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lunedì 7 aprile 2014

Recensione: KILL La KILL

KILL LA KILL
Titolo originale: KILL La KILL
Regia: Hiroyuki Imaishi
Soggetto: Trigger
Sceneggiatura: Kazuki Nakashima
Character Design: Sushio
Musiche: Hiroyuki Sawano
Studio: Trigger
Formato: serie televisiva di 24 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 2013 - 2014

 

Primo progetto televisivo del neonato studio Trigger, fondato nel 2011 dal regista d'oro di GAINAX, Hiroyuki Imaishi, e il collega Masahiko Ohtsuka, KILL La KILL è ora la serie televisiva sulla bocca di tutti, pompata da un immenso hype e che sicuramente tornerà a far parlare di sè nei prossimi tempi con manga, film riassuntivi e ogni altra amenità. E come molte opere di successo a tavolino, create fin dal principio per far parlare di sè, offre il fianco a tante, tante di quelle critiche che è quasi incredibile l'enorme popolarità che ha riscosso, solo perché "figlioccia" dell'altrettanto importante successo di costume Gurren Lagann, da cui riprende il design "cartoonesco" e deforme, il regista e la sceneggiatrice principale. Ma KILL La KILL, pur con alcuni innegabili meriti, è una visione semplicemente pesantissima, capace di sprofondare lo spettatore, nelle fasi avanzate della storia, in un abisso apatico raramente eguagliato.

A scanso di equivoci, non si sta parlando di un titolo che vuole prendersi sul serio: l'opera è completamente disimpegnata, ponendosi per l'ennesima volta (contando i "trascorsi" GAINAX dello staff) come parodia/omaggio a stili, tendenze e mode assimilati negli ultimi anni dall'animazione, in particolar modo quella action. Il soggetto non può che essere esilissimo, derivativo dai classici Mazinger Z e Kekko Kamen di Go Nagai: la scatenata Ryuuko Motoi riceve in eredità dal nonno morente, ucciso da un misterioso sicario, una potente arma (un incrocio fra una forbice e una spada), apprendendo che la soluzione del mistero risiede nella gigantesca città-stato-accademia di Honnouji, gestita con pugno di ferro dal consiglio studentesco a cui fa capo la carismatica spadaccina Satsuki Kiryuin. Per scoprire che fine ha fatto l'altra arma complementare creata dal nonno, e apprendere chi è stato ad assassinarlo, Ryuuko dovrà sconfiggere tutti i club della scuola fino ad arrivare a Satsuki. Le armi di combattimento della storia sono uniformi speciali, di svariate tipologie di classi, che donano inauduti super-poteri a chi le indossa: per affrontare i vari uomini di Satsuki anche Ryuuko, oltre alla spada-forbice, dovrà adeguarsi a indossare una battle-suit. Nel suo caso sarà un (s)vestito senziente e porcellone, Senketsu.

KILL La KILL, senza nessuna pretesa narrativa, vuole porsi come un one-man show di Hiroyuki Imaishi, pronto a replicare, da Gurren Lagann, la sua regia indiavolata e funambolica. Il primo episodio è emblematico: una sarabanda di animazioni spacca-mascella, continuative e di una fluidità sconvolgente, si sposano con un ritmo freneticissimo (vola da una sequenza all'altra uccidendo le lungaggini), inquadrature vertiginose e straordinarie idee visive, basate su sangue che sprizza a geyser in deliri plasmatici, titoli di armi/trasformazioni/power-up affidati a enormi kanji rossi che occupano quasi tutto lo schermo, trasformazioni e "vestizioni" che avvengono in un'orgia di colori e chiccherie, etc. Il talento dell'artista nello strabiliare l'occhio è fuori questione, per tutta la durata della serie non manca di sfoderare sequenze d'azione stupefacenti, post-moderne, con esplosioni e distruzioni che frantumano lo schermo in mille pezzi, armi che stridono facendo tremare le pareti, lottatori che partecipano agli scontri altrui buttandosi nella mischia in modo improvviso e urlato, mazzate di una fisicità possente e battaglie acrobatiche, dalle coreografie sempre più creative e impossibili (palle da tennis assassine, amplificatori musicali che esplodono in onde d'urto da 100.000 hz, armature biologiche, informatici che lottano da dentro il cyberspazio etc, ogni follia umanamente concepibile), che hanno luogo in terra come in cielo, filmate da ogni altezza, luogo e angolatura possibile. Il solo lavoro di Imaishi costituisce la forte autorialità del titolo. A contribuire ulteriormente alla riuscita grafica è il deforme, colorato e altrettanto stiloso chara design di Sushio, che come in Gurren Lagann sembra essere il più adatto a venire valorizzato dalla direzione del regista, eccellente anche nel caratterizzare tutti i combattenti con look, pose e uniformi/armature carismatiche, ispirate alle mode e al folklore action, degne di un picchiaduro. Questa perizia basta e avanza a determinare come KILL La KILL sia destinato a fare scuola, tanto che i numerosi inserti ecchi (poppe e mutandine sbandierate in ogni dove e quando, le succintissime uniformi da combattimento di Ryuuko e Satsuki, ambigui rapporti sensuali fra questa e sua madre etc.) si potevano anche evitare, non aggiungono niente limitandosi a volgarizzare il contesto per far presa sul solito target otaku.


Esteticamente, KILL La KILL farà clamore. In ogni altro aspetto, è un fallimento. Ventiquattro episodi sono odiosamente troppi per un simile, totale vuoto narrativo, ampiamente prevedibile in ogni risvolto e che inciampa anche nella banalità di riciclare nel suo plot gli stessi colpi di scena fondamentali di Gurren Lagann (non certo inventati da GAINAX nel 2007, ma la sensazione di déjà vu scorre potente visto che buona parte del pubblico di KILL La KILL lo guarda  proprio perché ha amato il predecessore). A complicare le cose, la serie scade anche nella pochezza di un budget inadatto alle ambizioni: come facevano spesso i suoi predecessori nelle produzioni animate degli anni '70 (ad esempio Osamu Dezaki in Aim for the Ace!, citato anche visivamente nella figura di Mako, odiosa amica del cuore dell'eroina), Imaishi fa di tutto per sopperire ai scarsi fondi con le sue capacità registiche, ma senza riuscirci, perché la serie è una continua altalena fra tecnicismi superlativi e sequenze statiche affidate a inquadrature fisse, ricicli di animazione e gif. Il livello di spettacolarità dei dettagliati disegni è un buon specchietto per le allodole, ma crolla vistosamente quando la storia, più o meno a 1/3 del suo sviluppo, inizia a porre il suo unico interesse su infiniti combattimenti che mettono in piena luce il problema. Impostare il senso di un'opera sul solo estro registico di un genio non è una cattiva idea, ma non certo nell'ambito di un genere narrativo che prevede inevitabilmente un sacco di soldi, come l'action. Viene fuori, come in questo caso, solo una serie d'azione dove l'azione è spesso inguardabile: che concetto di intrattenimento si può perseguire offrendo combattimenti scattosi e mille gif? Il citato, primo fantasmagorico episodio è quasi un unicuum, raramente si rivedranno quei livelli, già la seconda puntata è più o meno imbarazzante (un tripudio di inserti flash e minimali spezzoni animati). I problemi di mancanza di yen, quando iniziano a farsi sentire, non abbandonano più la visione fino alla fine, decretando uno dei motivi più importanti del fallimentare risultato finale. Sarebbe bastato ridurre la durata della serie da 24 a 12/13 episodi per evitare di disperdere troppo i fondi, magari evitando di sprecare intere puntate a sviluppare l'insignificante "trama", ma la lungimiranza evidentemente non ha pagato in casa Trigger.

Anche a livello di umorismo, sfortunatamente, KILL La KILL è fonte più di dolori che gioie. Inizialmente il solito apparato citazionistico di tradizione GAINAX, la creatività di alcune avventure demenziali/satiriche e svariate, riuscite idee comiche (l'immancabile recap, narrato sotto forma di velocissimo riassunto orale; la rivelazione su chi sono i veri nemici da battere che minacciano la Terra; l'organizzazione partigiana di nudisti e le loro esilaranti macchine da guerra; power-up mai così infiniti) sono fonte di risate spontanee, di soddisfazione per una parodia del genere action molto allegra e ispirata. Peccato si tratti di elementi sparuti e che spariscono poco tempo tempo. Le successive quindici puntate replicano ad eternum le stesse cose, 2/3 idee che fanno sorridere la prima volta, poi diventano indifferenti e infine snervanti e odiose: gli onnipresenti siparietti petulanti di Mako; le gag della sua famiglia che non fa altro che mangiare; gli spogliarelli del capo dei nudisti; le luci violacee che evidenziano i punti "critici" della sua nudità, le facce buffe di uno dei sottoposti di Satsuki... A metà visione, le non-animazioni nei combattimenti e l'odio per gag viste milioni di volte portano a una noia terribile, a non vedere l'ora che la serie finisca. A questo punto non saranno le puntate finali, che estremizzano l'azione a livelli apocalittici degni dei fasti di Gurren Lagann e Diebuster, a fare la differenza e a riscattare una visione tra le più mortifere del 2013.


Si può capire come a più di qualcuno il magnetico carisma grafico/registico di KILL La KILL, i suoi personaggi cliché volutamente estremizzati, la fantasia negli scontri e la filosofia action "urlatissima" e iper-potenziata possano piacere molto o addirittura tantissimo, così come l'opera di dissacrazione del genere. Ma francamente, pur ammettendo tutte queste cose, chi scrive non se la sente di dare anche solo una sufficienza stentata a un prodotto che, stiloso quanto si vuole, per gran parte della sua durata è un totale vuoto empatico, la suprema voglia di spegnere lo schermo.

Voto: 5 su 10

lunedì 19 settembre 2011

Recensione: Dead Leaves

DEAD LEAVES
Titolo originale: Dead Ribu
Regia: Hiroyuki Imaishi
Soggetto: Imai Toonz
Sceneggiatura: Takeichi Honda
Character Design: Hiroyuki Imaishi
Musiche: Daisuke Asakura, Fusanobu Fujiyama, Yoshihiro Ike
Studio: Production I.G
Formato: mediometraggio cinematografico (durata 50 min. circa)
Anno di uscita: 2004

 
Retro e Pandy, due strambi criminali, si risvegliano nudi e senza memoria in un luogo sconosciuto. Dopo una rapina in quel di Tokyo per recuperare soldi, cibo e vestiti, sono catturati dalle autorità e spediti nella prigione Dead Leaves, situata in una Luna ormai distrutta. Lì, i prigionieri vengono costretti a bizzarri lavori forzati e corporali, e Retro e Pandy, tra i quali sta sbocciando l’amore, non hanno alcuna intenzione di passare il resto della loro esistenza rinchiusi. Dopo una bollente notte di sesso, decidono così di organizzare una fuga…

Prima di strabiliare il mondo intero con le prodezze visive di Gurren Lagann (2007), prima di ripugnare chi ne attendeva il folle ritorno con l’umorismo straordinariamente cattivo di Panty and Stocking with Garterbelt (2010), quando, insomma, era “solo” un addetto ai lavori con una lunga carriera di assistente in innumerevoli serie, Hiroyuki Imaishi esordiva con questo Dead Leaves, ideato da Imai Toonz futuro mecha designer di Gurren Lagann, assurdo film di un’ora nel quale già si respiravano le intricate, mirabolanti intuizioni registiche che sarebbero presto diventate suo inconfondibile marchio di fabbrica.

Con un’impostazione grafica per certi versi simile all’american style di Panty and Stocking with Garterbelt, con il quale condivide l’estremismo umoristico dato da personaggi sghembi, squadrati, ingabbiati in fattezze deformed che ne risaltano comportamenti e lati caratteriali, Dead Leaves non perde tempo a mettere sul piatto bizzarre portate fatte di un protagonista con una televisione al posto della testa (FLCL docet), una prigione situata su un’impossibile luna semi-distrutta, una serie di personaggi stravaganti con enormi trivelle al posto del pene (elemento poi ripreso felicemente da Gurrenn Lagann) e un macchinario nel quale i detenuti possono fare solo la quantità stabilita di cacca altrimenti vengono uccisi (!). Se possiamo sommariamente definire l’opera come un’indiavolata storia d’amore tra Retro e Pandy con contorno di prigionieri e cavie della pazza combriccola di reclusi, Dead Leaves riesce ad andare tranquillamente oltre a ogni definizione. Troviamo in primis il già citato, stralunato stile grafico, impreziosito da colori scuri (prevalgono il blu e il nero), forti, saturi, estremamente cupi e freddi nonostante la spigliata atmosfera ironica; poi un’impressionante livello splatter e una generale cattiveria nel rapido e sanguinoso body count con corpi che esplodono, perdono pezzi, vengono mutilati senza pietà e con una resa drammatica incredibilmente riuscita sebbene una certa demenzialità non venga mai meno. Infine, ovviamente, il lavoro di Imaishi in cabina di regia.


Furioso, iperveloce, dinamico, pazzo, frentico, privo di limiti, Imaishi dirige come se si trovasse su montagne russe dotate di soli giri della morte. Non un attimo di respiro nell’oretta scarsa di durata: tra sparatorie, esplosioni, morti accidentali e smembramenti si viene investiti da un treno di inaudita velocità che ti scaraventa sulle pareti, ti calpesta e ti rigira a suo piacimento. E l’intreccio, semplice ma un po’ confuso e non del tutto chiarito negli spiegoni finali, risulta in fondo irrilevante di fronte a una tale forza visiva, un motore registico che trascina l’intera opera con una rocambolesca serie di invenzioni che giocano ora sulle allusioni sessuali (onnipresenti, a dire il vero, con varie morbosità, velati tocchi ecchi e simpatiche malizie), ora sugli aspetti più disgustosi del corpo umano e relativi funzionamenti.

Nonostante la buona impressione, Dead Leaves non è ancora comunque un lavoro esemplare come lo saranno le due successive opere di Imaishi. Una grezza spigolosità, una sorta di mancanza di scopo e soprattutto una certa gratuità che, qua e là, appare ingenuamente, fanno di Dead Leaves soltanto un’interessante opera prima e con ampi margini di miglioramento, ma complice la produzione di Production I.G. e il dinamitardo senso del ritmo si lascia guardare con estremo piacere e un gran sorriso sul volto.

Voto: 7 su 10

venerdì 8 luglio 2011

Recensione: Panty & Stocking with Garterbelt

PANTY & STOCKING WITH GARTERBELT
Titolo originale: Panty & Stocking with Garterbelt
Regia: Hiroyuki Imaishi
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Tagro)
Sceneggiatura: Geek Fleet
Character Design: Atsushi Nishigori
Musiche: Taku Takahashi
Studio: GAINAX
Formato: serie televisiva di 13 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2010

 
Nella peccaminosa Darten City le sorelle Panty e Stocking, angeli cacciati dal paradiso perché poco ligi alle regole, formano con il prete omosessuale Gartebelt una task force impegnata a uccidere i Ghost, repellenti creature demoniache inviate dalle loro acerrime nemiche, le diavolesse Scanty e Kneesock.

Ritorno attesissimo, quello di Hiroyuki Imaishi, che a due anni dal successo stellare di Gurren Lagann (2007) preferisce però retrocedere sui propri passi, rispolverare certe atmosfere ideate con l’esordio Dead Leaves (2004) e indirizzarsi su lidi erotico-demenziali cari alla GAINAX, invece di continuare nella sperimentazione robotico-visiva intrapresa con una delle serie mecha più originali di sempre. Ciò non toglie l’irresistibile, sporcacciona, divertentissima resa finale di Panty and Stocking with Garterbelt, che pur comodamente coccolata dall’esuberante verve comica sfoggiata dallo stravagante studio nipponico nella maggior parte delle sue produzioni, riesce nel (forse) impossibile compito di rinnovarsi pur raccontando le solite cose, sfruttando le solite allusioni sessuali e parodizzando i soliti film.

Impostato come un qualsiasi titolo sfornato da Cartoon Network, a partire dai personaggi super deformed, i disegni squadrati e spigolosi attorniati da uno spesso tratto nero e il doppio episodio per puntata introdotto da una brevissima sigla e rapidi credits degli autori, Panty and Stocking with Garterbelt si presenta, appunto, come la consueta serie demenziale GAINAX, urlata e sfacciata, zeppa di volgarità scollacciate e buffa violenza. In realtà, pur fossilizzandosi su semplici one shot con un monster-of-the-week da distruggere, ogni episodio di Panty and Stocking with Garterbelt è magistralmente scritto e sorprendentemente diretto, tanto che man mano che la serie avanza, mostrando anche un irrilevante straccio di trama generale (niente più che un esile legame tra protagonisti e antagonisti per giustificare la loro lotta), è facile stupirsi di fronte a singole storie di apparente, assurdo squallore (mostri generati da feci, vomito, sperma e muco sono all’ordine del giorno) che però nascondono intricate sceneggiature, spaventose mitologie e complicati meccanismi generativi.


Basterebbe il solo episodio incentrato sugli spermatozoi demoniaci, aperto da un prologo stupefacente, per meravigliarsi di fronte alla genialità creativa dello staff capitanato da Imaishi. Tonnellate di volgarità, spesso disgustose e di difficile digestione (l’episodio sullo scaccolamento che provoca piacere sessuale è rivoltante come poche cose viste ever), oceani di vomito, fiumi di escrementi, barili di sangue e qualsiasi altro tipo di fluido umano, e ancora scoregge, rutti e infiniti riferimenti carnali per niente velati, eppure Panty and Stocking with Garterbelt non scade mai nel patetico autocompiacimento, nella pietosa forzatura dell’eccesso a tutti i costi, traboccando invece di idee e ingegnosità, spunti vincenti e brillanti che sanno farsi narrativamente valere con un’ironia politicamente scorretta, cattiva e perversa, anche senza citare l’impressionante lavoro registico che domina i 26 mini-episodi complessivi. Fedele alle regole dell’animazione a stelle e strisce, Panty and Stocking with Garterbelt sfrutta un budget non troppo elevato sfoggiando animazioni minimali e disegni caotici e potenzialmente poco piacevoli, ma attraverso un’ispirata, funambolica regia, che propone surfate trasversali e continui movimenti parabolici, l’essenzialità diventa sbalorditiva, instancabile serie di invenzioni, privilegiando ora la ricchezza di dettagli (la puntata sugli zombi) ora la sperimentazione (l’inquadratura unica, senza stacchi, per l’intero episodio in cui Panty e Stocking cazzeggiano sul divano in attesa dell’arrivo di Garterbelt, oppure la puntata realizzata con disegni tradizionali) ora la totale follia (il triplo episodio dedicato al cane Chuck, che parodizza il 3D e il post-modernismo -!!!-, o la puntata-videoclip musicale).

Il pregio principale dell’opera rimane però, naturalmente, la spigliata caratterizzazione del duo protagonista e del duo comprimario. Tanto la ninfomane Panty è provocante nel trasformare le mutandine in pistole e a scorrazzare in giro con chiappe e tette al vento, tanto è dolce Stocking nella sua golosità di zucchero e merendine: la loro è una coppia efficace e riuscita, ben bilanciata nei relativi eccessi, e forse solo nella puntata in cui Stocking trova l’amore la serie scade lievemente nella comicità più becera e banale. Accanto a loro, Garterbelt, prete negro di due metri con capigliatura afro, spiccate tendenze sodomite e passioni BDSM, e Geek Boy, consueto sfigatello nerd, balbuziente e imbranato, il cui amore verso Panty lo conduce a devastanti pazzie comiche. Non sempre riuscito è invece Chuck, piuttosto irritante nel suo continuo e molesto abbaiare, con il quale Imaishi tenta l’ennesima strada demenziale (Chuck muore più volte nel corso di ogni puntata, spesso in maniere disgustose e micidiali) senza però centrare in pieno il bersaglio, salvo il geniale trittico a esso dedicato. Molto divertenti infine le due antagoniste, Scanty e Kneesock, sexy diavolesse accecate da una rabbia incontrollabile che le costringe a errori madornali e relative, violentissime conseguenze.


In un ritmo scoppiettante e indiavolato, ben supportato inoltre da una OST pop-dance danzereccia, tamarra e martellante, si giunge così all’episodio conclusivo, riuscito mix di catastrofica epicità e solenne depravazione sessuale, dove peni giganti devono infilarsi in città-vagine e solo dei maestri del sadomaso possono salvare il mondo (!!!), e si rimane piuttosto sorpresi nello scoprire il bizzarro epilogo, un colpo allo stomaco assolutamente impensabile, data la natura dell’opera, che non può che far sperare verso un’annunciata, anche se forse solo per simpatico tranello, seconda serie.

Voto: 8 su 10

lunedì 17 maggio 2010

Recensione: Gurren Lagann - The Lights in the Sky are Stars

GURREN LAGANN: THE LIGHTS IN THE SKY ARE STARS
Titolo originale: Gekijōban Tengen Toppa Gurren Lagann - Lagann-hen
Regia: Hiroyuki Imaishi, Masahiko Otsuka
Soggetto: GAINAX
Sceneggiatura: Kazuki Nakashima
Character Design: Atsushi Nishigori
Mechanical Design: You Yoshinari
Musiche: Taku Iwasaki
Studio: GAINAX
Formato: film cinematografico (durata 125 min. circa)
Anno di uscita: 2009
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Dynit


Sono passati sette anni dalla caduta dell'impero dei gunmen: Simon e la Brigata Gurren ne hanno eretto sulle macerie Kamina City, che in quest'arco di tempo è cresciuta fino a divenire una megalopoli ricca e industrializzata. Oggi Simon e Nia pensano al matrimonio, ma presto scopriranno con orrore perché re Rasen costringeva gli uomini a vivere sottoterra: per impedire loro di civilizzarsi e progredire tecnologicamente, cosa che avrebbe spaventando il minaccioso popolo stellare degli Anti-Spiral portandolo a sentire in pericolo la supremazia nell'universo. Nia scoprirà di essere una di loro e, divenendone un emissario, recapiterà a Simon e compagni il minaccioso messaggio: gli Anti-Spiral condannano il Popolo della Spirale all'estinzione...

Alla distanza di un anno da Childhood's End esce The Lights in the Sky are Stars, secondo film della fortunatissima serie televisiva di Gurren Lagann. Il primo rinarrava a sufficienza, con tanto spettacolo in più, l'arco iniziale della storia, presentando bene i personaggi principali e infarcendo il tutto di ulteriori mattanze grafiche. Cosa aspettarsi dal lungometraggio che dovrebbe riassumere la parte più corposa, intricata e anche action della storia? Per alcuni versi eccellente e per altri accettabile, The Lights in the Sky è un altro gradevole film per chi non ha visto l'originale, ma sopratutto un super-cult per i fan, rappresentando, nelle sue quasi due ore di durata, l'apice supremo, in animazione, del concetto di mazzate robotiche.

Dimenticatevi i focus introspettivi originali, The Lights in the Sky li dimentica volutamente per strada riducendo al minimo spazio la macchiavellica personalità di Rossiu e le ragioni di Yoko, e utilizza il budget per privilegiare ancora più enfasi su combattimenti, esplosioni e fusioni gigantesche, rendendo il film un matrioska di colori ed effetti speciali che, in cambio di una caratterizzazione sui generis di quasi tutti i personaggi chiave, ulteriormente appiattiti dal primo film, dà vita ai più lunghi, frenetici, estenuanti e ammalianti combattimenti mai visti. Se era prevedibile uno snellimento degli infiniti scontri televisivi in virtù di maggior spessore psicologico generale, GAINAX prende tutti di contropiede potenziando selvaggiamente il comparto action, e The Lights in the Sky diventa un memorabile inno al fanservice robotico, alla sboroneria più estrema e alle soluzioni registiche più incredibili.


Invenzioni grafiche, orge di esplosioni apocalittiche, trip psichedelici a base di cazzotti e powerball che si scontrano con violenza esorbitante in un caleidoscopo di colori sgargianti, lunghissimi piano sequenza, una regia frenetica dall'inizio alla fine che non conosce MAI pausa... La meraviglia visiva del film è impossibile da rendere a parole. Guardare questo film significa assistere alla summa visiva estrema del genere, la spettacolarità totale fatta film, con robot colossali che a furia di strabilianti trasformazioni e fusioni arriveranno a ingigantirsi fino a divenire più grandi dell'universo stesso (!), devastandosi a cazzotti in modo bestiale. Di grande impatto le aggiunte inedite: diversi personaggi questa volta non muoiono, e anzi partecipano allo scontro finale con il signore degli Anti-Spiral attraverso nuove memorabili evoluzioni del Lagann. Si arriva così al più lungo scontro finale tra robot di umana memoria, quasi 40 minuti di ininterrotte esplosioni e devastazioni.

Finale purtroppo identico all'originale (un sad ending terribilmente gratuito), ma il film va visto. Di certo per meriti NON narrativi e sotto questo punto di vista si potrebbe rinfacciare a GAINAX di non essere riuscita a migliorare i difetti dell'originale ampliandoli pure, ma volete perdervi la più grande sboronata mecha di tutti i tempi? Prima di qualsiasi altra cosa, The Lights in the Sky are Stars è un'esperienza.

Nota: per completezza con Childhood's End, nell'edizione italiana in dvd di The Lights in the Sky are Stars sono presenti i quattro episodi conclusivi dei Gurren Lagann Parallel Works.

Voto: 7 su 10

PREQUEL
Gurren Lagann: Childhood's End (2008; film)

RIFERIMENTO
Sfondamento dei cieli Gurren Lagann (2007, tv)

venerdì 1 gennaio 2010

Recensione: Gurren Lagann (Bilogia cinematografica)

GURREN LAGANN (BILOGIA CINEMATOGRAFICA)
Titoli originali: Gekijōban Tengen Toppa Gurren Lagann - Guren-hen; Gekijōban Tengen Toppa Gurren Lagann - Lagann-hen
Regia: Hiroyuki Imaishi
Soggetto: GAINAX
Sceneggiatura: Kazuki Nakashima
Character Design: Atsushi Nishigori
Mechanical Design: You Yoshinari
Musiche: Taku Iwasaki
Studio: GAINAX
Formato: serie di 2 lungometraggi (durata film 118 min. circa)
Anni di uscita: 2008 - 2009
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Dynit 


Il piccolo Simon e l'amico del cuore Kamina vivono nel villaggio di Jiha, in un pianeta Terra desertico e governato con pugno di ferro dall'impero dei gunmen che costringe gli umani a vivere sottoterra. Simon è uno timido scavatore, Kamina uno scavezzacollo che non vede l'ora di uscire in superficie e andare all'avventura. L'incontro con la bella Yoko, provieniente dall'esterno, e il ritrovamento di una piccola e misteriosa trivella, capace di attivare il buffo e potente robot Lagann, cambiano le loro vite: usciti dal villaggio, vivranno una straordinaria avventura che li porterà a guidare una ribellione contro l'esercito dei gunmen.

Come di norma, serie di successo = film riassuntivo, e neanche Gurren Lagann sfugge alla regola. Ecco quindi uscire, giusto un anno dopo l'avveniristica serie televisiva, due lungometraggi celebrativi nati con l'originalissimo e indispensabile intento di riassumerla. Ambizioni artistiche (migliorare il secondo discusso arco narrativo) o voglia di spremere fino all'inguardabile la gallina dalle uova d'oro? L'uno e l'altro.

Il primo che ne esce nel 2008, Childhood' End, pende maggiormente nel primo punto, posizionandosi qualitativamente al ribasso dell'arco narrativo originale (ep.1-13) per la mancata presentazione di molti elementi dell'imponente cast. Rimane comunque tangibile la cura con cui è realizzato, non perdendosi troppo in lungaggini, scorrendo con ritmo e mantenendo una coerenza narrativa, pienamente apprezzabile anche dai neofiti visto che i personaggi principali (Simon, Kamina, Yoko) sono presentati bene e male solo quelli secondari. Non mancano poi 20 minuti di animazione inedita, usati per presentare in modo diverso l'episodio iniziale ma sopratutto a narrare, se possibile con ancora più spettacolarità, lo scontro finale tra la Brigata Gurren e i generali gunmen poco dopo l'arrivo di Nia nel gruppo, protagonisti di un'unica maxi battaglia dove si susseguono nuove trasformazioni impossibili e strabilianti mazzate. Lo scopo del film è bene o male raggiunto: la qualità tecnica è fuori discussione (invero eccellente, degna delle animazioni action mozzafiato della serie tv e del maggior budget per l'uscita nelle sale) e c'è poco altro da dire se non che si è di fronte a un filmone di montaggio di buon livello, che riporta i fan ad assaporare il sense of wonder originale, a riemmergersi nelle curve della procace Yoko e ad apprezzare alcune spettacolari sequenze inedite, deliziando i neofiti con un buon antipasto del folle mondo di Gurren Lagann la cui visione rimane però, per solidità narrativa, decisamente imprescindibile per apprezzare pienamente la storia di Kazuki Nakashima.


Innegabilmente più corposo e ispirato il secondo che esce nel 2009, The Lights in the Sky are Stars, dove si esprimono per davvero le nuove ambizioni del regista Hiroyuki Imaishi. Se il primo rinarra a sufficienza l'arco iniziale della storia, non soffermandosi particolarmente nelle caratterizzazioni dei personaggi, questo li dimentica ancor più strada, ma in compenso trasformandosi in qualcos'altro. Riducendo al minimo spazio possibile la macchiavellica personalità di Rossiu, le ragioni di Yoko per tornare a combattere e i numerosi quanto inutili comprimari, utilizza il budget per privilegiare ancora più enfasi su combattimenti, esplosioni e fusioni gigantesche, rendendo il secondo arco narrativo un matrioska di colori ed effetti speciali che, in cambio di caratterizzazioni sui generis di quasi tutti i personaggi chiave, ulteriormente appiattiti, si esprime nei più lunghi, frenetici, estenuanti e ammalianti scontri mai visti, un memorabile inno al fanservice robotico, alla sboroneria più estrema e alle soluzioni registiche più incredibili.

Invenzioni grafiche, orge di esplosioni apocalittiche, trip psichedelici a base di cazzotti e powerball che si scontrano con violenza esorbitante in un caleidoscopo di colori sgargianti, lunghissimi piano sequenza, una regia frenetica dall'inizio alla fine che non conosce MAI pausa... La meraviglia visiva del film è impossibile da rendere a parole. Guardare questo film significa assistere alla summa visiva estrema del genere, la spettacolarità totale fatta film, con robot colossali che a furia di strabilianti trasformazioni e fusioni arrivano a ingigantirsi fino a divenire più grandi dell'universo stesso devastandosi in modo bestiale e scagliandosi contro pianeti. Di grande impatto le aggiunte inedite: diversi personaggi questa volta non muoiono, e anzi partecipano allo scontro finale con il signore degli Anti-Spiral attraverso nuove memorabili evoluzioni del Lagann. Si arriva così al più lungo scontro finale tra robot di umana memoria, quasi 40 minuti di ininterrotte esplosioni cosmiche e devastazioni. Finale purtroppo identico all'originale (un sad ending palesemente gratuito), ma il film va visto. Di certo per meriti NON narrativi e sotto questo punto di vista si potrebbe rinfacciare a GAINAX di non riuscire a migliorare i difetti dell'originale ampliandoli pure, ma vogliamo davvero perderci la più grande sboronata robotica di tutti i tempi? Prima di qualsiasi altra cosa, The Lights in the Sky are Stars è un'esperienza.

 

Inclusi come extra, nei due dvd Dynit, anche gli 8 episodi che compongo la prima stagione del progetto Gurren Lagann Parallel Works. Otto tracce video, dalla durata variabile dai tre ai sei minuti, in cui il folto cast di animatori di GAINAX rilegge i migliori brani musicali di Gurren Lagann costruendoci sopra vicende inedite ambientate in universi paralleli. Una produzione riuscita, sia musicalmente che dal punto di vista creativo. Peccato manchi la seconda, composta da altri sette videoclip.

Voto a Gurren Lagann Movie I - Chilhood's End: 6,5 su 10
Voto a Gurren Lagann Movie II - The Lights in the Sky are Stars: 7 su 10

RIFERIMENTO
Gurren Lagann (2007; tv)

lunedì 16 novembre 2009

Recensione: Gurren Lagann

GURREN LAGANN
Titolo originale: Tengen Toppa Gurren Lagann
Regia: Hiroyuki Imaishi
Soggetto: GAINAX
Sceneggiatura: Kazuki Nakashima
Character Design: Atsushi Nishigori
Mechanical Design: You Yoshinari, Imai Toonz
Musiche: Taku Iwasaki
Studio: GAINAX
Formato: serie televisiva di 27 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2007
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Dynit

 

Il piccolo Simon e l'amico del cuore Kamina vivono nel villaggio di Jiha, in un pianeta Terra desertico e governato con pugno di ferro dall'impero dei gunmen che costringe gli umani a vivere sottoterra. Simon è uno timido scavatore, Kamina uno scavezzacollo che non vede l'ora di uscire in superficie e andare all'avventura. L'incontro con la bella Yoko, provieniente dall'esterno, e il ritrovamento di una piccola e misteriosa trivella, capace di attivare il buffo e potente robot Lagann, cambiano le loro vite: usciti dal villaggio, vivranno una straordinaria avventura che li porterà a guidare una ribellione contro l'esercito dei gunmen.

Il parere del Mistè

Diventa quasi stucchevole sottolineare, a ogni nuovo lavoro, l'estro creativo dello studio GAINAX, che con rinnovata originalità supera sempre se stesso nella creazione di esplosivi concentrati di comicità, fanservice e strabilianti aspetti grafici, senza rinunciare comunque a trame profonde, per merito del suo talentuoso staff, nonostante la timida statura economica (che lo costringe più volte a delegare ad altri studios la produzione delle animazioni.) Nel 2007 ancora una volta la storia si ripete: nuovo soggetto intrigante, nuove strizzate d'occhio ecchi (le curve della formosa e bellissima Yoko), nuova megaproduzione animata (si conta la collaborazione di più o meno 80 studios), ancora un look grafico coloratissimo e semi-demenziale, ereditato da FLCL e Diebuster. Una storia di robottoni, comicità e temi maturi. Gurren Lagann.

Cos'è Gurren Lagann? Di tutto e di più: è una storia avventurosa e frizzante di personaggi tamarri all'inverosimile, gag assurde e scorrette, fanservice a profusione e mecha bizzarrissimi e kawaii, retta su inserti seri e commoventi perfettamente amalgamati. Il tutto condito con regia e animazioni da infarto e un accompagnamento sonoro rap ("RAW RAW! Fight the Power!") che a volte sconfina in brani ochestrali dall'irresistibile epicità. Descriverlo nel dettaglio è tutto fuorché facile perché Gurren Lagann è pura follia, un mix di mille generi e atmosfere che, fedele ai dettami GAINAX, non cessa di meravigliare per inventiva narrativa e registica, accompagnando momenti di immenso pathos. Tema prediletto della storia è l'evoluzione: caratteriale nel timido Simon, che vive all'ombra del suo amato fratellone Kamina fino al momento di prenderne il posto, ereditandone le responsabilità e diventando un adulto; robotica nel robottone protagonista, che nel corso della serie, a seconda delle fusioni che effettua con un intero esercito di macchinari, diverrà sempre più massiccio e potente fino a superare in grandezza interi pianeti. L'occasione di raccontare una toccante storia di crescita interiore, ma sopratutto di esplorare, rinnovare, superare oltre l'impossibile la spettacolarità propria del genere robotico: Gurren Lagann significa la più grande orgia tecnica e visiva mai prodotta in questo contesto, significa un budget da capogiro utilizzato per esaperare oltre l'inimmaginabile il concetto di "mazzate robotiche" date da fusioni bizzarrissime, mecha design buffo e grottesco (tra robottoni con occhiali da sole e colossali bestie super-deformed) e combattimenti distruttivi nel quale finiscono a pezzi intere galassie. Un calderone di esplosioni colossali, effetti speciali dai mille colori e soluzioni grafiche avveniristiche (il chara che si modella a seconda delle atmosfere, gli intriganti eyecatch fumettosi), che frustano gli occhi nella loro inventiva selvaggia. Al punto che "dimentica l'impossibile, supera la razionalità!", urlo di battaglia di Kamina, diventa un inno immortale non solo per gli eroi della storia.

Ci si affeziona alla galleria di assurdi personaggi e alle loro love-story, si ride di gusto nelle loro folli avventure, ci si commuove di fronte a spiazzanti e crudeli eventi drammatici. Infine, cade spesso e volentieri la mascella per la scoppiettante e schizofrenica regia che sembra quasi sul punto di esplodere per frenesia e piano-sequenza infiniti. Gurren Lagann trasuda carisma da tutti i pori rappresentando un manifesto post-moderno del genio creativo dell'animazione seriale, nonché un nuovo minestrone di infinite citazioni, come da natura del noto studio otaku, di ogni genere di anime assimilato fino a quel momento dai vari sceneggiatori (si passa da omaggi evidenti come quelli a Evangelion, Ashita no Joe e Gaiking - da cui deriva il design del Gurren Lagann - per arrivare a nerdate incredibili come la struttura della serie basata su quella di Votoms, senza dimenticare il soggetto che quasi di sicuro riprende quello del dimenticato, divertentissimo Blue Gale Xabungle), parodiando ed estremizzando al limite infinito l'impianto Super Robotico. Tanto genio che, fonte di meraviglia e sgomento, è per rovescio artefice di una certa delusione nel secondo e conclusivo arco narrativo. Tanto più la prima parte, per divertimento e pazzia, rimane nella memoria come un capolavoro di genio; la successiva, ambientata anni dopo, si prende troppo sul serio.


Si parla di invasioni aliene, ragion di stato, atmosfere apocalittiche e morti a profusione, e lo stile grafico demenziale diventa arma a doppio taglio: perfetto per un'avventura fresca e leggera con sporadici momenti commoventi, ma nel contesto di un intreccio cupo mostra i suoi limiti impedendo di prendere il tutto adeguatamente sul serio. Niente più umorismo, solo un'esasperazione di uccisioni, sacrifici e atmosfere trucide per una drammaticità così estrema da divenire stucchevole. E, un po' per i disegni, un po' per la dipartita di personaggi a cui ci si affezionava proprio perché surreali (umanamente insignificanti, nonostante il vano tentativo di correre ai ripari), si assiste abbastanza freddi al susseguirsi di catastrofiche puntate dove muoiono senza lasciare il segno individui che cercano in ogni modo, inutilmente, di commuovere. Dal punto di vista dello spettacolo i limiti visivi precedenti sono superati dagli scontri e dalle trasformazioni più "impossibili" mai viste in animazione, ma, se l'occhio è appagato, questa volta non lo è il cervello. Il finale poi, gratuitamente triste, è così fuori posto da stonare davvero troppo lasciando un amaro retrogusto.

Tirando le somme, e alla luce del successo di critica (Excellent Prize 2007 al Japan Media Arts Festival, miglior produzione televisiva e miglior character design al Tokyo International Anime Fair), si può dire con certezza che, per importanza storica, Gurren Lagann rappresenta quasi sicuramente un titolo che avrà un'influenza più o meno enorme nei prossimi decenni di animazione robotica. Difficile sotto questo punto superarne i fasti. Peccato che, a parere di chi scrive, l'ultimo quarto di storia rimanga una delusione non da poco, tendente addirittura alla delusione. Voto, quindi, che cerca di mediare tra il rimpianto di chi scrive e l'importanza che rivestirà l'opera nel tempo a venire.

Voto: 7,5 su 10


Il parere del Di Giorgio

Nell’arco delle 27 puntate che la compongono, una serie anime capolavoro come Sfondamento dei cieli Gurren Lagann ridefinisce i codici del cartoon robotico grazie a un attento lavoro sugli stereotipi che hanno fatto grande il genere, ricollocati in un’ottica post-moderna. La serie pesca a piene mani dal passato, servendosi del citazionismo come mappa su cui fissare una serie di punti, per poi investire direttamente concetti che si richiamano alla fisica quantistica, in modo da superare ogni limite e dare forma a una narrazione che trova la sua liberazione nell’eccesso più puro: robot sempre più potenti si fronteggiano in battaglie che superano lo spazio tempo, in un tripudio di esplosioni e energia lasciata libera di scorrere sullo schermo, mantenendo così lo spettatore in uno stato di perenne euforia.

Nonostante l’attenzione a un racconto sempre sovraeccitato e portato al massimo dei giri, Gurren Lagann è dunque terreno di ricognizione del già fatto e di sperimentazione di nuove soluzioni: che da tradizione GAINAX sono visive, attraverso la giustapposizione di stili differenti che spesso lasciano spazio alla creatività dei singoli disegnatori, ma anche narrative, capaci di interrompere la linearità del racconto per improvvise digressioni che magari aprono squarci in altri generi: la parentesi con Yoko maestra, ad esempio, rimanda più a generi cari alla Nippon Animation che a quel Ken Ishikawa chiamato in causa come nume tutelare grazie ai precisi riferimenti alla Getter Saga.

D’altronde l’intero concept della serie è articolato attraverso il ciclico ritorno su situazioni che permettano di stabilire due opposti, la conservazione e l’evoluzione. Nell’arco della loro avventura, infatti, i membri della Brigata Gurren dovranno più volte combattere una lotta di liberazione che sia soprattutto rivolta a esaltare il completamento di un sé in perenne divenire. Contro di loro, invece, si staglierà chi, in nome di una volontà difensiva dell’equilibrio, ha costretto (o intende farlo) l’umanità nel baratro della disperazione e della stasi perenne. Il tema della spirale, evocato dalle trivelle del super robot Gurren Lagann, dal movimento delle galassie e dalla struttura del DNA rimanda infatti a un’idea di tutto coerente laddove è lasciato libero di esprimersi nella perenne evoluzione, contraddetta dai paladini di uno status quo visto irrimediabilmente come depressione dell’istinto.

 
Il che naturalmente conduce a due derive fondamentali: la prima è quella di una critica sistematica ai pilastri codificati del reale e alle figure dell’autorità, siano esse la politica, la religione e tutto ciò che intende imbrigliare l’istinto in strutture organizzate e oppressive. Alla ragione si preferisce un ideale utopistico nella ricerca di un fine sempre spostato in avanti, oltre le soglie dell’impossibile, che però non diventa tanto spregio della tradizione quanto volontà di superare la stessa. Perché, e qui la sceneggiatura di Kazuki Nakashima dimostra tutta la sua intelligenza, il punto non è creare una frattura tra il passato (immobile) e il presente (dinamico), ma sfruttare il primo come base d’appoggio, come terreno di coltura in cui far germogliare quegli elementi che possano definire la via da percorrere. Il che naturalmente ci riporta al citazionismo citato all’inizio: Gurren Lagann è consapevole di poter innovare il genere robotico solo laddove ne conosce (e ne ossequia) a perfezione i codici e i limiti. Di qui scaturisce naturalmente la centralità di un personaggio come Kamina, che pure è fattivamente poco presente nel corso della storia, al contrario del reale protagonista Simon. Kamina infatti rappresenta esattamente l’incarnazione di una tradizione che vuole rimettersi in gioco (non a caso il motore che lo spinge all’azione è un ricordo del padre), che il racconto intende omaggiare ma al contempo superare. È lui, dunque, a codificare tutta una serie di elementi iconici del racconto - entrando così in risonanza con la conoscenza degli stilemi radicati nella memoria storica del suo pubblico - e a determinare le varie svolte della storia: è lui a dare il nome ai robot e alla Brigata Gurren, è ancora lui a suggerire l’idea dell’agganciamento che forma il Gurren Lagann, e, non ultimo, è lui a designare letteralmente Simon come autentico eroe e protagonista dell'avventura. A dispetto del suo apparente agire sconsiderato, Kamina non sbaglia mai alcuna mossa, la sua avventatezza è sintomo di un coraggio radicato nell’indole guerriera del Giappone e permette ai personaggi di liberare il proprio potenziale nascosto.

Qui si instaura dunque la seconda deriva del racconto. Quella, cioè, che chiama in causa lo stesso pubblico degli appassionati, costretti a rispecchiarsi nel proprio ruolo di difensori di una memoria storica che non deve mai diventare museificazione del passato e glorificazione asfittica in nome della nostalgia, a detrimento al presente. Al contrario, il regista Hiroyuki Imaishi ci ricorda che se abbiamo amato il passato per la vitalità che era stato capace di esprimere, non possiamo che sognare di rendere altrettanto vivo il presente attraverso la sua continua evoluzione, lungo quel percorso che da Tetsujin 28 e Mazinger Z, capostipiti del genere, ha portato a Gurren Lagann.

Voto: 10 su 10

ALTERNATE RETELLING
Gurren Lagann: Childhood's End (2008; film)
Gurren Lagann: The Lights in the Sky are Stars (2009; film)

ALTRO
Gurren Lagann Parallel Works (2008; special)
Gurren Lagann Parallel Works 2 (2010; special)

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