mercoledì 30 novembre 2011

Recensione: Giant Killing

GIANT KILLING
Titolo originale: Giant Killing
Regia: Yuu Kou
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Masaya Tsunamoto & Tsujitomo)
Sceneggiatura: Toshifumi Kawase
Character Design: Tetsuya Kumatani
Musiche: Eiji Mori
Studio: Studio DEEN
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2010

 
La squadra calcistica giapponese East Tokyo United non se la sta ultimamente passando bene: nel corso degli anni i suoi schemi di gioco sono invecchiati, i grandi giocatori hanno lasciato, e la nuova annata calcistica sembra in procinto di iniziare nel peggiore dei modi. Per ovviare al problema i dirigenti recuperano così, dalla squadra inglese FC Eastham, un loro ex giocatore divenuto importante allenatore, il bizzarro Takeshi Tatsumi. Estroverso e dall'espressione sempre enigmatica, Tatsumi rivoluziona da zero l'assetto della squadra, inimicandosi fin da subito giocatori e tifosi. I risultati gli daranno ragione?

Si sa, è difficile tirare fuori elementi di originalità dagli esponenti del genere sportivo, sopratutto se riferiti a quel gioco del calcio che, "grazie" a Captain Tsubasa e le sue trasposizioni animate, ha bene o male sempre visto ripersi i soliti clichè: protagonisti talentuosi che entrano in una squadra di dilettanti rendendola competitiva, approccio semi-fantastico allo sport (con giocate al limite dell'impossibile, regole quasi mai applicate etc), team rivali sempre pieni di fuoriclasse... Non che questo costituisca un problema, chiaro, ma sicuramente si sente ogni tanto il bisogno di qualcosa più ancorato all'attività agonistica reale che a quella immaginaria della scuola di Yoichi Takahashi, anche al costo di rinunciare a tiri infuocati, rovesciate ogni 3x2 et similia. Nel corso del 2010 è Giant Killing a cercare di portare, finalmente, un po' di innovazione, pur scontando il classico, atroce problema che attanaglia tutte le trasposizioni di manga ancora in corso come lui, ossia il trovare un finale del tutto aperto, in attesa di un seguito che non arriverà mai visto il successo modesto. Smacco amaro visto il piacere con cui intrattiene nella sua visione. La grande differenza che lo contrappone ai suoi rivali risiede infatti nell'approccio scelto per raccontare lo sport: finalmente un campionato professionistico, finalmente un calcio realistico e senza super tiri, e finalmente risultati delle partite umani e non da partita di rugby. Con protagonisti l'allenatore della squadra e le sue strategie di gioco, non i giocatori.


Quello di Giant Killing è finalmente un mondo di spiccato realismo, con la panchina di Tatsumi che scotta più e più volte messa alla prova da risultati negativi, ultrà minacciosi, giornalisti, primedonne del collettivo. L'ETU è una squadra da media/bassa classifica e, pur covando notevoli potenzialità agonistiche, non arriva mai a lottare per il primo posto, capace com'è di dare filo da torcere agli squadroni ma anche di faticare tremendamente con squadre minori. Si crea così un inaspettato e felice slice of life sportivo, dove più che i match in sé contano gli aspetti di priva privata dei personaggi, tra screzi in squadra, problemi esistenziali (il classico attaccante a digiuno di gol, il giovanissimo centrocampista che gioca perennemente sotto tono, etc) e le frequenti contestazioni dei mass-media rivolte a un protagonista che per parlatina e carattere ricorda felicemente Josè Mourinho. Coerentemente con quest'impostazione, i match durano spesso poco più di mezza puntata, tolti 2/3 di loro che si snodano in quattro o cinque episodi. Merito del risultato di questo nuovo modo di intendere lo sport in animazione è la riuscita caratterizzazione del folto gruppo di personaggi, ciascuno con manie (irresistibile il Principe Del Campo Luigi Yoshida, narciso fantasista dalle origini italiane) e caratteristiche che influenzeranno l'avventura della ETU nel campionato nipponico. Una cura introspettiva riservata a giocatori così come a giornalisti, tifosi, manager e allenatori.

Purtroppo ancora legata ad altre produzioni di genere sportivo è invece la cura tecnica rivedibile delle partite, che per ovvie limitazioni di budget non possono essere movimentate come nella realtà. Questo si risolve in un mare di dialoghi, spesso inutili fiere dell'ovvietà, che costellano molte azioni di gioco, coi classici rallenty nelle mischie più concitate e tempo congelato quando i giocatori ricordano frammenti della loro carriera (fortuna che almeno i campi lunghi chilometri ci sono stati risparmiati). Ad aiutare a sopportare ci pensano la già citata brevità generale dei match e sopratutto il realismo delle movenze dei giocatori.


Ottimo il character design di Tetsuya Kumatani, fedele al tratto cartoonesco ed espressivo del manga, buone le animazioni generali e di classe l'opening celtic rock My Story ~Mada Minu Ashita e~. Altro non c'è da dire su una serie che affascina nel suo sovvertimento di tòpoi che, negli anni, facevano presagire una totale mancanza di evoluzione nel genere. Purtroppo, come tante altre trasposizioni incompiute, anche Giant Killing saluta con una puntata finale insipida, che lascia così, freddi e delusi, con un buon numero di nodi narrativi ed evoluzioni di personaggi lasciati in sospeso. Un ottimo antipasto per pubblicizzare l'acquisto del manga, certo, ma rimane un antipasto.

Voto: 5 su 10

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