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lunedì 13 febbraio 2017

Recensione: Remi - Le sue avventure (Ascolta sempre il cuore Remi)

REMI - LE SUE AVVENTURE
Titolo originale: Ie Naki Ko
Regia: Osamu Dezaki
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Hector Malot)
Sceneggiatura: Haruya Yamazaki, Tsunehisa Ito, Keiko Sugie
Character Design: Akio Sugino
Musiche: Takeo Watanabe
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie televisiva di 51 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1977 - 1978


A metà degli anni '70, per motivi che non mi sono ufficialmente noti (ma comunque sufficientemente ipotizzabili da poter provare a ricostruirli), l'industria animata giapponese inizia a scoprire la moda della letteratura europea. Non penso sia sbagliato presupporre che la cosa possa essere ricondotta all'enorme successo del grande Heidi (1974) televisivo di Isao Takahata, successo che da solo convince Nippon Animation a varare l'anno successivo il Sekai meisaku gejiko, meglio conosciuto come World Masterpiece Theater o meisaku, ossia una lunga, lunghissima serie di trasposizioni animate di opere per l'infanzia di gusto occidentale. Nel 1975, ispirate da Piccole donne (1868) di Louisa May Alcott1 e sotto richiesta del loro editor, innamorato di Heidi (si torna sempre lì!) e che chiedeva loro un'opera simile, anch'essa apprezzabile da madri e figlie2, le autrici Kyoko Mizuki e Yumiko Igarashi disegnano il manga Candy Candy,  uno degli shoujo più famosi e influenti di tutti i tempi in madrepatria (e non solo per le note, interminabili controversie legali tra le due autrici, in tempi successivi, in merito alla proprietà intellettuale dell'opera). Ambientata tra USA, Messico e Inghilterra a inizio XX Secolo, quella della povera orfanella Candice White è un'esistenza infelice: sempre risoluta e col sorriso sulle labbra, la piccola 13enne affronta con forza e coraggio l'incredibile numero di avversità, sfortune e disgrazie che la vita, con inusuale e compiaciuto sadismo, arreca a lei e alle persone che le vogliono bene, sfortune che la porteranno a essere ripetutamente emaraginata e disprezzata pur non meritandoselo, a veder morire o finire male più di un fidanzato e a venire cacciata da un luogo all'altro del mondo (ovviamente per merito delle classiche invidie principalmente femminili che odiano la sua purezza). Più che il risibile, inverosimile numero di tragedie che capitano all'eroina e che fanno assumere alla vicenda i contorni di una telenovela, è giusto far notare che la morale della storia è che (usando le parole della Igarashi3) "bisogna essere in grado di rialzarsi e vivere anche dopo i duri colpi dati dalla vita", destinato a diventare manifesto del "genere", e soprattutto che la trasposizione del manga a cura di Toei Animation che inizia nel 1976, pur non raggiungendo share degni di finire tra i 100 migliori al mondo, arriva al traguardo di ben 115 episodi rivelandosi un gran successo4.

Penso, a questo punto, che il mosaico inizi a ricomporsi. In quel periodo in cui le platee seguono con interesse le storie di impianto europeo, la grande "popolarità" delle tragedie di Candy Candy (storia che, è bene ricordarlo, sempre appartiene all'insieme sopracitato) e il suo stoico messaggio trovano ulteriore terreno fertile presso gli studi d'animazione, che iniziano a percepire come il contorno di località esotiche e orfanelli sfortunati piaccia e molto. Non per nulla, come ben sa chi si è studiato un po' della società giapponese, la vita di un nipponico, sin dalle scuole elementari e fino alla pensione, è contraddistinta da ritmi di studio e lavoro massacranti a dire poco, che iniziano di mattina e terminano la sera, neanche lontanamente paragonabili a quelli occidentali, tanto che ancora oggi il Giappone è oggi uno degli Stati con il più alto tasso di suicidi al mondo5 e principalmente per depressione6. Penso sia molto credibile perciò che l'idea che le storie di bambinelli buoni e puri che subiscono nella vita ogni genere di cattiveria da parte di infami potesse essere vista, all'epoca, come esorcizzante e liberatoria per i bambini, che andando a scuola già intuivano quanto sarebbe stata dura la loro vita negli anni a seguire, quanto sarebbero stati "spremuti" dalla società, e in virtù di questo si "consolavano" grazie ai loro "avatar" televisivi che ne passavano di cotte e di crude ma che pure si rialzavano sempre, carichi di forza e ottismo per guardare avanti a un futuro migliore. Da questa lunga premessa dunque, che parte da Heidi per arrivare a Candy Candy toccando anche la frenetica, asfissiante vita nella società nipponica, penso perciò di poter spiegare il perché gli anime meisaku, soprattutto quello con gli "orfanelli sfigati", abbia per così lungo tempo imperversato con successo nelle televisioni asiatiche, sempre attraverso lunghe serie televisive (principalmente di Nippon Animation, ma non solo) tutte o quasi arrivate anche da noi. Ritengo dalle fortune di share delle "tragedie" di Candice White che si possa ricavare l'input per la creazione del suo primo "erede" che mi accingo a commentare, Ie Naki Ko, Senza famiglia (in Italia Remi - Le sue avventure) del 1977, basato sull'omonimo romanzo del 1878 del francese Hector Malot (in verità è una seconda trasposizione, con la prima data da un lungometraggio Toei Animation del 1970 diretto da Yugo Serikawa, in Italia Senza famiglia) e animato dalla Tokyo Movie Shinsha.


La storia del piccolo Remi non è tanto dissimile da quella della sua "sorella maggiore" e la morale, ovviamente, è la medesima (ben enunciata dallo "slogan" portante "va avanti per la tua strada Remi! Forza!"). Siamo nel XIX Secolo, nel villaggio francese di Chavanon. Dopo 11 anni vissuti con una madre amorevole, la bella signora Barberin, il piccolo scopre di essere in verità stato adottato, trovato in fasce in un vicolo di Parigi, dal marito di lei. Peccato che quest'ultimo, Jérôme, incattivito dalla povertà e dalla loro misera vita, non ci penserà un secondo a vendere il fanciullo pur di racimolare qualche soldo, non avendolo mai considerato realmente parte della famiglia, freddo alle suppliche di moglie e piccolo. Acquistato in lacrime dall'italiano Vitalis, anziano girovago e artista di strada dal passato misterioso, che si procura da vivere alla giornata allestendo allegri spettacoli coi suoi cani Capi, Dolce e Zerbino e la scimmietta Joli Coeur, Remi finirà col vagabondare insieme a loro in giro per mezza Francia, imparando sulla sua pelle le avversità e asperità della vita, ma anche, da Vitalis, la capacità di leggere, cantare, suonare l'arpa e il flauto e soprattutto la dignità di un "vero uomo", quella di essere autonomo e sapersi mantenere da solo senza contare sugli altri. Nel corso del suo lungo viaggio Remi conoscerà ogni genere di privazione e difficoltà, ma avrà dalla sua la fermezza di andare avanti nonostante i duri colpi subiti, fino a trovare un raggiante futuro.

Realizzato per festeggiare il 25esimo anniversario dell'emittente televisiva Nippon TV, Remi è animato interamente in stereocopia sfruttando lo "stereo chrome system", una tecnologia dell'epoca che permetteva la produzione di immagini visionabili al contempo sia in 3D (se si possedevano gli occhialini specifici) che in un normale 2D senza nessun effetto visibile su schermo7. Originalità tecniche a parte, Remi è una serie importante. È innanzitutto un'opera di riscossa economica: in grosse crisi finanziarie, lo studio chiamato allora solo Tokyo Movie concentrerà proprio su Remi, su Lupin the 3d Part II e su New Star of the Giants, tutte e tre del 1977, le sue risorse economiche, cercando a tutti costi di realizzare produzioni di alta qualità che potessero fare presa sul pubblico: ci riuscirà mirabilmente con tutte realizzando dei successi commerciali8, trovando così sufficiente stabilità finanziaria da poter letteralmente rinascere in "Tokyo Movie Shinsha" ("Nuova Società Tokyo Movie"). In secondo luogo, banalmente, Remi simboleggia il ritorno all'animazione, insieme, di Osamu Dezaki e Akio Sugino, la coppia a cui si devono le indimenticabili invenzioni grafiche e registiche dell'eccellente Aim for the Ace! (1973). I due sono nuovamente in piena sintonia e realizzano, in questa produzione, un altro grande lavoro molto rappresentativo del loro talento. Il titolo gode infatti di disegni ancora una volta realistici, dettagliati ed eleganti, e soprattutto l'assenza delle tipiche inquadrature dezakiane in favore di una direzione ortodossa è controbilanciata dall'enorme, affascinante numero di simbolismi (principalmente religiosi, con colombe e vetrate di chiese) e delle "cartoline", quelle famose, gigantesche illustrazioni, tanto care al regista, con cui si esprimono con vigore i sentimenti dei personaggi e i momenti topici della narrazione. Vale la pena anche citare i fondali estremamente pittorici, accostabili (seppur alla lontana) ai quadri di Vincent Van Gogh per l'uso di pennellate e tonalità cromatiche, le animazioni molto buone, e, indubbiamente, la buona ricostruzione storica di ambienti, paesaggi e macchinari, evidentemente basata su una qualche ricerca in merito. L'ottima raffigurazione delle campagne francesi, degli impianti minerari, delle linee ferroviarie e di tante famose città francesi sicuramente è stata influenzata da materiale consultativo. Tocco di classe l'uso nella vicenda di vere canzoni napoletane eseguite da Vitalis per fare intuire il suo passato. Sarebbe bello lodare anche il lavoro del compositore Takeo Watanabe, fresco di notevoli melodie dolci, armoniche e malinconiche, peccato siano prelevate e riciclate dal suo precedente lavoro per Megu the Little Witch (1974, in Italia Bia - La sfida della magia) svolto per Toei Animation.

Tuttavia, il punto di forza del progetto, tecnicamente  davvero molto buono, non può non essere la bontà della trama. Mi dà, in verità, un po' di problemi sorvolare sulle ingenuità di una storia "on the road" la cui vicenda geograficamente copre tutta la Francia e che viene interamente e sfacciatamente portata avanti e risolta attraverso una fitta ragnatela (tessuta evidentemente dal destino) di pazzeschi e inverosimili incontri fortuiti tra persone che non si sono mai conosciute e che per puro caso scoprono di avere un Remi in comune tra gli amici (il mondo non è solo piccolo, ma addirittura piccolissimo), ma da un lato questo è un handicap del romanzo originale, e dall'altro evidentemente è prassi comune soprassedere su queste cose in virtù di una eventuale poderosa forza espressiva del racconto (chi sono io per dire nulla, quando Monster di Naoki Urasawa e Takashi Nagasaki è pluri-premiato e pluri-amato da critica e pubblico col suo disumano numero di coincidenze impossibili che surclassano quelle di Remi?). Se si riesce a godere di Remi per quello che è, senza stare a pensare che è completamente campato in aria per come si sviluppa e, ovviamente, per la mole di sfortune e disgrazie che sembra non lasciare in pace questo ragazzo in qualsiasi luogo in cui si trovi (insite nel "genere" melò), c'è di che commuoversi davvero con questo dramma toccante e in più occasioni memorabile. Il merito maggiore di Dezaki e degli sceneggiatori è di tridimensionalizzare benissimo i personaggi: la maturazione di Remi è ovviamente influenzata dalle esperienze di vita e dai legami che instaura con le varie persone che conosce, e questi rapporti sono bene esplorati, con sensibilità, profondità, poesia e una realistica, commovente analisi comportamentale. Impossibile, davvero impossibile non affezionarsi a Vitalis e al ruolo che gli spetta nella vita del ragazzo (principalmente, il padre che non ha mai avuto), come è difficile rimanere indifferenti alla simpatia degli altri membri della troupe degli artisti girovaghi o degli altri attori davvero importanti (mi fermo con le anticipazioni) che concorreranno a formare il ragazzo rendendolo spiritualmente più forte e positivo. Il realismo di come sono trattate le relazioni interpersonali e i dialoghi è mirabile e soprattutto spontaneo e ricorda molto il Takahata di Heidi: si avverte come regista e sceneggiatori ci mettano il cuore per offrire un ritratto né troppo retorico né troppo impietoso dell'Uomo, ma reale, ritraendo lui e i rapporti umani in tutte le sue sfumature, da quelle più positive (Vitalis, la madre) a quelle più odiose e negative (il ripugnante gendarme di Tolosa, il commissario inglese), per preparare il pubblico di telespettatori a quali saranno le difficoltà che incontreranno nel corso della vita, come quelle di Remi. Giustamente, con queste pretese, i momenti davvero bui del ragazzo, quelli più terribili che ogni persona deve affrontare almeno alcune volte nel corso della vita, saranno narrati in modo così empatico e straziante da scuotere sicuramente la persona davanti allo schermo.


Remi, in poche parole, nonostante l'esagerazione delle sfortune in esso rappresentate, è sicuramente da prendere come un inno alla vita, ben confezionato e sensibilmente raccontato, con diversi momenti lacrimevoli che lasciano il segno. Un ottimo anime, non c'è che dire, anche se alcuni difetti non mancano, di poco e grosso conto: nel primo gruppo finiscono alcune ingenuità antistoriche (scale antincendio nell'800? Ubriaconi europei che si mettono a ballare e fare gli stupidi allo stesso modo di quelli giapponesi?), nel secondo una parte centrale/finale nettamente inferiore alla prima, che liquida con freddezza e velocità scene che dovrebbero essere teoricamente piene di pathos e trova un lungo riempitivo (ambientato in Inghilterra) abbastanza noioso. Non che non manchino scene che scaldano il cuore, ma, per buona parte della loro durata, gli ultimi 20/25 episodi sono un continuo saliscendi di ottimi momenti intervallati da altri che ci si aspetta bellissimi e che invece deludono. Desta scalpore e qualche perplessità anche la conclusione, inventata appositamente da Dezaki (assente, quindi, nel romanzo), estremamente "giapponese" e per questo tirata per i capelli nel contesto europeo in cui è ambientata la vicenda. Non è brutta nè totalmente irrealistica, ma abbastanza innaturale. La bontà del resto, tuttavia, fa in modo che le storpiature non influenzino troppo la valutazione finale, assolutamente positiva e che premia un'opera che alla sua conclusione, nel 1978 (uscirà pure un classico film riassuntivo nel 1980, ovviamente trascurabile vista la sua impossibilità di sintetizzare in modo sensato 51 episodi in appena 96 minuti!), farà da spartiacque per l'arrivo, in tempi non troppo distanti, di una pletora di altri gioiosi orfanelli tragici in cerca di famiglia (e di un secondo adattamento del romanzo, nel 1996, da parte di Nippon Animation).

Nota: Remi è arrivato in Italia nel 1979, trasmesso su Rai1 col titolo Remi - Le sue avventure. Una volta tanto, posso confermare un buonissimo adattamento dei testi, l'uso dei nomi originali e un'ottima prova di recitazione da parte dei nostri doppiatori. Unica stonatura Remi pronunciato Remì (e poco importa se paradossalmente sarebbe più corretto così, dell'originale va rispettato tutto, anche gli errori). Non posso però confermare il ridoppiaggio Mediast del 2003 (l'opera è rinominata Ascolta sempre il cuore Remi) perché non l'ho sentito. Tuttavia, preferisco consigliare l'ascolto della serie con audio giapponese e sottotitoli (Remi è uscito sottotitolato all'estero, anche negli USA), anche perché non vadano persi piccoli tocchi di classe come il protagonista e il suo amico Mattia che cantano tutto il giorno, per darsi coraggio, le parole della sigla originale di chiusura.

Voto: 8 su 10

ALTERNATE RETELLING
Nobody's Boy: Remi (1980; film)


FONTI
1 Consulenza di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit), in merito all'incontro col pubblico di Yumiko Igarashi all'Etna Comics 2016
2 Intervista alla Igarashi realizzata al Japan Expo 12th Impact del 2011 e pubblicata sul sito Nanodà.com alla pagina http://www.nanoda.com/intervista-a-yumiko-igarashi-georgie-candy-candy/
3 Come sopra
4 Volume 1 di "Ufo Robot Grendizer", "Il Goldrake che non conoscete", d/visual, 2007
5 Rapporto della World Health Organization del 2012 alla pagina ufficiale http://apps.who.int/gho/data/node.main.MHSUICIDE?lang=en (guardare la colonna a sinistra)
6 Secondo la Wikipedia inglese, la fonte è il quotidiano "Japan Economic Newswire" del 13 maggio 2010, nell'articolo "Suicides due to hardships in life, job loss up sharply in 2009"
7 Wikipedia giapponese di "Nobody's Boy: Remi". Che fosse un anime realizzato in 3D (ma non va nel dettaglio come Wikipedia) lo conferma il saggio "Anime al cinema" (Francesco Prandoni, Yamato Video, 1999, pag. 83
8 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 119. Che "Remi - Le sue avventure" sia un successo commerciale lo conferma anche il booklet allegato al Memorial Box 1 dell'edizione in DVD Yamato Video di "Lady Oscar" (2009, pag. 2)

lunedì 6 febbraio 2017

Recensione: Rocky Joe 2 (Rocky Joe, il campione)

ROCKY JOE 2
Titolo originale: Ashita no Joe 2
Regia: Osamu Dezaki
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Ikki Kajiwara & Tetsuya Chiba)
Sceneggiatura: Atsushi Yamatoya, Haruya Yamazaki, Hideo Takayashiki, Yoshimi Shinozaki
Character Design: Akio Sugino
Musiche: Ichiro Araki
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie televisiva di 47 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1980 - 1981


Il 29 settembre 1971 Joe del domani anime chiude le trasmissioni con un finale improvvisato, dopo numerosi, evitabili filler che diluiscono enormemente la narrazione e ne riducono notevolmente la portata tragica. Successivamente, il suo regista Osamu Dezaki e il suo character designer Akio Sugino, come sappiamo, scoprono con Aim for the Ace! (1973) quella leggendaria sinergia artistica che renderà i loro nomi famosissimi e acclamati e che partorirà per tutti gli anni '70 un imbarazzante numero di capolavori e grandi serie, caratterizzate da una direzione all'avanguardia (l'unica che mi sovviene, di quegli anni, che si rifà ai modelli e al linguaggio davvero cinematografico, come le inquadrature oblique e lo split screen) e meravigliosi disegni. Nel frattempo, il manga originale di riferimento di Ikki Kajiwara e Tetsuya Chiba termina nella gloria e i suoi diritti passano dalla ormai defunta Mushi Production alla Tokyo Movie Shinsha. La replica della serie, infine, raggiunge indici di ascolto convincenti e, sembra, mediamente più alti della prima trasmissione (dico questo perché lo share più alto della replica, del 31.6%1, è maggiore del picco dell'originale, come sappiamo del 29.2%), abbastanza per convincere lo studio che sta riaffiorando interesse. Dopo Lady Oscar (1979), Dezaki e Sugino sono perciò pronti a riprendere il discorso lasciato in sospeso e concluderlo in TV, ormai nel pieno della loro maturità artistica, in procinto di riversare in Joe del domani 2 le invenzioni visive che li hanno resi famosi e che non avevano ancora "inaugurato" nella prima serie.

L'8 marzo 1980 esce al cinema un lungometraggio riassuntivo (inedito in Italia) che sintetizza per vecchi e nuovi spettatori la storia animata vista a inizio decennio. Al di là dell'ovvio, drastico rimontaggio operato per schiaffare 79 episodi in un film di 152 minuti, l'opera si distingue per la curiosa scelta di concludersi proprio con la celebre morte di quel celebre personaggio che ha portato a quel celebre funerale pubblico tra i fan, tralasciando di trasporre le circa trenta puntate successive, quelle maggiormente tirate per le lunghe con riempitivi e invenzioni varie. Di fatto, in questo film saranno adattate perciò solo le prime 52 puntate (l'equivalente dei primi 9 volumi del manga, nonostante la serie ne coprisse 14). Sarà un indizio bello pesante: la seconda serie ricomincerà infatti proprio da quel punto, con una lunga opera di remake della parte finale della prima (i primi 13 episodi), evitando qualsiasi riempitivo per seguire scrupolosamente e con costanza il manga, riproponendolo tale e quale anche se questo significa presentare fin da subito atmosfere sensibilmente più cupe e tenebrose che rinunciano ai siparietti comici e agli addolcimenti visti in precedenza - e non per nulla in più di qualche occasione anche le sequenze "mantenute" dal passato verrano ampliate o riviste in modo più fedele, ad esempio finalmente Joe torna ad affrontare due volte Carlos Rivera e non più solo una. Joe del domani 2 racconta della carriera pugilistica vera e propria di Joe Yabuki, dei numerosi match che lo riguardano, dei terribili rimorsi di coscienza che prova nel rendersi artefice della distruzione delle carriere dei suoi rivali (mediante i suoi pugni rabbiosi e devastanti) e del lento innamoramento tra lui e l' "odiata" Yoko Shiraki. Soprattutto, narra di un nuovo terribile antagonista e della tragica questione dell'encefalopatia del pugile (il terribile disturbo neurologico che può cogliere un pugile colpito da un eccessivo numero di colpi alla testa e che porta lentamente alla demenza) che colpirà più di qualcuno. In tutte queste questioni, Joe del domani 2 trova il compimento della parabola nichilista accennata nella prima parte e di cui già si percepivano le avvisaglie, ossia la ritrosia di Joe di "accontentarsi" di una vita tranquilla e la sua volontà, per riconoscenza alla boxe che lo fa sentire vivo e completo, di votare tutto sè stesso alla disciplina fino a consumarsi letteralmente (emblematica la nota metafora delle ceneri bianche). Proprio nella parte centrale e finale la storia, infatti, trova quell'accumulo di tragedie che colpiscono come un pugno nello stomaco, commuovono (la figura di Carlos Rivera, la maturazione di Joe) e danno pieno senso al titolo dell'opera.

Inutile, a questo proposito, stare a sviscerare un'altra volta tutte le tematiche della vicenda, già trattate nella recensione della prima serie TV. In questa Parte 2, banalmente, il racconto si evolve in un noir "sportivo" dalle atmosfere ancora più opprimenti e asfissianti, in cui i temi sono sublimati e portati alle più terribili conseguenze, come ben attesta quel finale indimenticabile (o meglio ancora, quel fotogramma) che si è impresso nell'immaginario collettivo, citato in milioni di anime/manga e conosciuto ormai da chiunque bazzichi questo mondo (per quanto sia una personale interpretazione del regista, dato che la stessa scena su carta è volutamente ambigua e vale la pena aggiungere che nel 2014 il disegnatore Chiba, inventore di quella sequenza conclusiva2, abbia addirittura smentito la visione di Dezaki3).


In animazione, Joe del domani 2 brilla come una stella, annichilendo il low budget della prima serie e a mio parere addirittura superando il manga, evento estremamente raro ma che riesce insolitamente spesso al regista. Il merito non può che spettare alla confezione tecnica e registica della serie, distante eoni dalla povertà vista in precedenza e rappresentata da un Dezaki e Sugino ai vertici del loro talento. Graficamente i due operano un restyling clamoroso che rende più adulti i personaggi, nitidi i colori e soprattutto dettagliatissimi i disegni, accompagnandoli a una realistica fisica di ombreggiature e ad animazioni di alto livello che esplodono in energia negli incontri con spettacolari invenzioni visive (split screen, deformazioni e volute sproporzioni, linee cinetiche, realistica resa del sudore e degli ematomi, illustrazioni, psichedelici giochi di colori, etc., l'episodio 12, indimenticabile, è enormemente rappresentativo in questo senso), grandi espressività facciali e poderoso senso di fisicità e mascolinità. Non mancano neppure geniali invenzioni sonore (la più nota è sicuramente rappresentata dall'incontro con il "Calcolatore umano" ed ex soldato coreano Kim Yongpi, la cui raffica di pugni è musicalmente metaforizzata da spari ed esplosioni), a testimonianza della notevole autoralità riversata nella resa scenografica dei combattimenti. È tuttavia anche fuori dai ring che si vede la forza registica di Dezaki, abile a trattare un dramma attento ai sentimenti e alla psicologia degli attori, comunicandoli con lunghi silenzi, primi piani e inquadrature di classe, a mio parere rendendo ancora più tridimensionali gli attori che su carta (altro esempio la straziante sequenza in flashback dell'infanzia del citato Yongpi, puntata 23). Anche musicalmente, poi, Joe del domani 2 primeggia: non bastassero le due fantastiche sigle di apertura (con l'energia trascinante della prima e il raffinato blues della seconda), anche la colonna sonora si contraddistingue per numerose tracce accattivanti, passando da martellanti synth nei combattimenti (compresa la versione strumentale della prima opening, perfetta nel ruolo) a sonorità latino-americane per presentare luoghi e personaggi a tema e a crepuscolari nenie morriconiane per sottolineare i momenti drammatici. Addirittura non fa cadere le braccia (come spesso invece accade) la qualità del parlato in inglese (da parte dei rivali stranieri di Joe): talvolta molto maccheronico, ma spesso anche contraddistinto da una pronuncia credibile o addirittura buona per gli standard dell'animazione nipponica.

L'unico difetto su cui sento di dover puntare il dito è la riproposizione dell'unica vera stupidaggine del manga: mi riferisco all'avversario più ridicolo, inverosimile e fuori posto immaginato da Kajiwara, il pugile malesiano Harimau, sorta di primitivo uomo-scimmia cresciuto nella giungla che dà del filo da torcere a Joe, una figura grottesca e demenziale che sicuramente aveva più senso presentare nel "cartoonesco" e inverosimile Tiger Mask (1968, altro fumetto dello stesso autore) piuttosto che nel ben più credibile Joe del domani. Pazienza (fortunatamente viene liquidato abbastanza in fretta come su carta). Per il resto, Joe del domani 2 è un capolavoro di intimismo e regia: una trasposizione perfetta (salvo quel finale non più ambiguo come in origine) di uno dei più famosi manga della Storia e, non in ultimo luogo, l'ennesima opera irrinunciabile del duo Dezaki e Sugino. Semplicemente imperdibile, tanto che è impossibile non provare una sorta di amarezza per come il regista fino alla fine non sia riuscito a convincere i produttori ad affidargli una terza serie ancora sul tragico pugile, un prequel in cui avrebbe narrato la giovinezza di Joe rendendo davvero "completa" e definitiva, a suo modo di  vedere, la storia4.


Peggio della prima serie, Joe del domani 2 arriva in Italia (intitolato Rocky Joe, il campione) con un adattamento ancora più inaccettabile, che inglesizza i nomi di tutti i personaggi (la prima grossomodo almeno quelli li rispettava) e soprattutto inventa dialoghi totalmente falsi fino allo sfinimento, addirittura cambiando (orrore puro) il senso del finale, rendendolo positivo invece che drammatico. Insomma, una cosa inguardabile. I DVD Yamato Video non correggono niente dal momento che offrono nuovamente sottotitoli basati sulla trascrizione dell'audio italiano. A questo punto, meglio visionarlo in lingua originale oppure procurarsi il secondo film di montaggio che esce nel 1981 e che sintetizza questa serie, arrivato anche da noi per Yamato Video (chiamato Rocky Joe - L'ultimo round) e con un doppiaggio consono e fedele.

Voto: 10 su 10

PREQUEL
Rocky Joe (1970-1971; TV)
Rocky Joe (1980; film)

SEQUEL
Rocky Joe: L'ultimo round (1981; film)


FONTI
1 Pagina web contenente i 100 migliori risultati di share di singoli episodi nella Storia dell'animazione giapponese, http://nendai-ryuukou.com/article/110.html
2 Post di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit) apparso nel forum Pluschan alla pagina http://www.pluschan.com/index.php?/topic/5187-ashita-no-joe-noi-siamo-ashita-no-joe/?p=354349. La sua fonte (http://www.pluschan.com/index.php?/topic/5187-ashita-no-joe-noi-siamo-ashita-no-joe/?p=354359) è il saggio "Kajiwara Ikki Den" pubblicato in Giappone nel 1995, che raccoglie aneddoti sulla vita del soggettista della serie. Lì si apprende che il finale è 100% farina del sacco del disegnatore Tetsuya Chiba
3 Altro post di Garion-Oh apparso nel forum Pluschan, alla pagina http://www.pluschan.com/index.php?/topic/5187-ashita-no-joe-noi-siamo-ashita-no-joe/?p=353686. Nello specifico, Chiba fa notare (seguono anticipazioni fondamentali) che in un manga chiamato "Joe del domani" il protagonista non può morire e che non è stato mai richiesto un suo funerale pubblico dai fan come per quell'altro personaggio
4 Intervista a Osamu Dezaki pubblicata su Animerica (Vol. 4) n.17 (Viz Media, 1998), riportata alla pagina web http://aceonerae.dreamers.com/english/ace_ar01.htm

lunedì 9 marzo 2015

Recensione: L'isola del tesoro

L'ISOLA DEL TESORO
Titolo originale: Takarajima
Regia: Osamu Dezaki
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Robert Louis Stevenson)
Sceneggiatura: Haruya Yamazaki, Yoshimi Shinozaki
Character Design: Akio Sugino
Musiche: Kentaro Haneda
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1978 - 1979



Inghilterra,  XVIII secolo. In una cittadina costiera nei pressi di Bristol si staglia, solitaria sopra una collina, la locanda "Ammiraglio Benbow", dove lavorano il 13enne Jim Hawkins e sua madre. Il ragazzo, orfano di padre, sogna da sempre una vita avventurosa e presto potrà viverla grazie a Billy Bones, inquietante pirata che ha appena disertato la ciurma del crudele John Flint dopo aver trafugato una mappa contenente le indicazioni per raggiungere un immenso tesoro, seppellito in un'isoletta isoletta tropicale. Bones è presto ucciso dai suoi vecchi compagni, ma il documento finisce proprio a Jim. Pieno di risolutezza, il ragazzo convince quindi il dr. Livesey, medico del villaggio, e il ricco proprietario terriero Squire Trelawney, a organizzare una spedizione marittima per andare a recuperare i preziosi. Peccato che durante l'attraversata sarà proprio Jim a scoprire che il cuoco della nave, Long John Silver, a cui si è nel frattempo affezionato tantissimo, è in verità proprio il successore di Flint e, peggio ancora, che quasi tutto l'equipaggio è composto da pirati al suo servizio che mirano anch'essi a prendersi il bottino...

Il romanzo per ragazzi L'isola del tesoro, pubblicato a puntate dal grand Robert Louis Stevenson tra il 1881 e il 1882 nella rivista Young Folks, è un testo di narrativa celebre e importantissimo per svariati motivi, tutti profondamente contradditori. Ha il merito principale di raccontare una bellissima storia di formazione e avventura, spensierata, coinvolgente e piena di misteri, suggestioni e senso di meraviglia, ma anche la grande colpa di aver contribuito in modo determinante a sdoganare presso il grande pubblico un inaccettabile mito "romantico" e positivo di pirati e corsari. È infatti proprio tale libro a raffigurare per la prima volta questi sanguinari lupi di mare, questi violenti tagliagole e macellai, come "simpatiche canaglie" insofferenti alla società e che scelgono pericoli, libertà e avventura piuttosto che una vita ordinaria, dotandosi anche di un rigido codice d'onore. L'iconografia a base di pappagalli appollaiati alla spalla, Jolly Roger come vessillo di anticonformismo, mappe con l'ubicazione di faraonici tesori, isole tropicali, gambe di legno, vestiti esotici, etc. viene infatti tutta da Stevenson, ed è inutile dire quanto questo ritratto e quelli successivi, a lui adeguati (Errol Flynn, Johnny Depp e One Piece dicono tutto quello che c'è da dire sull'argomento), siano stati assolutamente falsi, antistorici e nocivi nel ridimensionare così tanto le connotazioni esclusivamente negative del fenomeno della pirateria. D'altro canto, la storia de L'isola del tesoro è così spaventosamente avvincente che non si può parlarne male. Sa ancora tenere incollati alla lettura con un sense of wonder d'altri tempi, e ha il merito - particolarmente apprezzato da chi scrive, che pure è d'accordo con le critiche storiche/morali - di ideare un personaggio immortale, ambiguo ma pieno di qualità umane, che illustra in modo memorabile la contradditorietà dell'animo umano, la mancata esistenza di un Bene o di un Male davvero definiti. Mi riferisco ovviamente a Long John Silver, il perfido antagonista a capo di una banda di trucidi filibustieri, contraddistinto da pulsioni etiche che lo fanno oscillare continuamente tra umanità e cattiveria. Non è un caso se i detrattori del romanzo per le questioni di cui sopra lo fanno proprio criticando il trascinante carisma del malvivente, che, dall'alto della sua complessa personalità, i suoi slanci generosi e il grande senso dell'onore, ruba la scena a tutto il cast facendosi ricordare come l'attore più simpatico e indimenticabile della storia.

Entrato di prepotenza nell'immaginario collettivo, nell'arco di due secoli L'isola del tesoro diventa una delle storie più famose e conosciute di tutti i tempi e trova una miriade di trasposizioni e adattamenti in film, fumetti e sceneggiati televisivi o radiofonici. Arriviamo quindi al 1978, anno in cui, per gli amanti dell'animazione  nipponica, non si può non ricordare l'iconica avventurosa Conan il ragazzo del futuro. Inconcepibilmente, spesso e volentieri di quell'anno è taciuto o addirittura dimenticato un altro evergreen immortale che rappresenta, insieme al cult miyazakiano (e aggiungerei infine anche La Stella della Senna del 1975), quanto di meglio abbia mai offerto il genere avventuroso negli anni '70. Trattasi del terzo adattamento anime de L'isola del tesoro (i primi due, interpretati da animali antropomorfi, sono uno Special TV di Osamu Tezuka del 1965 e un lungometraggio Toei Animation del 1971), senza ombra di dubbio il migliore, prodotto da Tokyo Movie Shinsha e creato dalle due stelle Osamu Dezaki e Akio Sugino, reduci dal successo dell'appena concluso Remi - Le sue avventure (1977). Fortemente voluta dallo stesso Dezaki, che dirigendola ha potuto coronare un sogno da sempre cullato1 (che possa essere un indizio, su Remi, il marinaio simil-bucaniere Hawthorne con tanto di pappagallo parlante sulla spalla?), questa versione rinverdisce i fasti del romanzo esplorandone ancora più in dettaglio le originarie connotazioni psicologiche, rappresentando un esempio perfetto di un classico della letteratura occidentale che, riletto da una sensibilità e una cultura diverse, trova una nuova ed entusiasmante dimensione.


Il regista enfatizza i tratti del racconto di formazione dando più spazio alla crescita di Jim e, ovviamente, al suo speciale rapporto con Long John Silver. Affrontato in modo ancora più sensibile, il legame tra i due, focus della narrazione, diventa ben più che solo sentito, ma addirittura commovente, mostrando chiaramente come il ragazzino trovi nel pirata un nuovo padre, e come, proprio per questo, lo scoprire i piani del criminale e tutte le conseguenze che ne derivano assumano per il bambino (e di riflesso lo spettatore che non conosce la trama) i contorni di uno shock straziante. La statura del bucaniere è, se possibile, ancora più monolitica: uomo rude all'apparenza ma calcolatore in sostanza, grosso, forte, generoso, dalla risata poderosa e contagiosa, che non si fa problemi a uccidere per denaro ma ha un rigido codice d'onore, modi gentili e cordiali e tratta Jim, effettivamente, prima come amico e confidente e poi come un figlio, raccoglie in sé tutte le contraddizioni possibili dell'animo umano, ponendosi agli occhi di chi guarda come un' "adorabile canaglia" di cui nessuno, tantomeno i suoi nemici, può mettere in dubbio la rispettabilità. L'idea di ridimensionare la portata avventurosa della vicenda sottolineandone gli aspetti interiori dei due protagonisti principali, inventando addirittura un epilogo di un intero episodio per raccontare quanto gli avvenimenti abbiano influito sulla vita di Jim rendendolo un adulto migliore, è forse il più grande merito di Dezaki, che rivitalizza il romanzo raccontando una storia che al contempo è la stessa ma è diversa, sempre bellissima seppur raccontata con diverso spirito e finalità. Questo non deve comunque deludere chi preferiva una maggiore aderenza agli intermezzi originali, nel complesso doverosamente rispettati pur con qualche variazione qua e là (episodi riempitivi più che altro, usati per dare ancora più psicologia al cast), una risoluzione del mistero del tesoro più enigmatica e la trasformazione del rapporto tra John Silver e il "marinaio del coltello" Abraham Gray in una vera e propria rivalità personale (scelta forse fatta per donare al dramma sfumature più virili e cavalleresche, in linea col culto giapponese dei duelli maschili all'arma bianca). Per contrasto, desta un certo sconcerto la scelta di affiancare a Jim un cucciolo di leopardo che lo segue ovunque e che non ha davvero senso utilità nella storia (una mascotte per il pubblico televisivo dei bambini? Chissà), e, in particolar modo, quella di ridimensionare molto l'utilità ai fini di trama del "vecchio pazzo" Ben Gunn, fondamentale nell'intreccio originale ma qui quasi un'ombra inutile. Quest'ultima modifica, la più eclatante, è probabilmente il prezzo maggiore da pagare di una trasposizione che vuole focalizzarsi su altro.

Non che ci sia comunque, rischio di annoiarsi: attacchi di squali, missioni di infiltrazione su navi occupate dal nemico, fortificazioni attaccate dai pirati, cannonate e sparatorie, duelli, scambi di ostaggi, malattie tropicali e antiche maledizioni (senza dimenticare il geniale enigma del tesoro)... L'isola del tesoro rimane in ogni modo una coinvolgente avventura marinara che non sfigura minimamente se accostata al manoscritto originale. Anche se la vicenda parte lenta e ci mette un po' a ingranare, appena le caratterizzazioni di Jim e John Silver iniziano a delinearsi - rendendo così irresistibilmente controverso il loro rapporto - l'opera diventa immediatamente la classica visione-droga di cui viene spontaneo divorarsi episodi su episodi, piangendo senza conforto quando sono finiti tutti. Tecnicamente, poi, L'isola del tesoro è davvero una produzione molto ben fatta, animata più che bene, con fondali curatissimi ed evocativi e un'ottima ricostruzione dei costumi dell'epoca. Anche se apparentemente fuori posto, l'accompagnamento jazz di Kentaro Haneda musicalmente si adatta abbastanza alle scene d'azione e il sodalizio artistico tra Dezaki e Sugino è, come sempre, una tale meraviglia da accrescere notevolmente, e da solo, il già elevato valore artistico del titolo: basta la sigla d'apertura, affidata a immagini stilizzatissime ed evocative, per attestare lo stile ricercato e d'autore voluto dagli artisti. Se a livello di design le fattezze quasi deformi di Jim possono quasi mettere a disagio nel comunicare uno spiazzante senso di infantilità, quelle estremamente adulte e virili di Long John Silver, Gray e degli altri personaggi fanno da eccellente contraltare, quasi a suggerire, a mo' di un Leiji Matsumoto ante litteram, la differenza di statura morale tra il giovanissimo protagonista che deve ancora sviluppare la sua persona e gli uomini già fatti, finiti e nel pieno della loro vitalità. La direzione di Dezaki, curata, precisa e ottimamente fotografata, perfetta nel tratteggiare una simile vicenda, pur forse meno "tecnica" del solito (niente split screen e poche inquadrature oblique), fa poi uso nuovamente spettacolare e irresistibile dei suoi celebri sfondi-cartolina (già gustati in Aim for the Ace!) che enfatizzano gli stati d'animo dei personaggi.


Si può solo vedere e riscoprire una perla così criminalmente poco calcolata, oggi (ieri è stato un successo in Giappone2, e il fatto che nonostante questo sia durata appena 26 episodi probabilmente suggerisce la volontà e il potere di Dezaki di svilupparla come voleva senza lungaggini), dagli appassionati di animazione di qualità: L'isola del tesoro è una gemma, sicuramente una delle migliori opere televisive di tutti gli anni '70 e uno dei capolavori assoluti di Dezaki, che ben ricorda al pubblico, abituato a considerarlo spesso e volentieri per il solo, bellissimo Lady Oscar (1979), quale danno incalcolabile sia stato per tutti la sua scomparsa. Trascurabile il film omonimo riassuntivo del 1987, ma altrettanto fondamentale il recupero di Treasure Island Memorial, extra animato di 7 minuti rimediabile nei DVD giapponesi della serie, uscito nel 1992 e realizzato sempre da Dezaki e Sugino, che racconta un nuovo, toccante epilogo da parte di un Jim adulto.

Nota: l'opera è arrivata in Italia nel 1997, trasmessa su Rete 4. Le solite, immancabili storpiature del tempo impediscono purtroppo di godersi l'anime nel migliore dei modi. Yamato Video ha l'occasione di correggere il tiro con l'edizione in DVD, mam come quasi sempre accade, non fornisce neppure sottotitoli fedeli ai dialoghi originali. Piange il cuore scriverlo, ma purtroppo L'isola del tesoro rimane periciò ancora oggi un capolavoro inedito in Italia.

Voto: 9 su 10

ALTERNATE RETELLING
Treasure Island: The Movie (1987; film)


FONTI
1 Articolo sulla vita di Osamu Dezaki realizzato da Yamato Video e pubblicato sul suo sito ufficiale, alla pagina http://www.yamatovideo.com/focuson_int.asp?idEntita=438
2 Booklet allegato al Memorial Box 1 dell'edizione in DVD Yamato Video di "Lady Oscar" (2009, pag. 2)

lunedì 8 dicembre 2014

Recensione: Space Adventure Cobra

SPACE ADVENTURE COBRA
Titolo originale: Space Cobra
Regia: Osamu Dezaki, Yoshio Takeuchi
Soggetto: Buichi Terasawa (basato sul suo fumetto originale)
Sceneggiatura: Buichi Terasawa, Haruya Yamazaki, Kenji Terada, Kosuke Miki, Kosuke Mukai
Character Design: Akio Sugino, Shinji Otsuka
Mechanical Design: Katsushi Murakami (non accreditato)
Musiche: Kentaro Haneda
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie televisiva di 31 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anni di trasmissione: 1982 - 1983


Con il suo irresistibile mix di atmosfere avventurose e scanzonate, la regia straordinaria e il protagonista guascone che sembra un Lupin the 3rd fantascientifico, era impossibile non innamorarsi, nel luglio 1982, di Space Adventure Cobra - Il Film, grandiosa pellicola, firmata da Osamu Dezaki e Akio Sugino, che portava ulteriore fama e onore al fortunatissimo manga di Buichi Terasawa (anche sceneggiatore del film). L'esito al box office, pur deludente, deve quantomeno aver dato un segnale ai produttori; non si spiegherebbe altrimenti come, giusto qualche mese dopo, gli elementi più importanti dello staff (Terasawa compreso) si ritrovavano riuniti al timone addirittura della trasposizione fedele del fumetto, potendo nuovamente contare su un largo budget generosamente profuso da Tokyo Movie Shinsha. Il risultato commerciale della serie, come si vedrà, sarà positivo, testimoniato da un ottimo indice di ascolto (un abbondante 10% medio1), ma qualitativamente ritengo che non saranno pochi i telespettatori che rimarranno un po' interdetti dalla continua altalena di alti e bassi che condiscono il progetto e originano più di una sensazione contrastante.

Un po' come accadeva ai tempi de L'imbattibile Daitarn 3 (1978), il succo di Cobra si regge unicamente sul carisma scenico di un protagonista virile e acrobatico, bevitore, fumatore e donnaiolo, che per buona parte del tempo è protagonista di storie d'azione l'una uguale all'altra, in cui corre, salta, spara e fa strage di milioni di alieni e pirati cattivi che vogliono toglierlo di mezzo o trattare male le splendide (e svestite) ragazze per cui perde regolarmente la testa, in ambientazioni fantascientifiche con ampia mostrologia aliena, pistole laser e astronavi che sembrano uscite da un film di George Lucas. Un conto, però, è assistere a un'unica avventura particolarmente ispirata in cast e ambientazioni (come lo è quella dello splendido film), e un conto è ripetere il concetto per una lunga serie da 31 puntate interamente rette su azione nonstop. Minimale è la psicologia data all'eroe Cobra, alla sua fedele compagna robotica Lady e a un po' tutti i comprimari/antagonisti che i due incontrano in ogni nuova avventura: poco è aggiunto alla già basica trama del lungometraggio (giusto una presentazione nascita dell'eroe, storia d'origine che ha portato in molti ad accusare Terasawa di essersi un po' troppo ispirato al Philip K. Dick del racconto Ricordiamo per voi pubblicato nel 1966, ma il mangaka ha rigettato l'accusa dicendo di non averlo mai letto2), il succo è semplicemente che Cobra è il Maschio Alpha, imbattibile e autoironico, rubacuori e infallibile cecchino, e non fallisce mai le sue missioni. Che il cinema muscoloso sia una grossa fonte di ispirazione per l'opera, è abbastanza palese; che vedere lo Stallone/Willis di turno fare le solite cose per un sacco di tempo, sempre nel contesto di soggetti basilari, sia apprezzabile e alla lunga non stufi, beh, questo è ovviamente un altro paio di maniche. Sta a chi guarda trarre le proprie considerazioni, se fare cioè parte di quella nicchia di pubblico che ama visceralmente il cinema fracassone ed è in grado di reggere una serie basata sul solo carisma tamarro del biondo eroe in calzamaglia o meno, questo è palese. Così come è palese che raramente, come in questo caso, la votazione finale non può che essere molto arbitraria e suscettibile ai gusti. Tuttavia, tra le considerazioni più concrete da fare, non può non starci la critica verso la qualità, fin troppo discontinua, dei numerosissimi riempitivi che costellano la storia.


La serie, come il manga, si basa su cicli narrativi dal variabile numero di episodi, intervallati da avventure autoconclusive spesso svogliate, che imbastiscono le solite acrobazie con spunti davvero risibili. I vari "cicli" sono quasi tutti (escluso quello noiosissimo del rugball, immancabile sport distopico e violentissimo) sufficientemente elaborati e suggestivi dato che in essi convergono le idee più interessanti e stravaganti dell'autore. Quello principale, lungo quasi mezza serie, che copre gli episodi 3-12 (la vicenda delle sorelle Flower, rielaborata precedentemente nel film) è emblematico in tal senso: un autentico capolavoro, giostrato su ambientazioni intriganti, colpi di scena spiazzanti, indimenticabili momenti d'azione, nemici carismatici e una battaglia finale epicissima e grottesca. Peccato, dunque, che la grandezza della serie si noti proprio in questi segmenti e nelle sue musiche epiche e accattivanti, appiattendosi notevolmente nei riempitivi. Si apprezza come il buon Terasawa cerchi di contribuire alla varietà con ogni mezzo (con flora e fauna alieni sempre più bizzarri, sanguinarie scene di morte della vittima di turno, un alto tasso di cadaveri e dramma e un Cobra amante della parità dei sessi che con la sua Psycho-gun sfonda il petto a qualsiasi nemico, uomo o donna che sia), ma è dura creare avventure brevissime che lascino il segno in così poco tempo, sempre mostrando la stessa solfa, sempre sparatorie, sempre acrobazie, sempre bambole vestite in abiti succintissimi che sembrano l'una la copia dell'altra (e nonostante questo il livello erotico è parecchio scemato rispetto all'originale), sempre personaggi-macchietta e sempre contenuti intellettuali tendenti allo zero. Non è raro scoprirsi a seguire a un certo punto l'opera molto svogliatamente perché completamente assuefatti alle solite cose. Tengo comunque a sottolineare ancora una volta l'estrema soggettività della mia opinione, limitata al genere di appartenenza della storia, assolutamente non condivisa, ad esempio, dal pubblico giapponese del tempo e dai Paesi europei (Francia in particolare4) che hanno importato la serie e l'hanno amata visceralmente facendone un autentico cult (è nota l'ammirazione sconfinata del regista Luc Besson per Terasawa, proprio in virtù di essa5).

Contribuisce a risollevare le sorti del titolo il grosso budget stanziato: Cobra è sicuramente uno dei titoli televisivi meglio animati del periodo, potendo usufruire quasi sempre di eccezionali animazioni, disegni come di consueto curatissimi (il "solito" Akio Sugino), movenze fluide e fondali/effetti speciali splendidamente realizzati che alimentano il senso di meraviglia delle ambientazioni. C'è anche qui un ma: anche se nominalmente adibito alla regia, il grande Osamu Dezaki se ne occupa parzialmente, dirigendo qualche puntata qua e là e approvando quelle dirette da altri componenti del suo staff. Si nota bene che il team sia influenzato dal suo stile, ma le inquadrature oblique e gli split screen, così tipici di lui, sono rare, così come gli sfondi-cartolina (anche se questo potrebbe essere dovuto al fatto di lavorare con un grosso budget e al non avere bisogno di usarli come ripiego): si avverte che non è un'opera sua al 100% e forse neanche lui la deve avere sentita come tale, se più o meno a metà serie non ha problemi ad abbandonarla, insieme ad Akio Sugino (sono rimpiazzati rispettivamente da Yoshio Takeuchi e Shinji Otsuka), per lavorare insieme sul lungometraggio, sicuramente più personale e sentito, Golgo 13 (1983)3. Il fatto che la loro partenza quasi neanche si senta e tutto sembri fino alla fine identico a prima, potrebbe dirla lunga o su come lo staff li copi bene, o sulla poca personalità che i due ci hanno messo. Sicuramente, la regia della serie non si avvicina neanche lontanamente alla direzione divina del lungometraggio.


Nonostante tutto, l'opera ha i suoi bei momenti e culmina in un finale sì affrettato (la mini-saga finale dura giusto 4 episodi, presentando un sacco di comprimari privi della più basilare caratterizzazione), ma che comunque, come invenzione anime-only (la trasposizione del manga copre gusto i primi 8 volumi su 18 totali), è soddisfacente nella creatività delle situazioni, nel suo spettacolare combattimento finale e nel presentare un'accettabile conclusione definitiva all'intera vicenda di Cobra, prima che venticinque anni dopo la saga venga resuscitata dallo studio Magic Bus con OVA e ulteriori serie TV. Chi ama in modo sfegatato un genere così "individualista" come quello di Cobra, probabilmente aggiungerà un voto abbondante alla valutazione finale. Gli altri lo reputeranno un Dezaki "minore" e abbastanza sorvolabile.

Voto: 7 su 10

SEQUEL
Cobra the Animation: The Psycho-gun (2008-2009; serie OVA)
Cobra the Animation: Time Drive (2009; serie OVA)
Cobra the Animation (2010; TV)


FONTI
1 Saburo Murakami, "Anime in TV", Yamato Video, 1998, pag. 75
2 Intervista a Buichi Terasawa pubblicata su Kappa Magazine n. 13 (Star Comics, 1993, pag. 124)
3 Mangazine n. 21, Granata Press, 1993, pag. 48
4 Sito Internet (in francese) "20 minutes", "«Cobra»: Le succès de la série d'animation japonaise raconté en cinq points ", alla pagina web http://www.20minutes.fr/culture/1532255-20150204-cobra-succes-serie-animation-japonaise-raconte-cinq-points
5 Come sopra

lunedì 17 novembre 2014

Recensione: Space Adventure Cobra - Il Film

SPACE ADVENTURE COBRA: IL FILM
Titolo originale: Space Adventure Cobra
Regia: Osamu Dezaki
Soggetto: Buichi Terasawa (basato sul suo fumetto originale)
Sceneggiatura: Buichi Terasawa, Haruya Yamazaki
Character Design: Akio Sugino
Musiche: Osamu Shoji
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 99 min. circa)
Anno di uscita: 1982
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Yamato Video



La fantascienza di Buichi Terasawa maschera bene i suoi intenti: è qualcosa che prende soltanto in prestito quell'aspetto avveniristico fatto di astronavi interstellari, duelli laser, atmosfere siderali e mostrologia aliena per rivelare ben presto il suo spirito più allegro. L'autore affonda infatti le radici in ben altri generi, lo spaghetti western, i film di samurai e quelli di 0071, insomma la sua è una ricetta a base di eroi carismatici e muscolosi, solitari e donnaioli e tanta azione spettacolare, con tanto di splendide ragazze in abiti succintissimi e suggestioni maliziose a condire il tutto. La sua abilità nel mescolare efficacemente, in una bizzarra ricetta, la freschezza e la potenza visiva della fantascienza classica e il carattere più leggero e divertito delle storie d'azione, con ironia e tamarraggine estrema a fornire il suo personale segno di identificazione, gli permette nel 1978, col suo manga, di dare vita a un ibrido che non solo venderà 40 milioni di copie in tutto il mondo2, originando ogni genere di merchandise, ma che, soprattutto in animazione, saprà fare scuola. Chiedetelo a Haruka Takachiko, a Shinichiro Watanabe, a Dai Sato: senza Cobra, e in generale senza la personale visione avventurosa di Terasawa, difficilmente le saghe di Crusher Joe (1979) e Cowboy Bebop (1998) avrebbero visto la luce, e di conseguenza i vari cugini come Heat Guy J o il nuovo Space Dandy (2014) sarebbero probabilmente rimasti chissà quali sogni bagnati di reinventare la sci-fi. Chiedetelo anche a Hideki Kamiya, su che personaggio è plasmato il famoso Dante della saga videoludica Devil May Cry.

Nel 1982 due inseparabili BIG dell'animazione, Osamu Dezaki e Akio Sugino, con lo stesso Terasawa alla sceneggiatura e un immenso budget da parte di Tokyo Movie Shinsha, realizzano un memorabile lungometraggio celebrativo, portando per la prima volta su schermo una delle vicende che costellano la vita dell'avventuriero Cobra. Dai salvataggi disperati all'assistenza, dalla lotta alla Gilda dei pirati all'esplorazione di affascinanti pianeti, Cobra è un grande pilota di astronavi e uomo d'azione; la galassia non ha segreti per lui e la sua assistente (il robot femminile Lady Armaroid), ed è l'unico che può soddisfare ogni tipo di richiesta: già da questo spunto si può capire quanto esile sia l'approccio di Terasawa, che si limita a tratteggiare un biondo protagonista irresistibile, ubriacone, amante delle donne e armato di una Magnum e di un'assurda Psycho-gun impiantata nel braccio sinistro (arma fantascientifica la cui traiettoria dei colpi è decisa dalla volontà del possessore!), vestito con un'assurda calzamaglia rossa e fisicamente plasmato sulle fattezze dell'attore francese Jean-Paul Belmondo3, e che per il resto rimane volutamente vago, simpaticamente aperto a qualsiasi tipo di aggancio per poter raccontare storie avventurose, divertenti e in fondo senza tempo, tanto da poter potenzialmente proseguire all'infinito. In questa prima incarnazione animata, che rielabora completamente da zero il primo, lungo arco narrativo del fumetto4 (modificandone fatti, caratterizzazioni, ruoli, scopi, rapporti interpersonali e di tutto di più), saltando la storia di presentazione del protagonista, Cobra si ritrova a contendere, affrontando l'inquietante, perfido pirata-cyborg Crystal Boy, l'eredità imperiale delle bellissime sorelle Flower, Jane (un clone della Barbarella interpretata da Jane Fonda nell'omonimo film di Roger Vadim del 19685), Catherine (ispirata a Catherine Deneuve6) e Dominique (a Dominique Sanda7), ultime superstiti del defunto pianeta Myras. Anche qui, l'impostazione è classica e lineare: senza un prigioniero da liberare, dei tradimenti e una lotta contro il tempo, non si potrebbe parlare di action, e soprattutto non ci sarebbero spunti veloci, chiari e diretti su cui imbastire un'opera che nasce per divertire tanto l'autore quanto lo spettatore.


La simpatia di Cobra, con le sue variegate espressioni facciali, la gesticolazione, la voce nasale, la guasconeria alla Lupin III, le acrobazie sempre più incredibili e l'energia incontenibile, è vivace e colorata, sicuramente strillata ed eccessiva ma allo stesso tempo irresistibile; bastano pochi secondi in sua compagnia per essere assorbiti da una vicenda che Dezaki e Terasawa strutturano benissimo: dialoghi spiritosi, personaggi secondari tratteggiati con poche pennellate significative, veloci sequenze di raccordo e via, con tonnellate, tonnellate e tonnellate di azione, sempre più inverosimile, sempre più stupefacente per varietà e fantasia. Il budget brilla indelebilmente in un film che tecnicamente fa un figurone nella sua epoca e che oggi addirittura commuove, con le sue animazioni fluidissime e urlanti che superano qualsiasi moderna, economica e fredda Computer Grafica. Merito della riuscita della pellicola non può che spettare a regista e disegnatore, Dezaki e Sugino, che come sempre caratterizzano ogni opera girata insieme con uno stile unico e inimitabile. Il primo tira fuori dal cilindro quello che probabilmente è il suo capolavoro della carriera, una regia divina che tra piani-sequenza, azione frenetica, arditissime inquadrature e sfavillanti invenzioni visive (il prologo psichedelico, il letterbox, rallenty, l'uso dello split screen per raccontare da una diversa angolazione addirittura i momenti action, gli straordinari giochi di riflessi nelle sequenze ambientate in luoghi di vetro/cristallo), proietta un caleidoscopio di colori e suggestioni indimenticabili. Sugino, d'altro canto, è sempre a suo agio con il caratteristico tratto particolareggiato ed elegante, anche se in quest'occasione non dispensa i consueti sfondi-cartolina poiché non gli serve mascherare alcuna assenza di fondi.

Pur di fronte alla lunga durata di un'ora e quaranta minuti, qualsiasi timore di noia è scongiurato grazie alla sinergia dei due artisti, alla suggestiva varietà di luoghi e ambientazioni aliene e alla loro splendida realizzazione (certe città splendenti che sembrano fatte di cristallo, rappresentate in un intrico quasi escheriano di strade, ricordano meraviglie similari del famosissimo Akira del 1988), allo stupore evocato dal senso di grottesco che anima la storia (l'inquietantissimo antagonista e le sue armi, le raffinate sequenze di sesso, le Gorilla della Neve del pianeta Louluge, il bizzarro spirito-protettore volante di Myras), e al budget milionario che permette di realizzare qualsiasi cosa. Con i suoi pochi dialoghi e l'azione quasi infinita, in forme sempre più stravaganti e pochissime interruzioni, Cobra è un film di puro intrattenimento avventuroso, meravigliosamente ignorante e sopra le righe, che ammalia con le sue doti di simpatia, stupore grafico e ritmo trascinante. Gli si può rinfacciare qualsiasi critica su trama pretestuosa, personaggi abbozzati e solite cose, ma usare questi parametri per giudicare quello che nei fatti è un lungometraggio concepito per essere visivamente impressionante, con il suo sense of wonder granitico, è abbastanza fuori luogo. Peccato per un risultato commerciale deludente nei cinema dell'epoca8, ma l'importanza del fumetto e di questo film sono palesi; non deve stupire come pochi mesi dopo non solo inizierà la trasmissione dell'adattamento televisivo del manga originale, sempre curato da Dezaki e Sugino (curiosità: l'arco narativo di questo film  viene rinarrato in modo più fedele al fumetto nel segmento di episodi n. 3-12), ma uscirà nei cinema anche il lungometraggio cinematografico della saga letteraria di Crusher Joe, che si rivelerà ironicamente, con la sua formula di azione infinita e sfrenata, personaggi spiritosi e trama volutamente ai minimi termini, un vero e proprio clone di Cobra.


In Italia, a fronte di una scintillante, pulitissima e sgargiante edizione Blu-ray giapponese, bisogna purtroppo accontentarsi della misera versione in DVD Yamato Video, distantissima come nitidezza di colori e pulizia dell'immagine. Quantomeno, Space Adventure Cobra - Il Film può vantare un ottimo adattamento dei dialoghi.

(scritto da Jacopo Mistè e Simone Corà)

Voto: 8,5 su 10


FONTI
1 "Anime Interviews: The First Five Years of Animerica Anime & Manga Monthly (19992-97)", Cadence Books, 1997, pag. 127
2 Pagina web (in giapponese) "animeanime.jp: Buichi Terasawa's Cobra 30th Anniversary Project", http://animeanime.jp/article/2008/06/25/3325.html
3 Intervista a Buichi Terasawa, "Allocine: Cobra par Buichi Terasawa, son créateur original", pubblicata alla pagina web http://www.allocine.fr/article/fichearticle_gen_carticle=18599125.html
4 David A. Roach, "The Superhero Book: The Ultimate Encyclopedia of Comic-Book Icons and Hollywood Heroes", Omnigraphics Inc., 2005, pag. 150
5 Vedere punto 1
6 Sito Internet (in francese) "20 minutes", "«Cobra»: Le succès de la série d'animation japonaise raconté en cinq points ", alla pagina web http://www.20minutes.fr/culture/1532255-20150204-cobra-succes-serie-animation-japonaise-raconte-cinq-points
7 Come sopra
8 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 83

giovedì 29 maggio 2014

Recensione: Lupin the 3rd (Le avventure di Lupin III)

LUPIN THE 3RD
Titolo originale: Lupin Sansei
Regia: Masaaki Ohsumi (ep.1-7), Hayao Miyazaki (ep.8-23), Isao Takahata (ep.8-23)
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Monkey Punch)
Sceneggiatura: Tadaki Yamazaki, Yuki Takada, Jiku Omiya
Character Design: Yasuo Otsuka
Musiche: Takeo Yamashita
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie televisiva di 23 episodi (durata ep. 25 min. circa)
Anni di trasmissione: 1971 - 1972


Discendente nippo-francese del famoso Arséne Lupin, il simpatico Lupin terzo (o meglio, Lupin III), come il suo illustre predecessore, è un ladro geniale, in grado di rubare qualunque prezioso superando qualsiasi prova e tranello, sempre pronto a scappare all'ultimo momento, con teatralità, dalle grinfie della polizia o da sofisticati antifurto. Lupin si muove per il Giappone insieme all'inseparabile amico Daisuke Jigen, pistolero infallibile, e allo spadacino Goemon Ishikawa, 13esimo successore dell'omonimo, leggendario guerriero ninja. I tre incrociano spesso la strada della sensuale femme fatale Fujiko Mine, pronta a sedurre Lupin volta per volta e a sfruttarlo per rubare gioielli che si terrà unicamente per sé. Ossessionato dall'idea di catturarli tutti, infine, è l'ispettore di polizia Koichi Zenigata, erede del ben più famoso Heiji...

Il manga Lupin the 3rd nasce nel 1967 dalla matita del mangaka Monkey Punch (al secolo Kazuhiko Kato): al suo debutto, l'autore, appassionato lettore dei romanzi del ladro gentiluomo inventato da Maurice Leblanc e delle diavolerie e i gadget usati dall'agente 007 nei suoi film, fonde le caratteristiche dell'uno e dell'altro in un nuovo antieroe simpatico e geniale, Lupin III1. Protagonista di mille storie sospese tra hard boiled, comicità e vero ed echi erotici (le abbondanti forme della sua partner doppiogiochista Fujiko, spesso e volentieri messe a nudo per sedurre lui o altri uomini), Lupin e le sue rocambolesche avventure diventano semplicemente irresistibili per merito della sua simpatia, dei suoi iconici comprimari (oltre alla conturbante Fujiko ci sono il pistolero Jigen e Goemon Ishikawa, invincibile samurai in grado, con la sua Zantetsuken, di tagliare qualsiasi oggetto e superficie), della spassosa nemesi Zenigata e di intrecci sempre freschi, frizzanti e geniali. Lupin the 3rd sarà un fumetto destinato a un successo portentoso, tanto che, nonostante il target dichiaratamente e inevitabilmente adulto, spopolerà specialmente fra i liceali2; non deve perciò stupire come, pur concludendosi ufficialmente in 35 volumi ripartiti nell'arco di quindici anni, conoscerà nel tempo uno sterminato numero di ulteriori spin-off/remake/rivisitazioni cartacei realizzati da un'infinità di altri autori. Questo, grazie sia alla sua qualità intrinseca, sia all'opera di "evangelizzazione" portata avanti negli anni dalle varie controparti animate, destinate davvero a non smettere mai di coinvolgere le nuove generazioni. La serie televisiva posta in esame, la primissima del 1971, ottenuta da Tokyo Movie Shinsha dall'autore dopo milioni di iniziali rifiuti (Monkey Punch non aveva una gran considerazione degli anime e temeva che il suo personaggio ne sarebbe stato stravolto3), e dopo aver rinunciato a farne un lungometraggio4, è decisamente tra le più riuscite: breve, divertente e ispirata, e, da non dimenticare, atto primo di una delle più lunghe saghe a cartoni animati di sempre, destinata a non concludersi mai grazie a una popolarità pressoché inesauribile in patria che si tramuterà ogni anno, a tempo tutt'ora indefinito, in special televisivi celebrativi.

Col solo obbligo, da parte di Monkey Punch, di rispettare fedelmente le caratterizzazioni dei protagonisti principali5, lo staff assoldato all'epoca dallo studio riversa in soli 23 episodi un'energia e una creatività che ben contribuiranno a scolpire anche il Lupin televisivo nella Storia dell'intrattenimento giapponese, nel contesto di una serie molto divertente, che brilla, come il fumetto, per attori e qualità di scrittura. Anche se, come nelle incarnazioni successive, non vi è traccia di continuity (l'opera è interamente episodica, retta su storie del tutto autoconclusive e prive di legami), è impossibile rimanere indifferenti all'inesauribile simpatia dell'eroe e dei suoi alleati, alle prese ogni volta con fughe impossibili, ricatti da parte di altri malavitosi che vogliono sfruttarli per i loro scopi, giochi e doppiogiochi e trovate tanto implausibili quanto stupefacenti per realizzare i vari "colpi" e sbeffeggiare nel finale Zenigata e la polizia. La sostanza non cambia mai, ma le spassose espressioni facciali di Lupin, Jigen e Goemon (anche qui destinato presto a unirsi al gruppo), l'eroe che continua a cadere preda ogni volta nelle moine di Fujiko, la prova vocale "guascona" dei doppiatori giapponesi e l'alta creatività nell'inventare scenari, trappole e avversità sempre più fantasiosi e stupefacenti (e al contempo a tirare fuori le varie "soluzioni" per poterli affrontare), infischiandosene completamente dell'implausibilità o meno di certe trovate (addirittura viaggi temporali con una macchina del tempo!), sono elementi che arricchiscono la forza della serie rendendo ogni puntata un gran divertimento.


Non si può rinfacciare nulla all'opera, che come intrattenimento leggero e disimpegnato ha pochissimi rivali nei suoi anni, stupendo volta per volta per le genialità di sceneggiatura, per i nemici sempre più stravaganti, per le cervellotiche strategie di furto e personalità dei protagonisti così sceniche ed esilaranti (nonostante il loro "lavoro" tutt'altro che educativo). I tocchi di classe maggiori sono dati dall'accompagnamento musicale, che fra (ovvie) influenze prog, jazz, funky e dance dell'epoca riaccende con un certo interesse il mood Seventies, dalla grande espressività del chara design di Yasuo Otsuka (deforme, grottesco ma abbastanza fedele al tratto di Monkey Punch e adattissimo a imprimere grande espressività ai visi), e specialmente dai primi 7 episodi diretti da Masaaki Ohsumi. Questa prima parte di serie, brillante, è in effetti molto personale, dalle atmosfere aderenti all'originale cartaceo, abbastanza adulte, che si riflettono bene in un Lupin molto più cinico, violento e "politicamente scorretto" di quello allegro e autoironico che si vedrà poi, in un non trascurabile numero di morti dei suoi nemici e in un notevole erotismo di fondo - non visivo ma comunque sbandierato implicitamente - dato da sequenze che lasciano ben intuire torture sessuali, ammiccamenti e personaggi che scopano (infatti il target dichiarato della serie non era rappresentato dai bambini, bensì dai liceali6, da qui l'originale trasmissione la domenica alle 19:307). Le stesse astuzie e strategie di Lupin si rivelano notevolmente celebrali e intricate.

La serie non parte però col botto, i suoi spettatori non rispondono al richiamo, e per questo, complici i bassi ascolti (meno del 10%, con picchi negativi sotto il 4%8) e l'ostinazione del regista del rifiutarsi di semplificare le storie a intrecci molto lineari, come impongono gli sponsor9, subentrano quindi alla regia Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Questi ultimi e Otsuka (il chara designer) si sono conosciuti negli studi di Toei Animation, all'epoca della realizzazione del film Hols: Prince of the Sun (1968, in Italia La grande avventura del piccolo principe Valiant), e tutti e tre, trattati come pecore nere dalla dirigenza10 dopo il colossale fiasco ai botteghini dell'opera, se ne sono allontanati poco tempo dopo. Otsuka finisce nello studio A Production (oggi Shin-Ei Animation), commissionario a quello principale Tokyo Movie Shinsha che produce Lupin, e da lì invita, convincendoli, i due colleghi a raggiungerlo, per realizzare la serie TV di Pippi Calzelunghe. Non se ne farà più niente, e allora Takahata e Miyazaki, dietro lo pseudonimo di "I registi di A Production", verranno dirottati sul ladro gentiluomo11, abbandonando lo stile maturo di Ohsumi e inaugurando quello che sarà il marchio di battaglia, vincente e voluto da produttori, delle future incarnazioni animate di Lupin: un approccio molto più spiritoso e leggero, interessato a rendere i protagonisti più simpatici che machiavellici, smussando moltissimo uccisioni e violenza, eliminando quasi del tutto l'erotismo e prediligendo comicità, facce ancora più buffe e inseguimenti infiniti. Nonostante la loro direzione sia sicuramente più ortodossa e meno d'autore rispetto a quella di Ohsumi, non si può negare che alla fine sarà il "loro" Lupin III a vincere, visto che le serie TV successive si ispireranno proprio a questa nuova versione (che pur rimanendo un flop12, interrotta dopo soli 23 episodi, sarà trionfalmente riabilitata dalle repliche successive13).

L'eccellente fattura delle animazioni, la simpatia di storia e personaggi e l'ottima qualità della sceneggiatura in ambodue i segmenti di serie rendono, in definitiva, Lupin the 3rd un anime giustamente di culto e che chiunque dovrebbe vedere, anche solo per cultura sull'argomento; una di quelle grandi opere animate degli anni '70 che, forti del loro divertimento spassoso, non temono proprio i problemi di noia di altre produzioni dell'epoca invecchiate male. Questa prima serie, contraddistinta dalla giacca verde di Lupin (doveva essere rossa come nel fumetto, ma nelle televisioni giapponesi del tempo quel colore era visualizzato troppo nitidamente  e, per questo, si è optato per una tonalità più chiara14), offre decisamente uno sguardo su tutti i grandi punti di forza del mondo di Monkey Punch, in un accettabilissimo numero di episodi. Imperdibile e giustamente celebrata dallo stesso autore originale, che definisce l'unica vicino allo spirito del fumetto15 e quella a cui è personalmente più affezionato16 (lamentando solo che nell'originale comprimari di Lupin sono individui che agiscono insieme per interesse, mentre in animazione li hanno resi amici per la pelle17).


Nota: l'opera è distribuita in Italia in DVD da Yamato Video, che ha reintegrato le scene tagliate nell'originale trasmissione televisiva italiana. Peccato non abbia anche ritradotto in modo fedele i dialoghi neppure nei sottotitoli, rendendo perciò inutile la visione nella nostra lingua di Lupin the 3rd, anche a fronte di un doppiaggio molto coinvolgente e ispirato.

Voto: 8,5 su 10

PREQUEL
Lupin the 3rd Part IV (2015; TV)
Lupin the 3rd: La donna chiamata Fujiko Mine (2012; TV)
Lupin the 3rd: Daisuke Jigen's Gravestone (2014; film)
Lupin the 3rd Episode 0: C'era una volta Lupin (2002; special TV)

SEQUEL
Lupin the 3rd Part II (1977-1980; TV)
Lupin the 3rd: La pietra della saggezza (1978; film)
Lupin III: Il castello di Cagliostro (1979; film)
Lupin the 3rd Part III (1984-1985; TV)
Lupin the 3rd: La leggenda dell'oro di Babilonia (1985; film)
Lupin the 3rd: La cospirazione dei Fuma (1987; OVA)
Lupin the 3rd Special: Bye bye Liberty (1989; special TV)
Lupin the 3rd Special: Il mistero delle carte di Hemingway (1990; special TV)
Lupin the 3rd Special: Ruba il dizionario di Napoleone! (1991; special TV)
Lupin the 3rd Special: Il tesoro degli zar (1992; special TV)
Lupin the 3rd Special: Viaggio nel pericolo (1993; special TV)
Lupin the 3rd Special: Spada Zantetsu, infuocati! (1994; special TV)
Lupin the 3rd: Le profezie di Nostradamus (1995; film)
Lupin the 3rd Special: All'inseguimento del tesoro di Harimao (1995; special TV)
Lupin the 3rd: Dead or Alive - Trappola mortale (1996; film)
Lupin the 3rd Special: Il segreto del Diamante Penombra (1996; special TV)
Lupin the 3rd Special: Walther P38 (1997; special TV)
Lupin the 3rd Special: Tokyo Crisis - Memories of Blaze (1998; special TV)
Lupin the 3rd Special: L'amore da capo - Fujiko's Unlucky Days (1999; special TV)
Lupin the 3rd Special: 1$ Money Wars (2000; special TV)
Lupin the 3rd Special: Alcatraz Connection (2001; special TV)
Lupin the 3rd: Il ritorno di Pycal (2002; OVA)
Lupin the 3rd Special: Un diamante per sempre (2003; special TV)
Lupin the 3rd Special: Tutti i tesori del mondo (2004; special TV)
Lupin the 3rd Special: Le tattiche degli angeli (2005; special TV)
Lupin the 3rd Special: La lacrima della dea (2006; special TV)
Lupin the 3rd Special: La lampada di Aladino (2008; special TV)
Lupin the 3rd VS Detective Conan (2009; special TV)
Lupin the 3rd Special: L'ultimo colpo (2010; special TV)
Lupin the 3rd Special: Blood Seal - Eternal Mermaid (2011; special TV)
Lupin the 3rd Special: Record of Observations of the East - Another Page (2012; special TV)
Lupin the 3rd Special: Princess of the Breeze - The Hidden City in the Sky (2013; special TV)
Lupin the 3rd VS Detective Conan: The Movie (2013; film)

ALTRO
Lupin Shanshei (2012; serie OVA)


FONTI
1 Intervista a Monkey Punch pubblicata su Kappa Magazine n. 20 (Star Comics, 1994, pag. 118)
2 Mangazine n. 13, Granata Press, 1992, pag. 60
3 Vedere punto 1, a pag. 119
4 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 59
5 Vedere punto 1, a pag. 121 
6 Vedere punto 4
7 Kappa Magazine n.22, Star Comics, 1994, pag. 122
8 Vedere punto 4
9 Come sopra
10 Mangazine n. 20, Granata Press, 1993, pag. 46
11 Vedere punto 4
12 Saburo Murakami, "Anime in TV", Yamato Video, 1998, pag. 32
13 Jonathan Clements & Helen McCarthy, "The Anime Encyclopedia: Revised & Expanded Edition", Stone Bridge Press, 2012, pag. 380
14 Mario A. Rumor, "The Art of Emotion: Il cinema d'animazione di Isao Takahata", Cartoon Club, 2007, pag. 67
15 Vedere punto 13
16 Vedere punto 1, a pag. 119
17 Come sopra, a pag. 122-123

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