cosa che, nella sua testa molto giovane, equivoca come eccessivo benessere e sollazzo. Solo al termine degli eventi saprà capire cosa significano davvero le parole del gatto. Convivono, ne La ricompensa del gatto, l'anima tipicamente folkloristica di una delle più arcinote favole giapponesi (ovviamente Urashima Taro, già evocata in numerosi manga e anime comici, senza dimenticare il titolo che strizza l'occhio a un'altra fiaba nipponica molto nota, Tsuru no Ongaeshi, cioè La ricompensa della gru) e il concetto (ripreso da La città incantata dell'anno precedente) dell'importanza delle parole da usare e del dare loro il giusto peso (Haru finisce nel Paese dei Gatti non perché dice sì, ma perché non dice no)5. È ovviamente Miyazaki che Morita cerca di emulare, riproponendo parte della sua filosofia e anche accompagnandola (o, più verosimilmente, tentando di farlo) con ambientazioni fantasticheggianti e un umorismo  "giocoso" che porta il film a essere, ad oggi, il più comico e allegro tra tutti i Ghibli, ma le ambizioni riescono solo fino a un certo punto.

Si può essere d'accordo sul fatto che ci si diverta in più di un'occasione con questo lungometraggio spensierato e linearissimo, principalmente con le scene che riguardano il buffo, crudele e arrogante sovrano del Paese dei Gatti (un enorme e obeso gatto persiano), la sua corte (gatti col burqa provenienti dal Medio Oriente, altri dalla Cina dagli occhi sottili, etc.) e le atmosfere divertite, ma l'opera raramente riesce a stupire e toccare certe corde emozionali. La colpa è dei protagonisti non proprio esaltanti (Haru è perfetta, ma è ben difficile dire lo stesso per Baron, dalla stucchevole e sognante "perfezione cavalleresca" e il sempre serioso e annoiato Muta, le cui grosse dimensioni e la golosità mai ottengono l'effetto comico desiderato), ma in particolar modo gioca pure un grosso ruolo la quasi totale mancanza di momenti registici memorabili. Escluso uno, presente nella conclusione  (mi riferisco ovviamente a quel salto nel vuoto e alle conseguenze che ne derivano), il resto del tempo non ha praticamente nulla da offrire, la cura tecnica si limita semplicemente agli ottimi fondali. La direzione di Morita è notevolmente piatta e statica, distante anni siderali dalle meraviglie di Miyazaki, e non esaltanti sono anche le altalenanti animazioni, talvolta degne del formato ma anche assimilabili a una normale serie TV. Ambientazioni e paesaggi? Assolutamente niente di sbalorditivo per cui valga la pena strapparsi i capelli: castelli e labirinti di matrice fantasy molto, molto standard e anonimi. La storia? Al di là della sua morale, si parla essenzialmente di una "missione di salvataggio" che occupa buona parte dell'avventura, data da inseguimenti, fughe e duelli all'arma bianca (principalmente tra Baron e i soldati del castello). Più interessante il character design, così diverso dallo standard ghibliano da essere quasi irriconoscibile: una volta tanto i disegni dei personaggi umani perdono le classiche fisionomie "infantili" e cartoonesche a favore di uno stile maggiormente tendente al realistico - Haru non assomiglia neanche lontanamente alle classiche eroine miyazakiane.


In soldoni, comunque, non c'è molto: gatti parlanti in ogni dove e quando (il paradiso per gli amanti dei felini!), battutine simpatiche, una risatina qua e là e poco altro. La stessa morale, come detto, non è neanche particolarmente in primo piano o approfondita, quasi evanescente tra una gag e l'altra e l'impianto "giocoso", richiamata solo da un paio di dialoghi davvero specifici. Abbiamo un prodotto certamente fresco, leggero e simpatico, col merito (tutt'altro che trascurabile) di una lunghezza contenuta per evitare di risultare troppo pesante con le sue imperfezioni (con i suoi 75 minuti, è il più corto lungometraggio cinematografico ghibliano), ma soppesando i pro e i contro non penso ci si possa esaltare troppo con un Ghibli abbastanza "minore" che forse non ha meritato il successo che ha avuto in patria.

Nulla da ridire sull'edizione italiana del film, curata come sempre da Gualtiero Cannarsi e quindi forte di un adattamento certosino dei dialoghi e delle voci. Spiace solo la pessima locandina del DVD/Blu-ray, tra le meno belle che si potesse trovare.

Voto: 6,5 su 10

RIFERIMENTO
I sospiri del mio cuore (1995; film)


FONTI
1 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 383
2 Come sopra
3 Come sopra
4 Come sopra
5 L'esauriente appofondimento dei temi dell'opera è a cura di Shito (Gualtiero Cannarsi, traduttore ufficiale Lucky Red di tutti i film Ghibli), in un post apparso nel Ghibli Forum italiano alla pagina web http://www.studioghibli.org/forum/viewtopic.php?f=21&t=3867&start=45#p78488

lunedì 27 febbraio 2017

Recensione: La città incantata

LA CITTA' INCANTATA
Titolo originale: Sen to Chihiro no Kamikakushi
Regia: Hayao Miyazaki
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Sachiko Kashiwaba)
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki
Character Design: Masashi Ando
Musiche: Joe Hisaishi
Studio: Studio Ghibli
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 125 min. circa)
Anno di uscita: 2001
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Lucky Red
 

Chihiro Ogino è una ragazzina di dieci anni che, insieme ai genitori, si sta trasferendo in una nuova città. Lungo il tragitto in auto, la famiglia si perde per colpa di una deviazione sbagliata, ritrovandosi in quello che sembra un gigantesco parco di divertimenti abbandonato. Non immaginano di essere di fronte a un portale stregato, una porta interdimensionale che li conduce in una dimensione fantastica: il posto è in realtà un enorme bagno termale grande quanto un piccolo paese, gestito da una servitù mostruosa e riservato alle divinità e agli spiriti giapponesi, e, per aver mangiato del cibo non appartenente a questo mondo, padre e madre sono trasformati in due maiali pronti a essere arrostiti. L'unica possibilità che la bambina ha di salvare le loro vite è farsi assumere dalla proprietaria del centro, la fattucchiera Yubaba, e lavorare sodo per lei per chissà quanto tempo alla gestione del locale. Lo fa firmando un contratto magico che le fa perdere memoria del suo nome e del suo passato (è prontamente ribattezzata Sen), sortilegio che la strega utilizza da sempre per far lavorare in eterno i suoi uomini ormai privi di radici...

La città incantata costa quasi 2 miliardi di yen1 e un anno e mezzo di lavorazione2. La città incantata fa incassi epocali in madrepatria (30 miliardi di yen3) e fuori (almeno 275 milioni di dollari4 e si legge talvolta anche 289, ma le fonti non sono precise), divenendo non solo la più grande hit commerciale Ghibli di sempre ma anche, fino all'altro ieri (il record è battuto da Your Name di Makoto Shinkai, 2016), il film giapponese di maggiore successo internazionale di tutti i tempi5. La città incantata stravince tutti i maggiori premi di critica possibili e immaginabili, nazionali6 (Animation Kobe, Mainichi Animation Taisho e Tokyo International Anime Fair) e non7 (Orso d'oro di Berlino come miglior film e Oscar come migliore film d'animazione). La città incantata è, insomma, la Bibbia dell'animazione nipponica, grazie a lei sdoganata definitivamente all'estero; il suo più alto canto del cigno; il lungometraggio che rappresenta, per il 2001, l'anno di grazia di Hayao Miyazaki, il suo trionfo totale e soprattutto Storico, l'Alfa e al contempo l'Omega che piace a tutti e per cui chi ne parla male può essere solo un bastian contrario o un totale incompetente del cinema. Quanti insulti e sguardi rassegnati riceverò per quello che sto per scrivere: per la mia umile opinione, il film più premiato e amato di Miyazaki è la sua peggiore opera, inferiore a qualsiasi altra che abbia mai diretto, Nausicaä della Valle del Vento (1984) e Il castello errante di Howl (2004) inclusi.

Miyazaki inizia a ideare il film verso il 2000, dopo che la tragica morte di Yoshifumi Kondo, l'erede designato che avrebbe dovuto prendere il suo posto successivamente a Principessa Mononoke (1997), lo convince a tornare sui suoi passi e a disdire l'annunciato ritiro8. Pur mirando ufficialmente a un target di piccole di 10 anni9, la storia che si inventa (una sua reinterpretazione molto personale del racconto per bambini Il meraviglioso paese oltre la nebbia di Sachiko Kashiwaba, a cui aggiunge Chihiro e la stazione termale, quest'ultima basata su immagini della sua infanzia10) è ambiziosa a dire poco: muovendo la sua eroina in una dimensione onirica e astratta, che mischia modernità (stabilimenti termali, ferrovie) e folklore giapponese (i vari mostri e déi dello scintoismo nipponico), il regista vuole riallacciare grandi e piccoli alle radici della loro tradizione, andata sempre più perduta con la grande bolla economica, la tecnologia e hobby moderni vari11 (viene spontaneo avanzare un parallelo ai significati satirici della parata di mostri di Pom Poko). Andando in dettaglio, La città incantata (gran brutto titolo italiano, rimpiazza il ben più evocativo La sparizione di Chihiro e Sen) rivela significati ancora più interessanti: è la storia (usando le parole del regista12) di una bambina che finisce in un mondo dove coesistono bene e male e dal quale ne uscirà non perché annienta il male, ma perché non si lascia andare al panico, è in grado di adattarsi alle situazioni e soprattutto misura le parole (la cui importanza e il cui valore sono andati perduti nella vacua società odierna) dicendo quelle giuste al momento giusto. Abbiamo perciò indubbiamente una storia di crescita, inquadrata dentro un'allegorica rappresentazione fantastica della società lavorativa giapponese (i massacranti lavori dentro il bagno termale e le rigidissime regole fissate dalla perfida Yubaba), così frenetica che la perdita del nome e dell'identità degli impiegati, nella finzione del film, per effetto del contratto stipiulato con la strega, non sono così distanti dalla tipica alienazione provata dal lavoratore nipponico medio. Per aumentare il realismo, replicando quanto fatto ne Principessa Mononoke (e la cosa non solo farà ridiscutere il pubblico giapponese, ma attirerà anche ire e cori di disapprovazione dagli animefan13, maggiormente in questo caso che in quelli successivi), Miyazaki imporrà una recitazione improntata all'estremo realismo, senza voci sovraccaricate o macchiettistiche, facendo interpretare la piccola Chihiro da una bambina della stessa età (Rumi Hiiragi) e chiedendole espressamente una prova vocale che ricordi una bambina debole, stordita e depressa14.


Però, tutto questo conta poco se la messa in scena è una tale delusione. Non starò certo a giudicare i gusti di mezzo mondo che ha adorato il film d'animazione più premiato della Storia e il perché si siano entusiasmati proprio con La città incantata: dal canto mio posso solo, con la mia massima onestà, ammettere che l'opera  non ha esercitato il minimo fascino nei miei confronti. Ritengo la pellicola molto noiosa, una di quelle storie che ti rimangono indifferenti fino alla fine, incapaci di toccare le giuste corde o trovare quella perfetta sintonia che ti ammalia. Pecca, a mio modo di vedere, di una totale piattezza nel disegno dei personaggi, di una sceneggiatura farraginosa e di una raffigurazione scenica che non ricorda neanche alla lontana un qualsiasi Ghibli passato o futuro. Tolte le eccellenti animazioni che ci si attende dallo studio e la cura certosina dei fondali, non riesco a richiamare mentalmente un solo paesaggio, una sola ambientazione, una qualsiasi architettura o anche solo una banale inquadratura capace di farsi ricordare e di svegliare, di sviluppare quel sense of wonder per i mondi immaginari che sta alla base della filosofia miyazakiana. Quasi tutto il film è ambientato in un ordinario, normalissimo bagno termale (per quanto gigantesco, basato sugli edifici del parco Koganei di Tokyo15), e questo è quanto. Mostri e spiritelli non godono neanche di chissà che complessità o stranezza estetica in grado di evocare qualche suggestione. Esteticamente il film è molto freddo: certamente confezionato molto bene e con i soliti faraonici mezzi (realizzato, similmente a I miei vicini Yamada, con un massiccio uso del digitale sui disegni, per evitare il ripetersi degli insostenibili ritmi di lavoro di Principessa Mononoke16), ma ingessato, statico, indifferente, mancante di un'adeguata poesia registica adatta a rendere magiche e immersive le ambientazioni, così perfettino e tirato a lucido da abituare lo spettatore a covare un senso di banale ordinarietà. Trovo impossibile anche lo sviluppo di una qualsiasi forma di empatia con i personaggi, con questa Chihiro davvero poco spontanea, che per mezzo film fa mille facce sorprese per ogni cosa che le capita in questa strana dimensione (evidenziando l'egocentrismo infantile distrutto pezzo per pezzo da un mondo incomprensibile che non la ritiene, come in quello "umano", una creatura intoccabile) e poi "cresce" immediatamente in modo determinato e risoluto, senza nessuna gradazione. I suoi sentimenti paiono artificiosi, come artificioso e spento pare l'intero cast di comprimari e cattivi e la storia d'amore della ragazzina col misterioso Haku, che non ricorda come tutti il suo passato ma sa di essere a lei legato. "Freddezza" è l'aggettivo ideale per definire le emozioni nulle di questo diamante grezzo ultracostoso, presto destinato a diventare un vero e proprio mortuorio per la sua storia che non decolla mai e pare anche sbilenca e mal raccontata.

Può anche essere che la noia per la mancata "scintilla" possa contribuire a rendere più difficile del previsto seguire il flusso degli eventi e la narrazione, falsando il giudizio. Ritengo tuttavia mal costruita la vicenda, non solo basata, almeno dal punto di vista "terreno", sul nulla (la trama portante con le due sorelle, cioè quella che permette a Chihiro di risolvere i suoi problemi, è ridicola e anticlimatica e si sgonfia in una bolla di sapone), ma anche infarcita di avvenimenti che servono solo marginalmente (la lunga scena col Dio Putrido e tante scenette isolate ininfluenti), di attori dal ruolo più simbolico che sensato ma dallo screentime eccessivo (ovviamente mi riferisco a SenzaVolto, dalla metaforica funzione di rappresentare il Giappone e l'uomo moderno, senza identità e che pensa che solo l'oro possa comprare l'affetto delle persone17), e di ingenuità (come fa Chichiro a riconoscere nel drago proprio quella persona?) e momenti surreali e stranianti sempre, almeno apparentemente, privi di logica. L'impressione che ricavo da questo lungometraggio, antipatica e supponente quanto volete, è di un film fatto, nonostante il progetto originale, anche mirando a "piacere" a molti all'estero (Principessa Mononoke è stata la hit che ha fatto conoscere Ghibli e Miyazaki a tutto il mondo, sapevano benissimo che avrebbero avuto gli occhi del globo puntati sul prossimo kolossal): lungo (pensare che la sceneggiatura iniziale toccava le 3 ore!18), patinato, con tante creature buffe e carine e pieno di scene e momenti da tripudio di effetti speciali e animazioni, non importa quanto gratuiti e non necessari alla sceneggiatura (ancora una volta non riesco a non pensare a tutte le sequenze che hanno a che fare con SenzaVolto), sufficienti a far meravigliare un pubblico generalista che li ha appena scoperti e non conosceva le loro opere passate. Piatta anche la colonna sonora di Joe Hisaishi, nonostante sia furba a usare ripetutamente nei momenti clou l'unico brano davvero melodico (molto minimalista) tra le tracce. Probabilmente la mia è una interpretazione di comodo, ma fatico onestamente ed enormemente a capacitarmi del successo incalcolabile di questa pellicola che avverto interamente priva di cuore e da cui i messaggi di crescita emergono maldestramente (salvo la metafora della società lavorativa, ben intuibile), con buona pace del regista che ha ideato la storia in primo luogo per dare un riferimento e una strada da seguire alle bambine di 10 anni che immaginano il proprio futuro (in modo possano, come Chihiro, trovare fiducia in sé stesse e capire che possano realizzare i propri sogni19).


In Italia, La città incantata arriva con due doppiaggi e per due case distributrici diverse. La prima traccia, rinvenibile nei DVD Universal Pictures usciti nel 2003, ha merito di essere ben recitata ed estremamente fedele, come traduzione, all'adattamento americano della pellicola. Il problema è proprio questo, dal momento che è quest'ultimo ad avere alcuni problemi: pur non stravolgendo in modo significativo la storia, si contraddistingue per l'alterazione di molti dialoghi e un deciso cambio di registro linguistico, tentando di tingere di "disneyanità" i rapporti tra i personaggi e i loro ruoli con un'eccessiva enfasi interpretativa e un linguaggio più eroico e cavalleresco (anche in virtù di questo viene data una voce assurdamente adulta a Haku, ragazzino che ha la stessa età di Chihiro). Per tale motivo non posso ovviamente che consigliare il doppiaggio effettuato da Lucky Red nel 2014, forse recitato con un'enfasi "minore" ma formalmente corretto in tutto e, ovviamente, fedelissimo ai dialoghi originali, come da un pezzo ci ha abituato Gualtiero Cannarsi.

Voto: 5 su 10


FONTI
1 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 366
2 Come sopra
3 Come sopra
4 Come sopra, a pag. 36
5 Come sopra
6 Come sopra
7 Come sopra
8 Vedere punto 1, a pag. 365
9 Progetto originale del film di Hayao Miyazaki, pubblicato su Kappa Magazine n. 129 (Star Comics, 2003, pag. 7-8)
10 Vedere punto 1
11 Vedere punto 9
12 Come sopra
13 Post di Shito (Gualtiero Cannarsi, traduttore ufficiale Lucky Red di tutti i film Ghibli) pubblicato nel forum Pluschan alla pagina http://www.pluschan.com/index.php?/topic/4164-lucky-red-studio-ghibli-e-altro-dragon-ball-harlock-etc/?p=301708
14 Come sopra
15 Intervista al direttore artistico del film Yoji Takeshige, pubblicata su Kappa Magazine n. 129 (pag. 12)
16 Vedere punto 1
17 Parole di Miyazaki citate da Shito nel forum Pluschan alla pagina http://www.pluschan.com/index.php?/topic/4164-lucky-red-studio-ghibli-e-altro-dragon-ball-harlock-etc/?p=301519
18 Intervista a Miyazaki pubblicata su Kappa Magazine n. 129 (pag. 9)
19 Vedere punto 9

lunedì 16 gennaio 2017

Recensione: Si sente il mare

SI SENTE IL MARE
Titolo originale: Umi ga Kikoeru
Regia: Tomomi Mochizuki
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Saeko Himuro)
Sceneggiatura: Keiko Niwa
Character Design: Katsuya Kondo
Musiche: Shigeru Nagata
Studio: Studio Ghibli
Formato: Special televisivo (durata 72 min. circa)
Anno di uscita: 1993
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Lucky Red


Primo e ultimo film ghibliano mai realizzato per la televisione, Si sente il mare (1993) è stato un piacevole divertissement nella sequela di filmoni ultramilionari della factory miyazakiana, un lungometraggio d'autore per il piccolo schermo nato con le premesse di "velocità, qualità ed economicità" ma di cui è stato raggiunto solo il punto 2 (il budget inizialmente richiesto sforerà notevolmente)1, fatto realizzare volutamente da Toshio Suzuki a uno staff sotto i 40 anni per sondare il talento delle nuove generazioni di animatori2. Arrivato finalmente in Italia, è pronto a farsi apprezzare ancora oggi, pur dovendo ovviamente fare i conti con l'essere, per forza di cose, tecnicamente un prodotto di "fascia B" rispetto ai fratelloni maggiori destinati alle sale e realizzati con mediamente 1 miliardo di yen. Il regista designato della pellicola è stato all'epoca il 34enne Tomomi Mochizuki, famoso per i suoi film romantici la cui ricerca al realismo totale in disegni e comportamenti psicologici hanno fatto parecchio discutere, soprattutto con i due lungometraggi (entrambi del 1988) Orange Road The Movie - I Want to Return to that Day e Maison Ikkoku - Capitolo Finale (famosi per lo stravolgere le caratterizzazioni storiche dei personaggi dei manga originali). Il soggetto fu invece l'adattamento di una light novel al femminile di Saeko Himuro dal titolo omonimo, pubblicata sulle pagine della rivista Animage tra il 1990 e il 1991 e illustrata dal disegnatore Ghibli Katsuya Kondo (riciclato nello staff del film come character designer e direttore dell'animazione), proposta dallo stesso Mochizuki allo studio prima ancora che questo decidesse di adattarla ufficialmente3.

La trama si risolve, per larghi tratti di durata, in una storia d'amore adolescenziale affrontata con piglio realistico, ambientata nell'isola di Shikoku, che mette a confronto i mondi di due studenti delle superiori, Taku Morisaki e la bella Rikako Mutou. Intellettualmente onesto e coraggioso e con la testa sulle spalle, Taku è cresciuto in un normale nucleo familiare dai valori concreti e vive una bella adolescenza col suo migliore amico, Yutaka Matsuno. Lei invece, per colpa dei grossi problemi casalinghi ereditati dal divorzio dei genitori, pur vantando voti brillanti è capricciosa e apparentemente fredda e disinteressata a instaurare legami con i compagni di classe, tanto da essere emarginata dalle sue compagne. Il loro rapporto sarà particolarmente sofferto, dato anche dal fatto che Yutaka è innamorato di lei fin dai primi istanti, e i problemi si trascineranno fin nella vita universitaria.

Non siamo, per ovvietà di cose, al cospetto del Ghibli miyazakiano sontuoso che vive di sense of wonder visivo. Per quanto sia indubbiamente ben animato e ben disegnato per la sua destinazione televisiva, Si sente il mare va invece accostato, come spirito, ai lavori di Takahata, a cui si avvicina nel rifuggire dai predominanti preziosismi grafici per proporre una realistica storia di vita ambientata nel Giappone del presente, in cui contano principalmente la verosimile resa dell'analisi comportamentale dei personaggi (principalmente femminili) e le caratterizzazioni, suggerite non solo da dialoghi ma anche dal linguaggio del corpo. Nessuna concessione a fraintendimenti, baci rubati e visti da chi non dovrebbe vederli, molesti spaccacoppie o ogni altro genere di sciocchi cliché usati nella più trita delle storie romantiche per ragazze: il film, come nella tipica visione poetica di Mochizuki, raffigura il rapporto tra i due ragazzi in modo realistico in tutto e per tutto, esplorandolo con interazioni dialogiche di grande spontaneità e modi di pensare e agire pienamente attinenti con la personalità dei due, il loro background familiare e anche quello geografico (è posta molta enfasi sul fatto che Rikako è generalmente malvista a scuola anche perché proveniente dalla grande città, e lei non fa niente per nasconderlo). Niente di ciò che si vede in questa pellicola, insomma, non potrebbe accadere anche nella vita reale a qualcuno, ed è bene fare notare come l'autrice originale del romanzo, la Himuro, abbia detto chiaramente4 che lo scopo del suo racconto era di mettere sotto i riflettori l'evoluzione delle dinamiche del rapporto uomo-donna in Giappone in quegli anni, visto che i Novanta sono stati spartiacque nel delineare un nuovo modo di vivere tra coppie/famiglie, in cui l'uomo perdeva la sua classica "rudezza" e autorità nel momento in cui iniziava anche lui a fare le spese e le pulizie e la sua fidanzata/compagna a rispondere a tono se trattata con asprezza come nella precedente società patriarcale e maschilista. Proprio raffigurando un protagonista gentile e comprensibile ma all'occorrenza dotato di grande fermezza morale e tenacia (una via di mezzo tra l'uomo "forte" del passato e quello "gentile" del presente) e mettendolo a confronto con una ragazza capricciosa e viziata come Rikako, la Himuro designa in Taku il suo modello di uomo ideale, che rappresenti nel migliore dei modi il cambiamento della società giapponese nel contesto della vita di coppia. Il messaggio originale del romanzo, insomma, è traghettato e rispettato molto fedelmente in TV.


Principalmente, però, il vero grande elemento d'autore del lavoro, il valore aggiunto insomma che dà un senso alla presenza di Mochizuki nello staff, consiste nell'aver sfruttato il soggetto di partenza per parlare anche d'altro: ha integrato nella storia anche la sua tematica preferita, quel segno distintivo di riconoscimento artistico presente in buona parte delle sue opere e che ha sempre affrontato con sfumature diverse. Mi riferisco alla tematica della riconsiderazione di quanto fatto o vissuto in passato alla luce della maggiore consapevolezza che si raggiunge nell'età della ragione, messaggio ravvisabile e molto ben espresso nelle belle sequenze conclusive. È proprio in questo segmento che chiude la storia che il film brilla intensamente trovando il suo momento migliore, riscattando una parte centrale a mio modo di vedere elegante e ben disegnata, ma abbastanza spenta in emozioni. Il Si sente il mare televisivo racconta, in modo abbastanza freddo, verboso e distaccato, il problematico rapporto tra due adolescenti che, anche se spiccano per personalità in mezzo ai loro compagni, non risultano mai davvero empatici agli occhi dello spettatore visto che stanno sempre sulle loro, abbastanza statici e ingessati. Un insormontabile problema dell'eccessiva ricerca del realismo? Forse, anche se a mio parere c'entra in qualche modo la non eccezionalità della sceneggiatura, dal momento che Takahata ha dimostrato che si possono fare film bellissimi da due ore sulla vita di persone qualsiasi che parlano e basta. Il problema, insolvibile, probabilmente, è proprio che l'enorme profondità dei dialoghi di Takahata e la sua poesia registica sono difficilmente replicabili a meno di non essere dei geni come lui.

Sia quello che sia, al di là della poca partecipazione emozionale che contraddistingue il film per buona parte della sua durata, Si sente il mare merita la visione, soprattutto quando il suo vero senso viene fuori permettendo di rivalutare il tutto nella giusta ottica e apprezzarlo, anche parecchio (al punto che è genuina la curiosità di poter un giorno vedere in animazione il seguito letterario del romanzo originale, Si sente il mare 2 - Perché c'è Ai). Anche se, per più di un verso, si può parlare dunque di un Ghibli "minore", penso che quel "marchio di qualità" che rende quasi ogni loro opera, nel bene e nel male, degna di essere vista, è anche qui ben presente.

Voto: 7 su 10


FONTI
1 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 143. Confermato dal saggio "Storia dell'animazione giapponese" (Guido Tavassi, Tunuè, 2012, pag. 229-230)
2 Consulenza di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit)
3 Post di Shito (Gualtiero Cannarsi, traduttore ufficiale Lucky Red di tutti i film Ghibli) apparso nel Ghibli Forum italiano, alla pagina http://www.studioghibli.org/forum/viewtopic.php?f=21&t=3861&hilit=si+sente+il+mare (messaggio di apertura)
4 L'esauriente analisi della storia a opera dell'autrice (sintetizzata nelle righe sotto della recensione) è riportata su Kappa Magazine n. 12 (Star Comics, 1993, pag. 115-118)

lunedì 21 settembre 2015

Recensione: Quando c'era Marnie

QUANDO C'ERA MARNIE
Titolo originale: Omoide no Mānī
Regia: Hiromasa Yonebayashi
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Joan G. Robinson)
Sceneggiatura: Keiko Niwa, Masashi Andō, Hiromasa Yonebayashi
Character Design: Masashi Andō
Musiche: Takatsugu Muramatsu
Studio: Studio Ghibli
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 103 min. circa)
Anno di uscita: 2014
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Lucky Red


L’annuncio della chiusura delle attività ghibliane nel 2014, poi rettificata in una sorta di stand by produttivo dal futuro indefinito, ha inevitabilmente posto nei due capolavori dei due pilastri dello studio uno status da canto del cigno tanto in termini qualitativi quanto simbolici. Che Hayao Miyazaki e Isao Takahata firmino un ultimo, grande, indimenticabile lungometraggio a testa (ufficiale il primo, con Si alza il vento che diventa a sua volta il suo testamento monumentale, e probabile il secondo, con La storia della Principessa Splendente, data l’età, la lunga inattività e i colossali tempi di lavorazione maniacali che lo contraddistinguono) parrebbe strategia ampiamente studiata e programmata (e non è un caso che i due film dovessero uscire in contemporanea, evento poi non riuscito proprio a causa della lentezza con cui Takahata ha completato il suo lavoro), e in fondo era anche giusto che lo Studio Ghibli si riservasse un finale con i fuochi d’artificio. In realtà la drastica decisione arriva proprio in seguito al flop de La storia della Principessa Splendente, che costringe lo studio ad abbassare le tapparelle quando un ultimo film ancora è ormai in rampa di lancio: che Quando c’era Marnie (2014) rappresenti effettivamente l’epitaffio della Ghibli è però elemento di scarsa importanza in quanto il film stesso, ahimè, non possiede grandi caratteristiche e finisce per scomparire di fronte alla potenza dei due predecessori, riportando simbolicamente una chiusura del cerchio a quello che Miyazaki e Takahata avevano dato inizio nel 1986 con Il castello nel cielo.

Hiromasa Yonebayashi aveva impresso un bel tocco nel dolce Arrietty: Il mondo segreto sotto il pavimento (2010), soppesando e calcolando con la giusta miscela ghibliana colori, divertimento e poesia senza mai soccombere a quei difetti artistici (buonismi eccessivi, esagerazioni grafiche, abbassamento del target di destinazione) che spesso si sono presentati nelle produzioni dello studio nel corso degli anni. Ed è evidente che in Quando c’era Marnie il regista continui su queste coordinate, preferendo un lato più adulto e introspettivo che però non riesce a gestire con la stessa abilità della spensieratezza ironica del suo film precedente. Stratificato, complesso, non lineare, Marnie richiama la ghiblianità d’appartenenza più che altro per il chara design morbido e rotondo dell’esperto Masashi Ando, favorendo invece temi più difficili e delicati come la solitudine, l’isolamento e i traumi mai superati. La storia di Anna, mandata per l’estate a vivere da una coppia di parenti in riva al mare a causa di alcuni problemi d’asma, è seriosa e punta da certe tinte dark, ma se ben emergono le sue difficoltà relazionali, che presto la conformano come un bel personaggio tormentato, funziona meno il rapporto che instaura con Marnie, una ragazza che abita in quella che sembra una villa abbandonata e che di notte, misteriosamente, prende vita riempiendosi di persone. O, forse, fantasmi.

Seppur Yonebayashi, basandosi sul romanzo di Joan G. Robinson, riesca a costruire un puzzle curioso nello sviluppare l’amicizia tra Anna e gli enigmi che nasconde Marnie, non sembra mai possedere appieno le redini del film, che gli sfugge in più occasioni quando sopraggiungono i flashback inesplicabili e iniziano a sommarsi a una moltitudine di personaggi che a volte vengono soltanto nominati e mai mostrati, se non nelle fasi conclusive, aumentando il disagio narrativo. E quindi, anche intuendo il substrato contestuale che definisce la terribile storia di Marnie, ciò che viene a mancare è una vera e propria luce che schiarisca un intreccio mai abbastanza limpido per poter funzionare adeguatamente. Confusione e disequilibrio si rincorrono impedendo che i vari segmenti si incastrino come probabilmente progettava Yonebayashi, e ne esce un quadro sbilenco dove si contraddistinguono tanti bei momenti singoli in un pastrocchio complessivo.


È un peccato, perché c’è un bel lavoro sui personaggi anche secondari (grandiosi i parenti di Anna, divertente l’entusiasmo della piccola Sayaka) e un'ottima cura sentimentale nei momenti più carichi (il litigio non appena Anna arriva nel villaggio, il tremendo, tremendo passato di Marnie, certi istanti nell’edificio abbandonato, ma anche i segmenti “investigativi” legati al diario ritrovato), ma tutto viene dilatato o viceversa compresso in un disegno generale approssimativo e caotico, incapace di prendere una forma decisa e rimbalzando dal primo all’ultimo minuto in uno zig zag narrativo dove commedia,  tragedia e certe iniezioni quasi horror non sono mai soppesate con la giusta intensità.

E così non rimangono che un punto di domanda e uno sguardo perplesso: Quando c’era Marnie tenta forse di staccarsi dallo standard ghibliano ma non è in gradi di reggersi in piedi senza una struttura ben calcolata e temprata da anni e anni di film che lo sostenga. Una visione senza infamia e senza lode, che sarà più facile dimenticare disinteressati che ricordare come testamento del grande studio giapponese.

Voto: 5,5 su 10

lunedì 12 gennaio 2015

Recensione: Si alza il vento

SI ALZA IL VENTO
Titolo originale: Kaze Tachinu
Regia: Hayao Miyazaki
Soggetto & sceneggiatura: Hayao Miyazaki
Character Design: Kitaro Kousaka
 Musiche: Joe Hisaishi
Studio: Studio Ghibli
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 130 min. circa)
Anno di uscita: 2013
Disponibilità: edizione italiana in dvd & blu-ray a cura di Lucky Red
  

Con l’annuncio di essere giunto al termine della sua carriera, Miyazaki ha gettato il fandom nello sconforto – d’altronde la sicurezza garantita dal guru dello studio Ghibli, puntuale ogni manciata d’anni con i suoi mondi da fiaba, coloratissimi e spensierati, è sempre stato appuntamento importante per il pubblico di tutto il mondo, appassionati d’animazione o meno. Ma se trovo superfluo ripercorrere ancora una volta la carriera di un autore fondamentale nell’evoluzione del mondo anime, pur considerando indispensabile solo una porzione del suo ben fornito curriculum, mi sembra inevitabile una riflessione circa la profondità e la maturità di un titolo come Si alza il vento, che mostra un Miyazaki sì fedele al suo universo incantato eppure molto, molto diverso. Nonostante la delicatezza da lui sempre mostrata nei suoi personaggi, una meravigliosa forza espressiva che esplode in caratteri femminili indimenticabili e in poetiche di una squisita delicatezza, alla luce di una serie di figure e di eventi esplorati in quest’ultimo lavoro il dispiacere nasce infatti non tanto dall’abbandono dalle scene del regista ma dalla maestria che Miyazaki non ha voluto, più che saputo, usare nelle sue opere precedenti.

Con Si alza il vento siamo ben oltre il gran congedo dopo una carriera colma di successi, la pellicola è probabilmente uno dei più grandi capolavori della storia dell’animazione, e lo è anche solo per la magnificenza con cui Miyazaki mette da parte i suoi temi più cari e sfruttati allo sfinimento, come la meraviglia della natura, la malvagità del progresso e quell’amabile buonismo sentimentale, per abbracciare emozioni più quotidiane e semplici che attraverso quelle forzature fiabesche non riusciva più a trasmettere. E questo perché Si alza il vento è un inconfondibile parto di Miyazaki, è un suo film al cento percento.

Al di là dei bellissimi e riconoscibili disegni, con quel tratto morbido ed espressivo come pochi altri, i personaggi si distinguono per quel sapore dolce che ha sempre impresso ai suoi protagonisti e le torsioni favolistiche rimangono ben incise dalla sua solita, enorme visività, ma ogni elemento non è usato, come un tempo, o come forse era diventata abitudine, come semplice mezzo per un’imponente sfarzo grafico con cui sommergere di roboante bellezza e zuccherosi sentimenti tutto quanto: la profondità e l’intelligenza nel raccontare la vita di Jiro Horikoshi, esistito realmente, sono qualcosa che Miyazaki non ha mai toccato in precedenza ma che sa padroneggiare con eccezionale abilità, e la maturità con cui compone la vita del costruttore d’aerei senza rinunciare alle sue lunghe bizzarrie visive è simbolo di una saggezza che, appunto, dispiace non aver incontrato prima nei vari Il mio vicino Totoro (1988) che, in fondo, Miyazaki ha sempre replicato di volta in volta.


Momenti di sorprendente poesia come l’impensabile uso della voce per creare vari effetti sonori anomali (l’arrivo del terremoto, il rombo dell’aereo), oppure le sequenze in cui Jiro incontra il suo mito, il progettista Caproni, in sogni sempre più stralunati, sono magie visive/sonore sulle quali sì la Ghibli e Miyazaki hanno costruito un impero ma che per una volta sono fluidamente ancorate a una narrazione pacata, tenera, spesso commovente nel mostrare la bellezza di un uomo che ha sempre inseguito un sogno, quello di costruire aerei dopo aver compreso che la miopia non può farlo diventare un pilota, ma non per questo sì è trasformato, come capita sovente di vedere nelle biopic dei cosiddetti geni, in un mostro o in un pazzo. Anzi, Jiro è certamente una persona buona come vuole la tradizione miyazakiana, e lo si vede sin da subito quando incontra per la prima volta Nahoko, il suo futuro grande amore, eppure non c’è alcun moralismo a emergere perché Jiro, prima di tutto, è una persona meravigliosamente vera, che prende decisioni difficili e che si arrabbia pur senza mai dimenticare l’ottimismo e quella ferrea determinazione per realizzare il suo desiderio più grande.

Miyazaki assembla le scelte di Jiro con maestosa eppure serena poesia, in centoventi minuti la sua vita viene esplorata con una naturalezza toccante che solo i più grandi sanno dirigere, ed è facile sorridere per quei momenti di normalità quotidiana e per l’amore che sboccia con Nahoko, rimanere coinvolti dall’energia trasmessa durante le lunghe sessioni lavorative e in fondo sperare, come spera lui, di essere sempre più vicini al momento che segnerà amaramente la storia del Giappone. I due aerei che Jiro progetterà diventeranno purtroppo famosi per l’impiego suicida che ne ordinerà l’impero giapponese durante la seconda guerra mondiale, e nel vedere i suoi occhi brillare di entusiasmo c’è sempre una goccia di tristezza che lascia spaesati e, al sopraggiungere della bellissima conclusione, emoziona con quel tocco leggero e delicato che Miyazaki ha impresso in tutto il film, senza mai straripare, senza mai concedersi a roboanti esagerazioni animate che, come in passato, avrebbero potuto essere di troppo.


Di fronte a simili capolavori le parole sfuggono e pare sempre di ripetere concetti che in fondo sono inutili, ogni commento è riduttivo e l’unica cosa possibile è vedere e rivedere Si alza il vento. Rimane solo un ultimo ringraziamento: grazie, Hayao, grazie di cuore per avermi fatto ridere e piangere con questa pellicola straordinaria.

Voto: 10 su 10

lunedì 1 dicembre 2014

Recensione: La storia della Principessa Splendente

LA STORIA DELLA PRINCIPESSA SPLENDENTE
Titolo originale: Kaguya-hime no Monogatari
Regia: Isao Takahata
Soggetto: Isao Takahata
Sceneggiatura: Isao Takahata, Riko Sakaguchi
Character Design: Kenichi Konischi
Musiche: Joe Hisaishi, Shinichiro Ikebe
Studio: Studio Ghibli
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 137 min. circa)
Anno di uscita: 2013
Disponibilità: edizione italiana in dvd & blu-ray a cura di Lucky Red


È una felice coincidenza che i due pilastri dello Studio Ghibli giungano al medesimo traguardo nel medesimo momento, un ultimo capolavoro ciascuno con cui congedarsi maestosamente: il progetto iniziale prevedeva un’uscita in contemporanea come accaduto venticinque anni fa per Il mio vicino Totoro e Una tomba per lelucciole, alcuni ritardi di produzione impediscono che ciò accada ma il tempo che passa tra i due non è molto. Da una parte Miyazaki si scosta per una volta da certi contesti magici per abbracciare una visione più realistica e di commovente profondità, rinnovandosi meravigliosamente pur rimanendo comunque sempre sé stesso con il bellissimo Si alza il vento, dall’altra Takahata torna a scrivere e dirigere dopo quasi quindici anni (e con una produzione durata ben otto) mettendo da parte la consueta sperimentazione - comunque ben presente e importante - per una storia che ha radici profonde nella tradizione nipponica e che, pur essendosi già prestata a non poche trasposizioni (la più famosa di tutte è probabilmente La regina dei mille anni di Leiji Matsumoto, 1981), è ancora valido materiale per grandi sentimenti.

La storia della Principessa Splendente diventa infatti ghiotta occasione per una nuova rappresentazione della quotidianità: Takahata ha sempre brillato parlando del normale e quieto vivere, mostrando la vita di tutti i giorni tanto nelle sue parentesi più raggianti quanto nelle tragiche sfumature che può subire, con una competenza e una sensibilità da lasciare senza fiato. E in fondo, ciò che racconta in quest’ultimo, meticoloso, straziante capolavoro (indegnamente risoltosi in un ennesimo flop ai botteghini giapponesi), è proprio la vita di Gemma-di-bambù, una neonata trovata all’interno di un fusto di bambù da un anziano contadino e cresciuta come fosse sua figlia.

L’accenno fantastico non è fondamentale per inquadrare la pellicola, ma ne è strumento per far esprimere la ragazza in tutta la sua forza, da bambina piena di energia a ragazzina ribelle fino a diventare sottomessa nobildonna, ma di spirito indomabile, circondata da una corte di regnanti e schiere di servitù. La sua è infatti una vita triste, obbligata, condizionata da un tunnel privo di diramazioni, che il padre ha ottimisticamente e ingenuamente edificato credendo di farle raggiungere quella felicità che un contesto montanaro le avrebbe a convinzione sua invece negato. Ma l’acquisto di un titolo nobiliare grazie ai soldi concessi dall’anomala natura della figlia, lo sfarzo esagerato fatto di tessuti preziosi e palazzi immensi dove coccolarsi, e infine la promessa di un amore impavido e robusto non corrispondono chiaramente alle richieste di Gemma-di-bambù, che vorrebbe semplicemente essere se stessa come quando, da piccina, giocava con i ragazzini del vicinato rincorrendosi tra i prati e le alture.


La gioia non viene dai soldi ma dagli affetti, e Gemma-di-bambù, divenuta Principessa Splendente una volta abbandonata la montagna e l’infanzia, non ha nessuno: ancelle, servitrici e spasimanti affollano i suoi spazi, ma la sua solitudine rimane evidente e feroce, soprattutto quando la direzione narrativa comincia a svelarsi, creando un vero e proprio background alla ragazza, privandola quindi anche di quell’aspetto favolistico che in qualche modo sembrava darle riparo. La grazia con cui respinge e rimanda doni e favori amorosi, il silenzio con cui accetta i voleri del padre perché nonostante tutto ne capisce gli intenti (per quanto sbagliati), il fuggire ciecamente e senza ripensamenti in quell’attimo di vita sfolgorante e mai più provato, e in generale il suo progressivo sottrarsi alla vita colpisce e fa male attraverso particolari che risaltano nella loro crudele bellezza: le mani che tremano quando parla, gli sguardi pieni di tristezza, le parole dette agli spasimanti con la voce spezzata…

La sofferenza di Principessa è però percepita a un livello più profondo, perché l’estetica e l’andamento del film sono comunque ancorati a quella narrazione luminosa e divertente tipica della Ghibli. I disegni, la solarità e il dolce umorismo fiabesco attutiscono il peso della pellicola con un’eleganza che forse solo Takahata poteva esprimere con questa potenza: il tratto appena accennato e i colori tenui esaltano espressioni ora cartoonesche ora di deliziosa bellezza (i capelli e gli occhi di Principessa sono meravigliosi pur con linea estremamente semplice e spartana); i personaggi sprizzano colori e sfumature pur nascendo da caratteri-chiave, tipici della favola; e le musiche di Joe Hisaishi, sempre lievi e impalpabili con soffusi interventi di piano, esplodono nella fase conclusiva con un motivo straniante e allegro mentre un terremoto di sogni infranti si abbatte a terra disintegrando ogni speranza. E questa sequenza, questo lungo momento di brutale pena, porta con sé la pesante eppure splendente parabola della povera Principessa, una ragazza che ha sofferto per tutta la sua vita ma che ha resistito e desiderato fino alla fine che la felicità, quella vera e non quella costruita involontariamente dal padre, potesse arrivare. Purtroppo le rimane soltanto un incantevole sogno a occhi aperti mentre la commozione di chi guarda, un pianto vero e sincero, credo sia giustamente e straordinariamente inevitabile.

Voto: 9 su 10

lunedì 31 marzo 2014

Recensione: Nausicaä della Valle del Vento

NAUSICAÄ DELLA VALLE DEL VENTO
Titolo originale: Kaze no Tani no Nausicaä
Regia: Hayao Miyazaki
Soggetto: Hayao Miyazaki (basato sul suo fumetto originale)
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki, Kazunori Ito
Character Design: Hayao Miyazaki
Mechanical Design: Hayao Miyazaki
Musiche: Joe Hisaishi
Studio: Studio Ghibli
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 116 min. circa)
Anno di uscita: 1984
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Lucky Red



Il parere del Corà

Non credo sia troppo azzardato dire che Nausicaä della Valle del Vento è l’opera più riuscita e completa di Miyazaki: a discapito della datazione, che inevitabilmente mostra una "ruggine" nel comparto tecnico, è probabilmente anche la più sentita e quella che meglio lo identifica per tematiche, personaggi e stile unico di disegno. Perché se qualche anno prima con Conan il ragazzo del futuro (1978) esplorava quella fantascienza avventurosa con un taglio ironico e leggero che mai nessuno è più riuscito a imprimere con la stessa freschezza e capacità d’analisi, con Nausicaä riprende l’argomento ecologico a lui tanto caro e lo innesta in un’avventura a metà tra la sci-fi e il fantasy ben più adulta e seriosa dell’epopea di Conan e Lana, controbilanciando quella solarità che da sempre lo distingue con un maggior realismo in termini di costruzione dei personaggi, reazioni agli eventi e uso della violenza. Non è un caso infatti che quando tenterà nuovamente questa strada più complessa e drammatica con il discutibile Principessa Mononoke (1997), in realtà non si tratti altro che di una sorta di remake concettuale e narrativo di Nausicaä, privo però della forza espressiva, del coraggio, dello spessore e anche del valore simbolico dell'eroina della Valle del Vento.

Nato dapprima come manga a opera dello stesso Miyazaki, serializzato sulla rivista Animage con larghe pause tra il 1982 e il 1994, il film trova una porta realizzativa nel 1984, con l'editore, Tokuma Shoten, che, dopo aver fatto sfumare varie proposte all'artista e averlo quasi costretto a disegnare l'opera, lo incoraggia offrendogli una seconda regia cinematografica dopo Il castello di Cagliostro del ‘79. Ad affiancarlo Miyazaki trova ancora una volta Isao Takahata, nelle vesti di produttore esecutivo: la coppia è già ben consolidata per svariate esperienze precedenti, e difatti Nausicaä viene considerato a tutti gli effetti come il primo vero film dello Studio Ghibli, la cui nascita ufficiale si sarebbe concretizzata l’anno successivo proprio coi proventi dell'enorme successo commerciale di questa pellicola.

Ambientato in scenario desolante e terribile, centinaia di anni nel futuro di un’umanità che si è distrutta e ha conseguentemente annientato il pianeta dopo un’infinita guerra termonucleare, tutto è regredito a uno stato medievale dove gli uomini sopravvivono in due piccoli regni nel tentativo di non soccombere alla Giungla Tossica, un’immensa entità di vegetazione e colossali animali che avanza spandendo il suo fiato mortale. Con un simile incipit è facile riconoscere i tratti che avrebbero contraddistinto più avanti Principessa Mononoke (su tutto la prevalenza della natura che dichiara guerra all’uomo e ne mette in pericolo l’esistenza sul pianeta, e la stupidità umana che ha portato la civiltà a questa situazione - qui una guerra avvenuta in un antico passato, là una guerra che persiste tutt’ora), che altro non sono che le materie base della carriera di Miyazaki: il ruolo centrale femminile, la critica al progresso, il rapporto negativo con la natura. Ma se negli anni l'autore avrebbe progressivamente diminuito la forza dei suoi messaggi per la ciclicità e la ripetizione dei medesimi (che proprio in Mononoke trovano quella saturazione che danneggia l’opera), in Nausicaä la genuinità e la freschezza dell’avventura gelano gli ormai trent’anni passati confermandola come una splendida storia che ha ancora molto, molto da raccontare.


La semplicità delle tematiche e la pulizia del messaggio risaltano quindi in un’avventura molto ben costruita e sapientemente narrata, la complessità dell’intreccio è gestita da una mano forte e sicura nella creazione di una base solida, che pur portando in animazione soltanto i primi due volumi dei sette vasti e intricati del manga, non soffre mai di eccessiva macchinazione bensì vive di una felice linearità che impreziosisce le quasi due ore di durata. Certo, gli anni sono tanti e qua e là si avvertono legnosità o qualche ragnatela, il film è lento e solenne, si percepisce la presenza di un background ampio e stratificato che appare sullo sfondo, e la visione richiede comunque un impegno dal quale solitamente l’ariosità della matita di Miyazaki solleva lo spettatore. D’altronde il realismo evocato dalla fisicità dei protagonisti, dalle loro lotte e dalle loro reazioni, ma anche dalla crudeltà della guerra, dalla colossale stazza delle creature, dalla rifinitura viscerale del loro organismo e dalla crudezza di certe morti, ne fanno un’opera importante e matura che non ha bisogno di meraviglie grafiche o leggerezze narrative per piacere a un pubblico più ampio o di una sovrastruttura effettistica per sublimare l’occhio. Nausicaä non ha i fondi né il bagaglio tecnico che potrà fornire in seguito lo Studio Ghibli, è un’opera datata ma principalmente di cuore e di reale fantasia con cui Miyazaki, prima di abbassare il suo target limitando la serietà e preferendo la magia, sapeva ancora stupire, e non soltanto graficamente.

Al resto pensano una rocciosa eroina, tra le migliori mai tratteggiate da Miyazaki per il suo essere guerriera e ragazza che con un’intensità pari a pochi resiste e combatte l’ostentazione cieca del regno di Tolmekia, sopravvivendo a quelle morti e quei rapimenti che una guerra sempre comporta, e un’epocale colonna sonora a cura dell’allora esordiente Joe Hisaishi, un viaggio puramente prog rock con largo uso di tastiere epiche e atmosferiche, sonorità tipiche della fantascienza di quegli anni proprio perché Nausicaä trascende dall'animazione tradizionale e si avvicina maggiormente al cinema fantastico che nel periodo ha spopolato, divenendo di fatto un film cult destinato a fare Storia.

Voto: 8,5 su 10

Il parere del Mistè

Nausicaä della Valle del Vento è obiettivamente un film di grande portata storica: uscito nel 1984 nelle sale nipponiche, verrà ricordato dai posteri come il primo film mai realizzato dallo Studio Ghibli, nome di gran prestigio destinato a rimpiazzare quello precedente (Top Craft) esattamente l'anno successivo, grazie agli introiti racimolati dalla pellicola.

Nausicaä nasce originariamente come manga, serializzato sulla rivista Animage da Hayao Miyazaki a partire dal febbraio 1982: riprendendo le tematiche ecologiche di Conan il ragazzo del futuro (1978), l'autore teorizza nuovamente un futuro dove la natura ha inglobato (per mezzo di un mortale mare acido e giganteschi funghi che emanano spore velenose) l'avanzatissima civiltà umana che immancabilmente, con egoismo, ha distrutto l'ecosistema. La storia segue quindi le vicende della bella fanciulla che dà il nome all'opera, unico essere umano in grado di entrare in sintonia mentale con le enormi creature che ora abitano il pianeta, mediando tra loro e quello che rimane della civiltà umana, preda dell'ennesima guerra che minaccia di essere catastrofica (fra le due superpotenze Tolmekia e Pejite) e ancora incapace di trovare un equilibrio fra natura e progresso tecnologico. Disegnato con un tratto fiabesco e ricchissimo di dettagli molto vicino ai lavori di Moebius (e la stima reciproca fra i due diverrà cosa nota1, anche dal momento che lo stesso artista francese sarà uno tra i più accesi sostenitori internazionali dell'opera2), prediligendo un accurato tratteggio al pennino, l'epico, articolatissimo fantasy avventuroso Nausicaä, creato dall'autore in "risposta" al rifiuto dell'autrice americana Ursula Kroeber Le Guin di concedergli i diritti di trasporre in animazione il ciclo letterario di Earthsea3, da lui amatissimo, si può definire, nonostante i difetti (l'autore  non è un mangaka e lo si nota chiaramente nella narrazione spesso pesante e farraginosa, data da dialoghi verbosi e disegni così carichi di dettagli da appesantire la lettura), la summa fondante della poetica miyazakiana. Racchiude in sé molte delle sue caratteristiche principali (l'eroina femminile forte, risoluta ed emancipata, le tematiche ecologiste, il tratto di disegno tipico in aspetti fisici e corporature) e rappresenta in modo molto chiaro l'evoluzione del pensiero dell'artista, che lo inizia a disegnare con ingenui slanci ambientalisti/socialisti e, nel suo lungo protrarsi (ben quattrodici anni), cambiando nettamente le proprie opinioni, riverserà nel finale un pensiero decisamente più evoluto e disilluso (pensiero che troverà forma nel 1997 ne La Principessa Mononoke)4.

Nei primi anni '80, lasciando Nippon Animation, l'autore ha quasi chiuso i ponti con i cartoni animati: negli stabilimenti di Telecom (sezione lungometraggi di Tokyo Movie Shinsha) si limita a dare lezioni di teoria a futuri animatori e a disegnare nei ritagli di tempo Nausicaä sotto insistenza della casa editrice Tokuma Shoten, facendosi promettere che non gli verrà mai chiesto di farne un anime. Arriva quindi il momento in cui il suo fumetto trova un grande successo di pubblico (ispirando, tra le altre cose, nel 1983 anche Aura Battler Dunbine di Yoshiyuki Tomino) e Toshio Suzuki, produttore e maggior sostenitore di Miyazaki negli ambienti dell'editore, si rimangia la parola e inizia a chiedere di farne un cortometraggio. Contro ogni previsione, Miyazaki ci ripensa e offre di farne un OVA, che diventa infine un film. Trovato supporto economico nella stessa casa editrice e nella Hakuhôdo, seconda agenzia pubblicitaria del Paese, Miyazaki e Suzuki appaltano i lavori allo studio Top Craft e coinvolgono infine il compositore Joe Hisaishi (vero nome, Mamoru Fujisawa) e Isao Takahata - anche se quest'ultimo destinato, in questa occasione, solo a produrre l'opera5. Il nucleo principale dello Studio Ghibli è formato, e nell'opera simbolica della sua fondazione sono coinvolti anche il veterano Kazuo Komatsubara ai disegni, un giovane Hideaki Anno tra gli animatori e il bravo sceneggiatore Kazunori Ito. Dopo dieci mesi di intensa lavorazione ne esce fuori un lungo film di due ore,  che l'11 marzo 1984 debutta nei cinema giapponesi in una doppia proiezione insieme a un altro film di Miyazaki, il lungometraggio riassuntivo di Sherlock Holmes (addirittura, per un'incredibile coincidenza, un terzo film tratto da un vecchio lavoro del regista, sempre di rimontaggio, esce nelle sale il medesimo giorno6, parlo di Revival of the Giant Machine Gigant, riassuntivo di Conan il ragazzo del futuro). Senza alcun tipo di pubblicità, Nausicaä ottiene un ottimo successo di critica e pubblico, vincendo svariati premi fondamentali. Con 742 milioni di yen totali incassati7 (buona parte di essi provenienti dalla successiva vendita di ben 43.000 copie in VHS8) e l'eroina Nausicaä divenuta LA ragazza-anime di tutti gli anni '80, saldamente in testa alle classifiche delle riviste di settore nei riguardi dei personaggi femminili preferiti9, Miyazaki ottiene perciò il primo successo commerciale della sua carriera ed è con questi soldi che lui e Takahata sono in grado di comprare a fine 1985 Top Craft, andato in fallimento, a rinominarlo Studio Ghibli e a prenderne le redini. Sarà la nascita di una società di produzione tra le più importanti e influenti di sempre. Scopo dichiarato: "produrre film di un tale livello qualitativo da attirare un pubblico molto vasto, facendo uscire i film d'animazione dal ghetto nel quale sono stati relegati da troppo tempo"10.

L'aver dato totale indipendenza creativa a Miyazaki e Takahata è sicuramente il merito maggiore della pellicola, purtroppo destinata, da un altro verso, a una triste rivalutazione negativa per i suoi demeriti narrativi. La sua strabiliante confezione, data da fondali maestosi e ricchissimi di dettagli, animazioni superlative e disegni di immensa espressività e varietà (pensiamo agli Ohm, sorta di giganteschi paguri, e alla variegata fauna entomologica che anima il mondo selvaggio della storia), senza dimenticare preziosismi registici (gli incredibili voli aerei della ragazza a bordo del suo aliante), rappresenta sicuramente quel punto di forza che rendeva ieri Nausicaä un film graficamente all'avanguardia; anche oggi la pellicola fa un figurone, ed è facile immaginare quale portata potesse avere avuto nel 1984 per la estrema fantasia grafica e le musiche medievaleggianti di Joe Hisaishi. Tutta questa tecnica è però sprecata per una storia mediocre, tediosa e fortemente incompiuta: realizzato il film a manga ancora in corso (quando doveva addirittura ancora essere dato alle stampe il primo volume), di Nausicaä Miyazaki conosce giusto il setting ma non sa ancora che ruolo e peso avranno i personaggi e come si svilupperà la storia, tutto naviga in alto mare. Senza idee generali, il regista si accontenta di quel poco che c'è, impostando con Ito, nella versione filmica, un soggetto compiuto che racchiuda tutti i personaggi e gli spunti apparsi finora: ne esce sì una vicenda corposa e complessa, ma anche poco organica, narrativamente poco curata, a tratti inconcludente e che trasmette l'impressione di non aver sfruttato la sua carne al fuoco, che passa da una scena all'altra senza trattare in modo esaustivo alcun avvenimento e crollando miseramente nelle sue ambizioni di epico kolossal.


I due sceneggiatori non riescono a rendere interessante una lunga avventura impostata sul solo splendore grafico, specchietto per le allodole per mascherare un intreccio caotico e anticlimatico dove avvengono sì mille cose, ma sono sempre trattate con superficialità, con personaggi-marionette privi di spessore psicologico - che non si capisce perché viaggiano da una parte all'altra - e un background pressoché nullo delle tecnologie e delle ambientazioni. Al di là della confezione superba, Nausicaä è una storia davvero arida, noiosa e ben poco emozionale, giusto un confusionario antipasto/rielaborazione del primo tomo del manga. Sempre dalla parte iniziale del fumetto, il film eredita un buonismo e una moraletta davvero irritanti, lontanissimi dalla semplicità e leggerezza con cui Conan diceva meglio le stesse cose: è bene lodare chi intende trasmettere ai bambini il rispetto per la natura e la necessità di costruire tecnologie ecosostenibili, ma non è giusto farlo ricorrendo ai più beceri stereotipi ambientalisti/sinistrorsi, che demonizzano in toto i militari, la tecnologia, le città (solo paeselli isolati e rispettosi dell'ambiente, come quello della Valle del Vento a cui appartiene l'eroina, possono trovare una perfetta autarchia) e, in ultima, istanza l'Uomo. Questa visione manichea si esprime simbolicamente nel personaggio di Nausicaä, "rappresentante terreno" della natura (punto di incontro asiatico-occidentale, già dal nome, tra gli omonimi personaggi femminili visti nell'Odissea di Omero e nel racconto giapponese La principessa che amava gli insetti, da cui eredita rispettivamente la sensibilità e lo spirito di indipendenza11) dalla bontà d'animo così esagerata da sembrare parodistica: la ragazza subisce ogni genere di torto e crudeltà dai suoi simili, sa che il creato è stato praticamente distrutto dalla razza umana, eppure è pronta a rischiare la vita pur di salvare i suoi carnefici, perché sì, perché lei è una santa che dialoga con Madre Natura e ama ogni essere vivente, non può perdonarsi la morte di una singola formica o persona anche se queste sono spietate. Ne esce un polpettone vegano e buonista che, con le sue atmosfere inaccettabilmente serie, adulte e pretenziose  (Miyazaki e lo staff si stupiranno molto che il pubblico di bambini è andato a vedere la pellicola, non rivolta certo a loro12) e la spocchia moralista (applaudita dal WWF, che pure apporrà il logo come Seal of Approval per la distribuzione internazionale13) si rivela non solo noioso, ma oltremodo grottesco.

Forse sarò troppo ingeneroso nei riguardi di una pellicola figlia della "rivoluzione Macross", realizzata dal suo creatore più per sbizzarrirsi e divertirsi in raffinatezze grafiche che per pensare di trattare in profondità contenuti, ma in un film di due ore retto, volenti o nolenti, su tonnellate di dialoghi e un intreccio intricato, non penso di sbagliarmi nel volerlo giudicare con i parametri non di un'opera contemplativa, ma di una storia d'avventura ambiziosa. Sotto questa luce il mio commento non può che essere negativo: Nausicaä ha sicuramente la sua importanza storica e rappresenta un gradino nell'evoluzione del pensiero ecologico di Miyazaki (appunto, simboleggiando le sue visioni utopistiche e buoniste di quegli anni), ma certo non è un lavoro che mi sento di consigliare a chi intende avvicinarsi ai lavori del grande regista. Molto preferibile guardare il suo rifacimento maturo, sensato e cinematograficamente ben più riuscito, Principessa Mononoke (1997).

Voto: 5,5 su 10


FONTI
1 Intervista a Isao Takahata pubblicata su Kappa Magazine n. 2 (Star Comics, 1992, pag. 64)
2 Kappa Magazine n. 129, Star Comics, 2003, pag. 4
3 Post di Shito (Gualtiero Cannarsi, traduttore ufficiale Lucky Red di tutti i film Ghibli) apparso nel Ghibli Forum italiano alla pagina web http://www.studioghibli.org/forum/viewtopic.php?f=21&t=2985&start=30#p66137
4 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 171. Confermato da Shito nel forum Pluschan alla pagina http://www.pluschan.com/index.php?/topic/4164-lucky-red-studio-ghibli-e-altro-dragon-ball-harlock-etc/?p=295337
5 Questi retroscena sono riportati a pag. 171 di "Storia dell'animazione giapponese". La promessa di non farne un anime e il ripensamento di Miyazaki vengono invece da "Anime Interviews: The First Five Years of Animerica Anime & Manga Monthly (1992-1997)" (Cadence Books, 1997, pag. 27)
6 Mangazine n. 20, Granata Press, 1993, pag. 37
7 "Storia dell'animazione giapponese", pag.171
8 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 111
9 Consulenza di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit)
10 Vedere punto 2, a pag. 6
11 Maria Roberta Novielli, "Animerama", 2015, Marsilio, pag. 191
12 Vedere punto 8, a pag. 138
13 Vedere punto 2

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