venerdì 6 maggio 2011

Recensione: Moribito - Guardian of the Spirit (Seirei no Moribito)

MORIBITO: GUARDIAN OF THE SPIRIT
Titolo originale: Seirei no Moribito
Regia: Kenji Kamiyama
Soggetto: (basato sui romanzi originali di Nahoko Uehashi)
Sceneggiatura: Kenji Kamiyama
Character Design: Gato Aso
Musiche: Kenji Kawai
Studio: Production I.G
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2007

 
In un antico Giappone, dove il folklore diventa realtà e il confine tra naturale e soprannaturale è tanto sottile da essere invisibile, il secondogenito dell’imperatore, il piccolo Chagum, scopre di ospitare, all’interno del suo corpo, l’uovo di una temuta creatura marina. Leggenda vuole che questo arrechi oscuri, terribili presagi, e l’imperatore non tarda a condannare a morte il figlio. La madre riesce però a inscenare un finto decesso e a far fuggire il bambino assieme a Balsa, una valorosa guerriera errante, costretta con la forza a prendersi cura di lui e, nel mentre, a indagare sui veri scopi delle creature marine…

Autore talentuoso come pochi, Kenji Kamiyama ha saputo dimostrare enormi capacità tanto nelle opere di notevole complessità (GITS Stand Alone Complex, Eden of the East) quanto in lavori più lineari e relativamente semplici (Blood: The Last Vampire), sapendo dosare con innata bravura cast ispirati e impressionanti scenari, storie impossibili e atmosfere assai suggestive. Data la sua struttura chiara ed essenziale e la sua progressione agevole, Seirei no Moribito è forse la sua opera più immediata e di facile visione complessiva, ciò non toglie lo splendore di un capolavoro, o quasi, in bilico tra storia e fantastico, con interessanti echi fiabeschi, un’opera compatta, matura, estremamente affascinante nel contesto, straordinariamente ricreato, in cui è calata.

Basato sul primo dei dieci romanzi di Nahoko Uehashi che compongono il ciclo di Moribito, Seirei no Moribito è un incantevole confronto tra due mondi, quello popolare e quello nobiliare, ritratti nelle loro contraddizioni regole, nelle loro paure e nelle loro autorità. Prima di essere un’avventura di stampo fantastico, prima ancora di mostrare il suo carattere dolce e forte nel rapporto che nasce tra Balsa e Chagum, Seirei no Moribito è infatti un continuo dialogo tra saggezze, quella più povera e legata alla tradizione della plebe, e quella più aulica e austera della casta imperiale, saggezze che non prevalgono mai l’una sull’altra ma che sembrano invece parlare, discutere, misurarsi al fine di trovare la soluzione più giusta per questi mondi così lontani (emblematico e fondamentale è infatti lo scambio di battute tra Tanda e il divinatore Shuga sulle maree, ma anche le varie puntate singole, come quella dedicata ai giocatori d’azzardo). Nel girovagare a cui sono spesso obbligati i due protagonisti, nelle persone incontrate e nelle situazioni vissute, le differenze tra l’astuta e giudiziosa Balsa e l’ingenua ma decisa autorità di Chagum saranno quindi sempre spunto per intense dottrine di vita, filosofie sincere e vere che Kamiyama scrive e dirige con autentica passione


È proprio il rapporto forzato tra i due protagonisti che, nel corso della storia, diventa chiaramente fulcro di un’opera strutturata in una buona metà di episodi autoconclusivi, utili a mostrare il giovane Chagum mentre conosce la vita vera, quella al di fuori delle sicure mura imperiali, e inizia a comprenderla e ad apprezzarla, sia nei momenti tristi e faticosi, sia in quelli più spensierati. La delicatezza con cui viene dipinto l’affetto che sboccia tra i due, mai banale o stucchevole nemmeno nei frangenti più commoventi, è merito prima di tutto di un magnifico lavoro di caratterizzazione dell’intero cast, che rende con vigorosa grazia Balsa e il suo essere donna (e soprattutto donna-guerriera), in quegli anni, e con giusto piglio infantile l’esuberanza di Chagum, ma che sa tratteggiare con garbo e sensibilità anche le figure più inflazionate (la vecchia sciamana Torogai) o di minor rilevanza (l’imperatore Mikado). L’incredibile spessore dell’opera servirebbe tuttavia a poco se non fosse sfruttato per una storia adeguata a tale splendore, e infatti Seirei no Moribito, pur nella sua quieta linearità, offre una trama accattivante e sapientemente costruita: gli elementi soprannaturali si integrano perfettamente con la concreta serietà del tono generale, il bilanciamento tra le adrenaliniche sequenze action (fluidissimi scontri e inseguimenti) e le dotte pause è curato attentamente, non mancano spunti di inattesa originalità, soprattutto da un punto di vista visivo (il mondo spirituale e il modo in cui si lega a quello naturale), e il grande crescendo nella parte conclusiva, con tanto di esplosione orrorifica e una lunga battaglia tra esercito e bestie mostruose, è reso con piacevole quanto superbo taglio cinematografico.

Al resto, ovviamente, ci pensa una Production I.G. al suo meglio, che permette una meravigliosa veste grafica (incantevole il chara sicuro e realistico di Gatou Asou) e animazioni da sballo (l’esercito in movimento nella piazza imperiale lascia senza parole), spremete con la consueta maestria da un Kamiyama conscio delle proprie capacità, accorto, puntuale, preciso, che sa bene dove arrivare senza mai bisogno di strafare o stupire, il tutto condito da una squisita OST in cui Kenji Kawai detta pacati ritmi folkloristici e tenui interventi orchestrali, introdotta da una delle migliori opening di questi ultimi anni, Shine degli easy rockers Arc~en~ciel.


Unici nei la quasi totale assenza di sangue, nonostante si rendesse necessario in più di un’occasione per perfezionare il già alto livello di realismo, e soprattutto l’a tratti eccessivo parlare da soli a voce alta di quasi tutti i personaggi, a volte un po’ buffi nei loro autosproloqui. Non c’è genere che tenga, né scusanti dietro cui nascondersi: guardate Seirei no Moribito.

Voto: 9 su 10

7 commenti:

Vecchio ha detto...

Giusto ieri avevo tentato di lasciare un commento su GITS in cui consigliavo la visione di questa serie, che mi ha letteralmente colpito nel cuore, ma poi si è presentato un problema e il messaggio non è partito. Quest'opera ha confermato, personalmente, le indiscusse qualità narrative di Kamiyama, tanto che lo vedo sprecato nel circuito televisivo. Spero che la sua carriera artistica segua le stesse orme intraprese da Mamoru Hosoda

Simone Corà ha detto...

Purtroppo blogspot fa qualche scherzetto... :)

Sulla bravura di Kamiyama c'è poco da dire (continueremo a parlare di lui nei prossimi giorni con le altre rece della saga di GITS), è visionario senza essere criptico, ha idee tanto complesse quanto semplici, sa scrivere storie efficaci.

Uno sbarco cinematografico gli permetterebbe, sicuramente, una maggior esposizione mondiale, e non nego che mi piacerebbe vederlo alla prova dopo un capolavoro (o quasi) dietro l'altro sfornati in questi anni. Anche se tendo a preferire il format televisivo, dove trovo che gli autori abbiano tutto lo spazio per esprimersi al loro meglio. :)

Jacopo Mistè ha detto...

Mah, io dopo Solid State Society, gli oav di Gits SAC (che hanno la lunghezza di un film) e gli Eden of the East cinematografici penso che a Kamiyama convenga continuare a lavorare su format televisivi, le sue sceneggiature così intricate si adattano malissimo ai lungometraggi, col rischio di renderli talmente pesanti e densi da dare mal di testa x_x

El Barto ha detto...

Sono giunto a metà della serie.

Il problema è che ci ho messo quasi un anno, LOAL.

Per quanto ci siano degli ottimi personaggi, per quanto ogni episodio abbia interessanti spunti, per quanto la realizzazione tecnia sia valida, il ritmo generale e la tendenza dei personaggi a parlarsi addosso ben oltre il livello di guardia (si veda l'ottavo episodio, interamente ambientato nella dimora di un fabbro, da martellate nelle belotas) ti fanno proprio passare la voglia di proseguire.

Peccato, perchè Kamiyama sarebbe il regista action n°1 a cui rivolgersi quando non vuoi puntare tutto sulla spettacolarizzazione che ti garantisce gente come Masahiro Ando, ma vuoi anche infilarci del PLOT di qualità in mezzo. Il problema è che la verbosità eccessiva dei peronaggi ne inficia pesantemente la visione, e questo, bisogna ametterlo, lo si notava già in S.A.C..

Lo concluderò, ovviamente, però questa prima parte ha un bel po' lasciato l'amaro in bocca, avrebbe dovuto dosare meglio il ritmo dopo la fuga dai killer ingaggiati dall'imperatore.

Simone Corà ha detto...

E se ti dico che il ritmo rimane lento e rilassato fino ai 2-3 episodi conclusivi? :)

Io ho proprio adorato questo aspetto, questo rallentamento dopo l'inizio adrenalinico. Considera poi che non sono un grande amante delle puntate autoconclusive, quando sono inserite a mo' di riempimento, o quasi, in una serie con forte continuity, eppure sono stato rapito dalle varie vicissitudini di Balsa e Chigum, anche quelle più immobili e pesanti (non ricordo se l'episodio con i giocatori d'azzardo era prima o dopo quello del vecchio fabbro, comunque anche questo è una bella batosta di dialoghidialoghidialoghi).

Ci sono un'atmosfera e una poesia che mi hanno conquistato sin da subito, e ho trovato ogni piccolo particolare, ogni dettaglio fondamentale per fortificare contesto e personaggi. :)

Vecchio ha detto...

Eppure a me quella con i giocatori d'azzardo è piaciuta proprio perché si concentrava sui personaggi! Gli esempi sono tanti, come quando Chagum affronta il ragazzone alla lotta, dove poi si fanno scoprire da un avversario di Balsa (anche questa è fenomenale, tutta costruita sulla tensione e strategia). Oppure quella incentrata su Toya e Saya, verso la fine. Ma quella che più mi ha commosso è stata quella incentrata sul passato di Balsa e le gesta di Jiguro Musa. Sono un animo sensibile! XD

Simone Corà ha detto...

Mi sa che sono d'accordo con te, due puntate fantastiche, molto intense e struggenti, anche pensando alla grotta dove Balsa racconta la sua storia mentre fuori nevica. :)

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