Visualizzazione post con etichetta Shotaro Ishinomori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Shotaro Ishinomori. Mostra tutti i post

giovedì 30 marzo 2017

Recensione: Harmagedon - La guerra contro Genma

HARMAGEDON: LA GUERRA CONTRO GENMA
Titolo originale: Genma Taisen
Regia: Rintaro
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Kazumasa Hirai & Shotaro Ishinomori)
Sceneggiatura: Chiho Katsura, Makoto Naito, Mori Masaki
Character Design: Katsuhiro Otomo
Musiche: Keith Emerson
Studio: Mad House
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 131 min. circa)
Anno di uscita: 1983
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Dynit


Non penso che Dynit abbia fatto un buon servizio al mercato anime italiano procurandosi la licenza di Harmagedon - La guerra contro Genma, mediocre lungometraggio animato di ieri (1983) così male invecchiato da essere semplicemente un pessimo film di oggi. Purtroppo, l'azienda distributrice è caduta nella classica, indecorosa abitudine di spendere soldi preziosi in prodotti palesemente futili per la sola, irritante volontà di venderli a chi si lascia stregare da certi nomi altisonanti nello staff di produzione: pratica che sicuramente, più di una volta, permette quantomeno allo spettatore di sperare a ragione in una certa qualità di tali lavori, ma che talvolta si rivela, come in questo caso, un semplice specchietto per allodole per rifilare robaccia. Harmagedon, purtroppo, è un pessimo, pessimo lavoro, anche se è diretto da Rintaro, anche se il character design è a cura del rinomato Katsuhiro Otomo, regista del famosissimo Akira (1988) e qui nella sua prima mansione ufficiale nel mondo dell'animazione Made in Japan, e anche se le musiche vengono dal tastierista Keith Emerson del famoso gruppo progressive rock inglese Emerson, Lake & Palmer.

Harmagedon segna il debutto della casa editrice di fumetti Kadokawa Shoten nel mondo degli anime, che produce un impegnativo e soprattutto, ahimè, corposo kolossal cinematografico di ben 130 minuti e 100.000 disegni1 basato su Genma Wars, manga fantascientifico disegnato tra il 1967 e il 1981 dal "Re dei manga" Shotaro Ishinomori con i testi dello scrittore sci-fi Kazumasa Hirai (lo stesso Hirai riprende poi la storia a un certo momento sotto forma di un fluviale numero di romanzi editi da Kadokawa Shoten e su questi, sembra, si ispiri il film1). Gli incassi per l'epoca sono immeritatamente ottimi (più di un miliardo di yen al botteghino3), ma davvero non forniscono una verosimile indicazione sul valore della pellicola, un'avventura fantastica di incredibile banalità in cui è inscenato l'immancabile, infinito scontro tra bene e male (l'entità spaziale Genma, che ha già ha distrutti innumerevoli pianeti e mira ad annichilire l'intero creato, si avvicina alla Terra, e per questo lo "spirito dell'universo" dona enormi poteri psichici a svariati ragazzi affinché con essi possano distruggere Genma e i suoi mostruosi servitori, stop) con una piattezza disarmante.

Al tempo, è molto pubblicizzata la presenza di Otomo nello staff4: il giovane mangaka è  noto in madrepatria, in quegli anni, per il manga Domu - Sogni di bambini (1980)5, e da circa tre mesi ha iniziato a disegnare un'altra opera che diverrà famosa, Akira. Negli anni dell' "omologazione tezukiana", passati e anche attuali, in cui un po' tutti i mangaka si rifanno alla cifra stilistica del "Dio dei manga" nel caratterizzare le figure umane con tratti "universali" privi di nazionalità e dalle corporature non certo verosimili, è Otomo il primo autore (o almeno, tra i primissimi) a raffigurare i giapponesi con i tratti somatici che gli competono, con una notevole ricerca di verosimiglianza nelle costituzioni fisiche, ed è giusto dire che la sua fama presso il pubblico, prima di quella registica, se la guadagnerà in questo modo6. I personaggi da lui abbozzati per il film in effetti trovano un discreto grado di realismo, anche se bisogna ammettere che il direttore dell'animazione incaricato di adattarle al grande schermo, Takuo Noda, non è proprio capace di trasporre in modo rispettoso il caratteristico stile della star, esagerando molto con l'approssimazione e rendendo il tutto ben poco riconoscibile (come ci dimostreranno le produzioni animate che portano la firma di Otomo al character design, il più bravo tra i suoi interpreti si rivelerà Takashi Nakamura) e, già con questo, facendo perdere punti preziosi a uno degli elementi di richiamo della pellicola.


Fosse solo questo il problema! Harmagedon è molto lungo, estremamente lineare e semplicistico nella narrazione, eppure di pesantezza e noia sfiancanti fin da subito. È indubbiamente colpa della regia lentissima e compiaciuta di Rintaro, che ci mette uno sproposito di tempo a raccontare ogni cosa sprecando interi minuti di girato in sequenze pachidermiche in cui non succede nulla, addirittura sfruttando l'artificio (preso dal mondo dell'animazione televisiva!) di riciclare, nella stessa opera, più volte sequenze già viste prima come fossero segmenti di flashback, giusto per allungare il girato (!) - basterebbe questo squallido mezzuccio, a mio parere, per decretare il fallimento artistico del progetto. I chiodi della bara sono tuttavia rappresentati da ben altro. Abbiamo un cast di personaggi caratterizzati con lo sputo, mediante dialoghi spenti e monotoni; abbiamo rapporti interpersonali ugualmente stantii e visti mille volte che azzerano qualsiasi interesse. Ancora, abbiamo una sceneggiatura tremenda, quasi amatoriale, che impiega quasi un'ora solo per creare le basi dell' "avventura" (la presentazione del protagonista Jo Azuma, il risveglio dei suoi poteri e l'incontro con la principessa Luna e il cyborg millenario Vega che gli spiegano dell'arrivo di Genma) e sfrutta l'altra per ammassare mille cose, aggiungendo al gruppo di eroi altri Esper internazionali (ovviamente basati su stereotipi etnici), fargli affrontare qualche patetico emissario mostruoso di Genma e poi metterli a combattere contro quest'ultimo, in una schizofrenica condesazione dei primi (si dice, non posso ovviamente confermare) 3 romanzi di Hirai. Abbiamo cliché e banalità ovunque, ma soprattutto una totale insignificanza emozionale, "sollecitata" da disegni deludenti, fondali mediocri, una direzione snob e una pura, agghiacciante indifferenza per queste figure di cartone che parlano, si muovono ed evocano scenari drammatici e apocalittici che sono tali solo per loro. Parlare di "storia da serie C" non è affatto sbagliato, e viene da ridere al pensiero che sia stata realizzata con un tale budget e una simile lunghezza spropositata, nonostante tutti questi soldi talvolta si vedano e talvolta ci si domanda dove siano finiti (le animazioni non riescono mai a bucare lo schermo, mediamente sembra di assistere a una media serie TV).

Tremenda, infine, la colonna sonora di Keith Emerson composta per il film: il brano portante è una fanfara allegra e simpatica utilizzata sciaguratamente nei momenti teoricamente più epici dello scontro finale (la colpa è ovviamente del regista che l'ha usata in quel punto, è pacifico), mentre le altre tracce non sono niente di diverso da un qualsiasi synth banalotto del tempo che poteva fare chiunque.  Impensabile che il compositore avesse realizzato appena tre anni prima la straordinaria, lirica colonna sonora di Inferno di Dario Argento. È il degno sberleffo finale a un lungometraggio indigesto che faremmo meglio tutti a dimenticarci al più presto (sembra che Otomo stesso sia stato così deluso dal risultato da scegliere per questo motivo di curare personalmente lui, in tutto e per tutto, la trasposizione filmica di Akira7). Incredibile che nel 2002 ci sia stato addirittura un revival animato di Genma Wars, con una serie TV di 13 episodi (Genma Wars - Eve of Mythology) collegata chissà come ai romanzi o ai fumetti, priva di effettiva continuity col lungometraggio e nota per una confezione tecnica tra le più imbarazzanti del nuovo secolo.

Voto: 4 su 10


FONTI
1 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 102
2 Come sopra
3 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 143
4 "Anime al cinema", pag. 103
5 Mangazine n. 25, Granata Press, 1993, pag. 44
6 Come sopra, a pag. 48
7 Jonathan Clements & Helen McCarthy, "The Anime Encyclopedia: Revised & Expanded Edition", Stone Bridge Press, 2012, pag. 271

lunedì 17 marzo 2014

Recensione: 009 Re:Cyborg

009 RE:CYBORG
Titolo originale: 009 Re-Cyborg
Regia: Kenji Kamiyama
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Shotaro Ishinomori)
Sceneggiatura: Kenji Kamiyama
Character Design: Gato Aso
Musiche: Kenji Kawai
Studio: Production I.G, SANZIGEN Animation Studio
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 103 min. circa)
Anno di uscita: 2012


La scalata ai vertici dell’animazione porta inevitabilmente a confrontarsi con i grandi classici, non una sfida a fare meglio di chi ha gettato le basi, nemmeno la costruzione di semplici remake (con tutti i pro e i tanti, troppi contri che può avere una simile operazione), bensì una sorta di acquisizione e comprensione di idee e concetti per una riproposizione adeguata, con mezzi e stili, ai tempi odierni. Kenji Kamiyama ha già avuto modo di scontrarsi con grandi colossi nipponici: dal lungo, complesso e soddisfacente lavoro con la saga di Ghost in the Shell: Stand Alone Complex (2002) ne è uscito a testa alta tanto da non considerare eccessivo l’accostamento qualitativo né ai pilastri di Oshii né al manga di Shirow, e dopo un titolo originale come Eden of the East (2009) torna l’occasione di un importante parallelo, stavolta con budget e ambizioni cinematografici che Production I.G. è ben lieta di dare al suo pupillo.
               
Cyborg 009 inizia la sua serializzazione nel 1963 e diventa bene o male l’opera della vita di Shotaro Ishinomori, al quale lavora, tra alti e bassi, tra pause e riprese, tra brusche decisioni che scontenteranno i fan e necessari passi indietro, per ben 17 anni: la storia di nove cyborg dalle fattezze umane diventa la prima esperienza supereroistica nipponica e si presta, negli anni, a una montagna di riproposizioni, tra anime (tre serie, delle quali la seconda, del 1979, diretta da sua maestà Ryousuke Takahashi, ben nota in Italia), film, giochi e radiodramma, con 009 Re:Cyborg come sua ultima incarnazione, allo stesso tempo sequel e restart del franchise.

Kamiyama gioca d’azzardo, svecchia i nove protagonisti con un restyling deciso ma necessario, sventra l’impianto action con una colata imponente di fantapolitica che azzera il ritmo e aumenta la mole dialogica, farcisce il background di attualità (terrorismo, precisi riferimenti geografici) e tenta di arricchire un piatto già abbondante con raffinati simbolismi d’autore: sia come regista che come sceneggiatore ha tecnica, capacità e astuzia per rischiare, il supporto di Production I.G. inoltre gli permette di agire a suo piacimento, ma il risultato finale è un’opera di difficile, se non impossibile classificazione, già a partire dallo spunto iniziale (attacchi terroristici che distruggono grattacieli in tutto il mondo) che scontenta ovviamente i fan (se era prevedibile la diversità dal costrutto originale era meno ipotizzabile un simile tocco autoriale) e paradossalmente anche chi cerca una materia matura e profonda, perché Kamiyama fa il proverbiale passo più lungo della gamba e pare non essere in grado di controllare e tenere a bada i tanti elementi in gioco, sbilanciandoli per ritmi, sostanza e minutaggio per tutta la durata della pellicola.

 

Pare di assistere a un puzzle dove i pezzi non sono stati assemblati, 009 Re:Cyborg è infatti un insieme di (bellissime, per carità) sequenze che però mai riescono a contribuire a un fine unico: tutto è scomposto, diviso, spezzato, fine a se stesso, è arduo inquadrare in un disegno complessivo l’intero lavoro, frutto di sprazzi di genio, di guizzi meravigliosi, ma anche e soprattutto di una visione d’insieme di fatto esilissima. Seguire i nove cyborg, chi lavora già sottocopertura in varie organizzazioni mondiali chi riattivato per l’occasione, è quindi mediamente arduo perché è ottusamente caotico l’impianto narrativo che li vede collaborare sulla distanza per capire chi ci sia dietro gli attacchi terroristici, quale sia il suo scopo primario e pianificare quindi un valido piano d’attacco. Necessarie scintille hollywoodiane splendono in mirabolanti inseguimenti spaziali, lunghe disquisizioni filosofiche brillano in dialoghi molto buoni, ben scritti e lessicalmente vigorosi, personaggi ottimamente disegnati si ergono come protagonisti di scene che vivono di vita propria, ma niente, niente di questi virtuosi momenti convivono in una trama talmente stratificata e complessa da essere sfuggita presto di mano a Kamiyama stesso, troppo concentrato a dare un’impronta esageratamente personale e intellettuale a tutti i costi a una storia di supereroi e incapace di tenere per le redini di questo mostro che si sfilaccia, sbanda e scappa da ogni buco di sceneggiatura, un blob grossomodo informe ed enigmatico che non lascia spazio a una naturale esposizione di cause ed effetti preferendo i simboli alle spiegazioni, le riflessioni interiori a dialoghi chiari, il tutto a favore di un ermetismo strano e fuori luogo che affonda inevitabilmente il film.

Poco importa quindi lo straordinario lavoro tecnico con una regia meticolosa e immersiva, né la fusione di animazione tradizionale e CG (senza contare il 3D) in qualcosa di così potente e fluido da stordire, nemmeno l’emozionante colonna sonora di un ritrovato Kenji Kawai aiuta nel collegare una pellicola disordinata e disomogenea, talmente impegnata a mostrarsi come qualcosa d’altro da non riuscire nemmeno a esprimere una minima base narrativa – e ne è terribile esempio la lunga, eccessivamente ambiziosa, involuta e concretamente malfatta conclusione, da sola simbolo dell’incompletezza di un’opera sulla carta eccellente e importante ma in realtà confusa e innocua.

Voto: 5,5 su 10  

giovedì 4 ottobre 2012

Recensione: Ryu il ragazzo delle caverne

RYU IL RAGAZZO DELLE CAVERNE
Titolo originale: Genshi Shonen Ryu
Regia: Masayuki Akihi
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Shotaro Ishinomori)
Sceneggiatura: Tadashi Kondo, Hirokazu Fuse, Kuniaki Oshikawa
Character Design: Kazuo Komatsubara
Musiche: Jun Ohshio
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 22 episodi (durata ep. 25 min. circa)
Anni di trasmissione: 1971 - 1972
  

Sacrificato dalla sua tribù al mostruoso tirannosauro Tirano, visto l'inaccettabile colore bianco della sua pelle, il tenero Ryu è salvato e portato via da una scimmia, Kitty, che lo alleva come fosse il suo cucciolo. Molti anni dopo, cresciuto, il ragazzo si ritrova nuovamente da solo quando anche il suo genitore adottivo viene divorato dal mostruoso rettile. Decide quindi di andare alla ricerca della sua vera madre e nel viaggio gli si unisce presto la bella Ran, quest'ultima invece intenzionata a ritrovare il fratellino scomparso, Don, da cui è stata separata diversi anni prima. Nel corso della loro avventure i due dovranno affrontare sia Tirano che il cacciatore Taka, innamorato di Ran e intenzionato a uccidere Ryu.

Parlare del manga Genshi Shounen Ryu (1971, Ryu il ragazzo delle caverne in Italia) significa riaprire una ferita al cuore a chiunque, come chi scrive, ama il mondo del fumetto giapponese: si tratta del capitolo intermedio di una trilogia cartacea, comprensiva de La Strada di Ryu (1969) e Il Mondo di Ryu (1975), che in Giappone è considerata tra i massimi capisaldi della letteratura disegnata. La Trilogia di Ryu è un'epica saga avventurosa/fantascientifica, disegnata negli anni '70 dal Re dei manga Shotaro Ishinomori, dove si intrecciano futuro, passato e presente, remote epoche primitive e avveniristici macchinari della scomparsa civilità di Atlantide, accumunati dalle vicissitudini di un giovane ragazzo - il Ryu del titolo - protagonista assoluto, suo malgrado, in tutti e tre gli scenari (reincarnazione? discendenti? cloni? Non lo sapremo mai). Le avventure di Ryu costituiscono una grande epopea avventurosa, messa in risalto da una poesia e un senso di meraviglia che faranno spesso accostare il fumetto, da critica e pubblico giapponesi, al capolavoro di Osamu Tezuka per eccellenza, La Fenice. Quella di Ryu è, insomma, una saga solenne e fondamentale, di cui noi italiani possiamo assaporare, ahinoi, giusto un antipasto, visto che la chiusura della casa editrice d/visual segna anche l'interruzione della pubblicazione di La Strada di Ryu (il capitolo del futuro), lasciandoci completo solamente Ryu il ragazzo delle caverne (quello del passato). A fronte di una simile, irreparabile disfatta (non c'è proprio sentore di una possibile riedizione del fumetto da parte di una qualunque casa editrice italiana), tanto vale sperare di dimenticarsi tutto e provare a godersi per quello che è la versione animata di quest'ultimo,  realizzata nel 1971 da Toei Animation quasi in concomitanza con la serializzazione del manga originale.

Vista l'assenza, purtroppo, di una trasposizione animata anche della precedente Strada di Ryu, che spiegava più in dettaglio come le apparecchiature di Atlantide abbiano permesso a umani e dinosauri di convivere nell'insolito Giurassico raffigurato in Ryu il ragazzo delle caverne, gli sceneggiatori dell'epoca decidono di lasciare l'incongruenza senza spiegazioni, eliminando i riferimenti atlantidei e trattando in modo diverso le figure della madre del protagonista (figura chiave nella spiegazione del tutto) e del perfido cacciatore Taka, riscrivendo completamente l'intreccio per riadattarlo a una solida storia avventurosa senza implicazioni fantascientifiche, per presentare così uno sviluppo che culmina in un finale diverso, del tutto chiuso e che funzioni anche da solo. Nonostante i numerosi tradimenti, il risultato non è assolutamente da disprezzare.


Il Ryu televisivo mantiene intatto, anche a distanza di ormai quarant'anni, il suo fascino, dato dall'intrigante background preistorico dove minacciosi dinosauri, tigri dai denti a sciabola, vulcani in eruzione, terremoti, ghiacciai che si sciolgono, piante carnivore e fanatici superstiziosi rappresentano i pericoli che Ryu e Ran devono di volta in volta superare per proseguire il loro viaggio: parliamo di una visione perfettamente disimpegnata che riesce a essere sempre coinvolgente grazie alla sua gustosa costruzione avventurosa. Si apprezzano, in Ryu, la rilettura preistorica del mito di Moby Dick (presto l'eroe conosce un amico, Kiba, ossessionato dall'idea di uccidere Tirano, che diventa così vero e proprio villain della serie apparendo più e più volte per sbranare gli eroi), così come il suo affrontare tematiche insolitamente adulte visto il target dell'opera. Ad esempio il tema del razzismo, vividamente rappresentato da tutti i problemi che deve quotidianamente affrontare Ryu per il colore chiaro della sua pelle; a quello dell'ignoranza e della religione che spesso sconfinano nella superstizione e nella violenza; o anche a quello, non meno importante, del rispetto delle regole della natura. Nel mondo selvaggio di Ryu, lontano da certi vagiti vegetariani, ogni essere vivente segue i dettami della scala alimentare, la morte dei deboli diventa pratica crudele ma necessaria per garantirsi il proprio sostentamento: l'importante è onorare la preda, cacciarla solo per sopravvivere e ringraziarla per il suo sacrificio. Sono messaggi che forse oggi suonano banali, ma nella loro semplicità e onestà sanno colpire molto a fondo, forse ancor più che in opere espressamente dedicate a questi argomenti. Impossibile poi dimenticare in Ryu, oltre ai suoi messaggi educativi, anche la genuina empatia che si instaura tra spettatore e protagonista: come lui ci si innamora molto facilmente della bella, dolcissima e paziente Ran che lo accompagna, condividendo in particolar modo le sue sofferenze nei momenti in cui lei è rapita e sparisce temporaneamente dalle scene. Questi sono tutti grandi elementi che attestano il carisma della serie rendendo la visione di ogni episodio piacevolissima, a discapito del gran numero di ingenuità che, ovviamente, sono del tutto plausibili vista l'epoca di realizzazione dell'anime.

Inevitabili, quindi, leggerezze come dialoghi e terminologie "moderne" incompatibili con l'epoca di ambientazione della storia, come Ran che prega un non meglio precisato Dio secondo i rituali cristiani o l'assurda capacità degli eroi di sapere sempre dove dirigersi per cercare i loro parenti, come se sapessero esattamente dove si trovano. Si può citare anche il fatto che Ryu e Ran sono sempre raggiunti da Tirano e Taka secondo la concezione del "mondo davvero piccolo", e al contempo è inspiegabile l'ostinazione di quest'ultimo nel voler uccidere l'eroe al costo di percorrere centinaia e centinaia di km pur di raggiungerlo, per la sola colpa del ragazzo di essere bianco come gli appartenenti di una tribù che decine di anni prima avevano depredato il suo villaggio, e l'essere stato scelto da Ran come compagno per la vita. Motivazione ben poco plausibile che si inserisce nel quadro di leggerezze di cui è costellata l'opera, ma nonostante questo ci si diverte molto con Ryu, anche se basato quasi unicamente su episodi riempitivi, anche se la storia principale si costruisce in appena 5/6 episodi totali e il finale è banale e privo di sorprese, esattamente come ci si aspetta. L'importante è che i riempitivi siano scritti bene e non ci si annoi mai, presupposti sempre adempiuti.

Graficamente si può ben dire che Ryu risenta dell'influsso benefico del suo chara designer, l'eccezionale Kazuo Komatsubara, fondatore nel 1970 dello studio Oh! Production appaltato da Toei per quest'opera e qui al debutto assoluto in tale mansione. I già piacevoli disegni del manga di Ishinomori sono ulteriormente abbelliti dal suo tratto, già estremamente personale e definito, che scolpisce figure virili come Ryu e Kiba e ritratti di bellezza inaudita come la stupenda Ran, pronti a splendere grazie a colori saturi e a renderlo tra i più famosi artisti dell'animazione del decennio, insieme a Shingo Araki e Akio Sugino. Impeccabili anche i fondali di Mataharu Urata realizzati col painting knife1, splendidi quadri ispirati all'Impressionismo e dalle fortissime tonalità rosse, blu e verdi dove si stagliano con vigore gli attori. Meravigliosi come sono, bastano anche solo disegni e fondali a rappresentare un fondamentale motivo di visione per i cultori dei grandi nomi dell'animazione. Piacevolissima la opening western che apre ogni episodio, mentre assai controversa - ma non potrebbe essere altrimenti - la confezione tecnica. Opera del 1971, Ryu ovviamente è tecnicamente molto grezzo e condivide un po' tutti i problemi di quegli anni per quel che riguarda budget limitati, con i dialoghi dati dai semplici movimenti delle bocche dei personaggi e frequenti scene d'azione basate sulla ripetizione ossessiva di animazioni minimaliste unite a rapidissime carrellate e zoomate su volti degli attori per suggerire la sensazione di velocità e mascherare la staticità dell'azione. Le animazioni sono, insomma, per rimanere in tema, "primitive" e artigianali, ma fortunatamente il bell'aspetto grafico impreziosisce l'opera e sposta l'attenzione generale su di lui.


Per quanto ingenuo, semplicistico e rielaborazione televisiva di un manga infinitamente superiore, Ryu il ragazzo delle caverne, in definitiva, è una pregevole serie avventurosa, apprezzabile anche dagli smaliziati spettatori moderni. Pur condividendo tutti i problemi di natura tecnica di quegli anni, può vantare un buon aspetto grafico e un'intrigante suggestione, che hanno un loro carisma e portano la produzione a essere invecchiata e decisamente meglio rispetto a tanti altri "colleghi". Non è certo una signora opera da consigliare spassionatamente, ma se qualcuno ha il desiderio di fare un salto in un improbabile giurassico, pieno di lucertoloni, magma e uomini che si vestono con pelle d'animale, ha a disposizione una buona scelta.

Nota: l'opera è distribuita in Italia da Yamato Video in un cofanetto DVD, con l'audio basato sul classico doppiaggio storico del 1979. La cronica assenza di sottotitoli fedeli per godere dei dialoghi originali porta chi scrive a sconsigliare l'acquisto.

Voto: 7 su 10


FONTI
1 Mangazine n. 21, Granata Press, 1993, pag. 39

giovedì 5 gennaio 2012

Recensione: The Skull Man

THE SKULL MAN
Titolo originale: Skull Man
Regia: Takeshi Mori
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Shotaro Ishinomori)
Sceneggiatura: Yutaka Izubuchi
Character Design: Jun Shibata
Mechanical Design: Yoshinori Sayama
Musiche: Shiro Sagisu
Studio: BONES
Formato: serie televisiva di 13 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anno di trasmissione: 2007

 

Diventato giornalista dopo aver lasciato il suo paese d'infanzia Otomo, Hayato Mikogami decide di tornarvi all'indomani dell'apparizione del misterioso Skull Man, uomo mascherato autore di efferrati delitti. Stretto un legame d'amicizia con la fotoreporter Kiriko Mamiya, che lo aiuta nelle indagini, inizia a cercare indizi ritrovandosi al centro di un'inquietante vicenda di sette religiose, creature da incubo assetate di sangue che si aggirano per la città, e un inquietante piano Gogou avvolto nell'oscurità...

Se al giorno è difficilmente sopportabile l'idea di guardare l'ennesima serie televisiva che parla di complotti militari, industrie farmaceutiche e super-esperimenti concernenti super-uomini, è doveroso sospendere temporaneamente il giudizio se il materiale di riferimento è un vecchio fumetto del re dei manga Shotaro Ishinomori, rivitalizzato da una sapiente sceneggiatura di Yutaka Izubuchi, lo sceneggiatore/regista rivelazione di RahXephon.

The Skull Man nasce come manga horror nel 1970. Protagonista un anti-eroe - tra i primi della Storia del fumetto -, Tatsuo Kagura, che nei panni di Skull Man veste un'inquietante maschera col teschio e percorre una strada di vendetta verso l'uomo che ha ucciso i suoi genitori, eliminando con raccapricciante compiacimento chiunque si trova nel mezzo, anche innocenti. Il suo alleato è Garo, un mutante in grado di assumere sembianze mostruose con cui sbranare i nemici. Una storia molto breve - un centinaio scarso di pagine -, ma così ben disegnata, truce e carismatica da vendere all'epoca la bellezza di un milione e mezzo di copie in patria, guadagnandosi lo status di fumetto di culto e divenendo la primaria fonte di influenza dell'autore nel creare l'eroe mascherato, positivo, Kamen Raider, leggenda nelle tv giapponesi. Un protagonista terrificante, estremamente rappresentativo della carriera fumettistica di Ishinomori, a cui questi si sentirà legato moltissimo, tanto da commissionare nel 1998 un remake sempre cartaceo a Kazuhiko Shimamoto, riempendolo di appunti e idee con cui disegnare la storia "definitiva" dell'Uomo Teschio. Arriviamo quindi al 2007, anno in cui studio BONES e Izubuchi omaggiano Shotaro Ishinomori realizzando una sorprendente opera di sequel/remake di Skull Man, senza trasporre in animazione nessuna delle due versioni ma, anzi, scrivendo un soggetto nuovo di zecca che rielabora, come farebbe un Yasuhiro Imagawa, l'intreccio originale cambiandolo radicalmente, a livello di atmosfere ma anche di genere. L'occasione per lo sceneggiatore di inventare un protagonista inedito, Hayato Mikogami, che indaga sulle imprese di un "nuovo" Skull Man che si aggira nella città di Otomo. È Tatsuo Kagura, quello originale del manga, o un altro? Da questo incipit un avvincente giallo in cui il giornalista, seguendo la scia di morti lasciata da Skull Man, scopre i motivi di quella che è nuovamente una terribile vendetta, ma che questa volta ha a che fare con misteriosi culti religiosi, colpi di stato, presenze mostruose che divorano persone (e che rimpiazzano lo scomparso personaggio di Garo) e altre idee nuove di zecca mai viste nell'originale. In senso pratico nulla di originalissimo se rapportato a mille produzioni animate/cartacee similari, ma se questi elementi sono usati per rivoluzionare lo Skull Man di Ishinomori, rimpiazzandone le atmosfere horror con quelle da mystery investigativo, tanto di cappello per la trovata.


Di sicuro, visto il nuovo genere di riferimento, i pochissimi intermezzi action e un beast design terribilmente anonimo, Skull Man pecca gravemente di spettacolarità. Anzi, raccontato con una certa lentezza non è da escludere che possa deludere particolarmente chi in esso cercava la trasposizione del tesissimo manga. Peccato per costoro, si perderanno in primis molti personaggi ben delineati e piacevoli, ma anche la genuina aria di mistero e interesse celati dietro l'identità di Skull Man. Esattamente come in RahXephon il punto forte della produzione dimora ancora una volta nella raffinata sceneggiatura di Izubuchi,  con dialoghi precissisimi e calcolati che non lasciano mai nulla al caso, imponendo una visione attenta e stimolante pena il non riuscire a far combaciare tutto, addirittura non capire buona parte della vicenda. Nonostante la linearità del racconto, infatti, l'intreccio è ben ramificato, contempla un buon numero di personaggi e sopratutto di nomi e teminologie da tenere bene a mente per dare senso e ruolo a tutte le tessere del mosaico. La serie procede molto lentamente dando modo di seguire scrupolosamente la vicenda, salvo esplodere, come in un'opera del miglior Goro Taniguchi, nel finale, quando la progressione temporale degli eventi subisce una rapidissima accellerata per raggiungere un climax esaltante, seguito da uno sbalorditivo epilogo con cui Izubuchi trasforma l'opera di Ishinomori in un vero e proprio prequel addirittura di Cyborg 009. Da applausi.

Molto meno esaltante invece il chara design generico e privo di attrativa di Jun Shibata, incompatibile con il riconoscibilissimo tratto di Ishinomori (al punto che appare inspiegabile come BONES non abbia voluto ricalcarlo come hanno fatto un po' tutti gli studios al lavoro sulle opere del celebre mangaka), e bisogna anche ammettere che si sono viste regie televisive molto più personali e meno patinate di quella di Takeshi Mori. Elementi che confermano, se ne servisse il bisogno, che nonostante il suo soggetto intrigante Skull Man si presta difficilmente a una visione per il grande pubblico, troppo poco appariscente dal punto di vista grafico, con troppa poca azione e spazio dedicati al cupo "villain", e troppo intricato nella sua sceneggiatura  - sopratutto pensando al linearissimo manga - per essere adeguatamente apprezzato da loro ma anche, forse, dai fan dell'opera originale. Una di quelle produzioni, a mio parere, che avrebbero molto più successo sottoforma di romanzo, dove la potenza evocativa dello scritto permette di immaginare le atmosfere della storia senza dovere, come in questo caso, vedersele ridimensionate per colpa di disegni non all'altezza o mostri per nulla spaventosi. Senza dimenticare, ovviamente, la maggior facilità a seguire il complesso dipanarsi della vicenda, senza dover sottostare al veloce minutaggio degli episodi e avendo tutto il tempo per assimilare indizi e avvenimenti. Decisamente buona, almeno, la colonna sonora di un ritrovato Shiro Sagisu, autore di litanie da western crepuscolare che ben si adattano alle atmosfere malinconiche della storia, e solenni composizioni al violino che ne sottolineano i momenti più lirici.


Per qualcuno, forse più di uno, The Skull Man versione BONES potrebbe sembrare una dissacrazione, quasi un affronto all'opera di Shotaro Ishinomori. Ritengo invece che, pur reinventandone la formula e sbagliando format, Yutaka Izubuchi ha reso comunque un bel servizio all'autore, con una rielaborazione che non ne tradisce lo spirito e anzi, complice il finale geniale, lo omaggia pure. Al punto che, per gli sviluppi che ha quel formidabile epilogo mi viene, paradossalmente, da consigliarne la visione sopratutto agli amanti di Cyborg 009.

Nota: per i completisti è da segnalare come l'anime conosca, prima ancora della trasmissione originale, un prequel di 22 minuti sottoforma di live-action televisivo, trasmesso una settimana prima col titolo Prologue of Darkness. Niente di particolarmente memorabile e imprescindibile per capire la serie animata, ma degno di visione per il bizzarro modo in cui è girato, con attori in carne e ossa che si muovono in ambienti realizzati completamente in CG che ricalcano il mondo di fumetti e videogiochi, per un mix di media visivamente allettante.

Voto: 7 su 10

DISCLAIMER

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, viene aggiornato senza alcuna periodicità e pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 7 marzo 2001 n. 62. Molte delle immagini presenti sono reperite da internet, ma tutti i relativi diritti rimangono dei rispettivi autori. Se l’uso di queste immagini avesse involontariamente violato le norme in materia di diritto d’autore, avvisateci e noi le disintegreremo all’istante.