lunedì 21 luglio 2014

Recensione: Ping Pong - The Animation

PING PONG: THE ANIMATION
Titolo originale: Ping Pong
Regia: Masaaki Yuasa
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Taiyou Matsumoto)
Character Design: Nobutake Ito
Musiche: Kensuke Ushio
Studio: Tatsunoko Production
Formato: serie televisiva di 11 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2014


Per un autore così attratto dalla sperimentazione pare scelta piuttosto insolita quella di un manga sportivo sul ping pong da trasporre in animazione, ma Masaaki Yuasa non ha mai dimostrato paure o esitazioni di fronte a cose apparentemente impossibili, e uno sguardo al suo curriculum dovrebbe come sempre bastare per capire che una storia tra le sue mani non corre il pericolo di venire danneggiata, per quanto stramba, semplice o anche solo poco interessante possa apparire.

Accompagnato as usual dai grezzi disegni di Nobutake Ito, che anche in questa occasione fanno sfoggio di un tratto tremolante che distorce grottescamente e al limite del comprensibile corpi e volti dei personaggi, Yuasa prende un eccellente materiale di partenza, il manga Ping Pong di Taiyou Matsumoto, serializzato tra il 1995 e il 1996 e già portato al cinema nel 2002 con un live action, e, rimanendone fedele nello spirito concettuale e nell’esuberanza registica, offre ancora una volta uno spaccato sorprendente di raffigurazione visiva senza per forza necessitare di budget stellari, disegni stratosferici e animazioni da infarto. Come accadeva quarant’anni fa con Aim for the Ace! (1973), Yuasa fa suo l’impressionante spirito innovativo di Osamu Dezaki e spreme la penuria di animazioni a disposizione in un capolavoro visivo dove ogni fotogramma gronda un estetismo di gran spessore: split screen a non finire che si frantumano fino a portare una sorta di griglia fumettistica su schermo, inquadrature attraverso gli angoli più improbabili e scomodi, simbolismi tra il buffo e l’avanguardistico che disintegrano anatomie e le ricompongono in rettili e robot che sintetizzano i cosiddetti colpi speciali e li ridimensionano paradossalmente con un realismo esemplare, improvvisi rallentamenti di ritmo e una ripetizione allucinante di animazioni per simbolizzare stop e reprise dei vari match, un uso fortissimo e stordente dei colori più caldi, con il viola che risalta su tutti per mezzo di quelle scarpe da pugno in un occhio… insomma, Yuasa è in grado di sorprendere senza sosta, reinventandosi episodio dopo episodio con trovate sempre diverse che spesso lasciano senza parole per freschezza e armonia.

 

Se quindi è forse difficile accettare il chara di Ito, fedele comunque alle precedenti collaborazioni con Yuasa, davvero troppo deformato per poter anche solo minimamente appagare in un campo senza compromessi come quello dell’animazione, la potenza registica è tale da occultare tale scelta stilistica, o quanto meno da metterla in secondo piano così come fa con la ristrettezza quasi umiliante di un budget che, in mani diverse, avrebbe permesso soltanto animazioni legnosissime e penosi fermi immagine anche abbastanza fuori luogo nel 2014. È naturalmente fondamentale la sceneggiatura, i personaggi spiccano per caratterizzazioni sentite e profonde, e la coralità narrativa cala uno dietro l’altro assi psicologici: l’esuberanza di Peco e la totalità con cui affronta e vive il gioco e la riservatezza aliena di Smile e la sua perenne tristezza nell’accettare una vita passiva, sono chiaramente facce di una moneta che ha molti altri lati, in primis la crisi di Peco e la potenza con cui ne esce, argomento raramente affrontato con simile tatto e gestione delle reazioni attraverso riflessioni e dialoghi di una portata che appare quasi fuori campo per un manga e, di conseguenza, una trasposizione animata. La loro amicizia, così forte e distante allo stesso tempo, regge gli undici episodi con una sequela di incontri-scontri che non sfocia mai nella classica rottura/riappacificazione, ma in un più difficile e insolito, ma molto più realistico e veritiero, allontanamento dovuto semplicemente alla vita, alla diversa maturazione, a interessi che crescono e poi si spengono, ad amicizie che ne assorbiscono delle altre. Meravigliosa pertanto la strutturazione in grossomodo tre tronconi che racconta la solidità iniziale, il parziale distacco e infine il giusto ritrovarsi dove la metafora sportiva di questi due fuoriclasse della racchetta non è soltanto metafora ma onesto specchio della realtà.

Attorno a loro fioriscono altre personalità molto valide: dalla fermezza dittatoriale dei giocatori del team Kaio alla superbia del campione allontanato dalla madrepatria Kon “China” Wenga, dalla stupida arroganza di Dragon all’umana saggezza dei due allenatori, il cast di Ping Pong è così ricco di persone semplici e vere che fanno cose vere, dove sono molti più gli sbagli e le scelte poco più “scomode” rispetto al comfort di una narrazione tradizionale, che si possono perdonare certe compressioni di dialoghi e riflessioni che comportano a tratti un’eccessiva complessità nello svolgersi dei fatti e a un accumulo di personaggi e situazioni in alcuni momenti di tutt’altro che facile sbrogliamento. Ma in fondo è poca cosa rispetto alla grandiosità di ciò che si respira, elettrizzato tra l’altro da una fenomenale opening rockeggiante che mette la giusta carica significativa all’opera e si ripercuote in una OST di soluzioni tanto vivaci quanto introspettive.


Tra i pochi punti fermi dell’animazione attuale, Yuasa sembra non sbagliare un colpo e, anzi, pare essere in continuo, incredibile miglioramento. Avanti così.

Voto: 8,5 su 10

7 commenti:

Michele Ferrara ha detto...

Ottima recensione.Al momento lo considero l'anime dell'anno.

Simone Corà ha detto...

Potrebbe essere, ha una storia e una profondità davvero superiori alla media.

(Certo che quei disegni lì io proprio non riesco a mandarli già... :-P)

Marco Grande Arbitro Giorgio ha detto...

Cavolo che serie!
Mi è venuta voglia di vederla.
La recuperò (in qualche modo) subito!

Simone Corà ha detto...

Felice di averti incuriosito :)

Michele Ferrara ha detto...

Lo sperimentalismo stilistico era necessiario per la regia di Yuasa.E comunque io li ho amati xD

Simone Corà ha detto...

Mah, io non ne sono così sicuro, anche perché è una strategia già usata e potrebbe, perché no, anche cambiare per sperimentare su qualcosa di nuovo.

Poi, oh, quel tipo di disegno ci sta comunque benissimo e ha una sua enorme identità, è solo che proprio non riesce a piacermi, è un pugno in un occhio, con disegni più tradizionali, ma comunque adulti, a parer mio l'opera ne avrebbe guadagnato. :)

Enrico D. ha detto...

L'ho visto incuriosito dalla recensione.
Mi e' piaciuto, sono d'accordo col voto dato (per una volta! xD). Unico appunto: lo stile sperimentale, secondo me, era anche necessario per dare un tocco di dinamicità/epicità ad uno sport che, diciamocelo, non spicca per tali qualità...

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