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lunedì 11 febbraio 2013

Recensione: I Cavalieri dello Zodiaco - The Lost Canvas (Il mito di Ade)

I CAVALIERI DELLO ZODIACO: THE LOST CANVAS - IL MITO DI ADE
Titolo originale: Saint Seiya The Lost Canvas - Meiō Shinwa
Regia: Osamu Nabeshima
Soggetto: (basato sul manga originale di Shiori Teshirogi)
Sceneggiatura: Yoshiyuki Suga
Character Design: Yuko Iwasa
Musiche: Kaoru Wada
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie OVA di 13 episodi (durata ep. 30 min. circa)
Anni di uscita: 2009 - 2010


La Guerra Sacra è un conflitto che si combatte ogni duecento anni sulla Terra tra le forze della Dea Athena e quelle del Re degli Inferi Hades. Protagonisti principali di quella del XVIII secolo, ambientata in Europa, sono Sasha, reincarnazione di Athena, Tenma, Bronze Saint della costellazione di Pegasus, suo servitore, e infine Alone, reincarnazione di Hades; tutti e tre conosciutisi in tenera età e amici intimi, ma crudelmente divisi dal conflitto dopo che in Alone, disgustato dalla crudeltà dell'Uomo, si è risvegliata l'aura negativa del Dio. Quella volta, con l'aiuto dei Gold Saint, Tenma ha fatto di tutto per sottrarre il suo amico all'influsso della malvagia divinità...

La trasposizione animata della saga di Hades, iniziata quasi quindici anni dopo la conclusione della storica serie televisiva di Saint Seiya (1985), ha fatto solo che bene a un franchise dato apparentemente per morto: col suo successo gli ha donato nuova linfa, e così, in mezzo ai vari OVA, c'è stato modo di veder nascere svariati nuovi manga recanti il famoso marchio di Masami Kurumada, quasi tutti realizzati da esterni. Tra questi, i più importanti si sono rivelati due, iniziati quasi in contemporanea nel 2006, nella stessa rivista Weekly Shounen Champion edita da Akita Shoten: Saint Seiya - Next Dimension e Saint Seiya - The Lost Canvas. Il primo, disegnato dallo stesso Kurumada, campione totale di vendite1 e ancora oggi in corso di serializzazione, altri non è che il seguito ufficiale del fumetto storico, la realizzazione di quella famosa saga dei Cieli uccisa dall'insuccesso del film Saint Seiya The Heaven Chapter ~ Ouverture ~ (2004) e prontamente rinata su carta. Il secondo, invece, realizzato dall'autrice shoujo Shiori Teshirogi (e che ha comunque venduto bene2), è la cronaca della precedente Guerra Sacra tra Atena e Hades, vissuta dai Sacri Guerrieri di qualche secolo prima. Punto in comune fra i due è l'ambientazione temporale, in quanto entrambi sono ambientati nello stesso periodo storico, ed entrambi trovano tra i protagonisti della vicenda Tenma, precedente Saint di Pegasus (sì, Next Dimension parla del viaggio nel tempo dei Bronze Saint moderni per cambiare il fato del loro amico Seiya, viaggio che li porterà al periodo del precedente conflitto con Hades). Nonostante la rivista stessa pubblicizzi inizialmente la cosa in modo ingannevole, dicendo che i due manga raccontano la stessa storia raccontata da due punti di vista differenti3, alla fine non sarà così: le differenze saranno troppe ed esageratamente eclatanti, tanto che gli avvenimenti dell'uno renderanno impossibile l'avverarsi di quelli dell'altro. Alla fine sarà giustamente il fumetto di Kurumada l'unico a potersi fregiare della canonicità, rendendo l'altro, di fatto, una semplice fan fiction - da parte di un'autrice, del resto, che nei suoi free talk (leggibili nei volumi italiani dell'opera, editi da Panini Comics) non fa mistero di essere sempre stata una fan sfegatata dell'originale, una fujoshi cresciuta adorando l'anime storico e fantasticando su inesistenti amplessi omosessuali dei suoi bishounen preferiti.

Il fumetto della Teshirogi, per quanto palesemente fuori continuity, nonostante tutto sarà apprezzato per lungo tempo, al punto che nel 2009 i lettori giapponesi non hanno problemi a designarlo, con un referendum, quale manga della rivista che vorrebbero vedere trasposto in animazione3. Tra quell'anno e il 2011 arriva così, diretto al mercato dell'home video, l'adattamento animato: due stagioni da 13 episodi l'una, con uno dei più grossi budget di quegli anni4, che traspongono interamente 11 di quelli che saranno i 25 volumi totali che comporranno il manga. La realizzazione delle animazioni per la prima volta passa da Toei Animation a Tokyo Movie Shinsha, con risultati ben più felici rispetto all'indecorosa involuzione della saga animata di Hades (del tutto sprecati, però, sulla trasposizione di una semplice storiella da fan). Le scarse vendite dei DVD5, tuttavia, metteranno una pietra tombale sul progetto, lasciando orfani di un prosieguo gli sfortunati che hanno acquistato i 12 DVD. Chi ha avuto modo di leggere per intero l'opera a fumetti, tuttavia, sa che questa interruzione non sarà chissà che grave perdita, visto i deprecabili sviluppi futuri della trama.

 
Più che brutto, il manga è semplicemente insignificante, non riesce mai a brillare se scostato dall'opera originale di Kurumada a cui deve tutto. L'autrice, cresciuta sognando torbide relazioni tra i Gold Saint, non riesce a non spostare l'enfasi del racconto interamente sulla loro celebrazione, scelta che si ripercuote drammaticamente sui reali protagonisti Tenma, Sasha e Alone e sui comprimari Yato e Yuzuriha, tutte personalità monodimensionali e indifferenti la cui scena è sempre rubata dai carismatici Cavalieri d'Oro. Questa premessa si lega col secondo grave problema, il maggiore di The Lost Canvas: la sua natura di antefatto, di raccontare una vicenda del passato che, accennata nella saga di Hades, si sa già come andrà a finire. Dal manga storico sappiamo quali saranno gli unici due superstiti fra i Santi d'Oro: ne consegue che gli altri hanno già la morte scritta in faccia, e la cosa avviene mediante uno schematismo rozzo e offensivo, che prevede per ciascuno la gloria della presentazione e del trionfo in un singolo combattimento, che coincide a sua volta con la perdita della vita. Se, nei primi momenti, le eroiche immolazioni dei Gold Saint sono esaltanti per le epiche modalità con cui avvengono, quando la cosa viene replicata per tutti i guerrieri subentra la noia per scontri dall'esito già scritto, e anche un certo senso di ridicolo per questi fortissimi Sacri Guerrieri che appaiono nelle scene unicamente quando devono combattere e poi morire, come se non riuscissero a sopravvivere a oltre uno scontro. Parliamo, certo, di battaglie lunghe e coreografate, con ribaltamenti di posizione e colpi di scena assortiti, infarcite da mille flashback che approfondiscono il background dei personaggi (stucchevoli e scontati DRAMMONI, però), ma sapendo sempre come finiranno, quasi tutta la suspense è rovinata in partenza. Questo è esattamente il contenuto The Lost Canvas: le gesta con cui i 12 Sainti d'Oro muoiono affrontando alla prima battaglia gli Specter di Hades, e le insignificanti avventure del Saint di Pegasus e dei suoi amici, eroi di secondo/terzo ordine, nell'avvicinarsi a quest'ultimo per combatterlo. Tutto ben narrato e disegnato discretamente bene, con sfondi mal fatti ma con un tratto angelico e ricco di dettagli nei personaggi e nelle loro armature, esteticamente accattivante e ben lontano dalle linee grezze di Kurumada, ma quello che è bello nell'immediato diventa estremamente noioso e scontato mano a mano che si prosegue, fino a culminare nell'indifferenza. Chiudono il cerchio le numerosissime strizzatine d'occhio omosex (sguardi languidi ovunque, non si scappa dal passato fujoshi dell'autrice), i vincoli familiari dei tre protagonisti tirati davvero per i capelli, i soliti stereotipi fisici tipicamente femminili su cui sono plasmati i personaggi (che, buoni o cattivi, si dividono tranquillamente in emo, tenebrosi, effeminati, fighetti, dandy etc., alla faccia dell'ambientazione temporale dell'Italia risorgimentale!), e infine la pigra trovata dell'autrice di dare a TUTTI i Saint del passato le stesse identiche fattezze di quelli del futuro, perché non aveva voglia di arrovellarsi a decidere troppi look nuovi di zecca6 (e la cosa crea ulteriori casini nella comprensione del mai ben spiegato meccanismo di predestinazione alle armature, ma pace, anche da questi dettagli si capisce l'importanza nulla in continuity dell'opera).

L'adattamento animato ha invece la fortuna di piacere proprio perché non arriva a coprire neanche metà dell'opera originale, adagiato com'è sull'introduzione della storia che è ancora lungi dal diventare sfiancante e ripetitiva. Come nel manga, l'inizio è interessante, con un rapporto fra Tenma, Sasha e Alone abbastanza approfondito e il cui potenziale non è ancora stato bruciato dal noioso spazio rubato dai Gold Saint. La loro sofferenza nell'affrontarsi in guerra è ben resa, così come sono ben tratteggiati i loro rapporti coi rispettivi mentori Saint e Specter. Brillano anche i primi mortali combattimenti (come quello tra Albafica di Pisces e Minos di Griffon, o Hasgard di Taurus contro Kagaho di Bennu), ben resi dal budget profuso da studio Tokyo Movie Shinsha. Lo studio stanzia una grossa cifra che si esprime in vigorose animazioni, dettagliatissimi fondali e una cura grafica e musicale di ottimo livello (finalmente una produzione home video che merita davvero i suoi soldi, rispetto all'aberrazione di Saint Seiya The Hades Chapter: Inferno). Promosse anche le lievi modifiche all'intreccio originale, principalmente qualche combattimento isolato, dialogo o scenetta action che arricchiscono l'azione senza modificare la trama. Orripilante sigla di apertura a parte (The Realm of Athena, di EUROX), si può tranquillamente dire che le 13 puntate che compongono la prima serie siano davvero ben fatte e appassionanti, ma il fatto che l'opera sia incompleta (poco importa che ci sia una seconda stagione, Lost Canvas in animazione rimane tronco) rende comunque inutili tutte queste cose e la visione nel complesso, salvo la volontà di farsi venire un travaso di bile col non-finale della storia. Non che, anche se fosse completa, la valutazione salirebbe comunque così tanto...


In Italia, i diritti dell'opera sono stati acquistati da Yamato Video, che ha trasmesso in streaming la serie sottotitolata, annunciando anche una futura edizione home video e addirittura un passaggio nei cinema. Vista la collocazione temporale della storia, isolata dalla continuity e dai personaggi del classico Saint Seiya, appare abbastanza probabile la possibilità che l'opera riuscirà, una volta tanto, ad avere doppiaggio e sottotitoli fedeli ai nomi e ai dialoghi originali. Speriamo bene.

Voto: 5 su 10

RIFERIMENTO
I Cavalieri dello Zodiaco (1986-1989; TV)
Saint Seiya The Hades Chapter: Sanctuary (2002-2003; serie OVA)
Saint Seiya The Hades Chapter: Inferno (2005-2007; serie OVA)
Saint Seiya The Hades Chapter: Elysion (2008; serie OVA)

SEQUEL
I Cavalieri dello Zodiaco: The Lost Canvas - Il mito di Ade 2 (2011; serie OVA)


FONTI
1 Consulenza di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit)
2 Come sopra
3 Come sopra
4 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 505
5 Pagina web, Comicsblog, http://www.comicsblog.it/post/15593/the-lost-canvas-terza-serie-oav-nessun-progetto-per-lanime-di-tms
6 Vedere punto 1

lunedì 30 luglio 2012

Recensione: The Cockpit

THE COCKPIT
Titolo originale: The Cockpit
Regia: Yoshiaki Kawajiri, Takashi Imanishi, Ryousuke Takahashi
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Leiji Matsumoto)
Sceneggiatura: Yoshiaki Kawajiri, Takashi Waguri, Ryousuke Takahashi
Character Design: Yoshiaki Kawajiri, Toshihiro Kawamoto, Yoshinobu Saito
Mechanical Design: Hiroshi Nagahama, Hajime Katoki, Sadami Morikawa
Musiche: Masahiro Kawasaki, Kan Inoue, Kaoru Wada
Studio: Mad House
Formato: serie OVA di 3 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di uscita: 1993


Quando ci si appresta a visionare un'opera ambiziosa come The Cockpit (1993), dietro la cui realizzazione risiedono i nomi biblici di Ryousuke Takahashi, Yoshiaki Kawajiri, Kaoru Wada, Hajime Katoki e Toshihiro Kawamoto, più che attendersi un capolavoro accade, invero curiosamente, di partire prevenuti, perché non sono certo isolati i casi di produzioni animate high budget e realizzate da staff all-star che, in assenza di un soggetto forte, si limitano a mascherare, dietro regie autoriali, animazioni eccelse e favolosi disegni, un'imbarazzante mancanza di contenuti (come i freddi Manie-Manie - I racconti del labirinto del 1983, o il Robot Carnival del 1987). I timori non sono certo rafforzati dall'origine cartacea del progetto Cockpit, in questo caso l'antologia di racconti Battlefield, ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale a opera di quel Leiji Matsumoto che già di suo è letargico nei tempi di narrazione. Fortunatamente il risultato è buono: come previsto non è certo di un'opera di elevatissimo livello, ma sicuramente piacevole. Anche se creato da Leiji Matsumoto. Anche se diretto, tra gli altri, da Ryousuke Takahashi.

The Cockpit si compone di tre episodi di 24 minuti l'uno, ciascuno diretto, scritto, musicato e disegnato da star diverse come da tradizione. Fil rouge che lega le tre storie, ovviamente, il celeberrimo pensiero matsumotiano della sublimazione del sacrificio, del senso d'onore e dei sogni che rendono grande l'individuo, permettendogli di distinguersi dalla massa amorfa. Figlio della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Fredda, l'autore rivive in The Cockpit il terrore dell'atomica dando connotazioni epiche ai suoi protagonisti, militari qualsiasi dell'armata imperiale nazista o nipponica in lotta con i mostruosi americani che che possiedono l'armamento, anche se questo significa trasformare in eroi anche i kamikaze (ragione per cui l'opera desterà un certo scandalo in America). Chiaramente, con racconti stand-alone di poco più di venti minuti certo è impossibile aspettarsi intrecci elaborati o protagonisti tridimensionali, nonostante tutto gli esili soggetti funzionano, i personaggi convincono nella loro basica semplicità e le visioni si rivelano apprezzabili, lontane dalla compiaciuta lentezza a cui Matsumoto ha abituato nei suoi manga.

Si apre con Slipstream, scritto e diretto da Yoshiaki Kawajiri. Ambientato in Germania nell'agosto 1944, racconta di un asso dell'aviazione della Luftwaffe che, dopo una figuraccia rimediata con un combattimento aereo, ha l'occasione di riabilitare il suo onore scortando a Peenemünde un B17 contenente un importante segreto militare che cambierà l'andamento della guerra. Tema principale è la coscienza, l'eroismo di un uomo che preferisce farsi addossare il marchio della vergogna e del tradimento piuttosto che consegnare al Terzo Reich la bomba atomica che gli farà vincere la guerra con catastrofici risultati. Sonic Boom Squadron (scritto da Takashi Waguri e diretto da Takashi "Mobile Suit Gundam 0083: Stardust Memories" Imanishi) gioca a invertire le parti, con un soldato dell'aviazione nipponica che, pur cosciente degli orrori della guerra, preferisce rimanere fedele al suo Paese accettando il ruolo di kamikaze, proprio nel giorno dello sganciamento dell'atomica. Si chiude infine con Knight of the Iron Dragon di Ryousuke Takahashi, apparentemente il segmento più allegro e ironico, ma che anch'esso finisce poi in tragedia, raccontando di due soldati giapponesi di stanza nell'isola filippina di Leyte che, per il loro senso del dovere (in questo caso mantenere una certa promessa), decidono, in una calda giornata dell'ottobre 1944, di dirigersi in sidecar verso una postazione alleata che sanno già essere stata conquistata dai nemici. Tre storie riuscite, poetiche nella celebrazione dei valori di cui si fanno bandiera, che ironicamente, in perfetto contrasto con le altre antologie animate, penalizzano la personalità dello staff a favore della maggior compattezza narrativa.


In effetti, visti i temi trattati, è difficile sfruttare le prodezze registiche di Kawajiri e Imaishi, più a loro agio in storie d'azione che non in war drama. Si sente molto, poi, la mancanza di personalità nello stile grafico, a opera di ben tre artisti di cui uno famosissimo (Toshihiro Kawamoro), costretti però a interpretare rigidamente, e con poche libertà creative, le classiche, algide fisionomie matsumotiane. Stessa fiacchezza anche nel mecha design, ovviamente per l'impossibilità di spettacolarizzare vetusti aerei di guerra degli anni 40 (a che pro chiamare Hajime Katoki?). Difficilmente, insomma, si scorgono differenze estetiche tra un episodio e l'altro, a riconoscere l'apporto delle star. L'elemento di "grande occasione" si ferma alla lettura dei semplici credits, ma visti i precedenti non è sbagliato, ogni tanto, sapersi accontentare.

Voto: 7 su 10

venerdì 13 luglio 2012

Recensione: Ninja Scroll

NINJA SCROLL
Titolo originale: Jubei Ninpucho
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Soggetto & sceneggiatura: Yoshiaki Kawajiri
Character Design: Yoshiaki Kawajiri (originale), Yutaka Minowa
Musiche: Kaoru Wada
Studio: Mad House
Formato: film cinematografico (durata 94 min. circa)
Anno di uscita: 1993
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Yamato Video


Nel 1993 a Yoshiaki Kawajiri basta davvero poco per realizzare l'opera della carriera, l'unica a spiccare in termini notevolmente qualitativi in mezzo a un'imbarazzante accozzaglia di prodotti di serie C dietro la cui perizia registica nascondono il nulla: un'ambientazione attraente (l'era feudale Togukawa), personaggi carismatici, spunto di partenza basico e tanta, tantissima azione. Opera geniale Ninja Scroll, che in quegli anni di scoperta internazionale del cinema d'animazione nipponico figura sempre tra i titoli più noti e acclamati insieme ad Akira e Ghost in the Shell, pur a fronte di un devastante flop commerciale in madrepatria1. Un succulento arrosto di kawajirianità privo, una volta tanto, del solito dosaggio eccessivo di ingredienti. In un un'ora e mezza il regista scrive un soggetto che potrebbe idealmente prestarsi a traccia per sviluppare una lunga serie tv: il prode spadaccino Jubei Kibagami (ispirato al leggendario samurai Yagyū Jūbei Mitsuyoshi) e Kagero, kunoichi incontrata per strada, affrontano gli otto Demoni di Kimon, guerrieri fortissimi e stravaganti che intendono conquistare il Giappone con una rivolta che sottometta il clan Toyotomi che governa il Paese. Nel loro viaggio affrontano uno a uno i nemici, li sconfiggono in combattimenti pieni di fantasia e infine arrivano al boss finale. Spunto di una banalità disarmante, eppure ce ne è voluto di tempo prima che Kawajiri capisse che il pubblico non cerca puerili intermezzi sentimentali/erotici, ma solo quello che gli riesce meglio e in dosi industriali: combattimenti dalle folli coreografie, dai virtuosismi assoluti.

Per una volta tanto, quindi, niente trame pretestuose e dialoghi inutili, si va quasi subito al nocciolo della questione, all'azione che diventa principale motore dell'intreccio. Jubei e Kagero non fanno altro che abbattere i Demoni, ciascuno magnificamente caratterizzato da poteri impossibili e per questo fantastici: ninja/ombra, ammaestratori di api, colossi in grado di trasformare il corpo in roccia... Non manca nulla della visionarietà del regista, sempre in bilico tra genio e trash (uno dei villain è immortale, vive anche senza testa o tagliato in due. Come fa? Non viene mica spiegato e non ci deve interessare), e che si diverte un mondo a filmare combattimenti mozzafiato dati da imparreggiabili animazioni, effetti speciali e fantasia perversa, con sangue che spruzza a fiumi e le onnipresenti tinte colorate, caldissime o gelide, che caratterizzano l'ambiente. Idee che si prestano a una storia di cappa e spada appassionante e senza pause, dove dialoghi mirati caratterizzano gli eroi e strizzatine erotiche il loro ambiguo rapporto sentimentale.


Proprio l'erotismo, che Kawajiri ama così tanto da riproporcelo sempre, è questa volta proposto in una dimensione più sobria del solito ma ugualmente "hot", che seduce attraverso sguardi maliziosi, vestiario eccitante e silhouette provocanti pur mostrando pochissima nudità, trovando nel tenebroso e sexy chara di Yutaka Minowa - a sua volta basato sugli schizzi dello stesso Kawajiri - l'ideale specchio per provocare il corto circuito ormonale a uno spettatore già di suo compiaciuto dall'azione. Insomma visione avvolgente e carismatica, anche per merito di atmosfere cupe risaltate dalla tesa colonna sonora di Kaoru Wada e dall'ultra-violenza data da ogni genere di squartamenti. Animazioni decisamente degne di un film, forse un po' statiche nei momenti di stanca ma sinuose e fluidissime nelle elaborate coreografie degli scontri. Altro non si può nè dire nè chiedere a un film d'azione essenzialmente perfetto nella sua realizzazione, che sfrutta al 100% le capacità funamboliche del suo regista. In anni successivi verrà girata una serie televisiva che funge da seguito, ma senza un apporto concreto da parte di Kawajiri rimane un'occasione mancata.

Voto: 8,5 su 10

SEQUEL
Ninja Scroll: Il capitolo del Gioiello del Drago (2003; tv)


FONTI
1 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag.151-152

giovedì 22 marzo 2012

Recensione: Harlock Saga - L'Anello dei Nibelunghi, l'Oro del Reno

HARLOCK SAGA: L'ANELLO DEI NIBELUNGHI, L'ORO DEL RENO
Titolo originale: Harlock Saga - Nibelung no Yubiwa
Regia: Yoshio Takeuchi
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Leiji Matsumoto)
Sceneggiatura: Megumi Hiyoshi
Character Design: Hideyuki Motohashi
Mechanical Design: Katsumi Itabashi (originale), Toshiyuki Horii
Musiche: Richard Wagner (originali), Kaoru Wada
Studio: Song Sun Planning, Studio Lighthouse, Studio March, Studio Z5
Formato: serie OVA di 6 episodi (durata ep. 26 min. circa)
Anno di uscita: 1999
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Dynit


È terribile il potere custodito dall'Oro del pianeta Reno: quello di sconfiggere re Wotan, sovrano del Valhalla, e permettere così al suo utilizzatore di succedergli come nuovo regnante nell'universo. A recuperare il metallo è il crudele Alberich, ultimo discendente della tribù dei Nibelunghi, che mettendo insieme un imponente esercito attacca il re degli dei. Harlock e l'equipaggio dell'Arcadia tenteranno di impedirglielo...

"Per più di quarant'anni ho continuato a desiderare di trasporre L'Anello del Nibelungo a fumetti [...]. Se iniziassi a raccontare i numerosi ricordi e i tentativi a tentoni che ho messo in atto prima di arrivare a questo punto, non la finirei più1."

Con queste commosse parole, Leiji Matsumoto rivela la grandissima influenza che ha avuto su di lui l'immortale opera di Wagner, di cui trovò fortuitamente, in giovane età e per terra in strada, un LP contenente La marcia di Sigfrido che rappresentò la sua scoperta del compositore2. Un capolavoro musicale, lunghissimo (16 ore!) ed epico, basato sulla leggende nordiche del mitico Sigfrido, che cambia per sempre la vita del futuro creatore di Capitan Harlock, Galaxy Express 999 e Queen Emeraldas, al punto da fargli assurgere ad ambizione della vita una sua personale trasposizione a fumetti. Sogno che può finalmente coronare, dopo una carriera di fumettista carica di soddisfazioni e riconoscimenti, nel 1991, quando a 53 anni ne pubblica il primo episodio su rivista. Peculiarità dell'adattamento l'uso, nella trama, degli eroi delle sue serie più famose, in una storia che li porta a collaborare insieme per distruggere i piani di Alberich. E così la versione a fumetti di Der Ring des Nibelungen, forte del nugolo di carismatici matsumoto heroes e della bellezza della storia originale, pur senza esagerare, convince nell'originale rivistazione, sempre improntata in quelle atmosfere liriche e decadenti, ragazze affusolate e tempi narrativi dilatati che rappresentano il marchio del mangaka. Addirittura, nel suo prosieguo via web (per la chiusura della rivista su cui è originariamente serializzato) e fino alla recente (purtroppo) interruzione, l'opera si ritaglia  anche un importante ruolo chiave nella continuity del Leijiverse, concedendosi un lunghissimo flashback sull'infanzia comune di Harlock, Tochiro, Maetel ed Emeraldas. Facile immaginare come l'amore dell'autore per l'animazione e l'esaltazione dell'opera della sua vita finiscono presto col convergere: produce e supervisiona, sette anni dopo l'inizio del manga, un adattamento home-video del prologo, L'Oro del Reno.


Sulle prime, l'apparente assurdità di trasporre solo il primo atto della storia non sembra avere ripercussioni sul gradimento: Harlock Saga segue fedelmente il manga ed è avvincente nella sua storia piena di richiami ai miti nordici, pur sospeso, come sempre, tra infiniti dialoghi e pochissima azione. Le animazioni sono di buon livello, il riarrangiamento delle sinfonie di Wagner a opera di Wada e dell'Orchestra Filarmonica di Mosca un capolavoro solenne (vi lascio immaginare il piacere di assistere a battaglie spaziali con in sottofondo La cavalcata delle valchirie), e il chara, sospeso tra vintage e tratti maggiormente modernizzati, attualizza i celebri look matsumotiani senza tradirne lo spirito. Non convince, altresì, lo spazio marginale riservato ai protagonisti: esclusi Harlock e Tochiro, eroi principali, i comprimari, ossia le star di Galaxy Express 999 e Queen Emeraldas, si ritrovano prigionieri in un ruolo fortemente irrilevante, semplicemente insoddisfacente rapportato alla loro nomea. Se a discolpa dell'autore si può dire che negli sviluppi successivi del fumetto troveranno importanza maggiore, qui la loro presenza, nella trasposizione del solo primo tankobon e mezzo su 8, assume i connotati del cameo irrilevante, al punto che si poteva proprio evitarli piuttosto che dare l'impressione di VIP usati per banale autocelebrazione. Nonostante questo, le atmosfere e il gioco reggono bene.

I problemi nascono nella seconda parte, due episodi dal ritmo notevolmente appiattito e tendente al noioso per la mole esagerata di dialoghi. La puntata finale, poi, è un'assoluta delusione capace di rovinare tutto: la scelta di interrompere quasi subito la trasposizione porta la sceneggiatrice Megumi Hiyoshi a inventarsi una conclusione addirittura definitiva alla vicenda (alla faccia del prologo!), con un accavallarsi di avvenimenti sbrigativi e senza pathos culminanti in un anticlimax che fa storcere terribilmente il naso, anche per il fatto che sottolinea ancora una volta l'assoluta inutilità di buona parte dei componenti "leggendari" del cast. Che senso ha allora il tutto?


Alla luce di questo Harlock Saga dimostra ambizioni minimamente sfruttate: è riduttivo oltreché inutile incaponirsi nel trasporre in animazione, anche se bene, un semplice prologo a una storia ben più lunga. Chiuderla in quel modo, poi, alquanto incivile verso il Wagner stesso che si vorrebbe celebrare. Se non si conosce nulla del capolavoro musicale la visione potrebbe essere addirittura apprezzata, nell'affascinante rielaborazione fantascientifica di nibelunghi e Valhalla vari, ma chi si aspetta qualcosa di più, e degno della fama che precede l'immortale composizione, farebbe bene semplicemente ad acquistarsi il boxset coi 14 cd e ad armarsi, ovviamente, dello spirito di abnegazione con cui ascoltarlo.

Voto: 6 su 10


FONTI
1 Volume 2 de "L'Anello del nibelungo", "L'incontro con Wagner", Hazard, 2006, pag.190
2 Volume 2 de "L'Anello del nibelungo", "L'incontro con Wagner", Hazard, 2006, pag.193

giovedì 8 marzo 2012

Recensione: Kitaro dei cimiteri

KITARO DEI CIMITERI
Titolo originale: Hakaba Kitaro
Regia: Kimitoshi Chioka
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Shigeru Mizuki)
Sceneggiatura: Yoshimi Narita
Character Design: Naoyoshi Yamamuro
Musiche: Kaoru Wada
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 11 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anno di trasmissione: 2008


Ultimo sopravissuto della Tribù dei Fantasmi, in grado di andare e tornare dall'Inferno, il piccolo e deforme Kitaro vive insieme a suo padre, reincarnato in un bulbo oculare. Inizia a vivere tra gli umani cercando di fare da intermediario tra loro e le altre presenze mostruose che convivono sulla Terra...

Difficile non approcciarsi, con venerazione e una punta di timore, a Kitaro dei cimiteri, sopratutto se si è i fortunati lettori della pregevole selezione di storie portate in Italia da d/visual nel 2006. Hakaba Kitaro, per importanza nell'immaginario collettivo giapponese, è un fumetto assimilabile al nostrano Topolino: una sterminata lista di storie, horror/grottesche, iniziata nel 1958 in madrepatria e che lì continua fino ad oggi, disegnata dall'autore Shigeru Mizuki in mille versioni che abbracciano ogni target e rivista. Un franchise sterminato, che negli oltre cinquant'anni di pubblicazione trova incarnazioni in film animati, lungometraggi cinematografici con attori in carne e ossa e lunghe serie televisive Toei Animation, 400 e più episodi a cui hanno lavorato, in tutti questi anni, star come Isao Takahata, Shingo Araki e Kaoru Wada. Quest'ultimo torna a curare lo score musicale nella sesta serie televisiva del 2008, l'unica, tra tutte, a essere disponibile al pubblico occidentale grazie al fansub.

Si accennava al timore prima. Una sensazione inevitabile guardando Hakaba Kitaro, che già dal nome enuncia l'abbandono delle atmosfere delle precedenti incarnazioni animate sempre intitolate Ge Ge no Kitaro (Kitaro il ributtante). Mistero presto risolto: Hakaba si basa interamente sul manga originale degli anni 60, il primissimo e il più cupo, dove l'inquietante protagonista non è ancora un eroico scacciamostri che stempera con ironia e gag le atmosfere tenebrose. Con Hakaba Kitaro Toei torna dunque alle origini trasponendo i primissimi episodi, parte di quelli che abbiamo letto in Italia. Saggia scelta considerando la loro età? Reggeranno bene lo scorrere del tempo? Nel manga, bisogna dirlo, la risposta è sì. Sarà il fascino retrò, saranno i disegni sgraziati ma espressivi, saranno i colori e la regia delle vignette che ricordano gloriose riviste horror di un passato che non c'è più, sarà lo stesso carisma del menomato e divertente Kitaro... Rimane da sè, insomma, che si assiste tutt'ora affascinati a quei brevi episodi, sempre in bilico tra horror e commedia nera, che vedono il giovane protagonista andare e tornare dall'Inferno, affrontare mostri (che pescano dal folklore giapponese ed europeo) e prendere in giro sciocchi umani lungo il suo pelegrinare, accompagnato dal paparino, che vive sottoforma di bulbo oculare parlante con gli arti, e l'infido e puzzolente Rattus che cerca sempre di sfruttare il ragazzo per i suoi comodi. Avventure estremamente divertenti e tenebrose, dove non mancano dialoghi brillanti e una sottile, perfida cattiveria con cui l'autore si riallaccia alle riviste horror americane degli anni 50 come Tales from the Crypt (più di una volta Kitaro si limita a fare da spalla a un protagonista temporaneo, spesso umano, che è alla ricerca di qualcosa e che poi fa una brutta fine, magari per volontà dello stesso Kitaro). Simpatica ed estremamente consigliata, in sintesi, la selezione di storie disponibili anche in Italia. Peccato che la trasposizione animata non le abbia reso un buon servigio.


Operazione nostalgia: questo sembra risultare, alla fine degli 11 episodi che compongono Hakaba Kitaro, l'intento di Toei Animation. Un'opening geniale (brano dance con di sottofondo le vignette del manga originale colorate in modo psichedelico: da assuefazione), uno strato di polvere e sporcizia sovrapposto ai fondali (a sottolineare l'effetto vintage) e inquietanti litanie di flauti e shamisen come colonna sonora (Kaoru Wada, la solita garanzia) riverberano i fasti del più famoso manga horror del mondo. Eccellenti antipasti di un piatto mal riuscito, perché Kitaro dei cimiteri è semplicemente freddo. Del tipo che si apprezzano le atmosfere vintage ma si sbadiglia di gusto. Questione non della qualità delle storie, ma dell'operazione di ammodernamento. La lettura dell'originale è favolosa per la spigliatezza delle gag e il carisma del grottesco tratto di Mizuki: l'anime diluisce le trovate umoristiche, le battute e i siparietti nei tempi e nelle pause propri dell'animazione seriale, nell'ottica di un design grafico fortemente moderno e (nonostante l'artifizio dello strato di polvere) patinato. Sicuramente si può pensare che, forse, le primissime storie di Kitaro non siano molto ispirate (impossibile saperlo visto che non tutte sono presenti nell'antologia d/visual): quelle della ragazza-gatto e del sosia di Kitaro, ad esempio, sono imbarazzanti per mancanza di senso e umorismo, così come è assurdo come venga liquidato malamente il destino del Dio dell'acqua nei primi episodi. Fa però riflettere il fatto che storie ben più riuscite, come quella del vampiro chitarrista Èlite (curiosamente ribattezzato Johnny nell'anime), folgorante nel fumetto, escano fuori anch'esse scialbe e noiose per colpa di animazioni ordinarie, chara perfettino e regia annoiata. La mia opinione è che forse Kitaro dei cimiteri sia una di quelle rare opere che hanno senso quasi unicamente su carta, dove la loro personalità emerge sopratutto dai disegni e dallo stile di scrittura del mangaka.

Kitaro dei cimiteri, in animazione, sembra essere solo l'ombra dell'originale: un susseguirsi di avventure che, pur basate su idee addirittura brillanti (come l'Università dei mostri del penultimo episodio), non fanno ridere perhé mal si sposano con regia e stile grafico incompatibili con la sua originale freschezza. E per finire, tanto per gettare un'ultima ombra sul lavoro Toei Animation, mi viene anche il dubbio che l'opera non sia così fedele come si vuol far credere. Perché, ad esempio, è stato riletto il celebre episodio La mano con protagonisti totalmente diversi? Non è che Toei ha modificato qua e là mandando alle ortiche l'operazione fedeltà?


Impossibile saperlo. L'unica cosa certa, nel mio caso, è che a malincuore devo sconsigliare questa produzione, anche se è l'unica incarnazione animata di Kitaro dei cimiteri attualmente reperibile in idioma comprensibile. In attesa che qualcuno magari sottotitoli le precedenti (magari quella del 1996 disegnata da Shingo Araki), posso solo consigliare di rivolgersi ai tre volumi editi da d/visual, che danno una buona panoramica del personaggio. E speriamo che presto o tardi qualche editore italiano pubblichi qualcosa di più sostanzioso di tre semplici antologie celebrative.

Voto: 5,5 su 10

mercoledì 22 dicembre 2010

Recensione: Kyashan Sins

KYASHAN SINS
Titolo originale: Casshern Sins
Regia: Shigeyasu Yamauchi
Soggetto & sceneggiatura: Yasuko Kobayashi
Character Design: Yoshihiko Umakoshi
Musiche: Kaoru Wada
Studio: Mad House
Formato: serie televisiva di 24 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 2008 - 2009

 
In Giappone l'importanza rivestita dal brand Casshern (Kyashan in Italia) dev'essere di tutto rispetto, se la celebre opera di studio Tatsunoko genera, negli anni, ben tre rifacimenti dopo l'originale televisivo del 1973: una sorvolabile serie OVA nel '94, un lungometraggio live altrettanto deludente del 2004 (Kyashan: La rinascita, arrivato anche nei nostri cinema e dileguatosi, giustamente, alla velocità della luce) e nel 2008 un terzo restart ancora, una nuova serie televisiva sviluppata questa volta da Mad House, con Tatsunoko che si limita alla produzione. Kyashan Sins, questo il suo nome, inizialmente sembra una rilettura moderna di incredibile levatura: un remake che, sapientemente, evita di replicare la solita storia di Casshern che combatte contro gli androidi del crudele Briking Boss, ma reinventa il tutto in un universo alternativo privo di alcuni personaggi storici (il dott. Azuma e sua moglie) dove l'eroe, questa volta addirittura agli ordini del dittatore, causa la distruzione della Terra e dell'umanità uccidendo la giovane Luna, simbolo e speranza dei terrestri contro l'oppressione. Cento anni dopo il giovane si risveglia, sopravissuto, in un mondo in rovina, dove gli umani sono quasi tutti morti e i robot, nuovi abitanti del pianeta, sono preda di un irreversibile processo di usura. Persa completamente la memoria, il giovane inizia a vagare per le lande desolate, cercando di capire cosa può fare di concreto per aiutare il suo mondo a rivivere e soprattutto come aiutare gli abitanti a sopravvivere, riscattando il suo peccato mortale che dà il titolo all'opera. In compagnia dell'inseparabile cane-robot Friender e della bella e vendicativa Lyuze, sorella di una servitrice di Luna uccisa da lui stesso, dovrà affrontare Dio, altro vecchio servitore di Briking Boss che anela al dominio, e scoprire il segreto della vita e della morte che governa la sua realtà.

Il cammino verso la redenzione del tragico eroe si avvale di una confezione sublime, con litanie crepuscolari dell'acclamato compositore Kaoru Wada che esprimono il silenzioso dolore di scenografie desolate, sfondi espressionisti di rara potenza visiva - le ambientazioni si possono fisicamente identificare in un immenso fondale marino dalle variegate suggestioni lovecraftiane - che concretizzano l'annichilimento del pianeta e lo stato d'animo tormentato del ragazzo. A celebrare la nostalgia per la classica serie tv provvede lo splendido chara design dell'artista Yoshihiko Umakoshi, ancorato a uno stiloso ed essenziale tratto vintage anni '70, mentre animazioni di livello eccelso, fluide e di grande fisicità, e una regia lenta e d'atmosfera di Shigeyasu Yamauchi, amante di giochi di sguardi e lunghi silenzi, seducono gli occhi garantendo la grande perizia autorale della produzione. Se la storia è interessante e l'aspetto visivo straordinario, è purtroppo lo sviluppo dell'intreccio che potrebbe essere preso come perfetto esempio di sceneggiatura da evitare. Nella sua lunga strada per l'espiazione Casshern dovrà farsi perdonare soprattutto la noia imperante che coglie la serie da metà della sua durata fino alla fine, con quasi la totalità del racconto giostrata su semplici avventure riempitive. In ogni puntata l'eroe vaga per le rovine, incontra un sopravissuto più o meno tragico, si interessa alle sue vicissitudini, combatte contro alcuni robot/saccheggiatori che lo vessano, e il suo amico muore dopo aver trovato la felicità. Sins propone una stuucchevole ricerca del melodramma facile, ripetuto instancabilmente fino quasi alla fine, che, va bene, è fedele alla formula originale del '73, ma se quest'ultima era figlia dei tempi, è assurdo replicarla ancora nel 2008. Questo canovaccio tragicissimo diluisce fortemente lo sviluppo della trama principale, l'annacqua diluendo a dismisura una vicenda che potrebbe durare molto meno. Suddetti riempitivi sono spesso ben fatti e commoventi, ma, ripetuti un'infinità di volte, dimostrano solo una totale assenza di idee.


Davvero un peccato che Kyashan Sins sia scritto così, perché le potenzialità che reca in sè sono enormi, sapendo veicolare con maestria messaggi profondi sulla vita e sulla morte che valgono da soli l'intera visione. Inizialmente privo di scopi ed emozioni per ciò che lo circonda, Casshern inizia a formarsi come individuo proprio conoscendo i vari superstiti che protegge volta per volta, ognuno depositario di una particolare qualità dell'animo umano (speranza, giustizia, pentimento, innocenza...) che concorrerà a fornirgli una base morale. Con queste esperienze imparerà qual è il significato della vita, la chiave per salvare il mondo dalla paura della morte e il primo seme da piantare per la sua rinascita. Una favola poetica nei suoi temi, raffinata nelle magnifiche atmosfere decadenti, intensa nelle sue personalità tragiche e splendidamente tratteggiate; e, pur brillando di luce propria anche solo per questi meriti, andrebbe visto obbligatoriamente da tutti i fan dei Cavalieri dello zodiaco rimasti delusi dall'incompiuto Capitolo del regno dei cieli.

Come è facile supporre e si vocifera, pur in assenza di conferme o smentite ufficiali che forse mai ci saranno, infatti,  Sins altri non è altri che la rielaborazione della sceneggiatura dei mai realizzati film conclusivi della trilogia filmica iniziata qualche anno prima con Ouverture, mai completata visto l'enorme flop al botteghino  Dall'originale progetto provengono il regista Shigeyasu Yamauchi, unico custode dello script completo; gli stessi seiyuu a prestare la voce, e soprattutto il volto di Casshern, modellato palesemente su quello del Saint di Pegaso (e qualche anno dopo il disegnatore Umakoshi diverrà il chara designer ufficiale della serie tv Saint Seiya Ω, sarà un caso?). Ecco perché la storia inizia, idealmente, proprio da dove si conclude il film del 2004, evolvendosi nella direzione da lui originariamente auspicata: Seiya/Casshern perde la memoria per effetto del colpo di Febo, vaga senza meta e abbatte, nel suo cammino, i 12 dei dell'Olimpo (i vari "boss" che affronta il ragazzo androide hanno i nomi delle divinità romane), arrivando infine a scoprire l'origine della vita e della morte del pianeta risalenti all'operato di Urano/Briking. Anche il mood è rispettato, con un Casshern apatico e moralmente distrutto che replica i sentimenti Seiya dopo essere stato abbandonato da Atena.


Con le sue imparreggiabili atmosfere tragiche, la storia intrigante e l'affascinante ipotesi, per niente campata in aria, che si possa defnire il vero "seguito" di Ouverture, Sins ha tutti i presupposti per piacere al grande pubblico, specialmente ai fan del titolo storico degli anni '70 che si ritrovano tra le mani un remake molto originale e tecnicamente all'avanguardia. Proprio un peccato, quindi, che il risultato finale venga fortemente ridimensionato da una sceneggiatura irritante, così ripetitiva da rendere talvolta durissimo reggere la visione di più di un episodio a giornata, a cui non contribuisce anche il ritmo molto lento. Sins, fosse stato più breve e un filo più spigliato, non avrebbe avuto alcun problema a ritagliarsi un giudizio estremmamente più lusinghiero, addirittura surclassando l'originale. Così com'è venuto fuori è "solo" un ottimo titolo, ma dal potenziale non pienamente espresso.

Voto: 7,5 su 10

lunedì 8 novembre 2010

Recensione: Alien Defender Geo-Armor Kishin Corps

ALIEN DEFENDER GEO-ARMOR KISHIN CORPS
Titolo originale: Kishin Heidan
Regia: Kazunori Mizuno, Takaaki Ishiyama
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Masaki Yamada)
Sceneggiatura: Yoshiki Tanaka, Megumi Sugihara
Character Design: Masayuki Goto
Mechanical Design: Takeshi Yamazaki, Koji Watanabe
Musiche: Kaoru Wada
Studio: Ginga Teikoku
Formato: serie OVA di 7 episodi (durata ep. 34 min. circa)
Anni di trasmissione: 1993 - 1994


Seconda Guerra Mondiale, zona orientale del conflitto. Da anni, una misteriosa razza aliena combatte contro i terrestri per motivi apparentemente ignoti: non ha importanza che siano forze alleate o dell’asse, gli alieni precipitano letteralmente dal cielo, armati fino ai denti, e uccidono chiunque respiri. Durante un viaggio in treno con la famiglia, il giovane Daisaku scampa prima a un assalto nazista e poi a un attacco alieno: salvato da un gruppo specializzato, i Kishin Corps, scopre che suo padre custodiva un prezioso manufatto marziano, ricercato da entrambi gli schieramenti. Ormai orfano, Daisaku si allea con i Kishin Corps sperando un giorno di pilotare gli enormi mecha di cui dispongono per fermare i nazisti e respingere gli alieni.

La Seconda Guerra Mondiale è sempre stata terreno fertile per intrusioni soprannaturali, orrorifiche e sci-fi, uno scenario storico ideale, pur nella sua atrocità, per architettare storie dal fascino unico, impareggiabile, imprevedibile. Alien Defender Geo-Armor Kishin Corps (1993) è ambientato nei primi anni del conflitto, ma non sfrutta soltanto la guerra per creare un intreccio sci-fi con alieni crudeli e arditi piani hitleriani per farseli amici e da lì dare il via alla conquista del mondo, bensì poggia solidissime base su un impianto steampunk estremamente suggestivo, con robottoni giganteschi tanto improbabili quanto affascinanti, che rubano lo schermo per mezzo di macchinari colossali e ghiottissime botte da orbi.

L’ambientazione e gli elementi di contorno sono il primo aspetto a stregare: non un classico campo di battaglia, non l’Europa cuore del conflitto, ma – d’altronde si parla di anime – il Giappone e luoghi limitrofi, quando l’orrore del nazismo doveva ancora esplodere in tutta la sua violenza. A rendere ancora più particolare questo scenario è la creazione di una manciata di villain che gonfiano la loro crudeltà per mezzo di acconciature assurde, mantelli tenebrosi simili ad ali di pipistrello e ideologie destrorse che mitizzano il nazismo, forse anche un po’ infantilmente, come essenza del male puro e non come supremazia ariana.


A colpire, successivamente, è la raffigurazione degli alieni, creature antropomorfe ma prive di ossatura, capace di modellarsi a piacimento e assorbire i tessuti umani, che non appaiono mai a bordo di astronavi né sparano avveniristici raggi laser, ma cadono dal cielo come pioggia e sforacchiano gli umani con mitragliatrici dell’epoca. Non particolarmente innovativi sotto un mero aspetto visivo/organico, ma davvero insoliti nel loro precipitare al suolo, dopo essere stati annunciati da un cielo che muta in un minaccioso rosso violaceo, privi di qualsiasi paracadute o diavoleria aliena. Infine, largo spazio ai mecha, tre enormi robot (uno di terra, una di aria e uno di acqua) più un quarto perennemente in costruzione, veri e propri colossi di metallo e ingranaggi, che si muovono lentamente, a scatti, che nonostante la mole possono subire facilmente danni ingenti e necessitare di lungo tempo per le riparazioni. Più credibile il mezzo di terra (davvero grosso e privo di agilità) che gli altri due (forse un po’ troppo avanzati, a dispetto dell’origine aliena), ma in generale, nel tono un po’ farsesco ed esagerato dell’opera, funzionano benissimo e altrettanto bene prendono parte a battaglie maestose, lunghe, appaganti scazzottate robotiche.

Dipanata su sei episodi da mezz’ora più uno, quello iniziale, da sessanta minuti, la trama di Kishin Corps non mostra particolari scossoni narrativi o idee che enfatizzino le splendide basi di partenza, ma si assesta su binari sicuri, con buoni da una parte e cattivi dall’altra, sfrutta alcune figure realmente esistite, Eva Brown e Albert Einstein, inserendole nel cast dei protagonisti, e dà più che altro vita a un crescendo di scontri robotici, contornati da una sfavillante, sentita OST. Ne esce una storia apparentemente complessa ma in realtà piuttosto semplice e lineare, molto piacevole da seguire, se non altro per la crescita dei personaggi e per il ruolo di Daisaku, che, sebbene star principale, non si metterà subito alla guida del mecha più cool come spesso accade negli anime robotici, ma resterà quasi sempre in disparte, limitandosi a usare armi secondarie e a rodersi il fegato per essere troppo piccolo e non un adulto come i piloti. Assai curioso il chara di Masayuki Goto, che disegna personaggi maschili e femminili con spalle larghissime e vitini non più grossi di un polso, per poi seppellirli sotto capigliature impossibili. Stravagante al primo impatto, l’occhio si abitua presto e, anzi, è giusto riconoscergli la corretta visione caricaturale, necessaria per i toni esaltati della serie.


L’incantevole contesto steampunk è in definitiva il pregio maggiore di questo OVA non sensazionale ma godibilissimo, una visione pertanto consigliata, soprattutto a chi ha amato Giant Robot (1992) a cui Kishin Corps sembra rifarsi in più di un’occasione.

Voto: 7 su 10

venerdì 17 settembre 2010

Recensione: Eiyuu Gaiden Mozaika

EIYUU GAIDEN MOZAIKA
Titolo originale: Eiyuu Gaiden Mozaika
Regia: Ryousuke Takahashi
Soggetto: Ryousuke Takahashi, Norio Shioyama (basato sul loro romanzo originale)
Sceneggiatura: Ryoe Tsukimura
Character Design: Norio Shioyama
Musiche: Kaoru Wada
Studio: Studio DEEN
Formato: serie OVA di 4 episodi (durata ep. 29 min. circa)
Anno di uscita: 1991


Nel magico mondo di Mozaika sono calate le tenebre da quando il saggio sovrano Sazara è stato plagiato dal sacerdote Karumaharu, divenendo spietato tiranno. Il valoroso guerriero U-Dante, fedele al suo sovrano anche in questo momento, tenta di farlo tornare in sé, ma per questo sarà condannato a morte. Dieci anni dopo suo figlio, U-Taruma, divenuto anch'esso un prode guerriero, decide di vendicarlo...

È cosa risaputo, in animazione il fantasy raramente brilla. Escluse saghe come quelle di Slayers, Lodoss Wars e Rayearth, comunque derivative da light novel, manga o videogiochi, sono ben pochi gli esponenti nati su celluloide capaci di convincere. Per questo non si può che partire con aspettative bassissime nei riguardi di Mozaika, sconosciuta miniserie OVA del 1991 a cura dell'accoppiata Takahashi/Shioyama, celebri per la grande saga sci-fi di Votoms ma anche dietro il semplicistico Galient. Ed è una volta tanto un errore felice, perché Mozaika, tratto dal romanzo omonimo da loro stessi scritto e illustrato, pur con uno spunto di partenza debole si rivela opera di quelle pregevoli, di quelle che non ci si aspetterebbe mai.

L'impatto iniziale è tra i peggiori, colpa di un incipit che definire abusato è dir poco: il solito eroe invincibile che si carica sulle spalle il destino di vendicare l'eroico genitore sconfiggendo il perfido mago/sacerdote dietro la degenerazione del sovrano. L'episodio iniziale fa presagire orrori nella consueta lentezza registica di Takahashi, nella banalità del soggetto, nell'inquietante, corposo numero di personaggi rapportato alla durata delle sole quattro puntate che compongono la serie. Forte è la tentazione di abbandonare subito la visione, ma se si riesce a sopportare un primo episodio particolarmente insignificante notevoli saranno le sorprese dietro i successivi. Sufficientemente diretto e animato e illustrato dal bellissimo, tipico tratto di Norio Shioyama, Mozaika è passatempo abbastanza ordinario per 3/4 di durata, salvo esplodere in un finale inimmaginabile. Non vi è dubbio che l'intreccio si giostri tra svariati clichè (tra principesse rapite, cavalieri oscuri, divinità gigantesche con cui allearsi, alleati dal passato tragico e ogni genere di stereotipo, proprio lo Sword and Sorcery medio) scorrendo via senza troppe pretese, e si avverte, oltretutto, la sensibile velocità con cui viene spalmato per stare tutto in sole quattro parti. Però, a dispetto però delle ambizioni troppo alte (davvero esagerato il numero di componenti del cast), il piacere con cui si guarda Mozaika non viene mai meno: il suo merito è di non essere mai troppo prevedibile negli sviluppi narrativi.

La  vicenda portante rimane banale, ma convince il modo in cui sono tratteggiati i vari personaggi: poco più che abozzati ma ben integrati nella trama, coi giusti tempi, personalità scolpite da dialoghi essenziali ma ben dosati, che trasmettono loro quel carisma necessario a soffrire per una loro eventuale dipartita. A fronte di un soggetto vetusto Mozaika può così bearsi di un ottimo lavoro di sceneggiatura, che intreccia con calma, nei suoi primi tre atti, numerose sottotrame facendo muoverere svariati gruppi di personaggi, salvo farle confluire tutte nel finale in un'epica, sanguinaria battaglia degna dei migliori bloodbath di Yoshiyumi Tomino, una carneficina cupa e splatterosa dove morti ed emoglobinina scorrono a fiumi facendo trionfare una drammaticità teatrale che lascia il segno, raggiungendo vette di una certa epicità. Così turbato da una simile violenza, o meravigliato dalla capacità di trasmettere emozioni così forti in circa due ore totali di durata, lo spettatore è così esaltato da dimenticare la velocità esagerata con cui si accavallano avvenimenti su avvenimenti portando a tale mattanza.


Non c'è dubbio che il quarto episodio, pur nella sua tragicità, rappresenti un'occasione parzialmente sprecata: il ritmo è fin troppo frenetico e il finale rimane lasciato in sospeso, ma, visto come Takahashi riesce a far quadrare quasi tutti i conti, dando una conclusione a 3/4 della storia e suggerendo l'idea di aver utilizzato adeguatamente un cast di oltre dieci personaggi in così pochi spazio, la sensazione finale è di vedere in Mozaika un'opera sì incompleta, ma a suo modo geniale. Risultando facile far pensare che, con un episodio in più per chiudere tutto, si parlerebbe addirittura di un signor lavoro.

Viste le premesse di partenza Mozaika si rivela, in definitiva, un fantasy degno di visione, di ottimo livello se non fosse tronco. Peccato sia così poco sconosciuto e trascurato dal mondo, perché questi quattro episodi dall'aspetto grafico così vintage nascondono ben più di un'emozione, dimostrando come in questo campo Ryousuke Takahashi ha, nonostante l'anonimità di Galient, ben più di un'idea degna di essere raccontata nel genere. Proprio per questo è un peccato che la sua esperienza con esso termini qui. Da recuperare.

Voto: 7 su 10

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