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giovedì 30 marzo 2017

Recensione: Harmagedon - La guerra contro Genma

HARMAGEDON: LA GUERRA CONTRO GENMA
Titolo originale: Genma Taisen
Regia: Rintaro
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Kazumasa Hirai & Shotaro Ishinomori)
Sceneggiatura: Chiho Katsura, Makoto Naito, Mori Masaki
Character Design: Katsuhiro Otomo
Musiche: Keith Emerson
Studio: Mad House
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 131 min. circa)
Anno di uscita: 1983
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Dynit


Non penso che Dynit abbia fatto un buon servizio al mercato anime italiano procurandosi la licenza di Harmagedon - La guerra contro Genma, mediocre lungometraggio animato di ieri (1983) così male invecchiato da essere semplicemente un pessimo film di oggi. Purtroppo, l'azienda distributrice è caduta nella classica, indecorosa abitudine di spendere soldi preziosi in prodotti palesemente futili per la sola, irritante volontà di venderli a chi si lascia stregare da certi nomi altisonanti nello staff di produzione: pratica che sicuramente, più di una volta, permette quantomeno allo spettatore di sperare a ragione in una certa qualità di tali lavori, ma che talvolta si rivela, come in questo caso, un semplice specchietto per allodole per rifilare robaccia. Harmagedon, purtroppo, è un pessimo, pessimo lavoro, anche se è diretto da Rintaro, anche se il character design è a cura del rinomato Katsuhiro Otomo, regista del famosissimo Akira (1988) e qui nella sua prima mansione ufficiale nel mondo dell'animazione Made in Japan, e anche se le musiche vengono dal tastierista Keith Emerson del famoso gruppo progressive rock inglese Emerson, Lake & Palmer.

Harmagedon segna il debutto della casa editrice di fumetti Kadokawa Shoten nel mondo degli anime, che produce un impegnativo e soprattutto, ahimè, corposo kolossal cinematografico di ben 130 minuti e 100.000 disegni1 basato su Genma Wars, manga fantascientifico disegnato tra il 1967 e il 1981 dal "Re dei manga" Shotaro Ishinomori con i testi dello scrittore sci-fi Kazumasa Hirai (lo stesso Hirai riprende poi la storia a un certo momento sotto forma di un fluviale numero di romanzi editi da Kadokawa Shoten e su questi, sembra, si ispiri il film1). Gli incassi per l'epoca sono immeritatamente ottimi (più di un miliardo di yen al botteghino3), ma davvero non forniscono una verosimile indicazione sul valore della pellicola, un'avventura fantastica di incredibile banalità in cui è inscenato l'immancabile, infinito scontro tra bene e male (l'entità spaziale Genma, che ha già ha distrutti innumerevoli pianeti e mira ad annichilire l'intero creato, si avvicina alla Terra, e per questo lo "spirito dell'universo" dona enormi poteri psichici a svariati ragazzi affinché con essi possano distruggere Genma e i suoi mostruosi servitori, stop) con una piattezza disarmante.

Al tempo, è molto pubblicizzata la presenza di Otomo nello staff4: il giovane mangaka è  noto in madrepatria, in quegli anni, per il manga Domu - Sogni di bambini (1980)5, e da circa tre mesi ha iniziato a disegnare un'altra opera che diverrà famosa, Akira. Negli anni dell' "omologazione tezukiana", passati e anche attuali, in cui un po' tutti i mangaka si rifanno alla cifra stilistica del "Dio dei manga" nel caratterizzare le figure umane con tratti "universali" privi di nazionalità e dalle corporature non certo verosimili, è Otomo il primo autore (o almeno, tra i primissimi) a raffigurare i giapponesi con i tratti somatici che gli competono, con una notevole ricerca di verosimiglianza nelle costituzioni fisiche, ed è giusto dire che la sua fama presso il pubblico, prima di quella registica, se la guadagnerà in questo modo6. I personaggi da lui abbozzati per il film in effetti trovano un discreto grado di realismo, anche se bisogna ammettere che il direttore dell'animazione incaricato di adattarle al grande schermo, Takuo Noda, non è proprio capace di trasporre in modo rispettoso il caratteristico stile della star, esagerando molto con l'approssimazione e rendendo il tutto ben poco riconoscibile (come ci dimostreranno le produzioni animate che portano la firma di Otomo al character design, il più bravo tra i suoi interpreti si rivelerà Takashi Nakamura) e, già con questo, facendo perdere punti preziosi a uno degli elementi di richiamo della pellicola.


Fosse solo questo il problema! Harmagedon è molto lungo, estremamente lineare e semplicistico nella narrazione, eppure di pesantezza e noia sfiancanti fin da subito. È indubbiamente colpa della regia lentissima e compiaciuta di Rintaro, che ci mette uno sproposito di tempo a raccontare ogni cosa sprecando interi minuti di girato in sequenze pachidermiche in cui non succede nulla, addirittura sfruttando l'artificio (preso dal mondo dell'animazione televisiva!) di riciclare, nella stessa opera, più volte sequenze già viste prima come fossero segmenti di flashback, giusto per allungare il girato (!) - basterebbe questo squallido mezzuccio, a mio parere, per decretare il fallimento artistico del progetto. I chiodi della bara sono tuttavia rappresentati da ben altro. Abbiamo un cast di personaggi caratterizzati con lo sputo, mediante dialoghi spenti e monotoni; abbiamo rapporti interpersonali ugualmente stantii e visti mille volte che azzerano qualsiasi interesse. Ancora, abbiamo una sceneggiatura tremenda, quasi amatoriale, che impiega quasi un'ora solo per creare le basi dell' "avventura" (la presentazione del protagonista Jo Azuma, il risveglio dei suoi poteri e l'incontro con la principessa Luna e il cyborg millenario Vega che gli spiegano dell'arrivo di Genma) e sfrutta l'altra per ammassare mille cose, aggiungendo al gruppo di eroi altri Esper internazionali (ovviamente basati su stereotipi etnici), fargli affrontare qualche patetico emissario mostruoso di Genma e poi metterli a combattere contro quest'ultimo, in una schizofrenica condesazione dei primi (si dice, non posso ovviamente confermare) 3 romanzi di Hirai. Abbiamo cliché e banalità ovunque, ma soprattutto una totale insignificanza emozionale, "sollecitata" da disegni deludenti, fondali mediocri, una direzione snob e una pura, agghiacciante indifferenza per queste figure di cartone che parlano, si muovono ed evocano scenari drammatici e apocalittici che sono tali solo per loro. Parlare di "storia da serie C" non è affatto sbagliato, e viene da ridere al pensiero che sia stata realizzata con un tale budget e una simile lunghezza spropositata, nonostante tutti questi soldi talvolta si vedano e talvolta ci si domanda dove siano finiti (le animazioni non riescono mai a bucare lo schermo, mediamente sembra di assistere a una media serie TV).

Tremenda, infine, la colonna sonora di Keith Emerson composta per il film: il brano portante è una fanfara allegra e simpatica utilizzata sciaguratamente nei momenti teoricamente più epici dello scontro finale (la colpa è ovviamente del regista che l'ha usata in quel punto, è pacifico), mentre le altre tracce non sono niente di diverso da un qualsiasi synth banalotto del tempo che poteva fare chiunque.  Impensabile che il compositore avesse realizzato appena tre anni prima la straordinaria, lirica colonna sonora di Inferno di Dario Argento. È il degno sberleffo finale a un lungometraggio indigesto che faremmo meglio tutti a dimenticarci al più presto (sembra che Otomo stesso sia stato così deluso dal risultato da scegliere per questo motivo di curare personalmente lui, in tutto e per tutto, la trasposizione filmica di Akira7). Incredibile che nel 2002 ci sia stato addirittura un revival animato di Genma Wars, con una serie TV di 13 episodi (Genma Wars - Eve of Mythology) collegata chissà come ai romanzi o ai fumetti, priva di effettiva continuity col lungometraggio e nota per una confezione tecnica tra le più imbarazzanti del nuovo secolo.

Voto: 4 su 10


FONTI
1 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 102
2 Come sopra
3 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 143
4 "Anime al cinema", pag. 103
5 Mangazine n. 25, Granata Press, 1993, pag. 44
6 Come sopra, a pag. 48
7 Jonathan Clements & Helen McCarthy, "The Anime Encyclopedia: Revised & Expanded Edition", Stone Bridge Press, 2012, pag. 271

lunedì 15 dicembre 2014

Recensione: Capitan Harlock il pirata dello spazio

CAPITAN HARLOCK IL PIRATA DELLO SPAZIO
Titolo originale: Uchū Kaizoku Captain Harlock
Regia: Rintaro
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Leiji Matsumoto)
Sceneggiatura: Haruya Yamazaki, Shozo Uehara
Character Design: Kazuo Komatsubara
Mechanical Design: Studio Nue
Musiche: Seiji Yokoyama
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 42 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1978 - 1980


In un lontano anno 2977, la Terra, ormai drogata di benessere, è in preda a una totale apatia intellettuale e crisi di valori, non riuscendo neppure a rendersi conto del pericolo rappresentato dal popolo spaziale delle mazoniane, che intendono conquistare il pianeta per farne la loro nuova casa. L'unica speranza per un'umanità addirittura ignara della minaccia risiede nell'equipaggio di pirati spaziali dell'Arcadia, una gigantesca astronave dalle grandi capacità belliche a forma di galeone spagnolo, che solca il cosmo guidata dal capitano Harlock, spirito libero e anticonformista.

Impossibile negare la celebrità del più famoso pirata nipponico, Harlock, icona immortale e rappresentativa non solo del mangaka Leiji Matsumoto, ma anche dell'animazione giapponese tutta, al pari di un Lamù, un Gundam RX-78-2 o un Mazinger Z. Siamo alla fine degli anni '70, e Leiji Matsumoto, dopo la riabilitazione commerciale della Corazzata Spaziale Yamato (1974) e il buon successo di Danguard Ace (1977), è pronto a fare il grande salto di qualità, trovando in Toei Animation il giusto partner in grado, per la prima volta, di portare in animazione un'opera completamente sua e, specialmente, voluta. Nessun soggetto originale: questa volta ad arrivare in TV nel marzo 1978 è un adattamento di un suo manga iniziato già un anno prima, Capitan Harlock il pirata dello spazio, e questo titolo di culto dà ufficialmente, su carta e in animazione, il battesimo al Leijiverse, quell'insieme di opere fantascientifiche, tutte create da Matsumoto, legate insieme in uno stesso, poetico universo narrativo (pur con abbondanti contraddizioni che rendono difficile stabilire una continuity perfetta, ma di questo se ne parlerà nei titoli successivi).

"Poetico" non è un aggettivo usato a sproposito: è davvero l'unico modo di definire la filosofia che anima i titoli dell'autore e che trova perfetta rappresentazione in Harlock. Anche se quella di Matsumoto è nominalmente fantascienza, con pianeti alieni, extraterrestri e grandi battaglie spaziali tra massicce astronavi dotate di cannoni laser, l'approccio scelto per rappresentarla è del tutto irrealistico e romantico, esprime la necessità - già vista in Yamato - di un ritorno al passato, della ricerca di valori e tecnologie diversi da quelli dell'epoca1: è facile accorgersene nel design minimalista e improbabile delle astronavi e delle attrezzature tecnologiche (galeoni spagnoli volanti, locomotive dell'800 che solcano lo spazio, etc), nei sentimenti e nella morale fatti propri dai Matsumoto heroes, e nelle azioni e nei modi di pensare del tutto impossibili e fuori da ogni logica - visti con gli occhi moderni - di questi ultimi per portare avanti i loro grandi ideali. Nelle sue opere, l'autore riversa in modo chiaro i suoi valori politici destrorsi, ma questo non necessariamente dona alla storia connotazioni fasciste o eticamente discutibili, ma anzi, riesce più volte ad arricchirla rendendola poesia. Con evidente simpatia per il culto del Superuomo, in spregio verso l'omologazione culturale, in Capitan Harlock Matsumoto dipinge una società mondiale allo sbando, del tutto inebetita dal benessere, rappresentata fisicamente in modo tozzo, grottesco e caricaturale e governata da fannulloni dediti al puro edonismo. In mezzo a un oceano di mediocri spiccano, per merito della loro caratura morale, i componenti dell'Arcadia, guidati da Harlock e dai suoi più stretti collaboratori, questi disegnati, invece, in modo adulto e realistico. Il capo dei pirati, volutamente perfetto (non sbaglia mai nessuna mossa, sa sempre scegliere l'opzione giusta, è lo Übermensch), romanticamente tenebroso e malinconico, il cui volto è solcato da una misteriosa cicatrice (lontanamente ispirato all'Errol Flynn protagonista dei film pirateschi degli anni '302), rappresenta una bandiera di libertà, di autonomia intellettuale, di coraggio e altruismo; un faro, insomma, per accogliere sull'Arcadia qualunque individuo voglia diventare un Uomo, trovare riscatto morale e combattere per difendere il proprio pianeta, non importa se al costo di non conoscere nessun ringraziamento da parte di un governo corrotto che si rifiuta addirittura di riconoscere l'esistenza delle mazoniane.

Nel manga (e quindi, di riflesso, nell'adattamento animato), Matsumoto rende Harlock una bandiera, un concentrato di moralità che spazza via, virilmente, il degrado. Per l'affascinante pirata spaziale, un combattimento leale e senza sotterfugi, il rispetto verso il nemico, una morte gloriosa, il cameratismo o il rispetto di una promessa fatta al proprio migliore amico sono i valori più grandi e importanti di questo mondo, da mantenere a costo della vita, anche se questo comporta il creare grossi problemi o essere contrario a ogni norma di buon senso. In sostanza, l'idealismo sognante e il segno grafico distintivo (corpi tozzi, eroi dalle fattezze reali e ragazze dalle forme slanciate e affusolate, come se non fossero di questo mondo) sono le basi fondanti del fumetto di Matsumoto e di un po' tutte le sue opere. Nei vari manga, poi, addirittura il finale spesso sarà volutamente aperto e inconcluso, perché l'autore ritiene che siano più importanti il percorso e i messaggi da recepire più che il punto di arrivo3 (nonostante in animazione questa regola non varrà quasi mai poiché deve adattarsi alle pretese del grande pubblico).


La versione animata di Capitan Harlock del '78, supervisionata dallo stesso Matsumoto, è di qualità buona, a tratti ottima, anche se pecca in alcuni problemi strutturali che forse spiegano il perché fu accolta freddamente all'epoca in madrepatria, tanto da concludersi, con lo sconforto dell'autore, in anticipo rispetto alla sua durata inizialmente prevista4, dopo "solo" (per l'epoca) 42 episodi. Pur seguendo abbastanza fedelmente il fumetto, gli sceneggiatori infarciscono la trama di riempitivi scritti negligentemente, che dicono fin troppo spesso le stesse cose: Harlock e l'Arcadia che finiscono in una trappola delle mazoniane (delle quali fanno poi enorme strage), amori dell'equipaggio che non vanno mai a buon fine, alleati appena conosciuti che muoiono subito dopo in un glorioso attacco kamikaze contro le mazoniane e soprattutto le terribili, infinite disavventure dell'orfanella Mayu, figlia del miglior amico di Harlock, inventata nell'anime per rappresentare - sconfinando però nel tragicomico - l'idealismo dell'eroe, il quale ha promesso di farla studiare sulla Terra e perciò la riporta sempre lì dopo averla salvata, anche se è trattata come una schiava dai terrestri (e l'eroe lo sa) e anche se questo significa condannarla più e più volte a venire rapita e usata nuovamente come ostaggio. Ancora, gli eroi principali dell'equipaggio dell'Arcadia, dopo una prima ottima metà di serie di presentazione in cui ben emerge la loro personalità, vengono poi del tutto lasciati a se stessi, come a voler bloccare la loro evoluzione (esempio lampante il giovane Daiba Tadashi, protagonista principale per buona parte della storia e poi oscurato da Harlock che gli prende il posto), in vista di quell'enormità di filler che si concentrano nella seconda parte. Ulteriore beffa è data dal fatto che Harlock, eroe assoluto nella seconda parte, è così "perfetto" da risultare molto meno interessante dei suoi sottoposti, più umani in vizi e difetti (curiosità: il cannoniere Yattaran, maniaco del modellismo, è ispirato sia fisicamente che nel suo hobby al mangaka Kaoru Shintani, all'epoca assistente di Matsumoto5).

Capitan Harlock è una serie animata estremamente lenta ed, essendo composta per la maggiore da episodi sul tenore di quelli citati, finisce col diventare presto molto stancante. Fortunatamente a tratti sa graffiare e a fondo: la prima metà di serie, di presentazione e vista, come detto, dagli occhi di Daiba, appena entrato nell'equipaggio, è ben scritta e resa interessante dalla lenta scoperta della personalità del cast e dai misteri sulle origini delle mazoniane e del migliore amico di Harlock. Ottimi anche gli episodi che approfondiscono le vicende individuali dei componenti dell'Arcadia, e qua e là qualche riempitivo più creativo del solito. Buoni anche i (pochi) episodi usati per umanizzare i comportamenti delle gerarchie mazoniane, e lo scontro finale narrato nelle ultime due puntate (in cui, per non farsi mancare niente, lo staff idea un finale coerente fino in fondo con la visione politica dell'autore). Infine, l'aura malinconica e romantica della serie, quando non scivola in scelte ridicole per sottolineare gli idealismi, è molto coinvolgente, toccando caratterizzazioni complesse e un melodramma di base molto teatrale (la figura di Mime, il passato di Kei, etc). Sono sprazzi di ottima animazione che fanno a pugni con la qualità mediocre e stucchevole dei tanti riempitivi; bisogna tenerne conto ai fini della valutazione finale, e fa quasi sorridere pensare che, se non ci fossero stati i bassi indici di ascolto, probabilmente le puntate inutili sarebbero andate avanti ancora a lungo.

Tecnicamente, l'opera si difende bene pur senza esagerare. I disegni di Kazuo Komatsubara fanno il loro dovere nel dare colore e sostanza ai personaggi, anche se è palese che del famoso chara designer la personalità è irriconoscibile, essendo obbligato ad adeguarsi alle personalissime deformità e sproporzioni (occhi piccolissimi, teste enormi) di Leiji Matsumoto. Le animazioni sono decenti, nonostante, visto l'approccio lento e riflessivo della trama, l'azione sia scarsa (quasi tutto si riconduce a lunghi dialoghi, primi piani per sottolineare il carisma di Harlock e sequenze immobili, lente e raffinate, per evocare il lirismo delle situazioni). Di maggior interesse il sontuoso, epico accompagnamento orchestrale di Seiji Yokoyama, molto solenne e adattissimo alle atmosfere belliche e malinconiche (indimenticabile la sigla di apertura), e soprattutto la regia di Rintaro e del suo staff: Rintaro (vero nome Shigeyuki Hayashi) ha grande talento ed è proprio Capitan Harlock a farlo entrare nel mito, permettendogli di sfoggiare una regia d'autore elegante e cinematografica, abbinata a un uso creativo di luci, colori ed effetti speciali.

Agli occhi di chi scrive, Capitan Harlock rimane una serie iconica e piena di interesse, ma che su certe questioni è invecchiata male; anche parecchio, talvolta, nel trattare con troppa ingenuità gli ideali romantici di cui vorrebbe farsi portavoce, diventando spesso fin troppo ridondante nel ripeterli all'infinito, peccando di fantasia. Addirittura, ritengo che anime e manga omonimo abbiano entrambi dei pregi e dei difetti tali da risultare l'uno complementare all'altro, è difficile arrivare a dire quale sia il media in cui la storia si è espressa meglio (su carta, dove procede più spedita e compatta ma senza un finale, o in TV con una bella conclusione ma tantissimi riempitivi mediocri?). Rimane, a ogni modo, una visione di culto, giustamente riscoperta e celebrata nel tempo e che originerà molti rifacimenti, col grosso merito di rappresentare la prima vera opera personale di Leiji Matsumoto, senza pressioni o mediazioni con i produttori. 


Curiosità: uscito il 22 luglio 1978, presumibilmente al Toei Manga Matsuri, il semisconosciuto film Mystery of the Arcadia consiste in una versione estesa dell'episodio 13, in widescreen e con l'aggiunta di dieci minuti scarsi di animazione inedita. Sorvolabile.

Nota: in Italia, Capitan Harlock è arrivato nel 1979, trasmesso su Rai 2 con un ottimo doppiaggio ma con il solito adattamento superficiale. Rispetto al Giappone, qui il pirata spaziale è piaciuto fin da subito, divenendo uno degli anime più celebrati nella nostra penisola. L'edizione italiana in DVD, curata da Yamato Video, come sempre non contempla sottotitoli fedeli per godersi l'opera come originariamente voluta.

Voto: 7,5 su 10

ALTERNATE RETELLING
Captain Harlock: Mystery of the Arcadia (1978; film)


FONTI
1 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 91
2 Intervista a Leiji Matsumoto pubblicata in "Anime Interviews: The First Five Years of Animerica Anime & Manga Monthly (1992-97)" (Cadence Books, 1997, pag. 153)
3 Vedere intervista a Leiji Matsumoto riportata nell'articolo di animeclick del 28 novembre 2014. Pagina web, www.animeclick.it/news/40993-reportage-dellincontro-con-leiji-matsumoto-capitan-harlock
4 Volume 4 di "Ken il guerriero", "Ken il guerriero, l'eroe controcorrente", d/visual, 2006
5 Kappa Magazine n. 14, Star Comics, 1993, pag. 124

lunedì 19 maggio 2014

Recensione: La spada dei Kamui

LA SPADA DEI KAMUI
Titolo originale: Kamui no Ken
Regia: Rintaro
Soggetto:(basato sul romanzo originale di Tetsu Yano)
Sceneggiatura: Mori Masaki
Character Design: Morimi Murano
Mechanical Design: Katsumi Itabashi
Musiche: Ryudo Uzaki, Eitetsu Hayashi
Studio: Mad House
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 132 min. circa)
Anno di uscita: 1985
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Yamato Video

 

Tradizione e avanguardia si scontrano a meraviglia nel quarto lungometraggio di Rintaro, siamo nel 1985 ma la sua visione è limpida e per certi versi incredibile, basti vedere cosa riesce a combinare in questo La spada dei Kamui, progetto ambizioso, molto lungo (due ore e quindici), di certo non perfetto e che farà fiasco nei cinema dell'epoca1, ma del quale rimane indelebile la capacità di stupire non tanto tecnicamente (in fondo anima Mad House e c’è da fidarsi ciecamente), bensì per l’interessante, originale e freschissima personalità atmosferica con cui l’avventura di Jiro prende vita.

Storia di formazione dalla contestualizzazione storica, il periodo in esame è il tardo Edo con lo shogunato Tokugawa prossimo alla sua fine, La spada dei Kamui racconta del piccolo Jiro, trovatello erroneamente accusato di aver ucciso la madre adottiva e la sorella acquisita. Mosso da confusione, tristezza e soprattutto rabbia, l’incontro con il monaco buddista Tenkai lo porta a uccidere il padre credendo si tratti del vero assassino, ma in realtà il suo mentore ha intenzione di insegnarli l’arte del ninja per uno scopo egoista e misterioso, tra realtà e leggenda, che lo porterà ad attraversare l’oceano e a trovare risposte soltanto in America, per poi tornare in Giappone e concludere quello che in passato era stato troppo acerbo per capire realmente. È uno schema tipico quello su cui Mori Masaki struttura il film, la crescita di Jiro tra sofferenze e rancori ben si presta a un parallelo con la maturazione con cui riesce solo in un secondo momento ad affrontare la perdita della famiglia amata per rendersi man mano conto di ciò in cui l’odioso Tenkai l’ha infilato: ciò che prima lo porta alla ricerca di un verità che sconfina nel mito e solo successivamente si trasforma in gelida vendetta è narrativamente delineato con cura in una prima metà molto fascinosa e sentita, dove flashback e variazioni di ritmo danno calore e sentimento alla tragedia e a quello che ne consegue, mentre si blocca in un parziale ristagnamento quando Jiro trova piena coscienza di sé e l’attesa per lo scontro finale sembra tramutarsi in un continua proroga della final battle in favore di una cronistoria sbrigativa e superficiale dell’atto finale dello shogunato che vive sullo sfondo. Si ha quindi l’impressione di un qualcosa di incompiuto, o meglio, di un plot gonfio di situazioni e personaggi, tutti caratteristici e con carisma da vendere tra ninja, samurai, monaci, pirati, marinai, schiavi, cowboy e indiani, accostati però a digressioni storiche dove nulla accade di realmente significativo per la pellicola, troppo concentrata, giustamente, sulla storia che racconta per riuscire a dare equa rilevanza anche ai complessi avvenimenti reali che vengono di conseguenza toccati soltanto di striscio – bruttine le sequenze di testi su schermo come riepilogo – o sfiorati con un azzardo che ha più del ridicolo che del fascino storico (Mark Twain, alcuni accenni sugli indiani d’America ), in generale elementi dei quali la vendetta di Jiro non aveva bisogno.


Ma in fondo è poco male, non è la storia ciò che più importa de La spada dei Kamui, per quanto piacevole, curiosa, ben giostrata nei tanti personaggi e in alcuni punti discretamente misteriosa come vuole l’avventura più classica, ma la strepitosa regia di Rintaro, uno stratosferico saliscendi di colori e invenzioni con il quale, già trent’anni fa, dava nuovi significati a termini quali “esagerazione” e “spettacolarità”. Niente di sterile, infatti, non un semplice sfoggio di tecnica masturbatoria facile da inscenare con l’high budget della Mad House alle spalle, non un pallido eccesso per pompare la visività (tutte cose comunque presenti, basti pensare all’alto tasso di violenza, ai fiumi di sangue che vengono sparsi o anche solo all’armatura di Tenkai), bensì un amalgama a tratti mirabolante di musiche e fotografia con le quali crea un’atmosfera pazzesca che solo nella sua contestualizzazione ottantina, e sicuramente con una punta di nostalgia, trova magnifica sublimazione. Tutte le battaglia che Jiro affronta grondano fantasia da ogni inquadratura, tra ninja nemici che appaiono ora come ombre ora come danzatori di una qualche litania oscura e avversari combattuti in piano sequenza dove i colori si alternano a seconda dei colpi inflitti, La spada dei Kamui si distorce spesso in un trip psichedelico di forme stilizzate che trasformano meravigliosamente i personaggi e i bei disegni di Moribi Murano in qualcosa d’altro, figure variopinte e terribili che si muovono nelle ombre rubando luce e colori al ritmo di inquietanti cori di voci (strepitoso e angosciante il theme dell’attacco dei ninja) e pregevoli melodie chitarristiche di stampo prog.

La spada dei Kamui è opera di fascino epocale, il suo tripudio lirico e raffinato possiede un valore artistico altissimo che solo pochi grandi nomi sono riusciti a padroneggiare con la stessa capacità. Da non perdere.

Voto: 8,5 su 10


FONTI
1 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag.103

lunedì 2 luglio 2012

Recensione: Manie-Manie - I racconti del labirinto

MANIE-MANIE: I RACCONTI DEL LABIRINTO
Titolo originale: Manie-Manie - Meikyû Monogatari
Regia: Rintaro (ep. 1), Yoshiaki Kawajiri (ep. 2), Katsuhiro Otomo (ep. 3)
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Taku Mayumura)
Sceneggiatura: Rintaro (ep. 1), Yoshiaki Kawajiri (ep. 2), Katsuhiro Otomo (ep. 3)
Character Design: Atsuko Fukushima (ep. 1), Yoshiaki Kawajiri (ep. 2), Katsuhiro Otomo (ep. 3)
Mechanical Design: Satoshi Kumagaya (ep. 2), Takashi Watanabe (ep. 2)
Musiche: Mickie Yoshino
Studio: Mad House
Formato: mediometraggio cinematografico (durata 49 min. circa)
Anno di uscita: 1983
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Dynit


Manie-Manie rientra, purtroppo, nel novero dei "poteva essere": poteva essere un grande mediometraggio, in quel 1983 (anche se usce ufficialmente nei cinema solo quattro anni dopo, per evitare sovrapposizioni con altri film in programma1) in cui la casa editrice Kadokawa Shoten, dopo l'ottimo, immeritato successo del tremendo Harmagedon - La guerra contro Genma, uscito lo stesso anno, riaffidava a Mad House e agli elementi "vincenti" di quello staff un nuovo film, questa volta un'antologia basata su alcune novelle del famoso scrittore di fantascienza Taku Mayumura contenute nel suo Meikyû Monogatari (I racconti del labirinto). Ma appunto, poteva. Era l'occasione di far convergere nuovamente l'arte di Rintaro, regista dei mitologici Capitan Harlock il pirata dello spazio (1978) e Galaxy Express 999 (id.), con gli affermati disegni di Katsuhiro Otomo, e specialmente di far debuttare come guest-star il promettente Yoshiaki Kawajiri, che negli anni '90 sarebbe diventato pupillo della critica internazionale con i suoi action-horror erotici. A ciascuno di loro il compito di scrivere, dirigere e disegnare un segmento basato su uno dei racconti di Mayumura, preferibilmente quello più incline alla loro visione poetica, ma, come accadrà spesso (ad esempio in Robot Carnival e Memories rispettivamente del 1987 e del 1995, altri lungometraggi a episodi realizzati da staff altisonanti), Manie-Manie si rivelerà tanto fumo ma poco arrosto: un film graficamente ammaliante e animato magistralmente, ma, quasi a suggerire il poco gusto delle tre star nella selezione del loro pezzo preferito, privo di compattezza, registicamente fin troppo autocompiacente e fine a sé stesso per far digerire una quasi totale assenza di contenuti. Troviamo tre segmenti, quindi, senza alcun filo conduttore, che poggiano il loro unico interesse sulla sola messa in scena raffinata, sfruttando a tal scopo storielle visionarie la cui trama è pretesto per trip di effetti speciali e ambientazioni da sogno. Sì, spettacolo visivo garantito, ma se ogni pezzo è solo puro sfoggio di fredda tecnica che non lascia altro a fine visione, è facile immaginare quanto la noia inizi fin quasi da subito ad attanagliare lo sventurato spettatore e il perché la pellicola non rivelerà alcun grosso successo nelle sale giapponesi2 quando vi debutterà nel 1987.

La prima storia, Labyrinth, realizzata da Rintaro, è la più riuscita del trio. Quasi interamente priva di dialoghi, vede una bambina e il suo massiccio gatto Cicerone giocare a nascondino dentro casa, salvo poi finire, attraverso un pendolo, in una dimensione da incubo popolata da strane creature e dove niente della fisica sembra seguire regole precise. I due iniziano dunque a inseguire un buffo clown dentro un gigantesco labirinto, in fondo al quale vi è un circo dove un proiettore trasmetterà le prossime due storie. Con giocattoli che prendono vita, moleste presenze salterine, inquietanti treni ed altri elementi di puro, affascinante delirio ectoplasmatico che brulicano dentro l'enorme dedalo, il regista rapisce l'occhio quel che basta per mascherare l'assenza di trama. La breve durata (meno di 12 minuti), le animazioni di livello impressionante, la raffinata regia di Rintaro e il chara design stranulato e "occidentale" di Atsuko Fukushima (colli lunghi, busti microscopici e gambe alte) sono elementi di interesse che accompagnano una storia di puro nonsense e aperta a mille interpretazioni (il tutto è una metafora del sogno della bambina di evadere da un'esistenza retta da una madre autoritaria e insensibile, appena accennata all'inizio? Si può ipotizzarlo), ma molto curiosa e visivamente affascinante.


Già il secondo capitolo, realizzato da Yoshiaki Kawajiri, è invece da dimenticare in toto. Ambientato nel solito futuro distopico dove l'hobby preferito delle masse è scommettere sulla vita di piloti automobilistici, corridori in un pericolosissimo (e altamente mortale) circuito simil-Nascar, L'uomo che correva parla dell'ultima corsa di Zach "Shinigami" Hugh, il campione che vince ininterrottamente da dieci anni. Il segreto del superuomo consiste nei suoi incredibili poteri psicocinetici, arma con cui fa esplodere le auto avversarie durante le gare simulandone l'incidente. Peccato che in quest'ultima occasione le cose si faranno così dure che Zach accuserà un sovraccarico psichico che lo porterà a... Le atmosfere horror date dai disegni luciferini di Kawajiri e dai primi piani demoniaci del protagonista rappresentano interessanti scorci visivi, così come le animazioni nuovamente di gran fluidità e il dettagliato mecha design delle automobili (un avveniristico incrocio tra la Formula 1 e astronavi). Peccato che la "storia" si riduca nuovamente al freddo sfoggio di tecnica: con un ritmo pachidermico Kawajiri riesce a rendere narcotica e interminabile, paradossalmente, proprio la vicenda che in teoria dovrebbe essere la più spettacolare ed emozionante: l'accompagnamento musicale minimalista, i dialoghi nuovamente inesistenti (o quasi), le inquadrature fisse ed eterne sempre sugli stessi particolari e uno stile di direzione distaccato e privo di di mordente rendono scomodissima fin da subito la poltrona, anche se il segmento dura giusto 14 minuti. Viene da pensare, antipatici, che era possibile realizzarne una versione più inquietante e coinvolgente forse anche solo in metà del tempo. Il finale scontatissimo e per nulla emozionale - nonostante il largo dispiego di effetti speciali, esplosioni e scene splatter - chiude nel peggiore dei modi un episodio che rovina di molto la media della produzione.

Interrompete i lavori! di Katsuhiro Otomo è, infine, un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Nello stato repubblicano di Aloana, Paese immaginario dell'America latina, una rivoluzione armata porta alla soppressione dei lavori della misteriosa Facility 444: qualcosa però non va, la fabbrica apparentemente è ancora attiva e ancora funziona, e allora il nuovo governo obbliga uno dei dirigenti dell'azienda, il dirigente Tsutomu Sugioka, a indagare per poterla chiudere. Il tozzo individuo scoprirà quindi che la produzione era affidata a un robot, 444-1, programmato appositamente per continuare a lavorare qualunque cosa succedesse... Otomo dà vita a una simpatica satira sul capitalismo senza regole e i pericoli del delegare troppo potere alla tecnologia, mostrando un buffo impiegato tenuto prigioniero da una sofisticata A.I, ligia al suo dovere di salvaguardare il posto in qualsiasi modo. Da un lato, i 20 minuti che compongono l'episodio scorrono nuovamente molto lenti: anche se si tratta dell'unico segmento dialogato della pellicola, il ritmo è sempre molto sonnecchioso e per nulla coinvolgente, colpa di un piatto protagonista, di un umorismo non molto convincente (affidato unicamente alle espressioni facciali di Tsutomu) e di una spenta regia. D'altro canto, visivamente si parla del miglior episodio, che più degli altri risente del benefico influsso del suo regista: gli straordinari sfondi tecnologici e apocalittici di Otomo, così apprezzati quegli anni nel manga Akira (1982), sono mirabilmente resi in questo film mediante fondali e scenografie hi-tech ricchissime di dettagli meccanici (viti, tubi, fili) fusi con elementi naturali, per un risultato che rende mirabile la suggestione evocata da questa città-fabbrica piena di grattacieli che si staglia come un gigantesco organismo cibernetico dentro la giungla, circondato da alberi e intasato di aquitrini e fanghiglia che lo rendono un curioso incrocio tra sapori antichi e moderni, tra templi abbandonati nella giungla e avanzatissime tecnologie. Per buona parte della durata dell'opera l'occhio non può che essere rapito da scenografie così affascinanti e meticolose da ricordare Moebius e dalla resa stavolta perfetta del tratto di disegno "otomiano" nelle (o meglio, nella) figure umane (finalmente il suo segno è adattato da un animatore che lo replica alla perfezione, Takahashi Nakamura, con cui difatti Otomo lavorerà sempre d'ora in poi). Estremamente ben disegnata e animata, la vicenda è a suo modo simpatica e certo riabilita un po' il mortuorio di Kawajiri.


L'epilogo si riallaccia al primo episodio, senza aggiungere nè spiegare altro: una conclusione anonima abbastanza coerente con il risultato finale tutt'altro che esaltante di Manie-Manie, film che rimane interessante da guardare per i fan dei tre registi coinvolti, ma che, in definitiva, non può che farsi ricordare come un'occasione abbastanza sprecata di mettere insieme le loro capacità: sarebbe stato di buon auspicio coniugare degli ottimi aspetti visivi con anche qualche minimo contenuto e delle regie più briose.

Voto: 6,5 su 10


FONTI
1 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 143
2 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 131

mercoledì 10 novembre 2010

Recensione: Final Fantasy (Final Fantasy: Legend of the Crystals)

FINAL FANTASY
Titolo originale: Final Fantasy
Regia: Rintaro
Soggetto: (basato sul videogioco originale di Square Enix)
Sceneggiatura: Satoru Akahori, Masayori Sekijima
Character Design: Yoshinori Kanemori, Kunihiko Sakurai, Satoshi Tazaki
Mechanical Design: Seiji Handa
Musiche: Masahiko Sato
Studio: Mad House
Formato: serie OVA di 4 episodi (durata ep. 30 min. circa)
Anno di uscita: 1994
Disponibilità: edizione italiana in VHS a cura di Dynamic Italia


Chi scrive è fan da una vita di Final Fantasy, una delle più lunghe e famose saghe j-rpg della Storia videoludica, il cui nome, come Mario Bros, Legend of Zelda e Tomb Raider, è simbolo di milioni di copie vendute e legioni di fan capaci di uccidere pur di possedere una copia dell'ultima Fantasia Finale partorita da Square Enix. Il primo capitolo, uscito nel 1987 sul vecchio NES, coi suoi ovvi limiti sintetizza quelli che saranno i punti fissi della saga: grafica all'avanguardia, colonna sonora sontuosa (quasi sempre il maestro Nobuo Uematsu), epica storia fantasy di grande respiro. Un successone di critica e pubblico che porta anno dopo anno, console dopo console, l'ora milionaria Square Enix a creare un numero sempre più alto di ulteriori titoli e spin-off, quasi sempre storie indipendenti l'una dall'altra, ora ambientate in mondi fantasy medievaleggianti, ora in cupi scenari cyberpunk, con conseguente evoluzione di grafica (sempre al top in ogni sistema), storie (più adulte), personaggi (più profondi) e gameplay, al punto che svariati saranno gli eroi e antagonisti indimenticabili, creati da Square nel corso della saga, che tutt'oggi, ad anni e anni di distanza dall'episodio che li vede apparire, sopravvivono nella memoria storica venendo puntualmente rievocati e celebrati nel pantheon delle divinità videoludiche. Tutta questa premessa per cercare di rendere l'importanza rivestita da un simile brand, e sopratutto con che aspettative nel 1994 il fan comprava le VHS contenenti la prima produzione animata dedicata al mondo di Hironobu Sakaguchi, la miniserie OVA Legend of the Crystals diretta addittura da Rintaro.

Volendo essere realisti, in quegli anni qualche perplessità sulla bontà del prodotto avrebbe dovuto affiorare nella mente dell'ignaro fan, considerando che l'opera si poneva come seguito ufficiale di Final Fantasy V, gioco che, per l'opera di riciclaggio più o meno sputato della trama del capitolo precedente, i personaggi banali e le atmosfere scanzonate, era il più scialbo del vecchio corso della saga (oggi abbondantemente rivalutato per demerito degli episodi più recenti). Però, il poter vedere in animazione un prodotto legato ufficialmente a una delle saghe videoludiche più amate rimaneva un richiamo a cui era troppo difficile resistere. Peccato che, come si sarà capito, di pacco si trattava. Stroncare un episodio ufficiale di Final Fantasy non può certo fare piacere a chi scrive poiché si parla di una saga che a lui, come a milioni altri di fan, ha regalato grandi emozioni. Bisogna comunque farlo, in quanto Legend of the Crystals è brutto, ma brutto forte: una storia banalissima e noiosa, animata male e scritta anche peggio.


Sono passati duecento anni da quando gli eroi Bartz, Lenna, Faris e Krile hanno salvato il mondo sconfiggendo il malvagio X-Death: purtroppo per loro la piccola Linaly, discendente di Bartz, e il suo amico d'indanzia Prettz dovranno presto rassegnarsi a replicare le gesta dei loro antenati. Il cattivossimo Ra Devil sta infatti rubando, uno a uno e per l'ennesima volta, i Quattro Cristalli che governano gli elementali e le forze della natura, per poter nuovamente tentare di sottomettere il mondo. I due ragazzi dovranno quindi sconfiggerlo, ovviamente dopo che nuovi comprimari si saranno uniti alla loro causa. Allo stato pratico il seguito del quinto Final Fantasy si limita alla riproposizione pedissequa della sua trama (già a sua volta "rubata" da Final Fantasy IV), senza alcuna aggiunta ma con tante idee pessime in più. Complimenti agli sceneggiatori, anche tenendo conto che questo soggetto, già banale in partenza, è scritto male, con confusione, incertezza e un contorno di irritante umorismo infantile, animazioni funzionali, musiche anonime e chara design moscio, con personaggi così piatti e adagiati su caratterizzazioni ridicole da essere subito odiosi. I (pochi) fan del gioco originale si sentiranno poi ulteriormente beffati tenendo conto che hanno speso soldi per una produzione mediocre che ha collegamenti labilissimi con il gioco originale, riconducibili solo a una velocissima comparsata degli spiriti degli eroi leggendari e alla figura del classico chocobo, simbolo però di tutta la saga e non certo solo del quinto capitolo. Semplicemente indegno del leggendario nome che porta, Final Fantasy V-2 è una miniserie noiosa e deludente, addirittura pessima se teniamo conto del suo regista e del giustificato hype dell'epoca.

Quello che più fa male, alla luce dell'ottimo risultato di Advent Children uscito undici anni dopo e che funge invece da sequel al settimo capitolo videoludico, è pensare che sarebbe bastato davvero poco all'opera per  soddisfare i fan. Non necessariamente una trama più elaborata, ma almeno la colonna sonora di Nobuo Uematsu, omaggi e citazioni, un cast non interamente nuovo di zecca ma con qualche personaggio storico. Quelle sarebbero state soddisfazioni, sarebbe bastato poco per reimmergere lo spettatore nella magia e nella meraviglia del mondo di Final Fantasy, anche se si trattava del seguito ufficiale di un titolo non propriamente amato. Square Enix invece devolve a Mad House il compito di farlo, e lo studio risponde con zero fatica e nel modo più facile: scrivendo la cosa più banale che gli viene in mente, con pochi soldi, zero ispirazione e schiaffando in logo Final Fantasy in gigantesco sulla confezione. E il risultato, privo del minimo carisma, è così svogliato e inutile da rasentare il ridicolo.


Siamo tutti coscienti che trasporre su schermo la profondità di un j-rpg è impresa quasi impossibile, ma pensare di sviluppare qualcosa di decente in appena quattro puntate, oltretutto dalla trama così risibile, significa non provarci nemmeno. Negli anni successivi altre incursioni animate nel mondo ideato da Hironobu Sakaguchi porteranno a risultati più dignitosi, ma questo primo tentativo è da bocciare completamente. Velo pietoso anche sul doppiaggio italiano, ma questo è il meno...

Voto: 4 su 10

lunedì 30 agosto 2010

Recensione: Space Pirate Captain Herlock - The Endless Odyssey

SPACE PIRATE CAPTAIN HERLOCK: THE ENDLESS ODYSSEY
Titolo originale: Uchū Kaizoku Captain Herlock - The Endless Odyssey
Regia: Rintaro
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Leiji Matsumoto)
Sceneggiatura: Sadayuki Murai
Character Design: Nobuteru Yuki
Mechanical Design: Masami Ozone, Katsuya Yamada
Musiche: Takayuki Hattori
Studio: Mad House
Formato: serie OVA di 13 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 2002 - 2003
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Shin Vision

 
Qual è il mistero dei Noo, inquietanti alieni legati alle origini della nascita della Terra? Perché stanno eliminando tutti coloro che vengono a conoscenza della loro esistenza? Capitan Herlock e il fedele equipaggio dell'Arcadia tentano di scoprirlo per poter far fronte alla loro enigmatica minaccia, trovandosi però costretti anche ad affrontare le forze federali terrestri che li ricercano da tempo...

Capitan Harlock è un mito, non si discute. Così come è innegabile il contributo del suo autore Leiji Matsumoto al mondo dell'animazione dagli occhi a mandorla, che col suo imponente affresco spaziale e lo stile di narrazione lirico ha scritto in esso pagine della Storia della fantascienza. Inutile, però, provare a ricondurre una produzione come Endless Odyssey ai suoi meriti, sopratutto se da lui rinnegata e ricondotta a semplice creazione del collaboratore/regista Rintaro.

Endless Odyssey nasce inizialmente come media serie televisiva, ma ritardi nella produzione la portano a trasformarsi in una serie OVA di 13 puntate, troppe poche per contenere la mole di materiale inizialmente prevista. A metà tra seguito della famosa serie televisiva - ha luogo tempo dopo che l'equipaggio dell'Arcadia si è sciolto - e rifacimento/rivistazione vero e proprio - viste le consuete contraddizioni del Leijiverse e la scelta di sostituire la "a" del nome del protagonista con una "e" -, Endless Odyssey pone tutte le frecce del suo arco nella celebrazione dell'indimenticabile pirata spaziale. Celebrazione che se si limitasse al solo, epico e maestoso brano d'apertura strumentale andrebbe bene, ma, basata ripetutamente sul suo primissimo piano sbandierato in ogni episodio, irrita e basta. Non è un buon segno. Dietro la colonna sonora di alto livello e lo splendido chara design del veterano Nobuteru Yuki, rispecchiante il classico stile romantico-barocco di Matsumoto (ragazze altissime e slanciate dagli occhi giganteschi, protagonista dall'aspetto malinconico e decadente, personaggi secondari piccoli, tozzi e grotteschi a simboleggiare la loro insignificanza morale), si nasconde una storia noiosa e priva di interesse. Endless Odyssey è la sagra dell'autocompiacimento registico, talmente eccessivo da portare presto all'irritazione. Non si spiegherebbe altrimenti il letargico ritmo narrativo, perenne susseguirsi di atmosfere rarefatte, lunghi e infiniti silenzi, visioni oniriche e un didascalismo così esagerati da portare all'auto-punizione.


Quella presentata da Rintaro è una visione pesante come un macigno, fastidiosa e insopportabile, sopratutto perché si nota benissimo che i primi piani, le inquadrature fisse e i dialoghi lunghissimi e colmi di oratoria, che si presentano con chissà che ambizioni autoriali, vogliono solo mascherare la cura essenziale in sfondi e animazioni della produzione, appena sufficienti e retaggio di un budget non certo irresistibile, abbastanza indegno per il formato home video. Non ci vorrebbe niente a tagliare qualcuno degli infiniti dialoghi teatrali e ridondanti (rappresentanti il 95% di ogni puntata) per mandare avanti la storia senza mille lungaggini, ma così non è. Tutto è verboso e narcotico a livelli impossibili, causando così tanta noia da non permettere di seguire bene il lento dipanarsi della goffa trama, mix di horror e sci-fi per nulla in linea con la serie classica, che né affascina né inquieta da quant'è contorto, patinato e mal narrato il tutto. Colpa sicuramente da rinfacciare agli iniziali problemi produttivi che portano l'equivalente di 26 episodi a venire sintetizzati in soli 13, ma non si possono sorvolare sulle responsabilità e le deficienze narrative dello sceneggiatore Sadayuki Murai,  solitamente bravo ma in quest'occasione privo di idee, che scrive un horror superficiale e perfettino infarcito di retorica e gran discorsi che suonano come la fiera delle banalità, con villain insignificanti a livelli impossibili e che scade criminalmente proprio nel disegno psicologico degli eroi, freddissimi e indecifrabili a meno che non si conosca veramente bene la serie televisiva di riferimento. Un pasticcio. S'è visto decisamente di meglio in giro e, anche se il mito di Harlock certo non decaderà per merito di questa serie OVA, la delusione, inutile dirlo, è alta.

Voto: 5 su 10

mercoledì 23 dicembre 2009

Recensione: Alexander - The Movie

ALEXANDER: THE MOVIE
Titolo originale: Alexander Senki - The Movie
Regia: Yoshinori Kanemori, Rintaro
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Hiroshi Aramata)
Sceneggiatura: Sadayuki Murai
Character Design: Peter Chung
Musiche: Ken Ishii
Studio: Mad House
Formato: film cinematografico (durata 97 min. circa)
Anno di uscita: 2000
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Dynit

Anno 356 a.C.: figlio di Filippo II, re di Macedonia, Alessandro è un principe carismatico, ambizioso, di raffinato genio strategico; l'uomo designato, secondo un'antica profezia, a conquistare e distruggere l'ordine del mondo finora conosciuto. Vedendo i suoi ripetuti successi militari e timoroso del suo crescente prestigio verso le masse, il padre cercherà di allontanarlo dai luoghi di potere, ma presto la Storia porterà il ragazzo a succedergli e a iniziare l'opera di conquista per unificare e civilizzare il pianeta. Dovrà scontrarsi con il re di Persia Dario III, ma sopratutto sopravvivere alle frequenti congiure da parte di filosofi timorosi delle sue ambizioni...

Sì, come state pensando il film di Alexander è una truzzata di cui non si sentiva il bisogno.

Serviva il recap movie di una serie televisiva così corta, bella e sperimentale? Serviva rovinare il lato artistico ed elitario di Alexander cercando di diffonderlo alla grande massa? Misteri del marketing di Mad House. Quel che conta davvero è che questa triste mungitura non solo è inutile, ma anche scadente. Inutile perché non ha senso rivolgere al grande pubblico una storia nata per le nicchie (i disegni anticonformisti di Chung, gli intermezzi onirici, le frequenti e importanti digressioni filosofiche, la necessità di avere un'infarinatura storica per conoscere bene il personaggio...); scadente perché pure realizzata alla membro di segugio.

Sfido chiunque a trovare solidità narrativa in quest'approssimativa sintesi dalla durata di poco più di un'ora e mezza che rinarra, con montaggio discreto ma sopprimendo intere sequenze di dialoghi e avvenimenti importanti, la vita di Alessandro. Senza contare poi il finale tronco, orribile, che arriva di punto in bianco e chiude il tutto saltando gli ultimi episodi televisivi, lasciando la fortissima impressione che Mad House neanche ci credeva più e si era scazzata di perdere tempo con una simile operazione.


Alla luce di queste considerazioni è facile domandarsi a chi è rivolto il film: agli spettatori occasionali certamente no, visto che si troveranno a sprecare 90 minuti della loro esistenza nel guardare un riassunto senza nè capo nè coda orfano delle sequenze più importanti; ai fan men che meno, visto che avendo già visto la serie non avranno motivo di guardare un lungometraggio che la sintetizza malamente e che, sopratutto, ha la faccia tosta di non inserire praticamente nessuna sequenza inedita per differenziarlo e a dargli più spessore.

Il tutto si rivela proprio quello che è, una mediocre operazione commerciale di cui nessuno sentiva il bisogno. Verrà ricordato solo per aver banalizzato l'originalità di Alexander, dimostrando l'avidità di Mad House di sfruttare il nome di uno dei suoi titoli di punta per ingannare i sempliciotti con un film fatto in modo essenziale, con zero costi e qualche aspettativa economica.

Voto: 4,5 su 10

RIFERIMENTO
Alexander: Cronache di Guerra di Alessandro il Grande (1999; tv)

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