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venerdì 27 gennaio 2012

Recensione: Ghost Hound

GHOST HOUND
Titolo originale: Shinreigari
Regia: Ryutaro Nakamura
Soggetto: Masamune Shirow
Sceneggiatura: Chiaki J. Konaka
Character Design: Masamune Shirow (originale), Mariko Oka
Musiche: TENG
Studio: Production I.G
Formato: serie televisiva di 22 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 2007 - 2008

 
Rapito quand’era bambino, Taro, ormai in piena adolescenza, porta ancora addosso i segni di quei terribili momenti: sopravvissuto per miracolo ai giorni di prigionia, non riesce infatti a dimenticare la sorte toccata invece alla sorella, morta di stenti accanto a lui, e gli incubi lo tormentano ogni notte. Quando prova a registrarli su nastro, si rende conto che può proiettare la propria mente in un mondo spirituale sovrapposto al nostro, nel quale è libero di volare e mutare forma. Anche due suoi compagni di classe, l’esuberante Masayuki e l’introverso Makoto, scoprono di possedere tale potere, e insieme inizieranno a esplorare questo universo, non sapendo cosa stia per accadere su entrambe le realtà.

Potrebbe sembrare strano che, con una simile sinossi, il soggetto sia opera del cyberpunk-god Shirow Masamune (scritto addirittura nel 1987, insieme all'abozzo grafico dei personaggi), ma per quanto Ghost Hound, anime che ha festeggiato nel 2007 il ventennale della Production I.G, si addentri effettivamente in territori lontani dalla complessità tecnologica tipica dei vari Ghost in the Shell e Appleseed, è un piacere scoprire come il tocco cervellotico di Masamune sia ben visibile in più di una porzione di storia, mostrando quanto la perfezione della sceneggiatura di Chiaki J. Konaka e la splendida regia di Ryutaro Nakamura possano fare la differenza nonostante spunti di partenza in fondo non propriamente stuzzicanti. È proprio il disegno visivo del regista di Serial Experiments Lain (1998) a offrire forse il lato più interessante di Ghost Hound: più attento a una costruzione sonora capace di inquietare rispetto a una più classica atmosfera opprimente, Nakamura riesce a incutere timore percettivo attraverso rumori, distorsioni e voci filtrate portate all’eccesso (ne è un esempio la genialata di storpiare le voci dei protagonisti durante i riepiloghi degli episodi precedenti) nonostante la scelta cromatica spensierata e soprattutto il chara design, estremamente semplice, addirittura infantile. La progressione narrativa, lenta, minimale e cauta (basti pensare ai cinque minuti di silenzio con cui inizia il primo episodio) viene quindi squarciata da boati, gorgoglii, versi gutturali, che più di una volta fanno salire un vero brivido sulla schiena.


Perché Ghost Hound, pur facendo di tutto per non esserlo concretamente, è comunque un’opera horror, e non sono pochi i momenti di sincero orrore e di sinistro fascino (il fantasma dell’assassino che compie in continuazione le stesse mosse, il “rapimento” dello psicologo, la faccenda legata al misterioso cadavere ritrovato nel bosco) che scombussolano una trama a suo modo bizzarra e poco definibile, che abbraccia nanotecnologia, esperimenti biologici e robotica, ma anche spiritismo, tradizioni e folklore tipicamente orientali, il tutto in una cornice strampalata dove i tre ragazzi protagonisti possono astrarsi nella buffa forma di omini trasparenti ma con il sedere rosa, e viaggiano spiando amici e conoscenti e intrufolandosi in faccende altrui sempre più grandi e ambiguamente connesse tra loro. A fronte di una meccanica narrativa esemplare, con una sceneggiatura che si ramifica gradualmente imbrigliandosi in una tortuosità sempre maggiore ma tenuta a bada da un preciso sguardo d’insieme, non sorprende che Ghost Hound si focalizzi sui molti personaggi che man mano incroceranno le strade di Taro, Masayuki e Makoto: l’introspezione psicologica è attenta e mai banale, frutto di un lavoro maturo nelle caratterizzazioni che permette un buon dispiego di credibili tragedie interori e sensibili drammi di vario tipo. Dalla rabbia di Makoto che verrà giustificata strada facendo all’assurdo e terribile rapporto tra Masayuki e i genitori, passando per l’erotismo sprigionato dalla dottoressa Reika e la convivenza tra la piccola sacerdotessa Miyako e il suo giovane papà, la varietà di situazioni offerta è tanta, sempre interessante e insolita, in un crescendo di intrecci psicologici che ricadono pesantemente anche sulla trama generale (pensiamo soltanto a cosa rischia il corpo astrale di Masayuki quando gli ormoni sballano e lo portano in camera di Reika).

Abbiamo quindi a che fare con un’opera che vuole sottolineare con intelligenza alcune tra le ferite sociali che danneggiano il Giappone (la famiglia in primis, con vari ruoli di padre e di madre, ma anche il problema delle sette) e che interrogano da sempre il mondo intero (l’ormai classica “lotta” religione vs scienza), fornendo tutto fuorché risposte ma analizzando, ipotizzando, teorizzando: non dev’essere infatti una sorpresa il finale aperto e brusco, che invece di risolvere i molti quesiti nati lungo le 22 puntate preferisce non dare precisa soluzione, lasciando nell’incertezza distorta che permea l’intera serie.


Non è chiaramente un’opera per tutti, soprattutto da un punto di vista visivo Ghost Hound rischia infatti di essere ostico a causa della stranezza dei primi episodi e della lentezza generale, ma è uno di quei lavori autoriali e introspettivi da premiare per l’originalità dei temi e per la padronanza dei mezzi nel trattarli.

Voto: 8 su 10

lunedì 16 gennaio 2012

Recensione: Black Magic M66

BLACK MAGIC M66
Titolo originale: Black Magic M66
Regia: Masamune Shirow, Hiroyuki Kitakubo
Soggetto & sceneggiatura: Masamune Shirow (basato sul suo fumetto originale)
Character Design: Hiroyuki Kitakubo
Musiche: Kenyo Katayanagi
Studio: MOVIC
Formato: OVA (durata 48 min. circa)
Anno di uscita: 1987


A causa della caduta accidentale dell’elicottero che li trasportava, due modelli di M-66, potentissimi cyborg guerrieri dalle fattezze femminili, vagano senza meta in un bosco, privi di controllo, distruggendo qualsiasi cosa capiti loro a tiro. Mentre l’esercito cerca di rimediare, prima che gli M-66 raggiungano la città e trovino Ferris, figlia dello scienziato che li ha costruiti e unico obiettivo su cui sembrano misteriosamente sintonizzarsi i loro cervelli sintetici, Sybel, una giornalista freelance, intercetta una trasmissione radio e subito si getta sul luogo del misfatto: diventerà involontariamente l’unica in grado di risolvere la situazione.


L’esordio di Masamune Shirow è ben lontano dalla tortuosità fantascientifica per la quale si farà apprezzare in seguito, con Appleseed e Ghost in the Shell, ma anche in Black Magic, targato 1983, si riscontrano alcuni dei suoi tocchi tipici, dalla preferenza femminile per i suoi personaggi al design dei cyborg, passando ovviamente per il suo famosissimo tratto, già allora espressivo e caratteristico. Black Magic non è però soltanto il primo passo di Shirow nell’universo manga, nel 1987 gli viene infatti offerta l’opportunità di dirigerne una trasposizione animata per un OVA di 45 minuti, in compagnia di Hiroyuki Kitakubo (successivamente alla regia, nel 1991, nel 1995 e nel 2000, di Roujin Z, Golden Boy e Blood: The Last Vampire). Ne nasce un prodotto interessante, scaltro e avvincente, un progetto simpatico e perfetto per la sua durata.

Essenzialmente Black Magic M66 è un OVA d’azione, non ci sono pause nei suoi tre quarti d’ora e il ritmo è ben mantenuto anche da una trama che, per quanto esile (in fondo non vedremo altro che Sybel e Ferris fuggire dagli M-66 prima di affrontarli nello scontro finale), offre un buon meccanismo adrenalinico, ben scritto nel suo dipanarsi di eventi e nella gestione dei personaggi, sicuramente soddisfacente per il pubblico a cui è destinato. La supremazia delle due M66, dotate di ingannevoli linee femminili che non mascherano affatto la loro violentissima perizia nell’uccidere chiunque, è totale, l’esercito non può nulla di fronte alla furia cibernetica di questi nuovi ritrovati tecnologici ed è infatti è una gustosa carneficina, ricca di morti coreografiche e un abbondante spargimento di sangue, lo scenario in cui si muove Sybel, simpatica eroina che garantisce un eccellente tocco ironico alla pellicola sin dalla sua prima apparizione (quando, appena uscita dalla doccia e ancora nuda, capta il segnale radio dell’incidente dell’elicottero ed esce di casa di corsa senza neanche vestirsi). La sua divertente parlantina e l’impavido coraggio dimostrato anche nei momenti più terribili ne fanno un personaggio adorabile e solare, alla quale Motoko Kusanagi, protagonista di Ghost in the Shell, pare contrapporsi proprio per la sua meccanica serietà. È ottima, infatti, l’accoppiata formata con l’impulsiva Ferris: le due diventano protagoniste di una fuga rocambolesca e convincente, mentre attorno a loro crolla letteralmente tutto sotto le mitragliate dei cyborg.


Il resto è composto da una manciata di figure di contorno (il collega di Sybel, il professor Matthews, il “Maggiore”), che garantiscono una cornice più o mena macchiettistica alla vicenda, colorandola ironicamente e spezzando quando necessario, per permettere un po’ di respiro, l’altissimo ritmo degli eventi. Le animazioni sono buone, i disegni sono sempre minuziosi, personali e altamente shirowiani, la regia si barcamena tra momenti ispirati e altri un po’ raffazzonati ma nel complesso funziona egregiamente. Black Magic M66: 45 minuti di puro, fracassone intrattenimento fantascientifico.

Voto: 7 su 10

lunedì 16 maggio 2011

Recensione: Ghost in the Shell Stand Alone Complex - Solid State Society

GHOST IN THE SHELL SOLID STAND ALONE COMPLEX: SOLID STATE SOCIETY
Titolo originale: Kōkaku Kidotai Stand Alone Complex - Solid State Society
Regia: Kenji Kamiyama
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Masamune Shirow)
Sceneggiatura: Kenji Kamiyama
Character Design: Makoto Shimomura (originale), Takayuki Goto, Tetsuya Nishio
Mechanical Design: Kenji Teraoka, Shinobu Tsuneki
Musiche: Yoko Kanno
Studio: Production I.G
Formato: special televisivo (durata 108 min. circa)
Anno di trasmissione: 2006
Disponibilità: edizione italiana in dvd & blu-ray a cura di Dynit

 
È passato del tempo e ora la Sezione 9 si trova orfana del maggiore Motoko Kusanagi, che ha lasciato il lavoro venendo rimpiazzata da Togusa. Quest'ultimo si trova presto a indagare su un caso inquietante: attraverso un letale virus informatco, un hacker sta costringendo al suicidio tutti i massimi collaboratori del generale Ka Rum. Dopo svariate indagini Togusa scopre, aiutato anche da Motoko che indaga a titolo personale, che dietro le gesta del Burattinaio (questo il nome dell'ineffabile criminale) si nasconde la sparizione di 20.000 bambini e, sopratutto, un progetto sviluppato segretamente da parte del governo...

Solid State Society è l'atto conclusivo della saga cyberpunk scritta da Kenji Kamiyama, e, presentato sottoforma di un lungo special televisivo di quasi due ore, dal budget stratosferico e impensabile di 360 milioni di yen, si presta idealmente a venire ricordato come il terzo vero lungometraggio di Ghost in the Shell dopo i due di Oshii (e lo diventa ufficialmente nel 2011, trasmesso in 3D nei cinema giapponesi). Duole però constare come, a fronte di due serie televisive eccelse, l'atto finale della trilogia si risolva in un prodotto semplicemente troppo ambizioso per essere sviluppato nel poco spazio di un unico film.

Il soggetto di Solid State Society è, come sempre, impareggiabile: ancora super-hacker e oscure trame governative, e ancora una volta il regista/sceneggiatore Kenji Kamiyama stupisce nello sfruttare la componente cyberpunk per parlare, con coerenza e naturalezza inattaccabili, segno di una perfetta conoscenza del mondo e delle regole di Masamune Shirow, di piani per salvare la società dal degrado sfruttando dei particolari Ghost. La nuova idea questa volta non è però valorizzata da uno script all'altezza, e Solid State Society significa, per la maggior parte della durata, solo noia e mal di testa. Quasi due ore di dialoghi complessi, con pochissima azione (se non nelle parti finali) e una mostruosa mole di informazioni, complessi ragionamenti e deduzioni, tour de force di sopportazione capace di attecchire lo spettatore fin dalle prime sequenze e fargli assistere, quasi completamente smarrito, al dipanarsi di una storia pressoché incomprensibile. Vero che, arrivati alla risoluzione del mistero, il senso della storia prende forma, ma se si prova a ripensarci successivamente ci si stupisce del gran numero di risvolti che, a fine visione, rimangono comunque mal spiegati. Questo perché Solid State Society, per quanto soporifero, è narrato in modo addirittura affrettato, con bruschi stacchi da una sequenza all'altra e pochissimo, praticamente zero tempo per portare lo spettatore a comprendere lo sviluppo di trama e la mole di rivelazioni che districano il bandolo della matassa. Inevitabile a questo punto pensare che sarebbe servita una serie televisiva per raccontare degnamente la storia, permettendo di assimilarla coi giusti tempi e rilassarsi con qualche intermezzo leggero: purtroppo questo special, a prescindere dalla bontà del soggetto, è serioso dall'inizio alla fine, privo di divertissement, e per questo in più riprese indigeribile, soporifero, confuso.


Qualcosa che si salva fortunatamente c'è, ma a semplici sprazzi: la tesa sequenza, vicino alla conclusione, di Togusa con sua figlia; la bellissima scena d'azione finale; le intriganti rivelazioni conclusive (comprensive di una sterzata di cybermisticismo) che danno un senso al tutto. Ma è davvero arduo pensare di consigliare Solid State Society solo per una ventina di minuti eccellenti, con un'ora e mezza pesante e di difficile assimilazione. Se, infine, la confezione Production I.G è sempre al top, bisogna purtroppo ammettere che a deludere c'è Yoko Kanno, qui in una delle sue prove meno incisive col suo mal riuscito alternative rock mischiato alle sonorità delle due serie precedenti, score moscio che non trasmette il consueto senso di tensione e universalità propri della saga. Per gli amanti di Shirow e di Ghost in the Shell, Solid State Society può meritare un'occhiata per completezza, peccato che, pensando a quanto sfacciatamente superiori sono i suoi predecessori, non si può, infine, che reputarlo l'occasione sprecata di concludere in bellezza una saga straordinaria. Stranamente inedito in Italia.

Voto: 6 su 10

PREQUEL
Ghost in the Shell: Stand Alone Complex (2002-2003; tv)
Ghost in the Shell Stand Alone Complex: The Laughing Man (2005; ova)
Ghost in the Shell S.A.C. 2nd GIG (2004-2005; tv)
Ghost in the Shell S.A.C. 2nd GIG: Individual Eleven (2006; ova)

mercoledì 11 maggio 2011

Recensione: Ghost in the Shell - S.A.C. 2nd GIG

GHOST IN THE SHELL: S.A.C. 2ND GIG
Titolo originale: Kōkaku Kidotai - S.A.C. 2nd GIG
Regia: Kenji Kamiyama
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Masamune Shirow)
Sceneggiatura: Mamoru Oshii (idea), Kenji Kamiyama
Character Design: Makoto Shimomura (originale), Takayuki Goto, Tetsuya Nishio
Mechanical Design: Kenji Teraoka, Shinobu Tsuneki
Musiche: Yoko Kanno
Studio: Production I.G
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 2004 - 2005
Disponibilità: edizione italiana in dvd & blu-ray a cura di Dynit


Gli Undici Undividuali sono un'organizzazione terroristica in lotta per i diritti dei rifugiati politici della Terza Guerra Mondiale, dopo la quale si sono stabiliti a migliaia nell'isola giapponese di Dejima. Il loro atto di ribellione più estremo, che si concretizza in un suicidio pubblico dei loro massimi rappresentanti in diretta nazionale, è il preludio alla guerra vera e propria: tra i cadaveri non c'è quello del leader Hideo Kuze che, per qualche ragione, si salva per prendere poi contatto con i rifiugiati per istruirli alla ribellione armata contro il governo nipponico. La squadra 9, alleata con l'iperscrutabile Gohda Kazundo, capo del Servizio Informazioni, inizia a indagare sul passato di Hideo...

Contro tutti i pronostici, dati dalla difficoltà di eguagliare un lavoro così riuscito come Ghost in the Shell: Stand Alone Complex, l'anno dopo Kenji Kamiyama e Production I.G riescono miracolosamente non solo a ripersi, ma andare addirittura oltre. Trovando nella seconda stagione, 2nd GIG, non solo un capolavoro del cyberpunk, ma anche la più felice incarnazione originale del Ghost in the Shell animato. Un seguito che rispetta alla perfezione la struttura narrativa della prima serie, con undici puntate nuovamente stand-alone (sempre basate sulla lotta quotidiana della Sezione 9 con il crimine, occasione per centrare l'attenzione sulle vicende personali di singoli elementi della squadra), undici sulla nuova indagine portante degli Undici Individuali e quattro su un terzo caso che si lega eventualmente con quest'ultimo.

Quello che maggiormente differenzia 2nd GIG dal predecessore, a parte gli ovvi miglioramenti grafici e tecnici, è la maggiore linearità della trama. Invece di riproporre un cervellotico giallo dalle venature thriller, la nuova storia orchestrata da Kamiyama (su spunto del suo maestro Oshii, come in Blood: The Last Vampire) si basa molto più della prima su azione e avventura, seppur non rinunciando a un pizzico di spy story (le vere menti dietro le azioni di Kuze). Sempre indagini e complotti politici, ma più che ragionare la Sezione 9 questa volta scende in prima linea a combattere, partecipando spesso a emozionanti operazioni di anti-terrorismo. L'occasione per esprimere con ancora più intensità il cameratismo che lega il gruppo di eroi protagonisti (affiancati per l'occasione da alcune new entry), ma anche per parlare del primo intermezzo sentimentale dell'amatissima eroina Motoko Kusanagi.


Chiaro che, visto il gran numero di azione, qualche fan della prima serie potrebbe storcere il naso pensando all'eleganza dell'elaborato intreccio precedente, ma 2nd GIG, lineare o meno, tiene incollati allo schermo grazie alla sua storia di prim'ordine, avvincente e carismatica. E ha un cast ancor più memorabile: facile lodare la caratterizzazione degli ormai conosciuti, amati eroi della Sezione 9, nuovamente umanizzati da puntate introspettive, ma in questa nuova storia rubano quasi loro il posto alleati e villain, con un ambiguo, inquietante Gohda che fino quasi alla fine non si riesce a capire cosa si nasconde dietro il suo sorriso deforme, e un Kuze irresitibile nel ruolo di antieroe romantico e idealista. Sopratutto, si apprezza come anche questa volta, pur con un soggetto più semplicistico, la maestria di Kamiyama nello sceneggiare non venga mai meno, bravissimo ancora una volta a sfruttare il mondo iper-futuristico di Shirow per adeguarlo alla sua storia: anche in quest'occasione ogni risvolto di trama, anche quello apparentemente più assurdo (il modo in cui Kuzue raccoglie i soldi per acquistare ingenti quantità di plutonio, o il suo piano definitivo per la "rivoluzione"), segue una sua logica inattaccabile nel contesto fantascientifico del mondo di Ghost in the Shell, in questo scenario di globalizzazione estrema dove è del tutto normale che un leader comunica con i suoi uomini scrivendo i suoi piani in una "lavagna" virtuale del suo Ghost accessibile a chi può accedere nel cyberspazio.

Cura tecnica Production I.G ai soliti standard con una qualità estrema delle animazioni, effetti sonori di spari e esplosioni probabilmente registrati dal vivo (ci si ritrova a saltare dalla sedia in più di un'occasione) e fondali di estremo realismo. Inutile ripetere le stesse cose dette sulla prima stagione, semplicemente dal punto di vista visivo e animato 2nd GIG è perfetto. Se si vuole parlare di innovazioni si deve porre l'accento sul chara design rinnovato, a opera di due nuovi artisti che hanno saputo renderlo più adulto e maturo, e della nuova colonna sonora di Yoko Kanno, che abbandonate sonorità elettroniche privilegia adesso flauti, tamburi e progressioni jazz per valorizzare la potenza evocativa delle immagini, sfornando una soundtrack degna di un Hans Zimmer che non smette di dare i brividi nell'accompagnamento delle scene più drammatiche. Da citare anche le numerose e bellissime canzoni da lei musicate ma cantate in diverse lingue da cantanti d'oltreoceano, tra cui una in italiano (l'insert song I Can't Be Cool a cui presta la voce la nostra Ilaria Graziano) e una addirittura in cirillico, la strepitosa opening Rise cantata da Origa. Non c'è altro da dire: 2nd GIG è una visione che NESSUN amante della fantascienza e di Shirow può lasciarsi scappare, sopratutto da quando è arrivato in un'ottima edizione da parte di Dynit, nuovamente con doppiaggio e adattamento superbi.

Rispetto a The Laughing Man, l'OVA riassuntivo Individual Eleven rappresenta una valida alternativa alla controparte televisiva. Il felice risultato deriva certamente dalla maggior linearità dell'intreccio di 2nd GIG, privo delle elucubrazioni cervellotiche del passato e maggiormente spostato sull'azione. In esso nulla sembra fuori posto, lo sviluppo della trama è solido e i personaggi rimangono carismatici. Forse qualche segmento è realizzato con troppa fretta ma mai, neanche per un minuto, ci si ritrova con lo smarrimento della sintesi precedente. E sono aggiunte di un certo interesse nuovi dialoghi, mini sequenze inedite e un deciso approfondimento della love story portante.

Voto: 9 su 10

PREQUEL
Ghost in the Shell: Stand Alone Complex (2002-2003; tv)
Ghost in the Shell Stand Alone Complex: The Laughing Man (2005; ova)

SEQUEL
Ghost in the Shell S.A.C. 2nd GIG: Individual Eleven (2006; ova) 
Ghost in the Shell Stand Alone Complex: Solid State Society (2006; special tv)

mercoledì 4 maggio 2011

Recensione: Ghost in the Shell - Stand Alone Complex

GHOST IN THE SHELL: STAND ALONE COMPLEX
Titolo originale: Kōkaku Kidotai - Stand Alone Complex
Regia: Kenji Kamiyama
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Masamune Shirow)
Sceneggiatura: Kenji Kamiyama
Character Design: Makoto Shimomura
Mechanical Design: Kenji Teraoka, Shinobu Tsuneki
Musiche: Yoko Kanno
Studio: Production I.G
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 2002 - 2003
Disponibilità: edizione italiana in dvd & blu-ray a cura di Dynit

 

Nel ventunesimo secolo la tecnologia raggiunge ormai livelli incredibili: comprare corpi meccanici per vivere a lungo è quasi la prassi per ogni essere umano, e con questi innesti chiunque può viaggiare nella grande rete informatica attraverso cyber-cervelli o comunicare telepaticamente attraverso la propria anima (o Ghost.) In questo futuro avanzatissimo assistiamo alle vicende della Sezione 9, corpo di polizia adibito a crimini informatici guidato dalla grintosa Motoko Kusanagi e dal riflessivo commissario Aramaki. Questa volta i nostri devono indagare sulla morte di un collega, assegnato al vecchio caso del terrorista/hacker chiamato L'Uomo che ride...

Impossibile liquidare in poche parole un anime complesso e intrigante come Ghost in the Shell: Stand Alone Complex, da più di qualcuno definito come una delle più intriganti, se non la definitiva incursione a memoria d'uomo nel cyberpunk di matrice nipponica. Lo spunto di partenza, ovviamente, lo fornisce sempre quel manga di Masamune Shirow già noto per il famosissimo adattamento filmico di Mamoru Oshii, ma questa volta, tolto l'utilizzo dei protagonisti, delle ambientazioni e della lieve supervisione di fondo dell'autore nel soggetto, niente deriva dal fumetto. Quella di Stand Alone Complex è un'ambiziosa storia scritta quasi da zero da Kenji Kamiyama, il ragazzo d'oro di Production I.G, che con il suo lavoro scolpisce una volta per tutte, finalmente, il suo nome nell'empireo dei migliori sceneggiatori moderni dell'animazione. La complessità narrativa dell'opera è proporzionale solo all'esaltazione data dalla meticolosità della sua sceneggiatura.

Non abbandonando per un solo istante i temi prediletti da Shirow (riflessioni sui pro e contro di abbandonare il corpo umano per diventare cyborg, la straordinaria evoluzione della tecnologia in ogni aspetto sociale, uno scenario geo-politico di prim'ordine) Kamiyama scrive e dirige un thriller granitico dalle mille sfacettature. La storia di un hacker potentissimo in grado di ridicolizzare le forze dell'ordine, di intrighi da parte di multinazionali farmaceutiche e di ministeri politici in combutta con loro, ma anche la summa di più sottotrame, come il raggiungimento di un ego da parte dell'AI degli adorabili Tachikoma (veicoli dalle sembianze aracnidi che lavorano nella Sezione 9), il rapporto in evoluzione tra Motoko e il fedele Batou, le avventure e le investigazioni solitarie del loro collega Togusa. Ma sopratutto, in Stand Alone Complex colpisce la fantasia sfrenata del regista nello sfruttare l'ipertecnologico futuro di Ghost in the Shell per inventarsi ogni nuovo scenario narrativo, nel maggiore dei casi a fornire spunto per nuove riflessioni sull'affascinante filosofia della Nuova Carne, tra cervelli elettronici interscambiabili tra individui, Ghost in grado di venire duplicati assurgendo così a mero software, la paura che memoria e sensi di una persona possano essere semplici manipolazioni di un hacker... In Stand Alone Complex Kamiyama realizza uno dei suoi capolavori, una serie televisiva piacevolmente complessa e intricata (anche solo nell'accettare le dinamiche del mondo super-avanzato) e dalle varie stratificazioni, intelligente nello snocciolare vari spunti di riflessione su quanto possa essere morale o meno, in un lontano futuro, allungare o meno la vita sostituendo il proprio corpo con uno elettronico, al costo di rinunciare ad esserne il solo e unico padrone.


Stand Alone Complex, comunque, non è solo l'Uomo che ride. Rappresenta un continuo frammentarsi tra questo caso (i 12 cosidetti episodi Complex) e le diverse indagini o avventure della Sezione 9 alle prese quotidiane con delinquenza e criminalità (i 14 Stand-Alone). Ventisei episodi splendidamente scritti, confezionati dall'ormai risaputa eccellenza Production I.G nell'utilizzo di animazioni di straordinario livello e una CG che si sposa perfettamente con i disegni, degno coronamento di un faronico budget di 30 milioni di yen a puntata. Senza contare un cast che, pur già conosciuto nei vari manga e i film di Oshii (la sexy e grintosa Motoko Kusanagi, il brillante commissario Aramaki, il carismatico ma incompreso Togusa - qui in un'alternativa versione cyborg, mentre canonicamente è l'unico membro del team a possedere ancora un corpo umano -, lo scherzoso e atletico Batou), è maggiormente approfondito e stupisce per simpatia e caratterizzazione, resi da credibili dialoghi degni di persone che lavorano fianco a fianco tutti i giorni. Da menzionare anche la cura registica nelle scene d'azione: frenetiche e virtuose, per merito di verosimili effetti sonori (spari, esplosioni, distruzioni) e del realismo estremo delle movenze dei corpi in azione emanano grande fisicità e realismo, al punto tale da tenere avvinghiati alla visione grazie alla loro spettacolarità.

Impossibile poi non citare il grande accompagnamento sonoro, giostrato sulle memorabili tracce musicali di una ritrovata Yoko Kanno che scimmiotta, e divinamente, Harry Gregson-Williams, con questo sound in perenne alternarsi tra sinfonico ed elettronico che ben si adatta a rendere le atmosfere di intrighi politici e cospirazioni, prestando anche la propria musica all'evocativa opening Inner Universe, capolavoro di tensione e misticismo degno dei suoi migliori lavori (peccato però per la curiosamente scarsa CG utilizzata proprio nelle immagini). Il contributo della compositrice è di primissimo piano alla riuscita della cupezza di Stand Alone Complex, su cui è davvero difficile trovare punti deboli in generale: cast caratterizzato e carismatico, storia di primissimo piano, musiche eccellenti, confezione da favola... Cosa si può chiedere di più? Consigliatissimo sia a chi ha apprezzato le incarnazioni di Oshii che agli spettatori occasionali, Stand Alone Complex è una gemma che brilla inaspettata in mezzo alla marmaglia di produzioni mediocri basate sulle opere di Shirow, rapprestando sicuramente, insieme alla sua seconda stagione, il miglior Ghost in the Shell animato, anche per la bravura di scrivere un soggetto inedito di grandissima qualità. Visione sicuramente ostica e complicata, ma avvincente e piena di ricompense per chi riuscirà a seguire il tutto con attenzione. Se non si è capito, must see meritevole di riscoperta e acquisto, anche perché l'edizione in dvd a cura di Dynit è ottima, con adattamento perfetto e un signor doppiaggio.


Due anni dopo esce The Laughing Man, OVA che riassume l'intero caso dell'Uomo che ride dall'alto di un elevato minutaggio di ben 140 minuti. Se i punti chiavi dell'investigazione sono ben rispettati, spariscono invece del tutto le fasi di intermezzo, così come i momenti leggeri che servivano originariamente a far "tirare il fiato". Il risultato è un lavoro che definire pesante è un eufemismo, talmente denso e corposo che seguirlo per la sua intera durata è solo causa di mal di testa, senza contare i personaggi che sono semplici bambolotti privi dell'approfondimento televisivo. In questo caso di gran lunga meglio l'originale.

Voto: 8,5 su 10

SEQUEL
Ghost in the Shell Stand Alone Complex: The Laughing Man (2005; ova)
Ghost in the Shell S.A.C. 2nd GIG (2004-2005; tv)
Ghost in the Shell S.A.C. 2nd GIG: Individual Eleven (2006; ova)
Ghost in the Shell Stand Alone Complex: Solid State Society (2006; special tv)

lunedì 7 febbraio 2011

Recensione: Appleseed - Ex-Machina

APPLESEED: EX-MACHINA
Titolo originale: Appleseed - Ex Machina
Regia: Shinji Aramaki
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Masamune Shirow)
Sceneggiatura: Kiyoto Takeuchi
Character Design: Masaki Yamada
Mechanical Design: Takeshi Takakura
Musiche: Tetsuya Takahashi
Studio: Digital Frontier
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 105 min. circa)
Anno di uscita: 2007


L’agente Deunan e il cyborg Briareos devono affrontare nuovi attacchi terroristici ai danni dell’utopistica città di Olympus, l’unico luogo dove umani e macchine possono vivere pacificamente sotto la guida delle intelligenze artificiali bioroidi. A causa di una disattenzione, Briareos rimane ferito ed è costretto a un lungo periodo di riposo. Le forze dell’ordine di Olympus decidono così di creare Tereus, un bioroide non solo con la forza e le abilità di Briareos, ma anche con l’aspetto di quando il cyborg era ancora umano. E se per Deunan il rapporto con una copia del suo fidanzato è alquanto difficile, quando Briareos torna in azione la convivenza diventa impossibile. E intanto gli attacchi continuano…

Dev’esserci una stella nera, qualche malocchio che nega a una delle opere più suggestive, complesse e impenetrabili di Shirow Masamune di ottenere un giusto riconoscimento animato, capace non solo di esaltarne il denso universo cibernetico, ma anche la sontuosità narrativa del fumetto originario. Né l’OVA dell’86 né l’Appleseed del 2004 sono riusciti a trovare un equilibrio vincente tra la tortuosità dell’intreccio e la schiacciante ricchezza grafica, dando vita più che altro a prodotti scialbi e mal gestiti, tanto belli da vedere quanto vuoti da scoprire. Sembrava difficile fare peggio, ma questo Appleseed: Ex-Machina riduce il già basso livello qualitativo della serie di trasposizioni rinunciando totalmente a una sceneggiatura che, quanto meno, nel predecessore si apprezzava il tentativo di renderla contorta e curiosa, per puntare ogni risorsa (e sono tante, produce John Woo) sulla tamarraggine visiva.

Nonostante un minimo profilo psicologico che sorregge i personaggi principali (il triangolo Deunan, Briareos, Tereus funziona discretamente, soprattutto i battibecchi testicolari degli ultimi due), la piattezza generale è ardua da sopportare fino in fondo. Non ci sono passaggi degni di nota in una storia vecchia e scolorita scritta per l’occasione e soltanto ispirata alle massicce creazioni fumettistiche di Shirow, una storia raccontata malissimo attraverso dialoghi superficiali e spesso privi di senso (lo scambio di battute tra colleghi negli spogliatoi) a dispetto di una linearità imbarazzante e di un’apparente facilità di controllo. Da queste parti non si aborrisce la semplicità né, in determinate occasioni, una certa banalità di fondo, ma bisogna dimostrare un’onestà, una conoscenza dei mezzi, un’umiltà che in Ex-Machina non si respirano mai.


Lo sfarzo visivo è infatti impressionante, e sebbene sia stata abbandonata la sublime veste grafica in cel shading del precedente lavoro di Shinji Aramaki, la CG lascia a bocca aperta in più di un’occasione per via di animazioni stratosferiche non solo nelle scene d’azione, dove chiaramente Ex-Machina dà il suo meglio in sparatorie che infrangono le leggi della fisica e inseguimenti vorticosi, ma anche durante le soporifere pause dialogiche, dove i personaggi si muovono sempre in maniera realistica (respirano, compiono piccoli gesti). Al di là del look cartoonesco (orribili i capelli, sembrano pezzi di pongo) e delle assurdità action (tuffi carpiati mentre si spara e altre improbabili amenità), Ex-Machina tocca vette di fotorealismo davvero notevoli, che diventano un orgasmo immediato nelle sequenze con protagonisti gli obesi, fantastici esoscheletri tipici del tratto mecha di Shirow. Terribile infine la colonna sonora, ormai poco invidiabile peculiarità della saga, un’accozzaglia di fastidiose, sgradevoli soluzioni elettroniche che si adattano pietosamente al ritmo frenetico dell’opera e, fuori luogo come sono, ne rovinano anche gli atroci momenti di quiete.

Prima di spingersi alla visione bisogni quindi chiedersi cosa si vuole: è sufficiente lo spaventoso lusso grafico per perdonare una storia infantile, confusa e scritta coi piedi? Se la risposta è sì, Applessed: Ex-Machina potrebbe anche intrattenervi a dovere per un paio d’ore scarse. Se rispondete invece negativamente, allora lasciate perdere, rabbia e irritazione vi negherebbero anche il più semplice godimento visivo.

Voto: 4,5 su 10

PREQUEL
Appleseed (2004; film)

venerdì 19 novembre 2010

Recensione: Ghost in the Shell 2 - Innocence

GHOST IN THE SHELL 2: INNOCENCE
Titolo originale: Innocence
Regia: Mamoru Oshii
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Masamune Shirow)
Sceneggiatura: Mamoru Oshii
Character Design: Hiroyuki Okiura
Mechanical Design: Atsushi Takeuchi
Musiche: Kenji Kawai
Studio: Production I.G.
Formato: film cinematografico (durata 99 min. circa)
Anno di uscita: 2004
Disponibilità: edizione italiana in dvd & blu-ray a cura di Dynit

 

Anche se Motoko si è fusa col Marionettista divenendo un'entità senziente libera nel cyberspazio, la Sezione 9 continua a esistere, ora guidata dal suo ex compagno Batou. Quest'ultimo e il nuovo aiutante, Togusa, stanno ora indagando su un un misterioso traffico di ginoidi, androidi delle fattezze femminili vendute a scopi sessuali, i cui ultimi modelli si trovano, ora, a essere dotati di Ghost appartenenti a ragazze umane. A produrle è la Locus Solus, multinazionale specializzata nella costruzione di robot: inutile dire che dietro al suo traffico nasconde un atroce segreto...

Talentuoso esercizio di stile? Ambizioso thriller psicologico? La vera faccia di Mamoru Oshii? Più di una domanda sorge spontanea guardando Innocence, secondo, imprevedibile film di Ghost in the Shell. Imprevedibile perché in pochi avrebbero scommesso come, quasi dieci anni dopo il primo, celeberrimo lungometraggio, gli studios nipponici avrebbero nuovamente scommesso su uno dei franchise cartacei meno adatti di sempre a uno sdoganamento verso il grande pubblico.

La storia è risaputa: per la complessità del background delle sue storie e per la mole impressionante di dettagli e note che costellano i suoi fumetti, Masamune Shirow non è per tutti. Scrive per chi sa comprenderlo, per chi ha dimestichezza con linguaggi informatici, per chi ha un certo interesse in filosofia e politica, trovando molto tempo da dedicare a letture impegnative talmente corpose da essere rischiosamente dispersive. A Mamoru Oshii nel 1995 va di lusso con il film che sintetizza Ghost in the Shell, ottenendo un lungometraggio ottimamente realizzato, autoriale e compiuto, e decide così, anni dopo e con in mezzo la splendida serie animata Stand Alone Complex realizzata dal suo prediletto Kenji Kamiyama, di dare un nuovo contributo al franchise, senza più seguire letteralmente Shirow. Dopo anni di lavorazione il 6 marzo 2004 esce nei cinema Innocence (nessun Gits nel titolo, eliminato per sottolinearne l'indipendenza e far dimenticare il film originale che, pur a fronte di un successo strabiliante in tutto il mondo, è flop in madrepatria), lungometraggio dal successo di critica ancora una volta assoluto, tanto da essere il primo d'animazione nipponica a venire candidato alla Palma d'Oro di Cannes come miglior opera. Chi conosce il manga certamente avrà avuto un incubo, immaginando il pessimo e incomprensibile Manmachine Interface (secondo manga di Gits) diretto dalla lentissima regia di Oshii: fortunatamente tale orrore è scongiurato, visto che da Shirow Oshii pesca giusto lo spunto iniziale di Robot Rondo, episodio del primo manga non trasposto nel film precedente, sviluppandoci sopra una storia inedita comprensiva, molto più del film precedente, della sua poetica cinematografica. Il risultato, del tutto originale, fornisce una misura lapidaria di quanto di buono e non offre il regista quando, oltre a dirigere, scrive i suoi film, attestando al contempo il maggior interesse artistico dell'operazione, un'incursione davvero personale nel mondo di Ghost in the Shell e non più una banale sintesi.

 

Innocence, come il predecessore, è un thriller/poliziesco, se possibile ancor più intricato. Quello che lo differenzia dal prequel è il ritmo della vicenda, con l'azione ridotta ai soli ultimi 20 minuti di girato. Tutta la parte precedente rappresenta la lunga indagine di Batou e Togusa (purtroppo per i suoi fan, Motoko appare pochissimo) sul giallo dei ginoidi, comprensivo di un oceano di dialoghi atti a illustrarne le continue evoluzioni. Un approccio di narrazione particolare che dà enfasi totale alle parti discorsive, ed è qui che casca l'asino, perché saranno veramente pochi gli eletti che sapranno dare ad Innocence la giusta attenzione richiesta. Oshii, famoso per l'estrema lentezza con cui dirige le sue opere, in Innocence è agli estremi di tale concezione: impossibile rendere per iscritto i lunghissimi silenzi, le inquadrature inchiodate per più minuti nella stessa immagine, i tempi cinematografici dilatati all'infinito, quasi rarefatti, che ne compongono buona parte della durata. Una cura registica totale e una conoscenza perfetta del mondo di Shirow sono le frecce del suo arco, che si riflettono anche nel suo stesso lavoro di sceneggiatura, dove le iterazioni dei suoi attori, così naturali e spigliate, mettono in serio pericolo la comprensione della storia, vista la spigliatezza con cui si discorre di avanzatissime tecnologie cibernetiche e regole che compongono il mondo immaginario di Shirow (se non ne avete dimestichezza o non avete letto il manga, auguri), aggiungendovi spesso riflessioni filosofiche. Oshii sfrutta - ormai è un'abitudine - un soggetto altrui per parlare, con un ricco riferimento di citazioni e pensieri che vanno a Confucio, Milton, Cartesio, Max Weber e religioni varie, di quello che gli sta più a cuore, la contrapposizione tra natura e tecnologia, robot e umano, dominio e asservimento. Qual è la differenza tra un essere umano e una bambola dotata di Ghost?

Una visione passiva, dunque, è improponibile: il rischio quasi sicuro è di non capirci nulla, ma sopratutto non di trovare alcun stimolo ad andare avanti, visto che l'interesse dell'opera risiede nell'elaborata soluzione dei misteri della Locus Solus. Chi avrà la necessaria pazienza si troverà rapito dalla potenza espressiva della storia, ma anche dalla cura estetica mostruosa del prodotto, frutto di un budget impensabile di un miliardo di yen dato dalla co-produzione tra Production I.G e addirittura Studio Ghibli. In Innocence l'animazione giapponese ribadisce ancora una volta le sue capacità, con un confezione a dir poco monumentale. Scenografie imponenti, date da maestose architetture gotiche, ricchissime di dettagli e immerse in colorazioni caldissime create con una CG maniacale, accompagnano animazioni straordinarie e una mistica, quasi religiosa colonna sonora del solito, grande Kenji Kawai. Uno spettacolo mozzafiato che rapisce gli occhi dello spettatore per non lasciarli mai più, e che dispensa sequenze stupefacenti degne, come quelle del primo Ghost in the Shell, di rimanere per sempre alla memoria, come quella introduttiva che mostra la costruzione di una ginoide o, sopratutto, quei cinque minuti cinque della parata dei carri del carnevale cinese, scena così ipnotica e sfarzosa da essere costata da sola quasi un intero anno di lavoro da parte dei grafici di Production I.G.

 

Preso nel modo sbagliato Innocence è un film lentissimo, difficile da seguire e facilmente soporifero, ma con un po' di buona volontà non è impossibile lasciarsi catturare dall'intrigante trama e riuscire a seguirla. Sicuramente un ritmo così gratuitamente lento può dare adito a più contestazioni, ma il lungometraggio funziona, è coinvolgente, e se anche è troppo lungo è sufficientemente accattivante da meritare la visione. In Italia siamo fortunatamente aiutati da un ottimo adattamento che si sposa, una volta tanto, con un ottimo doppiaggio. Peccato solo per un errore tramandato da quello del primo film, ossia la parola "anima" usata al posto di "Ghost": il concetto è simile ma le due cose non sono uguali e anche su questa differenza si basano i principi del mondo di Ghost in the Shell. Nota: conosciuto in Italia come Ghost in the Shell - L'attacco dei cyborg nella precedente edizione a cura di Passworld.

Voto: 8 su 10

PREQUEL
Ghost in the Shell (1995; film)

mercoledì 17 novembre 2010

Recensione: Ghost in the Shell

GHOST IN THE SHELL
Titolo originale: Kōkaku Kidotai
Regia: Mamoru Oshii
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Masamune Shirow)
Sceneggiatura: Kazunori Ito
Character Design: Hiroyuki Okiura
Mechanical Design: Atsushi Takeuchi, Shoji Kawamori
Musiche: Kenji Kawai
Studio: Production I.G
Formato: film cinematografico (durata 83 min. circa)
Anno di uscita: 1995
Disponibilità: edizione italiana in dvd & blu-ray a cura di Dynit


Nel ventunesimo secolo la tecnologia raggiunge ormai livelli incredibili: comprare corpi meccanici per vivere a lungo è quasi la prassi per ogni essere umano, e con questi innesti chiunque può viaggiare nella grande rete informatica attraverso cyber-cervelli o comunicare telepaticamente attraverso la propria anima (o Ghost.) In questo futuro avanzatissimo assistiamo alle vicende della Sezione 9, corpo di polizia adibito a crimini informatici guidato dalla grintosa Motoko Kusanagi e dal riflessivo commissario Aramaki. Questa volta i nostri devono risolvere l'inquietante mistero dietro la figura del sofisticatissimo hacker soprannominato Marionettista...

Quella di Masamune Shirow è una figura di autore di fumetti tra le più note in ambito internazionale, l'unica moderna che spicca in mezzo ai soliti Nagai, Tezuka, Matsumoto e Ishinomori. Autore il cui contributo al genere cyberpunk è da ritenersi fondamentale, odiato e amato visceralmente in egual misura da chiunque bazzica nel mondo dei manga: apprezzato per la sua fantasia fervidissima e la capacità di ambientare solidi thriller in meticolosi mondi avveniristici, detestato per il suo essere profondamente di nicchia. Leggere Appleseed, Dominion Conflict, Orion etc significa per molti stare più e più volte a fissare i volumi imbambolati, scioccati dalla mole strabordante di note che l'autore inserisce in ogni angolo di pagina per spiegare i meccanismi dei complessissimi, quasi disumani mondi che riesce a inventare. Al punto che, come dimostra la Storia dell'editoria italiana (e non solo), bastano traduzioni approssimative per rendere incomprensibile qualsiasi sua storia. Il manga Ghost in the Shell (o Squadra Mobile Corazzata d'Attacco, primo del titolo internazionale) è perfetto esemplare di questa categoria: disegnato nel 1989, diviene il lavoro più noto dell'eclettico mangaka acquistando una notorietà immensa, in ambito internazionale, all'indomani della trasposizione cinematografica di Mamoru Oshii, distribuita a in ogni angolo del pianeta e applaudita, insieme a quella di Akira, come il futuro della fantascienza da parte di James Cameron, fratelli Wachowski, George Lucas e altre celebrità, nonostante un modesto successo in madrepatria. Risparmiando al lettore qualsiasi considerazione personale sul rendere mainstream una mente visionaria e contorta come quella di Shirow, bisogna ammettere che non si può certo rinfacciare al cult di Oshii di non essere fatto con la completa padronanza dei mezzi.

Ipocritamente amato, in Italia, anche a fronte di un adattamento becero basato sulla traduzione americana (espressioni scurrili per far figo, errori vari,  sopressione di espressioni politicamente scorrette - come il ciclo mestruale - e la rimozione del brano di chiusura originale per far posto a una canzone dei Passengers) che lo rendono ancor più nuboloso di quanto già non sia in origine, il Ghost in the Shell cinematografico è un'opera d'autore essenzialmente inutile ma realizzata con estrema cura, eccellente nel fornire una sintesi del primo manga. Rifacendosi alla vicenda portante del volume originale, il caso del Marionettista, in animazione lo sceneggiatore Kazunori Ito compie un intelligente taglia e cuci intrecciandolo con intermezzi provienenti da altre vicende (con predilizione per le variegate riflessioni cyber-filosofiche shirowiane, quelle sull'universalità della rete che annulla l'individualismo umano, sull'etica di scambiare il proprio corpo con uno tecnologico per allungare la vita, etc), creando una storia corposa che dà l'impressione di comprimere benissimo il fumetto, eliminando tutto il fanservice tecnologico e le meticolose note descrittive per concentrarsi sulla vicenda portante. Il risultato è un film che, nella sua curiosa breve durata, risulta così solido e completo da non sembrare neanche basato su un soggetto esterno. Merito di questo risiede in una sceneggiatura perfetta, e quando a tradurre in immagini un ottimo script è un grande regista, l'opera che ne nasce non può che essere di alto livello.






Per quanto talvolta criticata, la regia lenta, ponderata e fossilizzata sui primi piani di Oshii funziona perfettamente, donando ulteriore carisma ai numerosi dialoghi di questo inquietante thriller. Ma, sopratutto, Ghost in the Shell fa Storia per la sua confezione, data da straordinarie fusioni tra disegni a mano e CG e avanzate animazioni di grandissima fluidità. Uno splendore tecnico che, intrecciato, quasi tutt'uno con il potente score musicale di Kenji Kawai, compendio di sonorità tribali e new age, genera uno straordinario impatto sensoriale che contribuisce più e più volte a stordire volutamente lo spettatore, immergendolo nell'oscura, quasi claustrofobica civilità high-tech centro del racconto e alimentando il suo senso di straniamento.

Il film di Ghost in the Shell ha il grande demerito di rendere mass oriented un'opera che, per rispetto al media d'appartenenza, avrebbe fatto meglio a rimanere elitaria (apprezzabile solo da chi è capace di dedicare più ore di lettura a un volume monolitico che nella sua sofisticata complessità trova la vera ragione d'essere). A prescindere da questo, però, non si può davvero parlarne male: commerciale, ma di una durata perfetta e realizzato benissimo, capace di lasciare il segno con 3/4 sequenze entrate nella Storia dell'animazione (le scene d'apertura, quelle finali, e nel mezzo lo scontro di Motoko con gli ufficiali dotati di mimetica ottica e il gigantesco Fuchikoma) nonostante un ritmo compiaciutamente lento, così voluto per favorire lo snocciolamento degli indizi che portano allo sviluppo dell'indagine e per favorire le riflessioni dell'eroina sul mondo che le sta attorno. Questo è l'unico punto su cui Oshii trova modo di esprimere la sua poetica personale, sfruttando il mondo ideato da Shirow per parlare, tirando le fila al discorso iniziato su Beautiful Dreamer, della percezione estremamente rarefatta e personale del tempo, che a seconda dei punti di vista - in questo caso umani o cyborg -, è percepito e vissuto con un'intensità diversa. Anche se mi è impossibile non indirizzare il lettore al recupero del manga di riferimento, dove si esprime per davvero l'opera Ghost in the Shell di Masamune Shirow (un volumone da 350 pagine edito in Italia da Star Comics), mi è altrettanto impossibile sconsigliare questo film. Un gran lungometraggio senz'altro, anche se certo non tra i più rappresentativi di quelli del regista (a questo riguardo è molto più personale e oshiiano il seguito Innocences). Futile come qualsiasi sintesi di un'opera importante, ma realizzato con autorialità e confezione indimenticabili.


Inevitabile aprire un discorso sulle varie versioni ed edizioni del film. L'opera originale del 1995, martoriata in Italia, come già detto, da un adattamento approssimativo, nel 2005 conosce un'edizione home video in dvd a cura di Panini Video, che perlomeno permette di usufruire l'opera così com'è stata originariamente concepita per mezzo di sottotitoli fedeli. Tre anni dopo in Giappone esce al cinema il cosidetto Ghost in the Shell 2.0, che altri non è che lo stesso film ripresentato con un un grande restyling grafico e tonnellate di CG che lo imbruttiscono senza ragione. Recentemente Dynit ha acquistato i diritti sia della versione del 95 che del 2008, ridoppiandole interamente in modo finalmente fedele. Purtroppo, se la versione 2.0 è facilmente reperibile in dvd e blu-ray singoli, quella del 95 qui recensita è rimediabile unicamente come extra nella cosidetta Absolute Edition blu-ray, comprensiva anche del 2.0 e di un altro disco ancora di extra. Decisamente un passo falso commesso dalla casa distributrice emiliana.

Voto: 8 su 10

SEQUEL
Ghost in the Shell 2: Innocence (2004; film)

mercoledì 21 luglio 2010

Recensione: Appleseed (2004)

APPLESEED
Titolo originale: Appleseed
Regia: Shinji Aramaki
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Masamune Shirow)
Sceneggiatura: Haruka Handa, Tsutomu Kamishiro
Character Design: Masaki Yamada
Mechanical Design: Takeshi Takakura
Musiche: Boom Boom Satellites
Studio: Digital Frontier
Formato: film cinematografico (durata 107 min. circa)
Anni di uscita: 2004
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Panini Video


Vagabondi in un mondo devastato dall’ennesimo conflitto mondiale, l’agguerrita Deunan e il cyborg Briareos vengono tratti in salvo dalle forze armate di Olympus, città ipertecnologica dove uomini e organismi artificiali convivono inseguendo il sogno di una pace utopica sotto il controllo della potentissima I.A. Gaia. In realtà, c’è un motivo se Deunan è giunta a Olympus, un perché nascosto nel suo passato, una serie di avvenimenti che potrebbero dare spiegazione ai misteriosi attacchi terroristici che minano la stabilità chimerica della città. Perché l’esercito umano odia così tanto i robot? E qual è il vero scopo dei saggi che dialogano con Gaia?

Ci avevano già provato nel 1988, ottenendo un’omonima opera scarsa e tutt’altro che convincente, ma Appleseed, tra i capolavori del mangaka Masamune Shirow, con la sua densa, intricata messinscena cyberpunk ha continuato a stuzzicare l’industria anime fino a quando, nel 2004, esce questo nuovo lungometraggio, realizzato stavolta in cel-shading. Poco ci voleva per superare qualitativamente l’OVA prodotto da Bandai quasi vent’anni prima, del resto trama e personaggi erano pallida ispirazione alla sconcertante mole di elementi che compongono il fumetto, e Shinji Aramaki, pur non riuscendoci, perlomeno tenta la carta di una costruzione narrativa altrettanto complessa, lavorando su una storia che si scosta per buona parte dall’opera originaria ma che ne conserva protagonisti, intuizioni, atmosfere.

L’impatto visivo è devastante. La commistione tra CG e disegni, con questi ultimi che ricoprono i modelli poligonali come vestiti, è impressionante, e le animazioni strappano diottrie secondo dopo secondo. La lunghissima sparatoria iniziale toglie il fiato, così come la spaventosa battaglia finale, e di altissimo livello è ogni singolo fotogramma della pellicola. Siamo di fronte, pur con ormai sei anni sul groppone, a una tra le più sbalorditive realizzazioni grafiche mai sfornate dal Giappone. Tutto ciò non è comunque sufficiente se il meccanismo narrativo si inceppa dopo pochi minuti, lasciando largo spazio a confusione e toppe sgangherate per contenere le falle. Chi si è avventurato nel manga, e in generale conosce l’operato di Shirow, ha ben presente la difficoltà di lettura, dovuta a scelte narrative che necessitano di attentissimi processi mentali per poter decifrare tonnellate e tonnellate di avvenimenti descritti con terminologia esageratamente tecnica. Shinji Aramaki tenta così di replicare lo spirito contorto dell’opera originaria, gettando nel calderone elementi su elementi, molti dei quali poco più che cliché, atti a contestualizzare la storia con un background fantascientifico credibile e adeguato, ma non è poi in grado di tenere a bada la bestia che ha generato.


Si potrebbe riassumere dicendo che questo Appleseed è un lunghissimo, lunghissimo spiegone, altri modi infatti Aramaki non ha trovato per dare chiarimento delle questioni sollevate. Non c’è una costruzione progressiva di eventi, non c’è un crescendo adeguato, semplicemente, di fronte agli snodi centrali di questo pachiderma cibernetico, i personaggi si lasciano andare a irritanti monologhi che spiegano freddamente i segmenti più importanti della trama. È come se, ogni quindici minuti di domande confusionarie e misteriose, intervenisse il regista stesso dicendo: «Non fate quelle facce, mettete in pausa che ora vi spiego io cos’è successo». Non si fa così, non c’è immedesimazione, l’opera perde di realismo, e il morale fatica a risollevarsi nonostante gli splendidi, davvero splendidi momenti action, capaci di sciogliere gli occhi grazie a tanta meraviglia visiva, nonché unici, effettivi motivi per vedere, e probabilmente rivedere, tanto è lo sfarzo grafico, l’Appleseed di Shinji Aramaki. Colonna sonora assolutamente da dimenticare, un fastidioso insieme di terribili, banalissimi brani elettronici, e inascoltabile, come tradizione vuole, il doppiaggio italiano, una serie di voci piatte e incolori che raggiunge esilaranti, ahimè ridicoli vertici con il personaggio di Hitomi.

Voto: 6 su 10

SEQUEL
Appleseed: Ex Machina (2007; film)

venerdì 25 giugno 2010

Recensione: Appleseed (1988)

APPLESEED
Titolo originale: Appleseed
Regia: Kazuyoshi Katayama
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Masamune Shirow)
Sceneggiatura: Kazuyoshi Katayama
Character Design: Yumiko Horasawa
Mechanical Design: Takahiro Kishida
Musiche: Norimasa Yamanaka
Studio: GAINAX
Formato: OVA (durata 70 min. circa)
Anno di uscita: 1988
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Yamato Video


Dopo l’ennesimo conflitto mondiale, il pianeta Terra è un pallido deserto irto di macerie, ultimi ricordi del mondo prima delle guerra. In questo scenario postapocalittico, devastato dalla stupidità degli uomini, Deunan e il cyborg Briareos vagano di rovina in rovina, sopravvivendo come riescono. Un giorno giungono a Olympus, un’avveniristica città dove l’ordine sembra essere stato ristabilito con grande sforzi, luogo dove la razza umana vive in pace e tranquillità. Ma una volta arruolatisi in polizia, una serie di attacchi terroristici mina la quiete utopica della supercittà…

Da un manga di culto, scritto e disegnato da quel Masamune Shirow che, con la saga di Ghost in the Shell, ha creato archetipi fantascientifici ben noti a tutti, la versione animata di Appleseed, vero e proprio prequel cartaceo di Ghost in the Shell (1991), pur disponendo di una trama a tratti eccellente risulta essere un semplice OVA che nemmeno raggiunge la sufficienza. Siamo nel 1986, e nonostante l’animazione nipponica abbia già visto prodotti animati in maniera stellare, non è tanto nella qualità delle animazioni non sempre ottime, né, come già detto, in un soggetto esemplare in ambito sci-fi, ma nella decisione della produzione di limitare il minutaggio a soli 70 minuti scarsi che risiede il vero problema di Appleseed. L’insoddisfazione che nasce per un eccessivo lavoro riassuntivo è palese, e dispiace vedere le personalità dei protagonisti spesso sacrificate in favore di un ritmo narrativo esageratamente rapido.

La versione animata non è tuttavia un breve compendio del manga, bensì una spenta storia originale che prende spunto dallo scenario creato da Shirow, conservando alcuni personaggi principali e togliendone molti altri, una storia che impallidisce di fronte al contorsionismo narrativo in cui ci si può perdere leggendo i quattro volumi dell’opera originaria, dove Deunan e Briareos combattono minacce ben più suggestive, tanto invidiabili strutturalmente quanto ardue da comprendere per lo spaventoso livello di complessità. Nessuna lacuna organizzativa o crateri di sceneggiatura, né fastidiose leggerezze, sia chiaro, anzi: discreta strutturazione, sia nello svolgimento della trama che nella costruzione dei personaggi, per non parlare dell’affascinante terminologia tecnologica, abbondando in tutti i settanta minuti dell’OVA. Però, in questa maniera, Appleseed appare freddo, distaccato, addirittura troppo lineare e superficiale per il potenziale che possiede e che dovrebbe esprimere, e non c’è soddisfazione, nella visione, né brillante appagamento una volta che vengono tirati i fili e ci si avvia verso la conclusione.


Discreti i disegni, molto godibili le animazioni nelle scene di battaglie e scontri tra mecha, ma poco piacevole il chara design: l’impronta certamente riconoscibile di Shirow è ben impressa in ogni personaggio e in ogni robot, ma la corporatura eccessivamente tozza di ogni figura umana (o semi-umana) appare spesso troppo buffa, così come i volti, tutti mediamente brutti, tolgono ogni elemento fascinoso ai due agguerriti protagonisti. Musiche low-fi terribili, prettamente anni ’80, sovrabbondano in maniera irritante per tutta la durata dell'opera, e non bastano le scene di combattimento ben dirette, al contrario degli standardizzati momenti di pausa, per dimenticarsene o digerirle. Altrettanto “low-fi” è il doppiaggio italiano, che passa da momenti discreti ad altri di terribile imbarazzo. Basterebbe ascoltare la voce narrante mentre legge – tagliando inspiegabilmente molte frasi! – il testo iniziale che introduce al film per farsi un’idea.

Applessed è un’opera trascurabile e il consiglio, rivolto più che altro a completisti e collezionisti, è quindi di vederla solo ed esclusivamente se si ha apprezzato il manga, pur sapendo che le due storie poco o nulla hanno in comune, se non una manciata di protagonisti. Gli altri lascino pure perdere e si orientino magari verso i recenti film in CG, opere sicuramente più complete e fascinose di questo povero OVA.

Voto: 5 su 10

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