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lunedì 12 agosto 2013

Recensione: Apfel Land Story

APFEL LAND STORY
Titolo originale: Äpfelland Monogatari
Regia: Kunihiko Yuyama
Soggetto: (basato sul romanzo di Yoshiki Tanaka)
Sceneggiatura: Junki Takegami
Character Design: Keiko Fukuyama, Minoru Yamazawa
Musiche: Morgan Fisher
Studio: J.C. Staff
Formato: special televisivo (durata 90 min. circa)
Anno di trasmissione: 1992


Una produzione animata legata al nome di Yoshiki Tanaka, autore del ciclo letterario Legend of the Galactic Heroes che ha ispirato la miglior space opera animata di sempre, significa doverosamente, da parte di chi scrive, un occhio benevolo di riguardo e di ottimismo. Nonostante questo, però, se un'opera non convince non convince. Pur in assenza di qualche informazione di più sul romanzo d'origine (che permetta di capire qual'è il reale contributo di Tanaka all'opera), Apfel Land Story è uno special tv del '92 discretamente insignificante, che poco ha a che vedere con la fantasia e la cura negli approfondimenti politici e umani di cui l'autore è grande narratore.

Ambientato nel 1905 nel piccolo stato montanaro di Apfel Land, la storia, fin troppo debitrice a un Conan/Laputa qualsiasi per brillare di luce propria, vede il piccolo ladruncolo Virgil, con l'aiuto dell'ispettore di polizia del villaggio, Fleischer, cercare di salvare la piccola principessa Freida dalle mire di servizi segreti americani e tedeschi, intenzionati a utilizzarla per mettere le mani su una potentissima arma in grado di vincere qualsiasi guerra. Tutto questo mentre al contempo il kaiser tedesco cerca, con macchinazioni varie, ad annettere al suo impero anche Apfel Land. Occasione, quella targata J.C Staff, per l'immancabile risma di inseguimenti spericolati, corse su cornicioni di roccia sospesi nel vuoto, sparatorie, duelli aerei e l'immancabile love story tra i due ragazzini: è però decisamente poco, troppo poco per giustificare 90 minuti di stereotipi e banalità varie, che difettano non solo in personalità ma anche in disegni standardizzati e una confezione incolore. Apfel Land Story è in estrema sintesi un Conan più corto e sbrigativo, dove personaggi e situazioni seguono linee fin troppo abusate, al punto che, nonostante un ritmo tutto sommato accettabile, ben presto inizia a decadere, per il malcapitato spettatore, la voglia di dedicare alla visione un'ora e mezza della propria vita.


Se si vuole salvare qualcosa si può giusto porre l'accento su alcuni tratti tipici dello scrittore Tanaka che sopravvivono anche in animazione, come il background politico di una certa logica o alcuni giochi di potere che tengono banco (come quelli con cui la regina di Apfelland tiene in scacco il diplomatico dell'esercito tedesco, che vuole proporle l'annessione), ma è materiale di importanza davvero marginale rispetto al corpus principale dedicato all'avventura di Virgil e Freida. Se a questo aggiungiamo addirittura scenette che appaiono apparentemente slegate tra di loro (l'evasione di...), ma che sono solo il frutto di una brutta opera di condensazione del romanzo, si può ben capire i motivi più o meno nulli per cui guardare un anime non certo orribile e che viaggia sul solco della sufficienza, ma che sa davvero troppo di già visto, animato con cura funzionale, per poter interessare qualcuno.

Voto: 5,5 su 10

lunedì 16 aprile 2012

Recensione: Ikkitousen - La battaglia delle super-maggiorate

IKKITOUSEN: LA BATTAGLIA DELLE SUPER-MAGGIORATE
Titolo originale: Bakunyu Hyper-Battle Ikkitousen
Regia: Takashi Watanabe
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Yuji Shiozaki)
Sceneggiatura: Takawo Yoshioka
Character Design: Shinya Hasegawa
Musiche: Hiroshi Motokura, Project Ikki
Studio: J.C. Staff
Formato: serie televisiva di 13 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anno di trasmissione: 2003

 
Nella regione del Kanto sette scuole superiori sono in lotta tra di loro per la supremazia: ognuna di esse è guidata da toushi, esperti di arti marziali, il cui destino è legato alla propria Magatama, un orecchino che contiene lo spirito del corrispondente eroe del periodo storico dei Tre Regni. La giovane e svampita toushi dell'istituto Nanyo, Sonsaku Hakufu, insieme al cugino Kukin, altro toushi, inizia così la sua lotta contro i guerrieri delle altre scuole, quasi tutte ormai conquistate dal malvagio Toutaku Chuuei, reincarnazione dell'imperatore Dong Zhuo - Zhongyngdel e condottiero del liceo Rakuyo. Essendo ogni lottatore accumunato allo stesso destino del suo antenato, anche Hakufu dovrà morire nella sua battaglia?

A molti non piace il capolavoro di Yuji Shiozaki. Chi scrive, invece, lo ama. Nasce nel 2000 sottoforma di manga, spaccando le platee di manga/animefan di tutto il mondo. Chi, da una parte, ne condanna il fanservice ecchi esasperato, trovando ridicoli gli spunti seriosi della trama (amori maledetti, morti e immolazioni ogni dove e quando) quando il contorno si riduce a mille combattimenti tra avvenenti ragazze dove sono la norma inquadrature semi-pornografiche di slip, tette e culi, felice armentario spesso messo a nudo da audaci distruzioni di vestiti (insomma, il culto maschilista dell'ecchi e del catfight aggiornato alla Guerra dei Tre Regni). Poi c'è chi, come me, non solo lo apprezza per queste ragioni, ma trova anche geniali le doti di sceneggiatore di Yuji Shiozaki, a ricordo dei migliori Imagawa e Urasawa nell'ottima gestione di un cast immenso (un'OTTANTINA di personalità) e nel raccontare la vicenda dal punto di vista di numerosissimi gruppi di personaggi. Nulla da ridire sulle caratterizzazioni non memorabili e nella serietà nulla della trama, "martoriata" dal fanservice kitch, ma, che dire, Ikkitousen va benissimo così, una barzelletta/trashata d'autore, scritta e disegnata benissimo, con un gustoso chara design sexy e di una certa importanza storica nel delineare il nuovo genere, tipicamente nipponico, delle storie di arti marziali dove a praticarle sono ragazze hot che spesso e volentieri si ritrovano nude in battaglia.


Scontata una trasposizione animata, che arriva puntualmente, tre anni dopo l'inizio del manga, da parte di J.C. Staff, ottenendo un successo strepitoso che trova addirittura, ad ora, ben quattro seguiti. Piace non solo, ovviamente, la felice riproposizione della formula action+sexy, ma anche la rielaborazione parziale della trama originale per creare una storia che, nei sequel, si evolve in una storyline nuova di zecca. La nota negativa di questa prima serie tv, che si avverte parecchio se si è fan dell'originale, è certo la rimozione degli aspetti più audaci del manga: qualsiasi riferimento esplicito a rapporti e pratiche sessuali è cassato, sono tralasciati gli hobby masochisti dell'inquietante Totaku e sopratutto i generosi davanzali delle ragazze, esibiti in ogni scontro (per ovvie ragioni i vestiti hanno una durata minimale), spesso "oscurati" da insopportabili reggiseni inventati di sana pianta. Limiti da accettare per l'esistenza di Ikkitousen su supporto televisivo. Non mancano, fortunatamente, un gustoso effetto bouncing delle mammelle, l'ossessivo amore per primi piani di mutandine e, sopratutto, un chara basato sulle rotondità e tinte colorate caldissime, espedienti che aumentano notevolmente il sex appeal delle provocanti donzelle. Dal punto di vista narrativo, invece, pur seguendo i primi tre volumi del fumetto Ikkitousen li rielabora facendo sue situazioni e avvenimenti, ma cambiandone l'ordine cronologico e apportando diversi cambiamenti che aprono la strada alla trama inedita che si sviluppa già dal successivo Dragon Destiny. Il risultato finale, pur non mirando certo a essere memorabile, è di ottimo interesse per fan e non, regalando un finale soddisfacente e senza troppi quesiti irrisolti.

Di serietta si parla, impossibile negarlo, ma Ikkitousen anime è spigliato e procede spedito, accattivante, non annoiando mai e prestandosi idealmente a maratone di più e più episodi, grazie al ritmo, al "carisma" delle ragazze (ovviamente!), ai bei disegni (a fronte di animazioni, però, poco più che funzionali). È vero che per la sua natura action-ecchi fallisce miseramente nei suoi sub-plot drammatici, dove anche quando muore qualcuno si è bombardati da tette e biancheria intima, ma siamo sicuri che uno voglia guardare Ikkitousen per la sua drammaticità? Pollice verso, semmai, nei personaggi, dove, escluse icone sexy che entreranno nell'immaginario collettivo (la perversa Ryomo, col suo eccitante occhio bendato, e la divina Kanu) e 2/3 personaggi carismatici oltre ogni limite (Totaku e Saji in primis), il resto sono tutte macchiette fatte col cartoncino, appena funzionali alla storia e per nulla interessanti. La stessa protagonista Hakufu, creata volutamente come una ragazza cretina oltre ogni umano limite, è così irritante che l'attenzione non può che essere interessata ai pochi comprimari "di spessore". In ogni caso la versione animata di Ikkitousen, seppur lontana dai fasti del fumetto, ne rappresenta un gradevole antipasto meritevole di visione da parte degli amanti del genere, ed è forte la curiosità per i vari prosiegui che ne cambieranno la trama originale. Va da sé che chi vuole il vero Ikkitousen deve per forza rivolgersi al fumetto, splendidamente pubblicato in Italia da J-Pop.


Nota: Ikkitousen è stato annunciato eoni fa da Shin Vision, che ne trasmise addirittura il primo episodio sottotitolato nell'MTV Anime Week nel 2005. Il fallimento della casa distributrice ha portato alla perdita dei diritti dell'opera e per questo si fa riferimento, per la visione, al successivo fansub italiano curato dai Bowling Ball.

Voto: 6 su 10

SEQUEL
Ikkitousen: Dragon Destiny (2007; tv)
Ikkitousen: Great Guardians (2008;tv)
Ikkitousen: Xtreme Xecutor (2010; tv)
Ikkitousen: Shūgaku Tōshi Keppu-roku (2011; ova)

lunedì 9 gennaio 2012

Recensione: Utena la fillétte revolutionaire The Movie - Apocalisse adolescenziale

UTENA LA FILLÈTTE REVOLUTIONAIRE THE MOVIE: APOCALISSE ADOLESCENZIALE
Titolo originale: Shoujo Kakumei Utena - Adolescence Mokushiroku
Regia: Kunihiko Ikuhara
Soggetto: BE-PAPAS (Kunihiko Ikuhara)
Sceneggiatura: Yoji Enokido
Character Design: Shin'ya Hasegawa
Musiche: Shinkichi Mitsumune, Julius Arnest Seazer
Studio: J.C. Staff
Formato: film cinematografico (durata 84 min. circa)
Anno di uscita: 1999
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Dynit


Ancora sconvolta dalla fine della sua storia d'amore con Touga, Utena Tenjo entra nell'accedemia Ōtori. Qui incontra la bella Anthy, la misteriosa Sposa della Rosa contesa dai Duellanti della scuola, che permette a chi la possiede di rivoluzionare il mondo: ottenutala sconfiggendo in duello Saionji, Utena si innamora di lei cercando un modo per salvarla dal suo destino.

Come ben sa chi ha avuto modo di visionarlo, La rivoluzione di Utena non è certo l'anime più lineare che possa capitare di vedere. È, con ogni probabilità, la serie televisiva più genuinamente folle mai vista nel panorama dell'animazione, il giocattolo con cui il gruppo BE-PAPAS sconvolge regole e forme dell'intrattenimento con una storia che dice tutto e niente, una gigantesca metafora che forse lo è e forse no, un anime che non si può categorizzare in alcun modo perché privo di genere. Storia di duelli di spada, architetture "impossibili", crescita, amore e maturazione sessuale, dove simbolismi grafici lasciano all'interpretazione il compito di dare senso a visioni bizzarre e di apparente (ne siamo sicuri?) nonsense. Un maxi-successone di critica, salutato insieme a Evangelion come una nuova corrente artistica visionaria e intellettuale, che il regista Ikuhara e lo sceneggiatore Enokido tentano di ripetere, due anni dopo, con un lungometraggio animato che ne rielabora interamente la storia.

Apocalisse adolescienziale è decisamente diverso dalla controparte televisiva: non solo animato e rifatto da zero e con notevoli cambiamenti narrativi, ma più esplicito che mai nelle allegorie. Fin dalle prime sequenze l'estro visionario di BE-PAPAS assorge a parte preponderante dello spettacolo splendendosi nel nuovo design dell'accademia Ōtori, ammasso scomposto e senza logica di rampe e scalinate che ricalcano le geometrie impossibili di Escher materializzano le inquietudini interiori della nuova arrivata Utena Tenjo. È solo l'inizio: colorazioni caldissime e accecanti, motivi floreali e trasformazioni varie tengono banco riflettendo fisicamente, in sequenze di puro delirio visivo, sentimenti e stati d'animo degli attori. L'apocalisse adolescenziale del titolo fa ovviamento all'eroina Utena, alla scoperta, alla sua età, di indipendenza sessuale e di come rapportarsi al mondo, in un film sensuale e dalla forte carica erotica dove sesso e voglie ormonali sono viste nella doppia facciata di purezza (il rapporto saffico con Anthy, molto più esplicito rispetto alla versione televisiva) e sporcizia (non mancano nuovamente riferimenti a stupro e incesto).


Più che un film con una trama vera e propria, Apocalisse adolescenziale è un flusso di immagini che non sembrano seguire apparente senso: l'incipit è la trama sopra, ma le motivazioni dietro ai duelli di Utena, alle sue azioni, ai riferimenti a Confine del Mondo etc sono lasciate al solo intuito. È ai sensi che vanno affidati gradimento e interpretazione del lungometraggio: Utena conosce l'amore grazie ad Anthy e possiede la chiave per liberarla dalla prigionia, i Duellanti vogliono riconquistarla affrontando Utena. Queste le considerazioni da tenere a mente per seguire il lieve filo logico, il resto sono chiacchiere. Le allegorie, gli inserti surreali, i siparietti di teatro ombre e tutte le follie di BE-PAPAS sono artifizi per intuire lo svolgersi degli eventi, fisici e psicologici, che non necessariamente si svolgono su un piano materiale. Come nell'originale, infatti, anche stavolta la storia si presta a notevoli chiavi di lettura. Un fantasy dove una principessa è liberata dal castello stregato dove sta rinchiusa? Una metaforica rivendicazione di libertà e indipendenza da parte di una ragazza che ha vissuto asservendosi agli altri? Impossibile fornire una interpretazione univoca, di sicuro però il lungometraggio funziona che è un piacere.

Non manca in esso nulla di quello che ha reso grande l'originale: tornano il caratteristico chara design transgender di Shin'ya Hasegawa, le straordinarie composizioni gothic metal di J.A. Seazer e le ambientazioni "impossibili", ma sopratutto il budget è molto più elevato e questo si imprime in ottime animazioni e un generale splendore grafico e tecnico. Stessa minestra, con uguale inventiva e ancora più simbolismi, e il piacere di interpretarli è sempre impareggiabile. Presenti in numero elevatissimo, impongono fin da subito l'uso di materia grigia per codificarli e, tra spade di legno che appaiono dal nulla, lenzuola i cui movimenti ricalcano un coito e che poi si trasformano in farfalle, tragici flashback a tema acquatico e autolavaggi che prendono il posto di un roseto, Apocalisse adolescenziale raggiunge l'apice del compiacimento intellettuale dello spettatore. Unico difetto di Apocalisse adolescenziale, se è possibile parlarne male, l'essere dipendente dalla visione dell'originale per coglierne riferimenti e citazioni: i look di Utena e Anthy in quest'incarnazione sono invertiti, a suggerire, romanticamente (e probabilmente, non si può mai sapere cosa voglia sottointendere lo sceneggiatore Yoji Enokido), che le due sono parti complementari di una stessa entità. Non mancano poi, in quello che sembra essere un remake, anche richiami espliciti alla serie tv (chi è quella ridicola mucca che sembra non aver senso? È da guardare l'esilarante episodio 16) e l'inversione dei rapporti interpersonali tra alcuni personaggi.


Lungometraggio sicuramente non rivolto a tutti, ma originale oltre ogni limite e appagante per chi ha un'ora e venti di tempo da dedicargli, Apocalisse adolescenziale è una di quelle opere geniali che si divertono un mondo a giocare con lo spettatore. Si odia o si ama senza vie di mezzo, io dal canto mio posso dire che raramente m'è capitato di emozionarmi vedendo una protagonista trasformarsi in un'automobile per poi sfrecciare sotto giganteschi pneumatici che cadono dal soffitto: (simbolicamente) Utena è l'unico mezzo con cui Anthy può fuggire dalla sua vita? Essendo la chiave d'accensione del veicolo una sorta di "cuore" dell'auto, significa che è Anthy, che la possiede, rappresenta il cuore di Utena? Puro, semplice trolling di classe? Non lo so, ed è questo che me lo fa amare.

Voto: 8 su 10

lunedì 10 ottobre 2011

Recensione: La rivoluzione di Utena

LA RIVOLUZIONE DI UTENA
Titolo originale: Shoujo Kakumei Utena
Regia: Kunihiko Ikuhara
Soggetto: BE-PAPAS (Kunihiko Ikuhara)
Sceneggiatura: Yoji Enokido
Character Design: Shin'ya Hasegawa
Musiche: Shinkichi Mitsumune, Julius Arnest Seazer
Studio: J.C. Staff
Formato: serie televisiva di 39 episodi (durata ep.23 min. circa)
Anno di trasmissione: 1997
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Yamato Video


Utena Tenjo è l'idolo dell'accademia Ōtori: bella e agile, si veste da ragazzo, evidentemente per la sua indole da maschiaccio, e attende di reincontrare il principe a cui ha promesso amore da piccola. Si trovera presto ad affrontare i Duellanti, i membri del Consiglio Studentesco a cui, puntualmente, viene ordinato di sfidarla dal misterioso Confine del Mondo. La posta in palio di ogni duello di spada è il fidanzamento con Anthy Himemiya, la Sposa della Rosa, studentessa che reca nel suo corpo la Spada di Dios con cui è possibile portare la rivoluzione nel mondo. Che legame ha Anthy con il principe tanto atteso da Utena?

Ideato nel 1991 dal regista Kunihiko Ikuhara, Utena vede la luce nel 1996 in anime, manga e addirittura musical, all'indomani della nascita del gruppo BE-PAPAS formato da Ikuhara stesso, lo sceneggiatore Yoji Enokido, la mangaka Chiho Saito, il disegnatore Shin'ya Hasegawa e il produttore Yuuichiro Oguro. Filosofia del gruppo: rivoluzionare fumetto e animazione creando storie di originalità sfrenata, senza alcun paletto e capaci di scardinare stilemi e luoghi comuni dei rispettivi media di riferimento. E Ikuhara, dietro la realizzazione della versione animata di Utena (notevolmente differente da quella cartacea della Saito venuta per prima), da sfogo a tutto il suo amore per le opere interpretative alla David Lynch, il suo regista preferito. La rivoluzione di Utena è, sarò franco, una delle recensioni tra le più ostiche da scrivere, data la difficoltà di analizzare una serie che narrativamente si basa sul nulla come sul tutto, su una trama di stampo fantastico che potrebbe essere anche una semplice, gigantesca metafora. La fiera dell'ermetismo, la serie tra le più celebri di sempre nel panorama dell'animazione giapponese: quella che, insieme all'Evangelion di Anno, simboleggia negli anni 90 quella neonata corrente artistica che fa della psicologia e degli intrecci metaforici/visionari un nuovo modo di raccontare storie, sempre più vicino all'esperienza cinematografica.

Di primo acchito Utena è l'avventurosa storia di tale ragazza che, "ottenuta" l'amebica Anthy battendo in duello il suo ultimo padrone, diventa sua amica, cercando di convincerla a ribellarsi al suo destino e salvandola nel contempo dalle mire degli altri Duellanti, sconfiggendoli in attesa di scoprire come potrà portare, nel mondo, una fantomatica rivoluzione. La seconda chiave di lettura potrebbe vedere Utena come una moderna favola o rappresentazione teatrale (i siparietti a metà episodio con teatro ombre), dove una principessa si trasforma nel principe per salvare la sua amica. Un'altra ancora come uno stage onirico, una raffigurazione visionaria delle azioni dei personaggi data da duelli di spada che simboleggiano il risolversi delle loro controversie. Non ci sarà mai dato sapere. Restano evidenti le allegorie e i simbolismi che costellano la serie e decifrarle sarà, per molti, il massimo pregio o difetto dell'opera. Le ambientazioni da sogno, il nonsense surreale ricercato dallo sceneggiatore Enokido per friggere i neuroni (tra rose che ruotano sullo schermo, centinaia di automobili che appaiono dal nulla durante i duelli, una gigantesca struttura a forma di scala a chiocciola che nessuno vede, uno humor fuori da questa realtà, una citazione letteraria di Herman Hesse recitata in ogni episodio etc.) e azioni più o meno assurde commesse dai protagonisti mandano felicemente a quel paese chi si attende una storia dai significati precisi, dando adito a quella che è l'unica, vera chiave di lettura di Utena: la libera interpretazione.


Molti sono i sospetti di una ricercata mancanza di senso, un po' alla Anno, voluta dai creatori per prendere in giro lo spettatore (come quando Ikuhara dice che neppure lui ha idea del senso delle rose che costellano gli episodi). Posso solo dire che a me, così com'è venuta, quella di Utena sembra la storia di una ragazza sulle sue che, stringendo amicizia con una coetanea messa molto peggio di lei (Anthy), si da una svegliata uscendo finalmente dal suo guscio, andando a ballare alle feste di maschera, ampliando le amicizie e pensando di legarsi sentimentalmente all'uomo che ama. Lo sospetto per i fondali minimalisti usati per illustrare le location della storia, a rappresentare l'anonimità della giornate che scorrono tutte uguali per l'eroina, ma sopratutto per il canovaccio ripetuto a ogni episodio: lei e Anthy hanno a che fare con i problemi di un personaggio, li affrontano (il più delle volte sconfiggendo il tipo in duello), e infine, andata bene o male, Utena chiede all'amica cos'era giusto fare o meno, una perenne scoperta del mondo che le sta attorno per sapere come relazionarsi meglio col prossimo. Arrivati a questo punto è intuibile la mia difficoltà nel dare una classificazione all'opera. Fantastico? Dipende se quello che vediamo è realtà o finzione. Azione? In ogni episodio (o quasi) Utena affronta a duello un nemico, ma se fosse solo una rappresentazione immaginaria? Romantico? Come si può empatizzare o vivere una storia che, sì, parla anche di rapporti sentimentali (anche lesbo o incentuosi, ma questo è un artifizio per dare ulteriori connotazioni originali a una storia che non vuole parlare di quelli), ma dal punto di vista di personaggi fuori dalle righe le cui azioni non sembrano governate da logica? Utena è semplicemente un anime sperimentale, che stimola nell'uso delle meningi e compiace quando si decifrano alcuni dei suoi simbolismi, a volte semplici (come l'episodio in cui un personaggio femminile scopre di aver deposto di notte un uovo: le amiche le dicono che è una cosa normale, che accade a tutte le ragazze a una certa età...), altre volte osticissimi (l'indecifrabile finale, dove vediamo questa rivoluzione di Utena a cui tutti si riferiscono fin dal primo episodio).

Discorso tecnico: se le animazioni sono purtroppo di fattura appena sufficiente e zeppe, davvero, di ricicli (la famosissima sequenza di Utena che sale le scale per recarsi all'arena del duello: quattro minuti di camminata che saranno ripetuti per la quasi totalità della serie, puntata dopo puntata), il comparto musicale è da favola. Se per le BGM generiche Ikuhara si affida ai delicati arpeggi di violino di Shinkichi Mitsumune, per quelle dei numerosi "combattimenti" l'onore spetta al musicista heavy J.A. Seazer, creatore di non una, non due, non tre, ma addirittura 25 (VENTICINQUE) memorabili insert song gothic metal, quasi tutte cantate in latino, che donano esaltanti scariche di energia ai combattimenti, svegliando spesso lo spettatore dalla ripetitività sopracitata del canovaccio. Chara androgino e non particolarmente piacevole, ma anche lui, in tema con l'opera, particolarmente innovativo e fuori da ogni standardizzazione.


Altro non mi riesce da dire su una serie pazzoide che, sicuramente, reca in sè un concentrato fortissimo, esasperato, di genio. Di sicuro i suoi autori ci hanno marciato sopra con il nonsense e molte delle sue follie sembrano rivelarsi solo aria fritta, ma il piacere di smantellare, pezzo per pezzo, la sua struttura visionaria per comprendere stati d'animo dei personaggi e significati è una delle esperienze più stimolanti che mi siano mai capitate. Alla fine il rischio di trovare incomprensibile il finale è alto, ma è un accettabile prezzo da pagare per godersi un anime che, forse schiavo della sua originalità a ogni costo, ha però un carisma inarrivabile.

Edizione home-video italiana in dvd, a cura di Yamato Video, come sempre deficitaria. Buoni traduzione e adattamento ma incommentabile il video, sembra un riversamento sgranato da VHS. E ovviamente bisogna accontentarsi, perché anche se una casa distributrice lavora nel peggiore dei modi è sempre lei l'unica a pubblicare certe licenze. Una tristezza.

Voto: 9 su 10

lunedì 4 aprile 2011

Recensione: Toradora!

TORADORA!
Titolo originale: Toradora!
Regia: Tatsuyuki Nagai
Soggetto: (basato sui romanzi originali di Yuyuko Takemiya & Yasu)
Sceneggiatura: Mari Okada
Character Design: Yasu (originale), Masayoshi Tanaka
Musiche: Yukari Hashimoto
Studio: J.C. Staff
Formato: serie televisiva di 25 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 2008 - 2009
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Dynit

 

Occhi taglienti e sguardo da delinquente: Ryuuji Takasu non gode certo di grande popolarità a scuola, pur avendo come migliore amico l'amatissimo vice-presidente del consiglio di classe, Yusaku Kitamura, e notevole feeling con la bella Minori Kushieda di cui è innamorato. Un giorno si compie il suo destino: incontra in modo burrascoso la piccola e aggressiva Taiga Aisaka, migliore amica di Minori e a sua volta cotta di Yusaku. I due decidono di stringere un rapporto di complicità per aiutarsi a conquistare i rispettivi partner...

Si sa, nel genere romantico trame semplici e lineari sono la norma. Come Maison Ikkoku insegna, la loro riuscita o meno dipende dalla capacità di far affezionare lo spettatore ai personaggi, portandolo a empatizzare e vivere le loro avventure sentimentali come fossero le sue. Alla luce di queste considerazioni appare molto arduo capire come un maschio possa immedesimarsi nel simpatico Ryuuji e accettare che  finisca a scegliere come fidanzata, nell'harem di ragazze che gli orbita attorno, proprio quella umanamente e fisicamente meno interessante, rinunciando ad altre due infinitamente più belle e carismatiche. No, non sono anticipazioni che rovinano la visione poiché fin dal primo episodio è chiarissimo dove andrà a parare la storia di Toradora!, e neanche maschilismo, visto che in una situazione reale dubito seriamente, con tutti i (pochi) distinguo del caso, che si possano avverare i presupposti di una storia tra persone così diverse. Il problema che impedisce l'empatia con Ryuuji, riallacciandomi al paragone in apertura con Maison Ikkoku, è proprio che la sua scelta finale non si avvicina lontanamente alla dolcezza e alla bellezza genuina di Kyoko Otonashi, al punto che è facilissimo rimanere delusi da un finale a mio modo di vedere difficilmente accettabile, seppur messo in discussione fino alla fine. Rimane, però - empatia mancata e finale controverso a parte - che Toradora! è una serie riuscita e ben fatta, garante di grandi e indimenticabili momenti di pathos che ben giustificano la sua visione.


Se la prima decina di episodi di presentazione dei personaggi scorre via senza stupire e seguendo le tipiche regole del genere (umorismo, demenzialità, situazioni da classica commedia romantica - i giovini che si perdono da soli in una grotta buia, triangoli amorosi... - e personaggi "alla Lui e Lei" dalla doppia maschera), lo sviluppo successivo si fa decisamente profondo e serioso. I personaggi principali, prima leggeri e frivoli, acquistano spessore, e sopratutto sono affrontati con la dovuta serietà un buon numero di temi forti. Si parla di genitori irresponsabili, di mancanza di progetti per il futuro da parte dei giovani, ma viene data una rappresentazione veritiera, spontanea e memorabile di come si fondano e portano avanti per davvero rapporti sinceri di amicizia, attraverso "ragazzate" e spacconate, ma all'occorrenza anche con confidenze e prese di responsabilità che portano a evoluzioni caratteriali.

È in questi aspetti che Toradora! tira fuori le sue carte migliori, soprattutto a serie inoltrata quando diverse delle sottotrame (non solo amorose) giungono al loro apice in emotivi climax. Il momento in cui J.C. Staff sfrutta un alto budget per realizzare sequenze di stampo cinematografico raramente eguagliate: non esistono parole per rendere, in quei momenti, la bellezza che raggiungono la regia dinamica di Tatsuyuki Nagai, l'espressività dei deliziosi e coloratissimi disegni, la toccante colonna sonora di Yukari Hashimoto e le animazioni che nei momenti clou da (già) ottime diventano il non plus ultra televisivo in termine di qualità e fluidità. E non si può davvero non parlare della  monolitica prova interpretativa delle voci originali, tra le migliori che si siano mai sentite: l'intensità recitativa è superlativa e, sopratutto nelle sequenze più drammatiche, di urla e pianti (lo "scontro" tra Taiga e Sumire), sembra che vivano davvero le stesse emozioni dei personaggi a cui prestano voce. Da brividi, e fonte massima dei diversi momenti di commozione che più volte colpiscono il toccato spettatore. Per lo stesso motivo il doppiaggio italiano, incolore ed estremamente mediocre, rappresenta un difetto non da poco nel gradimento complessivo della serie, al punto  che si potrebbe quasi togliere un mezzo punto solo per quello. Una di quelle serie che, come Code Geass, perde intensità e  carisma se non doppiata a livelli almeno vicini a quelli originali.


Alla luce di tutto questo, nevvero, è solo questione di gusti apprezzare o no il finale. Capita raramente in una commedia romantica di tifare contro la ragazza titolare e sperare fino all'ultimo che l'eroe si metta con un'altra: detto questo, quest'ultima non è un propriamente un personaggio orribile, anzi ha dei momenti in cui dimostra una dolcezza non trascurabile. Solo, è troppo palesemente forzato che venga scelta rispetto alle altre. Ma la conclusione rimane obiettivamente ben realizzata, e soprattutto la sequela di forti emozioni costruite mano a mano dalla storia sono sincere e bastano per un giudizio altamente positivo. Toradora! è in primis una gran bella serie, e come qualsiasi prodotto di qualità che ti fa affezionare ai suoi protagonisti, l'episodio finale è per forza di cose tristissimo nel momento che si constata che non si potranno più vedere quei personaggi. Non si può chiedere di meglio a una produzione animata.

Voto: 8 su 10

mercoledì 27 ottobre 2010

Recensione: Captain Tsubasa - The Most Powerful Opponent! Holland Youth

CAPTAIN TSUBASA: THE MOST POWERFUL OPPONENT! HOLLAND YOUTH
Titolo originale: Captain Tsubasa: Saikyu no Tenki! Holland Youth
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Yoichi Takahashi)
Character Design: Nobuhiro Okaseko
Formato: OVA (durata 45 min. circa)
Studio: J.C. Staff
Anno di uscita: 1994

 
Qualche anno dopo la vittoria del Giappone al torneo parigino juniores, la federcalcio nipponica organizza tre amichevoli con la rappresentativa giovanile olandese, per sondare il valore del suo collettivo in riferimento al vicino Mondiale Giovanile. Il Total Soccer dell'Olanda però, che già ha sconfitto la rappresentativa giovanile tedesca di Schneider e quella italiana di Hernandez, sembra invincibile. Gli olandesi annientano due volte il Giappone, ma nella terza partita finalmente entra a giocare anche Tsubasa, in trasferta dal Brasile dove gioca nel San Paolo...

Sesta e ultima produzione non televisiva dedicata al mondo calcistico di Yoichi Takahashi, e dopo i quattro special tv finalmente nel 1994 viene realizzato un episodio che si incastona nella storia ufficiale. Holland Youth è l'adattamento animato dell'omonimo volume speciale del 1993, un prologo al primo seguito ufficiale cartaceo di Captain Tsubasa, la serie di 18 volumi World Youth che  mostra gli eroi del Giappone affrontare nuove nazionali calcistiche nel mondiale under-19. Tankobon che spiega, nella sua pur breve durata, da cosa è originata l'iniziale rivalità tra le due squadre. E ancora una volta, rispetto allo scarso budget della serie televisiva, Holland Youth ne trova, come lo Shin prima di lui, uno ottimo, che permette di dimenticare nuovamente animazioni riciclate, inquadrature statiche e rallenty esasperati: i giocatori si muovono in modo continuativo e fluido sui verdi campi da gioco, facendo assumere contorni (ma solo quelli ovviamente) più realistici al match. Ottime animazioni non rintracciabili solo nelle partite, ma anche negli intermezzi di vita privata dei personaggi.

Purtroppo la moneta non presenta la stessa faccia anche in altri aspetti, sopratutto sotto il profilo narrativo: risulta in questo caso inspiegabile l'inibizione della partita Nankatsu-Toho, disegnata nelle prime pagine del volume e importante ai fini di trama per spiegare come mai Misaki ha perso fiducia in se stesso e gioca in modo mediocre contro l'Olanda. Ma sopratutto irrita vedere che, pur infedele dove gli pare, l'OVA segue invece minuziosamente gli aspetti più ridicoli del fumetto, quelli che avrebbero necessitato di qualche modifica per non sembrare nuovamente grotteschi. Parlo dei risultati dei vari match tra Giappone-Olanda e della ridicola trovata, frutto dell'ignoranza in materia dell'autore, di mettere in eventualità che il portiere Wakabayashi possa scegliere di naturalizzarsi tedesco e giocare con la nazionale crauta quando già in passato ha vestito la maglia nipponica.


Non è ancora finita, perché lo sceneggiatore dell'OVA (il cui nome è purtroppo irreperibile, come buona parte dello staff) riesce anche a mettere vagamente in dubbio la continuity dell'opera con la successiva serie televisiva Captain Tsubasa J e con lo stesso World Youth, inventandosi l'idiozia, assente in originale, di Tsubasa che deve tornare in Brasile per giocare un'amichevole contro la rappresentativa nazionale brasiliana guidata da Carlos Santana, cosa che non può succedere visto che lo conoscerà solo nella finale della Coppa del Brasile. Pollice verso anche per la colonna sonora poco ispirata: incredibile, se si pensa che è stata uno dei più noti punti di forza delle incarnazioni animate di Captain Tsubasa, col ruolo fondamentale di rendere epiche le battaglie calcistiche.

Tolte queste omissioni e aggiunte francamente evitabili, e dimenticandoci per un attimo che il super capitano olandese presentato nel finale, Bryan Kraifort, non lo vedremo mai giocare in animazione (in quanto Captain Tsubasa J non arriverà a trasporre quella parte di World Youth), il prodotto risulta comunque sufficientemente curato e avvincente da risultare un must per gli appassionati del calcio genuinamente spettacolare di Captain Tsubasa. Opera attualmente inedita in Italia, mai trasmessa neppure coi soliti, pessimi adattamenti Mediaset.

Voto: 7 su 10

PREQUEL
Captain Tsubasa (1983-1986; tv)
New Captain Tsubasa (1989-1990; ova)

SEQUEL
Captain Tsubasa J (1994-1995; tv)
Captain Tsubasa: Road to 2002 (2001-2002; tv)

venerdì 5 marzo 2010

Recensione: Garzey's Wing

GARZEY'S WING
Titolo originale: Byston Well Monogatari - Garzey no Tsubasa
Regia: Yoshiyuki Tomino
Soggetto & sceneggiatura: Yoshiyuki Tomino (basato sui suoi romanzi originali)
Character Design: Kenichi Ohnuki
Musiche: Shiro Sagisu
Studio: J.C. Staff
Formato: serie OVA di 3 episodi (durata ep. 29 min. circa)
Anni di uscita: 1996 - 1997


Durante un viaggio in moto, l'anima del giappo-americano Christopher Senshu finisce risucchiata nel mondo spirituale di Byston Well, nella regione di Komon, evocata dalla sacerdotessa Hassan della tribù dei Metomeus. Il ragazzo è infatti, secondo quel popolo, il messia, il portatore delle Ali di Garzey, il discendente del leggendario principe Yamato Takeru (anche lui, forse, finito in epoca remota in quei luoghi), e starà a lui guidare quegli uomini nell'esodo verso l'Albero di Barju, la terra promessa dove potranno essere liberi dalla tirannia dei malvagi schiavisti Ashigaba. L'odissea sarà irta di difficoltà e battaglie: fortunatamente, il Chris di Byston Well potrà comunicare telepaticamente col Chris della Terra, il quale, con esercizi spirituali, potrà accrescere i poteri del suo doppione...

Nel 1993, prima della produzione di Mobile Suit Victory Gundam, Yoshiyuki Tomino, stanco dell'odiato Mobile Suit bianco, auspicava di poter tornare un giorno a lavorare in animazione nel magico mondo di Byston Well1, teatro della sua lunga saga romanzesca fantasy sulla quale già si era basato, nel 1983, per dirigere la pregevole serie televisiva Aura Battler Dunbine, e che aveva portato avanti fino a quel momento nei ritagli di tempo, fra un Gundam e l'altro. Il fallimento di Victory Gundam sembra finalmente coronare il suo sogno: trova la possibilità di allontanarsi dall'epopea fantascientifica che tanta depressione gli ha dato, almeno in animazione, e, tra la stesura di un capitolo e l'altro del manga Mobile Suit Crossbone Gundam, che scrive tra il 1994 e il 1997, ha modo di imbastire - occupandosi di sceneggiatura, regia e addirittura tutti gli storyboard! - il curioso Garzey's Wing (1996), una miniserie OVA basata sul terzo, omonimo ciclo letterario di Byston Well, una produzione in cui l'autore può addirittura rinunciare del tutto ai robottoni. In questo lavoro, fatto in apparente, totale libertà, Tomino può una volta rivendicare la libertà che ha sempre chiesto, ma il destino sarà beffardo: l'opera sarà un fallimento totale in Giappone2 e, distribuita negli USA, verrà letteralmente massacrata e schernita dal fandom mondiale degli appassionati di animazione, quasi alla stregua di un film prodotto dalla Asylum o di un lavoro di Edward D. Woood, Jr., in virtù della sua caratura mediocrissima. Garzey's Wing rimane un brutto lavoro fuori da ogni dubbio, anche se è palese che la sua fama estremamente negativa presso gli americani, coltivata fino ad oggi, sia esagerata visto che il mercato degli OVA ha partorito tanto, tanto di peggio e che, soprattutto, Tomino non può certo avere colpe se il doppiaggio statunitense sia così atroce da rendere involontariamente comici i dialoghi (e stendiamo un velo pietoso sul fatto che a spalare tutto questo fango sia stato il popolo che ha venerato fino allo sfinimento, come fosse un capolavoro spartiacque, un'oscenità come Mobile Suit Gundam Wing).

Sorta di rifacimento "aggiornato" di Dunbine, più che sequel/prequel o trasposizione dell'omonima serie di romanzi (ma solo chi li ha letti può smentire o confermare la cosa), Garzey's Wing è nei fatti un fantasy avventuroso abbastanza banalotto, che vede l'immancabile messia proveniente dal "Mondo di sopra" salvare un popolo sottomesso guidandolo verso la salvezza. La nota originale della trama risiede nel fatto che il Chris di Byston Well possa comunicare mentalmente con quello sulla Terra, facendosi aiutare con consigli (su come preparare la polvere da sparo, ad esempio) o con "ricariche" di aura che gli permettano di potenziare i propri poteri spirituali. Il tutto è poi molto ben disegnato (con un insolito tratto colorato, ombroso e particolareggiato) e animato più che decentemente. Il fatto che i combattimenti avvengano non con freddi mecha ma bensì con archi, esplosivi e duelli di spada, contemplando anche minacciose creature uscite dall'immaginario fantasy e che ricordano certi mostri di J. R. R. Tolkien, infine, è ben indicativo dell'alto tasso di violenza esplicita e di toni adulti, dati da squartamenti e piogge di sangue così splatter da provocare addirittura, talvolta, una sensazione di disagio. Questi citati sono, però, gli unici elementi davvero positivi o interessanti, in un progetto nato sbagliato fin dalle premesse, narcotico e sconclusionato e che non sarebbe non potuto andare in questo modo, così com'è stato progettato.


L'intera vicenda è narrata con una fretta indiavolata, per riuscire a schiaffare tutto nel minimo tempo. I soli primi 6 minuti della prima puntata sono emblematici: in 360 secondi abbiamo un eroe che di punto in bianco finisce a Byston Well durante una violenta rivolta, combatte insieme alla tribù dei Metomeus prendendo a cuore le loro ragioni, viene da loro riconosciuto come il messia e ne prende la guida, e infine è già partito l'esodo e il capo dei cattivi già inizia a dare i primi ordini per eliminare i fuggiaschi. Chris non si pone alcuna domanda, accetta la cosa senza battere ciglio, e questa "serena accettazione del paranormale" regna nel corso dell'intera opera e vale per tutti: sia per il Chris di Byston Well, che per quello della Terra, che per gli amici e la fidanzata di quest'ultimo (appena viene detto loro quello che succede, non fanno domande e prendono subito sul serio la cosa), che per l'intero popolo guidato dall'eroe. Non esiste di fatto alcuna introspezione, alcuna umanizzazione: gli attori sono interamente asserviti alla trama, già preparati all'avventura che li spetta, e seguono il loro scopo prefissato e basta. Abbiamo perciò, privi di elementare caratterizzazione,  il protagonista perfetto e coraggioso, la sacerdotessa che l'ha evocato e per cui lui ha forse una cotta, una brava spadaccina nel gruppo innamorata di lui e gelosa di lei, una Ferario (le fatine tominiane, dai tempi di Dunbine e Heavy Metal L-Gaim) che segue lui senza utilità nella trama, e pure l'aiutante mascherato i cui scopi non sono chiari e il rivale personale del protagonista che guida l'esercito dei cattivi.

Se il primo episodio che apre la vicenda, tutto sommato, è il meno disprezzabile, con un minimo di background sulla vicenda e qualche doverosa spiegazione sul cosa succede e chi sono i cattivi (e che non disdegna una interessante battaglia ambientata dentro a delle caverne, con piacevoli strategie di guerra), i successivi sono narcotici, si limitano a mostrare un sacco di scontri tutti uguali - ambientati in anonime pianure rocciose - che non mandano avanti di un'unghia la trama. Il cast di macchiette si limita alle solite frasi da copione, e il Chris di Byston Well continua a chiacchierare futilmente con il suo doppione dicendogli o ripetendogli cose (più che altro, richieste di aiuto) che già sappiamo. Risultati: noia mortale e totale indifferenza per una vicenda priva di impianto emozionale e asservita all'arida concatenazione di scene d'azione. Superficialissimi, poi, buttati e lì e ripetuti ogni tanto e senza approfondimenti, riferimenti a cose (l'Albero di Barju) o persone (i legami tra Chris e l'eroe mitologico Yamato Takeru), che forse avrebbero avuto un senso se la miniserie fosse andata oltre il terzo episodio, o forse no, ma che così rimangono senza spiegazione, quasi criptici. "Criptico" è in effetti un aggettivo spesso associato dal fandom americano alla miniserie, accusata di essere piena di riferimenti ad avvenimenti o legami lasciati all'interpretazione: se è vero che questo modo di narrare le storie diverrà in futuro tipico di Tomino (nel 1998 realizzerà un vero manifesto di questa "concezione", col pretenzioso Brain Powerd), in Garzey's Wing manca del tutto visto che non c'è nulla da capire o su cui ragionare, c'è solo una storia banale e lineare (a tratti ridicola, con quelle squallide ali angeliche che appaiono ai piedi di Chris e che gli permettono di volare) raccontata in modo fulmineo, che simboleggia uno degli apici negativi della carriera del regista.

Il problema risiede tutto alla fonte: non si può impostare una miniserie OVA caricandola con tutti questi attori e legami privi di approfondimento, infarcendola pure di terminologie di flore, faune e luoghi dai nomi impronunciabili che stressano inutilmente le meningi e non servono a nulla. Non esiste, e questa è la grande colpa da rinfacciare a Tomino nei riguardi del suo lavoro, concepito in un modo tale da urlare "fallimento" già dalle premesse (e il regista, in barba al flop, ripeterà lo stesso identico errore nel 2005 con un'altra miniserie basata su Byston Well piena fino a scoppiare di personaggi e avvenimenti, The Wings of Rean). L'unica possibile difesa dell'artista consiste nel fatto di non aver mai, ad oggi, voluto commentare questo lavoro in modo approfondito3, preferendo semplicemente ammettere la sua delusione per il risultato e per la piattezza del protagonista4, scaricando la responsabilità del risultato sul planning dell'opera5, come se tutto sommato non gli importasse neanche a lui molto.


Un finale del tutto aperto, che manda al macero numerosi interrogativi (l'ambiguo rapporto tra Hassan e Zagizoa, la sparizione di quest'ultimo nella terza puntata che rende di fatto ininfluente la sua presenza ai fini della storia, le oscure motivazioni di Tawrad che rimangono tali) e ne solleva addirittura altri (la veloce sequenza conclusiva con il Chris della Terra e Rumiko), è davvero il chiodo sulla bara di una produzione inutile e mal scritta che, con tutti questi problemi, sarebbe stato meglio non fosse mai esistita.

Voto: 4,5 su 10


FONTI
1 Intervista a Yoshiyuki Tomino pubblicata su Mangazine n. 31 (Granata Press, 1994, pag. 23)
2 Consulenza di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit)
3 Come sopra
4 Intervista a Tomino pubblicata su Animerica Anime & Manga Monthly (Vol.8) n.2 (Viz Media, 2000, pag. 35)
5 Come sopra

giovedì 21 gennaio 2010

Recensione: Le Situazioni di Lui e Lei (Karekano)

LE SITUAZIONI DI LUI E LEI
Titolo originale: Kareshi Kanojo no Jijō
Regia: Hideaki Anno (ep.1-18), Kazuya Tsurumaki (ep.19-26)
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Masami Tsuda)
Sceneggiatura: Hideaki Anno
Character Design: Tadashi Hiramatsu
Musiche: Shiro Sagisu
Studio: GAINAX, J.C. Staff
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 25 min. circa)
Anno di trasmissione: 1998 - 1999
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Dynit


Yukino Miyazawa è bella, posata, eccellente nello studio e nello sport, adorata da tutti. In verità la sua facciata è una totale montatura, essendo in verità una ragazza energica e scatenata, senza peli sulla lingua, che ama farsi elogiare e vive nel suo egocentrismo. La sua vita cambia quando conosce Soichiro Arima, ragazzo ancora più bravo di lei a scuola e ancor più idolatrato. Iniziato come un turbolento conflitto misto a rivalità, il rapporto tra i due si evolverà sempre più ed entrambi scopriranno di indossare delle maschere ben distanti dal loro vero Io.

Per la sua prima trasposizione manga e la nona opera animata, nel 1998 l'ormai blasonata GAINAX decide di donare colore e animazioni all'omonimo shoujo manga di Masami Tsuda (attualmente rieditato in Italia da Dynit in 11 maxi-volumi). E Hideaki Anno, già consacrato nell'Olimpo per GunBuster, Nadia ed Evangelion, si sbizzarrisce nuovamente in uno stile registico all'avanguardia, scrivendo nuove pagine della Storia dell'animazione. Le situazioni di Lui è Lei (o Karekano com'è conosciuto più facilmente all'estero) è un suo energico concentrato di creatività, un susseguirsi di invenzioni visive assenti nel fumetto, che nell'alternarsi di fisionomie reali e super deformed, colori tradizionali e a pastello, onomatopee e baloon che disegnano su schermo i pensieri e voci, silhouette degli attori disegnate su fogli di carta, fotografie vere e inserti live, metafore animalesche, sagome definite e sfumate e ogni genere di idee grafiche, illustra una storia briosa e dirompente fedelissima al bel manga d'origine.

La vicenda portante, divertente e pirandelliano gioco delle maschere rivitalizzato nel contesto di una commedia sentimentale vissuta da due azzeccati protagonisti, è tratteggiata in modo appassionante da loro e dalla splendida regia. Karekano infatti, lungi dal definirsi una banale storiella romantica che parla di due ragazzi che si mettono insieme, esattamente come il fumetto esplora il loro rapporto dopo il fidanzamento parlando delle difficoltà del rapporto, delle prime esperienze sessuali, dell'iniziare a scoprirsi e capirsi. Soprattutto, inizialmente giocato sull'evolversi del loro rapporto amoroso, inizia poi a focalizzarsi anche sulle vicissitudini similari dei loro amici e/o conoscenti. Leggerezze e ingenuità, visto il target del manga originale, non possono ovviamente mancare, concretizzandosi nell'irritante, continuo ribadirsi di pensierini rosa da parte dell'eroina sul quanto è bello essere baciati, abbracciati, tenuti per mano, etc (la classica idealizzazione dei sentimenti da shoujo manga). Vista l'assoluta freschezza con cui viene raccontata una storia divertente e spesso, e in più punti, addirittura esilarante, si può tuttavia lasciar correre: la protagonista Yukino nella perfida vitalità del suo Real Self è davvero adorabile, prestandosi a gag fulminanti, fracassoni e demenziali che strappano più di una risata. Riusciti sono anche i vari comprimari che ruotano attorno a lei e Arima, caratterizzazioni parossistiche con propri tormentoni e vizi puntualmente esaltati dalle invenzioni registiche di Hideaki Anno.


Il primo, grosso limite de Le situazioni di Lui e Lei è la pessima distribuzione del suo budget, fonte di una fortissima discrepanza tra la prima metà della serie, animata magistralmente, e la seconda, martoriata da recap ed episodi realizzati con soluzioni visive tendenti all'ultra-risparmio più o meno insopportabili (replicando il risultato dei due famosi episodi finali di Evangelion). Altro problema è l'abbandono di Anno alla regia dall' episodio 18, dovuto a litigi con l'autrice del manga originale insoddisfatta dei suoi sperimentalismi, con conseguente rimpiazzo al suo posto di Kazuya Tsurumaki, altro pregevole regista GAINAX privo però dell'inventiva del predecessore, che torna a uno stile di direzione ortodosso e senz'arte nè parte (nonostante questo la sceneggiatura rimane fino alla fine quella originale di Anno, che a questo punto può vantare l'intero script della serie). Problemi su cui si potrebbe correre sopra volentieri se il gioco valesse la candela, e per buona parte della visione in effetti in effetti avviene questo visto il divertimento evocato (merito anche, qui in Italia, di un doppiaggio grandioso e un adattamento maniacale, comprensivo di trascrizione in italiano di tutte le numerosissime scritte giapponesi nelle invenzioni grafiche). Purtroppo il finale, o meglio non finale rovina veramente tutto quel che c'è di buono, troncando la carica dirompente della storia con una conclusione barbara che lascia mille domande ad aspettare inutilmente una risposta, a meno che non si abbia letto il manga (di cui copre neanche 1/4 della durata).

E così alla fine, pur con molti pregi, Karekano si ricorda solo come una probabila gran bella serie uccisa da bassi budget e ascolti che lo portano a una chiusura amputata, tra le più indecenti di umana memoria. Visione piacevolissima e divertente, per carità, ma solo finchè dura, ossia poco, pochissimo. Imperativo recuperare e leggersi il manga originale di Masami Tsuda per scoprire la vera facciata di Karekano, quella cupa e introspettiva che purtroppo viene appena accennata in tv.

Voto: 5 su 10

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