lunedì 14 luglio 2014

Recensione: King Arthur (La spada di King Arthur; King Arthur: Re Artù)

KING ARTHUR
Titolo originale: Entaku no Kishi Monogatari - Moero Arthur
Regia: Masayuki Akihi
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Satomi Mikuriya)
Sceneggiatura: Kensyo Nakano, Mitsuru Majima, Sukehiro Tomita, Tsunehisa Ito
Character Design: Takuo Noda
Musiche: Shinichi Tanabe
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 30 episodi (durata ep. 14 min. circa)
Anni di trasmissione: 1979 - 1980


Nella seconda metà del V secolo d.C., la terra britanna di Wrogles è preda della guerra e del caos scatenati dal conflitto tra i sette regni che la compongono. Il sovrano di Camelot, re Uther, cerca una riunificazione che possa portare alla pace, ma i suoi piani sono ostacolati da Lavic, re di Astrat, che, alleandosi con la perfida strega Medessa e le milizie di Cavalieri Neri, con una serie di intrighi uccide il rivale, fa ricadere la colpa su altri regnanti e perciò arriva presto a comandare sull'intera regione, soggiogando popoli e i regni limitrofi con terrore, corruzione e tasse. Tuttavia, il figlio di Uther, Artù, grazie a un salvataggio insperato da parte del mago Merlino, riesce a sopravvivere: adottato da una famiglia di contadini, dieci anni dopo, estratta la spada magica nella roccia che designerà chi sarà il re di Wrogles voluto dal cielo, è pronto a reclamare la terra di Camelot e a stroncare una volta per tutte le ambizioni di Lavic. Presto conoscerà i potenti alleati, principi di altre terre, che si uniranno alla sua causa formando il celebre gruppo dei Cavalieri della Tavola Rotonda...

Dopo ripetuti fallimenti robotici dei tardi anni '70 e il flop di Science Fiction Starzinger (1978) di Leiji Matsumoto1, sul finire del decennio Toei Animation decide di tralasciare temporaneamente robottoni e scenari spaziali per investire il suo denaro in una serie animata che, secondo i presupposti, sembrerebbe nata apposta per essere una facile hit commerciale: la sua idea è proporre una versione dagli occhi a mandorla del celebre, epico ciclo bretone di re Artù. Il 9 settembre 1979 viene dunque trasmesso il primo dei 30 episodi che comporranno Entaku no Kishi Monogatari: Moero Arthur (Storia dei Cavalieri della Tavola Rotonda: L'ardente Artù, o King Arthur se si guarda al titolo internazionale), titolo di mediocre fattura destinato addirittura, pur con bassi ascolti2, a trovare un seguito altrettanto deludente, posando la pietra tombale a un'idea tanto geniale quanto di difficile realizzazione.

Per quanto la principale opera letteraria sull'argomento su cui basarsi, La morte di Artù di Thomas Malory, rielabori tutte le svariate fonti inglesi e francesi sull'argomento costituendo una sorta di vademecum ideale da seguire per una trasposizione fatta coi crismi, Toei Animation ritiene che i suoi toni siano troppo adulti per il target che si prefigge l'anime. Si può quindi imputare il fallimento dalla serie alla scelta di basare la storia, invece, in un manga su Artù scritto da Satomi Mikuriya3, molto lontanamente ispirato all'opera di Malory ed estremamente superficiale, forse più in linea coi gusti del pubblico ma ben distante dall'epica cavalleresca, dalla drammaticità e dalla magia che contraddistinguono le avventure dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Da questo fatto scaturiscono incongruenze vistose coi fatti della mitologia, personaggi inventati di sana pianta, modifiche eclatanti e rimozione di avvenimenti celeberrimi per favorire un intreccio molto più asservito all'azione e insofferente al rispetto della tradizione, ma è una scelta che fa presto perdere di vista tutto l'interesse che poteva risvegliare negli appassionati un simile progetto.


L'Artù animato si scopre molto discutibile, non propriamente terribile ma adatto solo a chi non conosce per nulla il ciclo bretone: pur con eleganti disegni che strizzano l'occhio a Shingo Araki, una traccia musicale in particolare, epica e cavalleresca, spesso usata di sottofondo alle avventure e, ovviamente, il fascino che può vantare un adattamento delle storie di re Artù, non importa quanto infedele, King Arthur è in primis scritto svogliatamente e senza convinzione, uccidendo alla radice il senso di pathos. La scelta, pur rispettabile, di narrare la storia focalizzandola principalmente su duelli di spada e intrighi di corte più che sul contraltare fantastico, comporta la perdita di uno dei suoi principali motivi di interesse: che storia di Artù può essere una che vede il mago Merlino apparire in due sole puntate nelle vesti di saggio da interpellare, privo di poteri magici? O l'Excalibur ottenuta facilissimamente in mezzo episodio scarso, come fosse un compito noioso? E la sottotrama di Medessa liquidata in 4/5 puntate totali? Se si vogliono impostare 30 capitoli di soli combattimenti cavallereschi, il minimo sarebbe caratterizzare il cast, ma anche qui il lavoro di Toei Animation è carente: Artù, Kay, Lancillotto, Tristano, Parsifal e Ginevra, uniche celebrità presenti e personaggi ipoteticamente in grado di reggere il peso di un'intera serie televisiva come protagonisti, sono fiacchi, sicuramente ben differenziati a livello di disegno, ma stanchi e monotoni come personalità, incapaci di dare qualcosa di più oltre al consueto frasario retorico su amicizia, giustizia e codice d'onore, tutti fatti bene o male con lo stampino. La decisione, poi, di eliminare quasi completamente i grandi avvenimenti che li vedono protagonisti (nessuna traccia dell'adulterio consumatosi fra Lancillotto e Ginevra, la storia fra Tristano e Isotta liquidata in un singolo episodio senza seguito, niente Santo Graal per Parsifal) significa eliminare il senso di "trasposizione del ciclo bretone". Il ruolo di Ginevra, in particolare, è il più eclatante tra gli appiattimenti, visto che non ha alcuna relazione sentimentale con Artù, si vede poco e si limita solo a dare qualche consiglio ogni tanto al re di Camelot. Se gli eroi leggendari non graffiano e non hanno sviluppo, lo stesso si può dire di quelli creati per l'occasione, come l'immancabile mascotte del gruppo (Guerreth, anche se un filo più simpatico dei soliti bambini petulanti) e un inedito Cavaliere femminile della Tavola Rotonda che non si sa per che motivo lo abbiano inserito (Fiene).

Non è piacevole, guardando King Arthur, trovare un adattamento del ciclo arturiano che, pur seguendo a grandi linee almeno le basi di una delle tante vicende originali, reinventi quasi tutti gli avvenimenti eliminando quelli più famosi, o ancor peggio accorgersi di come anche autonomamente, nella sua specifica reinterpretazione, dimentichi volentieri per strada personaggi precedentemente introdotti, non si capisce se per l'averli rinnegati o modificato in corsa la sceneggiatura originale per adeguarla al flop di ascolti (non si può negare la chiusura decisamente affrettata della storia). Impossibile dimenticarsi del Cavaliere Verde, incontrato più volte da da Artù (invece che da Gawain) nei primi episodi e mai più apparso; della sorella di Parsifal, Marlin, innamorata di Tristano, che dopo l'episodio 19 scompare per sempre; o Medìa, la figlia della strega Medessa, nuovo villain addirittura introdotto a due episodi dalla fine e anch'esso destinato a non lasciare tracce di sé nella conclusione.

Tra avventure più o meno tutte uguali (che vedono i piatti eroi sconfiggere a duello sgherri di re Lavic o sventare complotti di quest'ultimo e del suo servitore Peloia), grossolani errori storici (menestrelli medievali che suonano lo shamisen giapponese!), trovate di dubbio gusto (i cavalli di Artù, Tristano e Lancillotto dai nomi della mitologia greca) e nessun momento davvero coinvolgente ma sempre routinario, lo spettatore non trova conforto neppure visivamente, con fondali anch'essi realizzati al risparmio e con pochi sforzi, smorti e dimenticabili. Tecnicamente King Arthur fa il suo onesto dovere senza brillare, quasi riflettendo il suo pressappochismo generale. Qualche avventura si fa notare per tragicità e in un paio di occasioni addirittura, complici le spettacolari armature dei Cavalieri (almeno quelle), da qualche duello traspare un senso di epico; ma è pur sempre poca cosa, destinata all'oblio per colpa di un'altra ventina di episodi svogliati. Ci si risveglia solo nelle battute finali, quando finalmente la trama viene risolta nell'unico modo che le compete, con morti, distruzione e duelli finali particolarmente crudeli e suggestivi: peccato avvengano troppo tardi, quando ormai King Arthur è insalvabile. Che la storia prosegua fin dall'inizio abbastanza spedita e con una buona continuity generale è buona cosa, ma se è avara di sentimento e sempre raccontata in modo distaccato, come se non si tenesse molto a comunicare qualcosa, allora è facile capire come ogni buona intenzione sia destinata al naufragio.


King Arthur è un'opera francamente innocua e sorvolabile, adatta a un giovanissimo pubblico per le gesta eroiche rappresentate, ma non è niente più di questo. Più o meno intollerabile da qualsiasi appassionato dei miti di riferimento, irrimediabilmente deluso da una trasposizione così impacciata che riduce allo stato di macchiette eroi così leggendari. Ancora peggio la seconda serie televisiva realizzata l'anno dopo, impostata come sorta di reboot (sebbene in continuity) e, se possibile, ancora più stanca a livello di scrittura, ancora più infantile (cerca di trasformare Artù in una specie di giustiziere dalla doppia identità) e, non contenta, abbandona ogni minima attinenza col mito e resuscita chissà come l'antagonista principale della prima perché priva della fantasia necessaria a crearne un altro. A questo punto, se proprio bisogna, che si guardi l'originale e basta.

Nota: uscito in Italia con due doppiaggi diversi (ugualmente imprecisi) e "accorpato" alla seconda serie, col titolo onnicomprensivo La spada di King Arthur, anche nell'home video King Arthur non ha potuto trovare un adattamento fedele, trovandosi editato da Dynit in una mediocre versione con solo audio italiano e sottotitoli basati sulla trascrizione del parlato del secondo doppiaggio. Per questo l'opera si può tranquillamente definire ancora inedita in Italia.

Voto: 5,5 su 10

SEQUEL
King Arthur: Prince of White Horse (1980; TV)


FONTI
1 Volume 3 de "La regina dei 1000 anni", Postfazione, d/visual, 2008
2 Come sopra
3 Jonathan Clements & Helen McCarthy, "The Anime Encyclopedia: Revised & Expanded Edition", Stone Bridge Press, 2012, pag. 340

7 commenti:

Marco Grande Arbitro Giorgio ha detto...

Che zozzeria mi ha fatto ricordare...

Jacopo Mistè ha detto...

Quanto tempo buttato, mamma mia. Ma almeno mi evito la seconda serie.

Michele Borgogni ha detto...

Ho ottimi ricordi della sigla. Il resto boh :D

Federico Rosa ha detto...

Salvo solo la sigla italiana e il chara dei protagonisti in armatura.
Fin da bambino l'ho trovato noioso con potenziale sprecato.

Jacopo Mistè ha detto...

Sì, la sigla dei Cavalieri del Re da piccolo mi piaceva parecchio. Ma è davvero l'unica cosa salvabile >_>

Alberto Dolci ha detto...

rivisto qualche episodio ed è davvero mediocre... eppure da bambino mi piaceva un sacco. (l'unica cosa positiva è che l'anime distingue "la spada nella roccia" da "excalibur" come nel racconto originale, mentre spesso si fa confusione e le si identifica come una sola)

Gundamaniaco ha detto...

A me piaceva di più la seconda serie.
Dove Artu funge da supereroe mascherato! :D

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