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martedì 25 ottobre 2011

Recensione: Paprika - Sognando un sogno

PAPRIKA: SOGNANDO UN SOGNO
Titolo originale: Paprika
Regia: Satoshi Kon
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Yasutaka Tsutsui)
Sceneggiatura: Seishi Minakami, Satoshi Kon
Character Design: Masashi Ando
Musiche: Susumu Hirasawa
Studio: Mad House
Formato: film cinematografico (durata 87 min. circa)
Anno di trasmissione: 2006
Disponibilità: edizione italiana in dvd & blu-ray a cura di Sony


In un vicino futuro la scienza permette, coi suoi progressi, addirittura di "registrare" i sogni delle persone per poterli analizzare in ambito psichiatrico. Non entrate ancora ufficialmente in produzione, le apparecchiature predefinite a tal scopo diventano un'arma di terrore quando sono trafugate e usate, da un misterioso terrorista, per far "sognare a occhi aperti" gli individui portandoli così alla follia. La dottoressa Atsuko Chiba, sotto le vesti del suo avatar "onirico" Paprika, inizia a indagare...

Si sa, quello visionario è il campo tematico prediletto da Satoshi Kon. Per questo non stupisce riconoscere in Paprika, il suo tristemente ultimo lungometraggio da regista, l'apoteosi finale della sua poetica, una storia che parla di sogni ed è ambientata nel loro mondo. Opera ibasata, come Perfect Blue e Tokyo Godfathers, su un soggetto non originale (in questo caso l'omonimo thriller letterario di Yasutaka Tsutsui), ma realizzata con tutta la cura estetica e tecnica proprie del regista, che ancora una volta parla, con classe, della sua adorata realtà metafisica.

Tocca ammettere, purtroppo, che il soggetto, al di là del tema onirico, si riconduce a una qualsiasi delle incarnazioni di Ghost in the Shell (un terrorista/hacker tramite sogni/virus si introduce nella psiche di moltitudini di persone per farle impazzire, e per andare a stanarlo Motoko/Paprika entra lei stessa nel cyberspazio/sogno), generando un generale senso di déjà-vu che impedisce al film di ambire a un'eccessiva originalità, ma il senso di già visto è decisamente smussato dal delizioso tocco visionario del regista, che trova, per ovvie ragioni, l'occasione di esprimere senza freni esibitori la sua carica allucinata. Paprika è sintetizzabile, in effetti, come pura follia visiva, un trip cervellotico di immagini bizzarre e nonsense grafico come eserciti di giocattoli dalle movenze convulse, bambole inquietanti, elettrodomestici posseduti e amene musiche da circo; ma anche di visioni più sottili e inquietanti, date da timori ancestrali che possono essere moniti per il futuro o anche scorci di vita reale. Un frammentarsi di reale e intangibile che rende la storia, altresì semplicistica, caotica. Perché sì, Paprika si riduce essenzialmente alle indagini di due gruppi di personaggi (lei e il detective Toshimi Konakawa) per scoprire il misterioso boogeyman che sta facendo impazzire le persone, ma entrambi si muovono per la maggior parte nel confine tra realtà del sogno: difficile stabilire quando agiscono nella vita reale e quando no, e questa voluta scelta per spiazzare lo spettatore porta la visione a risultare fin da subito impegnativa e, per questo, stimolante.


Immersi così nelle atmosfere lisergiche del film si apprezza come di consueto la bravura di Kon nell'ammaliare l'occhio con visioni surreali, da incubo e da fiaba, ben sorrette dalle - come al solito - eccellenti animazioni Mad House che ben spiegano i ben tre anni di realizzazione del film, ma duole constare come alla fine, pur con un ottimo gradimento generale e la piacevole "fatica" di seguire la storia nelle sue false piste, quest'ultima si riveli, stringando, ancora più semplicistica di quello che già è, preferendo spingere, nel finale, sul pedale dello spettacolo grafico per sopperire a una conclusione che si poteva dare con mezz'ora di anticipo. "The Bigger the Better" è rispettato, ecco quindi che le atmosfere bizzarre e inquietanti fanno posto a cattivi macchietta e pure a distruzioni apocalittiche, caos e fusioni tra realtà e fantasia capaci di distruggere il mondo, un parossismo che fa cadere le braccia e sembra pure indegno del regista, fortunatamente non così orribile da ridimensionare tutto il film.

Convincono, infatti, quei scorci del "vero" Kon, intimista e umano, che qua e là si stagliano: nell'eroina bitchy alla ricerca di una dimensione esistenziale più serena; nel frustrato detective Konakawa che deve affrontare i fantasmi dolorosi del passato; nell'amore sincero che può sbocciare da una bella donna anche verso un gigantesco obeso. Tratti tipicamente "koniani" che danno sollievo e dignità a un prodotto forse un po' troppo eccessivo nella forma e troppo sopravvalutato dalla consueta grandinata di premi, ma, per resa e atmosfere, tutto sommato degno del nome del regista che si porta.

Voto: 7 su 10

lunedì 3 ottobre 2011

Recensione: Ani-Kuri 15

ANI-KURI 15
Titolo originale: Ani-Kuri 15
Regia: Mahiro Maeda, Range Murata & Tatsuya Yabuta, Atsushi Takeuchi, Akemi Hayashi, Mamoru Oshii, Michael Arias, Satoshi Kon, Tobira Oda & Yasuyuki Shimizu, Makoto Shinkai, Shojiro Nishimi, Kazuto Nakazawa, Shoji Kawamori, Yasufumi Soejima, Shinji Kimura, Osamu Kobayashi
Studio: GONZO, Production I.G, GAINAX, Studio 4°C, Mad House, ComixWave, SATELIGHT
Formato: serie tv di 15 episodi (durata ep. 1 min. circa)
Anni di uscita: 2007 - 2008


Progetto innovativo e dalle grandi potenzialità Ani-Kuri 15, antologia di corti animati che, insieme ai due Genius Party quasi contemporanei, celebra il genio di alcuni dei più importanti animatori e registi anime contemporanei. Basato su tre "stagioni" animate da 5 episodi l'una, puntate dirette ciascuna da uno degli artisti ingaggiati e realizzate dai loro studi d'animazione prediletti, Ani-kuri 15 (abbreviazione di "Anime" e "Creators") stupisce sopratutto per la durata di ogni suo segmento: solo 1 minuto. Sessanta secondi nel quale ogni star cerca di imprimere la sua impronta personale, in tracce che possono essere visionarie, leggere o anche densissime di avvenimenti, un libero sfogo alla fantasia che partorisce un'opera interessante e autoriale.

Si ha inizio con Princess Onmitsu di Mahiro "Gankutsuou" Maeda e animato da GONZO, che più di ogni altra traccia frigge i neuroni raccontando con inumana velocità una storia avventurosa. Un minuto in cui la principessa omonima viene assalita da ninja assassini, il suo servitore robotico la difende, lei si trasforma col suo completo da battaglia, vincono la battaglia e hanno anche il tempo di affrontare il capo dei sicari che risiede in una nave volante e che tenta di conquistare con avances la ragazza. Tutto iper-dinamico e con dialoghi praticamente urlati e quasi incomprensibili. L'esplosione di colori vivaci e la follia garantiscono divertimento. Sempre GONZO anima Gyrospter di Range Murata e Tatsuya Yabuta, realizzato completamente con sua solita, onnipresente CG che abbiamo un po' tutti imparato a odiare. Una ragazza, con l'ausilio di una futuristica navicella, vola sopra a una maestosa architettura acquatica sospesa nel vuoto, in uno scenario fantasy/steampunk estremamente suggestivo. Peccato che poi tutto esplode senza senso, e la vicenda si chiuda in modo enigmatico e incolore.

Buono Wandaba Kiss di Atsushi Takeuchi e Production I.G: per ricevere il bacio della piccola Wandaba, il tenero bimbo protagonista deve superare una prova di coraggio diventando la pedina "umana" di una gigantesca macchina di Rube Goldberg. Intermezzo piacevole, sopratutto perché realizzato con chara bambinesco e color pastello in linea con le atmosfere sognanti che vuole evocare.

Accompagnato da una malinconica canzone, From the Other Side of the Tears di Akemi Hayashi e GAINAX narra lo strazio di una ragazza che ha appena chiuso col suo tipo. Un episodio abbastanza dimenticabile, ma almeno lo straziante brano musicale è piacevole da ascoltare. Risultato altrettanto negativo è Project Mermaid, forse il più deludente tra tutti se si considera che è realizzato da Oshii e Production I.G, rappresentando uno dei titoli di richiamo dell'intero progetto. Una sirena attraversa il cyberspazio fino a fuoriuscire nella realtà. E quindi? Tutto realizzato in CG vuota e fondali cibernetici insignificanti. Va bene che il regista si è costruito la fama sul cyberpunk del Ghost in the Shell animato, ma qui è palese la mancanza di ispirazione.

Frolicking di Michael Arias (Studio 4°C) si basa anch'esso sul nulla, ma è deliziosamente visionario: nelle sterminate campagne verdi di uno scenario indefinito e seducente, un gruppo di bambini gioca e corre insieme a un gigantesco automa. Atmosfere e ambientazioni che ricordano il Laputa del Castello nel cielo di Hayao Miyazaki, meravigliando con la stessa efficacia. Buon risultato anche l'episodio di Satoshi Kon, il suo tristemente ultimo lavoro da regista. Good Morning parla di una ragazza nel bel mezzo della veglia, in attesa di alzarsi dal letto, fare la doccia e prepararsi a iniziare una nuova giornata. Ben diretto e dal caratteristico stile grafico delle produzioni del regista, rappresenta benissimo le sensazioni provate quando ci si sveglia e non si riesce a connettere il cervello con le azioni che si stanno compiendo.

 
Sports Colonel Episode 18: The Assassin Comes to Hunt in the Mountains!! è la storia di un karateka, Colonnello, inseguito da un assassino chiamato Paul che per qualche motivo vuole ucciderlo. Cercando di evitare di mettere di mezzo i suoi due animali che lo seguono, un corvo e un orso, il protagonista andrà incontro a una ridicola sorte... "Bizzarro" è l'aggettivo giusto per definire l'episodio, realizzato com'è in un alienante b/n "fumettoso". Di Tobira Oda e Yasuyuki Shimizu, realizzato da Studio 4°C.

A Gathering of Cats è uno dei momenti migliori di Ani-Kuri 15: col consueto tratto dolce che gli compete, Makoto Shinkai torna a parlare dei sentimenti di un gatto verso i suoi padroni, riprendendo Lei e il gatto però in un'alternativa versione comica e a colori, visto che l'episodio parla dei divertenti sogni vendicativi del felino la cui coda viene continuamente pestata, inavvertitamente, dagli umani. Divertente e graficamente delizioso, realizzato da Comix Wave Film.

Invasion from Space: Hiroshi's Case è la storia di una navicella spaziale che, precipitata nella camera di un ragazzo (Hiroshi appunto), lo distrae ripetutamente facendo rumori, fino a squagliarsela al momento opportuno. Sketch anonimo e disegnato in modo poco interessante (sembra il tratto di Beavis & Butt-Head), ma interessante registicamente, realizzato com'è  in una singola inquadratura. Di Shojiro Nishimi e Studio 4°C. Altrettanto sperimentale è Yururu: Daily Chapter, di Kazuto Nakazawa e Studio 4°C, ripresa velocizzata del disegno di un fotogramma da parte di un animatore. Immagine che verrà poi colorata come risultato finale.

Un altro dei segmenti più riusciti è quello di Shoji "Macross" Kawamori, che nell'arco di sessanta secondi torna raccontare storie di robottoni con Project Omega, mostrando in che modo l'emittente televisiva NHK si difende dalla caduta di un asteroide. Divertente e realizzato con inserti di ottima CG dalla solita, grande SATELIGHT esperta nel settore. Computer graphic che invece non splende affatto in Heat Man di Yasufumi Sohjima, subito successivo ed episodio meno riuscito in assoluto: la confusionaria storiellina, ancora una volta a opera di GONZO e sempre in una CG mal fatta (al livello dei filmati della prima PlayStation), di una tribù indigena che affronta una belva posseduta da un qualche spirito... Curiosamente la puntata dopo è al contrario quella migliore: Attack of Azuma Area #2 è una divertente parodia delle invasioni extraterrestri americane anni 50, animata in una curiosa e multiforme CG, colma di umorismo demenziale e che si prende in giro da sola. Di Shinji Kimura e Studio 4°C.


Chiude l'opera il divertente Sancha Blues di Osamu Kobayashi e Mad House, che dopo BECK tornano ad ambientare una storia nel mondo della musica. Usufruendo di un originale chara designer "graffittaro", Sancha Blues ci fa conoscere un divertente vecchietto, proprietario di un negozio di dischi, che si sfrega le mani compiaciuto ogni qualvolta entra un cliente.

Ani-Kuri 15 non sarà, per concludere, nulla di epocale o di chissà che elevatissimo livello, ma trasuda carisma e, vista la sua breve durata e il senso di bizzarro che fa respirare in ognuna delle sue tracce, riesce davvero a dare forma e sostanza a 15 universi narrativi di grande fantasia che si fanno ricordare.

Voto: 7 su 10

lunedì 24 gennaio 2011

Recensione: Memories

MEMORIES
Titolo originale: Memories
Regia: Koji Morimoto, Tensai Okamura, Katsuhiro Otomo
Soggetto : Katsuhiro Otomo (basato sul suo fumetto originale)
Sceneggiatura: Satoshi Kon, Katsuhiro Otomo
Character Design: Katsuhiro Otomo
Musiche: Yoko Kanno, Jun Miyaki, Hiroyuki Nagashima
Studio: Studio 4°C, Mad House
Formato: lungometraggio cinematografico (durata ep. 30 min. circa)
Anno di uscita: 1995
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Columbia Tristar


Progetto sentito e messo in piedi da Katsuhiro Otomo che nel 1995 lo cura meticolosamente in ogni aspetto, Memories è un prodotto di strabiliante qualità grafica ma tutt’altro che perfetto da un punto di vista squisitamente narrativo, nonostante veda coinvolti nomi altisonanti dell’animazione come lui, Satoshi Kon, Yoko Kanno e Yoshiaki Kawajiri. A meno che non ci sia una precisa costruzione portante, un’attenta e significativa configurazione, trovo ahimè abbastanza insipido il concetto di un film a episodi: in questo insieme di mini-storie a sé stanti, mancanti di un ordine generale, di collegamenti strutturali e, come in questo caso, anche di un tema comune nonostante il titolo indicasse tale direzione, fatico a vederci un nesso, a ravvisare un’idea vincente. Memories presenta infatti tre episodi, ma nonostante la comunque piacevole visione complessiva, dovuta forse più che altro alle straordinarie, straordinarie animazioni, resta più che altro un certo amaro in bocca nel vedere, soprattutto nelle prime due parti, buone idee sacrificate sull’altare di un basso minutaggio quando, da sole, avrebbero potuto reggere un intero film.

In La rosa magnetica, tratto dal breve e omonimo fumetto dello stesso Otomo (pubblicato in Italia da Star Comics nell'antologia Memorie), un’astronave addetta al recupero dei detriti spaziali riceve un disperato segnale d’aiuto. L’equipaggio, un po’ sospettoso, si reca alla sorgente del messaggio, uno stranissimo ammasso di frammenti metallici: una volta entrati, vengono catturati da una continua serie di visioni che alterano l’ambiente, mentre la voce di una famosa cantante lirica sembra piangere un amore perduto e allo stesso tempo guidarli da un incubo all’altro… Scritto da Satoshi Kon per la regia di Koji Marimoto, delle tre parti del progetto è indubbiamente la più ambiziosa e altrettanto indubbiamente quella che necessitava di più spazio e minor compressione per esprimere in pieno le proprie potenzialità. Ispirato alla straziante storia d’amore vissuta da Maria Callas, da fantascienza pura, ricca di inaspettate suggestioni horror (l’esplorazione iniziale), La rosa magnetica diventa presto un lungo, straniante, obliquo trip onirico. Lo spettatore rimbalza infatti da uno scenario inspiegabile a un altro (un rigoglioso giardino, un sala settecentesca, l’abitazione di uno degli astronauti) e, così come i poveri protagonisti, prima della giusta svolta finale non riesce mai ad afferrare le redini della situazione, ritrovandosi spaesato, ubriacato da flashback improvvisi e bruschi ribaltamenti. Se l’idea è notevole e il fascino onirico crea una perfetta atmosfera di mistero e inquietudine, manca tuttavia un certo mordente narrativo: troppo elevata la velocità di narrazione, troppo aspri i cambiamenti visivi, e ciò comporta una sorta di caos sì voluto ma non perfettamente controllato, elemento che lascia in parte insoddisfatti.


Si cambia registro con La bomba puzzolente: venuto accidentalmente in contatto con un virus letale, al quale è immune grazie a un raffreddore, un giovane chimico tontolone si aggira per Tokyo ignaro di stare sterminando migliaia di persone. Governo ed esercito intervengono al più presto, ma nessuno sembra in grado di fermare l’ingenuo ragazzo, all’oscuro di tutto... Dopo la tragica teatralità dell’episodio iniziale Otomo scrive, sotto la supervisione di Yoshiaki "Ninja Scroll" Kawajiri, questa gustosa, catastrofica commedia nera, e serve a Tensai Okamura un assist magnifico per imbastire un impatto grafico da bava alla bocca. Dal punto di vista visivo, infatti, La bomba pubbolente è un meraviglioso, frenetico, incontenibile susseguirsi di esplosioni, invenzioni registiche, apocalittica comicità, un fragoroso vortice di azione e colori. Dopo i primi simpaticamente amari minuti, dove il nostro povero protagonista inizia involontariamente a decimare la città con il fetore mortale che emana, quando entra in gioco l’esercito il nostro povero protagonista fugge, senza saperne il perché, da stormi di soldati agguerriti, colonne di carro armati, missili intelligenti e addirittura militari protetti da fantascientifici esoscheletri meccanici, continuando assurdamente a sfangarla. Si gioca sull’assurdità e sull’esasperazione di una situazione drammatica, la regia pirotecnica e roboante dà il giusto tono esaltato e inverosimile all’episodio, le animazioni da infarto completano un quadro molto divertente e, sebbene una maggior densità alla base narrativa non avrebbe affatto guastato, risulta tutto sommato riuscito.

Termina il trittico Carne da cannone: in una città-fortezza votata alla guerra, dove ogni abitazione dispone di armi e artiglieria pesante, dove tutti gli abitanti lavorano al fine di far funzionare il meccanismo bellico, e dove chiunque odia un fantomatico nemico invisibile a cui danno continuamente battaglia, un bimbo cresce con il mito del Generale, colui che, a capo dei combattenti, preme ogni giorno il pulsante che aziona un immenso cannone… Ispirato all’immortale 1984 di George Orwell, con Carne da cannone Otomo scrive e dirige un interessantissimo esperimento che non riesce a scintillare, né a convincere pienamente, ma che gratifica per inventiva e professionalità. Strutturato in un solo, lungo piano sequenza, e disegnato e animato con uno stile volutamente grottesco e spiazzante che richiama scenari sovietici e universi grafici di un’era perduta, in Carne da cannone assistiamo alla giornata tipo del piccolo protagonista, il cui desiderio più grande è di diventare, un giorno, il Generale in persona, e non, come il padre, un semplice, tormentato operaio che lavora nel gigantesco meccanismo necessario a mettere in funzione il super cannone. Evidente il messaggio antimilitarista e il ripudio della guerra, Otomo crea una magnifica, dettagliatissima ambientazione e opera bene nel rendere tanto altisonante e credibile la lotta verso questo nemico che mai si vede né, probabilmente, esiste. Carne da cannone sembra però più che altro un abbozzo, uno sfizio personale, un divertissment per testare determinate idee registiche e animative forse impossibili da mettere in pratica in altri progetti.


Riassumendo, abbiamo a che fare con tre mediometraggi ricchi di ottimi spunti, che piacciono però fino a un certo punto, colpa di una certa rapidità narrativa e di una sorta di mancanza di scopo che, in fondo, lascia indifferenti.

Voto: 6 su 10

lunedì 17 gennaio 2011

Recensione: Paranoia Agent

PARANOIA AGENT
Titolo originale: Mousou Dairinin
Regia: Satoshi Kon
Soggetto: Satoshi Kon
Sceneggiatura: Seishi Minakami
Character Design: Masashi Ando
Musiche: Susumu Hirasawa
Studio: Mad House
Formato: serie televisiva di 13 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2004
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Panini Video



Tsukiko Sagi è una famosa disegnatrice dalla cui penna è nata la mascotte Maromi, amatissima in tutto il Giappone. Una sera, mentre torna a casa, viene aggredita da un ragazzino sui pattini a rotelle che impugna una mazza da baseball. Due detective, il burbero Ikari e il giovane Maniwa, si mettono subito sulle tracce del criminale, ribattezzato Shonen Bat, che, giorno dopo giorno, continua a mietere le sue vittime e a sfuggire sorridente alle forze dell'ordine. Chi è veramente? Qual è il suo progetto?

Paranoia Agent (2004) è la prima, e purtroppo unica, incursione televisiva del compianto Satoshi Kon. Opera folle e multigenere, costantemente in bilico tra momenti di tensione e divertenti parentesi, capace di abbracciare tanto l’horror quanto il fantasy, sfaccettata e critica nei confronti dell’iperattiva società giapponese, è, come ogni altro lavoro del maestro recentemente scomparso, una straordinaria, iperbolica, visionaria miscela di realtà e sogno, concretezza e schizofrenia onirica. Kon ne firma soggetto e regia, lasciando l’ottima sceneggiatura a Seishi Minakami e il chara design a Masashi Ando, e graffia, stupisce, commuove, scuote, incanta.

Paranoia Agent è strutturato in 13 episodi, molti dei quali autoconclusivi, che dilatano, gonfiano, approfondiscono una vicenda che, nei momenti iniziali, sembra essere un semplice thriller venato di elementi soprannaturali. Ogni puntata presenta infatti uno o più nuovi personaggi, costruisce attorno a loro storie spesso a se stanti, singole avventure che studiano e analizzano personalità, comportamenti, idee e modi di vivere sia dei veri protagonisti dell’opera (Tsukiko e i due detective) sia dei comprimari, più o meno importanti ai fini dell’intreccio prettamente thrilleristico. Avremo pertanto vicende che esulano totalmente (i due studenti Shogo e Yuuichi, l’insegnate Maria, i tre ragazzi che tentano disperatamente di suicidarsi), ma che completano un mosaico estremamente complesso, dove le coincidenze inattese si sprecano, dove si scoprono raggiri e doppie vite, storie nelle quali il mistero legato a Shonen Bat è fattore scatenante, è una miccia che si accende, è una rabbia che esplode, è un segreto che viene svelato.


Ne nasce così uno schema insolito e progressivamente curioso, ogni episodio scavalca il precedente e cambia le carte in tavola, le capovolge, mostra cosa c’è dietro lo specchio, e di volta in volta muta i colori della serie: dal meccanismo investigativo iniziale alla parodia videoludica, dalla commedia tragicomica al dramma legato a sessualità e pedofilia, per terminare con clamoroso accento supereroistico e una fragorosa tentazione catastrofica, e ancora molto, molto altro. In tutto questo universo, in tutte le sue sfumature, è facile perdersi domandandosi quale sia la direzione da seguire, soprattutto quando vengono innestate certe enigmatiche parentesi oniriche, se ci sia un vero filo conduttore o se si tratti di puro compiacimento artistico nel destrutturare le vicende, nel richiamarle a tradimento, nel presentarle in una veste che verrà tolta più e più volte. Ma ogni elemento, pur non essendo sempre necessario alla trama in sé, è importante, se non fondamentale, nella creazione simbolica dello scenario globale, così, così, così simile alla triste realtà di tutti i giorni. Ad esempio un episodio come ETC, dove quattro signore si perdono in chiacchiere sui possibili delitti commessi da Shonen Bat, pur, di fatto, bloccando la storia, diventa vitale per capire le proporzioni del mito del criminale sui pattini, come si sia espanso, fin dove abbia ferito con i suoi artigli. Una vicenda invece come quella raccontata in Maromi dolce-sonno, un noir autoconclusivo in parte scollegato dal plot principale ma fortissima critica all’industria dell’animazione, è essenziale per comprendere uno degli scopi che spinge Shonen Bat a uccidere, ad ammazzare anche là dove Ikari e Maniwa non possono raggiungerlo, dove nessuno, in realtà, può raggiungerlo. E via così.

Un’originale catena di eventi, un imprevedibile susseguirsi della trama, un’inarrestabile macchina che obbliga a spingere il tasto play in continuazione, per vedere cosa succede nell’episodio successivo, come Kon camufferà la storia, come collegherà certe situazioni, come farà a inserire nuovi elementi ancora, come dissezionerà la cultura nipponica parlando di frenetico consumismo, spietata economia, isolamento suicida, chiusura mentale. E il motivo stesso che guida Shonen Bat a impugnare la mazza da baseball, la spinta che lo porta a spaccare teste di persone che apparentemente nulla hanno in comune, è puro, potentissimo simbolismo.


Ci si potrebbe addentrare ancora e ancora nel mondo di Paranoia Agent, sviscerare puntata dopo puntata perché tutte recipienti di messaggi ed estrosità creativa, ma si entrerebbe in territori spoileranti e si toglierebbe il piacere della visione, un piacere che inizia sin dalla splendida e sperimentale opening, un pezzo irresistibile più volte richiamato nell’opera, un piacere che continua con gli splendidi disegni, tanto realistici quanto caricaturali, e le fantastiche animazioni, di altissimo livello, curate da Madhouse. Paranoia Agent è un’opera da vedere, da vedere nonostante la difficoltà, la bizzarria, questo stravagante ma intelligente e profondissimo modo di raccontarci (perché questo in fondo fa Kon) il Giappone e il mondo intero.

Voto: 8 su 10

mercoledì 13 ottobre 2010

Recensione: Tokyo Godfathers

TOKYO GODFATHERS
Titolo originale: Tokyo Godfathers
Regia: Satoshi Kon
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Peter B. Kyne)
Sceneggiatura: Keiko Nobumoto, Satoshi Kon
Character Design: Kenichi Konishi, Satoshi Kon
Musiche: Keiichi Suzuki
Studio: Mad House
Formato: film cinematografico (durata 92 min. circa)
Anno di uscita: 2003
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Sony


È impossibile rimanere indifferenti all'affresco di umanità rappresentato da Tokyo Godfathers, terzo film di Satoshi Kon che ne attesta definitivamente la grandezza artistica con uno stuolo di premi e riconoscimenti internazionali. Per chi scrive, ciò che colpisce maggiomente del compianto autore è la fiducia incrollabile che ha fino alla fine nella vita e nelle virtù morali dell'uomo: nelle sue storie la società industriale, sia essa opprimente (Perfect Blue) o intollerante (La Stirpe della Sirena, Millennium Actress), non riesce mai a estirpare i sentimenti più nobili dell'essere umano, che ne sia un ingranaggio o addirittura schiavo. E Tokyo Godfathers, pur film di degrado, di sporcizia, di intolleranza, e di tutti quei tratti che caratterizzano l'altra facciata della moderna società del consumo, è film sulla speranza, sull'amore, sul cameratismo, sulla fiducia nei sentimenti virtuosi.

Settimo adattamento filmico - il primo nipponico - del famoso romanzo The Three Godfathers di Peter B. Kyne, Tokyo Godfathers è la storia di tre straccioni: Gin, barbone acolizzato, padre di famiglia decaduto; Hana, travestito emarginato; e Miyuki, ragazzina ribelle fuggita di casa. Tre malandati individui che hanno perso tutto e vivono di espedienti per arrivare al giorno dopo, dormendo tra rifiuti e litigando con altri reietti per il possesso di cibo. La notte di Natale trovano una neonata abbandonata nella spazzatura. Decidono insieme di cercare i suoi genitori, esplorando l'immensa metropoli di Tokyo. La loro odissea, seppur scandita da amara ironia, sarà un viaggio nel lato più nascosto della moderna civiltà: alle prese con yakuza, bar di travestitismo, teppisti violenti, e, sopratutto, il disgusto e l'intolleranza del borghese medio. Eppure, alla fine, la violenza e i pregiudizi che li colpiscono non li portano mai a desistere dal loro proposito, e in un trionfo di umanità continuano la loro apparentemente impossibile impresa. Più che una storia, Tokyo Godfathers è la glorificazione della nobiltà d'animo dell'essere umano: nessuno costringe Gin, Hana e Miyuki a cercare i genitori della piccola Kiyoko (nome provvisorio dato alla piccola), ma pur non avendo niente da guadagnarci e neanche da perdere, decidono di compiere un'azione valorosa affinché anche la loro miserevole esistenza abbia un perché, riuscendo a ritagliarsi il ruolo di eroi e a fare finalmente i conti con il proprio passato.


Un film drammatico nel suo background, ma scritto coi toni della commedia, brioso e in più punti divertentissimo grazie alla simpatia degli eroi, ai loro battibecchi e alla fantastica pantomina. Un altro lungometraggio, come quello precedente, che ha il pregio, enorme, di raccontare una storia d'effetto che fa ridere, commuove e rende felici senza inventarsi chissà che vicende improbabili o sensazionalistiche, ma premendo il pedale sulla forza del racconto, sul sense of wonder, sui sentimenti, sulle caratterizzazioni. Contenutisticamente è il lavoro filmico più in sintonia con l'ottimismo e la buffa ironia del Satoshi Kon mangaka (basti vedere il tenore dei racconti che formano il volume L'eredità dei sogni, pubblicato in Italia da Planet Manga), seppur distantissimo, dal punto di vista formale, da Perfect Blue e Millennium Acress. Rispetto loro Tokyo Godfathers è diretto in modo più tradizionale e, pur non abbandonando abituali tecniche cinematografiche, abbandona del tutto le famose sequenze visionarie marchio del regista, forse per permettere maggior immediatezza nella trama o anche solo per mire più internazionali del film.

Rimane una gemma, che con i classici disegni meravigliosi di Kon, la splendida fotografia e le animazioni magistrali di Mad House si erge facilmente a miglior lungometraggio d'animazione nipponico del 2003. Insieme a Millennium Actress, il must see per eccellenza di Satoshi Kon.

Voto: 9 su 10

mercoledì 6 ottobre 2010

Recensione: Millennium Actress

MILLENIUM ACTRESS
Titolo originale: Sennen Joyū
Regia: Satoshi Kon
Soggetto: Satoshi Kon
Sceneggiatura: Satoshi Kon, Sadayuki Murai
Character Design: Satoshi Kon, Takeshi Honda
Musiche: Susumu Hirasawa
Studio: Mad House
Formato: film cinematografico (durata 87 min. circa)
Anno di uscita: 2001
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Passworld

 
La ristrutturazione di alcuni studios televisivi, da parte del presidente Gen'ya Tachibana, porta alla scoperta di una misteriosa chiave appartenuta all'attrice Chiyoko Fujiwara, da decenni ritiratisi a vita privata. Da sempre infatuato di Chiyoko, Gen'ya decide di sfruttare l'occasione per girare un documentario su di lei, organizzando un'intervista-fiume. Il film si risolve con lei, ormai 74enne, che racconta l'incredibile storia della sua vita, in cui realtà e fantasia si intrecciano: quella chiave è legata alla sua giovinezza, quando da bambina decise di fare l'attrice per inseguire un tormentato sogno d'amore con un ribelle antigovernativo...

Al suo solo secondo lavoro da regista Satoshi Kon realizza certamente, con Millennium Actress, il film più rappresentativo della carriera e della sua poetica, una storia dove dare libero sfogo al suo estro visionario nell'intrecciare realtà, tempo e spazio in sequenze visionarie che sono una gioia per gli occhi. L'idea del racconto dell'anziana attrice è il pretesto per un affettuoso tuffo nel mondo del cinema, dove la giovinezza di Chiyoko è vissuta attraverso tutti i set cinematografici nei quali ha lavorato. Se il lungo racconto ha inizio negli anni 30, quelli dell'imperialismo giapponese dove lei è ancora una ragazzina, successivamente, nel suo prosieguo - quando cioè si sposta a Taiwan per inseguire il suo sogno lavorativo - le ambientazioni vengono calate nell'epoca feudale Meiji, focus del suo primo film, per poi abbracciare visioni da noir, science fiction e così via, in un intrigante seguirsi di visioni celebrative della sua carriera. Un resoconto che spazia tra più epoche, in cui realtà e immaginazione si fondono frammentando passato e presente in un originale gioco di specchi. Intrigante, sopratutto visto che in questi flashback "a tema" non solo Chiyoko, ma anche Gen' ya e il suo aiutante cameramen appaiono e interagiscono, segno che nel presente stanno vivendo l'intenso racconto dell'anziana attrice. Quello che però rappresenta la vera anima di Millennium Actress, più della visionarietà, più delle straordinarie immagini, più della commovente colonna sonora elettronica di Susumu Hirasawa, più dell'inedito sguardo moderno con cui il Giappone odierno rivede il periodo Shōwa, è la delicatezza del suo messaggio. Non è solo la storia di Chiyoko, è la storia dell'Amore visto nella sua sfaccettatura più insolita, quello del sentimento amato in quanto tale. La donna insegue per tutta la vita il suo amato anche quando ha ormai capito che non avrà più alcuna speranza di poterlo abbracciare. La sua è una vita dedicata all'inseguimento di un sogno, e sarà proprio la chiave ad aprire i ricordi del suo cuore facendola arrivare a tale scoperta.


Millennium Actress è film che parla di amore e si fa amare, uno di quei lavori d'autore per cui è facile spiegarsi perché il cinema è arte. Commovente nei suoi messaggi, commovente negli spunti di riflessione di cui è costellato (la vecchiaia, la gioventù, ma anche il ritratto storico di più epoche), commovente nel design elegantissimo e curato in fondali e personaggi, con il chara design di Kon e Takeshi Honda che scolpisce visi, rigorosamente orientaleggianti, di estrema bellezza e umanità. La sensazione interiore che evoca il film è di tranquillità e pace assoluta, una serenità dell'animo che dà ottimismo e mette in pace con se stessi e con il mondo, le qualità più importanti di un autore che, come Kon, fino alla fine ha amato la vita: nonostante i dolori che dà, è bella per chi sa accettarne la durezza e le eventuali ingiustizie come quella che distrugge l'amore di Chiyoko. Anche se è difficile essere completamente d'accordo con una simile visione, non si può non invidiare chi come Kon ha detto, pensato e ribadito questo credendoci fino alla fine, morendo anch'esso in modo ingiusto a un'età così giovane.

Un film, Millennium Actress, di una bellezza tale da annichilire le piccolezze di sceneggiatura, come le difficoltà che talvolta si provano a seguire il dramma di Chiyoko attraverso le mille ambientazioni storiche e i continui siparietti umoristici, talvolta stucchevoli, di Gen' ya e del suo cameramen. Ma rimangono giusto quisquilie. Non è forse il capolavoro del regista ma poco ci manca, e trasuda ugualmente umanità e poesia come nelle sue opere migliori, senza contare le animazioni Mad House che, coerentemente con le ambizioni della pellicola, sono come di consueto di magnifica fludità e realismo. Al punto che rinunciare a una visione simile sarebbe davvero triste, per qualsiasi appassionato di cinema. Lavoro che giustamente ha meritato il suo successo di pubblico e sopratutto di critica, vincendo svariati premi tra cui quello di miglior film d'animazione al Fantasia Film Festival di Montreal (secondo riconoscimento dopo quello di Perfect Blue) e il rinomato Ofuji Award al Mainichi Film Awards.


Uscito in Italia grazie a Passoworld, con un colpevole ritardo di sette anni rispetto al Paese d'origine. Può almeno usufruire di un adattamento perfetto e di un gran lavoro di doppiaggio, una localizzazione una volta tanto di elevato livello che non fa perdere di un'unghia in pathos la forza espressiva del racconto.

Voto: 8 su 10

venerdì 7 maggio 2010

Recensione: Perfect Blue

PERFECT BLUE
Titolo originale: Perfect Blue
Regia: Satoshi Kon
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Yoshikazu Takeuchi)
Sceneggiatura: Sadayuki Murai
Character Design: Hisashi Eguchi (originale), Hideki Hamasu, Satoshi Kon
Musiche: Masahiro Ikumi
Studio: Mad House
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 80 min. circa)
Anno di uscita: 1997
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Yamato Video

 
Mima Kirigoe, idol affermata, decide di ritirarsi dal mondo musicale per tentare una carriera cinematografica. Nonostante molti fan critichino una scelta così azzardata la ragazza ottiene una piccola parte in una serie tv dalle atmosfere lugubri e violente. E mentre, per esigenze di trama, si ritrova a posare per molte, difficili scene di nudo, alcuni sanguinari omicidi sconvolgono la sua vita: sembra che l’assassino stia prendendo di mira la crew del serial, ma tutti brancolano nel buio, e lei, terrorizzata dal comportamento di un terribile ammiratore stalker, non sa più distinguere la realtà dalla fantasia...

L’acclamato esordio di Satoshi Kon del 1997 è pellicola che potrebbe apparentemente prendere in contropiede per certi spunti di partenza alquanto banali: una cantante di successo che decide di vestire nuovi ruoli; un orrendo, disgustoso fan che sembra pedinarla ovunque lei vada, e terribili omicidi sul set di lavoro, che colpiscono proprio chi la costringe alle parti più scomode. Siamo però su campi narrativi di estrema raffinatezza, dove un soggetto, tratto dal romanzo omonimo di Yoshikazu Takeuchi, per quanto semplice e derivativo, è scheletro essenziale nonché funzionale di una coralità di registri e soluzioni che rendono Perfect Blue forte e sicuro fin dai primi minuti.

Grande spessore psicologico e potente resa visiva permettono così di lasciarsi affascinare da questi temi che, sebbene prevedibili, colpiscono per rara eccellenza dialogica e per notevole estro registico. Merito di Sadayuki Murai, sceneggiatore del film che dopo Perfect Blue si incammina in una strada costellata di soddisfazioni e riconoscimenti. Ma sono sopratutto le sfumature oniriche, che nella seconda metà del film prendono il sopravvento, ad arricchire l'accento visionario, già di suo incontenibile. Kon vi lega la sua poetica, immergendo i suoi attori - quasi sempre i protagonisti - in una dimensione sospesa tra realtà e sogno: stratagemma sì classico ma realizzato però con furba maestria nel trasmettere la psiche vicina al tracollo dell'angosciata Mima. Interessante notare poi come il regista non freni dinanzi a ghiotte esplosioni di sangue e lunghe scene di nudo, entrambe costruite con un certo, disturbante tocco poetico che confluisce in un’atmosfera perennemente cupa e minacciosa, risaltata anche da un montaggio incalzante. La discesa oscura in cui precipita Mima è garantita infatti da un crescendo opprimente, dapprima bilanciato da sequenze ariose, che poi sfumano totalmente in un tono grigio, denso come nebbia. Stupisce infine la rivelazione conclusiva e la scoperta dell’assassino, identità a parere di chi scrive tenuta magistralmente nascosta per tutta la pellicola: era facile aspettarsi, timorosi o meno, una potente esplosione onirica che portasse completo disordine mentale e visivo, ma si è scelto invece per un vincente esito realistico che sciolga tutti i nodi intrecciati. Finale che, splendido, collega la pellicola ai migliori film di De Palma e Argento, come riconosciuto in tutti i festival in cui l'opera primeggia, compreso il Fantasia International Film Festival di Montreal dove quell'anno è premiata come miglior lungometraggio asiatico.


Poco da dire sul comparto tecnico: splendido il chara design di Kon e Hamasu, armonioso e preciso e che scivola piacevolmente sul grottesco caricaturale nell’accentuare alcune personalità, ed eccellenti le animazioni fornite da Mad House. Film intenso e magnetico nonostante un’idea iniziale che, a quindici anni dalla sua realizzazione, potrebbe non incuriosire a sufficienza, Perfect Blue merita visione attenta e vissuta. Unico rammarico, e non da poco, l'elemento horror che risalterebbe tanto, tanto di più in un film con bravi attori in carne e ossa. L'opera nasce ufficialmente così nel 1995, salvo trasformarsi in una serie OVA affidata alle mani di Katsuhiro Otomo dopo il terremoto di Kobe che rende impraticabili i teatri di posa. Alla fine l'autore decide di trasformare ulteriormente la serie in un film d'animazione, affidandone la regia al suo assistente Kon e limitandosi alla supervisione. Il film-live uscirà finalmente nel 2002 (Perfect Blue: Yume nara samete), penalizzato però da una forte piattezza interpretativa.

Voto: 7 su 10

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