mercoledì 25 maggio 2011

Recensione: Panzer World Galient

PANZER WORLD GALIENT
Titolo originale: Kikou Kai Galient
Regia: Ryousuke Takahashi
Soggetto: Hajime Yatate, Ryousuke Takahashi
Sceneggiatura: Yoshitake Suzuki, Soji Yoshikawa, Jinzo Toriumi
Character Design: Norio Shioyama
Mechanical Design: Yutaka Izubuchi, Kunio Okawara
Musiche: Tooru Fuyuki
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 25 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anni di trasmissione: 1984 - 1985



Il reame del pianeta Arst è attaccato a tradimento dall'esercito del malvagio Marder, che, ucciso il sovrano Voldar, ne prende il posto, instaurando un regno del terrore ed erigendo uno spettrale, minaccioso castello di ferro in cui si stabilisce. Il suo esercito è portentoso e non teme davvero rivali, composto com'è anche da misteriosi robottoni dotati di grande potere bellico, i Panzer, rinvenuti sottoterra e appartenenti a chissà quale passato. Il principe Jordy, ancora neonato, è però salvato da un amico del padre, Asbeth, che fugge con lui. I due si trasferiscono a vivere quindi nel villaggio della Valle Bianca, dove per dodici anni il bimbo è addestrato duramente nell'arte della spada, in modo da poter guidare, da grande, una grande sollevazione popolare contro l'usurpatore. La guerra ha dunque inizio in questo periodo, quando Marder cerca di distruggere il posto e Jordy, per difenderlo, rinviene in una base sotterranea, custodito da tecnologie aliene, un Panzer molto più potente degli altri, il possente Galient. Userà dunque i suoi poteri contro il nemico, anche se neanche lui - come nessun altro - sa, in realtà, che il conflitto è osservato da una razza extraterrestre avanzatissima, a cui appartiene, forse, lo stesso Marder...

Malauguratamente, in quel disastroso 1984 che si ricorda in casa Sunrise per i fallimenti mecha di Yoshiyuki Tomino (Heavy Metal L-Gaim) e Yoshikazu Yasuhiko (Giant Gorg), sembra che neppure Ryousuke Takahashi sia riuscito all'epoca a sfuggire alla maledizione, dirigendo un altro robotico pieno di buone premesse ma dalla realizzazione fallace: ha così luogo la terza, grossa delusione, che chiude nel modo peggiore un anno che, in generale, è stato memorabile per l'animazione giapponese (tantissime nuove serie animate e svariati film importantissimi), ma che, nel genere, è da dimenticare in toto per quel che riguarda il suo studio più importante e rappresentativo. Il 5 ottobre hanno inizio le trasmissioni di Panzer World Galient, insolita serie TV che, con il suo staff altisonante (oltre a Takahashi, anche Yutaka Izubuchi e Kunio Okawara al mechanical design e Norio Shioyama al chara design) e il suo riprendere il connubio fantasy/mecha di Aura Battler Dunbine (1983), riversandovi dentro elementi di hard sci-fi e politici come da tradizione (del regista), sembra indirizzarsi verso risultati intriganti, ma alla fine si rivela essere, come gli altri due, una bolla di sapone, concludendosi dopo solo 25 episodi sui 50 previsti, per la scarsa vendita di giocattoli da parte dello sponsor Takara1 nonostante uno share eccellente per genere e periodo (8.45%2).

Nessun capolavoro da riscoprire: Galient pecca di un intreccio banale, di personaggi già visti e di una conclusione molto deludente per giustificare la visione di 25 puntate che, sì, non sono molte, ma non ne valgono davvero la pena. Lo spunto di partenza, assimilabile al fantasy più trito (iniziava a diventare popolare in Giappone in quegli anni, come ricorda Takahashi3), è mantenuto per la quasi totalità dell'avventura: Galient racconta la lunga guerra combattuta alla Valle Bianca tra gli uomini di Jordy e l'esercito di Marder, in puntate mediamente uguali nel quale il Galient guidato dall'eroe annienta sistematicamente le truppe robotiche nemiche, talvolta compiendo raid nelle loro basi e a volte affrontandole in casa, con sporadici spezzettamenti dell'azione per privilegiare gli intermezzi sci-fi della trama, che spiegano le origini dal Galient e dei Panzer, quelle di Marder e il ruolo giocato nella guerra dalla bella e misteriosa Hilmuka. Nessuna traccia di Robot realistici o approfonditi background militari: in quest'occasione il regista abbandona i suoi campi prediletti a favore di un Super Robotico di solido impianto tradizionale, leggero e spettacolare, lontanissimo dai drammi di guerra di Fang of the Sun Dougram (1981) e Armored Trooper Votoms (1983), realizzato da Takahashi perché voleva raccontare una società militare che basava il suo potere sul rinvenimento sotterra di robottoni appartenenti ad antiche civiltà4, e voleva anche vincere la scommessa personale (indubbiamente persa!) di realizzare un anime di successo con mecha basati su armature medievali5. Le trovate fantascientifiche sono, almeno loro, interessanti, certo già sentite nel campo della letteratura, ma mai nel mondo dell'intrattenimento nipponico a base di anime, manga e videogiochi: Galient è forse la prima serie animata a incrociare il fantasy di matrice cavalleresca con la fantascienza pura, teorizzando un arretrato e roccioso pianeta in cui è ambientata la storia, Arst, che diventa meta di esplorazioni da parte di navigatori provenienti da distanti pianeti dell'universo. Arriva, quindi, il corollario di regole di non interferenza, "visitatori" inviati a raccogliere informazioni e tecnologie di un lontano passato che, volenti o nolenti, influenzeranno per  davvero l'andamento del confiltto. L'idea delle potenze tecnologicamente avanzate che si intromettono in guerre civili altrui, alterandone il verdetto, rappresenta forse (in questa occasione non ci sono proprio state dichiarazioni ufficiali in merito) la rivisitazione di Storia contemporanea elargita da Takahashi, il suo classico marchio di fabbrica, anche se in quest'occasione è un po' generico, difficilmente inquadrabile in qualche caso reale specifico. Più interessante è l'unica riflessione realmente politica della storia, la classica idea di una civiltà condannata, per colpa del suo enorme benessere e prosperità economica, a conoscere un lungo periodo di stagnazione e di apatia intellettuale, elementi che riducono allo stato larvale i suoi cittadini. Purtroppo, come poi si leggerà, nessuna delle sue considerazioni troverà un soddisfacente trattamento.


Sebbene, rispetto alle precedenti due opere di Takahashi, il ritmo lento non sia esageratamente denso o asfissiante e, anzi, le puntate siano scritte in modo particolarmente brioso, facendosi guardare con un certo piacere grazie a una direzione insolitamente pimpante, la bella opening prog rock della band giapponese EUROX, il grande spazio dato a epiche battaglie, grandi contrapposizioni e duelli cavallereschi, c'è poca sostanza in questo primo "figlio" di Dunbine, che ne copia, paro paro, buona parte del cast e delle situazioni: il cattivo che propone continuamente all'eroe di passare dalla sua parte ricattandolo all'occorrenza con ostaggi, il suo braccio destro che di Jordy è il grande rivale, comprimari pressoché identici (Wind è Neal Given, Marvel Frozen rivive nelle fattezze di Hilmuka, etc.)... La mancanza di fantasia concerne anche il design dei personaggi, prelevati di peso da Votoms e riproposti senza pudore (Hy Shaltat è fisicamente e caratterialmente identico a Chirico Cuvie, ancora il buffo ladro Wind è di fatto un parente disperso di Vanilla Vartla). Come nell'opera di Tomino, anche in quest'occasione lo scenario fantasy è sfruttato ben poco: non fosse che gli eserciti usano in guerra robot-armature da combattimento dalla forma centaurica e cavalcano i pennuti corridori (i Rolopper, antenati cornuti dei Chocobo di Final Fantasy), unica fauna "fantastica" che è dato vedere, si potrebbe confondere Arst con un generico pianeta medievale. Da dimenticare in toto anche scenari da fiaba o fondali particolarmente elaborati, perché qui le uniche scenografie, tre puntate finali escluse, sono sempre e solo la desertica Valle Bianca, il tenebroso castello di Marder e stanche ambientazioni fantascientifiche date da banali armentario e pareti ipertecnologici.

Il principale problema di Galient consiste nella sua difficoltà a essere qualcosa di più di un'ordinaria storia di guerra dai personaggi incolore, davvero troppo generici e dal destino facilmente pronosticabile per comunicare qualcosa nel momento di una loro eventuale morte. Lode all'idea del contorno fantascientifico, dei sensuali shorts indossati dalla splendida Hilmuka (decisamente tra le eroine più squisitamente sexy mai viste nella storia del genere) e delle tante, piccole chicche fanservice con cui Takahashi manda in brodo in giuggiole i robofan con i fighissimi poteri bellici del Galient (oltre a trasformarsi in un aerovelivolo e a "pattinare" come gli AT di Votoms, il gigante di ferro vanta anche armi assurde come fruste che si trasformano in spadoni e un fucile laser a canne mozze da equipaggiare al braccio, con una sequenza di agganciamento di grande sboroneria), ma sono idee che, anche se spettacolari, non bastano a dare la spinta a un'ordinaria storia robotica che raramente entusiasma, pecca di una colonna sonora insignificante, dice sempre le stesse cose e, malauguratamente, culmina pure in un finale che più deludente proprio non poteva essere. Andando in dettaglio, penso sia davvero difficile dissipare così tanti spunti epici come fa Galient: sembrano preventivare un finale col botto e pieno di colpi di scena, morti e crudeltà assortite  - tra armi in grado di annichilire l'universo, interessanti rivelazioni sulle vere ambizioni del cattivo, il suo braccio destro che sembra destinato a chissà quali sviluppi  - ma, alla fine, si rivelano falsi indizi visto che tutto si conclude nel modo più svogliato, pacato e innocuo, per colpa dell'aver dovuto chiudere in anticipo la serie senza trovare il tempo di preventivare qualcosa di meglio6. Anche il possibile substrato militare/politico accennato precedentemente è vanificato mediante brutte soluzioni: il primo (quello delle potenze esterne che partecipano a conflitti locali) finisce addirittura con l'essere giustificato (e viene da sospettare che il regista sia a favore delle controverse missioni internazionali di peace-keeping); il secondo (la civiltà condannata al degrado morale) ridicolizzato da una messa in scena fin troppo estremizzata e inverosimile.

Non è immune da critiche neppure il comparto grafico, una volta tanto non degno della fama che Sunrise si era costruita in quegli anni: il mecha design di Izubuchi (Okawara realizza solo il Galient titolare, perchè quell'anno era tutto preso dalle condizioni di salute della moglie, ricoverata in ospedale7) è molto svogliato, per nulla carismatico o bello da vedere, talvolta addirittura pacchiano (ad esempio le oscene unità robotiche guidate da Lambert e Slarzen), e anche dell'unità che dà il titolo alla serie non se ne può parlare proprio benissimo, visto che alla fine è un un clone cremisi, senz'arte né parte, del Giant Gorg dell'omonima serie di Yas, giusto con qualche dettaglio in più. Molto superiori - almeno questo - le animazioni, altalenanti ma sempre di gran classe, che sono prima nella norma per circa metà serie, ma poi esplodono in magistrale fluidità verso la parte finale e distruttiva della storia, ai pieni livelli di Votoms. Sufficiente, infine, il classico chara d'autore di Shioyama, nonostante l'accennato autoriciclo di personaggi.


Quella di Galient è, insomma, una visione disimpegnata che non ha nessun difetto eclatante che la renda inguardabile, ma non ha, d'altra parte, neanche alcun pregio particolare per cui valga la pena spenderci del tempo. Personalmente lo sconsiglio, soprattutto pensando a quelle straordinarie serie dirette da Takahashi che meritano maggiormente la visione. Se proprio non si può transigere dal mecha/fantasy e dai nomi di Takahashi e Shioyama, ci si rivolga invece alla loro oscura, sconosciutissima miniserie OVA Eiyuu Gaiden Mozaika (1991) di appena 4 episodi, sempre fantasy e anche dal finale incompleto, ma che nell'arco di così poco spazio riesce a dire molto, molto di più sullo stesso argomento.

Voto: 5,5 su 10

ALTERNATE RETELLING
Panzer World Galient Part I: Crest of Earth (1986; OVA)
Panzer World Galient Part II: Crest of Heaven (1986; OVA)

ALTRO
Panzer World Galient Part III: Crest of Iron (1986; OVA)


FONTI
1 Wikipedia giapponese di "Panzer World Galient". La fonte consisterebbe in un'intervista a Norio Shioyama presente nel booklet allegato ai Laserdisc della serie televisiva del 1985 "Blue Comet SPT Layzner". Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit) conferma
2 Sito internet (in giapponese), http://toro.2ch.net/test/read.cgi/shar/1336141685/
3 Intervista/discussione con Ryousuke Takahashi, pubblicata nella pagina web http://www.forbes.com/sites/olliebarder/2016/09/06/ryosuke-takahashi-on-directing-anime-and-how-his-works-have-defined-mecha-for-over-three-decades/#556598907c73
4 Come sopra
5 Intervista a Takahashi pubblicata in "Anime Interviews: The First Five Years of Animerica Anime & Manga Monthl (1992-97)" (Cadence Books, 1997, pag. 167)
6 Consulenza di Garion-Oh
7 Parti salienti di un'autobiografia di Kunio Okawara, tradotti su 4chan alla pagina https://desuarchive.org/m/thread/14468515/#14469981

1 commento:

Anonimo ha detto...

l'ho appena terminato...davvero mediocre...da Takahashi dopo una serie come Votoms mi aspettavo molto di più...Mozaika se non è altro risulta molto più accattivante...adesso passerò a Dougram e Layzner...

DISCLAIMER

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, viene aggiornato senza alcuna periodicità e pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 7 marzo 2001 n. 62. Molte delle immagini presenti sono reperite da internet, ma tutti i relativi diritti rimangono dei rispettivi autori. Se l’uso di queste immagini avesse involontariamente violato le norme in materia di diritto d’autore, avvisateci e noi le disintegreremo all’istante.