lunedì 1 dicembre 2014

Recensione: La storia della Principessa Splendente

LA STORIA DELLA PRINCIPESSA SPLENDENTE
Titolo originale: Kaguya-hime no Monogatari
Regia: Isao Takahata
Soggetto: Isao Takahata
Sceneggiatura: Isao Takahata, Riko Sakaguchi
Character Design: Kenichi Konischi
Musiche: Joe Hisaishi, Shinichiro Ikebe
Studio: Studio Ghibli
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 137 min. circa)
Anno di uscita: 2013
Disponibilità: edizione italiana in dvd & blu-ray a cura di Lucky Red


È una felice coincidenza che i due pilastri dello Studio Ghibli giungano al medesimo traguardo nel medesimo momento, un ultimo capolavoro ciascuno con cui congedarsi maestosamente: il progetto iniziale prevedeva un’uscita in contemporanea come accaduto venticinque anni fa per Il mio vicino Totoro e Una tomba per lelucciole, alcuni ritardi di produzione impediscono che ciò accada ma il tempo che passa tra i due non è molto. Da una parte Miyazaki si scosta per una volta da certi contesti magici per abbracciare una visione più realistica e di commovente profondità, rinnovandosi meravigliosamente pur rimanendo comunque sempre sé stesso con il bellissimo Si alza il vento, dall’altra Takahata torna a scrivere e dirigere dopo quasi quindici anni (e con una produzione durata ben otto) mettendo da parte la consueta sperimentazione - comunque ben presente e importante - per una storia che ha radici profonde nella tradizione nipponica e che, pur essendosi già prestata a non poche trasposizioni (la più famosa di tutte è probabilmente La regina dei mille anni di Leiji Matsumoto, 1981), è ancora valido materiale per grandi sentimenti.

La storia della Principessa Splendente diventa infatti ghiotta occasione per una nuova rappresentazione della quotidianità: Takahata ha sempre brillato parlando del normale e quieto vivere, mostrando la vita di tutti i giorni tanto nelle sue parentesi più raggianti quanto nelle tragiche sfumature che può subire, con una competenza e una sensibilità da lasciare senza fiato. E in fondo, ciò che racconta in quest’ultimo, meticoloso, straziante capolavoro (indegnamente risoltosi in un ennesimo flop ai botteghini giapponesi), è proprio la vita di Gemma-di-bambù, una neonata trovata all’interno di un fusto di bambù da un anziano contadino e cresciuta come fosse sua figlia.

L’accenno fantastico non è fondamentale per inquadrare la pellicola, ma ne è strumento per far esprimere la ragazza in tutta la sua forza, da bambina piena di energia a ragazzina ribelle fino a diventare sottomessa nobildonna, ma di spirito indomabile, circondata da una corte di regnanti e schiere di servitù. La sua è infatti una vita triste, obbligata, condizionata da un tunnel privo di diramazioni, che il padre ha ottimisticamente e ingenuamente edificato credendo di farle raggiungere quella felicità che un contesto montanaro le avrebbe a convinzione sua invece negato. Ma l’acquisto di un titolo nobiliare grazie ai soldi concessi dall’anomala natura della figlia, lo sfarzo esagerato fatto di tessuti preziosi e palazzi immensi dove coccolarsi, e infine la promessa di un amore impavido e robusto non corrispondono chiaramente alle richieste di Gemma-di-bambù, che vorrebbe semplicemente essere se stessa come quando, da piccina, giocava con i ragazzini del vicinato rincorrendosi tra i prati e le alture.


La gioia non viene dai soldi ma dagli affetti, e Gemma-di-bambù, divenuta Principessa Splendente una volta abbandonata la montagna e l’infanzia, non ha nessuno: ancelle, servitrici e spasimanti affollano i suoi spazi, ma la sua solitudine rimane evidente e feroce, soprattutto quando la direzione narrativa comincia a svelarsi, creando un vero e proprio background alla ragazza, privandola quindi anche di quell’aspetto favolistico che in qualche modo sembrava darle riparo. La grazia con cui respinge e rimanda doni e favori amorosi, il silenzio con cui accetta i voleri del padre perché nonostante tutto ne capisce gli intenti (per quanto sbagliati), il fuggire ciecamente e senza ripensamenti in quell’attimo di vita sfolgorante e mai più provato, e in generale il suo progressivo sottrarsi alla vita colpisce e fa male attraverso particolari che risaltano nella loro crudele bellezza: le mani che tremano quando parla, gli sguardi pieni di tristezza, le parole dette agli spasimanti con la voce spezzata…

La sofferenza di Principessa è però percepita a un livello più profondo, perché l’estetica e l’andamento del film sono comunque ancorati a quella narrazione luminosa e divertente tipica della Ghibli. I disegni, la solarità e il dolce umorismo fiabesco attutiscono il peso della pellicola con un’eleganza che forse solo Takahata poteva esprimere con questa potenza: il tratto appena accennato e i colori tenui esaltano espressioni ora cartoonesche ora di deliziosa bellezza (i capelli e gli occhi di Principessa sono meravigliosi pur con linea estremamente semplice e spartana); i personaggi sprizzano colori e sfumature pur nascendo da caratteri-chiave, tipici della favola; e le musiche di Joe Hisaishi, sempre lievi e impalpabili con soffusi interventi di piano, esplodono nella fase conclusiva con un motivo straniante e allegro mentre un terremoto di sogni infranti si abbatte a terra disintegrando ogni speranza. E questa sequenza, questo lungo momento di brutale pena, porta con sé la pesante eppure splendente parabola della povera Principessa, una ragazza che ha sofferto per tutta la sua vita ma che ha resistito e desiderato fino alla fine che la felicità, quella vera e non quella costruita involontariamente dal padre, potesse arrivare. Purtroppo le rimane soltanto un incantevole sogno a occhi aperti mentre la commozione di chi guarda, un pianto vero e sincero, credo sia giustamente e straordinariamente inevitabile.

Voto: 9 su 10

6 commenti:

Enrico D. ha detto...

D'accordissimo (per una volta!) con la recensione. Tralasciando i contenuti che il Corà ha trattato già bene, volevo sottolineare una cosa: lo stile grafico. Davvero! Al cinema avevo gli occhi spalancati a mo' di fanali, perché questo film è un quadro (ripeto un quadro, quelli che stanno nelle gallerie e paghi per vedere) in movimento! La scena della fuga sotto la luna e quella dei ciliegi mi han fatto tremare per l'emozione che trasmettevano!
Sinceramente, non ho mai visto nulla di simile.

Simone Corà ha detto...

Sì, è uno splendore continuo, non c'è attimo di pausa nella meraviglia visiva e narrativa, è qualcosa di unico, dolcissimo, potente, intelligente, profondo, ironico e amaro. Grande, gradissimo cinema.

Marco Grande Arbitro Giorgio ha detto...

Purtroppo non l'ho ancora potuto vedere, per colpa della programmazione dei cinema locali.
Spero di recuperarlo a Natale...

Simone Corà ha detto...

Io mi sono segnato il giorno con grande anticipo, non potevo mancare. :)

Enrico D. ha detto...

Ci vuole anche una recensione di "Si alza il vento" però, a questo punto...

Simone Corà ha detto...

Arriverà :)

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