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lunedì 3 dicembre 2012

Recensione: Angel's Egg (Tenshi no Tamago)

ANGEL'S EGG
Titolo originale: Tenshi no Tamago
Regia: Mamoru Oshii
Soggetto: Mamoru Oshii, Yoshitaka Amano
Sceneggiatura: Mamoru Oshii
Character Design: Yoshitaka Amano
Musiche: Yoshihiro Kanno
Studio: Studio DEEN
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 71 min. circa)
Anno di uscita: 1985


Impossibile, davvero impossibile fornire anche solo una singola chiave interpretativa per decifrare un film tanto ermetico come Angel's Egg. Lungometraggio di cui si possono rinvenire, nell'universo critico, ogni genere di interpretazioni, ma sempre tenendo per buoni, come fossero inoppugnabili, assunti sul senso di fatti e personaggi che, a guardare il film, non dovrebbero affatto essere dati per scontati. Ritiratosi dalla saga di Lamù la ragazza dello spazio (1981) dopo il "maledetto" Beautiful Dreamer (1984), Oshii, libero dai vincoli televisivi, idea, scrive e dirige, con l'apporto fondamentale del pittore/illustratore Yoshitaka Amano, il suo primo progetto originale, un radicale cambio di atmosfere rispetto alle avventure dell'aliena dal bikini tigrato: Angel's Egg. Il risultato dell'incontro creativo si esprime in un film estremo, visionario e lentissimo di settanta minuti che, nella sua pur breve durata, ha modo di configurarsi, insieme a pochissimi altri esponenti del periodo (soprattutto alcune produzioni di David Lynch come la saga di Twin Peaks ed Eraserhead), come una pietra miliare del simbolismo più oscuro e indecifrabile. Scontato un durissimo flop ai box office giapponesi1, batosta che precluderà per svariati anni, al regista, la fiducia dei produttori nei riguardi della direzione di altri lungometraggi cinematografici.

Il misterioso uovo che dà il titolo al film, accudito da un'altrettanto misteriosa bimba in un mondo da sogno dove città abbandonate, rovine, inquietanti sculture, foreste stregate e santuari distrutti convergono senza logica in un microcosmo surreale, rappresenta, forse, l'unica chiave per avanzare un qualche minimo tentativo di esegesi. In viaggio per chissà dove, la piccola incontra un uomo armato di una spada a forma di crocefisso (forse un guerriero, visto l'abbigliamento) che cerca il suo tesoro. Non si conoscono, si domandano continuamente chi è l'uno e chi è l'altro, e alla fine viaggiano insieme fino a raggiungere quella che sembra un'abbandonata Arca di Noè, luogo ove si compie il loro destino. Battezzato da una fitta pioggia che sembra diluviana, il loro solitario cammino intersecherà immagini da incubo, tra uomini-statua che cacciano le ombre di enormi celacanti volanti, cattedrali e architetture provenienti da chissà dove e dai colori annichilenti e altri numerosi, tretri scenari silenziosi. Lei vuole proteggere il suo uovo perché dentro pensa ci sia la vita, lui distruggerlo per dimostrarle che è vuoto. Pochissimi dialoghi, meno di due minuti totali di girato, forniscono le uniche, criptiche chiavi di lettura: il resto è da affidare alla filosofia dell'ermeneutica. Angel's Egg rappresenta un'esperienza ipnotica, che esprime senza mezzi termini uno dei cardini della poetica oshiiana e la filosofia dei primi OVA di quegli anni: il gusto estremo per l'estetica. La trama può all'occorrenza passare in secondo piano, essere puramente accessoria o, in questo caso, addirittura allegorica o inesistente, se l'attenzione dello spettatore è interamente rapita dalla suggestione grafica. "È impossibile capire la storia. Per il pubblico è meglio guardare il film per le immagini più che per i contenuti" conferma Amano2. Opinione condivisa da Oshii, che aggiunge che neanche lui saprebbe dare un senso a ciò che ha filmato3.


In aggiunta a questo, nel 1984, commentando Beautiful Dreamer, sempre il regista forniva un altro input preziosissimo ancora: "Gli spettatori non devono capire il film. Magari lo farai incazzare, ma se dirigi per te stesso, e riesci a esprimere quello che ti senti dentro, il pubblico pur non capendo almeno gradirà l'opera. Non serve comprenderla, se ti dà emozioni4." È una dichiarazione d'intenti che, seppur esagerata per il lungometraggio di Lamù, perfettamente comprensibile, trova totale fisionomia in Angel's Egg. È davvero facile smarrirsi, disorientati, nel giocattolo di Oshii e Amano.

Il design di quest'ultimo, fedelissimo al suo stile coniato a inizio decennio con le illustrazioni fantasy del ciclo letterario di Vampire Hunter D (e in futuro con la saga videoludica di Final Fantasy) e risaltato dall'alto budget, lascia senza fiato per la bellezza, coi suoi tratti  onirici e decadenti, sospesi tra influenze orientali ed europee e colorazioni ad acquerello. Sguardi apatici e acconciature filamentose dotate di vita propria collaborano nell'immergere di forza l'ignaro spettatore in un mondo affascinante, indefinito e privo di logica, più vicino a un maestoso quadro animato che a un film. Collaborano in questo senso anche le animazioni: poche, vista la regia di Oshii, pietrificata in lunghissime inquadrature immobili ritraenti giochi di sguardi e (interminabili) silenzi, ma strabilianti in dettagli impensabili come vestiti o capelli che si flettono realisticamente nei movimenti dei personaggi. Angel's Egg è un manifesto delle potenzialità sensitive che si riflette anche nelle poche ma evocative tracce musicali, crepuscolari,  o nei banali, ma al contempo incredibilmente affascinanti effetti sonori, come il rumore della pioggia o quello di acquitrini/pozzanghere che trasmettono un fortissimo senso di solitudine e minaccia. Menzione d'onore per i fantastici fondali dipinti da Amano, che tra paesaggi desolati e architetture misteriose trasmettono una sensazione da "fine del mondo" accrescendo il carisma artistico. Facilissimo, a tal proposito, ammirare a bocca aperta numerose ambientazioni che sembrano delle  cartoline, in special modo gli scheletri di dinosauri e animali che costellano i giganteschi saloni dell'arca di Noè.

Al di là della voluta, ricercata e ostinata lentezza espositiva, artifizio indispensabile per trasmettere le sensazioni di smarrimento e desolazione dei due protagonisti, ad Angel's Egg uno spettatore moderno potrebbe giusto rinfacciare una "trama" che non si può neanche definire tale, vista la mancanza anche solo di uno spunto di partenza, di un minimo indizio per provare a dare un senso al tutto. Nonostante tutte le interpretazioni che si leggono in giro, e che toccano esistenzialismo, nichilismo, scontro tra fede e religione (anche per effetto di simboli e citazioni della religione cristiana, a testimonianza dell'apprezzamento di Oshii per la Bibbia , letta fin da giovane tanto che da studente pensava di entrare in seminario5), volontà di potenza e chissà quante altre tematiche, immancabilmente sviscerate in ogni trattato della filmografia del regista, è quasi certa l'idea che in Angel's Egg non si debba per forza trovare un senso. L'idea di chi scrive è che in questo lungometraggio Oshii riversi tutte le pulsioni e gli stati d'animo, religiosi ma non solo, che sentiva nel periodo, raccontandoli per immagini non necessariamente legate tra di loro, ma, quale che sia il "senso" di Angel's Egg, rimane puramente accessorio, a discrezione di ogni spettatore, ma elemento di secondo piano, forse terzo: la forza dell'opera risiede proprio nel suo fascino oscuro.


Un ipse dixit finale di Oshii, infine, conclude tutto quello che c'è da dire sul film: "Tutti pensano che per risolvere i propri dubbi basta chiedere al regista. Non sono d'accordo. Ritengo che le risposte risiedano dentro ogni spettatore"6.

Voto: 8 su 10


FONTI
1 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 177
2 Brian Ruh, "Stray Dog of Anime: The Films of Mamoru Oshii", Palgrave Macmillan, 2004, pag. 47
3 Come sopra
4 Come sopra (a pag. 37)
5 Intervista a Mamoru Oshii pubblicata in "Anime Interviews: The First Five Years of Animerica Anime & Manga Monthly (1992-97) (Cadence Books, 1997, pag. 137)

6 Vedere punto 2, a pag. 58

lunedì 19 novembre 2012

Recensione: Dallos

DALLOS
Titolo originale: Dallos - Dallos Hekai Shirei
Regia: Hisayuki Toriumi, Mamoru Oshii
Soggetto: Hisayuki Toriumi
Sceneggiatura: Hisayuki Toriumi, Mamoru Oshii
Character Design: Toshiyasu Okada
Mechanical Design: Masaharu Sato
Musiche: Hiroyuki Nanba, Ichiro Nitta
Studio: Studio Pierrot
Formato: serie OVA di 4 episodi (durata ep. 30 min. circa)
Anni di uscita: 1983 - 1984



Siamo nel XXI secolo, epoca in cui il giovane Shun Nonomura vive, insieme alla famiglia, dentro una colonia situata sulla Luna. Il satellite è sfruttato dall'uomo per le sue risorse minerarie (estratte e inviate alla Terra per provvedere al sostentamento della popolazione), al prezzo, però, della tirannia con cui la Federazione Terrestre tiene sotto scacco l'intera popolazione lunare, trattata in modo disumano e mantenuta in regime di schiavitù. Presto arriva il giorno in cui il ragazzo si ritrova coinvolto nella guerra civile, incrociando la strada del nemico per antonomasia del suo popolo, l'ufficiale federale Alex Leiger, e della misteriosa entità meccanica, venerata come una divinità, che vive sulla superficie del pianeta: Dallos...

Per chi conosce Mamoru Oshii grazie a una filmografia che, tra Lamù: Beautiful Dreamer (1984), Patlabor 2: The Movie (1993) e Ghost in the Shell 2: Innocence (2004), è tra le poche in grado di ottenere apprezzamento unanime da parte della critica di tutto il mondo, sarà sicuramente difficile trovare in Dallos particolari motivi di entusiasmo. Parliamo di una storiella di appena quattro episodi, dal finale aperto, dove personaggi abbozzati e un background superficiale caratterizzano un'avventura abbastanza lineare e non particolarmente esaltante. Eppure è proprio con questi limiti narrativi che nel 1983 il regista contribuiva a scrivere una importantissima pagina nella Storia dell'animazione nipponica.

Dallos nasce ufficialmente come un progetto televisivo di  52 episodi1, fortemente ispirato, nei suoi temi violenti (la trucida guerra civile lunare che dipinge) e nel suo setting, dal famosissimo romanzo di fantascienza La Luna è una severa maestra di Robert Heinlein2 (già a sua volta una delle fonti di ispirazione per Mobile Suit Gundam). La miniserie vuole raccontare una storia che, per un motivo o l'altro, non è ben compatibile con la televisione, ed ecco allora l'idea - si vedrà poi, geniale - dei produttori: comprimerla in appena 4 corposi episodi da 30 minuti l'uno, da rilasciare direttamente nell'home video, una puntata a videocassetta, a un prezzo molto contenuto per l'epoca (6.800 yen, contro i tradizionali 15.0003). Dallos non è, come spesso è dipinto, il primo anime nato per il mercato delle VHS (tale primato spetta alla serie Lion Books di Osamu Tezuka), ma è comunque il secondo in assoluto, ed il primo a fregiarsi dell'acronimo OVA (Original Video Anime). La miniserie diventa esattamente il primo OVA "ufficiale" della Storia, il cui buon successo di vendite (4.000 VHS vendute per un totale di 272.000.000 di yen, contro i 100.000.000 di realizzazione4), nonostante la pubblicazione alterata degli episodi (il primo a uscire sarà il secondo, quello con più azione, e volutamente, perché commercialmente è il più interessante5), ispirerà gli altri studi d'animazione a vagliare le potenzialità commerciali del rilasciare lavori direttamente per il mercato a pagamento, dove creare storie che non debbano piegarsi a censure e che possano usufruire - proprio perché si sostengono con gli acquisti di privati, e quindi non servono sponsor - di budget più corposi. Inizia così timidamente, dopo Dallos, l'usanza di concepire anime per la vendita diretta al consumatore.


Esulando dalla sua importanza storica, si può ammettere con franchezza che il titolo non sia proprio nulla di imprescindibile da guardare, ma, pur con tutte le sue banalità, sa farsi ugualmente apprezzare da chi ama il vintage fatto bene: Dallos è puro stimolo visivo che sovrasta una trama non irresistibile. Le figure umane delineate dalle morbide curve del chara designer Toshiyasu Okada, coi loro colori saturi perfettamente integrati con i fondali, compiacciono subito l'occhio arricchendo l'esperienza con eleganza grafica, così come stupiscono per messa in scena robot bipedi da guerra che sembrano usciti da un episodio di Star Wars, mini-astronavi volanti che sfrecciano per strade futuristiche, dobermann cibernetici addestrati a uccidere che si muovono a gruppi di centinaia, e altre armi federali create dalla fervida fantasia degli sceneggiatori, magari ininfluenti ai sensi di trama ma usate sapientemente per garantire un alto tasso di spettacolo. Non ci si può proprio lamentare di questo appeal avventuroso, che tra distruttive battaglie, inseguimenti, combattimenti, esplosioni e quant'altro, erge a protagonista principale il comparto tecnico, con animazioni fluide e curate mantenute per l'intera durata della miniserie, degne rappresentanti dei corposi budget riversato all'epoca negli anime straight-to-video. Degne di nota anche le sperimentazioni musicali, con una colonna sonora cupa e marziale, dotata di un gran numero di brani variegati (tra cui jazz), e, soprattutto il design dell'enigmatico palazzo/organismo meccanico Dallos che dà il titolo all'opera, suggestivo nella sua struttura hi-tech consistente in milioni di cavi intrecciati a formare motivi di gran fascino.

A tale riguardo, si può accennare come il lavoro goda beneficamente dell'influsso dei suoi due sceneggiatori/registi. Oshii subentra al progetto quando questo è già avviato, con il primo episodio già scritto da Hisayuki Toriumi. Il papà di Lamù la ragazza dello spazio (1981) intende reimpostare la storia a modo suo, ma la sua visione cozza con la precedente: a Toriumi, che vuole focalizzare la storia sul dramma umano vissuto dal popolo dei lunari, Oshii risponde ponendo maggior enfasi sulla caratterizzazione del background politico e alla realizzazione delle scene d'azione. La produzione opta quindi per fondere le visioni dei due artisti in un intreccio unitarioo: Toriumi finirà dunque col dirigere gli inserti che sviluppano la storia, mentre Oshii gli intermezzi action6, e le due cose, per qualche strana sinergia, funzioneranno molto bene, ottenendo un risultato molto curioso nella continua commistione tra azione sfrenata e invenzioni visive con lunghi dialoghi. Non mancano, in Dallos, neppure felici intuizioni narrative, come personaggi ambigui (Alex, militare di ferro ma non per questo incapace di riflettere sui motivi del dispotismo della Federazione Terrestre), o segmenti di trama molto riusciti e inaspettati (un certo decesso commovente che chiude l'ultimo episodio).

I nei consistono semplicemente nell'ovvio problema di condensare in soli quattro episodi da mezz'ora l'uno il materiale originario di partenza. Come succederà in altre miniserie home video nate da abortite serie televisive, le puntate procedono decisamente fin troppo spedite e con notevoli stacchi da una sequenza all'altra. A risentire di questo sono in primis i personaggi, appena funzionali alla narrazione, e in secondo luogo un po' tutti i loro rapporti interpersonali e la caratterizzazione dello scenario, con questo gigantesco Dallos che non si riesce a inquadrare che cos'è, i "cerchietti" indossati da tutti i lunari e imposti dalla Federazione che non si capisce a cosa servono, il rapporto tra l'eroe Shun e Melinda, ragazza di Alex rapita dai rivoltosi, o la sottotrama del fratello dell'eroe accennata in più riprese e poi abbandonata per strada. La velocità con cui si dipana l'intreccio è causa delle numerose domande di natura maraginale (fortunatamente) che attanagliano lo spettatore, le quali rimangono prive di risposta a fine visione (a meno che non si conosca l'idioma nipponico e non si legga il romanzo che chiude la storia, scritto dallo stesso Toriumi7). Fortunatamente, quantomeno la conclusione è di sufficiente chiarezza e, pur lasciando aperti molti dubbi, si può dire che risolve in modo soddisfacente la trama principale.


In definitiva, per la sperimentazione di gustose primizie tecniche e registiche, nel 1983 Dallos rappresentava al 100% lo spirito degli OVA che negli anni a seguire sarebbero stati prodotti a tonnellate, opere che ponevano quasi tutte le frecce del loro arco nella semplice meraviglia grafica e solo secondariamente in trama e personaggi. Non sarà un grande biglietto di visiva per poterlo consigliare, ma nell'epoca questa sincera dichiarazione d'intenti permetteva di soprassedere tranquillamente sulla difficoltà di seguire attentamente una storia affrettata o insignificante. Il voto finale forse è esagerato, ma premia l'importanza dell'opera. L'anno dopo la sua conclusione, Dallos è rimontato in una cosiddetta Special Edition, Dallos Special appunto, dalle due ore di durata, comprendente anche 50 scene nuove di zecca.

Voto: 7 su 10

ALTERNATE RETELLING
Dallos Special (1985; OVA)


FONTI
1 Wikipedia giapponese di "Dallos"
2 Volume 4 di "Record of the Venus Wars", "The Day the Earth Stood Still", Magic Press, 2010
3 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 175
4 Come sopra
5 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 111
6 Vedere punto 1
7 Come sopra

lunedì 12 novembre 2012

Recensione: Lamù - Beautiful Dreamer

LAMU': BEAUTIFUL DREAMER
Titolo originale: Urusei Yatsura 2 - Beautiful Dreamer
Regia: Mamoru Oshii
Soggetto & sceneggiatura: Mamoru Oshii
Character Design: Akemi Takada
Musiche: Masaru Hoshi
Studio: Studio Pierrot
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 95 min. circa)
Anno di uscita: 1984
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Yamato Video


Qualcosa di misterioso sta iniziando ad accadere al liceo Tomobiki: senza alcuna spiegazione, la giornata della vigilia del festival studentesco inizia a ripetersi ciclicamente, all'infinito, accadono tutti i giorni sempre gli stessi avvenimenti. Grazie alle capacità spirituali di Sakura, presto Ataru, Lamù e amici iniziano a rendersene conto, ma le cose non cambiano: anzi, tutto degenera, e di punto in bianco il gruppo si ritrova, esso soltanto, prigioniero in una realtà alternativa del loro quartiere, completamente disabitata e isolata dal tempo e dallo spazio. Come faranno a tornare alla loro realtà?

Se il buongiorno si vede dal mattino, non c'è proprio da stupirsi se, dopo un film tanto bello e spiazzante come Beautiful Dreamer, il regista Mamoru Oshii lascia la saga animata di Lamù la ragazza dello spazio (1981) per incamminarsi su quel sentiero sperimentale e d'autore che gli porterà maggiormente fama e onore, scolpendo il suo nome nella Storia dell'animazione anche per ciò che riguarda critica e pubblico occidentali. Beautiful Dreamer non è solo il commiato di Oshii alla lunga serie che lo ha lanciato come regista titolare, ma è anche tassello imprescindibile per inquadrare la sua crescita artistica, quel capolavoro fondamentale da cui si origina la sua stessa poetica, tanto che non è difficile riuscire a vedere un po' tutti i suoi lavori successivi, o quasi, come una eterna  riproposizione dei temi di questo film in vesti diverse. Oshii è tra i pochissimi registi del suo tempo, forse l'unico, interessato a sfruttare il mezzo animato per esprimere riflessioni sociali e filosofiche, metafore, simbolismi (quindici anni prima de La rivoluzione di Utena) e avveniristiche soluzioni di regia che per la prima volta forniscono un'estetica d'autore all'animazione dagli occhi a mandorla. Il suo è uno sperimentalismo che evidenzia, come se servissero prove, le eterne difficoltà nel conciliare le aspirazioni artistiche con il mondo del marketing.

Se il primo film di Lamù, Only You (1983), comunque ottimo, significa per l'autore un progetto poco originale, dovuto più ai produttori che a se stesso (e da loro influenzato anche nella sceneggiatura), Beautiful Dreamer, da lui scritto interamente senza interferenze1, mostra al pubblico un modo di concepire non solo l'animazione, non solo la narrazione, ma addirittura anche l'estetica visiva come lontanissime da quanto diretto in precedenza, rivelando un talento che mai si era potuto esprimere liberamente fino a quel momento. Beautiful Dreamer è un anticipo di quella che sarà la famosa abitudine di Oshiii di sfruttare personaggi di brand di successo per raccontare vicende seriose e sperimentali che interessano in primis a sé, stravolgendo completamente lo spirito originale del franchise (è il caso di Lamù, ma anche di File 538, di Patlabor, di Ghost in the Shell) e portando la critica ad adorarlo e i fan delle opere originali - a ragione - a odiarlo. Nel caso di quest'opera magnifica, tutto ciò che rappresenta Lamù, la sua spensieratezza, comicità e freschezza, è quasi dissacrato. Nonostante il doveroso successo di critica e pubblico2 rimediati dalla pellicola, infatti, non saranno pochi gli appassionati della saga che andranno al cinema a vedersi il film e ne usciranno furibondi, subissando il produttore Kitty Film di lettere di protesta3 e addirittura minacciando di morte il regista4. Lo stress di avere a che fare con questi fan, le richieste della produzione di tornare su binari più "ortodossi" e la ferma condanna della pellicola da parte dell'autrice originale Rumiko Takahashi, che ha sentito il bisogno di prendere le distanze dalla storia dicendo che non aveva nulla a che fare con lei5 (nel DVD giapponese del film Oshii rincarerà la dose, dicendo che lei il suo lavoro lo ha addirittura odiato6) porteranno quindi alla rottura del sodalizio animato tra Kitty Films e Oshii, che abbandona dunque la serie televisiva venendo rimpiazzato da Kazuo Yamazaki a partire dall'episodio 107.


La nota favola giapponese di Urashima Taro e l'assunto, citato nella prima mezz'ora di film, che le nozioni di tempo e spazio siano prodotti della coscienza umana, rappresentano le chiavi per decifrare una storia onirica che è tutto fuorché celebrativa del brand Lamù. Una vicenda in cui la vena comica della saga passa in secondo piano (ridotta  a qualche sparuta gag) e il gruppo di personaggi è ristretto al minimo indispensabile (niente cast megalitico e celebrativo come in Only You) per favorire l'indagine sui misteri principali: cos'è e dove si trova il mondo in cui sono finiti gli eroi? Come faranno a tornare a casa? Vivono in una Tokyo alternativa in cui esistono solo loro, ma dove i bisogni primari per mangiare e dormire sono comunque soddisfatti perché i supermercati sono perennemente riforniti da non si sa chi. Un piccolo paradiso autarchico insomma, dove possono divertirsi per sempre senza alcuna responsabilità. Quella di Beautiful Dreamer è sì una storia dalle tinte fantastiche, ma è soprattutto un'allegoria di gran classe, dove l'interesse della visione risiede nel cercare le risposte ai quesiti e nel bearsi di sequenze registiche di gran classe, all'occorrenza anche visionarie e di puro nonsense, in linea con l'assurdità della situazione - l'esplorazione notturna del liceo Tomobiki, scuola che si tramuta in corridoi infiniti che formano una struttura geometrica impossibile che mette a soqquadro le leggi della fisica. Soprattutto, e questo è il vero punto di forza di Beautiful Dreamer (ma anche dei passati apporti registici di Oshii a Lamù), il film si configura come splendido, memorabile inno all'adolescenza e al suo spirito gioioso.

La spiegazione finale del mistero, razionale, è perfettamente coerente coi propositi della trama (configurandosi come una geniale rielaborazione dei personaggi, delle situazioni e del soggetto degli episodi televisivi n.21, 54 e 78, specialmente dell'ultimo), ma a suo modo, vista la raffinatezza della storia, rischia addirittura di diventare trascurabile e nociva visto che spiega l'ovvio, un monsieur Lapalisse che sarebbe stato più elegante evitare visto che agli stessi esiti si giunge, in modo più elegante e intellettuale, mediante lettura interpretativa. Beautiful Dreamer è il sogno di un'adolescenza senza termine, del mantenimento a tempo indeterminato di un microcosmo di amici, rapporti sociali e abitudini che non dovrebbero cambiare o invecchiare mai. Il fattore tempo, citato in apertura, può essere un fattore discriminante, che porta all'invecchiamento e al cambio di vita; ma anche una semplice convinzione sociale, perché nei limiti del possibile si può cercare di mantenere lo spirito indomito della giovinezza. A Oshii non importa fornire risposte, quanto stimolare riflessioni, senza comunque togliersi lo sfizio di criticare gli otaku ossessivamente presi dagli anime che, come i personaggi della storia, sono così attaccati al loro hobby da volersi illudere che il tempo si sia fermato per loro7. Su questa linea di demarcazione tra la realtà e la percezione di essa, inquadrata sia nell'ottica di sogno/realtà (piano materiale della storia) e reale/fittizio scorrere del tempo (piano interpretativo), il regista imbastisce il tratto fondamentale della sua poetica cinematografica. Dietro la simpatia dei personaggi e la dimensione fantastica della trama ne esce una ghiottoneria intellettuale insomma, e il film riesce anche a essere, nell'ottica dei prodotti animati dedicati a Lamù, il più romantico fra tutti nell'approfondire il rapporto tra i due protagonisti - per le ovvie implicazioni del fatto che il sogno è rappresentazione simbolica degli impulsi dell'inconscio. Il lascito di Oshii al franchise sarà anche egocentrico e per nulla rispettoso delle atmosfere e del mood tipici della saga, ma con una qualità simile gli si perdona facilmente tutto.


Un nuovo, ennesimo doppiaggio italiano mediocre per il quale ancora una volta sono scelte le peggiori voci possibili per i personaggi (terribile Paolo Torrisi su Ataru), accompagnato dalle pronunce sbagliate dei nomi, simboleggia una versione italiana migliorabile, ma che comunque nulla toglie alla bellezza di un lungometraggio cult che sicuramente, a ragione, ha scontentato migliaia di fan di Lamù, ma d'altro canto è una di quelle visioni davvero imprescindibili dell'animazione nipponica, quei dieci titoli che chiunque dovrebbe vedere per  farsi un'idea del grado di maturità raggiunto da questo mondo, ben prima dei kolossal Ghibli o delle produzioni dei Novanta di gente come Hideaki Anno e Kunihiko Ikuhara.

Voto: 9 su 10

PREQUEL
Lamù: Only You (1983; film)

SEQUEL
Lamù: Remember My Love (1985; film)
Lamù Special: Il Tea Party di Ryoko (1985; special TV)
Lamù: Lamù the Forever (1986; film)
Lamù Special: Memorial Album (1986; special TV)
Lamù Special: Cosa accadrà nel futuro di Lamù? (1987; special TV)
Lamù OVA: Gelati arrabbiati (1988; OVA)
Lamù OVA: Fidanzati sulla spiaggia (1988; OVA)
Lamù OVA: La guardia elettrica (1989; OVA)
Lamù OVA: Ululo alla luna (1989; OVA)
Lamù OVA: La capra e il formaggio (1989; OVA)
Lamù OVA: Prendimi il cuore (1989; OVA)
Lamù OVA: Il terrore degli occhioni (1991; OVA)
Lamù OVA: Appuntamento con un fantasma (1991; OVA)
Lamù: Sei sempre il mio tesoruccio (1991; film)
It's a Rumic World: The Obstacle Course Swim Meet (2008; film)
Lamù: Boy Meets Girl (1988; film)


FONTI
1 Davide Tarò, "Mamoru Oshii: Le affinità sotto il guscio", Morpheo, 2006, pag. 15
2 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 169
3 Brian Ruh, "Stray Dog of Anime: The Films of Mamoru Oshii, Palgrave Macmillan, 2004, pag. 44
4 Vedere punto 3, a pag. 38
5 Consulenza di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit)
6 Come sopra
7 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 103-104

lunedì 5 novembre 2012

Recensione: Lamù - Only You

LAMU': ONLY YOU
Titolo originale: Urusei Yatsura - Only You
Regia: Mamoru Oshii
Soggetto & sceneggiatura: Tomoko Konparu, Mamoru Oshii
Character Design: Akemi Takada, Magoichi Takazawa
Musiche: Izumi Kobayashi, Fumitaka Anzai, Masamichi Amano
Studio: Studio Pierrot
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 101 min. circa)
Anno di uscita: 1983
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Yamato Video


Un giovanissimo Ataru, giocando con una bambina misteriosa chiamata Elle, finisce col pestarle l'ombra. Undici anni, dopo la piccola è cresciuta, scopriamo che è la principessa di un pianeta che porta il suo stesso nome, e specialmente che, secondo le usanze degli abitanti di quel mondo, chi compie un gesto come quello di Ataru è destinato a sposarla raggiunta l'età adulta. La ragazza lo avvisa, dunque, di prepararsi all'evento. Ataru, con le sue solite mire di grandezza e perfidia, accetta felicemente, ed è allora che Lamù decide di correre ai ripari sposandolo lei per prima. Per far questo rinchiude il suo Darling e amici vari (invitati alla cerimonia) nella sua navicella e decolla dalla Terra, diretta verso la propria patria. Non immagina, però, che gli uomini di Elle non se ne staranno con le mani in mano...

È facile avere una brutta opinione dei numerosi, talvolta numerosissimi, film celebrativi di famose serie animate, spesso e volentieri storielle dimenticabili che, con la scusa di compiacere a tutti i costi ai fan, rifilano loro gli aspetti più superficiali delle serie di riferimento, con mille personaggi buttati dentro per far numero, esili intrecci e anche, talvolta, minutaggi estremamente brevi, sull'ordine dei 40/50 minuti, un grosso ostacolo a un'adeguata caratterizzazione della storia (basti pensare, ad esempio, a tutti i filmettini-fotocopia delle serie si successo di Toei Animation). Only You, il primo dei sei lungometraggi cinematografici di Lamù la ragazza dello spazio (1981), è una eccezione, una favolosa eccezione che trova pochi altri esempi illustri. Eccezione nata forse dalla caratura del suo regista, Mamoru Oshii, che nel 1983, pur lavorando in una lunga serie dai temi non certo maturi come ricercherà in seguito, dimostra di amare, riversandovi dentro una cura e un divertimento tali da non lasciare dubbi in proposito.

In Only You non manca nessuno degli ingredienti che hanno decretano il successo di una delle più ispirate produzioni televisive degli anni '80: una storia genuinamente spassosa, l'apparizione di un enorme numero di personaggi storici della saga e, soprattutto, un ispiratissimo script che permette di sfruttarli nel modo più congeniale, non come macchiette celebrative ma come attori che usano bene il poco spazio a disposizione per far ridere coi loro classici tormentoni. Ataru e Lamù i protagonisti assoluti: lui più perfido, infido e approfittatore che mai, la solita, adorabile caricatura degli adolescenti allupati della sua età, odioso fedifrago per le ragazze e idolo di intere generazioni maschili per le esilaranti bassezze di cui è capace; lei sempre la ragazza dolce, maliziosa e femminile, ma all'occorrenza aggressiva come una tigre, che un po' tutti amiamo. Eroi in una storia comica dove una "semplice" promessa di matrimonio stipulata in età prescolare porta, anni dopo, a equivoci, rapimenti spaziali, controrapimenti, battaglie stellari, bizzarri hobby extraterrestri, guerriglie in chiesa e ben due cerimonie di nozze (!): un baraccone di idee esilaranti che approfondiscono ancora una volta, con una lieve ma coinvolgente spruzzata di romanticismo, la relazione dei due ragazzi.


Si dovesse giudicare "solo" un normale episodio televisivo lungo due ore e particolarmente divertente, sarebbe difficile giustificare la valutazione elevata di Only You, ma questo - meno male - è ben di più di un compitino fatto tanto per fare e riuscito bene. La lunga durata del film neanche si sente, perché i dialoghi e le situazioni che caratterizzano la sua comicità sono brillanti e durevoli, privi di cali o tempi morti, una mitragliata di battute e gag e azzeccatissimi tempi comici, che fanno volare i 100 minuti di girato senza mai annoiarsi. Si ride beatamente per la perfetta qualità della situazioni, le onnipresenti citazioni visive di opere cult del passato (in questo caso, soprattutto di Corazzata Spaziale Yamato, Capitan Harlock il pirata dello spazio e Fortezza Super Dimensionale Macross), il ritmo trascinante del racconto e l'idea, ispirata a Oshii dalla visione del film La fantastica sfida (Used Cars, 1980, Robert Zemeckis) e condivisa con il secondo sceneggiatore Tomoko Konparu, di intendere la comicità come "una piccola azione che porta subito a un'altra, e ancora e ancora, fino a rendere la storia un'enome palla di neve rotolante"1. Il regista dirà di avere realizzato un film troppo caotico e con troppi personaggi, esagerato ed eccessivo2, lamentandosi anche dei siparietti musicali impostogli dalla produzione e di cui era totalmente in disaccordo3 (sembra, infatti, che la sceneggiatura finale sia stato il prodotto di innumerevoli mediazioni4), ma è difficile dargli ragione visto il risultato, a parere di chi scrive, davvero da applausi - e che giustamente porterà l'opera a trionfare quell'anno al botteghino5. Si apprezza anche come una vicenda tanto ilare e sgangherata si presti, mediante sovra-analisi, a ergersi anche a stilosa metafora del disagio interiore di un giovane al momento di sposarsi, un simbolico The End a uno stile di vita scanzonato, senza impegni e responsabilità. Chiaro che il registro generale rimanga comico e demenziale, ma si nota, come nella serie televisiva, che Oshii sfrutti Lamù anche per trasmettere riflessioni non banali sulla vita o, in questo caso, sui turbamenti dell'adolescenza.

Sempre ad Oshii si devono sequenze di gran gusto registico che aumentano il carisma del film. Sono diverse, come ad esempio l'incipit graficamente concettuale che mostra il momento della "promessa" tra Ataru ed Elle (due silhouette bianche che si rincorrono su sfondo rosso, con il parco giochi rappresentato da linee essenziali che tratteggiano giostre e ambientazione), la sequenza iniziale della distribuzione degli inviti al matrimonio, quella esilarante dove il consueto esercito di mercenari ai servizi della famiglia Mendo consegna a Shutaro tale invito, e altre ancora. Meritevole di citazione anche l'onirica, magnifica scena finale, dove Ataru ed Elle rivivono, addirittura interagendo con i sé stessi piccoli, la promessa scambiata undici anni prima: così, senza spiegazione, attori materiali in una sequenza del passato (ininfluente l'implausibilità, conta solo la meraviglia). Contribuiscono alla frizzante freschezza del film anche un brano musicale, in apertura e chiusura, giocoso ed estremamente accattivante come da tradizione (l'adorabile I, I, You & Love, già quarta ending della serie TV), animazioni eccellenti e degne del formato, e il consueto chara design dolce e malizioso della bravissima Akemi Takada.

A più di qualcuno Only You potrebbe sembrare "solo" un bel film celebrativo, ma non fatevi ingannare: nasconde uno stile unico che forse nessun lungometraggio di questo tipo riuscirà mai a eguagliare, rimarcando con fermezza quanto possano fare la differenza, anche in una celebrazione che funge da "riempitivo", la sensibilità e l'apporto di un grande regista.


Doppiaggio italiano, per quanto le voci siano cambiate per l'ennesima volta rispetto a quelle televisive, decisamente ben fatto. Purtroppo i timbri vocali rimangono nettamente diversi da quelli originali (a farne le spese maggiori è Ataru, con una voce insolitamente seria incompatibile con quella originale di Toshio Furukawa da ragazzino deficiente, il meno peggio Ten), ma è ben ravvisabile lo sforzo dei doppiatori italiani di fornire una performance teatrale e divertita.

Voto: 8,5 su 10

PREQUEL

SEQUEL
Lamù: Beautiful Dreamer (1984; film)
Lamù: Remember My Love (1985; film)
Lamù Special: Il Tea Party di Ryoko (1985; special TV)
Lamù: Lamù the Forever (1986; film)
Lamù Special: Memorial Album (1986; special TV)
Lamù Special: Cosa accadrà nel futuro di Lamù? (1987; special TV)
Lamù OVA: Gelati arrabbiati (1988; OVA)
Lamù OVA: Fidanzati sulla spiaggia (1988; OVA)
Lamù OVA: La guardia elettrica (1989; OVA)
Lamù OVA: Ululo alla luna (1989; OVA)
Lamù OVA: La capra e il formaggio (1989; OVA)
Lamù OVA: Prendimi il cuore (1989; OVA)
Lamù OVA: Il terrore degli occhioni (1991; OVA)
Lamù OVA: Appuntamento con un fantasma (1991; OVA)
Lamù: Sei sempre il mio tesoruccio (1991; film)
It's a Rumic World: The Obstacle Course Swim Meet (2008; film)
Lamù: Boy Meets Girl (1988; film)


FONTI
1 Brian Ruh, "Stray Dog of Anime: The Films of Mamoru Oshii", Palgrave Macmillan, 2004, pag. 26
2 Come sopra, a pag. 25
3 Come sopra, a pag. 28
4 Davide Tarò, "Mamoru Oshii: Le affinità sotto il guscio", Morpheo, 2006, pag. 15
5 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 101

lunedì 22 ottobre 2012

Recensione: Lamù la ragazza dello spazio

LAMU' LA RAGAZZA DELLO SPAZIO
Titolo originale: Urusei Yatsura
Regia: Mamoru Oshii (ep. 1-106), Kazuo Yamazaki (ep. 107-195)
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Rumiko Takahashi)
Sceneggiatura: Takao Koyama (ep. 1-54), Kazunori Ito (ep. 55-106), Michiru Shimada (ep. 107-195)
Character Design: Akemi Takada
Musiche: Fumitaka Anzai, Shinsuke Kazato
Studio: Studio Pierrot (ep. 1-106), Studio DEEN (ep. 107-195)
Formato: serie televisiva di 195 episodi (durata ep. 25 min. circa)
Anni di trasmissione: 1981 - 1986


Ataru Moroboshi non è certo il ragazzo più fortunato del mondo: è scelto, tra miliardi di terrestri, dalla minacciosa razza aliena degli oni Uru come unico esponente della razza umana in grado di salvare il suo mondo. Per farlo deve riuscire a toccare, entro dieci giorni, le piccole corna della figlia degli invasori, la bella Lamù, che possiede però la particolarità di volare e lanciare scariche elettriche dal suo corpo. Il giovane riesce per puro miracolo nell'impresa, ma per un buffo fraintendimento la ragazza pensa che Ataru voglia anche sposarla, e decide così di diventare la sua fidanzata...

Inutile dirlo, il mondo dell'animazione nipponica non sarebbe come lo conosciamo se non ci fosse stato Lamù la ragazza dello spazio (in originale Urusei Yatsura, gioco di parole traducibile come La chiassosa gente del pianeta Uru), una di quelle pietre miliari che maggiormente gli hanno dato fama e onore. Lunghissima serie animata televisiva che inizia le sue trasmissioni il 14 ottobre 1981 e che proseguirà, settimanalmente e ininterrottamente per ben quattro anni collezionando il ragguardevole numero di quasi 200 episodi, 195 per la precisione, che, lungi dall'essere il lasciapassare di un solo grande artista, rappresenteranno invece il felice punto d'incontro dell'estro creativo di quattro importantissime personalità dell'intrattenimento animato giapponese, molte delle quali destinate a lasciare in futuro un'impronta indelebile.

Lamù è innanzitutto la trasposizione del fumetto omonimo di Rumiko Takahashi, la "Principessa dei manga" divenuta famosa in primis per quest'opera (30 milioni di copie vendute nella sola madrepatria1) e successivamente per altrettanti campioni di vendite (del livello di Maison Ikkoku e dello "schiacciasassi" Ranma ½) che ad oggi, complessivamente, le hanno permesso di festeggiare la quota di 200 milioni di volumi venduti in totale tra madrepatria ed estero2. In Lamù, nel 1978, l'autrice, debuttante, disegna subito il gag manga che la proietta nel mito, enunciando quelli che saranno i tratti caratteristici di quasi tutti i suoi lavori: una vena comica ispiratissima e demenziale che non si concede pause di sorta, un mastodontico cast di personalità pazzoidi ed esilaranti, che appaiono, scompaiono e poi ritornano in storie successive, episodi sempre veloci e autoconclusivi, una gustosa malizia generale (nelle curve e nel sex appeal di quasi tutte le sue eroine) e una storia d'amore portante che si sviluppa lentissimamente lungo l'intero intreccio. Infine, l'ambientazione di Lamù e successivi è sempre quella, il Giappone contemporaneo: in esso l'autrice dipinge gli usi, i costumi, le tradizioni, il folklore, le mode, i ritmi di vita e la cultura popolare che vi ruotano intorno, ambientando le sue folli storie in un contesto storico sempre ben curato, figlio dell'epoca della realizzazione del fumetto. L'incipit della storia è, ovviamente, solo un punto di partenza: la bella oni dello spazio (ispirata alla idol in bikini Agnes Nalami Lum, molto famosa in Giappone negli anni '70, richiamata dal nome giapponese letterale di Lamù, Lum3) costringe Ataru, il suo malcapitato Darling, a una convivenza forzata, e in questo modo i due sono pronti a vivere centinaia di assurde avventure più o meno legate al mondo spaziale di provenienza dell'extraterrestre, a contatto, per sfortuna del ragazzo, con ogni sorta di equivoci, fraintendimenti, pretendenti, possessioni, alieni, scambi di sesso, mostruosità provenienti dal folklore giapponese e occidentale, avveniristici gadget dai bizzarri effetti, viaggi verso pianeti lontani o indietro nel tempo, tassisti galattici, matrimoni stellari e ogni altra possibile follia ancora. Amante della fantascienza, perché questa si adatta con flessibilità a qualsiasi tipo di trovata e narrazione4, e molto influenzata dai romanzi comici dello scrittore Yasutaka Tsutsui5 e dal serial americano Bewitched (1964, in Italia Vita da strega)6 dallo spunto simile, la Takahashi non lesina a mettere per iscritto qualsiasi idea le venga in testa, non facendo mai mancare nel suo lunghissimo manga scariche di buffoneria, assurdità, nonsense e demenziale che non possono non strappare la risata anche al più serioso dei lettori. Il merito della qualità del manga risiede nei dialoghi, spassosi e perennemente sopra le righe, ma anche nelle indimenticabili personalità inventate dall'autrice, archetipi che estremizzano fino al paradosso vizi e i difetti dell'uomo contribuendo a una sentita immedesimazione da parte di ogni tipo di pubblico (per quanto, alla fine, Lamù sarà principalmente rivolto e letto dagli adolescenti maschi7).

Con Lamù entrano nella mitologia l'eroe Ataru, allupato, stupidissimo e civettuolo, il peggior incubo di qualsiasi ragazza e genitore ("Se solo non lo avessi avuto..." è la frase ricorrente della sua affranta madre); la bella, frizzante, adorabile e gelosissima Lamù dall'indimenticabile bikini tigrato, che lo castiga con scariche da 2.000 volt ogni volta che prova a tradirla; Ten, il piccolo cuginetto dall'aliena, che prende in antipatia Ataru e non perde occasione di abbrustolirlo con alitate di fuoco; Rei, ex di Lamù dal bellissimo aspetto ma che si trasforma in una gigantesca, indiavolata tigre ogni volta che ha fame o è eccitato; Shutaro Mendo, rampollo di una famiglia ricchissima con una sterminata servitù ai propri piedi (ma sarebbe meglio chiamarlo esercito), che fa sua l'etica onorevole dei samurai ma è ruffiano con chiunque e ha terrore degli spazi chiusi; il bonzo Sakurambo, approfittatore e ingordo che sfrutta ogni bassezza, raggiro o tradimento per scroccare cibo e soldi, e via così, un cast sterminato di divertenti, dementissime personalità che è impossibile trattare in dettaglio, che contribuiscono a rendere Lamù una delle opere con personaggi e format narrativo tra i più influenti della Storia del fumetto.


La versione animata, iniziata tre anni dopo e prodotta da Kitty Film, ma con manga largamente ancora in corso, mantiene inalterate le caratteristiche originarie ma diventa, se possibile, ancora più famosa e riuscita, sintesi dell'apporto di personalità imprescindibili dell'animazione nipponica. Parte dell'organizzazione della serie, oltre a molte sceneggiature di singoli episodi, è affidata a Kazunori Ito, lo scrittore delle opere più famose e importanti che Mamoru Oshii realizzerà negli anni a venire. Oshii, d'altro canto, è il regista titolare di Lamù per gran parte della sua durata - per i primi 106 episodi - prima di venire rimpiazzato, insieme all'intero Studio Pierrot, da Kazuo Yamazaki e Studio DEEN. Il connubio tra la regia di Oshii e l'apporto agli script di Ito si esprime in un netto miglioramento del già divertente manga, quello che proietta per davvero Lamù nell'empireo delle produzioni più influenti della Storia dell'animazione, una delle rare occasioni in cui l'opera originale è enormemente migliorata grazie alle capacità di chi vi lavora sopra.

Lo staff dietro la sua realizzazione segue gli episodi cartacei, ma scombinandone l'ordine cronologico, apportando modifiche varie, inserendovi nuovi personaggi, dando risalto ad altri meno noti (celebre l'esempio di Satoshi Megane, il miglior amico di Ataru,  insignificante nel fumetto e addirittura fondamentale nell'anime, sfruttato da Oshii come elemento comico per prendere in giro gli otaku dell'epoca8), e, al contempo, creando un alto numero di avventure inedite, pienamente degne del confronto con la follia di quelle originali. Oshii e Ito si fanno già conoscere nell'industria animata con un tocco d'autore che sonda il terreno per gli sperimentalismi che realizzeranno negli anni successivi, con una regia artistica (che sperimenta sequenze visionarie o concettuali) e script che, sfruttando il nonsense del manga e la sua mancanza di una forte continuity, improvvisano vicende nelle quali, pur non mancando atmosfere ilari, si offrono anche riflessioni esistenziali, sulla società, sul concetto relativo di tempo e spazio. Tutto questo senza contare un numero non trascurabile di episodi squisitamente romantici e poetici, dedicati a Lamù e Ataru, assenti nel fumetto che è maggiormente spinto sul versante comico. Impagabile Oshii che rivela, nel 20159, quanto si siano divertiti a girare la serie lui e i membri del suo staff, quando erano giovani e riversavano nelle loro storie, con dinamismo e creatività, tutte le idee che gli venivano in mente, spesso basandole su storie personali, e come l'esagerazione in toni sexy, violenti (per modo di dire ovviamente, visto il piglio demenziale dell'opera), etc. era sempre osteggiata dall'emittente televisiva con cui litigavano.

Al tempo stesso, oltre che autorale, Lamù è anche, insieme alle contemporanee trasposizioni animate di altri manga di successo, Dash Kappei e Dr. Slump & Arale, uno tra i primi e più famosi anime veramente pop della sua epoca: mantenendo, dal manga, lo sguardo sul Giappone degli anni '80, nel corso della sua lunghissima durata gratifica il pubblico di richiami o parodie a opere cult, a Star Wars (1977), Rocky (1976), Ai confini della realtà (1959), Ultraman (1966) e altri film/telefilm ancora, senza dimenticare citazioni visive, numerose, a popolari serie animate del periodo come Mobile Suit Gundam (1979), Blue Gale Xabungle (1982), Ken il guerriero (1984) etc. Non solo una serie comica insomma, ma anche un ritratto preciso e affettuoso di un decennio. Infine, il successo del Lamù animato non è dovuto solo a Rumiko Takahashi, Kazunori Ito e Mamoru Oshii: è merito del lavoro di un altro colosso ancora, la chara designer Akemi Takada, moglie di Ito, che proprio con quest'opera scrive il suo nome nella Wall of Fame dei più importanti e amati artisti grafici nipponici di tutti i tempi. È una disegnatrice fantastica, che prima ancora di L'incantevole Creamy (1983) e Capricciosa Orange Road (1987) già strabilia l'occhio con il suo tratto morbidissimo, dolce e armonioso, dato da linee semplici ed esseziali che trasmettono una solarità, un amore e una dolcezza impareggiabili ai personaggi, uno stile di disegno inimitabile che in tantissimi cercheranno vanamente di replicare.

L'apporto di personalità così forti e carismatiche trasforma il Lamù animato in una delle opere più famose e amate della Storia dell'animazione televisiva (gli indici di ascolto si attestano mediamente sul 20%10), al punto che sono ben vistosi gli aumenti di budget e cura grafica che, stagione dopo stagione, successo dopo successo, regalano animazioni sempre migliori e disegni sempre più definiti e adulti (basti pensare all'aspetto iniziale quasi deformed dei personaggi, e cento episodi dopo alle loro fisionomie realistiche), trasformando la serie, nelle sue fasi avanzate, in uno dei grandi capolavori tecnici del decennio. Può vantare una cura estrema che viene mantenuta fino alla fine, anche dopo l'abbandono di Oshii e dei suoi sperimentalismi artistici (il suo sostituto Yamazaki dirige la serie in modo più tradizionale, su toni più consoni all'approccio puramente comico del manga). Vederlo e apprezzarlo pienamente oggi, tuttavia, è tutto un altro paio di maniche.


Per il suo rompere gli schermi, l'umorismo, gli episodi veloci e pieni di energia, i personaggi fantastici, il gran numero di sigle di apertura e chiusura dai motivetti indelebili, i colori, le musiche giocose e il signor lavoro di doppiaggio da parte dei seiyuu (menzione d'onore ad Akira Kamiya su Mendo, i cui terrorizzati strilli sono indimenticabili), Lamù ha ben pochi rivali. Il pubblico moderno può apprezzarlo per la sua carica di originalità, forse addirittura amarlo per tutto l'insieme, ma difficilmente saprà divertirsi come si divertivano le generazioni dell'epoca: se l'aliena dal bikini tigrato e il cast mantengono intatto il loro carisma, il senso di comicità è, col senno di poi, decisamente discontinuo. Molte, troppe puntate di Lamù si basano su un umorismo acqua e sapone che replica quasi all'infinito gli stessi schemi e le stesse battute delle puntate precedenti. All'epoca questo era perfettamente giustificato dal fatto che Rumiko Takahashi stesse disegnando il suo primo manga e ancora non aveva sviluppato un senso dell'humor solido capace di mantenersi costante senza mai stancare (l'originalità, poi, faceva il resto), ma ora, abituati a opere più moderne e riuscite della stessa autrice, si fa fin troppa fatica a reggere oltre il 50% di episodi mediamente molto simili tra di loro: un numero non irrilevante mantiene inalterata la sua carica di risate, ma, decisamente, la maggior parte la si guarda al limite sorridendo o spesso, purtroppo, addirittura in modo disinteressato, talvolta sbadigliando. Duecento episodi all'epoca sono stati esagerati, diventano ben più che pesanti vista la fatica che talvolta comporta arrivare in fondo anche a una singola puntata, dove un umorismo ancora embrionale o ormai troppo abusato battezza canovacci e idee già ripetuti milioni di volte prima.

Il giudizio finale tiene perfettamente conto dell'importanza dell'opera di cui si parla, ma non può soprassedere su come Lamù stupisse il suo pubblico per la sua carica di freschezza e rottura degli schemi che oggi sono sicuramente invecchiati. Impossibile sconsigliarlo, è un'opera fondamentale del mondo di manga e animazione e penso che chiunque, almeno una volta, debba leggersi qualche volumetto o guardarsi qualche episodio per ampliare la propria cultura a riguardo, ma bisogna essere pronti all'idea che, oltre a risate e puntate geniali, questa serie sa essere talvolta molto tediosa. Da usufruire, sì, decisamente sì. Ma con moderazione. Dei vari special TV e OVA, quasi tutti usciti a serie conclusa per trasporre le storie inedite del manga, affidati volta per volta dal produttore Kitty Films a staff e studi sempre diversi, vale la pena guardare Cosa accadrà nel futuro di Lamù? (1987), La guardia elettrica (1989), Prendimi il cuore (id.) e Appuntamento con un fantasma (1991). Sorvolabile il resto.

La versione italiana di Lamù dell'epoca si basava su dialoghi tradotti dai copioni americani. Come spesso accade, la versione in DVD curata da Yamato Video prevede sottotitoli che si limitano, svogliatamente, a trascrivere il parlato italiano. Nonostante qualche rifinitura qua e là per correggere gli errori più eclatanti commessi in passato, la serie insomma non si può ancora vedere in Italia nella sua forma originale (e in aggiunta a questo, l'edizione nostrana si contraddistingue anche per un marcato effetto ghosting delle immagini, segno di una mediocre lavorazione digitale).

Voto: 8 su 10

SIDE-STORY
Lamù: Only You (1983; film)
Lamù: Beautiful Dreamer (1984; film)
Lamù: Remember My Love (1985; film)
Lamù Special: Il Tea Party di Ryoko (1985; special TV)

SEQUEL
Lamù: Lamù the Forever (1986; film)
Lamù Special: Memorial Album (1986; special TV)
Lamù Special: Cosa accadrà nel futuro di Lamù? (1987; special TV)
Lamù OVA: Gelati arrabbiati (1988; OVA)
Lamù OVA: Fidanzati sulla spiaggia (1988; OVA)
Lamù OVA: La guardia elettrica (1989; OVA)
Lamù OVA: Ululo alla luna (1989; OVA)
Lamù OVA: La capra e il formaggio (1989; OVA)
Lamù OVA: Prendimi il cuore (1989; OVA)
Lamù OVA: Il terrore degli occhioni (1991; OVA)
Lamù OVA: Appuntamento con un fantasma (1991; OVA)
Lamù: Sei sempre il mio tesoruccio (1991; film)
It's a Rumic World: The Obstacle Course Swim Meet (2008; film)
Lamù: Boy Meets Girl (1988; film)


FONTI
1 Sito web (giapponese), "Mangazenkan", http://www.mangazenkan.com/ranking/books-circulation.html
2 Sito web, "Crunchyroll", Rumiko Takahashi's Manga Series Have Printed Over 200 Million Copies Worldwide", http://www.crunchyroll.com/anime-news/2017/03/15-1/rumiko-takahashis-manga-series-have-printed-over-200-million-copies-worldiwide 
Retrospettiva su Rumiko Takahashi (con intervista annessa) pubblicata su Amazing Heroes n.181 (Fantagraphics Books, 1990). Il pezzo è riportato alla pagina web http://www.furinkan.com/takahashi/takahashi3.html
4 "Anime Interviews: The First Five Years of Animerica Anime & Manga Monthly (1992-97)", Cadence Books, 1997, pag. 16
5 Intervista a Rumiko Takahashi pubblicata in "Anime Interviews: The First Five Years of Animerica Anime & Manga Monthly (1992-97)", a pag. 20
6 Vedere punto 2
7 Vedere punto 4, a pag.19
8 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 101-103
9 Intervista a Mamoru Oshii realizzata nel 2015 al Lucca Comics e trascritta nel sito web Animeclick.it, http://www.animeclick.it/news/49257-lucca-2015-reportage-degli-incontri-con-mamoru-oshii
10 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 136

martedì 19 giugno 2012

Recensione: Twilight Q - File 538

TWILIGHT Q: FILE 538
Titolo originale: Twilight Q - Meikyū Bukken File 538 
Regia: Mamoru Oshii
Soggetto & sceneggiatura: Headgear (Mamoru Oshii)
Character Design: Katsuya Kondo
Musiche: Kenji Kawai
Studio: Studio DEEN
Formato: OVA (durata 30 min. circa)
Anno di uscita: 1987

 

A chi sperava, il 28 agosto 1987, in un secondo episodio di Twilight Q meno noioso di Reflection, Mamoru Oshii rispondeva con una sonora pernacchia, scrivendo e dirigendo un secondo atto sicuramente adeguato alla sua personale fama di anticonformista dell'animazione, ma anch'esso estremamente antipatico nella sua snobberia intellettuale, un polpettone esistenziale dal contorno sci-fi che affossava definitivamente l'intrigante progetto di un Twilight Zone nipponico. Sarà stato soddisfatto il regista.

File 538 è la storia di un investigatore privato, futuro modello per il detective Matsui di Patlabor, che redige a macchina un documento (il File 538 del titolo) che spiega, al successore che lo leggerà, la bizzarra storia delle sue ultime settimane di vita, periodo contraddistinto da sparizioni di aerei di linea, della città che sembra aver imbroccato un periodo di monotonia assoluta, e del suo spiare un uomo e una bambina privi di identità che vivono dentro un appartmento che apparentemente non esiste, non essendo intestato a nessuno. I 30 minuti di girato si riducono a questo interminabile monologo filosofico in cui l'uomo vaneggia, con terminologie forbite e intellettuali che stordiscono per la loro ricercata pesantezza, della sua vita, del suo ruolo nel mondo, di aerei di linea che diventano carpe (!), di come il bersaglio spiato non sembra il padre di quella bambina, di come quest'ultima forse c'entra o ha qualcosa a che fare con le sparizioni dei velivoli, e delle conseguenze che quei due hanno su di lui che li osserva. File 538 è un OVA fatto letteralmente con due yen, ambientato in un'unica stanza buia, dove dialoghi lentissimi (per effetto delle parole scandite in modo pachidermico) e inquadrature fisse ed eterne su soggetti immobili rappresentano il principale contenuto visivo dell'OVA. Oltre alle musiche quasi inesistenti, anche i fondali si adeguano alla concezione minimalista del titolo, o dati da fotografie vere e proprie oppure scurissimi e che fanno risaltare sotto tinte bluastre giusto alcune parti dell'arredamento, per suggerire l'identità del luogo.

Oshii si è impegnato a concepire un'opera degna della sua fama e riconoscibilissima, peccato lo abbbia fatto su progetti nati, come nel caso di Twilight Q, per scopi più commerciali, o, meglio, dedicati a un pubblico (pagante, è bello ricordarlo) a cui importano i contenuti e non sterili raffinatezze registiche. Al di là della regia stilosa, come ben intuibile, File 538 è semplicemente un mattone indigeribile, un monumento alla Noia: difficile come il regista non ci avesse pensato, con questi 1800 secondi (rende meglio cosi) di filosofia spicciola che mascherano una storiella banale quanto Reflection, che scade nel finale in cliché tristissimi come paradossi temporali (di nuovo!), spiegazione "terrena" che risponde a tutto nei minimi dettagli e poi secondo colpo di scena finale che rovescia tutto per l'ennesima volta nel modo più prevedibile possibile. Valeva davvero la pena concepire un'opera così lenta e pesante per una storiellina così flebile? I fan di Oshii apprezzano l'ennesima prova di indipendenza creativa del loro idolo, ma gli spettatori normali non possono che ripudiare un artista che spesso, quando vuole essere personale, basa la sua "originalità" nel dare semplice forma "impegnata" a storie inesistenti o mediocri.


Talvolta si leggono in giro critiche positive a Twilight Q riguardanti la sua grande autorialità e lo staff dietro: io penso invece che il suo fallimento sia giusto e meritato, essendo così intellettualoide da risultare in una presa in giro per chi ama, dell'horror, del fantastico, dello stesso Twilight Zone, la leggerezza e la genuinità.

Voto: 5 su 10

giovedì 22 dicembre 2011

Recensione: Jin-Roh - Uomini e Lupi

JIN-ROH: UOMINI E LUPI
Titolo originale: Jin-Roh
Regia: Hiroyuki Okiura
Soggetto & sceneggiatura: Mamoru Oshii (basato sul suo fumetto originale)
Character Design: Hiroyuki Okiura (originale), Tetsuya Nishio
Mechanical Design:  Yutaka Izubuchi, Tadashi Hiramatsu, Kazuchika Kise
Musiche: Hajime Mizoguchi
Studio: Production I.G
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 101 min. circa)
Anno di uscita: 1998
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Yamato Video


Giappone, anni Sessanta. Gli scontri in piazza e le rivolte capeggiate dal gruppo estremista denominato "La Setta” mettono in crisi la compattezza nazista che governa il Paese. A fronteggiare un tale momento di difficoltà intervengono i Kerberos, un corpo speciale della polizia, vere e proprie macchine da guerra. Kizuki Fuse è uno dei soldati migliori del corpo, duro, inflessibile, robotico, ma quando assisterà, impotente, alla morte di un corriere della Setta verrà sconvolto da un trauma che lo porterà lentamente ad allontanarsi dai Kerberos per riflettere su se stesso e sul proprio operato.

Si dice che Jin-Roh: Uomini e Lupi (1998) sia l’ultimo prodotto d’animazione “fatto a mano”, prima che la CG reinventasse le tecniche animative alleviando da una parte i costi di produzione ma sottraendo, dall’altra, la consistenza realistica con cui i lungometraggi degli anni Settanta e Ottanta hanno fatto Storia. E non è forse un caso che, a chiudere l'era dell'animazione analogica, sia un’opera con il marchio di Mamoru Oshii, il cui nome - nonostante il maestro si dedichi soltanto alla sceneggiatura - vi è impresso a fuoco, confezionando quello che a parere di chi scrive è il suo vero capolavoro, una spanna concettuale sopra ai masterpiece Patlabor 2: The Movie (1993) e Ghost in the Shell (1995).

La Kerberos Saga è un complesso affresco fantapolitico che ritrae una realtà giapponese alternativa dove il nazismo ha militarmente trionfato e tiene in scacco la società con misure drastiche e oppressive. È una realtà dura e turbolenta, dove le azioni sovversive dei rivoltosi della Setta altro non sono che specchio dei movimenti studenteschi e dei lavoratori che hanno concretamente devastato gli anni Sessanta nipponici, guerriglieri di una violenta lotta politica dietro a una facciata democratica, scusante pacifista non molto diversa dal terrorismo rosso che ha minato la stabilità italiana nello stesso periodo. Una storia sfaccettata e provocatoria, una critica feroce a un’epoca che Oshii pare sentire molto, dove non ci sono vincitori e benché meno buoni o cattivi, ma dove tutti ne escono trasversalmente sconfitti per una situazione ben presto sfuggita di mano, animata da intenzioni sociali frantumate da una brutale rivalsa che ha preso il sopravvento su ogni cosa. Suddiviso tra film tradizionali, romanzi, un manga serializzato in dodici anni e drammi radiofonici, il progetto approda nella sua unica incarnazione animata nel 1999 con questo Jin-Roh, riadattamento della prima parte del fumetto, impressionante pellicola diretta, con il tipico, lentissimo tocco oshiiano, da Hiroyuki Okiura, al suo esordio registico.


A stupire, prima ancora di addentrarsi nell’intricato gioco politico della vicenda e nella emblematica crisi di coscienza di Fuse, è il realismo evocato dalle immagini, non solo per il titanico lavoro animativo, con la ben conosciuta e stupefacente cura garantita da una Production I.G ai suoi massimi livelli, ma per i disegni e l'animazione di Tetsuya Nishio, che alla sua prima prova da character designer abbandona il tipico tratto nipponico, colorato ed effervescente, in favore di occhi a mandorla e capelli neri. La scena d’apertura si ricorda per una lunga, straordinaria sequenza di guerriglia metropolitana dove polizia e manifestanti si scontrano tra lanci di molotov e manganellate, ma a conti fatti si tratta dell’unica porzione movimentata della pellicola, perché a conclusione di questo sofferto prologo, coincidente con il suicidio del corriere dei terroristi davanti agli occhi di uno scioccato Fuse, Jin-Roh si sviluppa in una lenta architettura complottistica, da un lato, e in una tormentata, forse impossibile storia d’amore dall’altro. Fuse inizia a interrogarsi sulla natura militare della sua squadra e, alla ricerca di se stesso, incontra la sorella della ragazzina suicida, perdendosi inconsciamente in un amore imprevisto che sboccia lentamente, per caso, con un’innocente naturalezza che contrasta gli interrogativi che sorgono a straziare il soldato: una vita spesa per obbedire meccanicamente agli ordini e che soltanto ora pare aprirsi a un mondo nuovo, un mondo che Fuse non conosce, perché lui è un lupo che ha sempre vissuto in branco e che, mentre se ne allontana, si rende conto che forse non è in grado di vivere da solo nella società che anch’egli ha contribuito a costruire.

Intrecciata alla vera favola di Cappuccetto Rosso, quella crudele e macabra e non la versione edulcorata per bambini con cui la si identifica facilmente, per mezzo di significative porzioni oniriche simbolo della vera natura umana, la storia si tinge di nero, in una visione pessimistica e cinica, man mano che il complotto si svela allo spettatore in una meccanica sottile, articolata, costruita su dialoghi d’acciaio e caratterizzazioni di ferro, rese ancora più espressive dal già citato chara di Nishio, intenso e drammatico nel plasmare sui volti dei personaggi sentimenti credibili e toccanti.


Visione a tratti pesante ma di enorme, enorme spessore, Jin-Roh raggiunge un lirismo di disperata malinconia con un finale rivelatore che da solo vale l’intera pellicola, musicata con drammatica enfasi e violenti silenzi da un Hajime Mizoguchi che rende vitali gli scenari con i loro toni in bilico tra il grigio e il nero più scuro e soffocante. Jin-Roh rappresenta l’Oshii più nichilista, inquieto e tragico, autore di una meravigliosa parabola della giungla più spietata, l’unico terreno in cui l’uomo può mostrare il suo vero Io. Fondamentale.

Voto: 10 su 10

lunedì 28 novembre 2011

Recensione: Patlabor Minimum Mini Pato

PATLABOR MINIMUM MINI PATO
Titolo originale: Mobile Police Patlabor Minimum Mini Pato
Regia: Kenji Kamiyama
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Masami Yuki)
Sceneggiatura: Mamoru Oshii
Character Design: Tetsuya Nishio
Musiche: Kenji Kawai
Studio: Production I.G
Formato: serie di 3 cortometraggi (durata ep. 10 min. circa)
Anno di uscita: 2002


Possono dei cortometraggi, trasmessi nei cinema prima dell'inizio di un film, risultarne più interessanti? Sì. La prima domanda che bisogna porsi è: merito loro o demerito della portata principale?

Effettivamente, trovare particolari meriti in WXIII, terzo sfortunato film di Patlabor che ha deluso un po' tutto il mondo, è alquanto difficile. Un thriller/horror soporifero, interpretato da new entry anonime, che a dieci anni dall'ultima incarnazione del franchise lo celebra con una storia che, paradossalmente, non tiene conto del suo punto di forza, ossia il carisma dell'amatissima squadra di eroi della Seconda Sezione Veicoli Speciali. Non penso Mad House si aspettasse fin dal principio un flop, ma dà da pensare che, quasi rendendosi conto delle potenziali critiche negative, al momento dell'arrivo nelle sale affida a Production I.G la realizzazione i tre corti parodistici, i Mini Pato, da venire mostrati poco prima, uno a caso per proiezione. Mini-sketch che contemplano, ovviamente, proprio un ritorno a quel mondo spensierato e quei personaggi ilari, simboli della saga, persi in WXIII. E, come si leggerà un po' ovunque, per la doverosa legge del contrappasso saranno loro a venire maggiormente apprezzati. Realizzati interamente in CG in stile Super Deformed, sotto forma di divertenti bambole di carta ritagliate, i Mini Pato sono scritti da un ritrovato Mamoru Oshii - un banco di prova in attesa del documentario "ironico" Musashi - e diretti da Kenji Kamiyama, che lo stesso anno diviene il "ragazzo d'oro" di Production I.G con la serie tv Stand Alone Complex. Tre intermezzi umoristici in cui cui alcuni membri della Seconda Sezione Veicoli Speciali parlano di Patlabor e del mondo che gli ruota attorno.


Il primo di essi vede il gradito ritorno a protagonista del capitano Goto, che fa una lezione sulle armi da sparo di cui è dotato l'Ingram. Sono dieci minuti di umorismo brillante, dati dalla nota personalità ironica di Goto ("Visto che l'episodio è corto non aspettatevi storie selvagge, trame complesse o azione spettacolare!") e da come è sfruttato l'incazzoso Ota per spiegare i rischi dello sparare senza riflettere. Sempre Ota diventa magicamente, in una fantastica sequenza in claymation, un proiettile umano urlante, per illustrare la traiettoria e la capacità di penetrazione dei pallettoni usati dal revolver dell'Ingram. Un intermezzo esilarante che vale da solo quasi tutto Mini Pato. Se possibile ancora più divertente il secondo episodio, dove il tecnico Shiba prima rimprovera lo spettatore di paragonare l'Ingram ai mobile suit di Gundam e gli AT di Votoms, poi spiega i retroscena sulla storia dell'animazione robotica, mostrando il labor che aspetto avrebbe avuto se fosse stato concepito negli anni 70 (con parodie e omaggi a Mazinger Z e Getter Robot), e infine si lamenta di come il successo della serie si riconduca alle caratterizzazioni per lui irritanti del cast ("L'illetterata del software che ama i robot; il giovane aiutante con tanti meriti ma nessuna abilità; l'amante del grilletto facile; l'esperto del PC senza coraggio; il miserabile gigante troppo grosso per pilotare il labor e la ragazza di ritorno dall'estero solo per dare una presenza femminile al gruppo"). Semplicemente geniale. Il terzo atto, quello finale, è invece abbastanza sottotono e privo di particolari risate. Shinobu ci illustra un retroscena sulla creazione della Seconda Sezione, parlando di come Goto portò l'intero staff tecnico della caserma a pescare in massa i gobidi, pesci caratteristici della zona, per potersi garantire l'autosussistenza durante i periodi di lavoro lontani da casa.

Tre barzellette che effettivamente contano poco nell'economia della saga, ma hanno un grande (e allo stesso tempo triste) merito: di essere le ultime produzioni in assoluto, a oggi, dedicate al vero Patlabor. Le uniche, alla distanza di anni, a restituircelo nella sua forma originaria di slice of life-commedia, di cui si sono perse le tracce nel 1992 col termine della seconda serie OVA.

Voto: 7 su 10

mercoledì 23 novembre 2011

Recensione: Patlabor 2 - The Movie

PATLABOR 2: THE MOVIE
Titolo originale: Kido Keisatsu Patlabor 2 - The Movie
Regia: Mamoru Oshii
Soggetto & sceneggiatura: Headgear (Kazunori Ito)
Character Design: Akemi Takada, Masami Yuki
Mechanical Design: Yutaka Izubuchi, Masaharu Kawamori (Shoji Kawamori), Hajime Katoki
Musiche: Kenji Kawai
Studio: Production I.G
Formato: film cinematografico (durata 108 min. circa)
Anno di uscita: 1993
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di De Agostini

 
Sono passati diversi anni e ora i membri della Seconda Sezione Veicoli Speciali, pur continuando a lavorare in polizia, non combattono più in prima linea, anzi si limitano a istruire le reclute che hanno preso il loro posto. La misteriosa distruzione del ponte di Yokohama, a opera delle forze di difesa nipponiche, è il primo atto di un imponente piano sovversivo con cui Yukihito Tsuge, ex colonnello e vecchio amante di Shinobu, mira a instaurare un regime militare in Giappone portando a una guerra civile tra esercito e polizia. Il capitano Goto e Shinobu iniziano quindi a indagare...

Prodotto ingannevole Patlabor 2, bugiardo perché lontanissimo, distante anni luce, per ritmo e atmosfere, dall'opera originale di Masami Yuki che vorrebbe celebrare. Ma anche capolavoro inattaccabile, uno dei migliori Oshii sotto ogni punto di vista, storica opera prima di Production I.G e ultima per il gruppo Headgear. Un cupo, ostico thriller politico, dove la regia di Oshii e una sceneggiatura impeccabile di Ito - ispirata alla vicenda narrata negli episodi 5-6 della miniserie pilota, Il giorno più lungo -, trovano insieme un risultato indimenticabile. Non un film per tutti però, che anzi, è capacissimo di indispettire il 90% degli spettatori per il suo eccessivo rigore registico, autoriale all'impossibile.

Un rigore semplicemente maestrale nel trasmettere profondità e stati d'animo dei personaggi con intensi primi piani, una suggestiva fotografia e un uso creativo delle luci, ma nel contesto di un lungometraggio molto lungo, dalla trama complessa e raccontato in modo proverbialmente lentissimo - come da stile del regista -, rende corposa come non mai la visione, spesso anche pesante. La storia, lungi dall'essere lineare come sembra, è snocciolata da indagini che contemplano infinite ipotesi di macchinazioni politiche basate su politica interna, politica estera, complotti possibili e non possibili e doppiogiochismo, senza far mancare neppure riflessioni filosofiche sul significato di guerra e della pace. Trama intrigante e dai suggestivi momenti lirici (il faccia a faccia finale tra Shinobu e Tsuge che vale l'intero film) con un credibile, perfetto reparto dialogico, ma anche ardua da riuscire a seguire, e più di qualcuno potrebbe non farcela anche per la regia lenta e asettica.


Prezzo da pagare per una sceneggiatura così seria e impegnata è, riallacciandomi in apertura, l'assoluta marginalità con cui sono trattati gli eroi della Seconda Sezione che tanto si sono amati nelle precedenti incarnazioni animate di Patlabor. Allo stato pratico, giusto mostrati a inizio film per far sapere che ne è stato di loro, poi spariscono dalle scene, queste ultime affidate interamente a Goto e Shinobu, protagonisti assoluti. Noa, Asuma etc riappaiono velocemente giusto nello scontro finale, in quegli ultimi dieci minuti d'azione in cui si vedono in azione anche i labor. Vero che nel progetto iniziale Patlabor 2 doveva durare due ore e quaranta minuti dando a tutti il giusto spazio, ma alla fine lo staff decide che è un minutaggio troppo elevato: tanto vale sacrificare, per la storia, i componenti più importanti della saga, quelli che, ironicamente, le hanno dato tutto il suo successo. Decaduto il cast storico, decadono così anche ironia e umorismo, completamente azzerati e rimpiazzati dalla colonna sonora tesissima di Kenji Kawai e dalla serietà assoluta della trama. Peccato perché Patlabor 2 è l'epilogo della saga, il capitolo davvero conclusivo, e non sarebbe spiaciuto vedere qualcosa di importantante per l'occasione (qualche morte, un matrimonio, un grande colpo di scena... qualsiasi cosa).

In compenso, dire che le ambizioni di Ito trovano degna messa in scena vuol dire essere riduttivi: se Patlabor 2 è entrato nella Storia non è solo per la sceneggiatura impeccabile e una delle migliori regie di Oshii, ma anche per una realizzazione tecnica sopraffina a cura di Production I.G, che sforna il meglio del meglio di quello che si può realizzare nei primi anni 90. Alla distanza di soli due anni, Gundam 0083 trova un altro capolavoro tecnico al suo livello: dall'opera Sunrise provengono i designer Hajime Katoki e Shoji Kawamori che replicano, insieme al veterano Izubuchi, un mecha design di realismo estremo, del livello che si vedono fili e giunture flettere e muoversi nelle scene in movimento e si avverte la sporcizia dei robot guardando le loro incrostature date dall'olio. Stupefacente spettacolo visivo, a cui danno voce una fluidità straordinaria delle animazioni, poca (primitiva) CG usata in modo eccelso e un un nuovo - dopo il primo lungometraggio - restyling grafico del chara design di Akemi Takada, che più di prima perde ogni residuo di deliziosa semplicità per trovare marcati tratti asiatici nei volti dei personaggi.


Patlabor 2 è un film incredibile che non finisce neanche oggi di stupire per la sua bellezza, ma è all'origine di un rammarico: che verrà liquidato, da molti, sedicenti animefan come la "miglior incarnazione di Patlabor", "l'unica da guardare", portandoli a dimenticarsi che prima di lui ci sono i favolosi predecessori che esprimono per davvero l'indimenticabile carisma del mondo ideato da Masami Yuki, quello di slice of life che porta a sentire quasi di famiglia i personaggi della Seconda Sezione che, qui, è come se non esistessero. Poveretti, non sanno cosa si perdono.

Edizione italiana in dvd, come quella del primo film, a cura di De Agostini e oggi irreperibile nel mercato. Doppiaggio e adattamento perfetti, ma assenza di sottotitoli per godere le voci originali. Si spera possa godere presto di una riedizione fatta come si deve.

Voto: 9 su 10

PREQUEL
Patlabor (1989-1990; tv)
Patlabor: New OAV (1990-1992; ova)
WXIII: Patlabor The Movie 3 (2001; film)

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