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lunedì 13 aprile 2015

Recensione: Aoi Bungaku

AOI BUNGAKU
Titolo originale: Aoi Bungaku
Regia: Morio Asaka (ep.1-4), Tetsuro Araki (ep.5-6), Shigeyuki Miya (ep.7-8), Ryousuke Nakamura (ep.9-10), Atsuko Ishizuka (ep.11-12)
Soggetto: Osamu Dazai (ep.1-4/9-10), Ango Sakaguchi (ep.5-6), Soseki Natsume (ep.7-8), Ryounosuke Akutagawa (ep.11-12)
Sceneggiatura: Satoshi Suzuki (ep.1-4), Ken Iizuma (ep.5-6), Mika Abe (ep.7-8), Sumino Kawashima (ep.9-10), Yuji Kobayashi (ep.11-12)
Character Design originale: Takeshi Obata (ep.1-4/7-8), Tite Kubo (ep.5-6/11-12), Takeshi Konomi (ep.9-10)
Character Design: Masanori Shino (ep.1-4), Kunio Katsuki (ep.5-6), Shigeyuki Miya (ep.7-8), Mieko Hosoi (ep.9-10), Yoshinori Kanemori (ep.11-12)
Musiche: Hideki Taniuchi (ep.1-8/11-12), Shusei Murai (ep.9-10)
Studio: Mad House
Formato: serie televisiva 12 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2009


Nell’inverno del 2009 Mad House, per commemorare il centenario della nascita dello scrittore Osamu Dazai1, riunisce sei importanti storie della letteratura tradizionale giapponese e, inseguendo forse gli ottimi risultati incontrati da Toei con le ghost stories contenute in Ayakashi: Japanese Classic Horror (2006), le trasforma in un’antologia di grande fascino. Oltre a Dazai, anche gli altri autori sono nomi fondamentali del passato nipponico (lui, Ango Sakaguchi, Soseki Natsume e Ryounosuke Akutagawa appartengono a quella cultura letteraria storica che giocoforza è elitaria in Italia, la si può conoscere attraverso Feltrinelli e Neri Pozza e qualche altro ramo dell’editoria più intellettuale), e riappaiono nella serie televisiva Aoi Bungaku ("Letteratura blu") con un’intelligente opera di riverniciatura che nulla toglie all’espressione storica originale ma ne rivitalizza invece ogni sfumatura. Lo studio mette insieme un team insolito, affianca a nomi con certa esperienza ma minor fama come Morio Asaka giovani di talento testato e confermato come Tetsuro Araki e Ryousuke Nakamura, aggiungendoci le matite guest di un trio di mangaka (Takeshi “Death Note” Obata, Tite “Bleach” Kubo e Takeshi "Prince of Tennis" Konomi) al chara design. Il risultato, pur con alcune fragorose cadute, è visivamente maestoso e in più di un momento narrativamente travolgente, ciò che rimane più impresso è la maestria nel contestualizzare i romanzi originali conservando interamente quel loro sapore drammatico e intriso di antichità senza che il rilievo estetico, marcato anche dall’alto budget e dalle notevoli animazioni,  prenda il sopravvento.

Si comincia con il pezzo forte, dal romanzo Non più umano (1948) di Osamu Dazai. Morio Asaka mette in fila quattro eccellenti episodi che esplorano su vari livelli la disperazione e la solitudine: l’incapacità di Oba Yozo di convivere con le donne, portandole a un’esasperazione tale da sfiorare la morte in più occasioni, è mostrata con una delicatezza e una gestione emotiva di gran spessore. Toccare la follia, sottolinearne le escrescenze più tortuose e incomprensibili, raccontarla senza quella facili sbavature fatte di occhi spiritati e risate spettrali significa enorme tatto e conoscenza dell’argomento: la destrutturazione narrativa, che impedisce di capire di cosa parli realmente la storia e dove voglia parare sino ai suoi snodi centrali, è supportata da un’eleganza rarefatta e trattenuta che inquadra momenti ben specifici e lascia sfumare le scene di raccordo evidenziando il mostrato e nascondendo del tutto il raccontato. I preziosi e ricchissimi disegni di Obata e le musiche delicate ricamano le atmosfere dilatandole e oscurandole tra sprazzi malevoli di bianco e luci pallide.


Di colpo in bianco si precipita però nel baratro con la doppietta di Tetsuro Araki, che da una storia di vendetta sanguinaria costruisce un esperimento assurdo in cui fa convivere musical, demenzialità, ecchi e improvvise bordate di terrore. Stupefacente sulla carta, impressionante nei suoi momenti più lucidi (le sequenze danzanti, arricchite da accurate insert song; gli squarci colmi di sangue), in realtà è un abbozzo sconclusionato e spesso incomprensibile dove risalta soltanto la fredda modernità del disegno e gli sbalzi comici del tutto fuori luogo: Araki si muove bene con consueti tecnicismi elaborati ma mancano fondamenta e idee valide per sostenere il breve racconto Nella foresta sotto i ciliegi in piena fioritura di Ango Sakaguchi.

Si ritorna per fortuna su lidi ben migliori con la terza manche di episodi: Shigeyuki Miya affronta paranoia e disprezzo con i due punti di vista utili a spargere becero sospetto nell’isolata tristezza evocata da una parte del romanzo Cuore (1914) di Soseki Natsume. L’amicizia tra uno studente altolocato e un maestro ai limiti dell’eremitaggio viene messa a dura prova a causa di una donna della quale entrambi sembrano essere innamorati: ottimo il ribaltamento della situazione, perfetta la selezione dei tempi con cui svelare interrogativi e momenti dubbiosi, splendidi i dialoghi e la consistenza con cui modellano i tre protagonisti, piacciono anche i disegni nella loro bizzarra miscela di realismo e sproporzioni fisiche.

È invece molto ambizioso Corri, Melos!, originale rielaborazione dell'omonimo racconto del 1940 sempre di Osamu Dezai (e già a sua volta ispiratore di ben tre adattamenti anime prodotti da Toei Animatiion, lo special televisivo del 1981 firmato da Tomoharu Katsumata e il lungometraggio cinematografico del 1992 di Masaaki Ohsumi), dove Ryousuke Nakamura si giostra tra più livelli di esposizione alternando realtà e finzione con uno spaventoso rigore matematico, sfruttando una forte componente meta per raccontare i momenti più evocativi di un’amicizia che sfiora l’omosessualità pur senza mai palesarla. Uno scrittore teatrale di grande prestigio viene contattato per la scrittura di un’opera che, pur in contesti favolistici, somiglia tragicamente a un fatto accadutogli quand’era studente: la storia diventa un tramite per rievocare il passato e far luce su avvenimenti che aveva, volutamente o meno, accantonato. Nakamura è molto poetico e il lirismo di alcuni passaggi sicuramente appesantisce due episodi fin troppo drammatici e colmi di lacrime, ma l’evolversi della trama, il suo aprirsi lentamente attraverso una visività zeppa di sorprese, incastri narrativi e trovate enigmatiche è un puro piacere per gli occhi.

A chiudere, una doppietta di puntate dove Atsuko Ishizuka collega due racconti di Ryounosuke Akutagawa, li sprofonda in un immaginario fantasy colmo di sense of wonder e sfrutta un enorme talento visivo per siglare con immagini di pura meraviglia storie al limite dell’onirico. Una persona cattiva ne Il filo del ragno, rea di non aver fatto nulla di buono nella sua vita, e una ingannata ne L'immagine dell’Inferno (un pittore colpevole di aver involontariamente sfidato il re), riuniscono due vicende tristissime dove la morte spalanca cancelli di inaudito dolore, rappresentato paradossalmente con un uso di colori raggiante e un’atmosfera festiva e felicemente caotica.


Scambiato stranamente per opera horror o misteriosa, Aoi Bungaku non ha richiami soprannaturali né ricerca toni dark o plumbei per svecchiare racconti e romanzi che in realtà, pur di fantasia, vertono su spiazzanti innesti autobiografici: il tormento di questi grandi scrittori del passato, divisi tra incomunicabilità, infedeltà e solitudine, è ben visibile in ogni arco narrativo, ed è in fondo la loro vita, camuffata dalle parole, a ergersi forse come principale protagonista e leit motiv della serie. Triste che un'opera così originale e ben fatta non abbia avuto chissà che successo o riconoscimento, né da parte del pubblico né dalla critica2.

Voto: 8 su 10


FONTI
1 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag.496-497
2 Come sopra, a pag. 498

lunedì 11 novembre 2013

Recensione: L'attacco dei Giganti

L'ATTACCO DEI GIGANTI
Titolo originale: Shingeki no Kyojin
Regia: Tetsuro Araki
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Hajime Isayama)
Sceneggiatura: Yasuko Kobayashi
Character Design: Kyoji Asano
Musiche: Hiroyuki Saano
Studio: Production I.G
Formato: serie televisiva di 25 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2013
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Dynit


Decimati dai mostruosi Giganti, esseri ciclopici che si cibano di carne umana, i pochi uomini rimasti vivono all’interno di una città-stato protetta da tre colossali mura concentriche e difesa da un gruppo di soldati addestrati. Dopo un secolo di pace, l’apparizione di un Gigante alto 60 metri distrugge la muraglia più esterna: le creature invadono la città e creano il caos. Tra i sopravvissuti, Erin, Mikasa e Armin decidono di entrare nelle guardie della città giurando vendetta.

Qualcuno fermi Tetsuro Araki. Certo, sono lontani i tempi di Kurozuka (2008), quando il talentuoso regista non si poneva limiti e scriveva da solo i salti mortali che avrebbe poi diretto, così come è chiaro che il successo di Death Note (2006), dove la sua smisurata abilità gli permetteva di dare carattere, ritmo e autoralità a una trasposizione animata ardimentosa, lo abbia spolpato di una visione personale che poteva dire molto, moltissimo nell’animazione sci-fi/horror, ma un qualche riscatto ero lecito pensarlo dopo un fallimentare High School of the Dead (2010), pura commercialata lucrativa, e soprattutto dopo il catastrofico Guilty Crown (2011), che ancora una volta mirava al grande pubblico e alla critica spicciola senza fare alcuna fatica. E invece lo ritroviamo a capitanare l’ennesimo boom calcolato a tavolino, con una Production I.G. che non bada a spese pur di animare la strepitosa popolarità del manga d’esordio del giovanissimo (classe 1986) Hajime Isayama: L’attacco dei Giganti viene pompato a dismisura, l’hype trabocca le regole del buon senso su una simile, palese, inutile operazione mainstream, ma nessuno sembra rendersi conto che, già dovendosi basare su un materiale di base mal scritto e ingenuo, alla sceneggiatura ci sia Yasuko Kobayashi, che già non aveva reso proprio memorabile il potenzialmente bellissimo Kyashan Sins (2008).

E infatti, tolta la doverosa bellezza grafica, la dinamitarda regia e il fascino scaturito dalla potenza visiva di questi giganti pachidermici e cannibali che vagabondano senza meta, L’attacco dei Giganti crolla già nelle prime puntate a causa di uno script urticante, una sceneggiatura inutilmente involuta che ambisce a psicanalizzare i tanti personaggi senza avere, 1) le capacità narrative per farlo, e semplicemente 2) dimenticando il carattere action di una storia come questa, che paradossalmente sembrerebbe scritta su misura proprio per Araki (il complicato e impossibile meccanismo per volare, tanto per fare un esempio, è una giapponeseria shonen che solo un regista così bravo nel dare credibilità alle tamarrate poteva rendere possibile). Il continuo ricorrere a flashback poco interessanti e lo smarrimento dato dalla differenziazione dei punti di vista narranti crea infatti una lentezza smisurata nella progressione degli avvenimenti, frantumando il ritmo e la forza visiva che Araki imprime in ogni inseguimento e in ogni battaglia. Il totale squilibrio tra sceneggiatura e regia si avverte in maniera forzata e insistente, non c’è momento in cui la storia giri bene, o si presenti di semplice linearità per mostrare una naturale successione di eventi: tutto è tortuoso, complesso, farraginoso e soprattutto pesante, pesante da morire, perché le intrusioni psicologiche, gli incessanti sproloqui mentali dei protagonisti non escono mai da una modalità sempliciotta e superficiale nonostante ci siano tonnellate di argomenti per far scaturire riflessioni interessanti. La tensione nel vivere con una minaccia tanto mostruosa a pochi passi da casa, le difficoltà dell’addestramento militare sin da piccoli, l’impressione body count che coinvolge adulti, bambini e soprattutto amici… ma non c’è niente da fare, le introspezioni si limitano a uno stupidissimo “devo credere in me stesso” che nasce da pippe mentali lunghe solitamente metà episodio. Naturale quindi che, ripetendo questo meccanismo per tutti i protagonisti senza variare più di tanto la materia trattata, la noia emerga già all’inizio.

 

Il resto, certo, avrebbe potuto essere una grande tamarrata, lo spunto in fondo è molto suggestivo: ambientazione medievale con alcuni accenni steampunk nell’uso di certa tecnologia; giganti impressionanti tanto nelle altezze schiaccianti quanto nelle figure così inquietanti e distanti dal tratto utilizzato per il chara degli altri personaggi; una trama anche ambiziosa, che si sposta nello spazio e nel tempo per offrire più punti di vista sulle stesse situazioni e che non si tira indietro nel togliere brutalmente di mezzo tanti personaggi; una guerra continua, una scena di battaglia dietro l’altra dove la fatica e la disperazione ben emergono a causa dell’impotenza contro la supremazia fisica del nemico. Sono aspetti che Araki saprebbe gestire con gusto e abilità, al di là delle sue carrellate virtuosistiche e dei movimenti ultradinamici di camera è interessante per esempio l’uso dei frame stoppati per dare un maggior senso di caos e velocità, sinonimo quindi di ottima gestione di mezzi per offrire anche qualcosa di nuovo. Ma con una sceneggiatura così povera e che tenta invece di essere così raffinata, una mano che non sa narrare nemmeno i momenti più naturali o comunque alla base di una vicenda (la gestione del lutto da parte di Erin è traballante, il tratto mascolino e introverso di Mikasa è spesso ridicolo, l’ingenuità di Armin è imbarazzante) è chiaro non ci sia alcuna abilità per poter soffermarsi sui dilemmi filosofici dell’essere umano, né avere l’arguzia per evitarli del tutto e favorire la componente action che, a dirla tutta, rimane sempre e comunque il motore di quella che dovrebbe essere una storia per ragazzi.

A poco servono infine il bel chara di Kyogi Asano, a metà tra il serioso e la canzonatura parodistica, con uno spesso tratto nero a marcare la fisionomia dei personaggi, e le musiche epicheggianti di Hiroyuki Sawano, tutto svanisce di fronte a un errore di base, forse quello di voler trasformare uno shonen sciocchino ma di grande impatto in una storia più matura e di spessore, ma alla fine abbiamo a che fare soltanto con l’ennesima produzione altisonante fine a se stessa.

Voto: 4 su 10

SEQUEL
L'attacco dei Giganti Il Film: Parte I - L'arco e la freccia cremisi (2014; film)
L'attacco dei Giganti Il Film: Parte II - Le ali della libertà (2015; film)
Attack on Titan: Ilse's Journal (2013; OVA)
L'attacco dei giganti II (2016; TV)

lunedì 28 maggio 2012

Recensione: Guilty Crown

GUILTY CROWN
Titolo originale: Guilty Crown
Regia: Tetsuro Araki
Soggetto: Hiroyuki Hoshino
Sceneggiatura: Hiroyuki Yoshino, Ichirou Ohkouchi
Character Design: redjuice (originale), Hiromi Kato
Mechanical Design: Atsushi Takeuchi, Shinobu Tsuneki, Takuma Ebisu
Musiche: Hiroyuki Sawano
Studio: Production I.G
Formato: serie televisiva di 22 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 2011 - 2012

 

Sono passati dieci anni dal Lost Christmas, quando il Giappone venne travolto da un’ondata di panico causata da una pandemia improvvisa denominata Virus Apocalypse. Ora, nel 2039, l’organizzazione internazionale GHQ gestisce il potere nel Paese, ma i ribelli Undertaker, guidati da Gai, combattono per la liberazione. Il giovane Shu, entrato in contatto involontariamente con la cantante Inori, si ritrova a possedere un’abilità che gli permette di estrarre dal corpo delle persone i cosiddetti Void, artefatti spesso offensivi, vere e proprie armi da guerra. Sarà proprio questo potere ad avvicinarlo agli Undertaker e a lottare per la salvezza del Giappone…

Tutto comincia nel 2006 con Code Geass - Lelouch of the Rebellion: Ichiro Okouchi e il collega Hiroyuki Yoshino dividono letteralmente il fandom mondiale co-sceneggiando una serie innovativa e fuori di testa che, causa certe scelte narrative, farà discutere il pubblico e impazzire la critica. Ma forse Code Geass non sarebbe stata la stessa cosa senza la regia e il carattere imprevedibile di Goro Taniguchi, che manipola l’opera un po’ come vuole. Viene infatti da chiedersi se Yoshino e Okouchi abbiano pienamente accettato le critiche e quanto successo con la loro creatura perché li ritroviamo, a distanza di una manciata d’anni, a riproporre la stessa, identica storia, soltanto con regista e studio di produzione diversi. Da una parte, con Production I.G., camminano sicuri su un terreno fantascientifico testato mille e più volte, dall’altra, con Tetsuro Araki, si garantiscono un regista dalla tecnica straordinaria, l’ideale per l’action sci-fi che vogliono raccontare. Il problema, molto semplice, consiste nel risultato finale, a dir poco imbarazzante.

Se già con Blood-C (2011) Production I.G, nello stesso anno, dimostra carenze qualitative impressionanti, un esempio chiarissimo di come la grafica surclassa una storia stupidamente accessoria e pensata senza alcuna cura, adesso con Guilty Crown troviamo lo studio a replicare tale superficialità, se possibile con esiti ancora più negativi, perché non solo la nuova serie di Yoshino e Okouchi riprende, banalizzandole, le caratteristiche principali di Code Geass (rivoluzionari contro un’organizzazione politica opprimente, l’eroe problematico e dotato di un potere unico, il suo diventare cattivo per guidare la battaglia, yawn...), ma intinge le sue zampacce in qualsiasi cliché sci-fi dell’animazione nipponica si possa immaginare (un virus che ha messo in ginocchio il mondo, un leader duro ma giusto, una ragazza simil-autistica chiave del potere del protagonista, e via così, di sbadiglio in sbadiglio).

Quanto ne esce, pur sfoggiando animazioni della madonna e un’ispirata OST tra rock ed elettronica, è quindi qualcosa di morto già in partenza perché privo di un minimo spunto curioso. I topoi nelle caratterizzazioni dei personaggi e nelle svolte narrative sono fedelmente rispettati ma non c’è grinta, non c’è energia nel mettere in scena una storia tanto prevedibile. Tutto è piatto e gestito sbadatamente, la profondità necessaria a fortificare l’atmosfera svanisce al secondo episodio e la trama avanza perché sì, in una serie di vuoti e lacune clamorosi. Prendiamo Gai, leader belloccio degli Undertaker, privo di qualsiasi carisma e protagonista di più o meno zero attività eroiche e/o pericolose, ma che Shu all'improvviso stima moltissimo perché a metà serie serve il dramma e l'eroe deve amare il suo mentore. Prendiamo la zona di quarantena, un'area della città racchiusa da un momento all'altro da enormi barriere costruite chissà quando, che salgono dal terreno a uno schiocco di dita del nuovo presidente che si autoelegge presentandosi davanti alle telecamere e dicendo "Io sono il nuovo presidente". Prendiamo i due teppisti che diventano membri del "governo" che si instaura in tale zona, i quali raggiungono una simile carica senza che nessuno li abbia votati e soprattutto senza che nessuno si allarmi dato che nell'episodio precedente vogliono fare le cosacce con la protagonista in carrozzina.


Sembra che gli stessi autori si siano annoiati nel realizzare Guilty Crown (la regia virtuosa di Araki è totalmente assente, il senso drammatico di Yoshino e Okouchi è risibile da tanto finto e patinato), altrimenti non si spiegherebbe tanta piattezza strutturale nel pianificare il crescendo nullo che porta alla svolta a metà serie, dove raramente si vede un così mal gestito scontro good vs evil, con personaggi introdotti soltanto perché servono dei cattivi da far ammazzare ai buoni. Scontro giustificato tra l’altro da avvenimenti privi di qualsiasi spiegazione (il potere canoro di Inori, il virus che all'improvviso UCCIDE TUTTI e un secondo dopo scompare SALVANDO TUTI, il flashback posticcio e privo di spiegazione sull’incontro tra Gai e Shu quand'erano bambini), replicato poi nella conclusione affrettatissima e scontata nella quale si ripete la svogliatezza narrativa degli sceneggiatori.

Ma è inutile sottolineare gli errori, le mancanze e i difetti che assillano Guilty Crown, nell’opera non c’è niente, niente, niente da salvare, neanche volendo fare i buoni samaritani. Ci troviamo di fronte a 22 episodi di comicità involontaria che riescono nell’ardua impresa di peggiorare progressivamente, quasi fosse un compito prefissatosi dagli autori che si sfidavano a suon di missioni impossibili tipo:

"Nel prossimo episodio voglio far camminare la tipa storpia".
"Okay, come?"
"E che ne so, sarebbe bello se succedesse".
"Giusto. Mettiamolo, allora. La tizia storpia cammina. Fatto".
"Mettici anche che fa le capriole e le arti marziali".
"Okay".
"E che spacca qualche robot".
"Fatto".
"E falle ballare le tette".
"Belle, le tette".
"Poi però torna storpia".
"Così c'è il DRAMMA, giusto".
"Tu mi leggi nel pensiero".
Applausi.

Voto: 3 su 10

lunedì 5 marzo 2012

Recensione: Kurozuka

KUROZUKA
Titolo originale: Kurozuka
Regia: Tetsuro Araki
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Baku Yumemakura & Takashi Noguchi)
Sceneggiatura: Tetsuro Araki
Character Design: Masanori Shino
Musiche: Kiyoshi Yoshida
Studio: Mad House
Formato: serie televisiva di 12 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2008


Giappone, XII secolo. Il nobile Kuro Yoshitsune e un suo servo, in fuga dagli sgherri che gli ha mandato contro il fratello, incontrano nella foresta una donna misteriosa e bellissima, Kuromitsu, che li ospita in casa a patto che non guardino mai all’interno di una stanza in particolare. Kuro e Kuromitsu vengono presto travolti dalla passione e, quando l’accordo viene infranto, il primo capisce che la donna è in realtà un vampiro millenario. L'amore sarà destinato a durare, sopratutto dopo che Kuro, ucciso dai suoi inseguitori, si risveglierà in un futuro post-apocalittico dove i soldati della Red Army mettono a ferro e fuoco le strade. Solo e confuso, il suo unico desiderio è quello di ritrovare la donna.

Si potrebbe banalmente far passare Kurozuka (2008) per un action-horror: gli elementi cardine della trama, a uno sguardo superficiale, poco aiutano nella vera definizione di una storia che sostanzialmente parla di soldati e vampiri in un futuro post-apocalittico, e dove al contempo l’approccio virtuosistico di Tetsuo Araki sembra enfatizzare un carattere spettacolare basato su inseguimenti, sparatorie e duelli all’arma bianca. Sarebbe però un grosso errore limitarsi a una semplice liquidazione di Kurozuka, perché l’opera concepita nel 2003 da Baku Yumemakura nel manga omonimo, oltrepassati i salti mortali registici e le secchiate di sangue, poggia le fondamenta su uno spessore narrativo e concettuale di estrema raffinatezza, che prende le distanze da qualsiasi prodotto paurosamente simile per impostazioni generali.

A ben vedere, a togliere subito ogni dubbio sulla reale caratura di Kurozuka ci pensa l’episodio iniziale, dotato di un sofferto incedere marziale e di un’inquietante atmosfera pregna di incubo che spiazzano lo spettatore già goloso di sanguinari combattimenti tra samurai. Invece Tetsuro Araki stupisce annullando il ritmo, dilatandolo con una plumbea matrice onirica che disorienta e mette a disagio, per poi concedersi una soddisfacente battaglia conclusiva con annega nel sangue versato l’opprimente clima edificato. Kurozuka alterna quindi questi momenti di nera riflessione, dove la natura horror dell’opera ricerca un soprannaturale assai perturbante, quasi di ispirazione magica e folkloristica (sia nella spiccata visività atmosferica sia nella cruda e scomoda realtà - su tutti il lungo, asfissiante e sgradevolissimo dialogo tra Kuro e il vecchio in carrozzina -), ad altri di notevole brutalità, con amputazioni, smembramenti e carneficine spietate, il tutto in un’ambientazione che saltella tranquillamente tra il Giappone feudale e una truculenta città futuristica che richiama (anche nel vestiario e nell’atteggiamento del protagonista) gli scenari di Ken il guerriero (1983).


Il continuo avvicendarsi di situazioni è infatti gran pregio della serie, perché permette ad Araki di spaziare agilmente tra più registri con un’abilità a tratti fuori dal comune (articolati piano sequenza, rallenty funambolici e soprattutto un’immensa gestione visiva dei personaggi), aspetto che lo conferma regista di valore dopo Death Note (2006) e il suo successo planetario. Kurozuka, nel suo astratto dipanarsi tra flashback e flashforward, nel suo rincorrere interrogativi ancestrali e complessi, nella sua bizzarra struttura si muove essenzialmente tra horror e fantascienza, non rinunciando a molte altre tentazioni narrative che vanno dal racconto storico alla storia d’amore, ma conservando una genuina coerenza nello sviluppo di un intreccio che si svela completamente soltanto nell’ultimo episodio, con un duello conclusivo memorabile nella sua sinteticità e un epilogo di rara eleganza.

La tormentata vicenda di Kuro acquisisce pertanto profondità e drammaticità, attraverso un soggetto attento e calcolato, una sapiente caratterizzazione dei personaggi (tanto tra i buoni quanto tra i cattivi) e un ottimo lavoro dialogico: basi di ferro, estremamente solide, sulle quali Araki (grazie anche all’alto budget fornito da Mad House) può permettersi di fare qualunque cosa, anche improbabili impennate motociclistiche mentre Kuro falcia mostri con il mitra. Pur con un impianto lineare (la ricerca da parte di Kuro della sua amata Kuromitsu), la trama si rivela particolarmente sottile nel giocare con vampirismo, clonazione, guerriglia apocalittica e immortalità, preferendo approcci alternativi laddove la banalità e l’ordinarietà horror sembrano fare capolino (il bestiario nemico, la psicologia dei villain), ma senza mai mancare a una sorta di tamarraggine che, paradossalmente, impreziosisce l’intero prodotto.

Inaspettato.

Voto: 8 su 10

lunedì 28 marzo 2011

Recensione: High School of the Dead

HIGH SCHOOL OF THE DEAD
Titolo originale: Gakuen Mokushiroku
Regia: Tetsuro Araki
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Daisuke Sato & Shouji Sato)
Sceneggiatura: Yousuke Kuroda, Tatsuya Takahashi
Musiche: Takafumi Wada
Studio: Mad House
Formato: serie televisiva di 12 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2010
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Yamato Video

In una tranquilla giornata primaverile scoppia la fine del mondo: una misteriosa epidemia trasforma gli uomini in cannibaleschi zombi, che iniziano così a sbranare e contagiare gli esseri umani portando a una diffusione rapidissima del morbo. In poco tempo l'intero mondo si trova a fronteggiare la tremenda minaccia: assistiamo alle avventure di Takashi Komuro, studente delle superiori che, insieme ad altre quattro ragazze salvate nella sua scuola, inziai una lunga, disperata fuga per raggiungere i suoi familiari...

Difficile commentare un anime come High School of the Dead, uscito l'anno scorso e subito assurto a capolavoro nel genere, senza fare diverse considerazioni. Basato sull'omonimo manga di Daisuke e Shoji Sato (pubblicato in Italia in modo vergognoso da Panini) High School è, essenzialmente, la celebrazione nippofila degli zombie-movie americani, splatterone che richiama e omaggia, già dal titolo, l'esalogia cinematografica grandguignolesca di Romero. Compendio di scene splatter (pur non indugiando nel gore) e divertenti dialoghi da b-movie, ma sopratutto di orde di morti viventi, tette ballonzolanti e audaci strizzatine ecchi à la Ikkitousen.

Spiegarne l'assoluto successo è semplice: High School rappresenta lo stato supremo della nobile arte del fanservice. Nessuna trama di sottofondo, nessuna caratterizzazione forte dei personaggi, puntate generalmente identiche l'una all'altra (il gruppo continua a fuggire massacrando orde di famelici zombi e Takashi, sporadicamente, finisce con l'isolarsi insieme a una delle bellezze mozzafiato del gruppo scoprendo che se la farebbe volentieri); il senso del tutto si riconduce alle stragi di zombi, ai generosi fiotti di sangue che schizzano dal primo all'ultimo episodio, alla morte di un gran numero di macchiette insopportabili, alla sfacciata bellezza delle quattro ragazze che sembrano fotomodelle e, soprattutto, alle loro grazie generosamente sbandierate in ogni dove e quando, in questo Giappone alternativo dove ogni studentessa delle superiori porta la quinta o sesta (evidente retaggio dei trascorsi nel fumetto erotico del disegnatore originale Shouji Sato).


Divertirci è compito di Mad House, che con il solito alto budget realizza una confezione tecnica/visiva sopraffina data da un chara super sexy, fedele all'eccitante tratto originale, strepitose animazioni e un'adrenalinica regia action di un ritrovato Tetsuro "Death Note" Araki. A impreziosire il tutto, l'affascinante gusto estetico in location depressive e apocalittiche (con l'uso intenso di ombreggiature e filtri violacei) e ben dodici ending, tutte cantate dallo stesso Maon Kurosaki e volte ad abbracciare ogni forma di heavy/alternative rock. E così, tra ogni genere di armi utilizzate per squartare zombi (shotgun, fucili da cecchino.... anche gli omaggi alla saga videoludica di Resident Evil si sprecano), civili allegramente sgranocchiati, ragazze talmente hot da far tremare la sedia e tette che si muovono in bullet time (per far passare in mezzo loro le pallottole, impara Matrix!), High School of the Dead si ritaglia un posto nell'Olimpo delle più geniali serie spiccatamente fanservice di ogni era. Purtroppo questo non basta a garantirgli l'impunità da ogni critica.

Il problema non è che High School si deve prendere solo come divertito omaggio al genere e quindi sorvolare sull'esilità della trama; è che, pur breve, questa serie sembra essere addirittura troppo lunga per quel che offre. Nonostante il ritmo, nonostante le tette, nonostante lo splatter, tutti e tre fonti iniziali di grande esaltazione, presto il gioco inizia a mostrare la corda. Dopo già, diciamo, i primi tre episodi, si inizia timidamente a sperare in qualche minimo risvolto di trama che spezzetti la ripetitività dell'azione. Purtroppo nessun risvolto coglie la trama che, linearmente (e seguendo abbastanza fedelmente i primi 4 volumi del manga), continua a trascinarsi mostrando sempre le stesse cose: cambieranno le ambientazioni, aumenterà il body count, avverrà qualche raro momento di critica sociale, marchio del genere (le immancabili riflessioni sul dover diventare cinici ed egoisti per sopravvivere in situazioni di estremo pericolo), ma la minestra è sempre la stessa. Sempre e solo azione fine a se stessa.


Vero che questo è anche il succo di un zombie-movie qualsiasi, ma penso che anche Dawn of the Dead, con una durata di 300 minuti, finirebbe con lo stancarci. Decisamente preferibile il fumetto: più spigliato, veloce, meno noioso nell'enfatizzare in ogni momento le curve del cast di modelle. Inutile comunque fare troppo le pulci a una serie di puro cazzeggio come questa: c'è brio ed è pieno di pupe semi-nude, per molti può bastare. Dedicato sopratutto agli amanti dell'horror seriale e senza pretese alla Friday the 13th.

Voto: 6,5 su 10

SEQUEL
High School of the Dead: Drifters of the Dead (2011; ova)

lunedì 30 novembre 2009

Recensione: Death Note

DEATH NOTE
Titolo originale: Death Note
Regia: Tetsuro Araki
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Tsugumi Ohba & Takeshi Obata)
Sceneggiatura: Toshiki Inoue
Character Design: Masaru Kitao
Musiche: Hideki Taniuchi, Yoshihisa Hirano
Studio: Mad House
Formato: serie televisiva di 37 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anni di trasmissione: 2006 - 2007
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Dynit



Light Yagami è uno studente modello: eccelle in ogni disciplina scolastica, ha successo con le donne, è brillante in ogni sua attività ed è dotato di un'intelligenza fuori dal comune. Trova un giorno per terra un misterioso quadernetto, il Death Note, che, a leggere le istruzioni riportate al suo interno, sembra abbia il potere di uccidere le persone semplicemente scrivendoci sopra il nome. Eliminato un teppistello lì vicino come prova, e incontrato poi lo shinigami (una delle divinità della morte) che ha perso il libretto, si rende conto con entusiasmo che è tutto vero: invece di provare rimorso per ciò che ha fatto, in preda a un delirio di onnipotenza inizia a compiere un massacro su scala mondiale di qualsiasi malvivente del globo, in modo da creare una società, nella sua mente distorta, in cui tutte le persone rette e oneste possano vivere felici. A mettersi sulle tracce di Kira (così viene soprannominato il misterioso sterminatore di criminali, pronuncia giapponese di "Killer") è l'Interpol, con la speciale consulenza del misterioso L, giovane super-detective prodigio. Presto L inizierà a sospettare proprio di Light e, deciso a smascherarlo, lo affronterà faccia a faccia. Il cupo antieroe avrà il suo da fare per sviare il suo avversario e continuare al contempo a uccidere criminali...

Il parere del Mistè

Nel 2004 l'affermato mangaka Takeshi Obata inizia a disegnare, su sceneggiatura della misteriosa Tsugumi Ohba (pseudonimo di un autore o autrice che tutt'ora non ha ancora rivelato la propria identità, di cui si sa solo che nelle interviste parla al femminile1), Death Note. Al di là della macabra e ingegnosa idea del "quadernetto della morte", forse rubata al semi-sconosciuto racconto horror a fumetti The Miracolous Notebook (1973, di Shigeru "Kitaro dei cimiteri" Mizuki)2, forse no (mai citato tra le ispirazioni3), il manga ottiene istantaneamente, nei suoi quattro anni di serializzazione, un successo clamoroso, segnalandosi come una delle più significative hit dell'ultima decade: 30 milioni di copie vendute in Giappone4 (ma la cifra sicuramente si è alzata nel tempo, dal momento che la fonte è del 2015), nell'arco di poco più di un decennio e con "solo" 12 volumi totali all'attivo, zittiscono tutti. Del resto, leggendo l'opera, è facile capire come la sinergia di tanti elementi di qualità non poteva che portare a quel fantasmagorico best seller che ancora oggi fa parlare di sè (mentre scrivo, nel 2016 è uscito un terzo live-action giapponese e nei prossimi anni ne avremo anche uno hollywoodiano). In Death Note troviamo una trama tenebrosa, violenta e originale, disegni realistici e "fighettosi" particolarmente attraenti, due personaggi (Light ed L) dal carisma trascinante e soprattutto un coinvolgimento inaspettatamente altissimo, considerando un intreccio che si dipana attraverso fittissime e lunghe sessioni dialogiche date dai cervellotici duelli "mentali" - a colpi di deduzioni e ragionamenti logici per prevedere le mosse dell'altro - a cui si lasciano andare i due "eroi", l'uno contro l'altro,  per nascondere o svelare l'identità di Kira. Non mancano certo "furberie" degne di un qualsiasi shounen (i power up sono dati, in questo caso, dalle numerose "regole" del Death Note da seguire che continuano a essere svelate ogni volta che serve un artificio per salvare Light in extremis prima che venga "smascherato" da L) ma, in generale, Death Note, riuscendo a essere così genuinamente avvincente fin dal primo capitolo, attesta perfettamente la grande abilità di sceneggiatrice della Ohba, abilità di cui concederà il bis nella sua opera successiva, Bakuman (2008), ancora una volta fatta disegnare a Obata e ancora una volta strabordante di dialoghi e al contempo coinvolgentissima. Tuttavia, è innegabile che l'elemento davvero primario di successo che ha reso così famoso, affascinante e discusso questo moderno noir non possono che essere le sue implicazioni psicologiche, le stimolanti riflessioni (assolutamente, è bene metterlo in chiaro, non volute dall'autrice, interessata solo a scrivere una buona storia di intrattenimento5) che sorgono spontanee su quale dei due super-geni ha il pensiero o l'ideale più condivisibile dal lettore, tra chi è a favore dello sterminio sistematico dei criminali e chi il combattere l'uccisore di delinquenti. Basti solo pensare a quante numerosissime polemiche avverranno in svariati Paesi del mondo (Cina6, Taiwan7, USA8, Russia9, Belgio10, Australia11, oltre ovviamente al Giappone12) quando salteranno fuori studenti che a casa o a scuola compilano un personale "quadernetto della morte", tentativi da parte delle autorità di far cessare la circolazione del manga,  accuse di istigazione al suicidio o di "turbamento di coscienze", professori che minacciano studenti delle elementari di scriverci sopra il loro nome, reali assassini che si firmano "Kira", etc. Sia quel che sia, con buona pace dei detrattori, Death Note vende come il pane, piace un po' a tutti e il suo successo è testimoniato dalla nascita di romanzi spin off, film (i primi due due, usciti nel 2006, incassano 8 miliardi di yen13), videogiochi e sopratutto l'affermatissima trasposizione animata presa in esame, altro successo strepitoso di pubblico14 che è anche premiato al Tokyo Anime Fair del 200715.

A opera di Mad House, Death Note anime segue fedelmente il manga in ogni aspetto. Senza cambiare di una virgola lo script originario e senza dilungarsi in alcun modo in riempitivi (non c'è n'è bisogno, l'adattamento non necessita di filler in quanto inizia a fumetto bello che concluso), lo sceneggiatore Toshiki Inoue replica in tutti e 37 gli episodi gli stessi pregi e difetti dell'originale, raccontando nuovamente un noir fantastico, teso e ipnotizzante, in cui lo spaventoso antieroe Light epura il mondo dalla delinquenza cercando allo stesso tempo di mantenere segreta la sua identità al perspicace L. Come su carta, l'incredibile cinismo e mancanza di scrupoli del cupo protagonista (non solo assassino di massa ma anche abile manipolatore e approfittatore di persone e sentimenti), il bizzarro carisma della sua nemesi, i loro scontri cervellotici e i numerosissimi colpi di scena che si susseguono con ritmo serrato, tengono col fiato sospeso in una storia stracolma di tensione che invoglia a divorare puntate su puntate. E, proprio come nel fumetto, seguono un drastico calo di idee e credibilità nella pietosa saga del dopo-L (corrispondente alle ultime dieci puntate televisive), pasticcio di spiegoni eccessivi, nuovi personaggi infinitamente meno interessanti e mal gestiti, comportamenti e sviluppi troppo tirati per i capelli per far combaciare gli indizi su Kira e una generale, eccessiva riproposizione degli stessi schemi precedenti privi però della stessa freschezza, capaci di generare solo la sensazione - nonostante la conclusione tutto sommato soddisfacente - di brodo allungato di cui non si sentiva il bisogno (cosa che effettivamente è, come confermato indirettamente dalla Ohba16, non posso però dire andare nei dettagli senza fare grosse anticipazioni su uno dei colpi di scena cardine della storia). Sicuramente, in questo caso sarebbe stata apprezzabile qualche modifica all'intreccio originale, ma purtroppo Mad House opta per la mera copia carbone, apportando come unico cambiamento un addolcimento, del tutto commerciale e incivile, del drammatico finale cartaceo (e curiosamente sceglie anche di non trasporre il piccolo epilogo, che aggiungeva rivelazioni finali di un certo interesse).


Scontato, quindi, confermare che chi ha già letto il manga può saltare a piè pari l'adattamento animato: in esso non troverà nulla di nuovo. Chi non l'ha fatto può, invece, tranquillamente guardare come alternativa una trasposizione più o meno perfetta. La serie può contare su un'esaltante colonna sonora rock (non disdegna neanche azzeccati inserti orchestrali gregoriani per dare enfasi all' autoproclamata "onnipotenza divina" di Light), un eccellente character design (rispecchia perfettamente le inquietanti ombreggiature e l'estetica dark del fumetto), due esaltanti sigle di apertura di aggressivo metalcore e, ancora, una regia di alto livello che segna nel migliore dei modi il debutto in questa mansione di Tetsuro Araki, futura "star" degli anime action animati da Mad House. Il suo gusto estetico e ricercato per le inquadrature tese e claustrofobiche, usate in tutte le sequenze di dialogo (l'85% abbondante dell'intera storia), portano rapidamente alla considerazione che il virtuosismo registico è uno dei maggiori elementi di successo del Death Note televisivo. Il budget assolutamente medio dell'opera è completamente mascherato dagli splendidi disegni e dalle riprese vertiginose, che con mille artifizi (tra tonnellate di split screen, ossessivi primi piani, splendidi connubi musica-immagine) inchiodano alla visione e fanno passare in secondo piano il fatto che si stanno guardando le classiche schermate statiche di persone immobili che parlano o pensano. Bisogna dare atto che Araki riesce da solo, con la sua bravura, a dare alla storia il ritmo coinvolgente di un thriller anche se il tutto si basa su dialoghi. Tanto di cappello.

L'unico vero difetto di cui a mio avviso si può parlare, escludendo il citato secondo arco narrativo mediocre (ma sbagliato "in origine"), è forse la pretesa di rendere fruibile al pubblico televisivo una serie totalmente giocata su lunghi ragionamenti logici e deduzioni holmesiane, caratteristiche che impediscono una visione completamente rilassata come quella del fumetto. Death Note ha, a mio parere, un suo perchè nel supporto cartaceo, forte della rileggibilità e delle frequenti pause di assimilazione (stiamo parlando alla fin fine di un giallo, in cui conta moltissimo l'attenzione ai dialoghi per capire il senso e la finalità delle strategie mentali di Light e avversari), mentre, riportando le stesse vicende su una serie televisiva, tedia più volte assistere a spiegazioni complicate e condotte con veloci ritmi televisivi, col rischio di perdere importanti dettagli (presumibilmente quelli che portano alle rivelazioni del contortissimo "scontro finale"). La cosa, tuttavia, poco toglie al coinvolgimento e, in generale, all'ottima impressione che ancora giustamente dà una vicenda così insolita, oscura e accattivante, che per tematiche e idee giustamente merita, nonostante i difetti, tutto lo scalpore e il carisma che ancora riscuote. Che sia in TV o su carta, ritengo Death Note sia una storia di qualità che vada assaporata almeno una volta nella vita (se si sceglie la prima consiglio la visione in lingua originale con sottotitoli, non tanto per l'adattamento dei testi quanto per le pessime voci italiane, mai così distanti da quelle giapponesi).

Inutili ma godibili gli speciali televisivi realizzati nel 2007 e nel 2008 da Mad House, i due Death Note Rewrite. Di lunga durata, sintetizzano discretamente bene la storia portante, inserendovi sequenze inedite di fanservice a tema horror (il più celebre dei quali è Light che ride satanicamente sulla tomba di...) e altre registicamente spettacolari (la nuova presentazione del personaggio di Near). Oltre a questo, migliorano anche sensibilmente l'intreccio del secondo arco narrativo, sbrogliandolo dalle lungaggini peggiori e rendendolo più agevole e meno inutilmente complesso. Qualche difetto c'è e anche non trascurabile (non viene data alcuna spiegazione al perchè un certo personaggio sospetti immediatamente di Light, al collegamento tra Kira e Teru Mikami e del perché un altro ancora si ritrovi il viso mezzo ustionato, dal momento che quell'avvenimento è eliminato dal rimontaggio), ma rimangono, una volta tanto, delle buone produzioni.

Voto: 7,5 su 10

Il parere del Corà

Non è difficile spiegare lo smisurato successo che l’Italia ha riservato a Death Note. Tra sterminate esposizioni pubblicitarie, che ne hanno impresso il caratteristico logo in ogni fumetteria e negozio specializzato in materiale dagli occhi a mandorla, e l’agevolazione ottenuta con la messa in onda su MTV, il marchio (manga, anime e relativi gadget e cotillon assortiti) si è infatti trasformato in una sorta di piccolo fenomeno di massa - ovviamente circoscritto entro determinati limiti - che sta lasciando il segno. Death Note si immerge in temi seri e adulti come la strumentalizzazione del potere e la storpiatura odierna di un termine come ‘pace’, ed è stato così visto come un’incredibile ventata d’aria fresca in un mondo, quello occidentale, che dimostra sempre di più di non avere una cultura in fatto di animazione, continuando infatti a catalogarla come infantile prodotto per bambini. Abbiamo i Simpson, certo, e i Griffin e American Dad e soprattutto South Park, ma al di fuori di un contesto cinicamente ironico cosa rimane? Death Note, appunto. Poco altro.

Ciò che più piace della creatura di Tsuguma Ohba e Takeshi Obata (i creatori del manga a cui l’anime è fedelmente ispirato) è il lasciarsi gradevolmente trasportare dalla singolarità con cui vengono strutturati gli episodi. Light e L si sfidano infatti in un continuo duello di strategie mentali con cui cercano di anticiparsi e prevedere le rispettive mosse, e si arriva, in poche puntate, a ragionamenti complicatissimi e, per quanto assurdi, consolidati da una logica innegabilmente di ferro. È una progressione di masturbazioni cerebrali che spesso lascia basiti per la quantità di variabili tenute da conto e per le numerevoli strategie di risoluzione applicate per sgambettare l’avversario. La serie subisce però un brusco calo narrativo con l’innesto di Misa, un personaggio che dovrebbe alimentare una sdrammatizzazione ironica, ma che in realtà fallisce negli intenti, scatenando soltanto sbadigli per una manciata di puntate di transizione in cui Death Note si adagia, quasi indeciso su quale direzione prendere. La vicenda viene diluita e boccheggia di sterilità narrativa che blocca, quasi di colpo, l’inarrestabile macchinazione mnemonica dei primi dieci episodi. La storia ritrova comunque una certa agilità stilistica alla conclusione di quello che può considerarsi il primo arco narrativo (episodio 25), dove tensione e palpabile eccitazione vengono frullati con inaspettati simbolismi e duri colpi allo stomaco.


La serie sfocia quindi in una sorta di seguito, ambientato alcuni anni dopo, che però si mostra incerto e traballante, visto che, in dodici episodi, viene inserita una quantità esagerata di personaggi senza saperne tenere le redini. La storia ora si annacqua ora si fa troppo tesa e complessa, e i ragionamenti mentali perdono la freschezza degli esordi in quanto confinati in lunghissimi spiegoni che riassumono lunghe sequenze di comportamenti bizzarri e apparentemente incomprensibili. Vengono così a mancare scaltrezza e freschezza, per colpa di una sceneggiatura eccessivamente contorta, che mostra numerosi segni di cedimento sotto forma di momenti poco chiari e improbabili. Resta comunque una trama avvincente ed eccentrica, che termina con un ultimo episodio magistrale per connubio di epicità, pathos, animazioni, dialoghi e interpretazioni vocali, agevolato tra l’altro da una prestigiosa colonna sonora che mescola indimenticabili melodie post-rock e porzioni sinfoniche di indubbio fascino. Evidenti alti e bassi quindi distruggono in parte le ottime basi di partenza della serie, ma non intaccano comunque il legame affettivo che si crea con personaggi ben caratterizzati e carismatici. Gli indistruttibili e spietati ideali di Light contrapposti alla bizzarra genialità di L, passando per la goliardica rappresentazione dello Shinigami Ryuk, l’ingenuità di Matsuda, la caparbietà degli agenti di polizia, o anche solo per l’isterismo riscontrabile in una manciata di comprimari, sono elementi che rimangono impressi. A serie conclusa, infatti, si prova un genuino senso dispiacere come per ogni cosa che volge al termine e, complice sicuramente l’impareggiabile soundtrack, che sfrutta un tema portante di grande atmosfera, si soffre di un inevitabile smarrimento post-ending.

Ingiudicabile il doppiaggio italiano, al quale sono sopravvissuto non più di dieci secondi, visto il modo in cui la grottesca parlata di Ryuk viene trasformata in un rantolo gutturale, o l’assoluto anonimato di L, sviscerato del buffo e incerto tono vocale originario. Perlomeno, come da tradizione MTV, sono rimaste inalterate le sigle: qua da noi si scrivono appositamente cazzate danzerecce da classifica, mentre in Giappone inseriscono tranquillamente due cazzutissimi pezzi metalcore (di quello rabbioso e frenetico, non cose emo e mielose à la Killswitch Engage, eh). Insomma, differenze culturali che non potranno mai essere equilibrate. Death Note non merita il successo che ha raccolto e continua a raccogliere, perché sono troppe le incertezze e le lacune che feriscono la qualità generale dell’opera, abbondantemente sopravvalutata. Ma tutto sommato è un buon punto di partenza per dirigersi verso il cuore dell’animazione nipponica, e sia mai la buona volta che MTV, una volta tanto, è stata utile nel diffondere il verbo degli anime.

Voto: 7 su 10

ALTERNATE RETELLING
Death Note Rewrite: The Visualizing God (2007; Special TV)
Death Note Rewrite 2: L's Successors (2008; Special TV)


FONTI
1 Death Note n. 13: "Guida alla lettura", "Lunga intervista a Tsugumi Ohba", Planet Manga, pag. 58
2 Sito internet, "ComiPress", "The Origin of Death Note?", https://comipress.com/article/2007/01/08/1287.html
3 Vedere intervista del punto 1
4 Sito web (giapponese), "MantanWeb", http://mantan-web.jp/2015/04/20/20150419dog00m200024000c.html
5 Vedere punto 1, a pag. 69
6 Sito internet, "Anime News Network", http://www.animenewsnetwork.com/news/2005-02-06/death-note-stirs-controversy-in-china
7 Come sopra, alla pagina web http://www.animenewsnetwork.com/news/2007-10-12/taiwanese-county-warns-of-death-note-others-defend-it
8 Come sopra, alla pagina web http://www.animenewsnetwork.com/news/2010-05-10/death-note-ban-in-albuquerque-high-schools-fails-vote
9 Sito internet, "Japan Today", https://www.japantoday.com/category/entertainment/view/parents-in-russia-request-ban-on-death-note
10 Vedere punto 6, alla pagina web http://www.animenewsnetwork.com/news/2007-11-27/police-reach-dead-end-in-belgian-manga-murder-case
11 Sito internet, "The Daily Telegraph", http://www.dailytelegraph.com.au/dark-clouds-of-merntal-illness-trouble-young-children/news-story/c3bdc6eafd4b162062ccb565ee6ad4b2
12 Sito internet, "Animclick", http://www.animeclick.it/news/61898-un-death-note-per-minacciare-gli-alunni-accusato-insegnante-giapponese
13 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese, Tunuè, 2012, pag. 445
14 Come sopra
15 Come sopra
16 Vedere punto 1

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