mercoledì 18 gennaio 2012

Recensione: Hols - Prince of the Sun (La grande avventura del piccolo principe Valiant; Il segreto della Spada del sole)

HOLS: PRINCE OF THE SUN
Titolo originale: Taiyo no ouji - Hols no Daiboken
Regia: Isao Takahata
Soggetto & sceneggiatura: Kazuo Fukuzawa (basato sulla sua pièce teatrale)
Character Design: Yoichi Kotabe
Musiche: Michio Mamiya
Studio: Toei Animation
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 82 min. circa)
Anno di uscita: 1968



Hols è un energico ragazzino che vive, insieme al vecchio nonno, in una terra imprecisata del nord Europa. Dopo essere entrato in possesso della misteriosa Spada del Sole, estratta da un gigante di pietra, il ragazzo apprende dal parente, ormai in punto di morte, la notizia che entrambi loro provengono da un vecchio villaggio a nord, distrutto, anni prima, dal malvagio re dei ghiacci Grunwald. Rimasto solo, Hols decide di tornare al paese natìo, ormai schiavizzato dalla tirannia...

Nonostante non sia invecchiato benissimo nel tempo, La Spada del Sole: La grande avventura di Hols (titolo internazionale Hols - Prince of the Sun) è un tassello indispensabile per inquadrare la crescita artistica di Isao Takahata, uno dei più grandi registi giapponesi di tutti i tempi: è la sua opera d'esordio in questa mansione, già ben esemplificativa del tenore dei suoi successivi lavori; la sua prima collaborazione con Hayao Miyazaki (di cui diverrà amico fraterno, fondando nel 1985 Studio Ghibli) e il designer/animatore Yasuo Otsuka, e infine uno dei più avveniristici lungometraggi d'animazione degli anni '60, già assurto meritatamente a classico d'epoca per quello che rappresentò.

Siamo nel 1968, l'anno della rivoluzione culturale, delle grandi contestazioni e degli scioperi in piazza. Hols esce nei cinema nipponici il 12 luglio dopo ben tre anni di lavorazione, un mastodontico budget di 130 milioni di yen e carta bianca sui suoi contenuti da parte della dirigenza di Toei Animation: è un regalo dello studio, dietro intercessione dei sindacati, ai suoi animatori, sfruttati per anni sino all'osso, mal pagati, in pieno spirito di rivendicazioni e che si lamentavano di non avere alcuna libertà creativa, destinati in eterno a lavorare come schiavi su opere infantili fatte con lo stampino. Per la direzione e la progettazione del lungometraggio il capo dei sindacati, Yasuo Otsuka, sceglie Takahata, fino a quel momento confinato in mansioni trascurabili come assistente alla regia in svariate serie animate, convinto sostenitore che l'animazione possa anche veicolare messaggi intellettuali e adulti. E così, con questo potere, Takahata decide di riprendere la pièce Il sole di Chikisani del teatro delle marionette, a opera di Kazuo Fukuzawa (quest'ultimo viene quindi assoldato per curare la sceneggiatura del film), dramma che racconta l'oppressione subita dal clan degli Ainu nel corso del XVII Secolo, e la fa riadattare focalizzandola su temi dell'uguaglianza e della democrazia, eliminando i riferimenti etnici, spostando i luoghi della vicenda in un astratto mondo ghiacciato della Scandinavia e metaforizzando nella vicenda del villaggio dell'eroe che si ribella al perfido tiranno Grunwald una classica rivoluzione comunista contro il potere costituito1. Costretta dalle circostanze a produrlo controvoglia, non d'accordo con i suoi temi politici2, Toei Animation permetterà al regista di fare quello che vuole, ma al momento dell'uscita del film non spenderà un solo soldo per promuoverlo e pubblicizzarlo, contribuendo in modo determinante (con l'involontaria complicità della mancata esistenza, all'epoca, di riviste di settore che trattano di anime3) a farlo diventare un flop di pubblico tale da ritirarlo dopo soli dieci giorni dalle sale4. Del tutto ignorato, dunque, il primo lungometraggio d'animazione indipendente della Storia del Giappone finisce col fare più danni che altro a Takahata (ancora oggi l'artista lo definisce il suo grande errore come regista5). Toei, d'altro canto, per punire il suo impiegato per il fallimento commerciale (come se dipendesse da lui), lo retrocede al precedente, ingrato ruolo di assistente alla regia nei successivi serial The Secret of Akko-chan (1969) e Furious Ataro (i.d)6. Tuttavia, è storicamente proprio grazie a quest'occasione che il grande autore ha modo di far conoscere per la prima volta il suo nome al grande pubblico, dimostrando, proprio con questo lavoro, la sua vena intellettuale che porterà le altre sue opere, nel radioso futuro dei kolossal Ghibli, a differenziarsi notevolmente per tematiche e obiettivi da quelle del collega Miyazaki. Non è comunque solo nei suoi retroscena politici che Hols cattura, ma soprattutto in quel suo senso di meraviglia che il tempo non è mai stato realmente in grado di intaccare in tutti questi anni.


I primi quindici minuti sono addirittura sbalorditivi: il sense of wonder regna sovrano nell'astratto, freddo mondo dove vive Hols, mirabile sintesi di suggestioni nordiche (le ambientazioni ghiacciate, il villain) e matrici squisitamente fantasy (il gigantesco uomo di pietra Mog, un anticipo del Mordiroccia de La storia infinita di Wolfgang Petersen). Sorprende innanzitutto la fluidità impressionante delle animazioni dovute al mirabile apporto di Yatsuo Otsuka, preannunciata da una celebre sequenza introduttiva che vede il protagonista affrontare da solo, armato di una sola ascia, un aggressivo branco di lupi. Tecnicamente l'opera è uno spettacolo ammaliante dato da disegni sontuosi curati fino allo spasmo, anche nei dettagli minori (gli spruzzi d'acqua delle onde marine!), il tutto tutto disegnato e animato maniacalmente a mano con 58.000 disegni7. La meraviglia perdura per tutta la prima parte della storia, di stampo avventuroso, salvo cadere in lentezza eccessiva giungendo al nocciolo della trama, quando Hols riesce a raggiungere il villaggio natìo e iniziano le perfide macchinazioni di Grunwald per sconfiggere lui e i sudditi. A guardare il film oggi non convince invero la parte centrale, a parere di chi scrive troppo lenta e focalizzata su personaggi non proprio irresistibili: lo sceneggiatore Fukuzawa tenta più volte, con l'artifizio di animaletti kawaii e numerosi inserti cantati, di allacciarsi, com'era la prassi d'epoca, ai lungometraggi d'animazione americani, ma manca di quelle caratterizzazioni e di quei disegni espressivi e che rendevano leggendari i cartoon Disney. Rispetto a loro e ai film Toei dell'epoca gli attori di Hols sono molto umani, oggetto di vizi e debolezze, e l'umorismo addirittura inesistente (nonostante la questione sia stata oggetto di aspre contese coi vertici dello studio8): sono testimonianze papabili della volontà dello staff di sdoganare il cartone animato da un target prettamente infantile e veicolare messaggi meno idealizzati, ma non per questo i suoi personaggi hanno carisma, dando l'impressione di essere abbastanza freddi alle disgrazie che capitano loro, come se non gliene importasse poi molto (esemplare il forte e controverso personaggio di Hilda, creato da Takahata e l'animatore Yasuji Mori ma non capito da nessuno del resto dello staff e dal pubblico9). C'è voglia di stupire, di raccontare una storia basata più su intermezzi psicologici che sull'azione (davvero poca, se si esclude la citata parte iniziale), e tantissima energia realizzativa, ma è indubbio che si tratta di un film molto lungo, talvolta troppo lento e non impeccabile nell'approfondimento del cast.

Nell'inevitabile scontro finale il lungometraggio si risolleva grazie alle coreografie dei fantasiosi combattimenti e a certi risvolti drammatici, ma tutto rimane, per quanto avveniristico, datato per gli standard odierni. Rimarranno alla memoria l'importanza intrinseca del film, l'ineccepibile lavoro tecnico dietro a esso (anche se alcune sequenze potenzialmente evocative, come l'attacco al villaggio di lupi e topi, sono deludentemente rese in immagini statiche perché la produzione stanziò un budget adatto massimo a 80 minuti di girato invece dei 95 inizialmente previsti10) e i fiabeschi, meravigliosi e pittorici fondali di Miyazaki11, che rappresentano uno dei più stupefacenti meriti della pellicola, ma l'impressione generale è che sarebbe stato meglio progettare un lungometraggio avventuroso più ordinario e meno dialogato, dove i soldi potevano essere impiegati per incrementare spettacolarità e azione sfruttando meglio quel contesto semi-mitologico che alla fine, nonostante le premesse iniziali, rimane marginale. Queste sono comunque impressioni che, rapportate all'importanza dell'opera, lasciano il tempo che trovano: Hols è di interesse storico di prim'ordine, simbolo di lotta politica ma anche un passo evolutivo del linguaggio animato, inteso a cercare di essere qualcosa di più di un semplice passatempo per bambini, e il suo spettacolo estetico ben vale ancora oggi, quasi cinquant'anni dopo, la visione.


Nota: uscito nei cinema italiani negli anni '70 col discutibile titolo La grande avventura del piccolo principe Valiant, il film di Takahata è rovinato dalle solite traduzioni semplicistiche dell'epoca e dalla riduzione in 4:3 dell'originale video in cinemascope. Sarà rieditato anni dopo in VHS Avo Film col titolo Il segreto della Spada del Sole, salvo conoscere negli anni diverse riedizioni DVD di mediocre fattura, l'ultima delle quali a cura di Yamato Video che per l'ennesima volta gli restituisce il ridicolo nome precedente, ostinandosi a mantenere l'errato formato video (e come sempre, neppure l'ombra di titoli fedeli).

Voto: 8 su 10


FONTI
1 Questi lunghi retroscena provengono dal saggio "Storia dell'animazione giapponese" (Guido Tavassi, Tunuè, 2012, pag. 99-101). Le differenze tra il film di Takahata e la pièce teatrale vengono invece dal saggio "Animerama" (Maria Roberta Novielli, 2015, Marsilio, pag. 135)
2 "Storia dell'animazione giapponese", pag. 101
3 Mario A. Rumor, "The Art of Emotion: Il cinema d'animazione di Isao Takahata", Cartoon Club, 2007, pag.166
4 Vedere punto 2, a pag. 101
5 Mario A. Rumor, "Toei Animation: I primi passi del cinema animato giapponese", Cartoon Club, 2012, pag.135
6 Come sopra, a pag. 145
7 Vedere punto 2
8 Vedere punto 3, a pag. 169
9 Vedere punto 5, a pag. 141
10 Vedere punto 2, a pag. 100
11 "Animerama", pag. 135

3 commenti:

Gundamaniaco ha detto...

"Fukuzawa tenta più volte, con l'artifizio di animaletti kawaii e numerosi inserti cantati, di allacciarsi ai lungometraggi d'animazione americani, ma mancano di quell'umorismo e di quelle caratterizzazioni che rendevano leggendari i cartoon Disney."

Ti consiglio di guardare anche gli altri lungometraggi Toei dell'epoca (La lampada di Aladino, il Gatto con gli Stivali, Gli allegri pirati dell'Isola del Tesoro, ecc), perchè tutti contengono inserti cantati, visto che erano espressivamente "film per famiglie" esattamente come quelli Disney.

Scusami se mi permetto ancora una volta di sottolineare questo aspetto, ma ritengo che una persona che ci è cresiuta con certi titoli, o una persona che sia appassionata di questo periodo specifico, riesca a cogliere meglio tante altre sfumature che tu non hai colto. Con questo non voglio dire che la tua recensione non sia valida o in buonafede. Semplicemente per me 6,5 è troppo poco per questo film, se analizzi tutto il contesto storico nel quale è stato prodotto.
Perdonami se sembro un cagacazzi, ma siccome sono più vecchio di età e certi film li conosco da una vita perchè ci sono praticamente cresciuto, ritengo di poter vedere le cose da un punto di vista diverso dal tuo.
Questo solo per darti un consiglio. Ripeto, so che sei in buonafede Jacopo. ;)

Jacopo Mistè ha detto...

Anche te si sente che sei in buonafede, quindi non preoccuparti di bacchettarmi quanto vuoi, l'importante è che continui ad argomentare ;)

Sulla cosa delle canzoni adesso integrerò un attimo, anche se comunque, contando che il primo film d'animazione "tradizionale" con canzoni per i bambini è stato il Biancaneve della Disney (1937), mi sembra indubbio che tutti quelli giapponesi rivolti allo stesso target, iniziati a uscire a così tanti anni di distanza, si rifacessero a quel modello ormai consolidato.

Su quell'altro discorso sono d'accordo con te, posso solo ripetere (come da premessa della recensione riguardo al voto "non irresistibile") che in questo spazio web cerco di giudicare le opere con canoni moderni. Non manco di sottolineare il loro ruolo nel periodo storico di riferimento affinchè si possa coglierne l'importanza fondamentale, ma il mio voto, altamente soggettivo e rappresentativo dei miei gusti, si limita a valutare quelle opere con i parametri di un pubblico moderno senza cultura di quegli anni, proprio per mettermi nei loro panni e rappresentare loro un punto di vista neutro con cui empatizzare.

Per questa ragione temo che continuerò a deluderti nelle rece di anime Seventies che scriverò, ma sappi che capisco benissimo il tuo punto di vista e le rimostranze che mi fai. Fortunatamente gli anni Settanta presto saranno tutti a opera di Davide che di sicuro coglie molto meglio di me quell'aria, io continuerò a fossilizzarmi con gli Ottanta con cui mi trovo benissimo ;)

Chango ha detto...

non sai quanto ho cercato questo film che avevo visto da bambina e di cui non ricordavo, purtroppo, né il titolo né l'autore... finché per pura fortuna ho trovato la tua recensione, grazie!
ovviamente l'ho già ordinato su amazon!

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