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martedì 25 ottobre 2011

Recensione: Paprika - Sognando un sogno

PAPRIKA: SOGNANDO UN SOGNO
Titolo originale: Paprika
Regia: Satoshi Kon
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Yasutaka Tsutsui)
Sceneggiatura: Seishi Minakami, Satoshi Kon
Character Design: Masashi Ando
Musiche: Susumu Hirasawa
Studio: Mad House
Formato: film cinematografico (durata 87 min. circa)
Anno di trasmissione: 2006
Disponibilità: edizione italiana in dvd & blu-ray a cura di Sony


In un vicino futuro la scienza permette, coi suoi progressi, addirittura di "registrare" i sogni delle persone per poterli analizzare in ambito psichiatrico. Non entrate ancora ufficialmente in produzione, le apparecchiature predefinite a tal scopo diventano un'arma di terrore quando sono trafugate e usate, da un misterioso terrorista, per far "sognare a occhi aperti" gli individui portandoli così alla follia. La dottoressa Atsuko Chiba, sotto le vesti del suo avatar "onirico" Paprika, inizia a indagare...

Si sa, quello visionario è il campo tematico prediletto da Satoshi Kon. Per questo non stupisce riconoscere in Paprika, il suo tristemente ultimo lungometraggio da regista, l'apoteosi finale della sua poetica, una storia che parla di sogni ed è ambientata nel loro mondo. Opera ibasata, come Perfect Blue e Tokyo Godfathers, su un soggetto non originale (in questo caso l'omonimo thriller letterario di Yasutaka Tsutsui), ma realizzata con tutta la cura estetica e tecnica proprie del regista, che ancora una volta parla, con classe, della sua adorata realtà metafisica.

Tocca ammettere, purtroppo, che il soggetto, al di là del tema onirico, si riconduce a una qualsiasi delle incarnazioni di Ghost in the Shell (un terrorista/hacker tramite sogni/virus si introduce nella psiche di moltitudini di persone per farle impazzire, e per andare a stanarlo Motoko/Paprika entra lei stessa nel cyberspazio/sogno), generando un generale senso di déjà-vu che impedisce al film di ambire a un'eccessiva originalità, ma il senso di già visto è decisamente smussato dal delizioso tocco visionario del regista, che trova, per ovvie ragioni, l'occasione di esprimere senza freni esibitori la sua carica allucinata. Paprika è sintetizzabile, in effetti, come pura follia visiva, un trip cervellotico di immagini bizzarre e nonsense grafico come eserciti di giocattoli dalle movenze convulse, bambole inquietanti, elettrodomestici posseduti e amene musiche da circo; ma anche di visioni più sottili e inquietanti, date da timori ancestrali che possono essere moniti per il futuro o anche scorci di vita reale. Un frammentarsi di reale e intangibile che rende la storia, altresì semplicistica, caotica. Perché sì, Paprika si riduce essenzialmente alle indagini di due gruppi di personaggi (lei e il detective Toshimi Konakawa) per scoprire il misterioso boogeyman che sta facendo impazzire le persone, ma entrambi si muovono per la maggior parte nel confine tra realtà del sogno: difficile stabilire quando agiscono nella vita reale e quando no, e questa voluta scelta per spiazzare lo spettatore porta la visione a risultare fin da subito impegnativa e, per questo, stimolante.


Immersi così nelle atmosfere lisergiche del film si apprezza come di consueto la bravura di Kon nell'ammaliare l'occhio con visioni surreali, da incubo e da fiaba, ben sorrette dalle - come al solito - eccellenti animazioni Mad House che ben spiegano i ben tre anni di realizzazione del film, ma duole constare come alla fine, pur con un ottimo gradimento generale e la piacevole "fatica" di seguire la storia nelle sue false piste, quest'ultima si riveli, stringando, ancora più semplicistica di quello che già è, preferendo spingere, nel finale, sul pedale dello spettacolo grafico per sopperire a una conclusione che si poteva dare con mezz'ora di anticipo. "The Bigger the Better" è rispettato, ecco quindi che le atmosfere bizzarre e inquietanti fanno posto a cattivi macchietta e pure a distruzioni apocalittiche, caos e fusioni tra realtà e fantasia capaci di distruggere il mondo, un parossismo che fa cadere le braccia e sembra pure indegno del regista, fortunatamente non così orribile da ridimensionare tutto il film.

Convincono, infatti, quei scorci del "vero" Kon, intimista e umano, che qua e là si stagliano: nell'eroina bitchy alla ricerca di una dimensione esistenziale più serena; nel frustrato detective Konakawa che deve affrontare i fantasmi dolorosi del passato; nell'amore sincero che può sbocciare da una bella donna anche verso un gigantesco obeso. Tratti tipicamente "koniani" che danno sollievo e dignità a un prodotto forse un po' troppo eccessivo nella forma e troppo sopravvalutato dalla consueta grandinata di premi, ma, per resa e atmosfere, tutto sommato degno del nome del regista che si porta.

Voto: 7 su 10

lunedì 17 gennaio 2011

Recensione: Paranoia Agent

PARANOIA AGENT
Titolo originale: Mousou Dairinin
Regia: Satoshi Kon
Soggetto: Satoshi Kon
Sceneggiatura: Seishi Minakami
Character Design: Masashi Ando
Musiche: Susumu Hirasawa
Studio: Mad House
Formato: serie televisiva di 13 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2004
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Panini Video



Tsukiko Sagi è una famosa disegnatrice dalla cui penna è nata la mascotte Maromi, amatissima in tutto il Giappone. Una sera, mentre torna a casa, viene aggredita da un ragazzino sui pattini a rotelle che impugna una mazza da baseball. Due detective, il burbero Ikari e il giovane Maniwa, si mettono subito sulle tracce del criminale, ribattezzato Shonen Bat, che, giorno dopo giorno, continua a mietere le sue vittime e a sfuggire sorridente alle forze dell'ordine. Chi è veramente? Qual è il suo progetto?

Paranoia Agent (2004) è la prima, e purtroppo unica, incursione televisiva del compianto Satoshi Kon. Opera folle e multigenere, costantemente in bilico tra momenti di tensione e divertenti parentesi, capace di abbracciare tanto l’horror quanto il fantasy, sfaccettata e critica nei confronti dell’iperattiva società giapponese, è, come ogni altro lavoro del maestro recentemente scomparso, una straordinaria, iperbolica, visionaria miscela di realtà e sogno, concretezza e schizofrenia onirica. Kon ne firma soggetto e regia, lasciando l’ottima sceneggiatura a Seishi Minakami e il chara design a Masashi Ando, e graffia, stupisce, commuove, scuote, incanta.

Paranoia Agent è strutturato in 13 episodi, molti dei quali autoconclusivi, che dilatano, gonfiano, approfondiscono una vicenda che, nei momenti iniziali, sembra essere un semplice thriller venato di elementi soprannaturali. Ogni puntata presenta infatti uno o più nuovi personaggi, costruisce attorno a loro storie spesso a se stanti, singole avventure che studiano e analizzano personalità, comportamenti, idee e modi di vivere sia dei veri protagonisti dell’opera (Tsukiko e i due detective) sia dei comprimari, più o meno importanti ai fini dell’intreccio prettamente thrilleristico. Avremo pertanto vicende che esulano totalmente (i due studenti Shogo e Yuuichi, l’insegnate Maria, i tre ragazzi che tentano disperatamente di suicidarsi), ma che completano un mosaico estremamente complesso, dove le coincidenze inattese si sprecano, dove si scoprono raggiri e doppie vite, storie nelle quali il mistero legato a Shonen Bat è fattore scatenante, è una miccia che si accende, è una rabbia che esplode, è un segreto che viene svelato.


Ne nasce così uno schema insolito e progressivamente curioso, ogni episodio scavalca il precedente e cambia le carte in tavola, le capovolge, mostra cosa c’è dietro lo specchio, e di volta in volta muta i colori della serie: dal meccanismo investigativo iniziale alla parodia videoludica, dalla commedia tragicomica al dramma legato a sessualità e pedofilia, per terminare con clamoroso accento supereroistico e una fragorosa tentazione catastrofica, e ancora molto, molto altro. In tutto questo universo, in tutte le sue sfumature, è facile perdersi domandandosi quale sia la direzione da seguire, soprattutto quando vengono innestate certe enigmatiche parentesi oniriche, se ci sia un vero filo conduttore o se si tratti di puro compiacimento artistico nel destrutturare le vicende, nel richiamarle a tradimento, nel presentarle in una veste che verrà tolta più e più volte. Ma ogni elemento, pur non essendo sempre necessario alla trama in sé, è importante, se non fondamentale, nella creazione simbolica dello scenario globale, così, così, così simile alla triste realtà di tutti i giorni. Ad esempio un episodio come ETC, dove quattro signore si perdono in chiacchiere sui possibili delitti commessi da Shonen Bat, pur, di fatto, bloccando la storia, diventa vitale per capire le proporzioni del mito del criminale sui pattini, come si sia espanso, fin dove abbia ferito con i suoi artigli. Una vicenda invece come quella raccontata in Maromi dolce-sonno, un noir autoconclusivo in parte scollegato dal plot principale ma fortissima critica all’industria dell’animazione, è essenziale per comprendere uno degli scopi che spinge Shonen Bat a uccidere, ad ammazzare anche là dove Ikari e Maniwa non possono raggiungerlo, dove nessuno, in realtà, può raggiungerlo. E via così.

Un’originale catena di eventi, un imprevedibile susseguirsi della trama, un’inarrestabile macchina che obbliga a spingere il tasto play in continuazione, per vedere cosa succede nell’episodio successivo, come Kon camufferà la storia, come collegherà certe situazioni, come farà a inserire nuovi elementi ancora, come dissezionerà la cultura nipponica parlando di frenetico consumismo, spietata economia, isolamento suicida, chiusura mentale. E il motivo stesso che guida Shonen Bat a impugnare la mazza da baseball, la spinta che lo porta a spaccare teste di persone che apparentemente nulla hanno in comune, è puro, potentissimo simbolismo.


Ci si potrebbe addentrare ancora e ancora nel mondo di Paranoia Agent, sviscerare puntata dopo puntata perché tutte recipienti di messaggi ed estrosità creativa, ma si entrerebbe in territori spoileranti e si toglierebbe il piacere della visione, un piacere che inizia sin dalla splendida e sperimentale opening, un pezzo irresistibile più volte richiamato nell’opera, un piacere che continua con gli splendidi disegni, tanto realistici quanto caricaturali, e le fantastiche animazioni, di altissimo livello, curate da Madhouse. Paranoia Agent è un’opera da vedere, da vedere nonostante la difficoltà, la bizzarria, questo stravagante ma intelligente e profondissimo modo di raccontarci (perché questo in fondo fa Kon) il Giappone e il mondo intero.

Voto: 8 su 10

mercoledì 6 ottobre 2010

Recensione: Millennium Actress

MILLENIUM ACTRESS
Titolo originale: Sennen Joyū
Regia: Satoshi Kon
Soggetto: Satoshi Kon
Sceneggiatura: Satoshi Kon, Sadayuki Murai
Character Design: Satoshi Kon, Takeshi Honda
Musiche: Susumu Hirasawa
Studio: Mad House
Formato: film cinematografico (durata 87 min. circa)
Anno di uscita: 2001
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Passworld

 
La ristrutturazione di alcuni studios televisivi, da parte del presidente Gen'ya Tachibana, porta alla scoperta di una misteriosa chiave appartenuta all'attrice Chiyoko Fujiwara, da decenni ritiratisi a vita privata. Da sempre infatuato di Chiyoko, Gen'ya decide di sfruttare l'occasione per girare un documentario su di lei, organizzando un'intervista-fiume. Il film si risolve con lei, ormai 74enne, che racconta l'incredibile storia della sua vita, in cui realtà e fantasia si intrecciano: quella chiave è legata alla sua giovinezza, quando da bambina decise di fare l'attrice per inseguire un tormentato sogno d'amore con un ribelle antigovernativo...

Al suo solo secondo lavoro da regista Satoshi Kon realizza certamente, con Millennium Actress, il film più rappresentativo della carriera e della sua poetica, una storia dove dare libero sfogo al suo estro visionario nell'intrecciare realtà, tempo e spazio in sequenze visionarie che sono una gioia per gli occhi. L'idea del racconto dell'anziana attrice è il pretesto per un affettuoso tuffo nel mondo del cinema, dove la giovinezza di Chiyoko è vissuta attraverso tutti i set cinematografici nei quali ha lavorato. Se il lungo racconto ha inizio negli anni 30, quelli dell'imperialismo giapponese dove lei è ancora una ragazzina, successivamente, nel suo prosieguo - quando cioè si sposta a Taiwan per inseguire il suo sogno lavorativo - le ambientazioni vengono calate nell'epoca feudale Meiji, focus del suo primo film, per poi abbracciare visioni da noir, science fiction e così via, in un intrigante seguirsi di visioni celebrative della sua carriera. Un resoconto che spazia tra più epoche, in cui realtà e immaginazione si fondono frammentando passato e presente in un originale gioco di specchi. Intrigante, sopratutto visto che in questi flashback "a tema" non solo Chiyoko, ma anche Gen' ya e il suo aiutante cameramen appaiono e interagiscono, segno che nel presente stanno vivendo l'intenso racconto dell'anziana attrice. Quello che però rappresenta la vera anima di Millennium Actress, più della visionarietà, più delle straordinarie immagini, più della commovente colonna sonora elettronica di Susumu Hirasawa, più dell'inedito sguardo moderno con cui il Giappone odierno rivede il periodo Shōwa, è la delicatezza del suo messaggio. Non è solo la storia di Chiyoko, è la storia dell'Amore visto nella sua sfaccettatura più insolita, quello del sentimento amato in quanto tale. La donna insegue per tutta la vita il suo amato anche quando ha ormai capito che non avrà più alcuna speranza di poterlo abbracciare. La sua è una vita dedicata all'inseguimento di un sogno, e sarà proprio la chiave ad aprire i ricordi del suo cuore facendola arrivare a tale scoperta.


Millennium Actress è film che parla di amore e si fa amare, uno di quei lavori d'autore per cui è facile spiegarsi perché il cinema è arte. Commovente nei suoi messaggi, commovente negli spunti di riflessione di cui è costellato (la vecchiaia, la gioventù, ma anche il ritratto storico di più epoche), commovente nel design elegantissimo e curato in fondali e personaggi, con il chara design di Kon e Takeshi Honda che scolpisce visi, rigorosamente orientaleggianti, di estrema bellezza e umanità. La sensazione interiore che evoca il film è di tranquillità e pace assoluta, una serenità dell'animo che dà ottimismo e mette in pace con se stessi e con il mondo, le qualità più importanti di un autore che, come Kon, fino alla fine ha amato la vita: nonostante i dolori che dà, è bella per chi sa accettarne la durezza e le eventuali ingiustizie come quella che distrugge l'amore di Chiyoko. Anche se è difficile essere completamente d'accordo con una simile visione, non si può non invidiare chi come Kon ha detto, pensato e ribadito questo credendoci fino alla fine, morendo anch'esso in modo ingiusto a un'età così giovane.

Un film, Millennium Actress, di una bellezza tale da annichilire le piccolezze di sceneggiatura, come le difficoltà che talvolta si provano a seguire il dramma di Chiyoko attraverso le mille ambientazioni storiche e i continui siparietti umoristici, talvolta stucchevoli, di Gen' ya e del suo cameramen. Ma rimangono giusto quisquilie. Non è forse il capolavoro del regista ma poco ci manca, e trasuda ugualmente umanità e poesia come nelle sue opere migliori, senza contare le animazioni Mad House che, coerentemente con le ambizioni della pellicola, sono come di consueto di magnifica fludità e realismo. Al punto che rinunciare a una visione simile sarebbe davvero triste, per qualsiasi appassionato di cinema. Lavoro che giustamente ha meritato il suo successo di pubblico e sopratutto di critica, vincendo svariati premi tra cui quello di miglior film d'animazione al Fantasia Film Festival di Montreal (secondo riconoscimento dopo quello di Perfect Blue) e il rinomato Ofuji Award al Mainichi Film Awards.


Uscito in Italia grazie a Passoworld, con un colpevole ritardo di sette anni rispetto al Paese d'origine. Può almeno usufruire di un adattamento perfetto e di un gran lavoro di doppiaggio, una localizzazione una volta tanto di elevato livello che non fa perdere di un'unghia in pathos la forza espressiva del racconto.

Voto: 8 su 10

lunedì 27 settembre 2010

Recensione: Berserk

BERSERK
Titolo originale: Berserk-Kenpū Denki
Regia: Naohito Takahashi
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Kentaro Miura)
Sceneggiatura: Atsuhiro Tomioka, Makoto Itakura, Shinzo Fujita, Shoji Yonemura, Yukiyoshi Ohashi
Character Design: Yoshihiko Umakoshi
Musiche: Susumu Hirasawa
Studio: Oriental Light and Magic
Formato: serie televisiva di 25 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1997-1998



Nato dal corpo senza vita di una donna impiccata, Gatsu vive in un’epoca sanguinaria, un medioevo cupo e opprimente dove l’unico modo per sopravvivere è combattere, e uccidere. Cresciuto duramente dal sadico Gambino, a capo di un gruppo di mercenari, Gatsu e la sua gigantesca spada entreranno successivamente a far parte della Squadra dei Falchi, gruppo di soldati di ventura poco più che ragazzini. Con il carismatico comandante Grifis nasce un’amicizia solida e sincera, mentre con l’agguerrita Caska vi è un rapporto di amore/odio che tormenterà entrambi a lungo. Lodati ovunque per le incredibili abilità in battaglia, i Falchi vengono assoldati per sconfiggere il reame di Tuder in una lunghissima guerra che prosegue da oltre cent’anni. Ma quando si trovano ad affrontare il loro guerriero più forte, una creatura infernale, sia toro che uomo, con gigantesche ali di pipistrello, ogni cosa inizia a precipitare. Sembra esista un mondo delle tenebre, popolato da mostri aberranti, che sta per scontrarsi con la realtà...

Siamo nel 1997, Kentaro Miura disegna già da otto anni uno tra i manga allora più truci e innovativi mai sfornati dal Giappone, quel Berserk ancora lontano dalle lente derive fantasy in cui incapperà da lì a poco (preannunciando una spiacevole mancanza di idee e il timore di una probabile conclusione agonizzante). Come tradizione vuole, un manga di successo, per di più se sanguinario, scioccante, provocatorio, deve diventare un anime, ma come spesso accade, il risultato è traumatizzante. Sciaguratamente serializzato fino al momento clou del fumetto (quell’eclissi che offre uno dei colpi di scena più spiazzanti, cattivi, atroci di ogni tempo, trasformando Berserk in qualcosa di indefinibile, un insolito miscuglio di horror, fantasy ed erotismo), l’anime e i suoi 25 episodi costituiscono di fatto un’opera non solo incompleta, ma più che altro inutile, di una sterilità decisamente irritante.

L'Oriental Light and Magic affida ai suoi sceneggiatori (tra di loro troneggia ufficialmente il nome di Yasuhiro Imagawa, ma il grande autore di Giant Robot minimizzerà negli anni il suo contributo definendolo quasi del tutto irrilevante, una sommaria consultazione che i datori di lavoro hanno voluto acclamare1) il compito di ridurre solo una parte del manga, ovvero quel lunghissimo flashback iniziale dalla durata di ben 10 volumi, illustrante la giovinezza di Gatsu e la sua carriera nella Squadra dei Falchi. Scelta assai infelice, inoltre, è l’assenza di personaggi fondamentali come il Cavaliere del Teschio e Pak, il primo indispensabile per il prosieguo della trama mentre il secondo simpatica spalla comica del Guerriero Nero. Si deve pur mangiare e gli scriptwriter fanno quello che possono, ma il soggetto che devono ridurre in animazione, privo com’è di un vero e proprio finale e degli elementi cardine creati da Miura, è già morto in partenza.


La difficile storia d’amore tra Gatsu e Caska, l’attrazione morbosa e la gelosia di quest’ultima verso Grifis, il grande affetto e il rispetto tra il comandante della Squadra dei Falchi e il potente guerriero e la successiva avversità che ne scaturisce, il potere bramato da Grifis, il disprezzo dei regnanti nei confronti del prestigio progressivamente acquisito dai mercenari, per non parlare degli interrogativi sul libero arbitrio, lo studio filosofico del male come presenza indissolubile nell’uomo… Questi sono solo alcuni dei temi squisitamente introspettivi a cui l’anime, per quanto discretamente scritto, non riesce a dare valore, e non bastano sangue, sbudellamenti e battaglie, aspetti comunque assai addolciti rispetto al manga. Miura gestisce splatter e brutalità devastanti equilibrandoli con caratterizzazioni straordinarie e una vicenda sorprendente, imprevedibile (almeno prima del contestato abbraccio al fantasy); nell’anime tutto ciò viene svilito da una mancanza di senso generale, unico esito a cui portano queste 25 puntate. E non parliamo della sconveniente traduzione italiana, che disgraziatamente annacqua e dilunga i dialoghi oltremodo, rendendoli inascoltabili.

Forse si intuiva già allora che Miura non sarebbe mai stato in grado di concludere il manga, e ora, dopo 37 volumi (74 nella prima edizione), decenni di durata e una storia moribonda, troppo incentrata su combattimenti infiniti, possiamo amaramente esserne sicuri, resta però la seccatura per un anime che segue bene o male l’opera originaria, ma essendo orfano degli agganci necessari per dare credibilità al contesto e poter quindi proseguire parallelamente al manga (di certo non si può approvare un simile non-finale, perché non è aperto, non lascia a interpretazioni, è semplicemente tronco), come accaduto in molte altre produzioni, non ha motivo, non uno solo, per essere visto. Una scarsa attenzione realizzativa, inoltre, nonché disegni poco curati e altalenanti, animazioni scadenti e un’impacciata direzione generale di Naohito Takahashi affossano inesorabilmente una delle poche opere che, pur possedendo adeguati, gustosi pregi (personaggi, violenza, mostri, sesso), non doveva diventare una serie tv, distruggendo in questa maniera la parte migliore, la più vera, sentita, genuina del manga.



Un’ultima nota ancora per l’assurda traduzione italiana che, oltre al già citato sbrodolamento nella stesura dei dialoghi, per il doppiaggio sceglie voci davvero, davvero inadeguate, offrendo un reparto vocale assai smorto e borioso. L'edizione Yamato Video in DVD invece di correggere almeno con sottotitoli fedeli riporta tutto tale e quale, rendendo così futile l'acquisto del Box. Complimenti.

Voto: 4,5 su 10


FONTI
1 Conferenza del 2002 di Yasuhiro Imagawa all'Università Internazionale della Florida. La sintesi dei suoi interventi è raccolta in un topic del forum Neo Seeker (http://www.neoseeker.com/forums/42/t110743-yasuhiro-imagawa-speaks-so-does-yoshiyuki-tomino-yoko-kanno-tashihiro-kawamotu/#pagetop)

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