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lunedì 9 dicembre 2013

Recensione: Fuse - Memoirs of the Hunter Girl

FUSE: MEMOIRS OF THE HUNTER GIRL
Titolo originale: Fuse Teppō Musume no Torimonochō
Regia: Masayuki Miyaji
Soggetto: (basato sul romanzo di Kazuki Sakuraba)
 Sceneggiatura: Ichirou Ohkouchi
Character Design: Seiichi Hashimoto
Musiche: Michiru Oshima
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 110 min. circa)
Anno di uscita: 2012



Pare strana furbata di marketing, l’uscita ravvicinata, nel 2012, di due titoli destinati al cinema aventi per protagonista il folklore legato alla figura del lupo, ma se Wolf Children: Ame e Yuki i bambini di Mamoru Hosoda ha chiaramente risonanza internazionale e ambisce a critiche di spessore e grande pubblico, Fuse - Memoirs of the Hunter Girl di Masayuki Miyaji deve accontentarsi di ben altra accoglienza, e non tanto per questioni di qualità, ma semplicemente per mire molto più ridimensionate nonostante una manciata di nomi interessanti a scriverlo, dirigerlo e musicarlo.

L’instancabile Ichiro Okouchi ha un bel peso sulla coscienza con titoli discutibili o controversi quali Valvrave the Liberator (2013) e Code Geass: Lelouch of the Rebellion (2006),  ma dalla sua penna sono pur sempre usciti gli indimenticabili ∀ Gundam Called Turn "A" Gundam (1999) e Overman King Gainer (2002), e tra un Berserk filmico e l’altro trova il tempo di prendere spunto da una novella di Kazuki Sakuraba e di costruire questa storia di stampo classico ma meravigliosamente gestita con un gusto per l’avventura che non vedevo davvero da tanto tempo. C’è passione e sentimento nel delineare un canovaccio che segue percorsi già conosciuti, siamo pur sempre in una sorta di contesto fantasy intrappolato da paletti concettuali ben precisi, e bastano pochissimi accorgimenti per entrare in sintonia con personaggi altrettanto classici ma di una carisma che trafora lo schermo: dalla spontaneità femminile di Hamaji al fascino misterioso di Shino, dall’esuberanza sbruffona di Dousetsu (doppiato non a caso da Katsuyuki Konishi, voce di Kamina in Gurren Lagann, 2007) all’espressività dei tanti personaggi di contorno, tutti sono dotati di spicchi di personalità da renderli vivi e inseriti in un contesto altrettanto vivo in pochi istanti.

Va da sé che ogni cliché sapientemente rispettato (la mascolinità di Hamaji, l’incontro casuale tra lei e Shino, la storia d’amore che ne nasce) trasuda di pienezza narrativa per la ricerca di un dettaglio di certo non maniacale ma che mostra comunque una cura, un’attenzione e una sensibilità che solo certi grandi nomi sanno gestire senza sconfinare nella normale banalità: raccontare di una ragazza che fa la cacciatrice di lupi e chi si invaghisce di un “fuse”, una creatura metà uomo e metà animale che divora le anime delle persone, non è di certo semplice data l’attuale condizione simbolica di certe figure e certi temi (basti pensare alla trasformazione subita dal vampiro con Twilight e cloni vari), ma la fermezza caratteriale di Hamaji, la progressiva conoscenza della verità su Shino, la deliziosa, praticamente invisibile crescita sentimentale tra i due e soprattutto la coloratissima, a tratti magistrale sarabanda di personaggi che circondano cacciatrice e preda sono momenti di grande cinema, ampio, potente, sicuro, divertente, variegato, originale (l’ingresso nel quartiere per adulti della capitale, i vicini di casa di Dousetsu), il tutto intessuto con dialoghi eccellenti e alcune inaspettate tentazioni meta (le sequenze dello spettacolo teatrale, trattate tra l’altro nella stessa maniera, ma con meno profondità, rispetto a Intrigue in the Bakumatsu - Irohanihoheto, 2006).


Situato in un background storico (l'epoca Edo) che si lascia piacevolmente andare a interferenza di tutti i tipi, dal fantasy all’horror, non disdegnando addirittura lo splatter, Fuse rimane comunque ancorato a una narrazione d’avventura sgargiante ed energetica, che Masayuki Miyaji (già regista del bellissimo e sottovalutato Xam’d: Lost Memories del 2008, qui alla sua seconda prova) dirige con una sicurezza e una compattezza che gli permettono anche un certo tocco d’autore nell’uso aggressivo e totalizzante dei colori (le inquadrature che si aprono sulla capitale e sul paesaggio, le baraonde di personaggi e vestiti) e una pienezza espressiva a tratti incredibile (lo sguardo del primo lupo ucciso, da solo vale la visione del film). 

Come cornice di questa splendida, splendida storia, le sinfonie di Michiru Oshima donano quella profondità solenne e a qua e là pazzerella (il tango) senza snaturare o privare l’opera della sua dolce e pacata immediatezza, mentre le animazioni di Tokyo Movie Shinsa, seppur ben distanti dai traguardi raggiunti da certi film cinematografici, svolgono ottimamente il loro dovere con fluidità e scorrevolezza.

Bella sorpresa e rarissimo esempio di vera qualità, quella più difficile da esprimere nel raccontare una storia semplice ma con enorme professionalità, squisito sentimento e impressionante gestione dei mezzi.

Voto: 8 su 10

lunedì 11 luglio 2011

Recensione: Xam'd - Lost Memories

XAM'D: LOST MEMORIES
Titolo originale: Bōnen no Xamdou
Regia: Masayuki Miyaji
Soggetto: BONES
Sceneggiatura: Megumi Shimizu, Yuuichi Nomura
Character Design: Ayumi Kurashima
Mechanical Design: Kimitoshi Yamane, Seiichi Hashimoto
Musiche: Michiru Oshima
Studio: BONES
Formato: serie ONA di 26 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di uscita: 2008 - 2009


Mentre infuria la guerra tra Governo del Nord e la Zona Libera del Sud, l’isola di Sentan, avvantaggiata dalla sua posizione geografica, vive in un relativo stato di paceo. La quiete è però destinata a infrangersi quando Akiyuki e i suoi amici Haru e Furuichi, giovani studenti, rimangono coinvolti in un attentato esplosivo. Miracolosamente salvo, Akiyuki viene colpito da una strana luce che si insinua nel suo braccio destro e lo trasforma in una bizzarra creatura umanoide, dalla smisurata potenza e apparentemente indistruttibile: il leggendario Xam’d. Vagando senza meta nell’isola attaccata dal Governo del Nord, Akiyuki/Xam’d si imbatte in una ragazza che, dopo averlo fatto tornare normale, gli offre il suo aiuto...

Per coccolare i videogiocatori che già da un anno utilizzano il PlayStation Network per fraggare selvaggiamente online, nel 2008 Sony inaugura un nuovo servizio, dedicato esclusivamente al video donwload, con una prima, prestigiosa collaborazione con BONES, dalla quale nasce una serie intensa e sontuosa: Xam’d – Lost Memories. Lo studio nipponico fa da sempre le cose in grande, può permettersi di gioire di enormi capitali e menti capaci di sfruttarli con risultati qualitativamente e generalmente buoni, ma per quest’occasione raccoglie un budget mastodontico sorprendentemente spremuto dal tris di autori poco più che al loro esordio. Se invero l’opera finale viene minata da saltuarie indecisioni o, al contrario, da facili comodità in fase di sceneggiatura, dovute alla chiara esperienza da maturare di Megumi Shimazu e Yuuichi Nomura (una manciata di episodi per un paio di serie BONES la prima, poco più il secondo che vanta zampini con produzioni Sunrise come Mobile Suit Gundam SEED Destiny e Code Geass - Lelouch of the Rebellion), Xam’d si rivela una sofferta e allo stesso tempo brillante storia di guerra e amore, capace di affondare queste asprezze concettuali con potenti, potentissime iniezioni visive.

La sgargiante scelta cromatica è infatti caratteristica predominante, una slavina di colori che allietano felicemente l’occhio: nella tragedia di una guerra lunga e violenta, spietata nella rappresentazione di crimini politici, giochi di potere e soprusi, più verbali che fisici, ai più deboli, ad affiorare insolitamente sono tinte chiare e forti come il viola e il bianco, che dipingono rispettivamente la pelle squamosa delle buffe e micidiali armi mostruose del Governo del Nord, e l’epidermide elastica e trasformabile dello Xam’d. Ma anche il bizzarro vestiario, i volti pitturati, i paesaggi raggianti di luci e rossori… La regia di Masayuki Miyaji non accantona mai atmosfere cupe e cieli plumbei, ma le contrasta, oltre al vivace arcobaleno visivo, anche con un bestiario dalle forme strampalate e grottesche che rinfrescano i tipici armamentari bellici come carri armati, caccia bombardieri e simile artiglieria. I vari Xam’d che si aggiungeranno ad Akiyuki presentano grossi nasi sporgenti e arti sproporzionati con curve morbide ed esagerate, le armature in dotazione all’esercito sono goffe, gibbose e obese, e i mostri sembrano spesso melanzane su due gambe: nonostante la caratura stramba che sembra permeare la realtà di Xam’d – Lost Memories, la componente falsamente allegra non si sovrappone mai all’estrema serietà della storia narrata.


L’orrore della guerra è presente in molte delle sue forme: dal labile motivo che porta le due fazioni a contrastarsi all’incessante ridondanza del reciproco odio, dalla ferocia di bombardamenti e attacchi agli stratagemmi bellici più squallidi, dal ferreo accanimento al cieco obbedire agli ordini, il tutto in una sequenza di eventi molto drammatici, raccontati con enfasi e sentimento, per mezzo anche della superba OST di Michiru Oshima, solenne e maestosa nel suo gonfio e danzante andamento orchestrale. Non ha paura, infatti, il team di autori a presentare personaggi che poi toglierà di mezzo anche con una certa crudeltà, né di pigiare il tasto di durezza e brutalità quando tali caratteristiche si rivelano importanti, se non fondamentali, per il prosieguo della trama. In una prima metà ben sceneggiata la scelta di non svelare il cuore della serie è ottima mossa per incuriosire e spingere lo spettatore, come tradizione della più recente animazione vuole, in un mondo inventato da zero in una sorta di contesto steamfantasy (aereonavi, propulsioni a vapore, meccaniche “antiquate”, ma anche congegni sci-fi, strumentazioni ipertecnologiche, armamentari cyberpunk), con proprie geografie, fisiche e soprattutto mitologie, che non viene mai espressamente spiegato, se non per i dettagli lentamente catturati tramite dialoghi e sviluppi della trama. Assistiamo così a una progressione narrativa parallela ben calibrata, con Akiyuki e il simpatico gruppo di postini da una parte, e Haru e Furuichi novelli soldati dall’altra, in un corollario di personaggi, sia positivi che negativi, visualizzati attraverso caratterizzazioni magari non originalissime, ma sicure e precise. Akiyuki prende confidenza con il suo essere uomo e bestia allo stesso tempo, mentre Furuichi, accecato dall’odio verso la fazione opposta, giura vendette che travolgono anche la fragile Haru e le rispettive famiglie. Il bel mosaico creato, come i primi capitoli di un libro che assestano i pilastri su cui si poggerà la storia nel prosieguo, non è certamente innovativo nel far contrastare due amici per colpa della guerra, eppure funziona egregiamente con episodi sempre coinvolgenti, freschi, che si divorano piacevolmente.

La serie non regge però altrettanto bene nella seconda parte: pur con una trama che prosegue inserendo stranianti elementi pseudo-mistici e divinatori e calcando la mano su desolazioni, bestialità e barbarie, il ritmo subisce sballottamenti dovuti a difficoltà nel collegare i vari segmenti narrativi precedentemente sparsi. Vengono quindi a crearsi alcune accelerazioni di troppo, aggravate da un minor lavoro sui personaggi e da un accrescimento onirico non sempre necessario o, forse, troppo funzionale nell’ammorbidire alcune sbandate. Ma lo sbilanciamento non danneggia comunque il tutto, così come non lo fa la saltuaria superficialità nel tratteggiare eventi e connessioni, e in generale si ingurgitano lamette e colpi allo stomaco fino al doloroso finale. Facile così ridere e piangere, in una storia come questa, composta da ottimi saliscendi emotivi che si adagiano su protagonisti sempre solari e vivaci (simpaticissimo e un po’ simbolo dell’opera l’attivissimo Akushiba e il suo perenne sorriso), caratterizzati da un dinamico carisma anche nei momenti più duri e tristi.


Graficamente siamo ai soliti, massimi livelli garantiti da BONES: regia e animazioni raggiungono vertici stratosferici nei primi due episodi, scritti e diretti magistralmente da Miyaji, per poi comprensibilmente calare pur mantenendo sempre altissima l’agilità visiva di personaggi, mostri e navi volanti. In definitiva, abbiamo un crudo scenario di guerra, calato in un contesto fantastico con un’attenta calibrazione di realismo e spettacolarizzazione, una tormentata storia d’amore, non nuova ma viva e carica di sentimento, una curiosa e complessa mitologia, e parecchie scazzottate tra mostri colossali: opera consigliata, probabilmente tra i migliori prodotti targati BONES.

Voto: 8 su 10

lunedì 20 dicembre 2010

Recensione: Kyashan - Il mito

KYASHAN: IL MITO
Titolo originale: Robot Hunter Casshern
Regia: Hiroyuki Fukushima
Soggetto: Tatsunoko Production
Sceneggiatura: Shou Aikawa, Hiroyuki Fukushima, Emu Arii, Hideki Kakinuma
Character Design: Yasuomi Umetsu
Mechanical Design: Kimitoshi Yamane
Musiche: Michiru Oshima
Studio: Tatsunoko Producion
Formato: serie OVA di 4 episodi (durata ep. 30 min. circa)
Anno di uscita: 1993


Una Terra del futuro è dominata dai neoroidi, minacciosi robot che si sono ribellati in massa al loro costruttore, il dott. Azuma, riducendo l'umanità in regime di schiavitù. Solo la leggenda del salvatore dà ai sopravissuti e alla resistenza la speranza di sopportare il duro regime di vita: il messia si rivelerà essere Casshern, figlio di Azuma, ragazzo mezzo androide che, in compagnia del fedele, letale cane-robot Friender, possiede una forza incredibile in grado di competere con quella del temibile Briking Boss, leader dell'esercito meccanico.

A dispetto della sua brevità e dello scomodo, impossibile paragone con la serie televisiva del '73, Kyashan: Il mito (in tutte le edizioni italiane bisogna tenersi come titolo la trascrizione sbagliata di Casshern) non è un lavoro propriamente scadente, pur facendo poco per emergere, trovando un minimo interesse giusto come classica opera celebrativa di brand di successo rivolta unicamente agli appassionati. Rappresenta, nel '93, il primo dei tre revival OVA che Tatsunoko dedicherà, negli anni seguenti, alle sue vecchie glorie supereroistiche degli anni '70: i risultati sono produzioni sorvolabili, il cui unico motivo di interesse consiste nel rappresentare il più noto elemento di popolarità dell'epoca del chara designer Yasuomi Umetsu, che nel tempo verrà ricordato principalmente per loro e per essere il futuro papà del controverso A-Kite.

La storia di Kyashan: Il mito non può che essere una futile rielaborazione di quella storica, un remake che ribadisce tutte le tematiche dell'originale: la critica all'inquinamento umano, la speranza nelle energie rinnovabili, il pericolo dell'eccessivo progresso tecnologico e le metafore politiche sul totalitarismo. Tutto rivive in 4 episodi di mezz'ora l'uno che trattano questi temi visivamente in modo ancora più esplicito, drammaticizzando il contesto (la Terra è ormai stata ormai interamente conquistata da Briking), aumentando i richiami al nazismo (si arriva addirittura ai campi di sterminio e all'idea di una Soluzione Finale), accompagnando il tutto con l'horror (le fattezze demoniache dei gerarchi neroidi, distantissime da quelle buffe di Kunio Okawara) e innaffiando con il nichilismo (adesso non c'è alcun fulmine che manda in corto circuito Briking Boss, il programma installato in lui da Azuma per preservare l'ambiente gli impone proprio di eliminare la razza umana che è il più grande pericolo per il pianeta). A condire il tutto, il chara design adulto e sexy di Umetsu, che ben presagisce i lavori che l'artista realizzerà poi in produzioni animate a luci rosse: abbandonate le reminiscenze americanoidi originali di Yoshitaka Amano a favore del classico stile orientale, scolpisce vistosi addominali a Casshern - rendendo aderentissimo il suo costume - e abbandona il look "acqua e sapone" dell'amica d'infanzia Luna trasformandola, coi suoi abiti scollatissimi, in una sorta di prostituta. Il vecchio cane Friender, infine, perde le sue capacità di trasformazione rivelando solo l'aspetto canino.


Il mood più maturo e il sufficiente accompagnamento musicale di Michiru Oshima (niente di che, ma è orchestrale) sono, alla fine, gli unici aspetti che rendono interessante l'opera, che per il resto non offre nulla di particolarmente interessante, con le sue animazioni tutt'altro che irresistibili - dalle movenze rigide e irreali - e la trama sviluppata in modo dimenticabile: Casshern è il salvatore dell'umanità, fortissimo e imbattibile, e in ogni episodio, dopo qualche stucchevole monologo interiore su quant'è sfortunato,  libera alcuni gruppi di umani crudelmente schiavizzati dalle macchine. Contorno di qualche flashback per ricordare la sua triste condizione e l'amore impossibile per Luna e, per concludere, scontro finale con un monocaratterizzato Briking Boss. Fine.

Se nel 1973 l'originale riscattava la ripetitività del canovaccio tokusatsu con la sua tragicità esasperata, in Kyashan: Il mito ne presenta giusto il corollario. Tanta azione e mini-avventure autoconclusive, ma nessuna caratterizzazione degna di nota, con comprimari puramente funzionali alla vicenda ed eroi-adoni immortalati in pose plastiche che non fanno altro che combattere o commiserarsi del destino del loro pianeta e delle loro esistenze con dialoghi di una superficialità clamorosa. Una storiella patinatissima - per quanto non manchi, all'evenienza, un po' di fanservice ecchi e qualche spruzzata di sangue - e mal diretta che consegna ai fan dell'indimenticabile ragazzo androide un protagonista dimenticabile, brutta copia del tormentato personaggio tanto amato. Kyashan: Il mito, per quanto guardabile, è una pigra, banale rilettura di una bella serie, fatta così tanto per fare.

Edizione italiana a cura di Yamato Video tra le prime a conoscere riversamento DVD in Italia. Peccato l'opera sia assente di sottotitoli, presentata in bassa qualità video e funestata da un doppiaggio che si rifà all'adattamento americano Harmony Gold pieno di frasi totalmente false e inventate (un 50% abbondante1). Lasciamo perdere.

Voto: 6 su 10


FONTI
1 Consulenza di Garion-Oh  (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit)

mercoledì 24 novembre 2010

Recensione: Le Chevalìer D'Eon

LE CHEVALIER D'ÈON
Titolo originale: ~Le Chevalier D'Èon~
Regia: Kazuhiro Furuhashi
Soggetto: Tow Ubukata (basato sul suo romanzo originale)
Sceneggiatura: Tow Ubukata, Yasuyuki Muto
Character Design: Tomomi Ozaki
Musiche: Michiru Oshima
Studio: Production I.G
Formato: serie televisiva di 24 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 2006 - 2007
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Yamato Video

 
Francia, XVIII secolo. D’Eon de Beaumant, cavaliere alla corte di re Luigi XV, cerca vendetta per la morte della sorella Lia. Con l’aiuto del sovrano stesso, che gli mette a disposizione una squadra formata da due leggendari spadaccini, e dal giovane attendente del piccolo principe, D’Eon parte all’inseguimento del malvagio Voronzoff, ma subito capisce che c’è qualcosa di molto, molto strano… Lo spirito di Lia entra infatti nel suo corpo e ne controlla la volontà durante gli scontri più pericolosi, e altri enigmatici tasselli vengono presto portati alla luce. Sembra che in tutta Europa esistano persone dai singolari poteri che si fanno chiamare Poeti, in grado, recitando i cosiddetti Salmi, di prendere possesso delle menti altrui e di comandarne i corpi. Al centro di tutto questo, un antico manoscritto che tutti bramano…

Uno scenario insolito e suggestivo come quello della Francia pre-Rivoluzione; una lunga serie di cospirazioni che vede coinvolte anche le corone di Russia e Inghilterra, personaggi realmente esistiti come D’Eon de Beaumont, Luigi XV, il Conte di Saint-Germain, Maximilien de Robespierre e molti altri, che assorgono al ruolo di protagonisti, e soprattutto un complesso e curioso background orrorifico fatto di spaventosi poteri soprannaturali capaci di mutare le persone in feroci creature infernali. Ingredienti assai stimolanti, per questa produzione Production I.G 2006, tratta dal manga omonimo di Kiriko Yumeji e dal romanzo storico di Tow Ubukata, scritta da Yasunori Muto.

Opera colta ed elegante, Le Chavalìer D’Eon parte a razzo con una manciata di episodi travolgenti, ricchi di affascinanti duelli di spada e bizzarre intrusioni horror, capaci di spiazzare per l’improvvisa, cupa atmosfera che cala sulla storia. Se si può simbolicamente accettare lo spirito di Lia che entra nel corpo di D’Eon, prendendone possesso durante i duelli (il vero D’Eon fu creduto di sesso femminile per molti anni, e si parla di lui come il primo travestito della storia), non ci si aspetta di certo, per esempio, un teschio parlante o ancor più un assalto di zombie muggenti, e si rimane piacevolmente a bocca aperta per lo stile comunque sobrio con cui il soprannaturale prende gradualmente piede. L’ottima sceneggiatura è sapientemente calibrata, dosata con tocchi raffinati, si nota il gran lavoro per rappresentare con la giusta progressione i poteri dei Poeti e dei Salmi recitati. È davvero intrigante questo affresco orrorifico, dove le parole diventano più pericolose di una pistola e più taglienti di una lama, parole che si muovono nella realtà come fossero entità concrete, fruste che schioccano, serpenti che strisciano, artigli che letteralmente soffocano, accecano, uccidono.


Le Chevalìer D’Eon è una serie lenta, precisa, attenta, l’intreccio è denso e necessitava infatti del giusto spazio per essere narrato, lo studio dei particolari è meticoloso. Il crescendo della narrazione è costante, non sfocia nella prevedibile esplosione finale, ma rimane concentrato, scrupoloso, puntuale per tutti i 24 episodi, anche nei continui, imprevedibili colpi di scena che ben si assestano nella seconda metà. Il contesto storico è estremamente accurato, gli intrighi e i giochi politici sono calibrati al dettaglio tanto negli spunti realistici quanto nelle creazioni soprannaturali, e la mole di personaggi contribuisce alla resa credibile del quadro complessivo – personaggi che, a dirla tutta, soffrono a tratti di un’eccessiva freddezza, non si riesce mai a empatizzare completamente per loro, ma nonostante questo anche i semplici comprimari sono ben sfaccettati e tridimensionali, pregio non da poco.

A una sceneggiatura tanto metodica corrisponde una regia splendida, dinamica, movimentata. Inquadrature inusuali, carrellate rapidissime, zoom vorticosi, caratteristiche che risaltano soprattutto durante i frenetici duelli: brevi, magnifici piano sequenza, spesso visti in prima persona dagli occhi di uno degli spadaccini, in modo da offrire momenti, se possibile, ancora più energici, intensi e vivaci. Resta il neo di passaggi a volte eccessivamente bruschi, che scaraventano da una scena all’altra con esagerata violenza, ma si tratta di istanti isolati, facilmente assorbibili. Tanta sfarzosità narrativa e registica è accompagnata da disegni aggraziati, esaltati da una magnifica, sgargiante scelta dei colori, ma molto semplici, in particolar modo nei visi dei personaggi, forse troppo nitidi e lindi. Il tratto è però discontinuo, e se generalmente è molto buono, capita più di una volta di imbattersi in lineamenti realizzati in una maniera grossolana, direi quasi sgarbata (soprattutto D’Eon, il cui volto delicato e femminile vede spuntare a tratti un naso enorme e inappropriato). Anche le animazioni sono ahimè altalenanti: dalle scene orgamische dei duelli e delle scazzottate si arriva a camminate saltellanti, o eccessive, scattose fissità durante le lunghe sessioni di dialoghi. Altro punto in parte negativo è la costruzione in CG di molti fondali, oggettivamente bellissimi (la reggia di Versailles è da infarto), ma che stridono un po’ quando i personaggi vi camminano sopra.


Non si tratta comunque di difetti particolarmente fastidiosi, la potenza della storia, la rigorosità narrativa e lo splendore registico li cancellano presto, confezionando un’opera forse non perfetta – d’altronde quale opera lo è? – ma incantevole.

Voto: 8 su 10

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