mercoledì 9 novembre 2011

Recensione: Arietty - Il mondo segreto sotto il pavimento

ARIETTY: IL MONDO SEGRETO SOTTO IL PAVIMENTO
Titolo originale: Karigurashi no Arietty
Regia: Hiromasa Yonebayashi
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Mary Norton)
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki, Keiko Niwa
Character Design: Akihiko Yamashita
Musiche: Cécile Corbel
Studio: Studio Ghibli
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 94 min. circa)
Anno di uscita: 2010
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Lucky Red


Il parere del Di Giorgio

Alla periferia di Tokyo, sotto una grande casa immersa nel verde, vive Arrietty, una “Prendimprestito”: è alta circa 10 centimetri e con il padre e la madre trascorre le sue giornate nella loro abitazione dalla quale escono soltanto per “prendere in prestito” il necessario per vivere, senza palesare mai la propria presenza agli umani. Arrietty si trova ormai nell'età in cui può avventurarsi all'esterno per le sue prime "prese in prestito" e in questo modo si imbatte in Sho, un giovane malato che si è trasferito nella casa per trascorrere in tranquillità i giorni che precedono l'operazione al cuore. Scoperti, i Prendimprestito devono abbandonare il loro rifugio, ma il legame che si va formando fra Arrietty e Sho diventa sempre più intenso, tanto che il ragazzo difenderà l'amica dagli altri adulti aiutandola a fuggire. 

Ultima fatica dello studio Ghibli, Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento è un film costruito su due dimensioni contrapposte: da un lato il mondo "piccolo" dei Predimprestito, dall'altro quello "grande" degli umani. Due sono di conseguenza anche le velocità del film: i piccoli personaggi si muovono infatti con agilità negli spazi enormi della casa, scivolano sulle pareti e si arrampicano fra i fili d'erba come quei roditori e quegli insetti che pure devono evitare lungo i loro percorsi; al contrario gli uomini sono lenti, e il loro corpo diventa una gigantesca massa uniforme che si muove in modo magmatico, e che a tratti sembra rimandare alla tradizione tipicamente giapponese del "gigantismo" che molti spettatori hanno iniziato a conoscere attraverso filoni come quello dei grandi robot: i passi producono scossoni, gli arti si muovono pesanti, e perfino il cuore è costretto dalla malattia rendendo perciò il movimento faticoso, tanto da connotare il pur giovane Sho come personaggio statico, in perfetta contrapposizione alla vitalità incontrollabile di Arrietty.

E ancora due sono le articolazioni degli spazi lungo i quali si dipana la vicenda: la realtà dei Prendimprestito è quella di una minuscola casa nascosta nel terreno sotto quella degli uomini, grande al più come una cassa di frutta o una dimora di bambole; eppure quale e quanta ricchezza di dettagli connotano ogni angolo, frutto di una capacità di economizzare il rapporto con lo spazio, ma anche di vivere lo stesso esclusivamente se riempito di elementi in grado di realizzare la vita in un continuo e proficuo rapporto con le cose. Il film si bea letteralmente del piacere del dettaglio, dalle spighe di grano sparse nella stanza in senso ornamentale, agli attrezzi da cucina, agli oggetti del mondo “grande” che diventano riserve di cibo di lungo periodo. Una “geografia domestica” che, si badi, è cosa ben diversa dal lezioso esercizio di replica del grande nel piccolo, tipico della vera casa di bambole, che non a caso i Prendimprestito non riconoscono come propria, nonostante sia stata costruita per loro.

Al contrario, anche in questo caso, il mondo degli adulti appare vuoto nella sua enormità, quasi che solo nel molto piccolo si possa trovare la chiave di un rapporto con lo spazio che gli umani invece disperdono in ambienti che ci appaiono sconfinati e spogli. Ecco dunque che Arrietty e familiari compiono un'autentica reinvenzione dello spazio, ponendo lo spettatore nella condizione di ripensare e riscoprire, attraverso una diversa prospettiva, quegli elementi del mondo umano che sembravano così familiari. Scale fatte di chiodi, nodi del legno che forniscono appigli per le corde da scalata, fazzoletti che assumono il valore di sipari dietro cui nascondersi: tutto è orientato al piacere della riscoperta della visione, in un esercizio che palesa la sua natura teorica quando Arrietty diventa soltanto una sagoma dietro un drappo o un vetro, un'ombra che rimanda agli artifici originari della visione, al cosiddetto pre-cinema.


Ma doppio è anche il tono che il racconto persegue, perché questa tensione alla scoperta, che connota perfettamente il personaggio di Arrietty, è molto distante da quel piacere quasi fanciullesco dell'agire che anima invece le opere del mentore Hayao Miyazaki. Il sense of wonder è certamente presente e stimolato dai caratteristici tratti morbidi e dalle tinte calde tipiche della factory ghibliana, ma è comunque mitigato da un sentire più guardingo e non privo di una certa cifra inquieta e malinconica, che se non arriva agli eccessi problematici dei Racconti di Terramare di Goro Miyazaki, comunque testimonia di una cifra stilistica precisa e particolare da parte del nuovo regista Hiromasa Yonebayashi. Sembra quasi che il regista sposi non tanto il punto di vista goloso e gioioso di Arrietty, quanto quello dei genitori, la loro perenne sfiducia in una possibilità di convivenza con gli umani, che rende ogni esplorazione nel mondo di fuori non una grande avventura, ma un viaggio pieno di pericoli dove è possibile cadere, essere attaccati dai topi, e dove prendere in prestito è un'operazione rischiosa e passibile di fallimento.

Al contrario, anche in questo caso, il mondo degli adulti appare vuoto nella sua enormità, quasi che solo nel molto piccolo si possa trovare la chiave di un rapporto con lo spazio che gli umani invece disperdono in ambienti che ci appaiono sconfinati e spogli. Ecco dunque che Arrietty e familiari compiono un'autentica reinvenzione dello spazio, ponendo lo spettatore nella condizione di ripensare e riscoprire, attraverso una diversa prospettiva, quegli elementi del mondo umano che sembravano così familiari. Scale fatte di chiodi, nodi del legno che forniscono appigli per le corde da scalata, fazzoletti che assumono il valore di sipari dietro cui nascondersi: tutto è orientato al piacere della riscoperta della visione, in un esercizio che palesa la sua natura teorica quando Arrietty diventa soltanto una sagoma dietro un drappo o un vetro, un'ombra che rimanda agli artifici originari della visione, al cosiddetto pre-cinema. 

In ragione di ciò, il rapporto che si viene a instaurare – in modo peraltro non preordinato e quasi “istintivo” - fra Arrietty e Sho diventa la metafora di un possibile percorso alternativo che leghi due specie altrimenti destinate a non potersi incontrare mai, e senza che si metta in dubbio la difficoltà e l'inopportunità di una possibile convivenza, come prova il tentativo della governante umana di rapire i Prendimprestito e di nuocere alla loro specie. Il rapporto fra i due protagonisti, pertanto, è tarato su un'empatia crescente ma discreta, basata più sul non detto e sulle possibilità che sulle certezze: anche per questo, la relazione impossibile fra i due è tutta costruita sull'avverarsi di una separazione, sull'aiuto che l'umano fornisce alla sua piccola amica perché possa abbandonarlo e fuggire. Il finale, in questo senso, è tanto malinconico quanto connotato di una possibile speranza, e lascia allo spettatore il piacere di trarre le proprie conclusioni.

Voto: 7 su 10

Il parere del Mistè

Nel 2010 esce il diciassettimo film di Studio Ghibli, Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento, basato sul noto romanzo The Borrowers (1952, in Italia I Rubacchiotti) di Marty Norton da cui già era stato tratto nel 1997 l'omonimo film hollywoodiano di Peter Hewitt interpretato da John Goodman. Ormai conoscio che non si può più procrastinare all'infinito la ricerca di un proprio erede, pena l'estinzione di Studio Ghibli al suo decesso, un ormai over-70enne Hayao Miyazaki, nonostante volesse da ben quarant'anni adattare il libro (letto a poco più di vent'anni) in un film a sua firma1, sceglie volutamente di limitarsi alla sceneggiatura e lasciare spazio ai giovani2, delegando storyboard e regia a un bravo animatore 36enne visto in Ponyo sulla scogliera (2008), Hiromasa Yonebayashi. Il risultato finale gli darà ragione, dato che Arrietty è campione d'incassi con 9 miliardi di yen3 e vince, tra le cose, anche il premio come miglior animazione al Tokyo International Anime Fair4. A mio parere, però, non si tratta di un'opera per cui strapparsi i capelli ma quanto più di un buon lavoro, forse anche molto buono (imparagonabile, perciò, al disastro combinato da Goro Miyazaki nel 2006 con I racconti di Terramare), ma abissalmente distante, come semplice profondità di contenuti, da un qualsiasi film di Miyazaki senior, per cui tenderei a prendere le distanze dal semplice successo commerciale e di critica per rinviare a data da destinarsi un giudizio più attendibile su Yonebayashi, anche contando che il film lo ha diretto sempre sotto l'ala protettetiva e lo script del suo "maestro", non trovando ancora la necessaria autonomia per prendere il suo posto - e poi, bene sappiamo a posteriori che Yonebayashi non ha certo salvato Ghibli dalla sua fine.

Arrietty è un film di impianto fantastico-malinconico, spostato dall'originale ambientazione inglese degli anni '50 a una moderna Koganei (periferia di Tokyo) dei giorni nostri, questo perchè, a detta di Miyazaki5, amareggiato, le giovani platee odierne sono disinteressate del mondo al di fuori del loro e potrebbero perciò male accogliere una storia ambientata a Londra. Protagonista è ovviamente la 14enne ragazzina del titolo, appartenente alla quasi estinta razza dei Prendimprestito (termmine decisamente molto più corretto delle altre traduzioni italiane di Borrowers, noti altrove con l'errato nome di Rubacchiotti), piccolissimi uomini che vivono dentro le nostre case prendendo "in prestito" (per loro non è rubare) da noi umani oggetti di uso comune che non usiamo più (o ci dimentichiamo di avere) e che loro riutilizzano invece in modo più creativo per sopravvivere. I Prendimprestito ricavano infatti le loro minuscole case negli anfratti più insospettabili delle nostre abitazioni e qualsiasi angusto spazio vuoto nel legno, tra le assi del pavimento, del tetto o dei muri è per loro una insospettabile, furtiva galleria per spostarsi indisturbati da una zona all'altra a compiere i loro "furtarelli". Arrietty vive spensieratamente con sua madre Homily, ansiolitica e preoccupata di tutto, e il saggio e riflessivo padre Pod. Purtroppo l'idillio terminerà il giorno in cui si sposterà a vivere nella casa abbandonata presso cui "alloggiano" la famiglia del giovane umano Sho, malaticcio ragazzino della stessa età che finisce quasi subito con l'accorgersi della presenza di Arrietty. Purtroppo i Prendimprestito, memori di molti gravi episodi del passato che hanno riguardato la loro razza, non accettano l'idea di vivere con umani che sappiano della loro esistenza, e se infatti Sho dimostra in effetti di sapere mantenere il segreto essendosi affezionato ad Arrietty, lo stesso non si può dire della sua arcigna governante Haru che non vede l'ora di liberarsi di quelli che definisce "gnomi".

Voluto da Miyazaki come un film ideale per riportare speranza e conforto alle persone che vivono in questi tempi confusi e caotici6, Arrietty, al di là di qualche piccolo dialogo isolato (la conversazione fra Sho e la ragazza riguardo al destino dei Prendimprestito per colpa della colonizzazione umana) e intenzioni più dichiarate che effettivamente marcate nella pellicola (Yonebayashi avrebbe detto che vuole essere una critica al consumismo, inverosia l'attaccamento alle "cose materiali" e ai vezzi inutili che consumano o mettono in pericolo la vita7, come nel caso di Haru e Homily, ma difficilmente ce ne saremmo accorti se non lo avesse detto), si configura invece sin dal primo impatto come un lavoro di matrice decisamente più "contemplativa" che contenutistica. È un lungometraggio che evoca poesia e malinconia con atmosfere soffuse, minimalismo di narrazione, musiche (celtiche) dolci e liriche con l'arpa (primo Ghibli di sempre la cui colonna sonora è affidata a un gaijin, nello specifico alla brava artista francese Cécile Corbel) e una cura estetica deliziosa e impressionante, di quelle che - questo sì, come il migliore Miyazaki - tengono inchiodati gli occhi su fondali-quadri dall'immersivo senso di meraviglia.


Yonebayashi ha un tocco magico nel creare un magico "minimondo" tutto da ammirare, tra gli anfratti più impensabili della casa di Sho: chiodi fissi nel legno diventano all'occorrenza un ponte da attraversare, un fazzoletto una tenda per nasconderti, una zolletta di zucchero un dessert, piccoli spaghi delle corde da lanciare per spostarsi da un tavolo all'altro, delle spille degli arpioni, una spilletta all'occorrenza si trasforma in una una spada per difendersi dagli insetti e una molletta per capelli un fiocco. Che dire poi di foglie, spighe di grano, fiori e frutti, ovviamente giganteschi dal punto di vista dei Prendimprestito? Abbelliscono la camera di Arietty e la casa dei suoi genitori rendendola davvero speciale e bellissima, usati come oggetti ornamentali. È mirabile come si carichi di significato per i piccoli esseri il più miserabile o inutile degli oggetti di noi "giganti", come a sottolineare il totale cambio di prospettiva tra le due dimensioni e ad invitare lo spettatore a riscoprire il gusto per i dettagli e le piccole cose. La rumoristica e il comparto sonoro amplificano a dismisura il concetto, con una resa curatissiima dei rumori della natura e degli effetti sonori dal punto di vista dei Prendimprestito, per marcare a fondo la loro percezione degli ambienti "in scala". È anche ben esplicitato il voluto dualismo che viene a crearsi tra i stili di vita delle due razze: la funzionale praticità orientata allo spazio dei Prendimprestito contro la gigantesca, esagerata e "vuota" casa degli umani, l'agilità di Arrietty e del padre nelle loro "scorazzate" notturne e il lento e pachidermico avanzare del malato Sho, la forte intesa famigliare dei Prendimprestito e il distrutto nucleo familiare della famiglia del ragazzo... Ovviamente da queste differenze nascerà l'attrazione tra i due ragazzi, destinato a un epilogo forse immaginabile ma che sembra non lasciare speranze per un futuro diverso mediante le nuove generazioni.

Inutile tessere le soliti lodi agli sfondi pittorici ricchi di particolari e ai disegni funzionali ma espressivi: Ghibli è sempre una garanzia e Arrietty non sfugge alla regola. Delude però una regia né carne né pesce, che pesca da Miyazaki per l'immaginario visivo e da Takahata (almeno, ci prova) per le interazioni dialogiche e ci riesce discretamente senza denotare una grande personalità. Specialmente, come accennato, il film di Yonebayashi delude per la mancanza di un tangibile corpus contenutistico: sì, lancia qua e là qualche spunto riflessivo (mai realmente approfondito), ma sceglie la strada della semplicità e della linearità eccessive per raccontare con troppa facilità una storia che mira a essere più profonda di quella che realmente, alla fine, sembra. Non bucano lo schermo in primis i due protagonisti, il cui rapporto che viene a instaurarsi è per me dato da dialoghi troppo poveri, ma soprattutto non convincono gli sviluppi conclusivi della storia legati allo sgradevole personaggio di Haru, apparentemente messi là giusto per dare una parvenza meccanistica a una trama che parlerebbe - o almeno vorrebbe parlare - di tutt'altro altro (l'impossibile convivenza tra Prendimprestito e umani per "colpa" di Sho e Arrietty). Da Arrietty stenta a emergere con nitidezza un qualsiasi significato, nonostante scorra bene e poggi su una confezione ghibliana da tipico sbrodolamento visivo, confezione che dimostra un sincero entusiasmo da parte del debuttante e giovane regista nello stimolo grafico a base di meravigliose scenografie "in scala". Siamo a fronte a un film bello da vedere e piacevolissimo da guardare, indubbiamente, ma da cui, dal punto di vista della storia, francamente, uno potrebbe aspettarsi qualcosa di più (e a questo proposito sconcerta un po' apprendere che Miyazaki ha scritto la sceneggiatura basandosi sui ricordi del libro, senza più rileggerlo8).

Voto: 7,5 su 10


FONTI
1 Intervista a Hiromasa Yonebayashi pubblicata su "Ign" alla pagina web http://www.ign.com/articles/2012/01/09/interview-with-hiromasa-yonebayshi. Che Miyazaki abbia letto il romanzo a 20 anni lo leggiamo nel sito ufficiale di Yamato Video alla pagina http://www.yamatovideo.com/focuson_int.asp?idEntita=3871
2 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 522
3 Come sopra
4 Come sopra
5 Lo dice Miyazaki nelle interviste presenti come extra nel Blu-ray americano di "Arrietty". Riassunti di quegli extra li si trova alla pagina web http://www.tor.com/2012/02/17/studio-ghibli-reaches-a-turning-point-with-the-secret-world-of-arrietty/
6 Sito ufficiale Yamato Video, "Ghibli mignon: arriva Arrietty", http://www.yamatovideo.com/focuson_int.asp?idEntita=3871
Post di Shito (Gualtiero Cannarsi, traduttore ufficiale Lucky Red di tutti i film Ghibli) apparso nel Ghibli Forum italiano alla pagina webhttp://www.studioghibli.org/forum/viewtopic.php?f=21&t=3264&start=225#p69799
8 Vedere punto 6

4 commenti:

Il Bollalmanacco di cinema ha detto...

Un film poetico, bellissimo, con una colonna sonora splendida.
Un altro capolavoro dello Studio Ghibli!!

stefano ha detto...

Concordo abbastanza con la rece e con il voto. Ma, per me, questo film si divide in due blocchi. La prima, magnifica parte in cui si sfoggia il "contrasto dimensionale" tra i due mondi. E la seconda, il post-incontro tra i due protagonisti diciamo. Ecco, qui mi ha convinto poco...anche tutto il risvolto della domestica che vuole disinfestare la casa e il ragazzo che la intralcia...boh! Mi ha lasciato un pò così. Ma il punto cruciale in cui si spezza la magia di fondo e si ravvisa l'assenza di miyazaki si ha con la conversazione sull'estinzione tra Arrietty e il ragazzo...non ci stava proprio, troppo esplicito e poco emotivamente intenso.

Carmine Marzano ha detto...

Visto Arrietty - il Mondo Segreto Sotto il Pavimento di Hiromasa Yonebayashi (2010).

Arrietty è una piccola prendi-imprestito di 14 anni, che vive insieme alla sua famiglia, sotto le fondamenta della casa. Arrietty non vede l'ora di conoscere il mondo fuori casa sue e suo padre decide che è l'ora che anche lei faccia esperienza. A complicare le cose, c'è l'arrivo di un ragazzino, malato di cuore, che è venuto nella casa per trascorrere la settimana pre-intervento in modo tranquillo e sereno.

La morte di Kondo ha lasciato Miyazaki spiazzato e senza un erede, cacciato via Hosoda, il regista ha provato prima ad affidare il suo ruolo a suo figli Goro con risultati alquanti scarsini e così, ha deciso di lanciare in orbita Yonebayashi affidandogli la regia del film ,mentre lui si prende la sceneggiatura, come fece 15 anni prima con I Sospiri del Mio cuore di Kondo.

La storia fondamentalmente non è chissà che cosa, anzi è una delle più semplici dello studio Ghibli, tanto che risulta inesistente. Mai mente umana sarebbe stata capace di concepire qualcosa di più semplice.
La prima metà di film è buona, dove assistiamo Arrietty e suo padre, avventurarsi in casa per prendere ciò che serve loro per sopravvivere. La seconda aprte è molto meno riuscita con la signora delle pulizie messa come antagonista che vuole vuole a tutti i costi fare pulizie.
Più che soffermarsi sulla trama in sè bisogna prendere gli elementi più interessanti e soffermarsi su di essi.
In primis il dialogo tra il ragazzo e Arrietty. La razza di quest'ultima sta diminuendo sempre di più e mano a mano si stanno estinguendo, per colpa dei 6,7 miliardi di esseri umani, che invece sono in piena crescita. L'essere umano colonizza tutti gli spazzi possibili, spazzando via gli altri esseri viventi. Interessante notare però che il dialogo è pervaso da uno spirito di malinconia misto a rassegnazione. D'altronde è la legge della natura, la specie più forte spazza via quella più debole ed incapace di adattarsi, il che è dimostrato dalla storia.

Interessante il pessimismo dei genitori di Arrietty, verso una relazione stabile con il genere umano, che vedono lontana quanto impossibile da concretizzarsi. Non ci provano nemmeno e sono totalmente rassegnati a cambiar casa ogni qualvolta vengano scoperti, come se fosse impossibile trovare un punto di contatto tra le due specie.
Il finale emblematico è sintomatico di ciò, anche se le nuove generazioni (Arrietty), potranno provare a far cambiare idea riguardo ciò, lasciando il tutto all'intuizione dello spettatore.

La storia scorre via lenta e senza alcun sussulto, i personaggi sono pochi e fondamentalmente il tutto è incentrato intorno ad Arrietty. Finalmente la natura non è vista come un qualcosa di buono perchè è così, ma viene vista anche come ostacoli nella vita e alla cui legge bisogna inchinarsi.

La regia di Yonebayashi è fresca, risultante un misto tra quella di Takahata-Kondo e in parte Miyazaki (Totoro) anche se alla fine è poco intraprendente. Si spera che in futuro possa ritrovare un suo stile personale.

Voto 6,5-7

Michele Mazzieri ha detto...

Niente male, ma ho avuto la sensazione che se alla regia ci fosse stato il vero Miyazaki sarebbe stato meglio. Bellissima la colonna sonora, anche in italiano, che secondo me è determinante per il complesso dell'opera. Una considerazione finale. Ma qualcuno ha visto le alte realizzazioni cinematografiche dei "rubacchiotti"??! Questo al confronto è un lavoro da 11

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