mercoledì 7 settembre 2011

Recensione: La Sirenetta (La Sirenetta, la più bella favola di Andersen)

LA SIRENETTA
Titolo originale: Andersen Douwa - Ningyo Hime
Regia: Tomoharu Katsumata
Soggetto: (basato sulla favola originale di Hans Christian Andersen)
Sceneggiatura: Mieko Koyamauchi, Yuko Oyabu
Character Design: Shingo Araki
Musiche: Takekuni Hirayoshi
Studio: Toei Animation
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 69 min. circa)
Anno di uscita: 1975


Marina è una splendida sirenetta di 14 anni che vive nelle profondità degli oceani, nel regno di suo padre, il sovrano Tritone. Da sempre interessata al mondo degli umani, un giorno la creatura, insieme all'amico delfino Fritz, decide di nuotare per la prima volta in superficie: si innamora quindi perdutamente, osservandolo da lontano, del principe Fjord, salvandogli la vita dal nubifragio che colpisce il suo vascello e trasportandolo a nuoto fino alle coste del suo Paese, lasciandolo lì quando ancora è privo di sensi. Impossibilitata a vivere con l'amato, la ragazza chiede alla malvagia Strega dei Mari di donarle gambe umane, in cambio della rinuncia alla propria splendida voce che diventa quindi proprietà della megera. Il patto è il seguente: se, pur muta, Marina saprà rubare il cuore al suo uomo che deciderà quindi di sposarla, otterà un corpo completamente umano e il ritorno della propria voce; nel caso Fjord decida invece di sposare un'altra donna, la ragazza  si dissolverà per sempre in schiuma marina...

Molti conoscono, e magari hanno visto e apprezzato, il celebre lungometraggio animato Walt Disney del 1989, The Little Mermaid. È un bel film, che purtroppo, come buona parte degli adattamenti del colosso americano, ha come grosso limite quello di essere rivolto a un pubblico occidentale, regalandogli una conclusione positiva che rimpiazza quella drammatica (tutt'al più speranzosa) della fiaba di Christian Andersen. Lo scritto originale vede infatti la dolce Marina perdere la vita: piuttosto che uccidere il suo adorato Fjord, ultima scelta che le concede la Strega dei Mari per ridiventare sirenetta e tornare nel suo mondo (lui ha scelto di sposare un'altra ragazza), la tragica eroina preferisce rassegnarsi al suo fato dissolvendosi in schiuma. Il suo spirito si tramuta in una Figlia dell'Aria, una presenza elementale che potrà ascendere al Paradiso solo dopo 300 anni di buone azioni. Lo scrittore veicola una bella morale sull'importanza del sacrificio per amore, imprimendo anche il messaggio cattolico della salvezza dell''anima.

È in Giappone, Paese dove la fiaba è sempre stata amatissima, che, oltre un decennio prima del lungometraggio di Clements e Musker, la favola trova un adattamento fedele in un film d'animazione trasmesso al Toei Manga Matsuri. Sul solco de Le meravigliose favole di Andersen (1968), Toei Animation prosegue nel suo progetto di creare film dal sapore europeo destinati principalmente al pubblico estero, con predilizione per i racconti dello scrittore danese. In quest'opera, Shingo Araki, già noto per  le indimenticabili prove grafiche di Babil Junior (1973) e Cutie Honey (i.d.), contribuisce al chara design. Il film nipponico de La Sirenetta (o meglio, della Principessa Sirena, come da titolo originale), dopo aver vinto numerosi premi sia in madrepatria che al Festival del cinema di Mosca, arriva quindi anche in Italia negli anni '90, distribuito malamente dall'estinta Stardust sulla scia del successo di quella Disney, non riuscendo minimamente, per ovvie ragioni di periodo e budget, a reggerne il paragone. Non merita, però, di finire nel dimenticatoio, visto il suo grosso merito di offrire un ritratto coraggioso della fiaba senza porsi problemi per topless e tristi finali. Più che per reali meriti artistici (comunque presenti), La Sirenetta Toei Animation andrebbe visto per farsi una vera idea di com'è l'amaro finale della fiaba, ma in particolar modo per dare un interessante sguardo alle opposte concezioni sull'argomento da parte dei popoli nipponici e americani: i primi molto in sintonia con la drammaticità originale, visto il loro caratteristico culto dell'eroismo inteso come immolazione per un ideale; i secondi, coerentemente con la filosofia ottimista alla American Way of Life, più propensi a rifilare una conclusione vittoriosa. Il pubblico ha fortunatamente modo di gustarsele e apprezzarle entrambe.


Anche se non si può gridare al capolavoro, di suo La Sirenetta giapponese è un buon film. Le animazioni non trascendentali non pesano troppo sul suo piacevole impatto grafico, forte di accostamenti di colori psichedelici che palesano la loro influenza dalla pop art del periodo. Facile apprezzare, quindi, i fondali acquatici e le architetture marine, con i loro forti cromatismi e i motivi (pareti e arredamento) anni '70, forse non proprio compatibili con l'anno di ambientazione della storia ma felice punto di incontro fra vecchio e nuovo, imprimendo all'opera un apprezzabile spirito celebrativo del tempo. Sono piacevoli anche i disegni, seppur migliorabili: ben ravvisabili le linee eleganti di Shingo Araki nei suoi riconoscibilissimi primi piani, ma l'arte dell'artista si vede solo in questi frangenti, visto che di suo ha curato ben poco, giusto qualche scena1: spetta al direttore delle animazioni, Reiko Okuyama (storicamente, una delle prime donne, se non la prima in assoluto, a occuparsi di questa mansione), a rendere il suo stile caratteristico su schermo, ma non ci riesce particolarmente bene, "ridimensionandolo" notevolmente nelle corporature a tutto tondo con un tratto molto, troppo semplicistico e anonimo. Bella è anche la colonna sonora, solenne e drammatica, che vanta anche due splendide insert song, Akogare e Matteita Hito, cantate da Marina a metà film.

La storia scorre bene: impossibile analizzare in profondità gli attori in un'oretta scarsa di girato (e infatti la sirenetta e il principe Fjord trovano caratterizzazioni idealizzate, più da fiaba che da film, i comprimari sono puramente asserviti alla trama), ma il dramma estremamente umano della sfortunata creatura, il lungo, inutile calvario che subisce per sperare di avvicinarsi al suo amato (oltre alla rinuncia della voce e della possibilità di rivedere la sua famiglia, deve anche subire le trame della famiglia reale di Svezia, che vuole impedire a Fjord di sposarla) e, infine, la coraggiosa scelta che compie per non doverlo uccidere, sono momenti drammatici e commoventi e che colpiscono, donando alla sventurata Principessa Sirena un'aura eroica e malinconica che trova perfetta, simbolica personificazione nella triste espressione della famosa statua di bronzo di Copenaghen, ben inquadrata (in una sequenza live) nei minuti conclusivi. Anche se davvero troppo corto, con personaggi appena sufficienti alla narrazione e una pessima, purtroppo, voce giapponese scelta per Marina (ha 14 anni ma ne dimostra, col suo timbro vocale, addirittura 40), questo film riesce benissimo a infondere gloria alla favola di Andersen e alla sua eroina, rendendola molto più memorabile e toccante dell'Ariel della Disney. Del lungometraggio si può anche sottolineare, tra le sue peculiarità, di sopprimere l'epilogo speranzoso della fiaba (la storia delle Figlie dell'aria, aggiunto a posteriori dallo stesso Andersen), a favore di una conclusione ugualmente poetica ma ferma sul concetto di morte definitiva della Sirenetta, scelta che rappresenta l'interessante contribuito/pensiero nipponico sull'argomento, che vuole fare della povera Marina un esempio forte da seguire proprio perché tragico fino in fondo, privo di speranza di rinascita in Paradiso.

La Sirenetta Toei Animation non è certo un'opera imprescindibile e non esce fuori dai limiti di un'impostazione generale più televisiva che cinematografica, ma sa farsi rispettare e amare in più frangenti, risultando interessante a chi, affascinato dall'acclamata versione Disney, ne cerchi una controparte meno buonista e più vicina alla morale dello scritto originale. Consigliato.



Nota: l'edizione italiana in VHS distribuita da Stardust era pessima, segnalandosi sia per dialoghi largamente inventati e sia per l'impietoso taglio di svariati minuti di pellicola, in particolar modo il prologo (altre scene live filmate in Danimarca) e la sequenza d'apertura dove scorrono i crediti in giapponese. Rieditato in DVD da DVD Storm, mantiene le storpiature di adattamento ed è (ovviamente) sprovviso di sottotitoli fedeli.

Voto: 7 su 10


FONTI
1 Mangazine n. 21, Granata Press, 1993, pag. 42-42

2 commenti:

Acalia ha detto...

Da piccola avevo letto la fiaba originale di Andersen e la versione della Disney mi aveva sempre lasciata un po' interdetta. La strega del mare con tutto quel potere che aveva si faceva sconfiggere in modo veramente stupido.

Ivan Rizzo ha detto...

Complimenti per la recensione, è un peccato che un film del genere sia semi-sconosciuto in Italia. Riguardo alla versione italian, in realtà esiste anche un primo doppiaggio italiano, si dice del 1979, creato per il cinema, in cui Marina ha la voce di Rosalinda Galli, e Fritz quella di un giovanissimissimo Fabrizio Mazzotta. L'edizione VHS, quella a cui fai riferimento, probabilmente è quella in cui Marina ha la voce di Monica Ward, mentre suo padre ha la voce di Bruno Cattaneo (che in genere lavorava ad edizioni lowcost), e Fritz una piattissima voce da donna.

Io ho visto il film grazie ad un DVDMux (by joe) che possedeva entrambe le tracce (a dire il vero è l'unico divx che si trova in rete in italiano!), ed effettivamente ho notato che tra le due versioni c'erano grosse differenze di adattamento (taluni completamente diversi). Alla fine dopo varie indecisioni ho preferito guardare il doppiaggio cinematografico (quello con la voce di Galli e Mazzotta) perchè mi sembrava fatto molto meglio (sebbene l'audio del divx si sentisse peggio rispetto a quello VHS), ma non so dire quale dei due fosse più fedele.

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