Visualizzazione post con etichetta slice of life. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta slice of life. Mostra tutti i post

lunedì 16 gennaio 2017

Recensione: Si sente il mare

SI SENTE IL MARE
Titolo originale: Umi ga Kikoeru
Regia: Tomomi Mochizuki
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Saeko Himuro)
Sceneggiatura: Keiko Niwa
Character Design: Katsuya Kondo
Musiche: Shigeru Nagata
Studio: Studio Ghibli
Formato: Special televisivo (durata 72 min. circa)
Anno di uscita: 1993
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Lucky Red


Primo e ultimo film ghibliano mai realizzato per la televisione, Si sente il mare (1993) è stato un piacevole divertissement nella sequela di filmoni ultramilionari della factory miyazakiana, un lungometraggio d'autore per il piccolo schermo nato con le premesse di "velocità, qualità ed economicità" ma di cui è stato raggiunto solo il punto 2 (il budget inizialmente richiesto sforerà notevolmente)1, fatto realizzare volutamente da Toshio Suzuki a uno staff sotto i 40 anni per sondare il talento delle nuove generazioni di animatori2. Arrivato finalmente in Italia, è pronto a farsi apprezzare ancora oggi, pur dovendo ovviamente fare i conti con l'essere, per forza di cose, tecnicamente un prodotto di "fascia B" rispetto ai fratelloni maggiori destinati alle sale e realizzati con mediamente 1 miliardo di yen. Il regista designato della pellicola è stato all'epoca il 34enne Tomomi Mochizuki, famoso per i suoi film romantici la cui ricerca al realismo totale in disegni e comportamenti psicologici hanno fatto parecchio discutere, soprattutto con i due lungometraggi (entrambi del 1988) Orange Road The Movie - I Want to Return to that Day e Maison Ikkoku - Capitolo Finale (famosi per lo stravolgere le caratterizzazioni storiche dei personaggi dei manga originali). Il soggetto fu invece l'adattamento di una light novel al femminile di Saeko Himuro dal titolo omonimo, pubblicata sulle pagine della rivista Animage tra il 1990 e il 1991 e illustrata dal disegnatore Ghibli Katsuya Kondo (riciclato nello staff del film come character designer e direttore dell'animazione), proposta dallo stesso Mochizuki allo studio prima ancora che questo decidesse di adattarla ufficialmente3.

La trama si risolve, per larghi tratti di durata, in una storia d'amore adolescenziale affrontata con piglio realistico, ambientata nell'isola di Shikoku, che mette a confronto i mondi di due studenti delle superiori, Taku Morisaki e la bella Rikako Mutou. Intellettualmente onesto e coraggioso e con la testa sulle spalle, Taku è cresciuto in un normale nucleo familiare dai valori concreti e vive una bella adolescenza col suo migliore amico, Yutaka Matsuno. Lei invece, per colpa dei grossi problemi casalinghi ereditati dal divorzio dei genitori, pur vantando voti brillanti è capricciosa e apparentemente fredda e disinteressata a instaurare legami con i compagni di classe, tanto da essere emarginata dalle sue compagne. Il loro rapporto sarà particolarmente sofferto, dato anche dal fatto che Yutaka è innamorato di lei fin dai primi istanti, e i problemi si trascineranno fin nella vita universitaria.

Non siamo, per ovvietà di cose, al cospetto del Ghibli miyazakiano sontuoso che vive di sense of wonder visivo. Per quanto sia indubbiamente ben animato e ben disegnato per la sua destinazione televisiva, Si sente il mare va invece accostato, come spirito, ai lavori di Takahata, a cui si avvicina nel rifuggire dai predominanti preziosismi grafici per proporre una realistica storia di vita ambientata nel Giappone del presente, in cui contano principalmente la verosimile resa dell'analisi comportamentale dei personaggi (principalmente femminili) e le caratterizzazioni, suggerite non solo da dialoghi ma anche dal linguaggio del corpo. Nessuna concessione a fraintendimenti, baci rubati e visti da chi non dovrebbe vederli, molesti spaccacoppie o ogni altro genere di sciocchi cliché usati nella più trita delle storie romantiche per ragazze: il film, come nella tipica visione poetica di Mochizuki, raffigura il rapporto tra i due ragazzi in modo realistico in tutto e per tutto, esplorandolo con interazioni dialogiche di grande spontaneità e modi di pensare e agire pienamente attinenti con la personalità dei due, il loro background familiare e anche quello geografico (è posta molta enfasi sul fatto che Rikako è generalmente malvista a scuola anche perché proveniente dalla grande città, e lei non fa niente per nasconderlo). Niente di ciò che si vede in questa pellicola, insomma, non potrebbe accadere anche nella vita reale a qualcuno, ed è bene fare notare come l'autrice originale del romanzo, la Himuro, abbia detto chiaramente4 che lo scopo del suo racconto era di mettere sotto i riflettori l'evoluzione delle dinamiche del rapporto uomo-donna in Giappone in quegli anni, visto che i Novanta sono stati spartiacque nel delineare un nuovo modo di vivere tra coppie/famiglie, in cui l'uomo perdeva la sua classica "rudezza" e autorità nel momento in cui iniziava anche lui a fare le spese e le pulizie e la sua fidanzata/compagna a rispondere a tono se trattata con asprezza come nella precedente società patriarcale e maschilista. Proprio raffigurando un protagonista gentile e comprensibile ma all'occorrenza dotato di grande fermezza morale e tenacia (una via di mezzo tra l'uomo "forte" del passato e quello "gentile" del presente) e mettendolo a confronto con una ragazza capricciosa e viziata come Rikako, la Himuro designa in Taku il suo modello di uomo ideale, che rappresenti nel migliore dei modi il cambiamento della società giapponese nel contesto della vita di coppia. Il messaggio originale del romanzo, insomma, è traghettato e rispettato molto fedelmente in TV.


Principalmente, però, il vero grande elemento d'autore del lavoro, il valore aggiunto insomma che dà un senso alla presenza di Mochizuki nello staff, consiste nell'aver sfruttato il soggetto di partenza per parlare anche d'altro: ha integrato nella storia anche la sua tematica preferita, quel segno distintivo di riconoscimento artistico presente in buona parte delle sue opere e che ha sempre affrontato con sfumature diverse. Mi riferisco alla tematica della riconsiderazione di quanto fatto o vissuto in passato alla luce della maggiore consapevolezza che si raggiunge nell'età della ragione, messaggio ravvisabile e molto ben espresso nelle belle sequenze conclusive. È proprio in questo segmento che chiude la storia che il film brilla intensamente trovando il suo momento migliore, riscattando una parte centrale a mio modo di vedere elegante e ben disegnata, ma abbastanza spenta in emozioni. Il Si sente il mare televisivo racconta, in modo abbastanza freddo, verboso e distaccato, il problematico rapporto tra due adolescenti che, anche se spiccano per personalità in mezzo ai loro compagni, non risultano mai davvero empatici agli occhi dello spettatore visto che stanno sempre sulle loro, abbastanza statici e ingessati. Un insormontabile problema dell'eccessiva ricerca del realismo? Forse, anche se a mio parere c'entra in qualche modo la non eccezionalità della sceneggiatura, dal momento che Takahata ha dimostrato che si possono fare film bellissimi da due ore sulla vita di persone qualsiasi che parlano e basta. Il problema, insolvibile, probabilmente, è proprio che l'enorme profondità dei dialoghi di Takahata e la sua poesia registica sono difficilmente replicabili a meno di non essere dei geni come lui.

Sia quello che sia, al di là della poca partecipazione emozionale che contraddistingue il film per buona parte della sua durata, Si sente il mare merita la visione, soprattutto quando il suo vero senso viene fuori permettendo di rivalutare il tutto nella giusta ottica e apprezzarlo, anche parecchio (al punto che è genuina la curiosità di poter un giorno vedere in animazione il seguito letterario del romanzo originale, Si sente il mare 2 - Perché c'è Ai). Anche se, per più di un verso, si può parlare dunque di un Ghibli "minore", penso che quel "marchio di qualità" che rende quasi ogni loro opera, nel bene e nel male, degna di essere vista, è anche qui ben presente.

Voto: 7 su 10


FONTI
1 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 143. Confermato dal saggio "Storia dell'animazione giapponese" (Guido Tavassi, Tunuè, 2012, pag. 229-230)
2 Consulenza di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit)
3 Post di Shito (Gualtiero Cannarsi, traduttore ufficiale Lucky Red di tutti i film Ghibli) apparso nel Ghibli Forum italiano, alla pagina http://www.studioghibli.org/forum/viewtopic.php?f=21&t=3861&hilit=si+sente+il+mare (messaggio di apertura)
4 L'esauriente analisi della storia a opera dell'autrice (sintetizzata nelle righe sotto della recensione) è riportata su Kappa Magazine n. 12 (Star Comics, 1993, pag. 115-118)

lunedì 14 novembre 2016

Recensione: Hanasaku Iroha - Blossoms for Tomorrow

HANASAKU IROHA: BLOSSOMS FOR TOMORROW
Titolo originale: Hanasaku Iroha
Regia: Masahiro Ando
Soggetto & sceneggiatura: Mari Okada
Character Design: Mel Kishida (originale), Kanami Sekiguchi
Musiche: Shiroh Hamaguchi
Studio: P.A. Works
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anno di trasmissione: 2011



Il 2011 ce lo ricorderemo a lungo, per quel che riguarda l'animazione giapponese, come l'anno del revival dello slice of life. Genere che, per le sue caratteristiche flemmatiche, ha sempre rappresentato un tipo di visione (o lettura, se guardiamo ai manga) elitaria, riservata a quella nicchia estrema di spettatori in grado di apprezzare atmosfere intimiste e poetiche contraddistinte da un ritmo lento, posato e tranquillo, eppure il 2011 sarà contrassegnato dalla trasmissione nelle TV nipponiche di un discreto numero di titoli, molti di essi di spessore e realizzati con grandi mezzi: Usagi Drop, Wandering Son, Hyakko, Storia di un viaggio a Parigi e, appunto, questo Hanasaku Iroha - Blossoms for Tomorrow, l'unico del quartetto dal soggetto originale (gli altri sono tutte trasposizioni di materiale cartaceo), sceneggiato dalla famosa e prolifica Mari Okada e fresco dei disegni di Kishida Mel, storico illustratore di light novel e chara designer della saga J-RPG degli Atelier. La serie a mio avviso non è nulla di trascendentale, anche se troverà una certa notorietà a mio modo di vedere giustificata.

Fedelissimo alle regole, Hanasaku Iroha è pacato, rilassante, privo di un intreccio definibile come tale. Il suo focus sono le avventure quotidiane (raramente collegate tra loro) della protagonista sedicenne, Ohana Matsumae, ragazza di città costretta, per colpa della madre temporaneamente sparita di casa (per una fuga d'amore), a spostarsi a vivere in campagna e lavorare nell'albergo termale gestito dalla nonna. Peccato che l'anziana, che da tempo ha disconosciuto la figlia, non veda di buon occhio la nipote, e anche i rapporti di Ohana con i (pochi) clienti e gli altri colleghi saranno tutto fuorché cordiali o brillanti. Solo il tempo, la pazienza e la grande grinta lavorativa dell'estroversa ragazza le permetteranno di ambientarsi nel luogo fino ad amarlo e reputarlo una seconda casa, facendosi accettare da tutti, trovando l'amicizia, mantenendo vivo il rapporto col fidanzatino lasciato a Tokyo e riappacificando i suoi parenti. Non abbiamo perciò nulla di nuovo o memorabile, anzi: sin dal primo episodio si sa benissimo dove andrà a parare la sceneggiatrice in quasi ogni aspetto di questa onesta storia di crescita e formazione. Sicuramente si sono visti, anche nel genere, incipit di gran lunga migliori o più intriganti, ma sarebbe comunque ingeneroso liquidare l'opera P.A. Works come una serietta di dubbia originalità fatta tanto per fare. Non sarà la più innovativa al mondo, ma è scritta decentemente, animata e disegnata molto bene, e i personaggi, pur collaudatissimi (con diversi classici archetipi da otaku insomma, pensiamo alle colleghe moe e tsundere della stessa età di Ohana), funzionano. Non è un caso perciò se lo studio sarà particolarmente orgoglioso del suo lavoro, tanto da realizzarlo in onore del decimo anniversario della sua fondazione1.

Privo di eccessive ambizioni, Hanasaku Iroha tiene fede alle sue premesse fino in fondo: fresco, solare, spigliato, non annoia mai e si assapora come una bibita ghiacciata d'estate. Il suo cast, a parte gli accennati feticci otaku, è simpatico e credibile (oltre alle due colleghe di lei troviamo anche due cuochi, un vecchietto tuttofare, una frustrata portinaia trentenne single e successivamente uno scrittore erotico squattrinato che deve pagarsi vitto e alloggio) e questo è probabilmente il suo massimo pregio: tenere sempre desta l'attenzione sfruttando dignitosamente esso e le suggestive location termali, ispirate a quelle dell'albergo Yuwaku della città di Kanazawa2 e molto ben rese dai fondali (lo stesso locale ringrazierà personalmente la serie, dicendo che grazie a essa avrà un aumento di clienti del 7.4% nell'intero anno fiscale 20123). Le credenziali coinvolgono anche le ottime animazioni generali, fluide e altamente espressive, l'eccellente recitazione dei seiyuu e in particolar modo la resa davvero eccellente del bel chara design originale di Mel Kishida da parte di Kanami Sekiguchi: il tratto dolce, gentile e pastelloso è rispettato così bene - e senza alcun calo, fino alla fine - da aver meritato un encomio da parte dello stesso illustratore4. Probabilmente non si poteva, con una "trama" essenziale e prevedibile, tirare fuori qualcosa di più di questo, ma quello che c'è evidentemente basta e deve aver convinto abbastanza per spiegare le vendite più che discrete di DVD/BD in madrepatria (circa 6.500 copie a disco5).


Si avverte, tuttavia, durante la visione, la mancanza di un di più che renda la serie davvero ottima. Immancabili intermezzi umoristici, tormentoni comici (un gigantesco airone che sembra perseguitare Ohana) e artifici vari per far piacere Hanasaku Iroha a ogni palato (non manca neppure un triangolo sentimentale, anche se fortunatamente non al centro della narrazione) non riescono mai a rendere la storia particolarmente coinvolgente, sempre ancorata a sviluppi abbastanza ordinari, a un onnipresente buonismo e a una certa freddezza empatica. Anche se il microcosmo di personaggi che gravita attorno a Ohana gode di una discreta personalità e bene si presta a qualche vicenda allegra e un po' pazzerella,  mancano caratterizzazioni davvero forti capaci di trainare con entusiasmo 26 episodi: mi si potrà ribattere che nella realtà di tutti i giorni le persone semplici qualsiasi sono la norma e non l'eccezione e che, essendo per sua natura realistico, lo slice of life in quest'ottica funziona. Può darsi, ma sono dell'idea che ci vuole qualche estremizzazione di carattere per far risaltare al massimo scene di vita quotidiana, sennò ci si limita a riviverne semplicemente la noiosa routine. In Hanasaku Iroha si sorride e si apprezzano le vicissitudini dell'allegra protagonista, ma raramente si provano i suoi sentimenti, mai ci si sente eccessivamente coinvolti dalle sue iterazioni con i vari comprimari e, e questo è il problema principale, non si sentono mai di famiglia questi ultimi, non riuscendo a provare le emozioni di profondo affetto che più di una volta lo staff vorrebbe evocare con atmosfere poetiche e soffuse. Viene da pensare che forse ha un po' ragione il regista Masahiro Ando, quando dice che lui per primo non è sicuro di essere riuscito ad adeguarsi allo stile di scrittura emozionale della Okada6. Per concludere, terribili, infine, ma davvero atroci le due sigle di apertura, cantate con voce da anatra starnazzante da tale gruppo nano.RIPE, e anonime al massimo le musiche (non un problema da poco, visti i momenti intensi che dovrebbero sottolineare).

Rimane comunque agli atti una serie televisiva scorrevole e piacevole, forse troppo lunga per quel che ha da dire ma che ha comunque il pregio di non annoiare e di trovare un riuscito finale, l'unica nota un po' imprevedibile nel contesto in quanto inaspettata (solo in quel momento ci si renderà conto delle vere finalità della storia, che, come conferma la Okada7, riguardano il rapporto di un individuo con il mondo del lavoro). Anche se non pienamente degna di essere consigliata, insomma, Hanasaku Iroha rappresenta un discreto esponente del genere.

SEQUEL
Hanasaku Iroha: Home Sweet Home (2013; film)

Voto: 7 su 10


FONTI
1 Sito internet, "Anime News Network", alla pagina web http://www.animenewsnetwork.com/news/2010-08-01/p.a-works-hana-saku-iroha-previewed-with-promo-video
Come sopra, alla pagina. http://www.animenewsnetwork.com/interest/2012-04-16/hanasaku-iroha-credited-with-7.4-percent-rise-in-hot-spring-visitors
3 Come sopra
4 Intervista a Mel Kishida pubblicata alla pagina web http://www.anibee.tv/news/sg/anime-station/3035/interview-with-kishida-mel
5 Media approssimativa (non matematica) dei dati di vendita ufficialmente diramati da Oricon (principale catena di distribuzione in Giappone) in riferimento ai volumi 2,5, 7 e 8. Vedere le seguenti pagine di "Animeclick": http://www.animeclick.it/news/29460-classifica-bd-anime-venduti-in-giappone-15082011-21082011, http://www.animeclick.it/news/30408-classifica-bd-anime-venduti-in-giappone-14112011-20112011, http://www.animeclick.it/news/31035-classifica-bd-anime-venduti-in-giappone-16012012-22012012http://www.animeclick.it/news/31299-classifica-bd-anime-venduti-in-giappone-13022012-19022012
6 Intervista a Masahiro Ando, pubblicata su "Anime News Network" alla pagina web http://www.animenewsnetwork.com/interview/2014-03-04/interview-masahiro-ando
7 Intervista a Mari Okada pubblicata nel forum di "Animesuki" alla pagina http://forums.animesuki.com/archive/index.php/t-112594-p-2.html (quinto post)

martedì 2 aprile 2013

Recensione: Mai Mai Miracle

MAI MAI MIRACLE
Titolo originale: Mai Mai Shinko to Sennen no Mahō
Regia: Sunao Katabuchi
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Nobuko Takagi)
Sceneggiatura: Sunao Katabuchi
Character Design: Shigeto Tsuji
 Musiche: Shusei Murai, Minako Obata
Studio: Mad House
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 93 min. circa)
Anno di uscita: 2009


Dieci anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel villaggio contadino di Hofu, la piccola Shinko stringe amicizia con Kiiko, una timida ragazzina appena trasferitasi da Tokyo. Tra piccole avventure quotidiane le due si divertono un mondo a far volare la fantasia, pensando a se stesse come sarebbero state centinaia d'anni prima durante il periodo feudale...

Il parere del Mistè

Tra atmosfere miyazakiane e svariati premi vinti come film d'animazione dell'anno, risulta difficile credere a quanto sia stato celebrato il lungometraggio del 2009 di Sunao Katabuchi, che vuole parlare di tutto e di più e invece quello che dice lo fa confusamente, con una noia e una freddezza raramente eguagliati in un lungometraggio cinematografico.

Ex collaboratore dello Studio Ghibli, da cui eredita il mood, i temi e lo stile grafico, Katabuchi porta in animazione il romanzo autobiografico della scrittrice Nobuko Takagi, riprendendo Pioggia di ricordi (1991) nella figura della borghese (in questo caso benestante) che trova felicità nell'incontaminato mondo contadino, e Il mio vicino Totoro (1988) nel racconto di formazione riguardante lei e l'amica Shinko, che iniziano a sviluppare le loro personalità e a scoprire il mondo rendendosi conto che non è tutto rose e fiori come sembra. È innegabile il fascino che esercitano tematiche come lo spiritualismo naturale delle comunità rurali, l'amicizia pura e disinteressata dei bambini che travalica classi sociali, il loro mondo sognante, i loro primi contatti con la morte e gli aspetti meno nobili del mondo adulto (come la yakuza), elementi che ben si prestano a tratteggiare riuscite parabole sulla vita, ma ci vuole padronanza dei mezzi nel riuscire a raccontare tutto senza disperdersi, capacità che il regista dimostra di non possedere.

Le due protagoniste Shinko e Kiiko, quelle con cui in teoria lo spettatore dovrebbe empatizzare, sono incolori fin da subito, rendendo vana ogni speranza di interessarsi alle loro vicende. Appiattite da dialoghi banali e reazioni psicologiche a volte credibili e a volte inconcepibili vista la loro età (come nel segmento finale di film, quando Shinko e il compagno di classe Tatsuyoshi vanno a...), raramente le due sono credibili nel loro ruolo, col risultato di penalizzare la loro "scoperta del mondo" che vorrebbe essere il contenuto principale del film. Non c'è un buon lavoro di sceneggiatura, che si disperde in sottotrame che nelle intenzioni del regista forse hanno un senso ma che in verità sembrano non c'entrare nulla (il matrimonio della professoressa, gli intermezzi visionari con cui le due amiche rivivono l'Era Heian), facendo mancare un filo unitario che dia almeno un senso all'evoluzione delle due. Grandi le ambizioni, svariate le intuizioni meritevoli, ma incapacità di mettere tutto insieme in modo riuscito: questo è il problema di Mai Mai Miracle, un lungometraggio tedioso nel suo non riuscire mai a coinvolgere.


Da notare, infine, come anche dal punto di vista della confezione il lungometraggio si presti a diverse critiche, tra un chara design troppo infantile e basico per essere piacevole, uno stacco notevole e antiestetico tra personaggi e (discreti) fondali per colpa di sagome troppo marcate, e animazioni che, sinceramente, pur non essendo propriamente mediocri possono al massimo essere degne di un film televisivo, non certo di uno cinematografico che dovrebbe godere di un budget più alto della media. Anche in queste caratteristiche Mai Mai Miracle esce a gambe rotte se paragonato ai Ghibli a cui fa il verso, ricordandosi solo come un film interessante nelle promesse ma senza arte né parte nel risultato finale, un grande "vorrei ma non riesco".

Voto: 5 su 10


Il parere del Corà

Che Sunao Katabuchi abbia lavorato con lo studio Ghibli appare evidente sin dai primi fotogrammi del suo ultimo lavoro - la coloratissima ricerca estetica e la bonaria atmosfera magica sono da sempre gli elementi-tipo ghibliani per creare sensibili storie di formazione -, e non c'è mezzo, in questo simpatico e scoppiettante Mai Mai Miracle, che non sia già stato ampiamente adoperato nelle lunghe carriere di Miyazaki e di Takahata. Ma pur trovandosi graficamente a distanze abissali, e partendo svantaggiato a causa degli input favolistici che lo rimandano inevitabilmente a big forse troppo grandi per giocare sul terreno da loro stessi creato, Katabuchi compie un piccolo miracolo di inventiva e gioia visiva che nemmeno le colossali mega produzioni a volte riescono a dare.

L'innocente meraviglia di Shinko è infatti ciò che il regista/sceneggiatore sfrutta per colorare la sua storia, ricorrendo a trucchi semplici ma di notevole, quasi commovente effetto, laddove i limiti di budget, nonostante la produzione Mad House, non possono arrivare: la fantasia inarrestabile della piccola protagonista è tale tanto nella caratterizzazione del personaggio quanto nella mera narrazione, e molto spesso la consueta animazione lascia spazio a tecniche fresche che di certo non si limitano soltanto a stimolare visivamente lo spettatore. Schizzi e disegni in bianco e nero che letteralmente trasformano in realtà i buffi pensieri della ragazzina, personaggi che esistono soltanto nella sua immaginazione per poi di colpo camminare accanto a lei, parentesi storiche che frullano concetti e significati per mostrare una vicenda sì semplice ma di spiccata profondità, dove l'amicizia sa sconfiggere ogni cosa, dai pregiudizi alle classi sociali, dall'odio al dolore. Ciò che più piace nel lavoro di Katabuti è proprio la sua capacità di mostrare senza dover per forza raccontare quanto succede, lasciando puro stupore in chi guarda per i continui, variopinti cambiamenti di ritmo all'interno di una narrazione contorta soltanto in apparenza proprio perché spontanea, vivace, priva di rallentamenti.


E' l'ottima sceneggiatura a permettere tutto questo, perché di fronte alla naturalezza con cui si seguono Shinko e Kiko nello loro (dis)avventure quotidiane, ricche di un'ironia dolce e malinconica, altrettanto semplicemente si accettano i bruschi interventi esterni che distruggono l'equilibrio solare e giocoso dell'opera, portando disagio e amarezza come in fondo succede nella realtà di tutti i giorni. La vera crescita delle due bambine è possibile solo grazie ai frammenti di tristezza che devono limitarsi a mandare giù o saper affrontare a testa alta, magari con quella virgola ironica capace di sdrammatizzare anche il più doloroso degli avvenimenti. E sta proprio qui la vera magia di Mai Mai Miracle, nell'autenticità, nella disinvoltura, nella genuinità che molta altisonante animazione ha dimenticato, o anche solo accantonato, in favori di tripudi grafici che soffocano ciò che realmente si vuole comunicare.

Voto: 8 su 10

lunedì 9 aprile 2012

Recensione: Kiki - Consegne a domicilio

KIKI: CONSEGNE A DOMICILIO
Titolo originale: Majo no Takkyūbin
Regia: Hayao Miyazaki
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Eiko Kadono)
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki, Nobuyuki Isshiki
Character Design: Katsuya Kondo
Musiche: Joe Hisaishi
Studio: Studio Ghibli
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 103 min. circa)
Anno di uscita: 1989
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Lucky Red


Compiuti i 13 anni, le streghe lasciano il villaggio natale e partono per un anno di pratica nella arti magiche. Kiki non sta nella pelle per l’idea di essere finalmente libera, autonoma, di potersela cavare da sola, ma non appena arriva nella città di Koriko crea un gran trambusto in mezzo al traffico e viene scacciata con cattive parole. Kiki è amareggiata dall’accoglienza riservatole dalla città, ma non si dà per vinta, e, trovato un piccolo lavoro nella panetteria della signora Osono, inizia a consegnare il pane ai cittadini e a crescere giorno per giorno.

Il parere del Corà

È un Miyazaki molto, molto classico, quello di Kiki: Consegne a domicilio, pellicola tratta dal romanzo omonimo di Eiko Kadono e tra le sue opere meno note. Lontano dai lidi avventurosi e steampunk di Nausicaä della Valle del Vento (1984) e Il castello nel cielo, (1986) e diametralmente opposto agli sfarzi esagerati e impressionanti che raggiungerà con La città incantata (2001) e Il castello errante di Howl (2004) per Kiki Miyazaki sceglie un percorso molto semplice, fatto di una storia esile, personaggi graziosi e una tenera atmosfera che riempiono i 100 minuti del film. Nessuna evoluzione grafica fatta di strabilianti magie visive, quindi, e nemmeno personaggi particolari o di stravagante spessore, anzi, abbiamo a che fare con stereotipi e immaginari ordinari (la strega che vola su di una scopa, per esempio), eppure la pellicola è una gradevole visione proprio per la genuinità e la dolcezza evocate.

Si sorride spensierati, quindi, nel seguire l’avventura di Kiki, che si trova bene con Tonbo ma non con i suoi amici, che scopre i suoi poteri magici per poi perderli, che ama il suo gatto Jiji e che non riesce a capirlo quando lui smette di parlarle, che lavora sodo nella panetteria della buona Osono, che cerca di vivere una vita propria in questo luogo così vasto e complesso rispetto al suo paese di provenienza, incontrando vittorie e gioie impreviste, ma anche difficoltà e piccoli dispiaceri che di certo non aveva programmato quand’era partita. La quotidianità di Kiki, una bambina che lotta per emanciparsi con una grinta e una forza di volontà tanto simpatiche quanto ammirevoli, non è mai densa di trovate narrative o di particolari fantasie, si adagia invece su una comune normalità che, però, data la situazione che la piccola deve affrontare, così sola in una città grande e sconosciuta, piace per l’energia con cui è raccontata. Riportare un oggetto smarrito a una signora, consegnare il pane e passeggiare con l’amico Tombo sono momenti pacati eppure riusciti nella loro prassi, perché ben dialogati e ottimamente sorretti da una manciata di protagonisti dipinti con pochi ma efficaci tratti.


La pellicola in fondo non mostra altro, siamo a dei livelli di felice semplicità a tratti disneyani (il tocco europeo è evidente sin da subito nella costruzione della città in cui è ambientata la storia), ma è impossibile non provare affetto verso Kiki e chi le sta attorno, protagonisti tutt’altro che banali, come si potrebbe invece pensare, di una morale giusta e attenta, assimilabile dai bambini e non noiosa o così scontata per gli adulti.

In tanta semplicità, è immancabile tuttavia un po’ di splendore ghibliano nella sequenza finale (inutile spendere parole sulla solita, ottima qualità delle animazioni e della gestione dei colori) dove un dirigibile, in balia dei venti, rischia di precipitare al suolo. Conclusione con i migliori fuochi artificiali per una storia bellina e allegra che in fondo non può non piacere a tutti.

Voto: 7 su 10

Il parere del Mistè

È quasi paradossale che Kiki: Consegne a domicilio (titolo originale Le consegne espresse della strega) sia stato, tra i film di Hayao Miyazaki, fra gli ultimi a essere ufficialmente distribuiti in Italia e addirittura, ancora oggi, sia considerato un' "opera minore" del regista, tanto dalla critica quanto da buona parte degli stessi appassionati nostrani dello Studio Ghibli, quasi a dimenticare l'enorme importanza che ebbe questa pellicola nel suo originario anno di uscita. Voluto da Miyazaki sin dal 19871, in seguito ai numerosi premi letterari riscossi dal romanzo omonimo (1985) della scrittrice Eiko Kadono, il film trova la sua realizzazione due anni dopo, con un costo astronomico di 800 milioni di yen2, coperto, per fortuna, dalla sponsorizzazione della Yamato Takkyūbin, azienda giapponese di consegne espresse per privati3. Il lungometraggio esce nei cinema giapponesi il 17 luglio 1989, incassando la bellezza di 2.170.000.000 yen4 e rivelandosi il primo successo davvero enorme per lo studio, tale da permettere ai suoi dirigenti di riscattare il flop de Il mio vicino Totoro (1988) e La tomba delle lucciole (id.) e assumere a tempo indeterminato tutti i propri dipendenti5. In seguito a questa hit, infine, Toshio Suzuki, il celebre editor di Miyazaki dai tempi del manga di Nausicaä della Valle del Vento (1982), e, successivamente, la persona che ha insistito per farne l'adattamento filmico, creando le premesse per la nascita di Ghibli, sarà "ricompensato" prendendo le redini dello studio in qualità di Direttore Generale6, contribuendo, con le sue importanti consulenze e il suo intuito fuori dal comune, a spianare la strada a quei soggetti cinematografici vincenti che permetteranno alla factory mizakiana di ottenere una sequela quasi infinita di successivi, eclatanti successoni.

Giudicare, comunque, il film solo per questi retroscena sarebbe davvero ingeneroso verso il valore della pellicola: delizioso e colorato, Kiki è il classico film miyazakiano per bambini (più specificamente, per le bambine di 12 anni7) estremamente godibile anche dagli adulti, grazie ai suoi messaggi che, nonostante il target ufficiale, sono così importanti e maturi da diventare universali. Kiki usa i toni della magia per narrare una storia di emancipazione, legata in particolare alla difficoltà di mettere a frutto il proprio talento nel lavoro, trovando indipendenza economica ma soprattutto mantenendo quel giusto distacco mentale che permette di assorbire i lati nobili e meno nobili della propria occupazione, senza mettere a repentaglio le proprie motivazioni8. In sintesi (e facendo mia l'azzeccata presentazione dell'opera a cura di Gualtiero Cannarsi, suo adattatore ufficiale in Italia), Kiki è "la storia della crescita vista come ricerca del proprio posto nella società produttiva, che passa attraverso la trasformazione di ciò che in infanzia si faceva per divertimento in un lavoro che si fa per vivere"9. Che la trama discorra di scope volanti è una cosa per niente indicativa dei contenuti, né delle atmosfere della vicenda: quella della "streghetta" proposta nel film è una professione come qualsiasi altra, alla stregua di un cuoco, un taxista, un atleta. Può ambire a questo lavoro chi ha il talento innato di poter volare, e non per nulla, nell'astratto mondo di metà XX secolo in cui è ambientato Kiki (tra gli anni '40 e '60, senza una precisa collocazione storica visti gli infiniti e voluti anacronismi), nessuno si stupisce di veder volare la protagonista, che è davvero un "umano" come tanti.

Già da quest'approccio si capisce come la storia abbandoni qualsiasi velleità magica o fantasy: la scopa volante e la capacità di Kiki di poter parlare col proprio gatto Jiji (il felino diventerà il simbolo della Yamato Takkyūbin!10), sono le uniche concessioni al soprannaturale. Kiki, più correttamente, va inquadrato come un lungometraggio di genere slice of life, ossia il racconto di uno spaccato di vita, lento, rilassante e del tutto privo di una vera e propria "trama", che, pur ambientato in una dimensione che non esiste, rivela una metafora della vita reale nella  quale possono facilmente immedesimarsi gli spettatori giapponesi. Nell'arco di poco più di un'ora e mezza di durata, Kiki lascia la sua famiglia per un anno di apprendistato, vola nella città fantastica di Koriko, trova una nuova casa dove abitare, trova un lavoro (consegne volanti espresse) e inizia quindi a svolgerlo, trovando sia successi che insuccessi e scontrandosi con le prime perplessità che la porteranno a una crisi di ispirazione (idea, quest'ultima, assente nel romanzo e, curiosamente, particolarmente malvista dall'autrice originale11). La crescita e la maturazione la porteranno infine ad accettare, della vita lavorativa, sia i piaceri che le difficoltà.

Non è solo l'assenza di un intreccio netto o definito, ad allontanare così tanti appassionati italiani di animazione da Kiki (facendolo bollare sbrigativamente come un film carino e simpatico ma privo di sostanza), ma anche le inevitabili differenze culturali: il pubblico nostrano certo non capirà con la stessa facilità dei suoi "colleghi" orientali le metafore sociali; non saprà che in Giappone si è considerati adulti quando si entra nel mondo del lavoro e lo si fa con tempistiche ben più veloci che da noi. Oltre a questo, bisogna anche dire che, essendo un film pienamente giapponese nello stile, Kiki rinuncia a spiegare esplicitamente quello che vuole dire, preferendo far parlare elegantemente le immagini e lasciar alla sola intelligenza di chi guarda il compito di trarre le proprie conclusioni. Tutti questi problemi di comunicazione, difficilmente risolvibili, contribuiranno a rendere da noi Kiki meno prezioso di quello che effettivamente è, almeno per il grosso degli spettatori occidentali, che non starà a informarsi sui suoi significati, limitandosi a farsi cullare dalla solita magniloquenza grafica profusa dalla factory ghibliana, apprezzandolo per il solo motivo che è un film rilassante e animato sontuosamente.


Certo, non si può negare che regista e studio abbiano superato sé stessi per l'ennesima volta. In questa pellicola c'è tutto dell'autore: la classica eroina femminile emancipata e tenerissima, il design miyazakiano tanto caratteristico ed espressivo da bucare lo schermo (firmato, stavolta, da Katsuya Kondo), l'amore per le sequenze aeree (le spettacolari, vertiginose volate di Kiki in groppa alla scopa, con paesaggi di una bellezza straordinaria), e soprattutto una confezione grafica pazzesca, data da animazioni sfarzose e 70.000 disegni colorati con 462 tonalità diverse di colore12. I fondali, ancora una volta, sono i veri protagonisti della scena: danno forma e vita a un'immaginaria città tedesca di Koriko (basata, a leggere fonti diverse, o sulla città di Stoccolma13 o sull'isola di Gotland14, entrambi comunque svedesi) che, se esistesse, verrebbe voglia di visitarla, tanto è architettonicamente affascinante e gremita di vie, automobili, biciclette (queste ultime due serie di cose di palese fabbricazione italiana!), negozi e monumenti che non potrebbero sembrare più veri. Ci si ritrova, come sempre, imbambolati ad ammirare ogni fotogramma, ogni stanza, ogni mobile e ogni scorcio cittadino di Koriko, il tutto rappresentato con un dettaglio e una minuzia pittorici che spremono a fondo ogni yen dell'enorme budget, e soprattutto si ammirano stupefatti i consueti, grandi momenti di cinema d'autore miyazakiano, che siano i voli di Kiki, che sia il finale funambolico, o che sia la trovata intellettuale della figura di Ursula, pittrice che rappresenta simbolicamente la Kiki adulta, che è, per questo, volutamente doppiata dalla medesima seiyuu (una trovata, fortunatamente, rispettata anche nei due adattamenti italiani del film). Molto riuscita anche la colonna sonora "mediterranea" di Joe Hisaishi, allegre tracce marinare che danno smalto alle peregrinazioni aeree della streghetta nel posto senza essere mai invasive, accompagnando piacevolmente la vocazione intimista della storia senza stridere.

Eppure, pur con tanta gioia visiva, non si può trascurare anche la forza educativa di questo bel lavoro. Il mio consiglio non può che essere di guardarlo almeno due volte: la prima volta per godere al massimo del suo "sbrodolamento grafico", e la seconda, passato l'effetto ipnotico, per apprezzarlo più in profondità, seguendo con più attenzione i dialoghi e le reazioni dei personaggi per recepire meglio i contenuti, soprattutto alla luce dei suoi veri significati. Di primo acchito l'opera, così pacata e lontana dagli sfarzi "urlati" delle opere più famose del regista, potrebbe forse deludere o, peggio, sembrare fredda o noiosa: non lasciatevi trarre in inganno, questo è davvero un Grande Miyazaki.

Nota: uscito per la prima volta in Italia nel 2002, distribuito da Buena Vista, Kiki ha ricevuto un ottimo adattamento e doppiaggio grazie all'opera del dialoghista Gualtiero Cannarsi, che ha cestinato i copioni americani (che riscrivevano l'intera storia), basando la traduzione sui testi originali. Purtroppo, quel Kiki ha in compenso dovuto subire l'onta della colonna sonora rifatta dagli americani, che cercava di rendere più fiabesca (e quindi, distante dallo spirito originario) l'opera15. La nuova edizione distribuita da Lucky Red, sempre affidata a Cannarsi, è stata ridoppiata in modo ancora più fedele e sempre ben recitato, e ha finalmente ritrovato le vere musiche.

Voto: 8 su 10


FONTI
1 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 139-140
2 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 207
3 Come sopra
4 Vedere punto 1, a pag. 140-141
5 Come sopra
6 Come sopra
7 Consulenza di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit)
8 Progetto originale di Hayao Miyazaki, tradotto in italiano e condiviso in internet da Shito (Gualtiero Cannarsi, traduttore ufficiale Lucky Red di tutti i film Ghibli) nel forum The First Place (http://www.tfpforum.it/index.php?topic=4662.1175;wap2). Integrazioni di Garion-Oh
9 Post di presentazione del film a opera di Shito, apparso nel Ghibli Forum nel primo messaggio del topic "Le consegne espresse della strega" (purtroppo il thread non è visualizzabile attraverso link esterni)
10 Vedere punto 1, a pag. 140
11 Jonathan Clements & Helen McCarthy, "The Anime Encyclopedia: Revised & Expanded Edition", Stone Bridge Press, 2012, pag. 336
12 Vedere punto 2
13 Come sopra
14 Vedere punto 10
15 Vedere punto 9

lunedì 20 febbraio 2012

Recensione: Usagi Drop

USAGI DROP
Titolo originale: Usagi Drop
Regia: Kanta Kamei
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Yumi Unita)
Sceneggiatura: Taku Kishimoto
Character Design: Tasuku Yamashita
Musiche: Suguru Matsutani
Studio: Production I.G
Formato: serie televisiva di 11 episodi (durata ep.24 min. circa)
Anno di uscita: 2011

 
Al trentenne Daikichi il funerale del nonno riserva una sorpresa: scopre, insieme a tutta la famiglia, che pochi anni prima del decesso il parente ha avuto una figlia, Rin, da una sua donna delle pulizie, che l'ha poi abbandonata andandosene via. Intenerito dall'adorabile bambina di cinque anni e triste per il suo prossimo futuro in un orfanotrofio, in un impeto di generosità Daikichi decide di tenerla temporaneamente con sé, crescendola in attesa di scoprire chi è la sciagurata madre...

Mi è decisamente contrastante dover commentare Usagi Drop: serie animata deliziosa, commovente, di alto livello, ma che copre giusto la metà del josei omonimo della Yumi Unita, fumetto (in Italia per GP Publishing) il cui prosieguo sfocia in una conclusione terribile. Di quelle, sulla falsariga di After Story, così orripilanti da distruggere intermanente la storia, anche se per la metà di rara delicatezza. Production I.G porta in televisione i primi quattro volumi, quelli con Rin ancora bambina, seguendoli con scrupolo e fedeltà assoluta. Una copia carbone di un primo atto sublime, e il risultato è ovviamente tale a sua volta: un'opera di delizioso realismo, slice of life di quelli che toccano il cuore, di quelli che rinunciano al buonismo inverosimile di Aria the Animation e alla drammaticità esasperata di After Story per raccontare di reali spaccati di vita quotidiana, di persone che affrontano problemi di tutti i giorni sorridendo e sostenendosi a vicenda, alle prese con orari di lavoro tardivi, ricerca di una scuola materna, shopping, malattie etc.

Una storia, Usagi Drop, che porta lo spettatore ad innamorarsi istantaneamente, fin dal primo episodio, a Daikichi e alla piccola Rin: lui indaffarato col lavoro ma pronto a passare con lei ogni minuto del suo tempo libero, lei infantile ma sempre più affezionata a lui mano a mano che nota i sacrifici che fa per lei. Cast semplicemente magnifico esaltato da un approccio realistico a dialoghi, reazioni psicologiche e comportamenti, che li umanizzano come pochissimi slice of life riescono davvero a fare, senza tormentoni o caratterizzazioni estremizzate. Umanizzazioni che colgono anche i personaggi secondari come il piccolo Kouki, l'introverso e tenero amichetto di Rin, la sua bella madre single che fa battere il cuore a Daikichi (l'elemento romantico della storia), la famiglia e i colleghi di lavoro di quest'ultimo. Personalità semplici ma così umane e definite da bucare lo schermo, portando presto a sentire anche loro come di famiglia, empatizzando nelle loro storie che ricalcano quelle di qualsiasi persona comune dietro a matrimoni falliti, attese di maternità e difficoltà nel gestire la vita familiare.


Un inno all'amore paterno, agli affetti e alla vita, la cui grande espressività va ricondotta non solo al lavoro di sceneggiatura ma anche al delicato aspetto visivo, con tinte ad acquerello che illustrano un design, fedele a quello dell'autrice originale, di una semplicità quasi infantile, così fresco e personale da rifuggire alla moderna omologazione grafica. Ottime anche le animazioni (da Production I.G è difficile aspettarsi di meno) e le avvolgenti musiche, primizie che sottolineano con enfasi i momenti salienti del commovente rapporto tra Daikichi e Rin. Un peccato, ma davvero, che Production I.G non ha il coraggio di inventarsi una personale conclusione da dare all'opera - una delle rarissime volte che chi scrive potrebbe tollerarlo -, lasciandola aperta e mandando quindi all'aria la coinvolgente storia d'amore portante tra Daikichi e la madre di Kouki. Spunti non ne mancherebbero, ci vorrebbe così poco a rendere l'Usagi Drop televisivo del tutto superiore a quello cartaceo. Non è possibile pensare, infatti, che quest'ultimo è ridicolarizzato, nella seconda parte, da una visione del mondo dell'autrice assolutamente inaccettabile e disgustosa, dove tutte le aspettative precedenti sono deluse e si arriva a celebrare anche una storia d'amore morbosa e inconcepibile. Un'assoluta idiozia che, tenendo conto di quello che si legge e vede qui, fa inquadrare il rapporto tra Daikichi e Rin molto meno "naturale" di quello che è.

Impossibile comunque stroncare una serie validissima, a tratti meravigliosa come l'Usagi Drop televisivo, paragonandola all'altra porzione di trama esistente solo in fumetto, per questo ne consiglio comunque caldamente la visione e invito semplicemente a predisporsi all'idea che il manga non esiste proprio e che il finale, pur senza "sbocchi", sia comunque apprezzabile in ambito di vita quotidiana, del "non sapere cosa accadrà domani". La rabbia, però, il disgusto per personaggi favolosi che poi si sputtanano indelebilmente nella storia originale rimane ed è incancellabile.

Voto: 8 su 10

lunedì 13 febbraio 2012

Recensione: I miei vicini Yamada

I MIEI VICINI YAMADA
Titolo originale: Hōhokekyo Tonari no Yamada-kun
Regia: Isao Takahata
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Hisaichi Ishii)
Sceneggiatura: Isao Takahata
Character Design: Kenichi Konishi
Musiche: Akiko Yano
Studio: Studio Ghibli
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 104 min. circa)
Anno di uscita: 1999
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Lucky Red



Di sicuro nulla si può negare dell'intelletto del regista Isao Takahata, poeta nel raccontarci le relazioni umane con una sensibilità, una cura per i dettagli e una spontaneità che di fatto non conoscono uguali nel panorama dell'animazione nipponica (e raramente anche al di fuori di essa). Le sue opere filmiche sono al contempo tutte d'autore e tutte raffinate, ma è anche indubbio che non sono affatto universali dal momento che sono profondamente e devotamente giapponesi, dedicate all'unico pubblico in grado di cogliere gli infiniti riferimenti alla sua cultura e alla sua società di cui sono tempestate, e non parlo di titoli palesi come Pom Poko (1994) ma anche di altri apparentemente user friendly come il celebratissimo (e sovrainterpretatissimo, fanno ancora ridere i commenti occidentali che lo inquadrano come storia pacifista contro la guerra) La tomba delle lucciole (1988). Insomma, non serve che ce lo dica Takahata (e comunque lo ha fatto, come ricordano i lettori della recensione di Pom Poko) che le sue opere non nascono pensando alla distribuzione estera e che proprio per questo non sono affatto tutti perfettamente "digeribili" per la platee internazionali. I miei vicini Yamada, uscito nei cinema nipponici il 17 luglio 1999, commercialmente difficilissimo in Italia, va addirittura oltre: così "straniero" e alieno dalla nostra cultura, così lento, così sperimentale, così di nicchia, da essere piaciuto poco alla stessa madrepatria, che lo accoglierà tiepidamente permettendogli appena di coprire gli altissimi costi di realizzazione di ben 2 miliardi e mezzo di yen in due anni di lavoro1, rappresentando un imprevedibile (ne siamo sicuri?) flop che di fatto allontanerà Takahata dalla regia di un film Ghibli per quasi una vita. È un film, come al solito, curato fino allo sfinimento e realizzato col cuore, contenutisticamente denso, ma così personale, anticommerciale e ostico che anche chi scrive fa fatica a entrarci in sintonia.

I miei vicini Yamada nasce da una personale scommessa del regista: trarre un lungometraggio dall'omonimo slice of life/comico (classe 1991) di Hisaichi Ishii2 che ha per protagonista i Yamada, una tipicissima famiglia borghese giapponese data da padre salaryman, madre e nonna casalinghe, figlio studente e figlia piccola. A volerlo insistentemente è Toshio Suzuki, produttore di Ghibli, innamorato da sempre del fumetto e che da anni chiede ai suoi uomini di portarlo al cinema ricevendo sempre risposte riluttanti3. Queste ritrosie si riconducono alla particolarità di quel manga: commercialmente poco appetibile non solo per il genere di per sé (lo slice of life si contraddistingue da sempre per l'assenza di una trama propriamente detta), ma anche per il fatto di essere uno yonkoma, un fumetto a strisce, composto da "storie" (sarebbe meglio dire "vicende quotidiane") che si aprono e chiudono in 4 vignette. Viste queste problematiche, Takahata sarebbe stato un genio se fosse riuscito a dare un senso organico alle strip, ma non si rivelerà tale: preferirà invece trasporle una dopo l'altra, allungandole in piccole "avventure" autoconclusive di 5/10 minuti da chiudere con un haiku (componimento poetico nipponico da tre versi) a tema, ciascuna dedicata a esplorare i problemi della vita e del nucleo familiare degli Yamada nella società in cui vivono celebrando al contempo il tekito4, "l'adeguatezza sufficiente al contesto", sorta di aurea mediocritas declinata alla giapponese. Takahata vuole che si percepisca, ne I miei vicini Yamada, la (cit.) "tranquillità e pacatezza del vicinato, un luogo in cui abitare senza stress sapendo di poter contare su questo per affrontare serenamente ogni situazione"5 (non per nulla la corretta traduzione del titolo dal giapponese sarebbe l'ancora più alllegro e gioioso I cinguettanti vicini Yamada). L'opera rimarca per l'ennesima volta la visione opposta di Takahata rispetto a quella del fraterno amico/collega Hayao Miyazaki, di cui critica il tipico fantasy avventuroso à la Principessa Mononoke (1997) poiché idealizza troppo i sentimenti e le aspirazioni umane più nobili presentandoli in modi così sognatori da scoraggiare i giovani quando li cercano nella vita reale, demoralizzandosi6. Da questa considerazione, quindi, l'approccio totalmente realistico delle sue storie di vita e intimismo e l'esistenza di un film così pericolosamente anticommerciale come questo.


Il linguaggio del corpo e i dialoghi sono sempre di primissima fascia: diretto sceneggiatore della pellicola, Takahata riempe di umanità i suoi attori e li muove in un palcoscenico di totale realismo comportamentale, permettendo un altissimo processo di immedesimazione nelle personalità raffigurate e nella magnificente trattazione di dinamiche e relazioni familiari. Ci si sente letteralmente a casa, a vedere questi buffi personaggi che affrontano problemi di tutti i giorni, ciascuno con la sua spiccata personalità e modo di affrontare le cose, in un Giappone anni '90 meticolosamente rievocato (una sorta di replica della pazzesca "ricchezza culturale" di Pom Poko) da canzoni popolari, show televisivi, cibi e pietanze.. Il figlio che si esalta come un bambino per il primo appuntamento amoroso, la nonna 70enne che guarda la fioritura dei fiori di ciliegio e si domanda quanto a lungo potrà ancora farlo, i litigi di quest'ultima con la nuora in merito a cosa preparare per cena, la famiglia davanti alla TV a commentare il programma, la madre che inizia a spaventarsi e a paventare chissà quali disgrazie e rapimenti quando si accorge che hanno dimenticato la piccola in un centro commerciale, il padre che non ha voglia di cercare guai andando a rimproverare dei teppistelli che fanno rumore la notte ma ci è costretto da moglie e madre, le discussioni col figlio sul senso di studiare a scuola... Con la consueta sensibilità, l'autore inserisce nel suo film persone vere che vivono, parlano e si comportano come tali e sotto questo punto di vista non si può non cogliere anche in questa pellicola la sua impressionante grandezza intellettuale data da dialoghi di una enorme profondità.

Per contro, I miei vicini Yamada è un film lento e pesante da paura, quasi ipnotico nella sua originale e al contempo terribile scelta stilistica di raccontare tutto raffigurandolo come fosse uno yonkoma. Interamente colorato in digitale7, scelta resasi tale anche (suggerisce Miyazaki8) per far riposare uno staff stravolto dalla fatica per il kolossal Principessa Mononoke, il lungometraggio vede colori tenui, sfumati e acquarellosi (spesso abbiamo la totale assenza cromatica) occupare per la quasi totalità del girato (salvo che in qualche sequenza isolata) scarni fondali. Takahata sceglie un design stilizzatissimo per la sua storia, quasi tendente allo storyboard, che si rifaccia prepotentemente al manga (da questo, i buffi attori deformed) e che focalizzi l'attenzione unicamente sui personaggi per renderli, evidentemente, centrali all'attenzione dello spettatore. I luoghi, gli ambienti e gli arredamenti sono appena suggeriti da linee essenziali su uno sfondo etereo, al punto che si potrebbe definire il film come un curioso precursore delle linee a gessetto del Dogville (2003) di Lars Von Trier. Nelle intenzioni, chiaramente, l'idea ha un senso importante per evidenziare i legami e i sentimenti isolandoli dal contesto ambientale, come fosse teatro, o anche solo per rimarcare la semplicità della vita e delle piccole cose, ma non cambia il fatto che in questo radicale minimalismo grafico da pugno in un occhio le vicende quotidiane dei Yamada risultino ostiche ed estenuanti da seguire fino in fondo - c'è anche qualche sequenza drammatica in cui attori e ambienti sono ritratti in modo realistico (per comunicare probabilmente la cupezza del momento dal loro punto di vista), ma è rara. Mi rendo conto che quella che descrivo potrebbe essere (e forse lo è veramente) superficialità, ma quasi 2 ore di sagome infantili su sfondo bianco a mio parere non si prestano a rendere la visione interessante o coinvolgente, anche se straborda di autoralità e i disegni dei fondali trovano ogni tanto una bellezza maestosa in alcune belissime composizioni pittoriche ben amalgamate con colori saturi. Il marchio Ghibli delle animazioni sontuose e degli splendidi disegni è ben presente (non mancano neanche alcune sequenze registiche da meraviglia visiva, come ad esempio la lunga metafora iniziale del matrimonio e della vita di coppia di Takashi e Matsuko, rappresentata come una favola avventurosa piena di momenti emozionanti), ma la cifra estetica sperimentale è a mio parere determinante nel decretare la pesantezza della pellicola, il suo fallimento ai box office (nonostante il clamore evocato dal fatto che a co-produrre l'opera sia Nippon TV, rivale del quotidiano che pubblica il fumetto originale, l'Asahi Shinbun9) e soprattutto la parvenza - falsa, ma in questo caso estremamente convincente - di un prodotto infantilissimo, disegnato male e molto più pesante di quanto non sia comunque in realtà.


I miei vicini Yamada, come intuibile, rappresenta abbastanza chiaramente un classico esempio di film che si ama o si odia: il lavoro di Takahata è così particolare che si isola da solo, un hit or miss senza vie di mezzo. Dal canto mio, purtroppo mi inserisco nella categoria di chi lo trova interessante, originale e poetico ma, così impostato e progettato, sbagliato alla radice, difficilmente digeribile per la lentezza monolitica, la mancanza di un filo unitario che leghi le vicende e l'essenzialità estetica che stanca subito (sembra una boutade, e invece...!) gli occhi. Non fatico a immaginare come possa piacere moltissimo a buona parte della critica (e così sarà, dal momento che il lungometraggio vince un Animation Excellence Prize al Japan Media Arts Festival10), ai megafan del regista, ad alcuni di quelli che in generale adorano Studio Ghibli e a quel tipo di spettatori che hanno un animo abbastanza "artistico" per apprezzare titoli così calmi e lenti in cui non succede nulla (il fan tipico, ad esempio, di Aria the Animation), ma dal mio punto di vista, anche se ci sperava, Takahata doveva immaginarlo che una enorme fascia di pubblico non avrebbe digerito un'opera così difficile. I miei vicini Yamada, a seconda di come la si pensi, rappresenta o l'ennesimo capolavoro del regista o una delle sue poche delusioni, ma in ogni modo è un risultato che nulla toglie all'impronta davvero unica che solo lui riesce a dare alle sue opere.

In Italia, il film esce direttamente in home video per Lucky Red, saltando inevitabilmente (come successo anche a tutti gli altri Paesi del mondo in cui è arrivato) il passaggio nelle sale. L'opera è tradotta e adattata dal consueto Gualtiero Cannarsi, che come da suo standard fa "parlare in giapponese i doppiatori" garantendo una fedeltà assoluta ai dialoghi originali.

Voto: 6 su 10


FONTI
1 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 301
2 Come sopra, a pag. 300
3 Intervista a Isao Takahata pubblicata su Kappa Magazine n. 79 (Star Comics, 1999, pag. 16)
4 Vedere punto 1
5 Vedere punto 3
6 DVD/Blu-ray ufficiale di "I miei vicini Yamada", extra "I segreti di "I miei vicini Yamada"" (Lucky Red, 2016)
7 Vedere punto 1
8 Kappa Magazine n. 79, pag. 15
9 Come sopra
10 Vedere punto 1

lunedì 6 febbraio 2012

Recensione: Pioggia di ricordi

PIOGGIA DI RICORDI
Titolo originale: Omohide Poro Poro
Regia: Isao Takahata
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Hotaru Okamoto & Yuko Tone)
Sceneggiatura: Isao Takahata
Character Design: Yoshifumi Kondo
Musiche: Masaru Hoshi
Studio: Studio Ghibli
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 118 min. circa)
Anno di uscita: 1991
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Lucky Red


Taeko Okajima è una donna di città che non è mai riuscita a fare pace con la sua infanzia, piena di incomprensioni con i genitori e sogni irrealizzati. Non è sposata, ha un lavoro da impiegata che non ama particolarmente e vive la sua vita abbastanza malvista in una società giapponese del 1982 in cui a 27 anni una single è considerata, come prassi del tempo, una zitella senza futuro. Decide di staccare la spina e concedersi un breve periodo di ferie di 10 giorni in un'azienda agricola di famiglia a Yamagata. Durante il viaggio rivive, in un lungo flusso di pensieri, la sua infanzia e le esperienze che l'hanno portata a diventare quello che è. Finalmente, tornando nei luoghi dell'infanzia e conoscendo Toshio, innamorato di lei, saprà accettare sé stessa.

Se parlare dell'abbandono della fanciullezza e dell'ingresso nel mondo adulto, da parte di una office-lady di 27 anni, potrebbe sin dalle premesse puzzare di memorabile débâcle di incassi (e per questo la storia era inizialmente prevista come cortometraggio, da abbinare a Kiki - Consegne a domicilio1), colpire l'obiettivo e farlo nel miglior modo possibile, commercialmente (film più visto in Giappone nel 19912, incasso di 1 miliardo e 870 milioni di yen3) e anche artisticamente (riconoscimento di migliore opera del 1991 da parte del Ministero giapponese della Cultura e delle Scienze4), significa per forza di cose, con un soggetto simile, aver creato un capolavoro. Decisamente, sicuramente di capolavoro si tratta, Pioggia di ricordi (1991), il lungometraggio più squisitamente bello e rappresentativo di Isao Takahata, in cui sono sublimati, in una cura figurativa perfetta, il suo gusto neorealista, la sua sensibilità e la sua poesia. Per quel che mi riguarda, di sicuro uno dei più bei film della Storia del cinema e in assoluto il mio lungometraggio animato preferito.

Dimentichiamoci, per un istante, la classica estetica fantasmagorica di Ghibli che sovrasta gioiosamente qualsiasi cosa, perché Ghibli non è stato fondato dal solo Hayao Miyazaki, ma anche dallo stesso Takahata: non significa solo favole per bambini, ma anche storie di vita comune rivolte principalmente agli adulti, in cui protagonisti non sono effetti solo speciali e animazioni spacca-mascella, ma solenni introspezioni dell'individuo. Non che questo voglia ridimensionare l'impressionante lavoro grafico di Pioggia di ricordi: siamo sicuramente e palesemente al cospetto di un'opera d'arte, glorificata da fondali ricchissimi di dettagli che tendono di volta in volta o a un realismo fotografico o a bellissimi quadri ad acquerello, ma, semmai, si può dire che rispetto al classico film di Miyazaki mancano non solo ambientazioni fiabesche, ma anche qualsiasi tipo di azione, visto che  l'intreccio è basato interamente su dialoghi tra personaggi. Location? Principalmente gli interni della casa dove vive Taeko da piccola, la sua aula scolastica e i (stupendi) paesaggi agresti in cui la lei adulta passa le vacanze. Graficamente e tecnicamente tutto realizzato con una cura pittorica indescrivibile (del resto il film costa la bellezza di tre anni di lavorazione5, quasi 715 milioni di yen6 e porta uno stremato Takahata a prendersi poi una vacanza a tempo indeterminato per recuperare le forze7), ma non è certo un'opera nata per meravigliare solamente l'occhio. È stato domandato al regista perché, per una storia dai contenuti così poco commerciali, non abbia voluto fare un lungometraggio con attori in carne e ossa: ha risposto8 (praticamente una replica del perché lo scrittore Akiyuki Nosaka permise solo a Takahata di trasporre in film La tomba delle lucciole) che solo l'animazione permette di rendere al massimo del realismo le espressioni facciali e gli stati d'animo dei protagonisti. Come dargli torto! Pioggia di ricordi non significherà solo fondali e scenografie maestosi, ma anche un'eloquenza incredibile nella resa fisica dei sentimenti dei personaggi, specialmente con le animazioni focalizzate a mostrarcene il labiale, plasmato su quello degli stessi seiyuu giapponesi (celebre il caso della stessa protagonista Taeko, il cui enorme sorriso, che marchia gli zigomi del viso, si basa sulle labbra della famosa attrice/idol/modella Miki Imai che le presta la voce9). Voluta è anche la scelta - tipica del cinema neorealista di cui Takahata, come sappiamo, è sempre stato appassionato - di far parlare tutti i personaggi, con estremo realismo, con il dialetto tipico del luogo10, ossia di Yamagata, notoriamente ostico tanto che, come si apprenderà, metterà in crisi i seiyuu11. Il film è in simbiosi totale con l'umanità del regista, memorabile nel tratteggiare l'infanzia di una donna che deve fare i conti con gli errori della giovinezza per trovare definitivamente la maturità nella vita adulta. Evoca i sentimenti della Taeko bambina con frequenti flashback rappresentati, nella loro dimensione sognante e sbiadita, da colori tenui che si dissolvono (in contrapposizione con quelli definiti e particolareggiatissimi del presente), parlando, con sensibilità e perfetta resa dei dialoghi, della paura e vergogna per il primo ciclo mestruale, della cottarella per l'asso di baseball della scuola e della difficile comprensione degli atteggiamenti (a suo modo di vedere severi) dei genitori. Ricordi resi in modo meravigliosamente intimista affidandosi alla grande espressività del delicato chara design del compianto Yoshifumi Kondo.


Pioggia di ricordi trova meraviglia nell'essere un genuino spaccato di vita che evidenzia, come da classica poetica del cinema dell'autore, il trascorrere del tempo, ponendosi come un invito felliniano e nostalgico a riscoprire il passato, riapprezzare quell'epoca di valori umani che ha preceduto il boom economico degli anni '80 che ha moralmente impoverito, col suo eccessivo benessere, la società giapponese12 (la stessa in cui Taeko ha così tanta difficoltà a integrarsi e trovare un posto, la stessa che ha impoverito le campagne dove lavora Toshio). Anche il suo (immancabile) tema del cambio di valori delle nuove generazioni è ancora oggi attualissimo: basti pensare che sovente si leggono, da parte di spettatori o critici del pubblico occidentale, considerazioni negative sul film concernenti un ipotetico "maschilismo" da parte del regista nel trattare l'argomento della ragazza 27enne non sposata e senza figli che si fa una ragione dei sogni irrealizzati per "colpa" dei genitori, quando lui si è semplicemente limitato, come sempre, a narrare con realismo la mentalità dominante del tempo senza prendere posizione.

Pioggia di ricordi è semplicemente un film maestoso nel suo minimalismo narrativo, che, per la sua rappresentazione di piccoli momenti di quotidianità filtrati dall'innocenza ferita di una bambina incompresa che non si rendeva conto di essere profondamente viziata, tocca di frequente con lirismo le corde dell'animo. Pensiamo alla piccola Taeko che mangia entusiasticamente insieme alla famiglia un esotico ananas (che si è impuntata a far comperare alla madre), si rende conto come loro che non gli piace ma fino alla fine continua a fingere di apprezzarlo per orgoglio; al primo e unico schiaffo mai ricevuto dal padre per un insopportabile capriccio; alla madre che invece di farle i complimenti per il talento nella scrittura dimostrato in un compito in classe la rimprovera di non mangiare quello che le preparano alla mensa scolastica. Sono tutti momenti che da entrambi i lati provocano empatia, sia da parte dell'io narrante di Taeko e sia dai modi di fare dei genitori per trasmettere educazione, severi ma giusti. Curata è anche la rievocazione delle mode e dei costumi dell'epoca presa in esame, espressa da riferimenti grafici a celebri riviste di fumetti (Taeko che nelle sue fantasie infantili si immagina disegnata in stile shoujo manga come nella sua adorata Margaret), brani musicali (dei Beatles!), film e telefilm trasmessi nelle TV giapponesi e anche canzoni dell'epoca. Anche tornando al presente non mancano momenti di grandissimo cinema, come le sequenze con la lei adulta che aiuta l'azienda agricola a raccogliere e preparare fiori di cartamo per la successiva raffinazione nel composto vermiglio alla base del colore del rossetto, o la rievocazione dei ricordi del piccolo, sfortunato Abe. Sono scene che bucano lo schermo per merito dell'umanità dei personaggi e della loro composta gestualità, dei rituali sociali e dell'aria di tutti i giorni che si respira (così tangibili che l'empatia si instaura in modo sincero) e, non in ultima battuta, grazie anche alla regia di Takahata che dispensa bellissime invenzioni visive. Memorabile anche l'accompagnamento musicale che ci rende partecipi dell'ambiente rurale inserendo in sottofondo canti contadini ungheresi e anche stornelli toscani.

Parliamo di un film essenzialmente perfetto, in cui la poetica "delle piccole cose" di Takahata trova la sua più felice ispirazione e dona un senso a ogni cosa: tutto, in Pioggia di ricordi, segue una coerenza. Ogni metafora, ogni ragionamento, ogni dettaglio (anche quello a prima vista più insignificante) ha il suo ruolo nel lento processo di autoconsapevolezza della ragazza: facciamo caso alle location "esterne" durante i flashback, in cui predomina il bianco per simboleggiare la memoria relativa dei luoghi (mentre al contempo le pareti di casa e della classe sono colme di dettagli e colori proprio perché Taeko se le ricorda benissimo, avendoci trascorso molti anni dentro); il fatto, nei ricordi, che Taeko è spesso in primissimo piano nelle inquadrature, come fosse al centro del suo piccolo universo; alla critica di Toshio sulla gente di città, che si stupisce della bellezza paesaggistica dando il merito alla natura e non ai grandi lavori dell'uomo che si sono susseguiti nei secoli (la felicità va costruita, non la si trova già pronta); e alle tante tessere di questo mosaico di preziosismi intellettuali e registici, in cui ogni pezzo ha un peso nel delineare la personalità e la crescita di di Taeko e in cui tutto è elegantemente lasciato a intendere, senza incivili spiegazionismi. Una grande sensibilità umana e una narrazione di eccelso livello sono da sempre marchi indelebili del regista: qui sono consacrate alla loro dimensione definitiva, donando una personalità fortissima al manga d'origine (1987) di Hotaru Okamoto da cui Pioggia di ricordi è molto liberamente ispirato, fumetto decisamente molto meno eccezionale e basato solo su ritagli di vita della piccola Taeko senza una trama di sottofondo.


Indimenticabile infine, ma davvero, il climax raggiunto dalla sequenza simbolica che chiude il film, la scena più bella mai realizzata da Takahata che, per dolcezza, musiche sognanti e messaggio, rappresenta il più commovente commiato alla fanciullezza mai filmato da essere umano, paragonabile ad alcune delle più belle visioni cinematografiche di un Kubrick a caso. Impossibile rimanere indifferenti di fronte a un'opera simile, creata dal regista pensando unicamente alle platee giapponesi13 ma, alla realtà dei fatti, universale come poche altre (è facilissimo rivivere, nei fraintendimenti e nella visione ingenua del mondo della Taeko bambina, la propria infanzia). Specialmente, impossibile non pensare alla grandezza di un regista come Takahata che dirige Pioggia di ricordi appena tre anni dopo il precedente capolavoro La tomba delle lucciole. Visione, scontato dirlo, che nessun adulto dovrebbe risparmiarsi (idealmente con lo straordinario, fedelissimo e certosino adattamento italiano realizzato nel 2015 da Gualtiero Cannarsi per Lucky Red), per un viaggio meraviglioso alla (ri)scoperta della vita e della crescita. Fondamentale.

Voto: 10 su 10


FONTI
1 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 142
2 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 215
3 Come sopra
4 Kappa Magazine n. 2, Star Comics, 1992, pag. 59
5 Come sopra, a pag. 214
6 Mangazine n. 12, Granata Press, 1992, pag. 8. Riporta la cifra di "12 miliardi di lire", da me convertiti in yen
7 Intervista a Hayao Miyazaki pubblicata su Mangazine n. 20 (Granata Press, 1993, pag. 36)
8 Intervista a Isao Takahata pubblicata su Kappa Magazine n. 2 (pag. 62)
9 Mangazine n. 9, Granata Press, 1991, pag. 32. Confermato su "Anime al cinema" (pag. 142) e Kappa Magazine n. 2 (a pag. 59)
10 Vedere punto 4, a pag. 62
11 Mangazine n. 7, Granata Press, 1991, pag. 8
12 Vedere punto 2, a pag. 215-216
13 Intervista a Takahata pubblicata su Kappa Magazine n. 37 (Star Comics, 1995, pag. 121)

mercoledì 25 gennaio 2012

Recensione: Chie the Brat (Jarinko Chie)

CHIE THE BRAT
Titolo originale: Jarinko Chie
Regia: Isao Takahata
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Etsumi Haruki)
Sceneggiatura: Isao Takahata, Noboru Shiroyama
Character Design: Yasuo Otsuka, Yoichi Kotabe
Musiche: Masaru Hoshi
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 110 min. circa)
Anno di uscita: 1981


La piccola Chie Takemoto è sfortunata: in un quartiere povero di Osaka gestisce quasi da sola un piccolo ristorante, sopperendo con grande forza e vitalità alla mancanza di un nucleo familiare, distrutto dalla separazione dei suoi genitori per colpa dello stile di vita fracassone e infantile del padre Tetsu. Un insieme di vicende fortuite porterà, forse, i suoi genitori a un timido, lento processo di rinconciliazione...

È impossibile parlare davvero male di un film di Isao Takahata: potrà essere lento (anche MOLTO lento), magari senza un apparente senso e privo di un filo conduttore nella trama, ma non gli mancherà mai di trovare momenti ispirati, poetici o intellettuali, che gli donano quella dignità dei Grandi che rifugge da qualsiasi stroncatura. Troppo facile, per il pubblico occidentale, ricondurre il nome dell'artista ai suoi soliti capolavori Ghibli, è un atteggiamento che ha la colpa di oscurare gli altri lavori di gran classe, pre-1985, che lo hanno visto apporre la sua firma come regista: un lungometraggio epocale e politico come Hols: Prince of the Sun (1968), la brilante prima serie televisiva di Lupin the 3rd (1971), tre capolavori del meisaku del calibro di Heidi (1974), Marco: Dagli Appennini alle Ande (1976) e Anna dai capelli rossi (1979), e magari un Jarinko Chie qualsiasi (Chie la monella), film commedia/slice of life del 1981 di grande spessore nonostante il modesto successo ai box office1.

Chie
si basa sul lungo, popolarissimo e vendutissimo (67 volumi per un totale di 30 milioni di copie vendute in Giappone2) di Etsumi Haruki, che Takahata rielabora, con grande reverenza, in un lungo e delizioso film di quasi due ore raccontando, senza apparente organicità, della vita della giovanissima protagonista, alle prese con i guai lavorativi e quelli in cui finisce l'immaturo padre, inadatto a integrarsi in una normale vita di famiglia e quotidianamente dietro a gioco d'azzardo, debiti e risse. Si tratta del primo degli svariati film che il regista realizzerà sulle dinamiche della vita, imprimendo, in questo caso, su pellicola le persone, le atmosfere e il senso di familiarità che ha personalmente riscontrato3 nei tipici bassifondi popolari di Osaka, dove tutti si sentono parte di una grande comunità e dove vivono i membri della famiglia della piccola Chie, in un microcosmo nel quale tutti sono amici di tutti e si sostengono a vicenda (dal gestore della casa di gioco al poliziotto di quartiere). Pur con elementi surreali, Chie si configura come una commedia intimista sulla quotidianità: il padre della bambina, pur volendole bene, è un simpatico mascalzone che più volte la mette in imbarazzo a scuola e a lavoro, con azioni paradossali, rozze e incivili che riflettono la sua bassa preparazione culturale e rappresentano l'aspetto umoristico e al contempo realistico della storia. Chie e il babbo sono protagonisti di siparietti comici che concernono liti con yakuza del quartiere, notti in cella, duelli tra felini, figuracce varie e demenzialità assortite: quello che è brillante è come, in una storia molto umoristica, Takahata racconta con grande sensibilità le loro dinamiche famigliari, rendendo commovente il processo di riavvicinamento dei genitori di Chie.


I disegni dell'immancabile Yasuo Otsuka saranno più infantili che mai (uomini e donne si ritrovano dotati di favolose orecchie a sventola!) e, complici i colori caldi e saturissimi, quasi cartooneschi, ma contraddistinguono un chara design di classe e dall'enorme espressività, adeguato a risaltare la poesia evocata da Takahata in vari momenti di intimismo assoluto, dati da dialoghi spontanei, credibili reazioni psicologiche (Chie che, pur sforzandosi in ogni modo, non riesce a chiamare "papà" il genitore), scene commoventi (la piccola che si mette a cantare rumorosamente in treno per rompere il ghiaccio tra i tesi parenti, che non hanno voglia di parlarsi) e momenti di grande classe registica. Si tratta di segmenti - legati al problema molto giapponese e sentito della scarsa comunicazione familiare -  integrati ad arte, che non stonano affatto nel contesto, evocando sentimenti di tenerezza, tra un sorriso e l'altro, senza mai ricorrere, non in un solo momento, a retorica, inserti strappa-lacrime o scene facilmente irreali o sensazionalistiche. Takahata riversa nel suo lavoro quella sua leggerezza poetica e intellettuale che rende uniche tutte le sue opere, facendo ridere e commuovere allo stesso tempo e regalando personaggi che, nonostante disegni e atmosfere leggere, sono ben tratteggiati e trasudano umanità da tutti i pori coi loro comportamenti e modi di agire.

Si dovesse giudicare il film per la sola classe del regista, non si potrebbe far altro che applaudire. Peccato, quindi, come nella sua interezza Chie non possa dirsi del tutto riuscito: la comicità è preponderante ma non sempre graffia a fondo, alternando momenti di reale divertimento (perlopiù i comportamenti spontanei dei personaggi) ad altri davvero troppo bambineschi (ovviamente quelli estremizzati o del tutto implausibili), riflettendosi in una certa pesantezza generale, ravvisabile nelle fasi più avanzate del racconto, che poi prosegue fino alla conclusione. Il film è già di suo parecchio lungo e lento, e la mezz'ora finale di girato, poi, basata su un lungo e ridicolo scontro tra gatti abbastanza slegato dalle vicende di Chie, se nelle intenzioni vorrebbe far ridere, si può dire tranquillamente che manchi il bersaglio. Niente di trascendentale neppure le animazioni, anche se è indubbio che in un'opera di questo genere non ci si aspetti chissà che meraviglia tecnica. Tuttavia, Chie compensa i suoi problemi con fondali curatissimi che ricostruiscono una Osaka pulsante vita: un vero valore aggiunto alla produzione, che di questa città ne restituisce al pubblico i colori, gli odori e i luoghi, rendendo tangibile anche il calore della gente. È assai probabile, quindi, che nonostante il poco successo ai box office, questo film e, più avanti, le successive serie TV dedicate al manga di Etsumi Haruki (tutte inedite e neanche reperibili col fansub, purtroppo, soprattutto la prima, diretta ancora da Isao Takahata) siano state molto apprezzate in quei lidi: non è un caso che la seconda, del 1991, sarà trasmessa unicamente in una piccola televisione locale nell'area del Kansai4.


Chie la monella forse non appartiene alle visioni davvero imprescindibili di Isao Takahata, ma di sicuro è un riuscito film d'autore, per buona parte della sua durata davvero riuscito e meritevole di venire accostato ai lavori più altisonanti del regista. Curiosamente poco conosciuto anche tra i suoi stessi fan, Chie di sicuro ha le sue falle, ma rimane un esempio eclatante della genialità di un autore che può parlare di qualsiasi argomento, fosse anche il più ridicolo del mondo, non facendo mai venire meno grandi introspezioni psicologiche, dialoghi sopraffini e poesia: uno dei migliori registi contemporanei, e non solo in ambito di animazione.

Voto: 7,5 su 10


FONTI
1 Mario A. Rumor, "The Art of Emotion: Il cinema d'animazione di Isao Takahata", Cartoon Club, 2007, pag. 221
2 Sito web (giapponese), "Mangazenkan", http://www.mangazenkan.com/ranking/books-circulation.html
3 Vedere punto 1, a pag. 210
4 Saburo Murakami, "Anime in TV", Yamato Video, 1998, pag. 138

DISCLAIMER

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, viene aggiornato senza alcuna periodicità e pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 7 marzo 2001 n. 62. Molte delle immagini presenti sono reperite da internet, ma tutti i relativi diritti rimangono dei rispettivi autori. Se l’uso di queste immagini avesse involontariamente violato le norme in materia di diritto d’autore, avvisateci e noi le disintegreremo all’istante.