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lunedì 13 febbraio 2017

Recensione: Remi - Le sue avventure (Ascolta sempre il cuore Remi)

REMI - LE SUE AVVENTURE
Titolo originale: Ie Naki Ko
Regia: Osamu Dezaki
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Hector Malot)
Sceneggiatura: Haruya Yamazaki, Tsunehisa Ito, Keiko Sugie
Character Design: Akio Sugino
Musiche: Takeo Watanabe
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie televisiva di 51 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1977 - 1978


A metà degli anni '70, per motivi che non mi sono ufficialmente noti (ma comunque sufficientemente ipotizzabili da poter provare a ricostruirli), l'industria animata giapponese inizia a scoprire la moda della letteratura europea. Non penso sia sbagliato presupporre che la cosa possa essere ricondotta all'enorme successo del grande Heidi (1974) televisivo di Isao Takahata, successo che da solo convince Nippon Animation a varare l'anno successivo il Sekai meisaku gejiko, meglio conosciuto come World Masterpiece Theater o meisaku, ossia una lunga, lunghissima serie di trasposizioni animate di opere per l'infanzia di gusto occidentale. Nel 1975, ispirate da Piccole donne (1868) di Louisa May Alcott1 e sotto richiesta del loro editor, innamorato di Heidi (si torna sempre lì!) e che chiedeva loro un'opera simile, anch'essa apprezzabile da madri e figlie2, le autrici Kyoko Mizuki e Yumiko Igarashi disegnano il manga Candy Candy,  uno degli shoujo più famosi e influenti di tutti i tempi in madrepatria (e non solo per le note, interminabili controversie legali tra le due autrici, in tempi successivi, in merito alla proprietà intellettuale dell'opera). Ambientata tra USA, Messico e Inghilterra a inizio XX Secolo, quella della povera orfanella Candice White è un'esistenza infelice: sempre risoluta e col sorriso sulle labbra, la piccola 13enne affronta con forza e coraggio l'incredibile numero di avversità, sfortune e disgrazie che la vita, con inusuale e compiaciuto sadismo, arreca a lei e alle persone che le vogliono bene, sfortune che la porteranno a essere ripetutamente emaraginata e disprezzata pur non meritandoselo, a veder morire o finire male più di un fidanzato e a venire cacciata da un luogo all'altro del mondo (ovviamente per merito delle classiche invidie principalmente femminili che odiano la sua purezza). Più che il risibile, inverosimile numero di tragedie che capitano all'eroina e che fanno assumere alla vicenda i contorni di una telenovela, è giusto far notare che la morale della storia è che (usando le parole della Igarashi3) "bisogna essere in grado di rialzarsi e vivere anche dopo i duri colpi dati dalla vita", destinato a diventare manifesto del "genere", e soprattutto che la trasposizione del manga a cura di Toei Animation che inizia nel 1976, pur non raggiungendo share degni di finire tra i 100 migliori al mondo, arriva al traguardo di ben 115 episodi rivelandosi un gran successo4.

Penso, a questo punto, che il mosaico inizi a ricomporsi. In quel periodo in cui le platee seguono con interesse le storie di impianto europeo, la grande "popolarità" delle tragedie di Candy Candy (storia che, è bene ricordarlo, sempre appartiene all'insieme sopracitato) e il suo stoico messaggio trovano ulteriore terreno fertile presso gli studi d'animazione, che iniziano a percepire come il contorno di località esotiche e orfanelli sfortunati piaccia e molto. Non per nulla, come ben sa chi si è studiato un po' della società giapponese, la vita di un nipponico, sin dalle scuole elementari e fino alla pensione, è contraddistinta da ritmi di studio e lavoro massacranti a dire poco, che iniziano di mattina e terminano la sera, neanche lontanamente paragonabili a quelli occidentali, tanto che ancora oggi il Giappone è oggi uno degli Stati con il più alto tasso di suicidi al mondo5 e principalmente per depressione6. Penso sia molto credibile perciò che l'idea che le storie di bambinelli buoni e puri che subiscono nella vita ogni genere di cattiveria da parte di infami potesse essere vista, all'epoca, come esorcizzante e liberatoria per i bambini, che andando a scuola già intuivano quanto sarebbe stata dura la loro vita negli anni a seguire, quanto sarebbero stati "spremuti" dalla società, e in virtù di questo si "consolavano" grazie ai loro "avatar" televisivi che ne passavano di cotte e di crude ma che pure si rialzavano sempre, carichi di forza e ottismo per guardare avanti a un futuro migliore. Da questa lunga premessa dunque, che parte da Heidi per arrivare a Candy Candy toccando anche la frenetica, asfissiante vita nella società nipponica, penso perciò di poter spiegare il perché gli anime meisaku, soprattutto quello con gli "orfanelli sfigati", abbia per così lungo tempo imperversato con successo nelle televisioni asiatiche, sempre attraverso lunghe serie televisive (principalmente di Nippon Animation, ma non solo) tutte o quasi arrivate anche da noi. Ritengo dalle fortune di share delle "tragedie" di Candice White che si possa ricavare l'input per la creazione del suo primo "erede" che mi accingo a commentare, Ie Naki Ko, Senza famiglia (in Italia Remi - Le sue avventure) del 1977, basato sull'omonimo romanzo del 1878 del francese Hector Malot (in verità è una seconda trasposizione, con la prima data da un lungometraggio Toei Animation del 1970 diretto da Yugo Serikawa, in Italia Senza famiglia) e animato dalla Tokyo Movie Shinsha.


La storia del piccolo Remi non è tanto dissimile da quella della sua "sorella maggiore" e la morale, ovviamente, è la medesima (ben enunciata dallo "slogan" portante "va avanti per la tua strada Remi! Forza!"). Siamo nel XIX Secolo, nel villaggio francese di Chavanon. Dopo 11 anni vissuti con una madre amorevole, la bella signora Barberin, il piccolo scopre di essere in verità stato adottato, trovato in fasce in un vicolo di Parigi, dal marito di lei. Peccato che quest'ultimo, Jérôme, incattivito dalla povertà e dalla loro misera vita, non ci penserà un secondo a vendere il fanciullo pur di racimolare qualche soldo, non avendolo mai considerato realmente parte della famiglia, freddo alle suppliche di moglie e piccolo. Acquistato in lacrime dall'italiano Vitalis, anziano girovago e artista di strada dal passato misterioso, che si procura da vivere alla giornata allestendo allegri spettacoli coi suoi cani Capi, Dolce e Zerbino e la scimmietta Joli Coeur, Remi finirà col vagabondare insieme a loro in giro per mezza Francia, imparando sulla sua pelle le avversità e asperità della vita, ma anche, da Vitalis, la capacità di leggere, cantare, suonare l'arpa e il flauto e soprattutto la dignità di un "vero uomo", quella di essere autonomo e sapersi mantenere da solo senza contare sugli altri. Nel corso del suo lungo viaggio Remi conoscerà ogni genere di privazione e difficoltà, ma avrà dalla sua la fermezza di andare avanti nonostante i duri colpi subiti, fino a trovare un raggiante futuro.

Realizzato per festeggiare il 25esimo anniversario dell'emittente televisiva Nippon TV, Remi è animato interamente in stereocopia sfruttando lo "stereo chrome system", una tecnologia dell'epoca che permetteva la produzione di immagini visionabili al contempo sia in 3D (se si possedevano gli occhialini specifici) che in un normale 2D senza nessun effetto visibile su schermo7. Originalità tecniche a parte, Remi è una serie importante. È innanzitutto un'opera di riscossa economica: in grosse crisi finanziarie, lo studio chiamato allora solo Tokyo Movie concentrerà proprio su Remi, su Lupin the 3d Part II e su New Star of the Giants, tutte e tre del 1977, le sue risorse economiche, cercando a tutti costi di realizzare produzioni di alta qualità che potessero fare presa sul pubblico: ci riuscirà mirabilmente con tutte realizzando dei successi commerciali8, trovando così sufficiente stabilità finanziaria da poter letteralmente rinascere in "Tokyo Movie Shinsha" ("Nuova Società Tokyo Movie"). In secondo luogo, banalmente, Remi simboleggia il ritorno all'animazione, insieme, di Osamu Dezaki e Akio Sugino, la coppia a cui si devono le indimenticabili invenzioni grafiche e registiche dell'eccellente Aim for the Ace! (1973). I due sono nuovamente in piena sintonia e realizzano, in questa produzione, un altro grande lavoro molto rappresentativo del loro talento. Il titolo gode infatti di disegni ancora una volta realistici, dettagliati ed eleganti, e soprattutto l'assenza delle tipiche inquadrature dezakiane in favore di una direzione ortodossa è controbilanciata dall'enorme, affascinante numero di simbolismi (principalmente religiosi, con colombe e vetrate di chiese) e delle "cartoline", quelle famose, gigantesche illustrazioni, tanto care al regista, con cui si esprimono con vigore i sentimenti dei personaggi e i momenti topici della narrazione. Vale la pena anche citare i fondali estremamente pittorici, accostabili (seppur alla lontana) ai quadri di Vincent Van Gogh per l'uso di pennellate e tonalità cromatiche, le animazioni molto buone, e, indubbiamente, la buona ricostruzione storica di ambienti, paesaggi e macchinari, evidentemente basata su una qualche ricerca in merito. L'ottima raffigurazione delle campagne francesi, degli impianti minerari, delle linee ferroviarie e di tante famose città francesi sicuramente è stata influenzata da materiale consultativo. Tocco di classe l'uso nella vicenda di vere canzoni napoletane eseguite da Vitalis per fare intuire il suo passato. Sarebbe bello lodare anche il lavoro del compositore Takeo Watanabe, fresco di notevoli melodie dolci, armoniche e malinconiche, peccato siano prelevate e riciclate dal suo precedente lavoro per Megu the Little Witch (1974, in Italia Bia - La sfida della magia) svolto per Toei Animation.

Tuttavia, il punto di forza del progetto, tecnicamente  davvero molto buono, non può non essere la bontà della trama. Mi dà, in verità, un po' di problemi sorvolare sulle ingenuità di una storia "on the road" la cui vicenda geograficamente copre tutta la Francia e che viene interamente e sfacciatamente portata avanti e risolta attraverso una fitta ragnatela (tessuta evidentemente dal destino) di pazzeschi e inverosimili incontri fortuiti tra persone che non si sono mai conosciute e che per puro caso scoprono di avere un Remi in comune tra gli amici (il mondo non è solo piccolo, ma addirittura piccolissimo), ma da un lato questo è un handicap del romanzo originale, e dall'altro evidentemente è prassi comune soprassedere su queste cose in virtù di una eventuale poderosa forza espressiva del racconto (chi sono io per dire nulla, quando Monster di Naoki Urasawa e Takashi Nagasaki è pluri-premiato e pluri-amato da critica e pubblico col suo disumano numero di coincidenze impossibili che surclassano quelle di Remi?). Se si riesce a godere di Remi per quello che è, senza stare a pensare che è completamente campato in aria per come si sviluppa e, ovviamente, per la mole di sfortune e disgrazie che sembra non lasciare in pace questo ragazzo in qualsiasi luogo in cui si trovi (insite nel "genere" melò), c'è di che commuoversi davvero con questo dramma toccante e in più occasioni memorabile. Il merito maggiore di Dezaki e degli sceneggiatori è di tridimensionalizzare benissimo i personaggi: la maturazione di Remi è ovviamente influenzata dalle esperienze di vita e dai legami che instaura con le varie persone che conosce, e questi rapporti sono bene esplorati, con sensibilità, profondità, poesia e una realistica, commovente analisi comportamentale. Impossibile, davvero impossibile non affezionarsi a Vitalis e al ruolo che gli spetta nella vita del ragazzo (principalmente, il padre che non ha mai avuto), come è difficile rimanere indifferenti alla simpatia degli altri membri della troupe degli artisti girovaghi o degli altri attori davvero importanti (mi fermo con le anticipazioni) che concorreranno a formare il ragazzo rendendolo spiritualmente più forte e positivo. Il realismo di come sono trattate le relazioni interpersonali e i dialoghi è mirabile e soprattutto spontaneo e ricorda molto il Takahata di Heidi: si avverte come regista e sceneggiatori ci mettano il cuore per offrire un ritratto né troppo retorico né troppo impietoso dell'Uomo, ma reale, ritraendo lui e i rapporti umani in tutte le sue sfumature, da quelle più positive (Vitalis, la madre) a quelle più odiose e negative (il ripugnante gendarme di Tolosa, il commissario inglese), per preparare il pubblico di telespettatori a quali saranno le difficoltà che incontreranno nel corso della vita, come quelle di Remi. Giustamente, con queste pretese, i momenti davvero bui del ragazzo, quelli più terribili che ogni persona deve affrontare almeno alcune volte nel corso della vita, saranno narrati in modo così empatico e straziante da scuotere sicuramente la persona davanti allo schermo.


Remi, in poche parole, nonostante l'esagerazione delle sfortune in esso rappresentate, è sicuramente da prendere come un inno alla vita, ben confezionato e sensibilmente raccontato, con diversi momenti lacrimevoli che lasciano il segno. Un ottimo anime, non c'è che dire, anche se alcuni difetti non mancano, di poco e grosso conto: nel primo gruppo finiscono alcune ingenuità antistoriche (scale antincendio nell'800? Ubriaconi europei che si mettono a ballare e fare gli stupidi allo stesso modo di quelli giapponesi?), nel secondo una parte centrale/finale nettamente inferiore alla prima, che liquida con freddezza e velocità scene che dovrebbero essere teoricamente piene di pathos e trova un lungo riempitivo (ambientato in Inghilterra) abbastanza noioso. Non che non manchino scene che scaldano il cuore, ma, per buona parte della loro durata, gli ultimi 20/25 episodi sono un continuo saliscendi di ottimi momenti intervallati da altri che ci si aspetta bellissimi e che invece deludono. Desta scalpore e qualche perplessità anche la conclusione, inventata appositamente da Dezaki (assente, quindi, nel romanzo), estremamente "giapponese" e per questo tirata per i capelli nel contesto europeo in cui è ambientata la vicenda. Non è brutta nè totalmente irrealistica, ma abbastanza innaturale. La bontà del resto, tuttavia, fa in modo che le storpiature non influenzino troppo la valutazione finale, assolutamente positiva e che premia un'opera che alla sua conclusione, nel 1978 (uscirà pure un classico film riassuntivo nel 1980, ovviamente trascurabile vista la sua impossibilità di sintetizzare in modo sensato 51 episodi in appena 96 minuti!), farà da spartiacque per l'arrivo, in tempi non troppo distanti, di una pletora di altri gioiosi orfanelli tragici in cerca di famiglia (e di un secondo adattamento del romanzo, nel 1996, da parte di Nippon Animation).

Nota: Remi è arrivato in Italia nel 1979, trasmesso su Rai1 col titolo Remi - Le sue avventure. Una volta tanto, posso confermare un buonissimo adattamento dei testi, l'uso dei nomi originali e un'ottima prova di recitazione da parte dei nostri doppiatori. Unica stonatura Remi pronunciato Remì (e poco importa se paradossalmente sarebbe più corretto così, dell'originale va rispettato tutto, anche gli errori). Non posso però confermare il ridoppiaggio Mediast del 2003 (l'opera è rinominata Ascolta sempre il cuore Remi) perché non l'ho sentito. Tuttavia, preferisco consigliare l'ascolto della serie con audio giapponese e sottotitoli (Remi è uscito sottotitolato all'estero, anche negli USA), anche perché non vadano persi piccoli tocchi di classe come il protagonista e il suo amico Mattia che cantano tutto il giorno, per darsi coraggio, le parole della sigla originale di chiusura.

Voto: 8 su 10

ALTERNATE RETELLING
Nobody's Boy: Remi (1980; film)


FONTI
1 Consulenza di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit), in merito all'incontro col pubblico di Yumiko Igarashi all'Etna Comics 2016
2 Intervista alla Igarashi realizzata al Japan Expo 12th Impact del 2011 e pubblicata sul sito Nanodà.com alla pagina http://www.nanoda.com/intervista-a-yumiko-igarashi-georgie-candy-candy/
3 Come sopra
4 Volume 1 di "Ufo Robot Grendizer", "Il Goldrake che non conoscete", d/visual, 2007
5 Rapporto della World Health Organization del 2012 alla pagina ufficiale http://apps.who.int/gho/data/node.main.MHSUICIDE?lang=en (guardare la colonna a sinistra)
6 Secondo la Wikipedia inglese, la fonte è il quotidiano "Japan Economic Newswire" del 13 maggio 2010, nell'articolo "Suicides due to hardships in life, job loss up sharply in 2009"
7 Wikipedia giapponese di "Nobody's Boy: Remi". Che fosse un anime realizzato in 3D (ma non va nel dettaglio come Wikipedia) lo conferma il saggio "Anime al cinema" (Francesco Prandoni, Yamato Video, 1999, pag. 83
8 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 119. Che "Remi - Le sue avventure" sia un successo commerciale lo conferma anche il booklet allegato al Memorial Box 1 dell'edizione in DVD Yamato Video di "Lady Oscar" (2009, pag. 2)

lunedì 6 febbraio 2017

Recensione: Rocky Joe 2 (Rocky Joe, il campione)

ROCKY JOE 2
Titolo originale: Ashita no Joe 2
Regia: Osamu Dezaki
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Ikki Kajiwara & Tetsuya Chiba)
Sceneggiatura: Atsushi Yamatoya, Haruya Yamazaki, Hideo Takayashiki, Yoshimi Shinozaki
Character Design: Akio Sugino
Musiche: Ichiro Araki
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie televisiva di 47 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1980 - 1981


Il 29 settembre 1971 Joe del domani anime chiude le trasmissioni con un finale improvvisato, dopo numerosi, evitabili filler che diluiscono enormemente la narrazione e ne riducono notevolmente la portata tragica. Successivamente, il suo regista Osamu Dezaki e il suo character designer Akio Sugino, come sappiamo, scoprono con Aim for the Ace! (1973) quella leggendaria sinergia artistica che renderà i loro nomi famosissimi e acclamati e che partorirà per tutti gli anni '70 un imbarazzante numero di capolavori e grandi serie, caratterizzate da una direzione all'avanguardia (l'unica che mi sovviene, di quegli anni, che si rifà ai modelli e al linguaggio davvero cinematografico, come le inquadrature oblique e lo split screen) e meravigliosi disegni. Nel frattempo, il manga originale di riferimento di Ikki Kajiwara e Tetsuya Chiba termina nella gloria e i suoi diritti passano dalla ormai defunta Mushi Production alla Tokyo Movie Shinsha. La replica della serie, infine, raggiunge indici di ascolto convincenti e, sembra, mediamente più alti della prima trasmissione (dico questo perché lo share più alto della replica, del 31.6%1, è maggiore del picco dell'originale, come sappiamo del 29.2%), abbastanza per convincere lo studio che sta riaffiorando interesse. Dopo Lady Oscar (1979), Dezaki e Sugino sono perciò pronti a riprendere il discorso lasciato in sospeso e concluderlo in TV, ormai nel pieno della loro maturità artistica, in procinto di riversare in Joe del domani 2 le invenzioni visive che li hanno resi famosi e che non avevano ancora "inaugurato" nella prima serie.

L'8 marzo 1980 esce al cinema un lungometraggio riassuntivo (inedito in Italia) che sintetizza per vecchi e nuovi spettatori la storia animata vista a inizio decennio. Al di là dell'ovvio, drastico rimontaggio operato per schiaffare 79 episodi in un film di 152 minuti, l'opera si distingue per la curiosa scelta di concludersi proprio con la celebre morte di quel celebre personaggio che ha portato a quel celebre funerale pubblico tra i fan, tralasciando di trasporre le circa trenta puntate successive, quelle maggiormente tirate per le lunghe con riempitivi e invenzioni varie. Di fatto, in questo film saranno adattate perciò solo le prime 52 puntate (l'equivalente dei primi 9 volumi del manga, nonostante la serie ne coprisse 14). Sarà un indizio bello pesante: la seconda serie ricomincerà infatti proprio da quel punto, con una lunga opera di remake della parte finale della prima (i primi 13 episodi), evitando qualsiasi riempitivo per seguire scrupolosamente e con costanza il manga, riproponendolo tale e quale anche se questo significa presentare fin da subito atmosfere sensibilmente più cupe e tenebrose che rinunciano ai siparietti comici e agli addolcimenti visti in precedenza - e non per nulla in più di qualche occasione anche le sequenze "mantenute" dal passato verrano ampliate o riviste in modo più fedele, ad esempio finalmente Joe torna ad affrontare due volte Carlos Rivera e non più solo una. Joe del domani 2 racconta della carriera pugilistica vera e propria di Joe Yabuki, dei numerosi match che lo riguardano, dei terribili rimorsi di coscienza che prova nel rendersi artefice della distruzione delle carriere dei suoi rivali (mediante i suoi pugni rabbiosi e devastanti) e del lento innamoramento tra lui e l' "odiata" Yoko Shiraki. Soprattutto, narra di un nuovo terribile antagonista e della tragica questione dell'encefalopatia del pugile (il terribile disturbo neurologico che può cogliere un pugile colpito da un eccessivo numero di colpi alla testa e che porta lentamente alla demenza) che colpirà più di qualcuno. In tutte queste questioni, Joe del domani 2 trova il compimento della parabola nichilista accennata nella prima parte e di cui già si percepivano le avvisaglie, ossia la ritrosia di Joe di "accontentarsi" di una vita tranquilla e la sua volontà, per riconoscenza alla boxe che lo fa sentire vivo e completo, di votare tutto sè stesso alla disciplina fino a consumarsi letteralmente (emblematica la nota metafora delle ceneri bianche). Proprio nella parte centrale e finale la storia, infatti, trova quell'accumulo di tragedie che colpiscono come un pugno nello stomaco, commuovono (la figura di Carlos Rivera, la maturazione di Joe) e danno pieno senso al titolo dell'opera.

Inutile, a questo proposito, stare a sviscerare un'altra volta tutte le tematiche della vicenda, già trattate nella recensione della prima serie TV. In questa Parte 2, banalmente, il racconto si evolve in un noir "sportivo" dalle atmosfere ancora più opprimenti e asfissianti, in cui i temi sono sublimati e portati alle più terribili conseguenze, come ben attesta quel finale indimenticabile (o meglio ancora, quel fotogramma) che si è impresso nell'immaginario collettivo, citato in milioni di anime/manga e conosciuto ormai da chiunque bazzichi questo mondo (per quanto sia una personale interpretazione del regista, dato che la stessa scena su carta è volutamente ambigua e vale la pena aggiungere che nel 2014 il disegnatore Chiba, inventore di quella sequenza conclusiva2, abbia addirittura smentito la visione di Dezaki3).


In animazione, Joe del domani 2 brilla come una stella, annichilendo il low budget della prima serie e a mio parere addirittura superando il manga, evento estremamente raro ma che riesce insolitamente spesso al regista. Il merito non può che spettare alla confezione tecnica e registica della serie, distante eoni dalla povertà vista in precedenza e rappresentata da un Dezaki e Sugino ai vertici del loro talento. Graficamente i due operano un restyling clamoroso che rende più adulti i personaggi, nitidi i colori e soprattutto dettagliatissimi i disegni, accompagnandoli a una realistica fisica di ombreggiature e ad animazioni di alto livello che esplodono in energia negli incontri con spettacolari invenzioni visive (split screen, deformazioni e volute sproporzioni, linee cinetiche, realistica resa del sudore e degli ematomi, illustrazioni, psichedelici giochi di colori, etc., l'episodio 12, indimenticabile, è enormemente rappresentativo in questo senso), grandi espressività facciali e poderoso senso di fisicità e mascolinità. Non mancano neppure geniali invenzioni sonore (la più nota è sicuramente rappresentata dall'incontro con il "Calcolatore umano" ed ex soldato coreano Kim Yongpi, la cui raffica di pugni è musicalmente metaforizzata da spari ed esplosioni), a testimonianza della notevole autoralità riversata nella resa scenografica dei combattimenti. È tuttavia anche fuori dai ring che si vede la forza registica di Dezaki, abile a trattare un dramma attento ai sentimenti e alla psicologia degli attori, comunicandoli con lunghi silenzi, primi piani e inquadrature di classe, a mio parere rendendo ancora più tridimensionali gli attori che su carta (altro esempio la straziante sequenza in flashback dell'infanzia del citato Yongpi, puntata 23). Anche musicalmente, poi, Joe del domani 2 primeggia: non bastassero le due fantastiche sigle di apertura (con l'energia trascinante della prima e il raffinato blues della seconda), anche la colonna sonora si contraddistingue per numerose tracce accattivanti, passando da martellanti synth nei combattimenti (compresa la versione strumentale della prima opening, perfetta nel ruolo) a sonorità latino-americane per presentare luoghi e personaggi a tema e a crepuscolari nenie morriconiane per sottolineare i momenti drammatici. Addirittura non fa cadere le braccia (come spesso invece accade) la qualità del parlato in inglese (da parte dei rivali stranieri di Joe): talvolta molto maccheronico, ma spesso anche contraddistinto da una pronuncia credibile o addirittura buona per gli standard dell'animazione nipponica.

L'unico difetto su cui sento di dover puntare il dito è la riproposizione dell'unica vera stupidaggine del manga: mi riferisco all'avversario più ridicolo, inverosimile e fuori posto immaginato da Kajiwara, il pugile malesiano Harimau, sorta di primitivo uomo-scimmia cresciuto nella giungla che dà del filo da torcere a Joe, una figura grottesca e demenziale che sicuramente aveva più senso presentare nel "cartoonesco" e inverosimile Tiger Mask (1968, altro fumetto dello stesso autore) piuttosto che nel ben più credibile Joe del domani. Pazienza (fortunatamente viene liquidato abbastanza in fretta come su carta). Per il resto, Joe del domani 2 è un capolavoro di intimismo e regia: una trasposizione perfetta (salvo quel finale non più ambiguo come in origine) di uno dei più famosi manga della Storia e, non in ultimo luogo, l'ennesima opera irrinunciabile del duo Dezaki e Sugino. Semplicemente imperdibile, tanto che è impossibile non provare una sorta di amarezza per come il regista fino alla fine non sia riuscito a convincere i produttori ad affidargli una terza serie ancora sul tragico pugile, un prequel in cui avrebbe narrato la giovinezza di Joe rendendo davvero "completa" e definitiva, a suo modo di  vedere, la storia4.


Peggio della prima serie, Joe del domani 2 arriva in Italia (intitolato Rocky Joe, il campione) con un adattamento ancora più inaccettabile, che inglesizza i nomi di tutti i personaggi (la prima grossomodo almeno quelli li rispettava) e soprattutto inventa dialoghi totalmente falsi fino allo sfinimento, addirittura cambiando (orrore puro) il senso del finale, rendendolo positivo invece che drammatico. Insomma, una cosa inguardabile. I DVD Yamato Video non correggono niente dal momento che offrono nuovamente sottotitoli basati sulla trascrizione dell'audio italiano. A questo punto, meglio visionarlo in lingua originale oppure procurarsi il secondo film di montaggio che esce nel 1981 e che sintetizza questa serie, arrivato anche da noi per Yamato Video (chiamato Rocky Joe - L'ultimo round) e con un doppiaggio consono e fedele.

Voto: 10 su 10

PREQUEL
Rocky Joe (1970-1971; TV)
Rocky Joe (1980; film)

SEQUEL
Rocky Joe: L'ultimo round (1981; film)


FONTI
1 Pagina web contenente i 100 migliori risultati di share di singoli episodi nella Storia dell'animazione giapponese, http://nendai-ryuukou.com/article/110.html
2 Post di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit) apparso nel forum Pluschan alla pagina http://www.pluschan.com/index.php?/topic/5187-ashita-no-joe-noi-siamo-ashita-no-joe/?p=354349. La sua fonte (http://www.pluschan.com/index.php?/topic/5187-ashita-no-joe-noi-siamo-ashita-no-joe/?p=354359) è il saggio "Kajiwara Ikki Den" pubblicato in Giappone nel 1995, che raccoglie aneddoti sulla vita del soggettista della serie. Lì si apprende che il finale è 100% farina del sacco del disegnatore Tetsuya Chiba
3 Altro post di Garion-Oh apparso nel forum Pluschan, alla pagina http://www.pluschan.com/index.php?/topic/5187-ashita-no-joe-noi-siamo-ashita-no-joe/?p=353686. Nello specifico, Chiba fa notare (seguono anticipazioni fondamentali) che in un manga chiamato "Joe del domani" il protagonista non può morire e che non è stato mai richiesto un suo funerale pubblico dai fan come per quell'altro personaggio
4 Intervista a Osamu Dezaki pubblicata su Animerica (Vol. 4) n.17 (Viz Media, 1998), riportata alla pagina web http://aceonerae.dreamers.com/english/ace_ar01.htm

lunedì 23 gennaio 2017

Recensione: Rocky Joe

ROCKY JOE
Titolo originale: Ashita no Joe
Regia: Osamu Dezaki
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Ikki Kajiwara & Tetsuya Chiba)
Sceneggiatura: Osamu Dezaki
Character Design: Akio Sugino, Shingo Araki
Musiche: Masao Yagi
Studio: Mushi Production
Formato: serie televisiva di 79 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1970 - 1971


Non si può parlare di Rocky Joe senza spiegare perché questo titolo italiano, risalente ai tempi mondadoriani di Rete 4 e sciaguratamente "sdoganato" anche in tutte le edizioni nostrane del manga (per questo mantenuto, con dolore, anche nella presente recensione), sia quanto di più incivile e offensivo si potesse arrecare all'opera originale di Ikki Kajiwara e Tetsuya Chiba, certamente uno dei lavori più importanti e iconici della Storia del fumetto giapponese. L'unica traduzione corretta e possibile non può che essere Joe del domani, un titolo evocativo che non poteva esprimere in altro modo, tra il 1968 e il 1973, i contenuti, lo spirito e la filosofia di cui si faceva portavoce un manga che diventava simbolo artistico e politico di una generazione di studenti e lavoratori degli strati sociali più bassi del Giappone.

Joe del domani, appartenente al fumetto d'autore e alternativo gekiga, scritto da quel Kajiwara già famoso per La stella dei Giants (1966) e per il contemporaneo Tiger Mask (1968) (anche loro, come Joe, conosceranno lunghe e fortunatissime trasposizioni animate), racconta la vita di un ragazzo orfano dei bassifondi, il vagabondo Joe Yabuki, che affronta la miseria e le avversità in solitudine, facendosi strada con violenza e piccole truffe per sopravvivere. Non ha nulla da perdere perché non ha niente, può solo vivere alla giornata sperando di trovare da mangiare il giorno dopo. Danpei Tange è un altro fallito: un vecchio allenatore di boxe alcolizzato ed emarginato da tutti, attaccato alla bottiglia a pensare ai bei tempi che forse non torneranno più. Conoscendo per caso Joe scoprirà in lui un talento d'oro nella boxe, ma i suoi tentativi di raddrizzare la spina dorsale del ragazzo saranno durissimi vista l'immaturità del giovane, il suo egoismo e il suo totale disinteresse per la disciplina. In seguito a un broglio, poi, Joe sarà anche incarcerato per un anno in un riformatorio minorile. Qui, le cose cambieranno: conoscerà Toru Rikiishi, boxeur fortissimo e pieno di talento, amato e rispettato da tutti ma per cui personalmente svilupperà forte antipatia e ostilità (ovviamente ricambiate). Rikiishi ha un grande futuro che lo aspetta quando lascerà la prigione: è il pupillo della palestra Shiraki e su di lui si concentrano infatti le ambizioni sporitve del proprietario e di sua figlia, l'altezzosa Yoko, la stessa che ha fatto processare e condannare Joe. Uscito dal carcere, lo sventurato antieroe inizierà ad allenarsi duramente sotto Tange per poter fare carriera nella boxe e poter finalmente umiliare sul ring l'odioso avversario.

Chiaramente, è fuorviante etichettare Joe del domani come un'opera di sport. La disciplina sportiva è centrale e i vari incontri sono fondamentali nel delineare la crescita del ragazzo, ma le atmosfere sono cupe, drammatiche e nichiliste per la totalità del tempo e non c'è alcuna retorica sull'ida del ragazzo vincente che abbatte ogni avversario (non per nulla c'è invece una netta parità di vittorie e sconfitte). È la vita di Joe il focus della narrazione, non i suoi risultati sportivi. È un protagonista difficile, cresciuto senza riferimenti e senza una morale: sarà impresa difficilissima per lui adattarsi al rigore dei duri allenamenti, all'onestà, al rispettare il prossimo e ad avere un po' più di fiducia nell'umanità e a capire i grandi sacrifici che il suo allenatore compie per lui. Anche le ambientazioni ben ritraggono la disperazione della vita del ragazzo, dato che si troverà a suo agio solo a Sanya, il ghetto di Tokyo in cui si ammassa il sottoproletariato dei lavoratori a cottimo1, in mezzo a sporcizia, povertà, barboni, mafiosi e straccioni (i suoi migliori amici sono un gruppo di bambini e orfanelli che non hanno una vita tanto dissimile della sua), rifiutando il Giappone "perbene" dato dai grandi grattacieli, dalle discoteche, dai locali dove scorre l'alcool a fiumi e dagli ipocriti - impersonificati dalla bella e algida Yoko - che amano farsi ritrarre come buoni, giusti e caritatevoli nei riguardi dei sfortunati per brillare nella società dell'immagine. È messo bene in evidenza, in Joe del domani, non solo il disagio giovanile, ma specialmente il contrasto tra il Giappone post-bellico ancorato alla tradizione, povero ma ancora ricco di valori come il cameratismo e il senso di comunità, e quello danaroso simil-occidentale, individualista, che iniziava a delinearsi e che avrebbe poi "vinto" esplodendo nel puro edonismo dei valori e dei costumi nel decennio successivo, con la grande bolla economica. Anche i disegni sporchi ed espressivi di Tetsuya Chiba contribuiscono efficacemente a delineare il senso di ruvidezza delle tematiche. Joe del domani, col suo (anti)eroe dei bassifondi che a prezzo di immani sacrifici, umiliazioni e sconfitte troverà un riscatto almeno morale nell'agiato mondo della boxe, creando un ponte verso un "domani" glorioso per lui e per tutti i disadattati e i perdenti nella stessa condizione, conoscerà una grande popolarità presso le classi sociali disagiate giapponesi diventando inevitabilmente, come Hols: Prince of the Sun (1968) di Isao Takahata, una vera icona delle feroci agitazioni nipponiche sessantottine, un simbolo in cui si identificheranno i contestatori del sistema figli della classe media2 (diverrà ben noto il celebre fatto di cronaca che vedrà, nel 1970, i terroristi rossi del Nihon Sekigun dirottare un Boeing della Japan Airlines verso la Corea del Nord, dichiarando alla radio: "Noi siamo tutti Joe del domani!"3). Il manga vende 20 milioni di copie4 e, fatto più unico che raro (replicato solo nel 2007 in occasione del film Ken il guerriero - La leggenda di Raoul), la morte di uno dei personaggi principali della storia verrà commemorata con un reale funerale pubblico espressamente richiesto dai lettori5. L'apoteosi.


È la Mushi Production di Osamu Tezuka a incaricarsi di trasporre un tale fenomeno in animazione. Adempie al compito con una lunga serie TV di 79 episodi che, nel corso della loro durata, trasporrano quasi 3/4 del fumetto, ben 14 volumi sui 20 totali, con risultati di share mediamente molto buoni (medio del 17.8%6, picco massimo del 29.2%7 con la puntata 29). Il successo è completo. Poi, l'anime si interromperà dopo l'esito del match tra Joe e il venezuelano Carlos Rivera. Uno dei due chara designer ufficiali, Shingo Araki, dirà ufficialmente che è stata una decisione presa in rispetto al fumetto, poiché non volevano, nell'attesa che gli autori originali portassero avanti la storia su carta (dando poi loro modo di riprendere e concludere successivamente l'adattamento), rischiare di rovinare tutto con filler e invenzioni potenzialmente dannosi per la coerenza futura dell'opera8. I fatti nudi e crudi, però, diranno che di vicende anime-only e di modifiche eclatanti (il rapporto di Mammoth Nishi con la boxe, i mancati riferimenti al futuro di Carlos Rivera, etc.) la serie ne avrà comunque parecchie e ovunque, specie nelle parti finali (dov'è finito il rispetto?), che gli ascolti negli ultimi tempi si abbasseranno considerevolmente (oscillando tra il 12 e il 15%, rispetto al 20% della parte centrale di serie9), e che il finale "provvisorio" di questa prima stagione, ovviamente inventato, per quanto soddisfacente a mio modo di vedere, è incompatibile e molto contradditorio con gli sviluppi successivi della "vera" storia. Questi indizi mi fanno pensare, insomma, che quella di Araki sia una giustificazione a posteriori per nascondere il fatto che l'anime possa essere stato "congelato" per semplici ascolti in calando, forse dovuti proprio all'eccessivo numero di alterazioni all'intreccio originale. Sia quello che sia, forse sarà anche per queste questioni che il revival animato di Joe del domani del decennio successivo, che conclude la storia, rinnegherà praticamente gli ultimi 27 episodi riprendendo la storia da dopo la puntata 52, eliminando i riempitivi visti fino a quel momento e, ovviamente, cancellando quella prima conclusione provvisoria. In ogni caso, questa prima serie merita senza dubbio, nonostante i tanti piccoli difetti che l'affliggono, il rango di lavoro cult. È un cartone animato senza età, apprezzabile dai bambini ma che sarà soprattutto, per i tragici personaggi, le atmosfere adulte, i significati sociali e, perché no, per la continuity serrata che lo fa svettare dinnanzi alla stragrande maggioranza degli anime episodici del tempo, molto gradito ad adolescenti e maggiorenni.

In TV, l'originale non perde proprio nulla della sua carica. La crescita di Joe Yabuki continua a tenere incollati alla visione: viene spontaneo prendere in grossa antipatia il suo io infantile e strafottente della prima ventina di episodi e poi iniziare a modificare gradualmente l'opinione su di lui, plaudendo il miglioramento dei suoi modi anticonformisti, apprezzando con interesse il suo contrastante rapporto di antipatia/rispetto verso Rikiishi e la sua funesta, autodistruttiva energia negativa che lo porta a rinunciare a "mettere la testa a posto", accasarsi o adeguarsi alla società, preferendo combattere sul ring fino alle più estreme conseguenze, fino a consumarsi (Chiba, co-sceneggiatore del manga, dirà che nelle sue opere gli piace esaltare fino alla completa glorificazione l'umanità, da intendersi nel modo in cui ogni persona vive la sua vita nel modo che preferisce10). Replicato è ovviamente anche il nichilismo di fondo della vicenda: difficile rimanere indifferenti a comprimari o ex avversari che mettono in gioco la loro vita nella boxe e che poi se la vedono rovinata, oppure a chi non riesce ad adeguarsi alle regole dello sport per debolezza mentale e preferisce quindi rinunciarvi definitivamente. Quello di Joe del domani è un mondo di perdenti che celebra la propria sconfitta: questa è la sua grande forza espressiva che ha conquistato così tanti giovani e universitari negli anni di pubblicazione e, poi, trasmissione.

Chi non ha letto il manga, troverà in Joe del domani anime l'identica potenza del fumetto e lo apprezzerà molto. Ritengo invece sorvolabile la visione della serie per chi ha già adempiuto alla lettura, e non solo, com'è ovvio, per la mancanza dell' "effetto sorpresa". L'anime, infatti, seppur coinvolgente per chi non conosce la storia, abbonda (come già detto) in filler e riempitivi bruttini, spesso focalizzati sulle vicende del gruppo di bambini che gioca con Joe (pura tappezzeria sul manga) ma che talvolta scadono anche in vicende molto irrealistiche (la fuga del ragazzo dal carcere e conseguente ritorno per sua stessa volontà, cosa tremendamente incoerente con la sua caratterizzazione) o addirittura patetiche (la storia della grande festa di quartiere con conseguente sbronza di Danpei). Non mancano neanche i recap, ovvero gli episodi che riassumono quanto visto nelle puntate precedenti. Musicalmente, la sigla di apertura non è niente di memorabile (interessante è giusto il fatto che a scrivere i testi, inneggianti alla ribellione giovanile, è la stessa compagnia teatrale che ha organizzato il citato funerale pubblico del personaggio che muore11) e, tecnicamente, l'opera non brilla affatto. Il tratto sporco e pieno di linee cinetiche di Chiba si vede solo nei primi piani, (dettagliatissimi per enfatizzare i sentimenti dei personaggi), nelle scene cariche di pathos e nei (non molti) combattimenti ufficiali. In quei frangenti, i chara designer e direttori dell'animazione Akio Sugino e Shingo Araki raggiungono un grado di espressività perfetti. Negli altri momenti (il 70% buono della produzione), i disegni li troviamo abbastanza molto semplicistici e ben poco curati, talvolta poco più che abbozzati e quasi infantili nell'essenzialità, come fossimo di fronte a un progetto (probabilmente lo è) low budget. Anche le animazioni generali seguono questo schema, brillando nei match ma appiattendosi notevolmente altrove e, soprattutto (come intuibile), nei filler. La confezione è piena di alti e bassi e poco può fare Osamu Dezaki, aspirante mangaka prestato all'animazione e mai più restituito12 (cit.),  al suo primo incarico di regista principale, per cambiare le cose: nel 1970 non ha ancora raggiunto quella invidiabile forma espressiva che lo porterà, insieme all'inseparabile Sugino (Joe del domani è il loro primo lavoro insieme), a dirigere anime contraddistinti da strabilianti invenzioni visive e registiche. La sua direzione in questa serie è del tutto tradizionale e ortodossa, difficilmente distinguibile da quella di un qualsiasi mestierante: in un paio di occasioni azzecca alcune sequenze di una bellezza addirittura sconvolgente e di chiaro stampo cinematografico (la puntata 54 è l'apice, capolavoro di intimismo realizzato con intensi primi piani del viso dei personaggi e giochi di colori dati dalle luci stroboscopiche e psichedeliche di una discoteca, peccato fa parte del segmento di serie disconosciuto dalla seconda stagione) ma, per quasi tutto il tempo, il suo è un potenziale inespresso, si limita a riprendere le vignette del manga aggiungendoci poco di suo (dirà tempo dopo che il disegnatore originale aveva già un perfetto senso delle visuali13, è un indizio per dire che non reputava necessario dare una sua visione?). Irritanti anche le musiche, date da un ossessivo accompagnamento (almeno un miliardo di volte) di 4/5 tracce crepuscolari e marziali abbastanza pompose. Queste considerazioni tuttavia, come bastano ad allontanare i fan del manga, valgono zero per chi non conosce la storia o non intende leggerla nel formato originale: si parla di una serie importante e profonda, un evergreen senza tempo che mantiene inalterato il suo impatto e che non posso non consigliare a chiunque cerchi un anime di qualità e non abbia paura di guardare molto indietro nel tempo.


In Italia, Joe del domani arriva nel 1982 su Rete 4, rititolato, come detto, Rocky Joe per sfruttare l'effetto traino del popolare film interpretato da Sylvester Stallone (poco importa se il manga è uscito otto anni prima del lungometraggio di John C. Avildsen). I nomi, pur leggermente modificati (Danpei in Dambei, Rikiishi in Riki), sono quelli originali, ma la traduzione in generale dei dialoghi è molto imprecisa e spesso e volentieri inventata di sana pianta, rendendo, per questo, ancora inedito il "vero" Joe del domani. Le successive edizioni in DVD curate da Yamato Video non hanno mai inserito sottotitoli fedeli, rendendo perciò inutile la loro esistenza.

Voto: 8 su 10

SEQUEL
Rocky Joe (1980; film)
Rocky Joe 2 (1980-1981; TV)
Rocky Joe: L'ultimo round (1981; film)


FONTI
1 Jean-Marie Bouissou, "Il manga", Tunuè, 2011, pag. 65-66
2 Come sopra
3 Vedere punto 1, a pag. 66
4 Sito web (giapponese), "Mangazenkan", http://www.mangazenkan.com/ranking/books-circulation.html
5 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 55. Che fosse organizzato dai lettori lo rivela Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit) nel forum Pluschan, nel post http://www.pluschan.com/index.php?/topic/5187-ashita-no-joe-noi-siamo-ashita-no-joe/?p=353686
6 Share di tutti gli episodi, riportati alla pagina di Wikipedia giapponese di "Ashita no Joe"
7 Come sopra
8 Intervista a Shingo Araki pubblicata su Mangazine n. 21 (Granata Press, 1993, pag. 44-45)
9 Vedere punto 6
10 Intervista a Tetsuya Chiba pubblicata su Kappa Magazine n. 137 (Star Comics, 2003, pag. 2)
11 "Anime al cinema", pag. 55
12 Intervista a Osamu Dezaki pubblicata su Animerica (Vol. 4) n.17 (Viz Media, 1998), riportata alla pagina web http://aceonerae.dreamers.com/english/ace_ar01.htm
13 Come sopra

lunedì 16 novembre 2015

Recensione: Caro fratello...

CARO FRATELLO...
Titolo originale: Oniisama E...
Regia: Osamu Dezaki
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Riyoko Ikeda)
Sceneggiatura: Hideo Takayashiki, Tomoko Konparu
Character Design: Akio Sugino
Musiche: Kentaro Haneda
Studio: Tezuka Productions
Formato: serie televisiva di 39 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1991 - 1992
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Yamato Video


Potessero parlare, le mura della prestigiosa accademia femminile Seiran Gakuen racconterebbero di terribili segreti, di invidie, di frustrazioni e di colpi bassi da parte di molte ragazze. La scuola è di fatto "governata" dalla confraternita Sorority House, composta dall'élite delle studentesse, le più belle, brave, ricche, eleganti e raffinate, a loro agio nell'instaurare un ordine classista che divide le alunne in mediocri e vincenti, accrescendo le rivalità tra le "inferiori" affinché poche di esse possano, al prezzo di enormi sforzi e meriti, avere la fortuna di entrare nell'esclusivo club, pieno di privilegi. Sorority House è fondata e guidata dalla bellissima e gelida Fukiko Ichinomiya, la cui popolarità è pari solo a quella di Rei "Saint-Just" Asaka e Kaoru Orihara, estranee alla confraternita ma anch'esse idoli delle altre studentesse: tutte e tre sono legate, in un modo o nell'altro, da un passato comune.  La coltre di mistero sarà lentamente dissipata quando entrerà nella scuola Nanako Misonoo, ragazza normalissima che, per qualche motivo, verrà scelta per entrare in Sorority sotto raccomandazione di Fukiko. La chiave risiede nel "fratellone" di Nanako, Takehiko Henmi, con cui la neoentrata intrattiene un rapporto epistolare...

Nel 1975, giusto due anni dopo la conclusione de La Rosa di Versailles, l'autrice Riyoko Ikeda ha modo di disegnare un breve manga pieno di spunti interessanti: Caro fratello.... Imbastisce una storia a incastro estremamente cupa e tragica, ambientata in un lezioso liceo depositario di sofferenza e torbidi segreti. In un microcosmo femminile che dà luogo, ovviamente, a quel tipico cumulo di veleni, rancori, frustrazioni, gelosie e malizia che solo delle ragazze potrebbero concepire, ulteriormente amplificati e ricercati dal sistema classista in auge nel liceo, la verginea, innocente Nanako dovrà prepararsi a sopportare ogni genere di  nefandezze e scherni prima di riuscire a mettere a nudo i punti deboli delle tre "leader" della scuola, ripristinare amicizie in procinto di dissolversi e fare cadere l'enorme castello di falsità e ipocrisie su cui si regge Sorority House. Tentativi di suicidio, genitori divorziati, bullismo, anoressia, amore saffico, uso di droghe, malattie incurabili, perfidie incredibili: in pochissimo spazio e toccando temi pesantissimi, Riyoko Ikeda racconta i turbamenti dell'adolescenza, tratteggiando fragili personaggi e drammatici rapporti interpersonali che ben rappresentano l'idea di uno shoujo manga estremamente maturo che oggi non potrebbe esistere più, nell'economia di una storia di formazione e mistero forse inverosimile nelle sue coincidenze ed esagerazioni, ma elegantissima nelle sue atmosfere nobiliari e nell'estetica barocca. Peccato, dunque, come l'intrigante soggetto di fondo sia rovinato in modo quasi irreparabile dall'enorme fretta con cui l'autrice sviluppa la sua storia, in 3 volumi carichissimi di avvenimenti e rivelazioni che si susseguono da una pagina all'altra, come se non si vedesse l'ora di concludere, che ben poco spazio lasciano all'approfondimento dei personaggi. Se l'originale è perciò, a mio parere, quasi illeggibile, difficilmente si può parlare male della grande trasposizione animata che è stata concepita nei primissimi anni '90, di nuovo realizzata da quegli Osamu Dezaki e Akio Sugino che nel 1979 già avevano firmato, della stessa autrice, l'indimenticabile adattamento animato de La Rosa di Versailles.


Trasmesso quasi da subito, in Giappone, sul secondo canale satellitare della rete di Stato NHK visti i suoi temi sin troppo forti1, il Caro fratello... animato, come Lady Oscar e così come anche Aim for the Ace! del 1974 (altro grandissimo shoujo, veloce e sbrigativo, che riscopre nuova giovinezza sotto le cure di Dezaki e Sugino), è un adattamento perfetto, limato dalle numerose imperfezioni dell'originale e migliorato sensibilmente nelle qualità narrative - non potrebbe essere altrimenti, visto che si parla di 39 episodi (originariamente 45, poi ridotti per i bassi ascolti2, ma del resto la Pay TV ha il pubblico che ha) contro i 3 volumi scarsi del manga. Regista e sceneggiatori raccontano la stessa vicenda, dando però a cast e situazioni tutto il sacrosanto spazio per svilupparsi nel modo a loro più congeniale, e la storia trova così tutto il pathos che le mancava. Nonostante si tratti, decisamente, di un'opera che aggiunge molto al materiale di partenza, approfondendo notevolmente le caratterizzazioni, inserendo ulteriori, lunghi flashback a quelli già numerosi in origine, e dedicando intere puntate ad avvenimenti in origine appena citati, lo fa sempre nel più totale rispetto del testo della Ikeda, in modo da non creare contraddizioni o incoerenze, arricchendo e non tradendo. Nella trasposizione cambiano in modo importante solo la grande evoluzione di personaggi di second'ordine (Tomoko Arikura, amica del cuore dell'eroina Nanako, e la perfida Aya Misaki), subito abbandonati su carta e che invece maturano in TV, e il chara design di Akio Sugino, che in questa trasposizione rimpiazza interamente i volti della Ikeda "riciclando" i suoi stessi personaggi disegnati in Aim for the Ace (Madama Butterfly diventa Fukiko, Kyoko Otowa diviene Aya Misaki) e Lady Oscar (Rei ha le fattezze di Oscar François de Jarjayes , Kaoru quelle di André Grandier).

Ad alimentare l'ottima riuscita di questa storia tenebrosa (addirittura imbarazzata dai suoi toni e contenuti nonostante l'alta qualità, NHK non vorrà mai più produrre animazione simile, neanche su canali criptati3), non si possono non spendere lodi sperticate, ancora una volta, allo straordinario connubio artistico di Dezaki e Sugino, per l'ennesima volta autori di una confezione visiva tendente all'opera d'arte. Come spesso accade alle loro produzioni,  anche in questo caso parliamo di una serie TV decisamente a basso costo e dalle animazioni ingessate, ma, come in passato, le invenzioni visive del duo distraggono totalmente dalla natura tecnica. Caro fratello... trasuda un senso di raffinatezza ineguagliabile, ravvisabile già dall'elegante sigla d'apertura (primi piani su bambole, collane e particolari di altri oggetti legati al passato e ai segreti dei personaggi) e che trova sfogo in disegni aggraziati, colmi di dettagli (puro stile barocco) e fatti splendere da magnifici colori. Akio Sugino, come direttore e supervisione dell'animazione,  è al top e, a riprova di questo, si può anche citare come l'opera sia quella che in assoluto, più di qualsiasi altra, sfrutti i celeberrimi sfondi-cartolina suoi e di Dezaki: quelle gigantesche, bellissime illustrazioni a tutto schermo con cui sono raffigurate, con maestosa espressività, le emozioni provate dai personaggi durante le scene più importanti di ogni puntata. Lascio immaginare la meraviglia di godere di questi piccoli capolavori grafici snocciolati con una tale frequenza, così tante  volte in ogni puntata. Dezaki anche trova la consueta energia e, pur dovendo fare fronte alla bassa qualità delle animazioni, registicamente si sbizzarrisce coi suoi irrinunciabili split-screen per inquadrare sotto diverse angolazioni i turbolenti stati d'animo del cast.

Col suo carico di personaggi alienati e nevrotici, i temi che vengono toccati, le perfidie femminili rappresentate in modo anche fin troppo realistico e la classica protagonista shoujo, debole e piagnona, che non si ribella quasi mai alle ingiustizie che subisce ("caro Dezaki, tu sai interpretare la psicologia femminile meglio di molte donne", Ikeda docet dopo la visione del primo episodio4), si può bene intuire come Caro fratello... rappresenti una visione a tratti molto pesante, non consigliabile a chi cerca negli anime un intrattenimento che evada dalla triste realtà. Se si è in grado si sopportare tutto questo, certe classiche "esagerazioni poetiche" tipiche da shoujo manga (le ragazze che troppo facilmente si innamorano di esponenti del loro stesso sesso, come se il lesbismo fosse una cosa normalissima e frequente), e, come nel manga, anche una fitta e inverosimile ragnatela di coincidenze e forzature degne di una telenovela per quel che riguarda i rapporti che legano i personaggi (alla "il mondo è proprio piccolo"), messi lì per poter mandare avanti una trama che sennò stagnerebbe, si verrà ricompensati con un piccolo gioiellino televisivo, una storia drammatica molto ben sviluppata, che coinvolge con tutti i misteri che vengono lentamente dipanati e trova la sua forza in personaggi umani e ben caratterizzati che crescono e maturano, facendosi poi ricordare con nostalgia. Non si può negare come al regista piaccia tergiversare molto in puntate che non mandano avanti granché la trama, create più per dare colore al cast che per altro, ma visti i noti problemi del fumetto e il ritmo che è comunque sempre sostenuto, non vale la pena lamentarsi troppo. A chi, infine, è dubbioso se iniziare la visione della serie per tutta la depressione che potrebbe evocare, è da segnalare come, dopo tanta sofferenza, quantomeno essa culmini in un finale positivo e speranzoso che riscatta tutto, che si discosta leggermente da quello del manga pur senza rinnegarlo ufficialmente (Dezaki si limita a chiudere la vicenda prima del suo epilogo, evitando di rivelare se un certo personaggio dalla salute precaria guarirà o meno, cosa che invece nel fumetto viene detta). Ognuno faccia i propri conti, ma al di là di questo, Caro fratello... è una serie televisiva di gran qualità, impossibile negarlo.


Nota: distribuito in Italia da Yamato Video, Caro fratello... gode di un doppiaggio a mio parere adeguato e riuscito, con ottime interpretazioni e timbri vocali molto vicini alle voci originali. L'edizione in DVD reintegra la sigla originale giapponese, andata persa, per chissà quali problemi di diritti, nella precedente versione in VHS (in cui era presente la sola base strumentale).

Voto: 8 su 10


FONTI
1 Mario A. Rumor, "Come bambole: Il fumetto giapponese per ragazze", Tunuè, 2005, pag. 133
2 Consulenza di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit)
3 Saburo Murakami, "Anime in TV", Yamato Video, 1998, pag. 142
4 Articolo di Mario A. Rumor pubblicato nel sito YamatoVideo.it, alla pagina http://www.yamatovideo.com/news_int.asp?idEntita=678

lunedì 9 marzo 2015

Recensione: L'isola del tesoro

L'ISOLA DEL TESORO
Titolo originale: Takarajima
Regia: Osamu Dezaki
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Robert Louis Stevenson)
Sceneggiatura: Haruya Yamazaki, Yoshimi Shinozaki
Character Design: Akio Sugino
Musiche: Kentaro Haneda
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1978 - 1979



Inghilterra,  XVIII secolo. In una cittadina costiera nei pressi di Bristol si staglia, solitaria sopra una collina, la locanda "Ammiraglio Benbow", dove lavorano il 13enne Jim Hawkins e sua madre. Il ragazzo, orfano di padre, sogna da sempre una vita avventurosa e presto potrà viverla grazie a Billy Bones, inquietante pirata che ha appena disertato la ciurma del crudele John Flint dopo aver trafugato una mappa contenente le indicazioni per raggiungere un immenso tesoro, seppellito in un'isoletta isoletta tropicale. Bones è presto ucciso dai suoi vecchi compagni, ma il documento finisce proprio a Jim. Pieno di risolutezza, il ragazzo convince quindi il dr. Livesey, medico del villaggio, e il ricco proprietario terriero Squire Trelawney, a organizzare una spedizione marittima per andare a recuperare i preziosi. Peccato che durante l'attraversata sarà proprio Jim a scoprire che il cuoco della nave, Long John Silver, a cui si è nel frattempo affezionato tantissimo, è in verità proprio il successore di Flint e, peggio ancora, che quasi tutto l'equipaggio è composto da pirati al suo servizio che mirano anch'essi a prendersi il bottino...

Il romanzo per ragazzi L'isola del tesoro, pubblicato a puntate dal grand Robert Louis Stevenson tra il 1881 e il 1882 nella rivista Young Folks, è un testo di narrativa celebre e importantissimo per svariati motivi, tutti profondamente contradditori. Ha il merito principale di raccontare una bellissima storia di formazione e avventura, spensierata, coinvolgente e piena di misteri, suggestioni e senso di meraviglia, ma anche la grande colpa di aver contribuito in modo determinante a sdoganare presso il grande pubblico un inaccettabile mito "romantico" e positivo di pirati e corsari. È infatti proprio tale libro a raffigurare per la prima volta questi sanguinari lupi di mare, questi violenti tagliagole e macellai, come "simpatiche canaglie" insofferenti alla società e che scelgono pericoli, libertà e avventura piuttosto che una vita ordinaria, dotandosi anche di un rigido codice d'onore. L'iconografia a base di pappagalli appollaiati alla spalla, Jolly Roger come vessillo di anticonformismo, mappe con l'ubicazione di faraonici tesori, isole tropicali, gambe di legno, vestiti esotici, etc. viene infatti tutta da Stevenson, ed è inutile dire quanto questo ritratto e quelli successivi, a lui adeguati (Errol Flynn, Johnny Depp e One Piece dicono tutto quello che c'è da dire sull'argomento), siano stati assolutamente falsi, antistorici e nocivi nel ridimensionare così tanto le connotazioni esclusivamente negative del fenomeno della pirateria. D'altro canto, la storia de L'isola del tesoro è così spaventosamente avvincente che non si può parlarne male. Sa ancora tenere incollati alla lettura con un sense of wonder d'altri tempi, e ha il merito - particolarmente apprezzato da chi scrive, che pure è d'accordo con le critiche storiche/morali - di ideare un personaggio immortale, ambiguo ma pieno di qualità umane, che illustra in modo memorabile la contradditorietà dell'animo umano, la mancata esistenza di un Bene o di un Male davvero definiti. Mi riferisco ovviamente a Long John Silver, il perfido antagonista a capo di una banda di trucidi filibustieri, contraddistinto da pulsioni etiche che lo fanno oscillare continuamente tra umanità e cattiveria. Non è un caso se i detrattori del romanzo per le questioni di cui sopra lo fanno proprio criticando il trascinante carisma del malvivente, che, dall'alto della sua complessa personalità, i suoi slanci generosi e il grande senso dell'onore, ruba la scena a tutto il cast facendosi ricordare come l'attore più simpatico e indimenticabile della storia.

Entrato di prepotenza nell'immaginario collettivo, nell'arco di due secoli L'isola del tesoro diventa una delle storie più famose e conosciute di tutti i tempi e trova una miriade di trasposizioni e adattamenti in film, fumetti e sceneggiati televisivi o radiofonici. Arriviamo quindi al 1978, anno in cui, per gli amanti dell'animazione  nipponica, non si può non ricordare l'iconica avventurosa Conan il ragazzo del futuro. Inconcepibilmente, spesso e volentieri di quell'anno è taciuto o addirittura dimenticato un altro evergreen immortale che rappresenta, insieme al cult miyazakiano (e aggiungerei infine anche La Stella della Senna del 1975), quanto di meglio abbia mai offerto il genere avventuroso negli anni '70. Trattasi del terzo adattamento anime de L'isola del tesoro (i primi due, interpretati da animali antropomorfi, sono uno Special TV di Osamu Tezuka del 1965 e un lungometraggio Toei Animation del 1971), senza ombra di dubbio il migliore, prodotto da Tokyo Movie Shinsha e creato dalle due stelle Osamu Dezaki e Akio Sugino, reduci dal successo dell'appena concluso Remi - Le sue avventure (1977). Fortemente voluta dallo stesso Dezaki, che dirigendola ha potuto coronare un sogno da sempre cullato1 (che possa essere un indizio, su Remi, il marinaio simil-bucaniere Hawthorne con tanto di pappagallo parlante sulla spalla?), questa versione rinverdisce i fasti del romanzo esplorandone ancora più in dettaglio le originarie connotazioni psicologiche, rappresentando un esempio perfetto di un classico della letteratura occidentale che, riletto da una sensibilità e una cultura diverse, trova una nuova ed entusiasmante dimensione.


Il regista enfatizza i tratti del racconto di formazione dando più spazio alla crescita di Jim e, ovviamente, al suo speciale rapporto con Long John Silver. Affrontato in modo ancora più sensibile, il legame tra i due, focus della narrazione, diventa ben più che solo sentito, ma addirittura commovente, mostrando chiaramente come il ragazzino trovi nel pirata un nuovo padre, e come, proprio per questo, lo scoprire i piani del criminale e tutte le conseguenze che ne derivano assumano per il bambino (e di riflesso lo spettatore che non conosce la trama) i contorni di uno shock straziante. La statura del bucaniere è, se possibile, ancora più monolitica: uomo rude all'apparenza ma calcolatore in sostanza, grosso, forte, generoso, dalla risata poderosa e contagiosa, che non si fa problemi a uccidere per denaro ma ha un rigido codice d'onore, modi gentili e cordiali e tratta Jim, effettivamente, prima come amico e confidente e poi come un figlio, raccoglie in sé tutte le contraddizioni possibili dell'animo umano, ponendosi agli occhi di chi guarda come un' "adorabile canaglia" di cui nessuno, tantomeno i suoi nemici, può mettere in dubbio la rispettabilità. L'idea di ridimensionare la portata avventurosa della vicenda sottolineandone gli aspetti interiori dei due protagonisti principali, inventando addirittura un epilogo di un intero episodio per raccontare quanto gli avvenimenti abbiano influito sulla vita di Jim rendendolo un adulto migliore, è forse il più grande merito di Dezaki, che rivitalizza il romanzo raccontando una storia che al contempo è la stessa ma è diversa, sempre bellissima seppur raccontata con diverso spirito e finalità. Questo non deve comunque deludere chi preferiva una maggiore aderenza agli intermezzi originali, nel complesso doverosamente rispettati pur con qualche variazione qua e là (episodi riempitivi più che altro, usati per dare ancora più psicologia al cast), una risoluzione del mistero del tesoro più enigmatica e la trasformazione del rapporto tra John Silver e il "marinaio del coltello" Abraham Gray in una vera e propria rivalità personale (scelta forse fatta per donare al dramma sfumature più virili e cavalleresche, in linea col culto giapponese dei duelli maschili all'arma bianca). Per contrasto, desta un certo sconcerto la scelta di affiancare a Jim un cucciolo di leopardo che lo segue ovunque e che non ha davvero senso utilità nella storia (una mascotte per il pubblico televisivo dei bambini? Chissà), e, in particolar modo, quella di ridimensionare molto l'utilità ai fini di trama del "vecchio pazzo" Ben Gunn, fondamentale nell'intreccio originale ma qui quasi un'ombra inutile. Quest'ultima modifica, la più eclatante, è probabilmente il prezzo maggiore da pagare di una trasposizione che vuole focalizzarsi su altro.

Non che ci sia comunque, rischio di annoiarsi: attacchi di squali, missioni di infiltrazione su navi occupate dal nemico, fortificazioni attaccate dai pirati, cannonate e sparatorie, duelli, scambi di ostaggi, malattie tropicali e antiche maledizioni (senza dimenticare il geniale enigma del tesoro)... L'isola del tesoro rimane in ogni modo una coinvolgente avventura marinara che non sfigura minimamente se accostata al manoscritto originale. Anche se la vicenda parte lenta e ci mette un po' a ingranare, appena le caratterizzazioni di Jim e John Silver iniziano a delinearsi - rendendo così irresistibilmente controverso il loro rapporto - l'opera diventa immediatamente la classica visione-droga di cui viene spontaneo divorarsi episodi su episodi, piangendo senza conforto quando sono finiti tutti. Tecnicamente, poi, L'isola del tesoro è davvero una produzione molto ben fatta, animata più che bene, con fondali curatissimi ed evocativi e un'ottima ricostruzione dei costumi dell'epoca. Anche se apparentemente fuori posto, l'accompagnamento jazz di Kentaro Haneda musicalmente si adatta abbastanza alle scene d'azione e il sodalizio artistico tra Dezaki e Sugino è, come sempre, una tale meraviglia da accrescere notevolmente, e da solo, il già elevato valore artistico del titolo: basta la sigla d'apertura, affidata a immagini stilizzatissime ed evocative, per attestare lo stile ricercato e d'autore voluto dagli artisti. Se a livello di design le fattezze quasi deformi di Jim possono quasi mettere a disagio nel comunicare uno spiazzante senso di infantilità, quelle estremamente adulte e virili di Long John Silver, Gray e degli altri personaggi fanno da eccellente contraltare, quasi a suggerire, a mo' di un Leiji Matsumoto ante litteram, la differenza di statura morale tra il giovanissimo protagonista che deve ancora sviluppare la sua persona e gli uomini già fatti, finiti e nel pieno della loro vitalità. La direzione di Dezaki, curata, precisa e ottimamente fotografata, perfetta nel tratteggiare una simile vicenda, pur forse meno "tecnica" del solito (niente split screen e poche inquadrature oblique), fa poi uso nuovamente spettacolare e irresistibile dei suoi celebri sfondi-cartolina (già gustati in Aim for the Ace!) che enfatizzano gli stati d'animo dei personaggi.


Si può solo vedere e riscoprire una perla così criminalmente poco calcolata, oggi (ieri è stato un successo in Giappone2, e il fatto che nonostante questo sia durata appena 26 episodi probabilmente suggerisce la volontà e il potere di Dezaki di svilupparla come voleva senza lungaggini), dagli appassionati di animazione di qualità: L'isola del tesoro è una gemma, sicuramente una delle migliori opere televisive di tutti gli anni '70 e uno dei capolavori assoluti di Dezaki, che ben ricorda al pubblico, abituato a considerarlo spesso e volentieri per il solo, bellissimo Lady Oscar (1979), quale danno incalcolabile sia stato per tutti la sua scomparsa. Trascurabile il film omonimo riassuntivo del 1987, ma altrettanto fondamentale il recupero di Treasure Island Memorial, extra animato di 7 minuti rimediabile nei DVD giapponesi della serie, uscito nel 1992 e realizzato sempre da Dezaki e Sugino, che racconta un nuovo, toccante epilogo da parte di un Jim adulto.

Nota: l'opera è arrivata in Italia nel 1997, trasmessa su Rete 4. Le solite, immancabili storpiature del tempo impediscono purtroppo di godersi l'anime nel migliore dei modi. Yamato Video ha l'occasione di correggere il tiro con l'edizione in DVD, mam come quasi sempre accade, non fornisce neppure sottotitoli fedeli ai dialoghi originali. Piange il cuore scriverlo, ma purtroppo L'isola del tesoro rimane periciò ancora oggi un capolavoro inedito in Italia.

Voto: 9 su 10

ALTERNATE RETELLING
Treasure Island: The Movie (1987; film)


FONTI
1 Articolo sulla vita di Osamu Dezaki realizzato da Yamato Video e pubblicato sul suo sito ufficiale, alla pagina http://www.yamatovideo.com/focuson_int.asp?idEntita=438
2 Booklet allegato al Memorial Box 1 dell'edizione in DVD Yamato Video di "Lady Oscar" (2009, pag. 2)

lunedì 8 dicembre 2014

Recensione: Space Adventure Cobra

SPACE ADVENTURE COBRA
Titolo originale: Space Cobra
Regia: Osamu Dezaki, Yoshio Takeuchi
Soggetto: Buichi Terasawa (basato sul suo fumetto originale)
Sceneggiatura: Buichi Terasawa, Haruya Yamazaki, Kenji Terada, Kosuke Miki, Kosuke Mukai
Character Design: Akio Sugino, Shinji Otsuka
Mechanical Design: Katsushi Murakami (non accreditato)
Musiche: Kentaro Haneda
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie televisiva di 31 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anni di trasmissione: 1982 - 1983


Con il suo irresistibile mix di atmosfere avventurose e scanzonate, la regia straordinaria e il protagonista guascone che sembra un Lupin the 3rd fantascientifico, era impossibile non innamorarsi, nel luglio 1982, di Space Adventure Cobra - Il Film, grandiosa pellicola, firmata da Osamu Dezaki e Akio Sugino, che portava ulteriore fama e onore al fortunatissimo manga di Buichi Terasawa (anche sceneggiatore del film). L'esito al box office, pur deludente, deve quantomeno aver dato un segnale ai produttori; non si spiegherebbe altrimenti come, giusto qualche mese dopo, gli elementi più importanti dello staff (Terasawa compreso) si ritrovavano riuniti al timone addirittura della trasposizione fedele del fumetto, potendo nuovamente contare su un largo budget generosamente profuso da Tokyo Movie Shinsha. Il risultato commerciale della serie, come si vedrà, sarà positivo, testimoniato da un ottimo indice di ascolto (un abbondante 10% medio1), ma qualitativamente ritengo che non saranno pochi i telespettatori che rimarranno un po' interdetti dalla continua altalena di alti e bassi che condiscono il progetto e originano più di una sensazione contrastante.

Un po' come accadeva ai tempi de L'imbattibile Daitarn 3 (1978), il succo di Cobra si regge unicamente sul carisma scenico di un protagonista virile e acrobatico, bevitore, fumatore e donnaiolo, che per buona parte del tempo è protagonista di storie d'azione l'una uguale all'altra, in cui corre, salta, spara e fa strage di milioni di alieni e pirati cattivi che vogliono toglierlo di mezzo o trattare male le splendide (e svestite) ragazze per cui perde regolarmente la testa, in ambientazioni fantascientifiche con ampia mostrologia aliena, pistole laser e astronavi che sembrano uscite da un film di George Lucas. Un conto, però, è assistere a un'unica avventura particolarmente ispirata in cast e ambientazioni (come lo è quella dello splendido film), e un conto è ripetere il concetto per una lunga serie da 31 puntate interamente rette su azione nonstop. Minimale è la psicologia data all'eroe Cobra, alla sua fedele compagna robotica Lady e a un po' tutti i comprimari/antagonisti che i due incontrano in ogni nuova avventura: poco è aggiunto alla già basica trama del lungometraggio (giusto una presentazione nascita dell'eroe, storia d'origine che ha portato in molti ad accusare Terasawa di essersi un po' troppo ispirato al Philip K. Dick del racconto Ricordiamo per voi pubblicato nel 1966, ma il mangaka ha rigettato l'accusa dicendo di non averlo mai letto2), il succo è semplicemente che Cobra è il Maschio Alpha, imbattibile e autoironico, rubacuori e infallibile cecchino, e non fallisce mai le sue missioni. Che il cinema muscoloso sia una grossa fonte di ispirazione per l'opera, è abbastanza palese; che vedere lo Stallone/Willis di turno fare le solite cose per un sacco di tempo, sempre nel contesto di soggetti basilari, sia apprezzabile e alla lunga non stufi, beh, questo è ovviamente un altro paio di maniche. Sta a chi guarda trarre le proprie considerazioni, se fare cioè parte di quella nicchia di pubblico che ama visceralmente il cinema fracassone ed è in grado di reggere una serie basata sul solo carisma tamarro del biondo eroe in calzamaglia o meno, questo è palese. Così come è palese che raramente, come in questo caso, la votazione finale non può che essere molto arbitraria e suscettibile ai gusti. Tuttavia, tra le considerazioni più concrete da fare, non può non starci la critica verso la qualità, fin troppo discontinua, dei numerosissimi riempitivi che costellano la storia.


La serie, come il manga, si basa su cicli narrativi dal variabile numero di episodi, intervallati da avventure autoconclusive spesso svogliate, che imbastiscono le solite acrobazie con spunti davvero risibili. I vari "cicli" sono quasi tutti (escluso quello noiosissimo del rugball, immancabile sport distopico e violentissimo) sufficientemente elaborati e suggestivi dato che in essi convergono le idee più interessanti e stravaganti dell'autore. Quello principale, lungo quasi mezza serie, che copre gli episodi 3-12 (la vicenda delle sorelle Flower, rielaborata precedentemente nel film) è emblematico in tal senso: un autentico capolavoro, giostrato su ambientazioni intriganti, colpi di scena spiazzanti, indimenticabili momenti d'azione, nemici carismatici e una battaglia finale epicissima e grottesca. Peccato, dunque, che la grandezza della serie si noti proprio in questi segmenti e nelle sue musiche epiche e accattivanti, appiattendosi notevolmente nei riempitivi. Si apprezza come il buon Terasawa cerchi di contribuire alla varietà con ogni mezzo (con flora e fauna alieni sempre più bizzarri, sanguinarie scene di morte della vittima di turno, un alto tasso di cadaveri e dramma e un Cobra amante della parità dei sessi che con la sua Psycho-gun sfonda il petto a qualsiasi nemico, uomo o donna che sia), ma è dura creare avventure brevissime che lascino il segno in così poco tempo, sempre mostrando la stessa solfa, sempre sparatorie, sempre acrobazie, sempre bambole vestite in abiti succintissimi che sembrano l'una la copia dell'altra (e nonostante questo il livello erotico è parecchio scemato rispetto all'originale), sempre personaggi-macchietta e sempre contenuti intellettuali tendenti allo zero. Non è raro scoprirsi a seguire a un certo punto l'opera molto svogliatamente perché completamente assuefatti alle solite cose. Tengo comunque a sottolineare ancora una volta l'estrema soggettività della mia opinione, limitata al genere di appartenenza della storia, assolutamente non condivisa, ad esempio, dal pubblico giapponese del tempo e dai Paesi europei (Francia in particolare4) che hanno importato la serie e l'hanno amata visceralmente facendone un autentico cult (è nota l'ammirazione sconfinata del regista Luc Besson per Terasawa, proprio in virtù di essa5).

Contribuisce a risollevare le sorti del titolo il grosso budget stanziato: Cobra è sicuramente uno dei titoli televisivi meglio animati del periodo, potendo usufruire quasi sempre di eccezionali animazioni, disegni come di consueto curatissimi (il "solito" Akio Sugino), movenze fluide e fondali/effetti speciali splendidamente realizzati che alimentano il senso di meraviglia delle ambientazioni. C'è anche qui un ma: anche se nominalmente adibito alla regia, il grande Osamu Dezaki se ne occupa parzialmente, dirigendo qualche puntata qua e là e approvando quelle dirette da altri componenti del suo staff. Si nota bene che il team sia influenzato dal suo stile, ma le inquadrature oblique e gli split screen, così tipici di lui, sono rare, così come gli sfondi-cartolina (anche se questo potrebbe essere dovuto al fatto di lavorare con un grosso budget e al non avere bisogno di usarli come ripiego): si avverte che non è un'opera sua al 100% e forse neanche lui la deve avere sentita come tale, se più o meno a metà serie non ha problemi ad abbandonarla, insieme ad Akio Sugino (sono rimpiazzati rispettivamente da Yoshio Takeuchi e Shinji Otsuka), per lavorare insieme sul lungometraggio, sicuramente più personale e sentito, Golgo 13 (1983)3. Il fatto che la loro partenza quasi neanche si senta e tutto sembri fino alla fine identico a prima, potrebbe dirla lunga o su come lo staff li copi bene, o sulla poca personalità che i due ci hanno messo. Sicuramente, la regia della serie non si avvicina neanche lontanamente alla direzione divina del lungometraggio.


Nonostante tutto, l'opera ha i suoi bei momenti e culmina in un finale sì affrettato (la mini-saga finale dura giusto 4 episodi, presentando un sacco di comprimari privi della più basilare caratterizzazione), ma che comunque, come invenzione anime-only (la trasposizione del manga copre gusto i primi 8 volumi su 18 totali), è soddisfacente nella creatività delle situazioni, nel suo spettacolare combattimento finale e nel presentare un'accettabile conclusione definitiva all'intera vicenda di Cobra, prima che venticinque anni dopo la saga venga resuscitata dallo studio Magic Bus con OVA e ulteriori serie TV. Chi ama in modo sfegatato un genere così "individualista" come quello di Cobra, probabilmente aggiungerà un voto abbondante alla valutazione finale. Gli altri lo reputeranno un Dezaki "minore" e abbastanza sorvolabile.

Voto: 7 su 10

SEQUEL
Cobra the Animation: The Psycho-gun (2008-2009; serie OVA)
Cobra the Animation: Time Drive (2009; serie OVA)
Cobra the Animation (2010; TV)


FONTI
1 Saburo Murakami, "Anime in TV", Yamato Video, 1998, pag. 75
2 Intervista a Buichi Terasawa pubblicata su Kappa Magazine n. 13 (Star Comics, 1993, pag. 124)
3 Mangazine n. 21, Granata Press, 1993, pag. 48
4 Sito Internet (in francese) "20 minutes", "«Cobra»: Le succès de la série d'animation japonaise raconté en cinq points ", alla pagina web http://www.20minutes.fr/culture/1532255-20150204-cobra-succes-serie-animation-japonaise-raconte-cinq-points
5 Come sopra

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