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lunedì 14 novembre 2016

Recensione: Hanasaku Iroha - Blossoms for Tomorrow

HANASAKU IROHA: BLOSSOMS FOR TOMORROW
Titolo originale: Hanasaku Iroha
Regia: Masahiro Ando
Soggetto & sceneggiatura: Mari Okada
Character Design: Mel Kishida (originale), Kanami Sekiguchi
Musiche: Shiroh Hamaguchi
Studio: P.A. Works
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anno di trasmissione: 2011



Il 2011 ce lo ricorderemo a lungo, per quel che riguarda l'animazione giapponese, come l'anno del revival dello slice of life. Genere che, per le sue caratteristiche flemmatiche, ha sempre rappresentato un tipo di visione (o lettura, se guardiamo ai manga) elitaria, riservata a quella nicchia estrema di spettatori in grado di apprezzare atmosfere intimiste e poetiche contraddistinte da un ritmo lento, posato e tranquillo, eppure il 2011 sarà contrassegnato dalla trasmissione nelle TV nipponiche di un discreto numero di titoli, molti di essi di spessore e realizzati con grandi mezzi: Usagi Drop, Wandering Son, Hyakko, Storia di un viaggio a Parigi e, appunto, questo Hanasaku Iroha - Blossoms for Tomorrow, l'unico del quartetto dal soggetto originale (gli altri sono tutte trasposizioni di materiale cartaceo), sceneggiato dalla famosa e prolifica Mari Okada e fresco dei disegni di Kishida Mel, storico illustratore di light novel e chara designer della saga J-RPG degli Atelier. La serie a mio avviso non è nulla di trascendentale, anche se troverà una certa notorietà a mio modo di vedere giustificata.

Fedelissimo alle regole, Hanasaku Iroha è pacato, rilassante, privo di un intreccio definibile come tale. Il suo focus sono le avventure quotidiane (raramente collegate tra loro) della protagonista sedicenne, Ohana Matsumae, ragazza di città costretta, per colpa della madre temporaneamente sparita di casa (per una fuga d'amore), a spostarsi a vivere in campagna e lavorare nell'albergo termale gestito dalla nonna. Peccato che l'anziana, che da tempo ha disconosciuto la figlia, non veda di buon occhio la nipote, e anche i rapporti di Ohana con i (pochi) clienti e gli altri colleghi saranno tutto fuorché cordiali o brillanti. Solo il tempo, la pazienza e la grande grinta lavorativa dell'estroversa ragazza le permetteranno di ambientarsi nel luogo fino ad amarlo e reputarlo una seconda casa, facendosi accettare da tutti, trovando l'amicizia, mantenendo vivo il rapporto col fidanzatino lasciato a Tokyo e riappacificando i suoi parenti. Non abbiamo perciò nulla di nuovo o memorabile, anzi: sin dal primo episodio si sa benissimo dove andrà a parare la sceneggiatrice in quasi ogni aspetto di questa onesta storia di crescita e formazione. Sicuramente si sono visti, anche nel genere, incipit di gran lunga migliori o più intriganti, ma sarebbe comunque ingeneroso liquidare l'opera P.A. Works come una serietta di dubbia originalità fatta tanto per fare. Non sarà la più innovativa al mondo, ma è scritta decentemente, animata e disegnata molto bene, e i personaggi, pur collaudatissimi (con diversi classici archetipi da otaku insomma, pensiamo alle colleghe moe e tsundere della stessa età di Ohana), funzionano. Non è un caso perciò se lo studio sarà particolarmente orgoglioso del suo lavoro, tanto da realizzarlo in onore del decimo anniversario della sua fondazione1.

Privo di eccessive ambizioni, Hanasaku Iroha tiene fede alle sue premesse fino in fondo: fresco, solare, spigliato, non annoia mai e si assapora come una bibita ghiacciata d'estate. Il suo cast, a parte gli accennati feticci otaku, è simpatico e credibile (oltre alle due colleghe di lei troviamo anche due cuochi, un vecchietto tuttofare, una frustrata portinaia trentenne single e successivamente uno scrittore erotico squattrinato che deve pagarsi vitto e alloggio) e questo è probabilmente il suo massimo pregio: tenere sempre desta l'attenzione sfruttando dignitosamente esso e le suggestive location termali, ispirate a quelle dell'albergo Yuwaku della città di Kanazawa2 e molto ben rese dai fondali (lo stesso locale ringrazierà personalmente la serie, dicendo che grazie a essa avrà un aumento di clienti del 7.4% nell'intero anno fiscale 20123). Le credenziali coinvolgono anche le ottime animazioni generali, fluide e altamente espressive, l'eccellente recitazione dei seiyuu e in particolar modo la resa davvero eccellente del bel chara design originale di Mel Kishida da parte di Kanami Sekiguchi: il tratto dolce, gentile e pastelloso è rispettato così bene - e senza alcun calo, fino alla fine - da aver meritato un encomio da parte dello stesso illustratore4. Probabilmente non si poteva, con una "trama" essenziale e prevedibile, tirare fuori qualcosa di più di questo, ma quello che c'è evidentemente basta e deve aver convinto abbastanza per spiegare le vendite più che discrete di DVD/BD in madrepatria (circa 6.500 copie a disco5).


Si avverte, tuttavia, durante la visione, la mancanza di un di più che renda la serie davvero ottima. Immancabili intermezzi umoristici, tormentoni comici (un gigantesco airone che sembra perseguitare Ohana) e artifici vari per far piacere Hanasaku Iroha a ogni palato (non manca neppure un triangolo sentimentale, anche se fortunatamente non al centro della narrazione) non riescono mai a rendere la storia particolarmente coinvolgente, sempre ancorata a sviluppi abbastanza ordinari, a un onnipresente buonismo e a una certa freddezza empatica. Anche se il microcosmo di personaggi che gravita attorno a Ohana gode di una discreta personalità e bene si presta a qualche vicenda allegra e un po' pazzerella,  mancano caratterizzazioni davvero forti capaci di trainare con entusiasmo 26 episodi: mi si potrà ribattere che nella realtà di tutti i giorni le persone semplici qualsiasi sono la norma e non l'eccezione e che, essendo per sua natura realistico, lo slice of life in quest'ottica funziona. Può darsi, ma sono dell'idea che ci vuole qualche estremizzazione di carattere per far risaltare al massimo scene di vita quotidiana, sennò ci si limita a riviverne semplicemente la noiosa routine. In Hanasaku Iroha si sorride e si apprezzano le vicissitudini dell'allegra protagonista, ma raramente si provano i suoi sentimenti, mai ci si sente eccessivamente coinvolti dalle sue iterazioni con i vari comprimari e, e questo è il problema principale, non si sentono mai di famiglia questi ultimi, non riuscendo a provare le emozioni di profondo affetto che più di una volta lo staff vorrebbe evocare con atmosfere poetiche e soffuse. Viene da pensare che forse ha un po' ragione il regista Masahiro Ando, quando dice che lui per primo non è sicuro di essere riuscito ad adeguarsi allo stile di scrittura emozionale della Okada6. Per concludere, terribili, infine, ma davvero atroci le due sigle di apertura, cantate con voce da anatra starnazzante da tale gruppo nano.RIPE, e anonime al massimo le musiche (non un problema da poco, visti i momenti intensi che dovrebbero sottolineare).

Rimane comunque agli atti una serie televisiva scorrevole e piacevole, forse troppo lunga per quel che ha da dire ma che ha comunque il pregio di non annoiare e di trovare un riuscito finale, l'unica nota un po' imprevedibile nel contesto in quanto inaspettata (solo in quel momento ci si renderà conto delle vere finalità della storia, che, come conferma la Okada7, riguardano il rapporto di un individuo con il mondo del lavoro). Anche se non pienamente degna di essere consigliata, insomma, Hanasaku Iroha rappresenta un discreto esponente del genere.

SEQUEL
Hanasaku Iroha: Home Sweet Home (2013; film)

Voto: 7 su 10


FONTI
1 Sito internet, "Anime News Network", alla pagina web http://www.animenewsnetwork.com/news/2010-08-01/p.a-works-hana-saku-iroha-previewed-with-promo-video
Come sopra, alla pagina. http://www.animenewsnetwork.com/interest/2012-04-16/hanasaku-iroha-credited-with-7.4-percent-rise-in-hot-spring-visitors
3 Come sopra
4 Intervista a Mel Kishida pubblicata alla pagina web http://www.anibee.tv/news/sg/anime-station/3035/interview-with-kishida-mel
5 Media approssimativa (non matematica) dei dati di vendita ufficialmente diramati da Oricon (principale catena di distribuzione in Giappone) in riferimento ai volumi 2,5, 7 e 8. Vedere le seguenti pagine di "Animeclick": http://www.animeclick.it/news/29460-classifica-bd-anime-venduti-in-giappone-15082011-21082011, http://www.animeclick.it/news/30408-classifica-bd-anime-venduti-in-giappone-14112011-20112011, http://www.animeclick.it/news/31035-classifica-bd-anime-venduti-in-giappone-16012012-22012012http://www.animeclick.it/news/31299-classifica-bd-anime-venduti-in-giappone-13022012-19022012
6 Intervista a Masahiro Ando, pubblicata su "Anime News Network" alla pagina web http://www.animenewsnetwork.com/interview/2014-03-04/interview-masahiro-ando
7 Intervista a Mari Okada pubblicata nel forum di "Animesuki" alla pagina http://forums.animesuki.com/archive/index.php/t-112594-p-2.html (quinto post)

lunedì 21 luglio 2014

Recensione: Ping Pong - The Animation

PING PONG: THE ANIMATION
Titolo originale: Ping Pong
Regia: Masaaki Yuasa
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Taiyou Matsumoto)
Character Design: Nobutake Ito
Musiche: Kensuke Ushio
Studio: Tatsunoko Production
Formato: serie televisiva di 11 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2014


Per un autore così attratto dalla sperimentazione pare scelta piuttosto insolita quella di un manga sportivo sul ping pong da trasporre in animazione, ma Masaaki Yuasa non ha mai dimostrato paure o esitazioni di fronte a cose apparentemente impossibili, e uno sguardo al suo curriculum dovrebbe come sempre bastare per capire che una storia tra le sue mani non corre il pericolo di venire danneggiata, per quanto stramba, semplice o anche solo poco interessante possa apparire.

Accompagnato as usual dai grezzi disegni di Nobutake Ito, che anche in questa occasione fanno sfoggio di un tratto tremolante che distorce grottescamente e al limite del comprensibile corpi e volti dei personaggi, Yuasa prende un eccellente materiale di partenza, il manga Ping Pong di Taiyou Matsumoto, serializzato tra il 1995 e il 1996 e già portato al cinema nel 2002 con un live action, e, rimanendone fedele nello spirito concettuale e nell’esuberanza registica, offre ancora una volta uno spaccato sorprendente di raffigurazione visiva senza per forza necessitare di budget stellari, disegni stratosferici e animazioni da infarto. Come accadeva quarant’anni fa con Aim for the Ace! (1973), Yuasa fa suo l’impressionante spirito innovativo di Osamu Dezaki e spreme la penuria di animazioni a disposizione in un capolavoro visivo dove ogni fotogramma gronda un estetismo di gran spessore: split screen a non finire che si frantumano fino a portare una sorta di griglia fumettistica su schermo, inquadrature attraverso gli angoli più improbabili e scomodi, simbolismi tra il buffo e l’avanguardistico che disintegrano anatomie e le ricompongono in rettili e robot che sintetizzano i cosiddetti colpi speciali e li ridimensionano paradossalmente con un realismo esemplare, improvvisi rallentamenti di ritmo e una ripetizione allucinante di animazioni per simbolizzare stop e reprise dei vari match, un uso fortissimo e stordente dei colori più caldi, con il viola che risalta su tutti per mezzo di quelle scarpe da pugno in un occhio… insomma, Yuasa è in grado di sorprendere senza sosta, reinventandosi episodio dopo episodio con trovate sempre diverse che spesso lasciano senza parole per freschezza e armonia.

 

Se quindi è forse difficile accettare il chara di Ito, fedele comunque alle precedenti collaborazioni con Yuasa, davvero troppo deformato per poter anche solo minimamente appagare in un campo senza compromessi come quello dell’animazione, la potenza registica è tale da occultare tale scelta stilistica, o quanto meno da metterla in secondo piano così come fa con la ristrettezza quasi umiliante di un budget che, in mani diverse, avrebbe permesso soltanto animazioni legnosissime e penosi fermi immagine anche abbastanza fuori luogo nel 2014. È naturalmente fondamentale la sceneggiatura, i personaggi spiccano per caratterizzazioni sentite e profonde, e la coralità narrativa cala uno dietro l’altro assi psicologici: l’esuberanza di Peco e la totalità con cui affronta e vive il gioco e la riservatezza aliena di Smile e la sua perenne tristezza nell’accettare una vita passiva, sono chiaramente facce di una moneta che ha molti altri lati, in primis la crisi di Peco e la potenza con cui ne esce, argomento raramente affrontato con simile tatto e gestione delle reazioni attraverso riflessioni e dialoghi di una portata che appare quasi fuori campo per un manga e, di conseguenza, una trasposizione animata. La loro amicizia, così forte e distante allo stesso tempo, regge gli undici episodi con una sequela di incontri-scontri che non sfocia mai nella classica rottura/riappacificazione, ma in un più difficile e insolito, ma molto più realistico e veritiero, allontanamento dovuto semplicemente alla vita, alla diversa maturazione, a interessi che crescono e poi si spengono, ad amicizie che ne assorbiscono delle altre. Meravigliosa pertanto la strutturazione in grossomodo tre tronconi che racconta la solidità iniziale, il parziale distacco e infine il giusto ritrovarsi dove la metafora sportiva di questi due fuoriclasse della racchetta non è soltanto metafora ma onesto specchio della realtà.

Attorno a loro fioriscono altre personalità molto valide: dalla fermezza dittatoriale dei giocatori del team Kaio alla superbia del campione allontanato dalla madrepatria Kon “China” Wenga, dalla stupida arroganza di Dragon all’umana saggezza dei due allenatori, il cast di Ping Pong è così ricco di persone semplici e vere che fanno cose vere, dove sono molti più gli sbagli e le scelte poco più “scomode” rispetto al comfort di una narrazione tradizionale, che si possono perdonare certe compressioni di dialoghi e riflessioni che comportano a tratti un’eccessiva complessità nello svolgersi dei fatti e a un accumulo di personaggi e situazioni in alcuni momenti di tutt’altro che facile sbrogliamento. Ma in fondo è poca cosa rispetto alla grandiosità di ciò che si respira, elettrizzato tra l’altro da una fenomenale opening rockeggiante che mette la giusta carica significativa all’opera e si ripercuote in una OST di soluzioni tanto vivaci quanto introspettive.


Tra i pochi punti fermi dell’animazione attuale, Yuasa sembra non sbagliare un colpo e, anzi, pare essere in continuo, incredibile miglioramento. Avanti così.

Voto: 8,5 su 10

lunedì 6 gennaio 2014

Recensione: Steins;Gate The Movie - Loading Area of Déjà vu

STEINS;GATE THE MOVIE: LOADING AREA OF DEJA VU
Titolo originale:
Gekijōban Steins;Gate - Fuka Ryōiki no Dejavu
Regia: Kanji Wakabayashi
Soggetto: (basato sul videogioco originale di 5pb & Nitroplus)
Sceneggiatura: Jukki Hanada
Character Design: huke (originale), Kyuuta Sakai
Musiche: Takeshi Abo
Studio: WHITE FOX
Formato: film cinematografico (durata 90 min. circa)
Anno di uscita: 2013


Accontentare critica e pubblico è sempre cosa di difficile approccio, facile spesso ricalcare situazioni e divertimenti senza troppo impegno per dare ai fan quell’“ancora di più” di prevedibile richiesta al termine di un’opera completa e chiusa ma di così piacevole intrattenimento e compagnia da soffrirne inevitabilmente la mancanza al termine. La qualità di Steins;Gate (2011), al di là dell’intelligente meccanismo fantascientifico e delle brillanti trovate sui viaggi nel tempo, stava tutta nel gioco dei personaggi, figure dalla spiccata personalità con cui affezionarsi nel giro di una manciata di episodi, chiaro quindi che l’idea di un sequel è in questo caso ipotesi affrontata con gran sorriso, impossibile sottrarsi al fascino di una nuova storia avente per protagonisti la scalcagnata truppa scientifica capitanata dal mad doctor Rintaro Okabe, e difficile sicuramente rimanere delusi dato il ritrovare il team degli autori quasi al gran completo.

La scelta di un film cinematografico è ideale, ben venga un maggior battage pubblicitario e una storia compressa in 90 minuti, è situazione differente che funge allo stesso tempo da omaggio, celebrazione e, appunto, seguito. Ambientato poco dopo gli avvenimenti della serie, Loading Area of Déjà vu rimette insieme il gruppo ma ne cambia l’effettivo protagonista con mossa giusta ed esemplare: a essere in pericolo questa volta è proprio Rintaro, che scompare e riappare senza controllo tra le linee temporali visitate in passato, e a rincorrerlo e salvarlo tocca a Kirisu, in una classica corsa contro il tempo nel mezzo di strambi paradossi e malinconica simpatia.

Lo stile frizzante e il ritmo saltellante vengono mantenuti con la stessa forza della serie, la velocità con cui le illogiche alterazioni temporali investono i protagonisti è scandita da una regia intelligente che pone molta attenzione alle inquadrature ricche di particolari, a un dinamismo fatto paradossalmente con personaggi spesso fermi a dialogare, e per quanto sia meno raffinata rispetto all’opera madre ne conserva comunque quello spirito stramboide che in fondo identifica l’anime tutto. Inalterata è ovviamente anche l’ironia sprigionata da caratterizzazioni di ferro che, pescando a piene mani dai cliché dall’animazione (la tsundere, la moe, l’otaku), mantengono quella semplice ma potente espressività, quella naturale e quotidiana simpatia temprate in 25 episodi e qui riproposte con quella piccola aggiunta che vivacizza maggiormente tutti quanti (la furbata amorosa di Daru, il passato di Shiina, il legame tra Kirisu e Rintaro).

 

In una buona conferma di animazioni (il livello, per quanto televisivo, rimane sempre alto per l’importanza data ai dettagli), musiche (insopportabili le lunghe litanie tra lounge e low elettronica, ma il resto è molto dolce e delicato) e chara (personale, non bellissimo, eppure per me irresistibile), ciò che viene meno è probabilmente la trama: priva di una naturale e lunga episodicità la lentezza machiavellica di Steins;Gate non può emergere appieno, e infatti Hanada escogita un intreccio curioso e con uno splendido, splendido finale che chiude in maniera ancora più completa e commovente la vicenda complessiva, ma è forse un poco sbrigativo nell’alternare le ricerche temporali di Kirisu alla quotidianità del club, si concentra chiaramente su di lei e su Rintaro e ritaglia uno spazio inevitabilmente minore per tutti gli altri, privando l’opera di quella sua colorata e stravagante complessità, ma ciò non toglie il solito ottimo lavoro dialogico e una narrazione sempre coerente tanto nella sua serietà e quanto nelle sue parentesi più strampalate.

Voto: 7 su 10

PREQUEL
ChäoS;HEAd (2008; TV)
Steins;Gate (2011; TV)

SEQUEL
Robotics;Notes (2012; TV)

venerdì 15 giugno 2012

Recensione: Lei e il gatto

LEI E IL GATTO
Titolo originale: Kanojo to Kanojo  no Neko
Regia: Makoto Shinkai
Soggetto & sceneggiatura: Makoto Shinkai
Character Design: Makoto Shinkai, Mika Shinohara
Musiche: Tenmon
Studio: ComixWave
Formato: cortometraggio (durata 4 min. circa)
Anno di uscita: 1999
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Kaze


Con questo secondo, piccolo lavoro, Makoto Shinkai inizia a riscuotere i primi successi, vincendo il DoGa CG Animation contest nel 2000. Gli bastano appena cinque minuti per espandere e rendere ancora più significativo il messaggio contenuto in Other Worlds (1999), modellandolo in una vicenda meno criptica e frenetica del predecessore, che lo spettatore può quindi assaporare più piacevolmente. È interessante che Lei e il gatto sia narrato attraverso il punto di vista del gatto stesso, Chobi, che osserva la sua padrona maturando un forte legame affettivo anche se non riesce ovviamente a capire la natura umana. La ragazza si trova in una sorta di stato depressivo: la si vede, sfuggente, vivere una vita che il gatto/spettatore non conosce. Una vita raccontata, per quanto ne possa capire, dai pensieri semplici e buffi, ma non per questo meno profondi nella loro innocenza, di questo simpatico batuffolo di pelo.

Ritornano, quindi, i temi della separazione, della lontananza e della paura della solitudine, animati questa volta con una maggior corposità pur rimanendo, sia chiaro, in un limbo minimale dove le immagini e disegni (sporchi ma allo stesso tempo dolci) si susseguono (e in alcuni casi, ripetono) mostrando lievi movimenti, per lo più poco importanti, accompagnati da una tenue colonna sonora pianistica (a opera di Tenmon, amico personale di Shinkai, che a partire da Lei e il gatto diverrà presenza fissa in tutti i lavori successivi). Da riscoprire se si vuole avere un quadro completo della produzione di Shinkai prima del successo internazione de La voce delle stelle (2002). Shinkai tornerà a raccontarci il punto di vista di un gatto nei riguardi della sua famiglia umana, questa volta in termini prettamente comici, nel divertente A Gathering of Cats contenuto nell'antologia animata Ani-Kuri 15 (2007).

Unica reperibilità italiana di Lei e il gatto, sottoforma di extra insieme a La voce delle stelle, consiste nella Collector's Edition a 3 DVD edita da Kaze di 5cm per second (2007), secondo lungometraggio cinematografico di Makoto Shinkai.

Voto: n.v.

mercoledì 6 giugno 2012

Recensione: Summer Wars

SUMMER WARS
Titolo originale: Summer Wars
Regia: Mamoru Hosoda
Soggetto: Mamoru Hosoda
Sceneggiatura: Satoko Okudera
Character Design: Yoshiyuki Sadamoto
Musiche:Akihiko Matsumoto
Studio: Mad House
Formato: film cinematografico (durata 114 min. circa)
Anno di uscita: 2009
Disponibilità: edizione italiana in dvd & blu-ray a cura di Kaze


In un vicino futuro, gran parte dell'umanità è iscritta al social network OZ, immensa community virtuale dove i suoi miliardi di utenti interagiscono attraverso centinaia di applicazioni. Nella vita reale Kenji, giovanissimo, timido programmatore, ma tra i più importanti matematici del Paese, accompagna la bella compagna di classe Natsuki a una misteriosa gita. In verità, la ragazza lo porta a una riunione di famiglia in una casa in campagna, spacciandolo come fidanzato alla nonna per renderla felice. Pur scioccato, Kenji accetta la parte perché invaghito di lei, ma questa è l'unica nota positiva della giornata: involontariamente, risolvendo un enigma crittografato che pensa essere un quiz di OZ, aiuta un virus/AI chiamato Love Machine, sfuggito di controllo ai militari americani, a prendere possesso del sistema, asservendolo ai suoi scopi e assimilandone quasi tutti gli account, entrando così in possesso di tutti i dati personali di quasi tutti gli individui più importanti del pianeta. Accusato ingiustamente di terrorismo, Kenji dovrà darsi da fare per dimostrare la propria innocenza e distruggere il virus, prima che questi, con tutte le sue informazioni, comandi letteralmente il mondo.

Il parere del Corà

Non era compito facile replicare la qualità sorprendente de La ragazza che saltava nel tempo, il “primo” lungometraggio di Mamoru Hosoda, arrivato dopo vari film sui Digimon e One Piece, trasudava freschezza e meraviglia con un’eleganza raramente vista altrove. Devono passare tre anni prima di vedere Summer Wars, che ancora una volta sfrutta la fantascienza per parlare d’altro, costruendo una storia non-fantastica che tratta, come la precedente pellicola, di amicizie e amori giovanili con tatto gentile e sentito, ma purtroppo senza raggiungerne la raffinatezza compositiva.


Basato stavolta su un soggetto originale di Hosoda stesso (seppur debitore proprio a quello del secondo film dei Digimon da lui diretto, Our War Game del 2000)  sul quale la brava Satoko Okudera scrive una serratissima e scrupolosa sceneggiatura, Summer Wars pecca proprio laddove La ragazza che saltava nel tempo aveva brillato: utilizzando un tema classico della sci-fi recente come la realtà virtuale e quanto collegato a essa (social network e online gaming), Hosoda non riesce mai a dare quella giusta verve, quella spontaneità fantascientifica, quella semplicità strutturale che aveva permesso al suo precedente film di trarre paradossalmente energia dall’argomento usato (il classicissimo “viaggio nel tempo”), senza risultare banale o poco incisivo. Cose che, invece, risulta essere l’elemento tecnologico di Summer Wars. Pur assemblato con gran visionarietà (lo sfondo costantemente bianco, la gestione coloratissima degli avatar), il social network OZ pare un comune, blando mondo virtuale come tanti altri, dove si parla, si fa amicizia, si combatte come in un picchiaduro e dove si deve sopravvivere dopo l’arrivo di Love Machine, un’intelligenza artificiale innescata rocambolescamente e che vuole distruggere tutto. Ma l’elemento fantascientifico, così come le vicende chiave utili a risolverlo, serve più che altro da collante per la storia e si rivela essere quasi accessorio di fronte alla forza psicologica del numerosissimo cast, vero punto di forza della pellicola. Summer Wars dà infatti il meglio di sé nella rappresentazione di decine di personaggi che, tolti ovviamente i due protagonisti Kenji e Natsuki, appaiono tutti equamente importanti nella gestione complessiva. Il compleanno di nonna Sakae riunisce la famiglia per alcuni giorni di festa, e il circo di caratteri opposti dà spirito alla pellicola, rendendola spumeggiante, irresistibile nei lunghissimi scambi dialogici tra parenti, negli indiavolati battibecchi, nei ricordi evocati, nei rancori covati e nelle passioni sentite. Okudera svolge un lavoro impressionante nel dare spazio a ogni singolo componente, e Hosoda è magistrale nel dirigere l’enorme cast con lunghe inquadrature fisse dove i personaggi gridano, ridono, litigano e interagiscono senza sosta, in un caos perfettamente controllato.


L’intervento fantascientifico sembra quindi quasi togliere tempo a questa grande festa di personalità, subentrando con interventi che, pur non infastidendo, appaiono vistosamente forzati (la rabbia di Wabisuke, la mente dietro Love Machine e il motivo per cui è stata creata, i meccanismi per risolvere la faccenda grazie ai lavori di alcuni componenti della famiglia, la stessa capacità matematica di Kenji) nell’intrecciare la vicenda. Pur mostrandosi sempre divertente (la sequenza dei blocchi di ghiaccio), Summer Wars pare tentennare sotto l’enorme sfarzo grafico (che naturalmente occupa l’ultima parte della pellicola nell’inevitabile, lunghissimo e visivamente maestoso scontro finale), quasi la bellezza animativa fosse un elemento secondario nella visione di Hosoda e Okudera, quasi non riuscissero ad adoperarla pienamente perché concentrati su ben altro, quegli elementi di tenera simpatia, di quotidiana attività familiare, di naturalezza psicologica che, apparendo mostruosamente realistici, donano alla pellicola un carattere proprio, un approccio stilistico assai personale e riuscito.

Voto: 6,5 su 10

Il parere del Mistè

Tre anni dopo La ragazza che saltava nel tempo, il regista-rivelazione Mamoru Hosoda, la sceneggiatrice Satoko Okudera e il chara designer Yoshiyuki Sadamoto tornano a lavorare insieme in un nuovo lungometraggio, a sua volta calorosamente applaudito da pubblico e critica. Meritatamente o meno, Summer Wars si rivela decisamente superiore al sopravvalutato predecessore. La storia, creata da Hosoda stesso ma a sua volta palesemente influenzata da quella di Our War Game, secondo film dei Digimon da lui stesso diretto nel 2000, pur pescando a piene mani da Ghost in the Shell e le classiche commedie romantiche degli equivoci, ha il pregio di coniugarne i tratti principali, in un intreccio bizzarro ma non per questo ridicolo. Kenji deve non solo combattere intelligenze artificiali nel cyberspazio, attraverso linguaggi di programmazione, firewall e spettacolari combattimenti tra avatar, ma anche fare colpo sulla sua bella Natsuki e farsi accettare dalla famiglia, che dopo le accuse di terrorismo e aver smascherato il finto fidanzamento lo reputano un poco di buono. Un film bello lungo, quasi di due ore, che seppur non perfetto, e non privo di ingenuità e tempi morti, ha il pregio di essere sempre estremamente piacevole.

Più che il solito grande lavoro di animazioni e chara design, su cui sorvolo volentieri visto il consueto alto livello profuso da Mad House, il grande pregio della pellicola risiede nell'accurato lavoro di caratterizzaziione delle simpatiche, umane personalità che compongono la famiglia di Natsuki. Tra il poliziotto testa calda, il maniaco dei samurai e della guerra, la bella zitella che ripete ogni volta che lo è per scelta, l'accanita tifosa di baseball, il ragazzino nerd, i bambini chiassosi e un'altra decina di individui, la sceneggiatrice Okudera scolpisce personalità forti e carismatiche, perfettamente umanizzate da vestiario, tormentoni e modi di parlare/pensare, al punto che si potrebbe tranquillamente scambiarli per propri familiari. Davvero un gran lavoro di dialoghi, che aiutano molto il processo di immedesimazione nell'impacciato Kenji, spaesato nello stare, visto il suo stile di vita sedentario, a suo agio in una famiglia così numerosa. Il processo di "avvicinamento" alla sua bella, poi, è decisamente coinvolgente, al punto che a fine visione è facile intristirsi al momento di salutarli. Un gran passo in avanti, in questo senso, davanti al dimenticabile cast de La ragazza che saltava nel tempo.


La restante parte di girato è un innocuo picchiaduro cyberpunk che si prende troppo sul serio. A Hosoda piace ammaliare con soluzioni visive di impatto spettacolare (la sequenza d'apertura del film, le mille trasformazioni fantasmagoriche di Love Machine quando assimila miliardi di avatar, i combattimenti nella realtà virtuale), esasperandole fino a sconfinare nel prolisso. D'altro canto, anche le reazioni dei personaggi riguardo alla vicenda portante sconfinano spesso nell'assurdo, generando scene in teoria drammatiche ma alla realtà dei fatti ridicole (tipo chi si mette a piangere o a parlare di fine del mondo per aver perso un combattimento virtuale con Love Machine, anche se i suoi obiettiivi rimangono oscuri). Rimane chiara e condivisibile la denuncia del film nei riguardi di facebook, twitter e social network similari, che provocando dipendenza portando gli utenti ad abbassare sempre più i riguardi verso la propria privacy e i rapporti sociali, ma è sicuramente pretestuosa, a tratti delirante l'idea che tutti gli iscritti a OZ condividano anche, pur se  a livello di alta sicurezza, dati importantissimi come codici di detonazione di bombe nucleari, rotte di satelliti et similia.

Pur forse troppo "serio" per l'argomento ridicolo che tratta, Summer Wars rimane comunque un gradevolissimo film d'intrattenimento, un originale mix cyberpunk/romantico con bei personaggi e dialoghi, un love story degna di essere narrata e tanta spettacolarità nelle orgie grafiche che condiscono oltre la metà del lungometraggio. Una visione che mi sento di consigliare, anche per merito dell'ottimo doppiaggio italiano a cura di Kaze.

Voto: 7 su 10

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