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lunedì 30 settembre 2013

Recensione: Berserk - L'Epoca d'oro Capitolo III: L'avvento

BERSERK: L'EPOCA D'ORO CAPITOLO III - L'AVVENTO
 Titolo originale: Berserk Ogon Jidai-hen III - Kōrin
 Regia: Toshiyuki Kubooka
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Kentaro Miura)
Sceneggiatura: Ichirou Ohkouchi
 Character Design: Naoyuki Onda
Musiche: Shiro Sagisu
Studio: Studio 4°C
 Formato: lungometraggio cinematografico (durata 117 min. circa)
Anno di uscita: 2013
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Yamato Video


Continua con grande sfarzo e lugubre visionarietà la saga cinematografia di Berserk (1989), il terzo capitolo chiude dignitosamente l’arco dell’Età dell’oro e, per quanto una simile operazione rimanga di interesse davvero relativo, c’è da rimanere soddisfatti del lavoro di Ohkouchi e Kubooka, fatto nell’interesse prima di tutto dei fan con sincera passione e buon rispetto dell’opera originale. La dinamica tra sceneggiatura e regia viene ora espressa al suo meglio, dopo un primo film non proprio entusiasmante e un secondo invece addirittura sorprendente, sempre e comunque in una visione di puro omaggio a uno dei momenti più truci, crudeli ed evocativi della Storia del fumetto, L'avvento spinge il piede sulla magnificenza orrorifica della trama, prendendo quanto serve da uno script rapido ed efficace per avere immagini di straordinario disgusto e perfido disagio nell’universo demoniaco evocato con l’Eclissi.

La liberazione di Grifis dalla prigione in cui è stato rinchiuso comporta un lavoro di squadra che soltanto adesso Gatsu può e vuole affrontare dopo il lungo periodo lontano dalla Squadra dei Falchi, si scappa e si corre con il fiato sul collo mentre il re cerca disperatamente di riprendere il traditore che ha disonorato sua figlia, ed è in questo schema che si può riassumere la natura del film, portato a un eccesso action molto più spinto rispetto ai precedenti due, senza che comunque il suo ritmo elevatissimo tolga sostanza alla pura gloria grafica: il minutaggio molto alto, due ore, permette infatti a Kobooka di muoversi virtuosamente negli incubi generati dall’evocazione delle divinità e negli orrori sanguinari voluti dalla sete di vendetta e dall’orgoglio ferito di Grifis, ed è qui che L'avvento si mostra nel suo massimo splendore, con le visioni terrificanti, i massacri viscerali e le battaglie contro il bizzarro, vastissimo e nagaiano bestiario infernale. Non serve ovviamente tirare di nuovo in mezzo il manga, chiaro che il susseguirsi di mostri e tormenti non riesce a raggiungere la portata della storia originale, è troppo lunga e contorta la serie di aberrazioni creata da Kentaro Miura per poter essere contenuta in un minutaggio accettabile, e in fondo non stupisce, per esempio, che sia stata eliminato del tutto il terremotante inseguimento dello spaventoso Wyald nei boschi. Eppure tutto funziona a meraviglia, da una parte le orchestrazioni funeree di Sagisu e dall’altra l’impressionante ricreazione della dimensione d’incubo donano vita a quarantacinque minuti di rara potenza horror che, per quanto superflua nel seguire fedelmente le tracce del manga, trova nuova e interessante visione in animazione nei flashback sofferti, nelle tristi morti, negli scontri allucinanti, nella grandezza annichilente degli dèi, nella forza di Gatsu e ovviamente nel terribile, intollerante stupro di Caska.

 

In tale abbondanza grafica, un poco sbrigativo appare il lavoro in CG, che sì, consente alla telecamera di Kubooka i suoi soliti movimenti esagerati e continui tecnicismi, ma mostra qua e là alcuni strani cedimenti (poca definizione, eccessivo distacco dal disegno, amalgama non sempre perfetto e/o funzionale). Ciò non toglie una discreta sostanza complessiva che non avrà di certo la potenza grafica di un lavoro svolto con disegni a mano (siamo molto lontani anche dalle serie TV più recenti) ma dall’altra parte garantisce, grazie comunque a un regista che sa il fatto suo e che si trova perfettamente a suo agio in queste atmosfere, una completa immersione, tale da dimenticarsi l’artificiosità grafica, non sempre ottimale, che grava sull’intero progetto.

A ogni modo un fan non potrebbe chiedere di meglio, questa prima trilogia, destinata a espandersi intanto con un quarto film da poco annunciato, nasce per loro e nulla toglie e nulla aggiunge all’opera di Miura, è soltanto gratificazione e atto di riverenza e come tale l’intero progetto andrebbe inteso, senza richiedere di più e senza aspettarsi di meglio.

lunedì 27 maggio 2013

Recensione: Berserk L'Epoca d'oro Capitolo II - La conquista di Doldrey

BERSERK: L'EPOCA D'ORO CAPITOLO II - LA CONQUISTA DI DOLDREY
Titolo originale: Berserk Ogon Jidai-hen II - Doldrey Kōryaku
Regia: Toshiyuki Kubooka
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Kentaro Miura)
Sceneggiatura: Ichirou Ohkouchi
Character Design: Naoyuki Onda
Musiche: Shiro Sagisu
Studio: Studio 4°C
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 100 min. circa)
Anno di uscita: 2012
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Yamato Video


Se L’Uovo del Re Dominatore (2012) si era mostrato niente più come mera celebrazione di Berserk (1989), in sé buon prodotto ma, nella sceneggiatura rapida e nell’impostazione action, indirizzato bene o male esclusivamente ai fan, il secondo capitolo della trilogia cinematografica dedicata ai capitoli più belli e intensi del manga, uscito lo stesso anno, si distingue, anche un po’ sorprendentemente, per una splendida, splendida regia e soprattutto per un’eccellente solidità narrativa, capaci di formare una combo inaspettata per la natura con cui sembrava aver preso vita il mastodontico progetto targato Studio 4C. La conquista di Doldrey avrebbe forse meritato altro titolo, troppa è l’importanza, in questa parte centrale, per Grifis, in fondo la sua ascesa e la caduta che ne consegue sono il punto focale da cui partirà l’odissea di Gatsu negli episodi a venire. La Squadra dei Falchi ha raggiunto ormai una stima e una fiducia che non ha eguali tra i ranghi militari dell’esercito delle Midlands, e se i rancori verso la nobiltà concessa a Grifis, nonostante il suo sangue plebeo, continuano a venire sussurrati, è innegabile l’abilità in battaglia di questo squadrone di mercenari, infallibili, silenziosi, precisi, una macchina da guerra a cui il regno si è totalmente affidato per vincere la centenaria battaglia contro Tudor. Ma mentre le vittorie si susseguono, Gatsu inizia a porsi delle domande, interrogandosi sul senso dei continui scontri, dell’incessante combattere, e attorno alle sue riflessioni viene costruita la pellicola, da quando cade nel fiume per salvare Caska a quando l’energia che lo carica pare non essere più abbastanza, passando per il momento in cui, da solo, stermina un esercito composto da cento soldati.

Parliamo sempre di un film incentrato sull’azione e sui combattimenti: Toshiyuki Kobooka, aiutato dall’uso abbondante della CG per le animazioni, compie un lavoro stratosferico nei movimenti di camera, nei ralenty, nei piano sequenza che danno dinamismo e vivacità a sequenze estremamente cruenti e ferocissime, calibrando con attenzione il ritmo e le pause nell’alzare o nell’abbassare i toni musicali dell’OST di Shiro Sagisu (magnifica l’esplosione acustica quando Gatsu affronta i cento, potentissimo l’accompagnamento di cori solenni durante la conquista di Doldrey). Ma, a differenza del film precedente, pur con scelte atte a scremare l’estrema complessità sociale del manga per poterlo riproporre in novanta minuti animati (praticamente eliminata l’intera nobiltà delle Midlands e usata soltanto come sfondo), la sceneggiatura di Ichirou Ohkouchi sa soffermarsi con maggior profondità sui personaggi con dialoghi precisi e intensi (viene data la necessaria rilevanza a Caska e al suo ruolo così come viene giustamente e simbolicamente mitizzata la figura di Grifis), sa dare spessore ai momenti più importanti (la lunghissima battaglia di Doldrey, sapientemente gestita nell’alternarsi di scontri, fughe e mosse strategiche), e sa creare situazioni che poi il virtuosismo di Kobooka esalta ora con adrenalina (il duello, quasi musicale, tra la spada di Gatsu e l’asta di Boscone), ora con sofferta eleganza (il significativo ballo al castello, il sensuale ma per certi versi violento rapporto sessuale tra Grifis e la principessina).

 

La tanto chiacchierata computer grafica non è scelta così azzardata, nel vederla anche in questo secondo capitolo non è certo comparabile alla squisita bellezza delle animazioni tradizionali, ma offre un dettaglio e un’attenzione ai particolari che ripaga dell’artificiosità che si percepisce, senza contare la forza che può imprimere nell’immagine (la potenza della spada di Guts, che letteralmente distrugge gli avversari). Inattesa e felice evoluzione di un’opera che sembrava non disporre di molte frecce nel suo arco nell’offrire, comunque onestamente, ciò che si aspettavano i fan, la trilogia di Berserk diventa quindi proponibile, intelligentemente, a un pubblico più vasto, e se non può certamente sostituirsi al fumetto originale per l’eccessiva distanza tra i due mezzi e per il mistero che avvolge il futuro della trasposizione animata, nell’attesa che Miura possa mai avviarsi verso la conclusione della sua unica, ventennale creatura, è una visione assai soddisfacente.

Voto: 7,5 su 10

PREQUEL
Berserk: L'Epoca d'oro Capitolo I - L'Uovo del Re Dominatore (2012; film)

SEQUEL
Berserk: L'Epoca d'oro Capitolo III: L'avvento (2013; film)

giovedì 21 giugno 2012

Recensione: Berserk L'Epoca d'oro Capitolo I - L'Uovo del Re Dominatore

BERSERK: L'EPOCA D'ORO CAPITOLO I - L'UOVO DEL RE DOMINATORE
Titolo originale: Berserk Ogon Jidai-hen I - Hao no Tamago
Regia: Toshiyuki Kubooka
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Kentaro Miura)
Sceneggiatura: Ichirou Ohkouchi
Character Design: Naoyuki Onda
Musiche: Shiro Sagisu
Studio: Studio 4°C
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 77 min. circa)
Anno di uscita: 2012
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Yamato Video


Non serve di certo presentare Berserk (1989), missione già precedentemente adempiuta con la recensione della pessima serie TV del 1997, così come immagino non sia necessaria una grande introduzione per questo nuovo, chiacchieratissimo e monumentale progetto targato Studio 4°C, i cui vertici si sono messi in testa di trasporre l’intera opera in animazione in un tempo stimato attorno ai dieci anni (!). È  necessario prendersela comoda, per forza: tutti conoscono le lentezze, ormai spossanti, con cui Miura sta scrivendo e disegnando la sua infinita creatura da ben ventidue anni, un manga ancorato a uno sviluppo stagnante, sempre più schiavo di tavole straordinarie ma prive di alcun avanzamento narrativo, che per il momento sembrano condurre soltanto a un epilogo assai fumoso e soprattutto distantissimo, forse irraggiungibile. Ma ancora non si bene cosa ci riservi lo studio, se una prosecuzione filmica della storia o una serie televisiva di chissà quanti episodi, per non parlare della trama stessa, che tutti sperano possa degnarsi di una conclusione che eviti l'operazione imbarazzante della precedente incarnazione animata.

Per ora, primo capitolo della titanica operazione è una trilogia di film cinematografici che copre, come da titolo, l'Arco dell'Età dell'Oro, ovvero l'amatissimo e inarrivabile flashback con cui Miura racconta, tra i numeri 3 e 13 del fumetto, del legame tra Gatsu e Grifis: mercenario schivo e dal cuore ribollente il primo, stratega freddo e carismatico il secondo, entrambi mossi da profonda e reciproca stima. In un contesto dark fantasy particolarmente truce e brutale, dove il rigore militare di cavalieri e battaglie feudale si scontra con creature e non-morti vomitati dall'inferno, la vicenda, lunga e complessa, inizia dalla tremenda infanzia di Gatsu, ne segue il difficile rapporto con il genitore Gambino e i primi passi in combattimento, facendolo crescere di tavola in tavola e di crudeltà in crudeltà, ma L'Uovo del Re Dominatore evita questo brutale prologo (rilegato a un semplice sogno febbricitante, bene o male incomprensibile per chi non ha mai letto il manga) per iniziare direttamente dall'assalto al castello dove l'eroe dall'enorme spadone, ormai adolescente, e il capo della Squadra dei Falchi fanno la loro conoscenza.


Il film segue grossomodo fedelmente la trama originale, mostrando l'ingresso di Gatsu nei Falchi, il suo rapporto d'amore e odio con la bella Caska, la sua abilità in battaglia nella conquista di Tudor e la sua totale riverenza verso Grifis, e concludendosi efficacemente quando i nobili delle Midlands malgradiscono l’attenzione che il re pone verso il Falco bianco. Essendo un prodotto destinato ai fan, Ichirou Ohkouchi non si sofferma troppo su personaggi ed eventi (Kolcas e Judo appaiono brevemente; la stessa Caska è poco più di una visione fugace, giusto il tempo di mostrarla nuda; i nobili delle Midlands vengono sfoltiti di parecchie unità) incentrando tutto su Gatsu e Grifis, sul loro filosofeggiare, sul loro intuito battagliero, sulla fiducia del primo nei desideri che il seconda brama grazie al Bejelit, il disgustoso ciondolo che porta al collo.

Ne esce una sceneggiatura veloce ma comunque ben strutturata, di certo non superficiale nel tratteggiare le varie figure secondarie ma che sicuramente poteva soffermarsi di più sugli aspetti contestuali della trama (d'altronde il film dura appena 70 minuti, invero pochini per la portata della storia), donando una maggiore tridimensionalità all'opera. Opera quindi che privilegia le sequenze d’azione, epicamente musicate da un intenso score wagneriano e gustosamente servite alla regia agile, dinamica e virtuosistica di Toshiyuki Kobooka, che ben gestisce un reparto grafico tutto sommato valido, un miscuglio di animazione tradizionale, CG e motion capture che permette un discreto realismo nei movimenti dei personaggi, soprattutto durante i concitati momenti action - grazie anche all'apporto di supervisione dell'esperto di scherma medievale Jay Noyes -, ma che soffre di strane scelte (Zodd che parla senza muovere la bocca) e alcuni cali (scattosità, compenetrazione degli elementi) dovuti probabilmente alla rapida gestazione del film. La sintesi esagerata della storia e un certa certa sensazione di "plasticità" nelle scene di battaglia, dovuta a un esagerato tasso di CG, sono le cause maggiori di quello che si rivela un clamoroso insuccesso commerciale, che colpisce anche i lungometraggi successivi denotando infine il fallimento del progetto.


Non è che ci sia molto altro da dire, L'Uovo del Re Dominatore appare per ciò che è, un prodotto discreto, for fans only, utile a rivivere l'epica tragicità di alcune tra le più belle pagine di sempre del fumetto, un revival celebrativo che magari convinca Miura a darsi una mossa a terminare la sua opera ormai agonizzante. Io me lo sono goduto, immagino che chi abbia amato il manga, nonostante la recente sonnolenza, possa fare altrettanto, ma se avete altro da fare di certo non perdete niente di epocale.

Voto: 6,5 su 10

SEQUEL
Berserk: L'Epoca d'oro Capitolo II - La conquista di Doldrey (2012; film)
Berserk: L'Epoca d'oro Capitolo III - L'avvento (2013, film)

lunedì 3 ottobre 2011

Recensione: Ani-Kuri 15

ANI-KURI 15
Titolo originale: Ani-Kuri 15
Regia: Mahiro Maeda, Range Murata & Tatsuya Yabuta, Atsushi Takeuchi, Akemi Hayashi, Mamoru Oshii, Michael Arias, Satoshi Kon, Tobira Oda & Yasuyuki Shimizu, Makoto Shinkai, Shojiro Nishimi, Kazuto Nakazawa, Shoji Kawamori, Yasufumi Soejima, Shinji Kimura, Osamu Kobayashi
Studio: GONZO, Production I.G, GAINAX, Studio 4°C, Mad House, ComixWave, SATELIGHT
Formato: serie tv di 15 episodi (durata ep. 1 min. circa)
Anni di uscita: 2007 - 2008


Progetto innovativo e dalle grandi potenzialità Ani-Kuri 15, antologia di corti animati che, insieme ai due Genius Party quasi contemporanei, celebra il genio di alcuni dei più importanti animatori e registi anime contemporanei. Basato su tre "stagioni" animate da 5 episodi l'una, puntate dirette ciascuna da uno degli artisti ingaggiati e realizzate dai loro studi d'animazione prediletti, Ani-kuri 15 (abbreviazione di "Anime" e "Creators") stupisce sopratutto per la durata di ogni suo segmento: solo 1 minuto. Sessanta secondi nel quale ogni star cerca di imprimere la sua impronta personale, in tracce che possono essere visionarie, leggere o anche densissime di avvenimenti, un libero sfogo alla fantasia che partorisce un'opera interessante e autoriale.

Si ha inizio con Princess Onmitsu di Mahiro "Gankutsuou" Maeda e animato da GONZO, che più di ogni altra traccia frigge i neuroni raccontando con inumana velocità una storia avventurosa. Un minuto in cui la principessa omonima viene assalita da ninja assassini, il suo servitore robotico la difende, lei si trasforma col suo completo da battaglia, vincono la battaglia e hanno anche il tempo di affrontare il capo dei sicari che risiede in una nave volante e che tenta di conquistare con avances la ragazza. Tutto iper-dinamico e con dialoghi praticamente urlati e quasi incomprensibili. L'esplosione di colori vivaci e la follia garantiscono divertimento. Sempre GONZO anima Gyrospter di Range Murata e Tatsuya Yabuta, realizzato completamente con sua solita, onnipresente CG che abbiamo un po' tutti imparato a odiare. Una ragazza, con l'ausilio di una futuristica navicella, vola sopra a una maestosa architettura acquatica sospesa nel vuoto, in uno scenario fantasy/steampunk estremamente suggestivo. Peccato che poi tutto esplode senza senso, e la vicenda si chiuda in modo enigmatico e incolore.

Buono Wandaba Kiss di Atsushi Takeuchi e Production I.G: per ricevere il bacio della piccola Wandaba, il tenero bimbo protagonista deve superare una prova di coraggio diventando la pedina "umana" di una gigantesca macchina di Rube Goldberg. Intermezzo piacevole, sopratutto perché realizzato con chara bambinesco e color pastello in linea con le atmosfere sognanti che vuole evocare.

Accompagnato da una malinconica canzone, From the Other Side of the Tears di Akemi Hayashi e GAINAX narra lo strazio di una ragazza che ha appena chiuso col suo tipo. Un episodio abbastanza dimenticabile, ma almeno lo straziante brano musicale è piacevole da ascoltare. Risultato altrettanto negativo è Project Mermaid, forse il più deludente tra tutti se si considera che è realizzato da Oshii e Production I.G, rappresentando uno dei titoli di richiamo dell'intero progetto. Una sirena attraversa il cyberspazio fino a fuoriuscire nella realtà. E quindi? Tutto realizzato in CG vuota e fondali cibernetici insignificanti. Va bene che il regista si è costruito la fama sul cyberpunk del Ghost in the Shell animato, ma qui è palese la mancanza di ispirazione.

Frolicking di Michael Arias (Studio 4°C) si basa anch'esso sul nulla, ma è deliziosamente visionario: nelle sterminate campagne verdi di uno scenario indefinito e seducente, un gruppo di bambini gioca e corre insieme a un gigantesco automa. Atmosfere e ambientazioni che ricordano il Laputa del Castello nel cielo di Hayao Miyazaki, meravigliando con la stessa efficacia. Buon risultato anche l'episodio di Satoshi Kon, il suo tristemente ultimo lavoro da regista. Good Morning parla di una ragazza nel bel mezzo della veglia, in attesa di alzarsi dal letto, fare la doccia e prepararsi a iniziare una nuova giornata. Ben diretto e dal caratteristico stile grafico delle produzioni del regista, rappresenta benissimo le sensazioni provate quando ci si sveglia e non si riesce a connettere il cervello con le azioni che si stanno compiendo.

 
Sports Colonel Episode 18: The Assassin Comes to Hunt in the Mountains!! è la storia di un karateka, Colonnello, inseguito da un assassino chiamato Paul che per qualche motivo vuole ucciderlo. Cercando di evitare di mettere di mezzo i suoi due animali che lo seguono, un corvo e un orso, il protagonista andrà incontro a una ridicola sorte... "Bizzarro" è l'aggettivo giusto per definire l'episodio, realizzato com'è in un alienante b/n "fumettoso". Di Tobira Oda e Yasuyuki Shimizu, realizzato da Studio 4°C.

A Gathering of Cats è uno dei momenti migliori di Ani-Kuri 15: col consueto tratto dolce che gli compete, Makoto Shinkai torna a parlare dei sentimenti di un gatto verso i suoi padroni, riprendendo Lei e il gatto però in un'alternativa versione comica e a colori, visto che l'episodio parla dei divertenti sogni vendicativi del felino la cui coda viene continuamente pestata, inavvertitamente, dagli umani. Divertente e graficamente delizioso, realizzato da Comix Wave Film.

Invasion from Space: Hiroshi's Case è la storia di una navicella spaziale che, precipitata nella camera di un ragazzo (Hiroshi appunto), lo distrae ripetutamente facendo rumori, fino a squagliarsela al momento opportuno. Sketch anonimo e disegnato in modo poco interessante (sembra il tratto di Beavis & Butt-Head), ma interessante registicamente, realizzato com'è  in una singola inquadratura. Di Shojiro Nishimi e Studio 4°C. Altrettanto sperimentale è Yururu: Daily Chapter, di Kazuto Nakazawa e Studio 4°C, ripresa velocizzata del disegno di un fotogramma da parte di un animatore. Immagine che verrà poi colorata come risultato finale.

Un altro dei segmenti più riusciti è quello di Shoji "Macross" Kawamori, che nell'arco di sessanta secondi torna raccontare storie di robottoni con Project Omega, mostrando in che modo l'emittente televisiva NHK si difende dalla caduta di un asteroide. Divertente e realizzato con inserti di ottima CG dalla solita, grande SATELIGHT esperta nel settore. Computer graphic che invece non splende affatto in Heat Man di Yasufumi Sohjima, subito successivo ed episodio meno riuscito in assoluto: la confusionaria storiellina, ancora una volta a opera di GONZO e sempre in una CG mal fatta (al livello dei filmati della prima PlayStation), di una tribù indigena che affronta una belva posseduta da un qualche spirito... Curiosamente la puntata dopo è al contrario quella migliore: Attack of Azuma Area #2 è una divertente parodia delle invasioni extraterrestri americane anni 50, animata in una curiosa e multiforme CG, colma di umorismo demenziale e che si prende in giro da sola. Di Shinji Kimura e Studio 4°C.


Chiude l'opera il divertente Sancha Blues di Osamu Kobayashi e Mad House, che dopo BECK tornano ad ambientare una storia nel mondo della musica. Usufruendo di un originale chara designer "graffittaro", Sancha Blues ci fa conoscere un divertente vecchietto, proprietario di un negozio di dischi, che si sfrega le mani compiaciuto ogni qualvolta entra un cliente.

Ani-Kuri 15 non sarà, per concludere, nulla di epocale o di chissà che elevatissimo livello, ma trasuda carisma e, vista la sua breve durata e il senso di bizzarro che fa respirare in ognuna delle sue tracce, riesce davvero a dare forma e sostanza a 15 universi narrativi di grande fantasia che si fanno ricordare.

Voto: 7 su 10

lunedì 24 gennaio 2011

Recensione: Memories

MEMORIES
Titolo originale: Memories
Regia: Koji Morimoto, Tensai Okamura, Katsuhiro Otomo
Soggetto : Katsuhiro Otomo (basato sul suo fumetto originale)
Sceneggiatura: Satoshi Kon, Katsuhiro Otomo
Character Design: Katsuhiro Otomo
Musiche: Yoko Kanno, Jun Miyaki, Hiroyuki Nagashima
Studio: Studio 4°C, Mad House
Formato: lungometraggio cinematografico (durata ep. 30 min. circa)
Anno di uscita: 1995
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Columbia Tristar


Progetto sentito e messo in piedi da Katsuhiro Otomo che nel 1995 lo cura meticolosamente in ogni aspetto, Memories è un prodotto di strabiliante qualità grafica ma tutt’altro che perfetto da un punto di vista squisitamente narrativo, nonostante veda coinvolti nomi altisonanti dell’animazione come lui, Satoshi Kon, Yoko Kanno e Yoshiaki Kawajiri. A meno che non ci sia una precisa costruzione portante, un’attenta e significativa configurazione, trovo ahimè abbastanza insipido il concetto di un film a episodi: in questo insieme di mini-storie a sé stanti, mancanti di un ordine generale, di collegamenti strutturali e, come in questo caso, anche di un tema comune nonostante il titolo indicasse tale direzione, fatico a vederci un nesso, a ravvisare un’idea vincente. Memories presenta infatti tre episodi, ma nonostante la comunque piacevole visione complessiva, dovuta forse più che altro alle straordinarie, straordinarie animazioni, resta più che altro un certo amaro in bocca nel vedere, soprattutto nelle prime due parti, buone idee sacrificate sull’altare di un basso minutaggio quando, da sole, avrebbero potuto reggere un intero film.

In La rosa magnetica, tratto dal breve e omonimo fumetto dello stesso Otomo (pubblicato in Italia da Star Comics nell'antologia Memorie), un’astronave addetta al recupero dei detriti spaziali riceve un disperato segnale d’aiuto. L’equipaggio, un po’ sospettoso, si reca alla sorgente del messaggio, uno stranissimo ammasso di frammenti metallici: una volta entrati, vengono catturati da una continua serie di visioni che alterano l’ambiente, mentre la voce di una famosa cantante lirica sembra piangere un amore perduto e allo stesso tempo guidarli da un incubo all’altro… Scritto da Satoshi Kon per la regia di Koji Marimoto, delle tre parti del progetto è indubbiamente la più ambiziosa e altrettanto indubbiamente quella che necessitava di più spazio e minor compressione per esprimere in pieno le proprie potenzialità. Ispirato alla straziante storia d’amore vissuta da Maria Callas, da fantascienza pura, ricca di inaspettate suggestioni horror (l’esplorazione iniziale), La rosa magnetica diventa presto un lungo, straniante, obliquo trip onirico. Lo spettatore rimbalza infatti da uno scenario inspiegabile a un altro (un rigoglioso giardino, un sala settecentesca, l’abitazione di uno degli astronauti) e, così come i poveri protagonisti, prima della giusta svolta finale non riesce mai ad afferrare le redini della situazione, ritrovandosi spaesato, ubriacato da flashback improvvisi e bruschi ribaltamenti. Se l’idea è notevole e il fascino onirico crea una perfetta atmosfera di mistero e inquietudine, manca tuttavia un certo mordente narrativo: troppo elevata la velocità di narrazione, troppo aspri i cambiamenti visivi, e ciò comporta una sorta di caos sì voluto ma non perfettamente controllato, elemento che lascia in parte insoddisfatti.


Si cambia registro con La bomba puzzolente: venuto accidentalmente in contatto con un virus letale, al quale è immune grazie a un raffreddore, un giovane chimico tontolone si aggira per Tokyo ignaro di stare sterminando migliaia di persone. Governo ed esercito intervengono al più presto, ma nessuno sembra in grado di fermare l’ingenuo ragazzo, all’oscuro di tutto... Dopo la tragica teatralità dell’episodio iniziale Otomo scrive, sotto la supervisione di Yoshiaki "Ninja Scroll" Kawajiri, questa gustosa, catastrofica commedia nera, e serve a Tensai Okamura un assist magnifico per imbastire un impatto grafico da bava alla bocca. Dal punto di vista visivo, infatti, La bomba pubbolente è un meraviglioso, frenetico, incontenibile susseguirsi di esplosioni, invenzioni registiche, apocalittica comicità, un fragoroso vortice di azione e colori. Dopo i primi simpaticamente amari minuti, dove il nostro povero protagonista inizia involontariamente a decimare la città con il fetore mortale che emana, quando entra in gioco l’esercito il nostro povero protagonista fugge, senza saperne il perché, da stormi di soldati agguerriti, colonne di carro armati, missili intelligenti e addirittura militari protetti da fantascientifici esoscheletri meccanici, continuando assurdamente a sfangarla. Si gioca sull’assurdità e sull’esasperazione di una situazione drammatica, la regia pirotecnica e roboante dà il giusto tono esaltato e inverosimile all’episodio, le animazioni da infarto completano un quadro molto divertente e, sebbene una maggior densità alla base narrativa non avrebbe affatto guastato, risulta tutto sommato riuscito.

Termina il trittico Carne da cannone: in una città-fortezza votata alla guerra, dove ogni abitazione dispone di armi e artiglieria pesante, dove tutti gli abitanti lavorano al fine di far funzionare il meccanismo bellico, e dove chiunque odia un fantomatico nemico invisibile a cui danno continuamente battaglia, un bimbo cresce con il mito del Generale, colui che, a capo dei combattenti, preme ogni giorno il pulsante che aziona un immenso cannone… Ispirato all’immortale 1984 di George Orwell, con Carne da cannone Otomo scrive e dirige un interessantissimo esperimento che non riesce a scintillare, né a convincere pienamente, ma che gratifica per inventiva e professionalità. Strutturato in un solo, lungo piano sequenza, e disegnato e animato con uno stile volutamente grottesco e spiazzante che richiama scenari sovietici e universi grafici di un’era perduta, in Carne da cannone assistiamo alla giornata tipo del piccolo protagonista, il cui desiderio più grande è di diventare, un giorno, il Generale in persona, e non, come il padre, un semplice, tormentato operaio che lavora nel gigantesco meccanismo necessario a mettere in funzione il super cannone. Evidente il messaggio antimilitarista e il ripudio della guerra, Otomo crea una magnifica, dettagliatissima ambientazione e opera bene nel rendere tanto altisonante e credibile la lotta verso questo nemico che mai si vede né, probabilmente, esiste. Carne da cannone sembra però più che altro un abbozzo, uno sfizio personale, un divertissment per testare determinate idee registiche e animative forse impossibili da mettere in pratica in altri progetti.


Riassumendo, abbiamo a che fare con tre mediometraggi ricchi di ottimi spunti, che piacciono però fino a un certo punto, colpa di una certa rapidità narrativa e di una sorta di mancanza di scopo che, in fondo, lascia indifferenti.

Voto: 6 su 10

lunedì 26 aprile 2010

Recensione: First Squad

FIRST SQUAD
Titolo originale: Первый отряд
Regia: Yoshiharu Ashino
Soggetto e sceneggiatura: Molot Entertainement (Aljosha Klimov, Misha Shprits)
Character Design: Hirofumi Nakata
Musiche: DJ Crush
Studio: Studio 4°C
Formato: film cinematografico (durata 72 min. circa)
Anno di uscita: 2009
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Sony

 
1942, Seconda Guerra Mondiale, Stalingrado. L'armata rossa resiste con fatica agli attacchi degli invasori tedeschi. All'ombra del conflitto si muove però un altro scenario di battaglia, quello tra i leggendari templari del barone von Wolff, evocati dai medium dell'esercito nazista, e una speciale unità russa dedita a ricerche sul paranormale. In quest'ultima entra presto a far parte la bella Nadja, dotata di intensi poteri spirituali, che per il bene della patria compie un pericoloso viaggio nell'aldilà...

First Squad è il classico film tanto ambizioso nelle intenzioni quanto deludente nella resa. Famoso per essere, più che altro, la prima, storica co-produzione animata nippo-russa, il lavoro del rinomato Studio 4°C si presenta inizialmente benissimo allo spettatore, con una confezione suggestiva, salvo scadere notevolmente sul piano contenutistico. Mediante un soggetto scritto dalla russa Molot Entertainment e con la consueta, eccellente cura nelle animazioni, lo studio ambienta nei campi di battaglia russi, ricostruiti con un gran gusto estetico e mirabilmente risaltati dalla fotografia, un'oscura storia di fantasmi, traendo spunto dal conosciuto e documentato interesse di nazisti e russi per riti pagani e ricerche sul paranormale (noti al grande pubblico sopratutto attraverso la saga cinematografica di Indiana Jones). Per dare risalto alla natura produttiva del progetto la lingua parlata è il russo e, addirittura, come chicca finale, la vicenda è spesso frammentata, quasi a suggerirne una natura semi-documentaristica, da inserti reali con storici e veterani che ricordano i tratti salienti della guerra, alla stregua di un mockumentary. Di un certo interesse storico per l'ambientazione e visivo per le evocative, fredde ambientazioni della tundra sovietica, First Squad trova però, all'infuori degli aspetti di originalità, un risultato abbastanza anonimo. La storia portante, già potenzialmente causa di storcere di nasi per il suo mescolare guerra, Storia e fantastico filtrato da estetica e sensibilità pienamente giapponesi - non mancano intermezzi di arti marziali e una protagonista che va in giro equipaggiata con una katana-, non è semplicemente convincente lungo il suo dipanarsi.

Se già l'idea della protagonista medium usata dall'Armata Rossa per richiamare spiriti di "compagni" in chiave anti-tedesca è ridicola nelle premesse - e le cosa peggiora quando partono le battaglie tra loro e i cavalieri templari nazisti -, non soddisfa le aspettative neppure la loro caratterizzazione: troppi per la breve durata dell'opera, personalità appena abozzate e poco interessanti, tanto che i vari decessi che si consumano non dicono niente. Non soddisfano poi ingenuità e sottigliezze varie, con una la lingua russa - inizialmente elemento di un certo stile - che perde tutto il suo carisma quando è usata per dare voce anche ai tedeschi, e gli intermezzi live coi reduci di guerra presenti in numero così elevato da spezzettare troppo l'azione divenendo presto snervanti. Ma il peggior problema di First Squad non può che essere l'incompletezza narrativa.


Non si pretende una storia meticolosamente chiusa in ogni aspetto, questo è chiaro, ma se si scomodano super villain, sicari carismatici e sopratutto spiriti e mostri, che senso ha dimenticarseli per strada nello svolgimento dell'intreccio? Tutto questo si nota nel finale improvviso che chiude il film quasi di punto in bianco e che non ha alcun interesse nel far venire al pettine la moltitudine di nodi evocati durante lo svolgimento della trama. Probabile fosse previsto un seguito, ma in assenza di questo la storia rimane chiaramente tronca e piena di sottotrame e personaggi non sviluppati. Ragione, questa, per cui in definitiva First Squad si ricorda unicamente come un intrigante progetto più per meriti visivi, storici e sonori che per vere ambizioni narrative. Facile farsi rapire dalla meraviglia grafica dei titoli d'apertura, dagli splendidi e innevati paesaggi russi, da treni, abbigliamenti, tecnologie, armi e architetture della Russia di metà 900 che vivono una seconda giovinezza grazie alla sontuosa ricostruzione visiva di Studio  4°C, ma è giusto un'oretta di meraviglia con cui rivivere la Seconda Grande Guerra attraverso gli inediti occhi dei comunisti, poco altro. Temo che in ambito cinematografico Il nemico alle porte, da solo e pure mancante del parlato sovietico, ha dato molto di più.

Voto: 6 su 10

lunedì 4 gennaio 2010

Recensione: Steamboy

STEAMBOY
Titolo originale: Steamboy
Regia: Katsuhiro Otomo
Soggetto: Katsuhiro Otomo
Sceneggiatura: Katsuhiro Otomo, Sadayuki Murai
Mechanical Design: Makoto Kobayashi
Musiche: Steve Jablonsky
Studio: Studio 4°C
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 122 min. circa)
Anno di uscita: 2004
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Sony

 
Manchester, 1866. Le ricerche scientifiche e tecnologiche mostrano progressi sempre più all’avanguardia e il giovane Ray Steam, piccolo genio meccanico, riceve una misteriosa sfera di metallo dalle qualità tecniche rivoluzionarie. L’oggetto è infatti molto ambito, sia dai ricercatori senza scrupoli che lavorano per Eddy, padre di Ray, che dagli scienziati che lavorano per lo stato. Ray, costretto a fuggire, viene però catturato e imprigionato nella gigantesca fabbrica di suo padre, dove vengono costruite incredibili macchine da guerra, pronte per essere vendute ai maggiori acquirenti di tutto il mondo. Alleatosi con suo nonno, Ray riesce a liberarsi ed è pronto a mettere fine, in un modo o nell’altro, alla follia del genitore.

Calato in un’insolita ambientazione anglosassone, Steamboy (2004), come suggerisce il titolo stesso, è il contributo nipponico, da parte del guru dell'animazione Katsuhiro Otomo, a un genere, lo steampunk, che sa sempre offrire trovate ingegnose e di fresca curiosità. E di intuizioni, Steamboy ne cattura molte, per poi frullarle e rilasciarle in una sensazionale meraviglia visiva, che permette alla tecnica animativa dagli occhi a mandorla di raggiungere uno dei suoi vertici massimi.

Lo stupore di fronte a un simile incanto colorato è continuo, un inarrestabile crescendo di animazioni strepitose che più di una volta sbalordiscono per tecnica, precisione, esuberanza. Sequenze impressionanti come l’inseguimento della motrice, l’assalto degli androidi di latta o ancora la ventata di fumi ghiacciati che ibernano Manchester sono momenti che fanno brillare gli occhi grazie a una resa visiva, e a un vincente connubio di disegni e creatività, che addirittura annichilisce, stordisce, ubriaca. È il risultato di un film che assume, sedici anni dopo Akira (1988), il primato di essere il più costoso kolossal della Storia dell'animazione nipponica, con 180.000 disegni, 440 sequenze in CG e un budget di quasi 2 miliardi e mezzo di yen. Otomo già dai tempi di Memories (1995) comincia a pensare a una storia ambientata nella Londra vittoriana che parli di macchine a vapore, e deve lavorare dieci anni per permettere al sogno di diventare realtà, mettendo insieme uno staff artistico di livello clamoroso (addirittura Steve Jablonsky alle musiche, il pupillo del compositore hollywoodiano Hans Zimmer) e le più avveniristiche tecnologie per riprodurre in modo perfetto gli sbuffi di fumo, veri protagonisti della pellicola nel trionfo tecnico della parte finale. Ma se la straordinaria perfezione visiva è caratteristica fondamentale e, per certi versi, prevedibile in un lavoro cinematografico targato Otomo, è lecito aspettarsi una maggior solidità narrativa, che permetta a Steamboy di garantire incredulità anche laddove l’eccellente animazione deve scansarsi per far posto alla trama. E così, purtroppo, non avviene, ben giustificando all'epoca la tiepida accoglienza di critica e pubblico.


Il lavoro a quattro mani di Otomo e Sadayuki Murai riesce solo in parte, e questo grazie a un soggetto di per sé insolito, che a una riuscita prima metà avventurosa fa seguire un secondo tempo spiazzante dove si ribaltano i ruoli (niente più buoni con cui schierarsi e cattivi da odiare, ma solo due perfide facce della stessa medaglia sociale) e l’azione diventa necessaria per rappresentare una lunghissima battaglia tra androidi di terra, androidi subacquei, aeroplani, navi da guerra, cannoni e molto, molto altro ancora. Ciò che non sempre scorre con la dovuta fluidità è un intreccio che, complice il montaggio terribilmente incerto di Takeshi Seyama, che taglia e incolla scene con imbarazzante dondolio, lascia un leggero amaro in bocca per una certa superficialità nel marchiare i caratteri (impossibile, in questo caso, la coerenza nella progressione intellettiva di Scarlett o nella follia del padre di Ray) e nel mordere laddove la stupore animativo ruba ogni centimetro di pellicola (la macchina da guerra definitiva).

Non che questo aspetto influisca poi molto in un film che, inutile negarlo, punta quasi tutto soltanto sulla resa grafica, e infatti la piacevolezza nel seguire queste due ore abbondanti è sempre garantita, ma dispiace percepire una certa esitazione narrativa, soprattutto perché si tratta di una lacuna che, dati i nomi coinvolti, poteva essere facilmente evitata. Un lungometraggio visivamente magnificente che, però, pur con le sue aspirazioni adulte (con le classiche morale sul potere cinico della scienza che non si pone limiti nello stuprare la natura), paga tutto lo splendore tecnico nei riguardi di una storia che non decolla praticamente mai.

Voto: 6 su 10

lunedì 21 dicembre 2009

Recensione: Detroit Metal City

DETROIT METAL CITY
Titolo originale: Detroit Metal City
Regia: Hiroshi Nagahama
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Kiminori Wakasugi)
Character Design: Hidekazu Shimamura
Musiche: Yasuo Higuchi
Studio: Studio 4°C
Formato: serie OVA di 12 episodi (durata ep. 13 min. circa)
Anno di uscita: 2008

 
Soichi Negishi, ragazzo alla moda e amante del mieloso pop svedese, si ritrova contro la sua volontà a essere il leader dei Detroit Metal City, death metal band che sta riscuotendo un successo inimmaginabile in Giappone. Johannes Krauser II, questo il nome del suo alter ego, è però uno psicopatico, che scrive testi inneggianti all’omicidio, allo stupro e alla violenza. Succube di questa doppia personalità, Soichi si caccia in un sacco di guai.

Il parere del Corà

Era inevitabile che le matite nipponiche, dato il successo spropositato ottenuto con il manga, animassero Johannes Krauser II e soci, donandogli voci, movimenti e soprattutto musiche, aspetti che, per ovvie caratteristiche, il fumetto non poteva offrire. Ma proprio per mezzo del trionfo ottenuto da Wakasugi Kiminori e dai suoi disegni era lecito attendersi una trasposizione animata meno spartana e statica.

Abbiamo infatti a che fare con una semplice copiatura delle vignette, a cui sono stati aggiunti colori e animazioni minimali (i vari personaggi sembrano burattini che vengono mossi in maniera scattosa e limitata). Da un lato, appare una scelta quanto meno originale: l’impostazione è insolita, con uno schermo nero sul quale vengono ritagliati rettangoli di varie dimensioni in cui prende vita l’azione, e il gioco di taglia e cuci, supersonico, rende il ritmo molto veloce ed efficace. Dall’altro, però, l’eccessiva staticità dei personaggi lascia terribilmente insoddisfatti, soprattutto pensando alla fedeltà delle disavventure di Soichi con la controparte cartacea. Zero sorprese e zero sussulti, e per quanto le gag tragicomiche e politicamente scorrette abbiano mantenuto la stessa verve, il malcontento esigerà i suoi sacrifici. Tutta un’altra storia invece le canzoni, aspetto su cui la produzione ha incentrato i maggiori sforzi. I brani dei Detroit Metal City, com’era logico aspettarsi, sono bordate death’n’roll veloci e trascinanti, ricche di rallentamenti groove irresistibili e refrain memorizzabili al primo ascolto (quel Satsugai, Satsugai seyo – letteralmente, Trucida, trucidalo – della canzone d’apertura è già anthem). C’è spazio anche per un paio di canzonette pop, mielose e orecchiabili, nate dalla chitarra del Soichi solista: stupide e bambinesche quanto basta, sono intervalli perfetti ed esilaranti tra un fuck e l’altro. Eccellente anche il doppiaggio, su cui svetta, naturalmente, la doppia voce di Soichi/Krauser, tanto ridicola, infantile e incerta quando è il turno del mocciosetto amante del pop, quanto roca, carismatica e demoniaca quando veste i panni del leader dei Detroit Metal City.

 

Dispiace quindi che, per un prodotto così carismatico, sia stato riservato un trattamento fin troppo veloce ed essenziale, ma la natura comica di Detroit Metal City è per fortuna rimasta inalterata e tra ottime musiche, voci splendide ed effettiva breve durata complessiva della serie, si può lasciarsi vincere dalla curiosità e scatenarsi con il death metal di Johannes Krauser II e compari. Resta il fatto che il live action omonimo (tra gli attori spunta nientemeno che Gene Simmons nella parte dell’imperatore del black metal, Jack III Dark) supera, e di gran lunga, questo gradevole ma povero anime. Fate quindi i vostri conti prima di sottoporvi a questa cura rigenerante di death metal e parolacce.

Voto: 5,5 su 10

Il parere del Mistè

Ogni tanto scoppiano i casi di anime-rivelazione che creano adepti in ogni dove. Detroit Metal City è uno di questi: disegnato con un tratto elementare da un quasi esordiente Kiminori Wakasugi, ha i suoi natali nel 2005 sulla rivista Young Animal, ottenendo quasi immediatamente un successo tanto strepitoso da superare in popolarità addirittura Sua maestà Berserk. La genesi del mito.

Il black e death sono le categorie più estreme dell'heavy metal, contraddistinte da riff velocissimi, cantato bestiale e lyrics sataniche. Si scherza spesso sugli ascoltatori di questa musica, ovviamente accostati a satanisti, barboni, estremisti, nazisti et similia (fanno la sua parte nel favorire queste categorizzazioni anche le storie di sangue di gruppi norvegesi come Mayhem e Burzum). È da queste premesse che Detroit Metal City gioca le sue carte, rappresentando una parodia del genere, una voluta estremizzazione di tutti i luoghi comuni conosciuti nell'equazione metal = satanismo. Per fare questo Kiminori Wakasugi crea un "metal monster" cattivissimo e adorabile, Johannes Krauser II, trovando in lui il perfetto protagonista per un un forbito manuale di esilaranti volgarità, tra gare di parolacce, perle demoniache (grumi di catarro sputati addosso al nemico di turno) e altre memorabili schifezze, al contempo cantando e suonando esilaranti canzoni truci ("Ieri ho stuprato mia madre! Domani massacro mio padre!") e rendendosi protagonista di gag politicamente scorrette al massimo concernenti droga, falli, oscenità, stupri e ogni genere di nefandezza.

Scontata e inevitabile la serie animata che, trasponendo con fedeltà assoluta numerosi episodi dei primi due volumi del manga, in ordine sparso, fa conoscere a un pubblico sempre più vasto le divertenti schifezze di Krauser, per la gioia di grandi e piccini. Ci si collega qui alla premessa d'apertura: per quanto eccezionalmente esilarante e per quanto Detroit Metal City anime creerà altre legioni di fan sottomessi al culto della personalità di Krauser (originando così un bottage pubblicitario di enormi dimensioni: non si contano cd musicali di veri artisti che omaggeranno i DMC e verrà, addirittura, girato un film live di due ore con la partecipazione straordinaria di Gene Simmons), si parla di un prodotto che non convince pienamente vista la bassa caratura tecnica, a prescindere dal premio di miglior serie OVA del 2009 vinto al Tokyo International Anime Fair. Non convince l'addolcimento delle gag più cattive sulle droghe, ma sopratutto non convincono le animazioni.


Se il chara design, identico a quello del manga, è da premiare, non si può fare lo stesso con la scelta stilistica e ruffiana di omaggiarlo in ambito registico replicandone le stesse vignette, limitandosi a colorarle e animarle con pochi frame. Una furbizia per mascherare completamente il budget bassissimo con cui Detroit Metal City è prodotto, e se la cosa é imperdonabile su un Saint Seiya The Hades Chapter - Inferno qualsiasi, non può non esserlo anche qui. Peccato, perché animato con un budget nella media probabilmente Detroit Metal City verrebbe fuori una signora serie comica, così è "solamente" un accettabile antipasto, che per i fan trova ragione d'essere per il favoloso comparto musicale fondato su trascinanti brani heavy/death metal di assoluto valore. Il voto è un compromesso: un 7 pieno per chi non ha mai visto o letto nulla di Detroit Metal City, un 6 scarso per i fan che in esso troveranno solo un'ottima OST e storie che già conoscono. Fortunatamente, la comicità che decreta l'immenso successo della storia rimane inalterata e in questo campo la produzione ha ben pochi rivali, low budget o meno.

Voto: 6 su 10

ALTERNATE RETELLING
Detroit Metal City: Birth of the Metal Devil (2008; special tv)

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