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mercoledì 15 settembre 2010

Recensione: GUNxSWORD

GUNxSWORD
Titolo originale: GUNxSWORD
Regia: Goro Taniguchi
Soggetto e sceneggiatura: Hideyuki Kurata
Character Design: Takahiro Kimura
Mechanical Design: Seiji Tanda
Musiche: Kotaro Nakagawa
Studio: AIC
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2005


Il pianeta Endless Illusion, far west tecnologico e ritrovo di vagabondi e gentaglia da tutto l'universo, ospita i pellegrinaggi di Van, misterioso spadaccino in smoking. Capace di evocare il potente Dann, armor da combattimento, il malinconico individuo cerca L'Uomo con l'artiglio, il bastardo che gli ha ucciso la moglie il giorno delle nozze. Nel suo cammino stringe alleanza con numerosi altri combattenti e possessori di armor, tutti accumunati da risentimento personale verso l'assassino...

Ben più che in s-CRY-ed o nel successivo Code Geass, è in GUNxSWORD che splende il più ispirato Goro Taniguchi dell'animazione action, a dirigere la summa della sua folle visione del genere. Dietro il curioso titolo, profetico di ambientazioni western e contaminazioni orientali, una delle più coinvolgenti storie di vendetta mai create in animazione. Un carisma, quello di GUNxSWORD, già ravvisabile dalla opening omonima: musicalmente un evocativo brano morriconeggiante, visivamente un curioso insieme di silhouette nere che rappresentano i personaggi del cast. Si "riempiranno" solo nel momento della loro prima apparizione nella storia, per poi eventualmente oscurarsi di nuovo nel caso della loro morte. Come intuibile, non un solo episodio avrà tutte le sagome scure o "svelate". Un elemento di genio che è solo la punta dell'iceberg della personalità con cui il regista dirige GUNxSWORD, realizzando un capolavoro action per molti versi ancora ineguagliato. La storia non è nulla di trascendentale e certi stereotipi, a livello di caratterizzazioni di personaggi o robottoni, sono palesi(facilmente riscontrabili echi di Trigun nel protagonista e nelle ambientazioni, di Cowboy Bebop nel mood, di Gaogaigar nel design di alcuni robottoni), ma è il modo in cui è diretta e raccontata a essere memorabile.

Come Taniguchi insegna, primi metà di serie di puro scazzo per presentare i personaggi. E così sia. Comici e deliranti al punto da raggiungere e superare le vette del bizzarro, i primi tredici episodi sono un continuo omaggiare alle atmosfere del Super Robot classico, dei sentai e sopratutto della filmografia western classica, da cui derivano i suggestivi brani della soundtrack di Kotaro Nagakawa. Van e Wendy, giovane ragazzina che lo accompagna per ritrovare il fratello perduto, iniziano un viaggio solitario per il mondo di Endless Illusion, alla ricerca di indizi per trovare l'Uomo con l'artiglio. Nelle peregrinazione troveranno negri fissati col culto della Dea Bendata, grassoni che stritolano le vittime con baffi dotati di vita propria (!), invincibili piloti di robottoni ormai in pensione e perennemente sbronzi (con la Victory Theme cantata in messicano!), improbabili ladri, armor ultra-grotteschi e ogni genere di follia e amenità. Tante avventure autoconclusive per presentare con cura l'eroe e quei 2/3 personaggi che si uniscono a lui alla ricerca di questo villain la cui importanza sembra marginalissima. Seppur divertenti e demenziali, queste tredici puntate per più di qualcuno hanno rappresentato un deterrente per smettere o neanche iniziare la visione, creando la leggenda dell'opera come un clone svogliato di Trigun. E qui arriva un grande insegnamento: un anime, come qualsiasi opera seriale, può essere commentato solo dopo averlo visto fino in fondo. Dopo una prima parte scanzonata si cambia registro: inizia la storia principale e così l'epica battaglia di Van e compagni contro l'Uomo con l'artiglio e i suoi pericolosi alleati, gli Original Seven anch'essi possessori di letali armor, ognuno con incredibili capacità combattive.


Se da un lato il plot abbastanza ordinario, il chara design puramente funzionale e la personalità scarsa di alcuni comprimari sono ben percepibili, è la superba caratterizzazione degli Original Seven nemici a meritare una parentesi: non i soliti tirapiedi che esauriscono tutto quel che hanno da dire nello spazio di due puntate, ma pazzoidi irresistibili o idealisti dal triste passato, che combattono cercando un futuro migliore per il pianeta. Personaggi memorabili capaci di commuovere nei loro discorsi o nel loro ruolo di antieroi destinati a cadere sotto le spadate di Dan. Stesso grande carisma lo riveste il folle villain, quel vecchio bonaccione di un Uomo con l'artiglio che con un incredibile piano vuole creare un mondo di pace e felicità e non ha alcuno scrupolo a realizzarlo, accarezzando amorevolmente un cerbiatto e magari pochi minuti dopo facendo a pezzi degli uomini che intendono tradirlo. Da brividi. Una storia di vendetta, basica basica, che per merito di caratterizzazioni fortissime e stravaganti diventa subito coinvolgente appena ha modo di delinarsi. A condurla con maestria ci pensa la visione cinematografica di un Goro Taniguchi scatenato, che si permette, grazie al budget AIC, una regia magistrale, virtuosa sia in adrenaliniche, distruttive sequenze action che in raffinati inserti drammatici, al punto da raggiungere spesso le vette del lirismo (un'inquadratura su tutte: quella che chiude l'episodio 19). Tutto ben coadiuvato dalla solita, azzeccatissima scelta per insert song dolci o struggenti. Sopratutto, già visto in PlanetEs, è tratto del regista il continuo, originale distriscarsi tra atmosfere epiche e demenziali.

Causa di orrore per alcuni, di genio per altri, è la sua volontà di frammentare continuamente episodi cupi con altri addirittura goliardici (da stracult la puntata della gara dei costumi da bagno), per una miscela assurda che, per chi scrive, non stona affatto, rendendo più imprevedibile e originale il dipanarsi di un intreccio altrimenti ordinario. In questo caso è apprezzabile quel senso dell'humor che non viene mai meno, così come la figura, ormai leggendaria per gli animefan, di Fasalina, la bella e svestitissima Original Seven che combatte col suo armor ballando al suo interno la lap dance.


Folle, avvincente ed epico come non mai, con una cura tecnica e registica mostruosa e un climax straordinario come ci si attende, GUNxSWORD è un'opera criminalmente sottovalutata che, a tutti gli effetti, merita di entrare nell'empireo delle opere di culto di genere robotico. Forse i suoi tredici episodi iniziali scoraggeranno più di qualcuno a tentare la visione, ma sarebbe un errore: superato lo scoglio ci si trova tra le mani un gioiello che vale ogni minuto della visione. La speranza è che, insieme a Infinite Ryvius, arrivi presto in Italia anche l'ultimo dei capolavori inediti del regista.

Voto: 9 su 10

lunedì 13 settembre 2010

Recensione: PlanetEs

PLANETES
Titolo originale: ΠΛΑΝΗΤΕΣ
Regia: Goro Taniguchi
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Makoto Yumikura)
Sceneggiatura: Ichirou Ohkouchi
Character Design: Yuriko Chiba
Mechanical Design: Seiichi Nakatani, Takeshi Takakura
Musiche: Kotaro Nakagawa
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 2003 - 2004
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Beez



Impossibile recensire il primo vero capolavoro d Goro Taniguchi senza dare ampia descrizione al manga, altrettanto memorabile, su cui è basato. PlanetEs è in primis il fumetto di debutto di Makoto Yumikura, oggi sulla cresta dell'onda con il bel shonen/seinen storico Vinland Saga, ma che già nel 2001 trova consacrazione con l'opera della carriera. Siamo in un vicino futuro, il 2075, dove i viaggi nello spazio sono ormai routine per l'umanità. Il fumetto segue da vicino le imprese di un gruppo di astronauti il cui lavoro è raccogliere detriti spaziali, fonte di pericolo per le navigazioni spaziali: Yuri, dopo aver perso la moglie in un incidente a bordo di uno shuttle, lavora da anni per ritrovare un suo ricordo disperso nel gelido vuoto; Fee è una grintosa madre che si domanda perché continuare a raccogliere cianfrusaglie sapendo che fioriranno sempre per colpa dell'uomo; Hachimaki, il protagonista, cinico, disilluso e materialista, è un ragazzo che si dà forza mettendo da parte i risparmi per comprare un'astronave tutta per navigare da solo. La sua incrollabile visione di vita trova opposizione quando incontra Ai Tanabe, giovane sognatrice, che legandosi a lui inizia a farlo maturare fino a fargli capire che non può esistere una vita priva del benché minimo amore. Da quest'incipit scarno e realistico prende via una delle più belle riflessioni cartacee a memoria d'uomo sulla vita: PlanetEs è una storia sull'ambizione, sulle paure, sulla crescita. Conoscendo Hachimaki, Fee, Yuri e Ai ci si affeziona a personaggi veri, umani, che come il lettore hanno paure, aspirazioni, debolezze, e maturano sempre più a contatto con la realtà che li circonda. Un'opera corale che, sfruttando la cornice fantascientifica e la storia di Hachi come pretesto, fornisce numerosi spunti di riflessione sui problemi dell'umanità, discorrendo di religione, guerra, terrorismo, divario tra Paesi del primo e del terzo mondo con nonchalance, equilibrio e piglio accattivante, senza troppa retorica, abbondando in poesia e intimismo (esemplari le riflessioni interiori dell'eroe o i suoi dialoghi con l'Es freudiano, da qui il nome dell'opera).

Un tale monumento narrativo e filosofico che pensare di trasporlo così com'è, in animazione, sarebbe solo incivile. Sunrise affida quindi a Goro Taniguchi e Ichirou Ohkouchi, nel 2003, regia e sceneggiatura della versione animata, con il manga ancora in corso, e il regista di Infinite Ryvius risponde con un capolavoro nel vero senso della parola, non mera carta carbone ma opera a sè stante. Con la personale rilettura del manga, Taniguchi dirige il suo miglior lavoro, con la quale ogni nuova serie d'animazione dalle tematiche affini dovrà fare i conti. Stessa base di partenza e medesimi personaggi, ma concettualmente due storie profondamente diverse.

La prima differenza che salta all'occhio è che nel manga protagonista assoluta è la squadra di astronauti formata da Yuri, Fee, Hachimaki, mentre ora trovano spazio in essa anche lo stravagante indiano Arvind "Robbie" Ravi, il prigro e nullafacente Philippe Myers e l'introversa impiegata Edelgard. Ai Tanabe entra nella sezione fin dal primo episodio e sono oltretutto aggiunti, ai fini della trama, nuovi personaggi legati ad Hachimaki: la sua ex Claire Rondo, ambiziosa impiegata nella sezione controllo della seconda divisione Technora (l'azienda per la quale lavorano i nostri eroi); Kho Cheng-Shin, suo miglior amico, e Gigalt Gangaragash, vecchio istruttore per il quale il ragazzo prova venerazione e rispetto. Il secondo punto di rottura è la struttura narrativa: se l'impalcatura del manga si basa su singoli episodi slegati che solo a storia inoltrata trovavano un filo conduttore, in animazione cambia il loro ordine cronologico (e al contempo si inverte in essi il ruolo di personaggi e situazioni) e sopratutto, fin dall'inizio, viene fornita una trama portante che lega il tutto con solida continuity, focalizzata ad approfondire molto più del capostipite il background politico. Due sguardi diversi allo stesso universo. Vero punto di convergenza è l'oggetto posto in essere dalla storia, la crescita interiore di Hachimaki (dapprima spigoloso e sprezzante, poi, innamoratosi di Ai, capisce che "non si può andare per un lungo viaggio senza un porto dove tornare"). Nell'originale a farlo cambiare è la contrapposizione tra il suo cinismo e l'idealismo romantico della ragazza, in animazione sono le sue dure esperienze con la morte e il terrorismo a fargli ricercare, come un bambino, l'ala protettiva e amorevole di lei.

Differenze a parte, PlanetEs vive anche senza essere paragonato al fumetto: la sua storia, drammatica e commovente, vive di mirabili suggestioni. Come in quasi tutte le sue opere, Taniguchi sfrutta al massimo il budget Sunrise per imprimere alla produzione il suo tocco autoriale, unico in tutta l'animazione nipponica, attraverso insert song dolcissime (Secret of the Moon), ricercate soluzioni registiche di stampo cinematografico (da brividi il primo bacio tra Hachimaki e Tanabe) e modificando a ogni episodio, come da tradizione, le immagini della splendida opening. Quest'ultima forma, con la ending, un bellissimo emblema dalla doppia faccia del protagonista Hachi: la sigla d'apertura, che rievoca per immagini il cammino dell'uomo verso lo spazio, simboleggia le ambizioni di cui lui stesso vorrebbe essere protagonista; la seconda, amarcordiana, si focalizza sui ricordi di un'infanzia ingenua e sognante. Da notare anche come in PlanetEs il regista inaugura, facendolo poi ritrovare nelle opere successive,  il bizzarro hobby di mescolare, spesso con assoluta continuità, serio a faceto, episodi demenziali e puntate drammatiche: uno stranulato stile di racconto che comunque non impedisce alla storia di andare a parare dove deve, con climax o finali così intensi da riscattare il teatrale ridicolo precedente.


L'amore degli autori nel rappresentare la ricerca e la fatica nel realizzare i propri sogni trasuda da ogni singolo fotogramma: dall'inizio alla fine la straordinaria opera di caratterizzazione di tutti i personaggi (aiutati in quest'occasione da un character design più adulto e realistico del tondeggiante tratto dell'autore originale) porta a un'immedesimazione tale che li si sente vicinissimi a sè, e se a questo si aggiunge l'ottimale qualità di quasi tutti i 26 episodi capiremo perché PlanetEs è forse una delle migliori serie d'animazione del nuovo secolo. Sì, perché oltre a ritrovare la stessa eleganza e freschezza di Yumikura, da Taniguchi ereditiamo una storia di personaggi e contenuti ancora più profonda, capace di toccare più volte le corde dell'animo. Null'altro da aggiungere, se non grazie Makoto Yumikura, grazie Ichirou Ohkouchi, grazie Goro Taniguchi. E grazie anche alla coraggiosa Beez, per la scelta di portare in Italia un simile capolavoro con una cura esemplare, sfidando l'ignorante mercato italiano. Una scelta rischiosa che verrà pessimamente ripagata, visto che anche con doppiaggio e adattamento splendidi PlanetEs non venderà nulla, portando addirittura la casa di distribuzione a ritirarsi dal mercato italiano. Una vergogna, quella italiana, indicibile e incancellabile.

Voto: 10 su 10

venerdì 10 settembre 2010

Recensione: s-CRY-ed

S-CRY-ED
Titolo originale: s-CRY-ed
Regia: Goro Taniguchi
Soggetto: Hajime Yatate
Sceneggiatura: Yousuke Kuroda
Character Design: Hisashi Hirai
Musiche: Kotaro Nakagawa
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anno di trasmissione: 2001


Dopo un gigantesco fenomeno naturale, Il Grande Sollevamento, nella prefettura di Kanagawa iniziano a nascere gli Alter, individui dotati di incredibili super-poteri. Interessata a studiare questi mutanti, la misteriosa organizzazione Hold ottiene il permesso dal governo di creare nella zona una gigantesca città/fortezza, Lost Ground, utilizzando alcuni Alter per formare un esercito privato che mantenga l'ordine, la Holy. Kazuma è un giovane e potente Alter che vive fuori da Lost Ground e che si procura da vivere per sé e la giovanissima Kanami svolgendo lavoretti illegali per il suo amico Kimishima. La sua vita cambierà quando verrà sconfitto e catturato da uno dei più forti guerrieri di Holy, Ryuho...

Combattimenti, combattimenti e ancora combattimenti: strano accettare dopo Infinite Ryvius una storia di tutt'altro genere, passando dal dramma psicologico allo shonen action più puro, ma è così che va il mondo e nel 2001 Goro Taniguchi ha modo di dimostrare la sua abilità anche in questo campo, gettando le basi per un' "animegrafia" che, nella sua interezza, contemplerà in egual misura, quasi a suggerire due facce della stessa medaglia, sia storie di una certa profondità psicologica che quelle di semplicissimi, quasi primitivi combattimenti, pur non rinunciando a un'autorialità unica che farà splendere entrambi. Al suo secondo lavoro ritrova lo sceneggiatore Yousuke Kurada e il chara designer Hisashi Hirai, provenienti come lui da Ryvius, creando una bizzarra commistione tra gli X-Men e Jojo, s-CRY-ed, dietro il cui enigmatico titolo (il cui senso è rivelato solo nel manga uscito successivamente) si cela una produzione di un certo carisma per gli amanti delle scazzottate.

Se è inevitabile un intreccio di linearità estrema, vista la natura disimpegnata dell'opera, e la mancanza di caratterizzazioni clamorose (tolti i due protagonisti, i comprimari sono spacconi che vivono per la semplice lotta e le ragazze dei soprammobili innamorati del bel tenebroso di turno che giustamente non le calcola di striscio), non si può negare il mestiere dietro alla sua messa in scena. S-CRY-ed esprime gli irriducibili tratti del genere - mille schermaglie coi tirapiedi del cattivo, boss di fine livello, qualche morto per aumentare il tasso di dramma, power-up vari, sacrifici, immolazioni e cambi di fazione, senza dimenticare i soliti, perfidi complotti governativi dietro cui sta il classico villain monocaratterizzato e dalle manie da grandezza - ma è ben diretto, con personaggi  principali azzeccati e una fervida fantasia nell'inventare i super poteri che i vari Alter usano contro Kazuma e Ryuho, tra velocità sovraumane, particelle che si trasformano in armi mastodontiche, uso degli elementali, entità che si materializzano dal nulla come gli Stand di Jojo etc. Si vede che il regista conosce le regole del genere e sa bene come sfruttarle, dirigendo una storia superficiale quanto si vuole ma perfetta da guardare a cervello spento, la vera dimensione dove si esprime la dignità di s-CRY-ed.


Certo, alla fine l'opera non è certo nella lista delle priorità tra i lavori di Goro Taniguchi da recuperare: è diretta con brio, avvincente al punto che si divorano facilmente episodi su episodi, ma incapace di risvegliare particolari emozioni nei momenti drammatici, senza contare gli attori che non evolvono mai. Cause, queste, da imputare a una sceneggiatura abbastanza banale, ma anche al comparto action esagerato, basato su un numero fin troppo elevato di combattimenti ininfluenti, talvolta non coreografati in modo impeccabile (a scontri adrenalinici e dalla possente fisicità ne seguono altri poco ispirati o animati svogliatamente). Neanche le musiche e i disegni riescono a dire qualcosa: anonima la soundtrack, mentre il tratto grafico di Hirai, colorato ed essenziale, perfetto in serie drammatiche (o in futuro robotiche, come Gundam SEED, Fafner etc) nel contribuire a un effetto shock, in una storia "ignorante" di mazzate è sprecato, fuori contesto. Ma pur a fronte di tutti questi problemi, spunti interessanti non mancano: i primi tredici episodi di introduzione si rivelano intriganti grazie al carisma dell'immaturo Kazuma e ai bizzarri combattimenti che lo riguardano. Il ragazzo è irresistibile nella sua totale mancanza di intelligenza, un primitivo che conosce solo il linguaggio dei pugni per vivere e rinuncia a qualsiasi buon senso pur di prendersi la sua rivincita verso l'unico uomo che lo abbia mai sconfitto, il gelido Ryuho. Le puntate si guardano con piacere, e il drammatico colpo di scena che chiude il primo atto è sentito. Poi però la storia si adagia su binari di discreta banalità, l'assenza di twist veramente spiazzanti si fa sentire, e un po' tutti i personaggi della vicenda seguono un destino ampiamente pronosticabile. L'impressione iniziale positiva iniziare a scemare gradualmente e s-CRY-ed diventa niente di più che una semplice, per quanto apprezzabilissima, serie d'azione.

Molto più interessanti le graffiate d'autore: Goro Taniguchi esprime nuovamente la sua inventiva rimaneggiando le immagini della sigla d'apertura (usata casualmente in tre varianti diverse, ognuna dedicata a un determinato personaggio), stravolgendo i clichè di carattere sentimentale (chi tra Scheris e Mimori farà suo Ryuho?); facendo iniziare nuovamente la storia portante, come un orologio, esattamente a metà serie, e concludendo l'intera vicenda in soli 24 episodi. Gli ultimi due, spiazzanti, mostrano una interminabile scazzottata finale, senza reale senso, che si presta a stimolanti chiavi di lettura: un burrascoso commiato dall'età giovanile? Un simbolico rifiuto di adeguarsi alle regole della società? Inno alla vitalità giovanile o alla virilità di due uomini che lottano per onorare il valore dell'altro? Autorialissima, memorabile presa in giro?


S-CRY-ed è tutto questo e anche di più, uno shonen-anime a suo modo banale, ma non privo di svariate intuizioni capaci di galvanizzare gli appassionati di un genere che dai tempi di Dragon Ball ha saputo reinventarsi poco. Rimarrà alla memoria per le carismatiche figure dei suoi due eroi, la testa calda Kazuma e il calcolatore Ryuho, innovando il genere con la trovata dei fenomeni naturali/alieni/divini (scegliete voi) che cadono su una zona del Giappone portando i nascituri nelle vicinanze ad ereditare incredibili poteri, come ci attestano Sacred Seven, sempre Sunrise, e il Guilty Crown di casa Production I.G. Prove evidenti del successo in madrepatria di s-CRY-ed, rievocato addirittura dieci anni dopo con due OVA riassuntivi e celebrativi nuovamente diretti da Goro Taniguchi.  Sicuramente un titolo minore del regista, ma rimane una serie action con una identità precisa. Non sviluppata benissimo tenendo conto delle sue potenzialità, ma ha i suoi momenti che valgono la visione, magari come preparazione al successivo, fantastico GUNxSWORD dove Tanigichi realizza per davvero un capolavoro dell'animazione 100% disimpegnata.

Voto: 7 su 10

ALTERNATE RETELLING
s-CRY-ed Alteration (2011-2012; serie OVA)

mercoledì 8 settembre 2010

Recensione: Infinite Ryvius

INFINITE RYVIUS
Titolo originale: Mugen no Ryvius
Regia: Goro Taniguchi
Soggetto: Hajime Yatate
Sceneggiatura: Yousuke Kuroda, Yuichiro Takeda
Character Design: Hisashi Hirai
Mechanical Design: Kimitoshi Yamane
Musiche: Katsuhisa Hattori, M.I.D.
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1999 - 2000


Anno 2225: l'accademia di volo Liebe Delta, orbitante vicino alla Terra, è funestata da un terribile sabotaggio che la porta a scomparire nel Geduld, il mare di gas che copre buona parte del sistema solare e che rende quasi impossibile la navigazione. Per impedire la sua esplosione gli adulti sacrificano tutti la vita, portando così gli oltre 400 ragazzini cadetti a ritrovarsi da soli ai comandi del Ryvius, la misteriosa nave spaziale contenuta al suo interno. Sperduti nello spazio e attaccati dal loro stesso governo perché creduti terroristi, i ragazzi tentano di instaurare nella nave una sorta di autogoverno meritocratico per portare ordine e garantire la sopravvivenza di tutti. Presto però i lati oscuri dell'animo umano vengono alla luce, insieme alla misteriosa presenza aliena che dimora nella nave...

Infinite Ryvius è l'opera di debutto, in ambito di regia titolare in serie televisiva, di Goro Taniguchi, giovane regista Sunrise, all'epoca 33enne, che proprio con questo primo lavoro, cupo e originale, si guadagna istantaneamente la nomea di promettente talento dello studio, dopo la vice-regia in Gasaraki e il primo film celebrativo di One Piece (Defeat the Pirate Ganzak!). Assurto a opera di puro culto per gli amanti della fantascienza realistica e sicuramente ispirato, dal punto di vista delle tematiche, al romanzo maledetto Il signore delle mosche di William Golding, Infinite Ryvius è un tetro viaggio nelle pulsioni dell'animo umano. Tutto è vissuto dagli occhi del sedicenne Kouji, felice di essere stato ammesso alla stazione orbitante del Liebe Delta. Dopo la catastrofe il ragazzo diventa una delle massime cariche nel governo sorto nel Ryvius, potendo così osservare, dalla sua posizione privilegiata, come gradualmente iniziano a crearsi conflitti tra le centinaia di ragazzi, dovuti all'impossibilità di tutti di adeguarsi al sistema sociale imposto. Abbiamo quindi Aoi, la classica amica d'infanzia innamorata; Faina, misteriosa ragazza da lui salvata e dal passato oscuro; Ikumi, il migliore amico dal temperamento caldo e facilmente portato all'estremismo; Yuki, il fratello minore che lo odia; la gang di Blue, turbolento teppista che mira a prendere il potere nella nave con un "colpo di stato"; tutta la crew degli Zwei (i piloti che comandando il Ryvius)... Un cast semplicemente enorme: oltre 30 personaggi ottimamente caratterizzati si contendono il protagonismo in una storia drammatica di amore, amicizia, odio, orrore e violenza, con un altissimo numero di sottotrame scandite da una suspense esemplare.

Per essere un'opera drammatica Infinite Ryvius ha una partenza insolitamente solare, con atmosfere scanzonate ritmate dalla OST hip-hoppara e un accattivante, colorato e super-semplicistico tratto nei disegni di Hisashi Hirai. Tutte impressioni: ironicamente sono proprio questi tratti "infantili" a decretare il grande elemento di sorpresa della serie, dato da questi ragazzini dai look sgargianti che arrivano a usare violenza o addirittura a uccidere i propri simili per soddisfare i loro istinti. Lo shock dato dal cambiamento repertino di atmosfere rimane alla memoria come l'aspetto più geniale e crudo dell'opera, ma sarebbe ingeneroso ricordare la serie solo per le sue atmosfere torbide, perché in essa gli amanti della filosofia politica e della sociologia trovano numerosi, stimolanti  spunti di riflessione.

 

Lo scenario dei ragazzi lasciati completamente soli ad autogovernarsi, privi di nucleo familiare in una realtà apparentemente senza speranza (idea già sviluppata vent'anni prima dallo sconosciuto Vifam, ma a livello puramente embrionale), è l'occasione per i due sceneggiatori di raccontare la loro forzata maturazione. L'odissea del Ryvius, alla disperata ricerca di un modo di tornare sulla Terra, simboleggia per i suoi abitanti la necessità di diventare adulti il prima possibile previo un veloce abbandono della fanciullezza. Significa per loro imparare a prendere decisioni importanti, anche impopolari, col carico di responabilità che ne deriva; a mettersi a disposizione degli altri per il bene comune della collettività; a trovare una forte risolutezza che sopportare meglio lo stress della situazione. Ovviamente anche i sentimenti sono seriamente provati dalla condizione critica, portando a ripercussioni fisiologiche o istintive come una precoce scoperta del sesso, egoismo, invidia, ma anche fanatismo e superstizione. Il governo sorto sul Ryvius continua a cambiare fisionomia politica per adattarsi alle continue difficoltà di adattamento dei giovani, attraversando più stadi fino a giungere all'autoritarismo. Le buone intenzioni e la lucidità sono presto sopraffatte dall'istinto, le vie democratiche rimpiazzate talvolta dal pugno di ferro, una gentilezza può essere scambiata per favoritismo, etc. Infinite Ryvius è intelligente analisi sociologica e comportementale dell'individuo, il rapporto di un esperimento politico visto nella continua ricerca, da parte dell'elite del "governo" dell'astronave, di saper coniugare i propri obiettivi con la durezza della realtà, durezza che porta al sorgere di vizi, gelosie, rivalità e degenerazioni che rischiano di delegittimare il contratto sociale stipulato col "popolo".

Questo senza dimenticare le ugualmente avvincenti sottotrame "materiali", come l'origine e il ruolo della misteriosa entità che governa il Ryvius, o gli scontri dei giovani, con l'ausilio delle tecnologie dell'astronave e di un seminale mecha da guerra (nulla che faccia rientrare l'opera nel genere robotico), con le navi da guerra dello stesso governo terrestre che vuole eliminarli per non meglio precisate ragioni. Un soggetto molto maturo che, nonostante l'ambientazione fantascientifica, trova estremo realismo nelle iterazioni dei personaggi, nei disegni psicologici, nel background politico. Una storia entusiasmante orchestrata dall'abile mano di un regista che già nel debutto si rivela maestro della suspense, sbizzarrendosi nel provare nuove formule di intrattenimento che diverranno i tratti distintivi del suo stile registico. Ad esempio il rimanneggiamento, quasi a ogni episodio, delle immagini della sigla iniziale. La calma introduzione di luoghi e personaggi nei primi tredici episodi, per poi fare partire una brusca accellerata esattamente a metà serie, traghettando le atmosfere precedentemente sonnolente verso lidi apocalittici. L'esperimento, non più ripetuto nelle serie successive, di trattare alcune sequenze con l'ausilio di illustrazioni statiche, e anche l'abilità a gestire, dando a tutti il giusto spazio per delinearsi, cast di una grandezza impressionante.


Tecnicamente adagiato sui soliti, ottimi standard tecnici Sunrise, coinvolgente e depositario di numerosi stimoli di riflessione, Infinite Ryvius è una grande opera animata che merita la visione da parte di chiunque, un debutto al fulmicotone che proietta meritatamente il suo regista nell'olimpo dei più talentuosi maestri di animazione nipponica. Gli unici difetti recriminabili si riconducono all'insignificante puntata finale (un epilogo che non aggiunge nulla) e alla saltuaria, esagerata complessità a capire tutti i risvolti di trama, complice anche un background fantascientifico minimamente spiegato, che bisogna contestualizzare da soli. Ma sono quisquilie in rapporto allo stimolo intellettuale fornito.

Voto: 8,5 su 10

giovedì 18 marzo 2010

Recensione: Gasaraki

GASARAKI
Titolo originale: Gasaraki
Regia: Ryousuke Takahashi, Goro Taniguchi
Soggetto: Hajime Yatate, Ryousuke Takahashi
Sceneggiatura: Toru Nozaki, Chiaki J. Konaka
Character Design: Shukou Murase
Mechanical Design: Yutaka Izubuchi, Shinji Aramaki
Musiche: Kuniaki Haishima
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 25 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1998 - 1999



La guerra medio-orientale appena scoppiata fra gli USA e lo stato del Belgistan è l'occasione per i Gowa, potente famiglia giapponese, e la misteriosa organizzazione Symbol, di rifornire i due eserciti con i Tactical Armor, avveniristici robot da guerra da sperimentare nei campi di battaglia. Yushiro e Miharu, leader dei due rispettivi battaglioni, finiscono presto con lo scontrarsi in prima linea, scoprendo di essere indissolubilmente legati da una tragica storia avvenuta secoli prima e legata alle loro misteriose origini di sacerdoti Kai del culto del dio Gasaraki. Mentre cercano di trovare risposte sulla loro identità dovranno stare attenti al fratello maggiore di Yushiro, Kazukiyo, presto capofamiglia dei Gowa, che intende sia sfruttare i poteri sciamanici di Yushiro per non meglio precisati motivi, che allearsi con una fazione rivoluzionaria dell'esercito giapponese interessata a compiere un colpo di stato in patria.

È troppo facile passare per ignoranti stroncando un titolo come Gasaraki, ritenuto dai suoi appassionati e dalla critica come un grandissimo capolavoro degli anni '90, il canto del cigno di uno dei più geniali registi di casa Sunrise, Ryousuke Takahashi. Eppure, nonostante le ripetute visioni un simile cult per coglierne la grandezza, chi scrive non riesce in alcun modo a soprassedere sull'enorme mediocrità del suo script che ne distrugge le ambizioni, anche se si parla di una storia originale diretta con un'autoralità estrema. Inventore, negli anni '80, della serie robotica più politica e filosofica della Storia, Fang of the Sun Dougram (1981), e dei Real Robot per antonomasia, Armored Trooper Votoms (1983), dopo un decennio di lavori Ryousuke Takahashi è pronto a chiudere definitivamente il cerchio fondendo le due caratteristiche in Gasaraki, che esplori le caratteristiche dei mezzi robotici realistici fino al limite massimo, supremo e insuperabile.

Inizialmente ambientato durante un conflitto militare nel deserto, ispirato fortemente alla Guerra del Golfo (la classica rilettura del regista di scorci di Storia contemporanea), teatro delle prime battaglie, Gasaraki di fatto presenta i robot militari più credibili mai visti in animazione, gli unici che un domani un qualche esercito sarebbe probabilmente in grado di progettare se lo ritenesse utile. Si tratta dei Tactical Armor, armature robotiche bipedi alte due metri e mezzo, equipaggiate con i massimi ritrovati militari (fucili, mitragliatori, missili, radar, occhiali a raggi infrarossi e a rilevazione termica, mirini automatici) e dotate di uno speciale sistema di movimento che permette loro di correre o arrampicarsi sui muri. Macchine da guerra che vantano un aspetto meccanico dal realismo formidabile, merito dell'accuratissimo mecha design del veterano Yutaka Izubuchi e di Shinji Aramaki. Un design realistico e iper-particolareggiato che è ribadito anche nelle figure umane di Shukou Murase, orientaleggiante nei personaggi asiatici e occidentale in quelli americani. L'appeal visivo  è carismatico, forte anche di animazioni che, sopratutto nelle scene di azione, denotano una fluidità impressionante e degna dei fasti della migliore Production I.G. Registicamente e narrativamente, però, si parla di un'opera ampiamente controversa, a metà tra un capolavoro di cura o un tedioso, gelido esercizio di stile.


La storia di Gasaraki, per mettere le cose in chiaro, è complessissima, tra le visioni più intellettualmente ostiche di sempre: pur stupendo per il suo originale mescolamento di sapori antichi e moderni (spiritualismo scintioista, crudeli segreti del periodo feudale e minacciosi mostri-oni convivono con avanzatissime tecnologie militari, fluttazioni economiche in borsa, intrighi politici e filosofeggiamenti vari sull'etica dell'uomo e del Giappone), è raccontata nel modo più scomodo concepibile. Takahashi e il co-regista Goro Taniguchi tirano fuori un monumento all'austerità tecnica e narrativa, la cui aridità è uguagliata solo da certe pellicole di David Lynch e Mamoru Oshii: Gasaraki è diretto in modo lento, lentissimo, con pochissima musica, lunghe e meticolose sequenze dialogiche, prolungati silenzi, semplici effetti sonori ambientali, inquadrature immobili... Si può parlare tranquillamente di un monologo, di una storia mostrata e non raccontata, imperturbabile come un documentario. Gasaraki segna il punto di arrivo della filosofia takahashiana, ma non si capisce se di evoluzione o involuzione si tratta: se nelle grandi opere degli anni '80 il regista parla degli stessi argomenti in modo avvincente, sul finire del millennio sembra essersi dimenticato come intrattenere lo spettatore. La sua cura estrema nelle interazioni tra personaggi e background politici/militari danno una così fedele rappresentazione della realtà da rendere come lei freddi e impersonali gli attori, spesso mere presenze sullo sfondo. Il realismo sovrasta tutto uccidendo il coinvolgimento e il senso di meraviglia. Impossibile affezionarsi ai protagonisti di Gasaraki perché questi sono tutti, nessuno escluso, dei perfetti ghiaccioli. Takahashi raggiunge una raffinatezza espositiva enorme, sicuramente post-moderna, ma per chi scrive è davvero difficile decretare se questa "evoluzione" si possa conciliare con il concetto di intrattenimento.

Ancora di salvezza nel "mortorio" è sicuramente la cura suprema in aspetto visivo e animazioni, merito di un comparto tecnico da paura. Le movenze di attrezzature tecnologiche e personaggi, unite alla già citata, strabiliante cura grafica, portano a sequenze registiche di fortissimo impatto cinematografico, splendenti nelle scene d'azione che hanno per protagonisti i TA o i mostruosi Kugai, emanazioni di Gasaraki. Non è indifferente neanche la co-regia di Goro Taniguchi, il cui contributo più vistoso è rappresentato da uno dei suoi cavalli di battaglia, il continuo rimaneggiamento di immagini nella meravigliosa opening Message #9, brano trip hop da voci e sonorità ancestrali perfettamente azzeccate con le atmosfere mistiche.  Sunrise, insomma, confeziona il suo consueto "kolossal" televisivo. Peccato come, anche soppesando pro e contro, il risultato finale non sia sufficiente: pur autoriale fino allo stremo, Gasaraki è scritto indiscutibilmente male. I due sceneggiatori, Toru Nozaki e Chiaki J. Konaka, oltre a non fornire la minima carica emozionale ai personaggi, oltre a non rendere piacevole la visione, non riescono neppure a rendere chiara la storia: a fine visione rimangono tanti punti interrogativi, sia perché la materia è così complessa che spesso chiavi importanti alla comprensione sono contenute in mezze frasi perse nell'oceano dei dialoghi e mai più riprese, e sia perché spazio non indifferente della storia è occupato da riempitivi (almeno 7/8 puntate, comprensive della fuga nel bosco, del TA "posseduto" e l'avventura nei bassifondi del Kansai) che rubano spazio prezioso alle spiegazioni. Si arriva così in fondo con l'insoddisfatta sensazione di aver perso per strada pezzi importanti della trama: sicuramente può c'entrare la disattenzione del momento verso qualche dialogo importante (tutti fondamentali, caldamente raccomandato l'uso del backward, guai ad assistere passivamente), ma rimane assurdo che questioni tanto importanti siano citate giusto una volta poi abbandonate per strada, come fossero già date per assimilate. Aggiungiamo infine come, per chi scrive, nella sua interezza e complessità il soggetto di Gasaraki non è comunque nulla di davvvero fondamentale.


Tirando le somme, per uno degli ultimi veri cult di Ryousuke Takahashi, l'aggettivo "avveniristico" è indubbiamente meritato, e questo è un oggettivo punto a suo favore. Un giorno, forse, critica e pubblico definiranno addirittura epocale uno stile di racconto così impostato. Il problema è semplicemente che, punto di arrivo o meno del Real Robot, monumento fondamentale o meno a una vocazione "totalitaria" al realismo, Gasaraki non è MAI, neppure per un momento, un piacere da guardare, mal sceneggiato e con una storia non lascerà il segno. Non giustifica un simile impegno intellettuale da parte dello spettatore.

Voto: 5 su 10

venerdì 6 novembre 2009

Recensione: Code Geass - Lelouch of the Rebellion R2

CODE GEASS: LELOUCH OF THE REBELLION R2
Titolo originale: Code Geass - Hangyaku no Lelouch R2
Regia: Goro Taniguchi
Soggetto: Goro Taniguchi, Ichirou Ohkouchi
Sceneggiatura: Ichirou Ohkouchi, Hiroyuki Yoshino
Character Design: CLAMP (originale), Takahiro Kimura
Mechanical Design: Akira Yasuda, Eiji Nakata, Junichi Akutsu, Kenji Teraoka, Takumi Sakura
Musiche: Kotaro Nakagawa, Hitomi Kuroishi
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 25 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2008
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Dynit

 
È passato un anno dal fallimento della ribellione dei cavalieri Neri: Zero sembra essere definitivamente morto, e il regime tirannico della Britannia diventa sempre più autoritario verso gli eleven per impedire l'insorgere di nuovi moti. Lelouch è invece vivo, ma ha subito un lavaggio della memoria da parte dell'imperatore britannico e ha dimenticato tutto ciò che ha fatto. Per vie traverse riuscirà a riacquistare i suoi ricordi, scoprendo come la realtà sia parecchio cambiata: qual è il misterioso potere dell'imperatore? Qual è il ruolo di CC in tutta la storia? Chi è il misterioso Rolo Lamperouge che dice di essere suo fratello? Che fine ha fatto la sorellina Nunnally? Cos'è veramente il culto del Geass?

Nel 2007, dopo lo spettacolare cliffhanger finale di Code Geass, migliaia di fan attendono con impazienza quasi disumana il ritorno delle avventure del controverso Lelouch contro l'impero della Britannia. Così, mentre il tempo passa e con esso le aspettative salgono, Code Geass, grazie alla vendita dei dvd, inizia a mostrare un successo commerciale sempre più dilagante, diventando un fenomeno di costume tale da tramutarsi in una selvaggia vendita di centinaia di gadget e numerosi artbook, sempre più infarciti di fanservice atto a ricordare l'abbondanza delle curve delle ragazze dell’anime e le allusioni yaoi riguardanti Lelouch, Suzaku e il nuovo entrato Rolo Lamperouge dell'annunciata seconda stagione, Code Geass R2. I fan sono in visibilio e fin da subito la nuova serie, quando inizia nel 2008, si presenta come un successone scontato, ed è da queste premesse che forse, come si vocifera pur in assenza di conferme ufficiali, il regista Goro Taniguchi, risentito verso la decisione Sunrise di allungare il brodo impedendogli di chiudere la prima stagione come inizialmente pianificato, obbligandolo a una seconda, decide di mandare all'aria la serietà della trama, esagerandola in ogni modo possibile col rischio di trasformare la storia in un'auto-parodia.

All'aumento esponenziale di mecha, personaggi e curve (chi deve intendere...), cresce velocemente anche il tasso di idiozia generale. Code Geass R2 è un anime atipico da giudicare: ogni singola puntata è un susseguirsi di colpi di scena spiazzanti, teatrali e del tutto inverosimili, di talmente tanta carne al fuoco che ci si ritrova presto sommersi da ingredienti che, portati all'eccesso, sconfinano inevitabilmente nel ridicolo. Ma tutto sempre diretto in modo spettacolare, con un’ottimale conoscenza dei meccanismi della suspense e della regia e un forte potenziamento di tutti gli ingredienti chiave che hanno portato fortuna alla prima serie (personaggi carismatici e robot triplicati, così come sono raddoppiati i misteri e gli intermezzi cupi). Se per forza di cose è difficile perdonare un simile sputtanamento di una grande storia, è proprio la genialità insita nell'opera a renderla a suo modo eccezionale. Questo perchè, se il regista si diverte a prendere in giro per tutta la durata della storia con sbalorditivi colpi di scena talmente deliranti da sembrare demenziali, dimostra comunque in ogni occasione di saper bene come mandare avanti la trama principale, infarcita di cliffhanger e twist a quasi ogni episodio che rendono imprevedibile fino all'ultima puntata la conclusione. Quando poi, vicino alla fine, si è indecisi se giudicare l'intera opera come una colossale presa in giro o qualcosa di anche dignitoso, ecco che Goro Taniguchi filma un episodio finale magistrale, talmente potente e commovente da portare a rivalutare positivamente tutto Code Geass R2 come un anime a suo modo unico, ingegnoso e rivoluzionario.


Code Geass R2 per molti potrebbe essere un affronto all'intelligenza umana, un trashone di idee demenziali che rovina quella che è una gran bella prima stagione. Per chi scrive non è così: fosse stato un flop involontario sarebbe un conto, ma qui si parla di un anime probabilmente concepito in questo assurdo modo, registicamente e tecnicamente perfetto, dotato di una storia allo stesso tempo ridicola e carismatica, che come da tradizione cattura totalmente l'attenzione per non lasciarla mai più, diverte e commuove divenendo ben presto irresistibile. Un esempio lampante di anime folle e contradditorio, salvato e riabilitato dall'autorialità del regista. Assolutamente da vedere o riscoprire, sperando non sia il testamento del regista Goro Taniguchi, che scompare dalle serie tv dopo Code Geass per non farvi più, finora, ritorno.

Voto: 8 su 10

PREQUEL
Code Geass: Lelouch of the Rebellion (2006-2007; TV)
Code Geass Lelouch of the Rebellion Special Edition: Black Rebellion (2009; OVA)


SEQUEL
Code Geass Lelouch of the Rebellion R2 Special Edition: Zero Requiem (2009; OVA)
Code Geass: Akito the Exiled (2012-2016; serie OVA)

ALTRO
Code Geass: Nunnally in Wonderland (2012; OVA)

lunedì 26 ottobre 2009

Recensione: Code Geass - Lelouch of the Rebellion

CODE GEASS: LELOUCH OF THE REBELLION
Titolo originale: Code Geass - Hangyaku no Lelouch
Regia: Goro Taniguchi
Soggetto: Goro Taniguchi, Ichirou Ohkouchi
Sceneggiatura: Ichirou Ohkouchi, Hiroyuki Yoshino
Character Design: CLAMP (originale), Takahiro Kimura
Mechanical Design: Akira Yasuda, Eiji Nakata, Junichi Akutsu, Kenji Teraoka
Musiche: Kotaro Nakagawa, Hitomi Kuroishi
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 25 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 2006 - 2007
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Dynit


Anno 2010, 10 agosto: in un universo alternativo dove gli americani non sono riusciti a liberarsi dal giogo degli inglesi, l'impero di Britannia, con l'ausilio dei potenti robot da guerra Knightmare Frame, conquista il Giappone e lo rinomina Area 11, costringendo poi i giapponesi, ora eleven, a vivere nei ghetti sotto regime di schiavitù. Anni dopo, un liceale di nome Lelouch ottiene un incredibile potere soprannaturale chiamato Geass, attraverso un patto con una misteriosa prigioniera dei britanni da loro considerata strega: con esso, il giovane può impartire qualsiasi ordine a chi lo guarda nell'occhio sinistro. Interessato a una misteriosa vendetta verso la famiglia reale, Lelouch, sotto l'identità fittizia del rivoluzionario Zero, tira su un gruppo partigiano, i Cavalieri Neri, e inizia una guerra di liberazione...

È un talento a lungo non riconosciuto quello del regista Goro Taniguchi, che, dopo la vice-regia del cult Gasaraki e lo straordinario esordio con il drammatico Infinite Ryvius (1999), nell'arco di otto anni dirige poi altri tre lavori di grande spessore senza che il suo nome splenda in mezzo al grande pubblico. Questo almeno fino al 2006, anno del successo di costume di Code Geass
, risposta al contemporaneo e acclamatissimo Death Note di studio Mad House.

Dal punto di vista del soggetto, in effetti, le similitudini con la creatura cartacea della Tsugumi Ohba si sprecano, non potrebbe essere altrimenti visto il protagonista tenebroso e machiavellico, visto il suo potere speciale in grado di cambiare il mondo, visti alcuni spunti di riflessione etica sull'idea di esercitare con la forza e con crudeltà un determinato concetto di giustizia. Similitudini che ci sono e sono innegabili, ma il risultato finale, di gran livello, permette di non liquidare il tutto come un semplice clone senz'anima. Concepito inizialmente come opera di 26 episodi ma poi caduto vittima delle logiche marketing Sunrise, che ne impongono una seconda stagione diluendo la storia, Code Geass è senza dubbio l'opera più spiccatamente commerciale diretta dal regista. Ne danno notizia i robotici Knightmare Frame usati in combattimento, più belli che realistici e sempre più potenti e dotati di armi spettacolari; i numerosi personaggi che fisicamente e dal punto di vista delle caratterizzazioni seguono lo stereotipo del "belli e dannati" (il protagonista Lelouch, combattuto interiormente sul peso delle sue azioni); abbondanti spruzzate di fanservice ecchi per i maschietti (le inquadrature semi-pornografiche di Kallen, alleata dell'eroe) e di ambigue frecciatine pseudo-yaoi per il pubblico femminile (il rapporto di amicizia tra Lelouch e Suzaku), il chara design delle famosissime CLAMP, numerosi intermezzi sentimentali, addirittura il marchio Pizza-Hut spiattellato ovunque... Si potrebbe andare avanti ancora citando idee e stereotipi vari (il migliore amico che combatte per la fazione avversa), ma alla fine significherebbe solo rinfacciare all'opera il consueto numero di furbizie con cui qualsiasi studio animato odierno cerca di rendere le sue serie più appetitose al grande pubblico. Eppure, anche se il lavoro può essere liquidato da qualcuno come un banale clone di Death Note, ci sono elementi che a mio parere dimostrano come lo superi in quasi ogni aspetto, a prescindere dalla sua patina commerciale.

 
Primo fra tutti la natura qualitativa della serie: se Death Note parte bene per affossarsi sempre più inesorabilmente nel prosieguo, i 25 episodi di Code Geass sono di crescendo qualitativo costante e invidiabile. Eccellono grazie a una sceneggiatura tesa che spesso vuole essere anche svalvolata, coniugando con nonchalance mille e più tipi di atmosfere, da intermezzi cupi, seriosi e trascinanti (le strategie con cui Zero organizza le operazioni militari, tesi intermezzi psicologici, violenza e crudeltà, un cliffhanger a ogni episodio...) ad altri di una demenzialità così stupida, cretina e fuori posto da sembrare schizofrenica (le "feste" nell'istituto Ashford dove vive il protagonista). Si tratta del solito, noto stile di racconto di Goro Taniguchi, già visto nell'altrettanto folle (e ugualmente splendido) GUNxSWORD, ripetuto nuovamente nell'ottica di un intrattenimento spesso teatrale e volutamente irrealistico che viaggia tra serio e faceto, ma sempre carismatico, scritto con ingegno e gran senso del pathos in entrambi i tipi di situazioni, dove risalta benissimo una combinazione di elementi stellari. Questi non possono che essere l'indimenticabile eroe byroniano Lelouch, le splendide tracce musicali di Kotaro Nakagawa e la regia di Taniguchi, ma anche l'incredibile spirale di cattiveria che ingloba la trama in più frangenti, fino, nel finale, a un colpo di scena così sadico, spiazzante e incredibile, sia in stupidità che genio, da meritare un posto nella Storia dell'animazione. Ottimo anche il capitolo personaggi: la caratterizzazione di ogni singolo attore del grosso cast va dal buono al perfetto e, a dispetto delle logiche marketing, il chara design delle CLAMP, seppur fuori luogo sulle prime, rivela presto le sue potenzialità. Per una strana alchimia, infatti, le atmosfere fatiscenti di Code Geass risaltano maggiormente dal tratto effeminato del famoso gruppo di disegnatrici: i giovani dall'aspetto gracile e belloccio, con braccia magre come stuzzichini, rendono ancora più inusuale e inquietante la storia, e i villain più psicopatici (l'assurdo Mao e l'esilarante Jeremiah Gottwald, che in Code Geass genera l'archetipo di un nuovo personaggio-tipo negli anime, "l'antagonista che si crede figo ma rimedia le peggiori figuracce") diventano, con i loro assurdi look, ancora più grotteschi.

In quanto produzione miliardaria Sunrise è scontato porre l'attenzione sulla grande realizzazione tecnica e le animazioni da grido. Diretta da Goro Taniguchi, poi, è altrettanto ovvio rimarcare la sua direzione virtuosa, capace di bucare lo schermo nell'azione e trovare raffinatezza negli intermezzi psicologici. Si potrebbe ricitare anche la minacciosa e trascinante colonna sonora di Kotaro Kotogawa, compositore che ha già collaborato in quasi tutte le opere di Taniguchi, o parlare dell'eccellente lavoro vocale dei seiyuu (Jun Fukuyama vincerà in patria un premio importante per la categoria grazie alla istrionica interpretazione di Lelouch), ma è un piacere che lascio scoprire a chi vorrà guardarlo.

 
Code Geass è un piccolo gioiellino, che trova il suo climax in 3/4 episodi finali da tensione pura, appena rovinato da un certo numero di episodi riempitivi presenti nella parte centrale (di livello, però, eccelso), testimonianza della scelta Sunrise di voler allungare il brodo per produrre una seconda stagione. Peccato per tutti i fili lasciati in sospeso nela conclusione, ma tutto continua e si conclude nel successivo Code Geass R2. Visione caldamente consigliata, presumibilmente con audio originale più sottotitoli: il doppiaggio italiano, come spesso accade, anche a fronte di un adattamento perfetto è svogliato e senza pathos, e Massimiliano Alto, anche se si impegna, non rende di un'unghia il lavoro eccelso di Jun Fukuyama su Lelouch.

Voto: 9 su 10

SEQUEL
Code Geass: Lelouch of the Rebellion Special Edition - Black Rebellion (2009; OVA)
Code Geass: Lelouch of the Rebellion R2 (2008; TV)
Code Geass: Lelouch of the Rebellion R2 Special Edition - Zero Requiem (2009; OVA)
Code Geass: Akito the Exiled (2012-2016; serie OVA)

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