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mercoledì 10 maggio 2017

Recensione: Run, Melos!

RUN, MELOS!
Titolo originale: Hashire Melos!
Regia: Masaaki Ohsumi
Soggetto: (basato sul racconto originale di Osamu Dazai)
Sceneggiatura: Masaaki Ohsumi
Character Design: Hiroyuki Okiura
Musiche: Kazumasa Oda
Studio: Toei Animation
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 106 min. circa)
Anno di uscita: 1992


Sicilia, anno 360 a.C: il messinese Melos, in occasione del matrimonio della sorella, viaggia fino alla città di Siracusa per acquistare una spada da usare nella cerimonia. Conosce Selinuntius, uno scultore ormai fallito con cui stringe amicizia. Non immagina, però, che la sua vita verrà presto sconvolta: è condannato a morte da Dionisio II, il tiranno del luogo, sulla base di un'accusa pretestuosa. Ormai rassegnato alla sua sorte, chiede al governante di rispettare una legge locale che gli permetterebbe di andarsene per tre giorni e poi ritornare per l'esecuzione, giusto il tempo per presenziare al matrimonio. Dionisio accetta, ma solo se qualcun altro sarà abbastanza coraggioso da venire giustiziato al posto suo nel caso decidesse di non tornare entro la data decisa. Quel qualcuno si rivelerà Selinuntius...

Non sono insolitamente pochi, gli anime in un modo o nell'altro ambientati o legati al periodo storico della Grecia classica. Orpheus of the Stars (1978), Triton of the Sea (1972), Pollon (1982), Arion (1986), Pygmalio (1990), Hermes - Wind of Love (1997), Alexander - Cronache di guerra di Alessandro il Grande (1999) e i ben quattro adattamenti (rispettivamente del 1979, 1981, 1992 e 2009) del racconto Corri, Melos! (1940) dello scrittore Osamu Dazai, di cui analizzerò il più rappresentativo, famoso ed economicamente di successo1 (il terzo) ben attestano l'interesse del pubblico giapponese sull'argomento. Sulle prime è difficile immaginare cos'abbia in comune un tempo così lontano e arcaico con la cultura nipponica, eppure la visione di questo film cinematografico riesce a rivelare dei punti d'incontro che, a pensarci a posteriori, sembrano addirittura ovvi. Pensando all'impianto volutamente ed eroicamente tragico del teatro e della poesia ellenistica, al culto della guerra e soprattutto alla fedeltà a costo della vita a certi ideali morali come l'onore, l'amicizia o il rispetto delle leggi (sappiamo tutti com'è morto Socrate) che per più di un verso ci ricordano il Bushido, non stupisce cogliere una vicinanza di valori ben più forte dell'abissale lontananza delle rispettive sovrastrutture sociali di usi, costumi e religioni. Allo stesso modo, non ci sorprende troppo apprendere come la novella di riferimento di Danzai sia praticamente considerata un classico della letteratura nel Paese del Sol Levante (basti vedere le frequenti citazioni in anime e vita reale2 e ulteriori adattamenti ancora, in ambito  teatrale e live-action), libera rielaborazione della ballata Die Bürgschaft (L'ostaggio) del poeta e drammaturgo Friedrich Schiller già a sua volta ispirata alla leggenda greca di Damone e Pizia (il loro nome è continuamente cambiato da una tradizione all'altra fino ad assumere le identità di Melos e Selinuntius).

Già trasposto innumerevoli volte in pittura, teatro e letteratura (soprattutto occidentali), il mito di Damone e Pizia trova una buona rappresentazione nel mondo dell'animazione Made in Japan con questo apprezzato film del 1992, addirittura sponsorizzato dal ministero dell'istruzione giapponese3. Indubbiamente funziona, anche se è giusto fare notare che  non è stato tanto nelle sue qualità narrative che ha brillato trovando la sua notorietà, quanto più per meriti scenici dati dalla presenza nello staff di un nutrito gruppo di ottimi artisti che hanno profuso un riconoscibile contributo: Hiroyuki Okiura, futura "spalla" di Mamoru Oshii e futuro regista del cult Jin-Roh - Uomini e Lupi (1998), artefice del realistico e pulito character design (gli dà vita occupandosi anche del ruolo di direttore dell'animazione) che ricorda un po' il maniacale tratto di Toshihiro Kawamoto; Hiroshi Ohno, autore dei realistici fondali acquarellati che fecero scalpore4, curati fino allo sfinimento sia nei tipici paesaggi del posto che nelle architetture della cittadina di Siracusa (viene il sospetto abbia fatto location hunting, chissà...); e infine Satoshi Kon (non servono certo presentazioni) che si occupa di aiutare l'uno e l'altro. A questi tre si deve un ottimo impatto estetico generale (ben sorretto dalle animazioni) che è la causa principale della notorietà del film. Forse potranno avere avuto il loro peso anche il fascino dell'ambientazione storica, raffigurata senza nessuna concessione al politicamente corretto (niente di particolarmente esplicito, ma non mancano esecuzioni pubbliche, un agnello sgozzato al mercato o una scena di sesso lasciata a intendere), alcune sparute sequenze live (i bei titoli d'apertura e di chiusura) o la bellezza intrinseca della vicenda (seppur modificata rispetto allo scritto d'origine, visto che Melos voleva veramente attentare alla vita di Dionisio e non era ingiustamente accusato come nella pellicola), ma mi sembra abbastanza palese che c'è più di qualcosa che non funziona, impedendo a una storia drammatica potenzialmente commovente di emozionare come dovrebbe.


È bellissima, nelle intenzioni, questa profonda storia d'amicizia che vede Melos rischiare la sua vita in una corsa disperata per tornare a Siracusa entro i tre giorni di ultimatum, per salvare l'unica persona che si sia fidata di lui nonostante questo significherà comunque venire giustiziato per un'accusa infamante. È una vicenda davvero toccante e incredibilmente "giapponese", seppur di derivazione greca, ma ci sono problemi a mio modo di vedere determinanti nel ridimensionare la portata toccante della pellicola, il minore dei quali è rappresentato dall'anonimissima colonna sonora, completamente inadatta ad accompagnare gli stati d'animo dei personaggi, lo spirito della storia e i momenti commoventi. Il vero macigno che però pesa come una spada di Damocle (per rimanere in ambito storico) sul progetto è l'inaccettabile regia di Masaaki Ohsumi, ferocissimamente e intimamente televisiva: come si possa aver permesso un tale scempio rimane un mistero, ma è indubbio che se ogni momento della narrazione è scandito da inquadrature anonime e manca un qualsiasi piano sequenza o momento anche solo lontanamente cinematografico (non c'è proprio nulla, e infatti sembra di vedere un distaccato documentario, seppur musicato!), la portata epica di Run, Melos! si sgonfi irrimediabilmente sin dal primo fotogramma, dissipando così la lodevole cura tecnica e scenica. Anche se, pur così, il film rimane bellino, mancando di graffiare e scuotere l'animo come era facile prevedere (visto l'argomento), si rivela, nel finale, un po' una bella occasione sprecata.

Voto: 7 su 10


FONTI
1 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 226
2 Pagina di Wikipedia inglese di "Run, Melos!" (il racconto)
3 Titoli d'apertura del film
4 Vedere punto 1

lunedì 13 febbraio 2017

Recensione: Remi - Le sue avventure (Ascolta sempre il cuore Remi)

REMI - LE SUE AVVENTURE
Titolo originale: Ie Naki Ko
Regia: Osamu Dezaki
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Hector Malot)
Sceneggiatura: Haruya Yamazaki, Tsunehisa Ito, Keiko Sugie
Character Design: Akio Sugino
Musiche: Takeo Watanabe
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie televisiva di 51 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1977 - 1978


A metà degli anni '70, per motivi che non mi sono ufficialmente noti (ma comunque sufficientemente ipotizzabili da poter provare a ricostruirli), l'industria animata giapponese inizia a scoprire la moda della letteratura europea. Non penso sia sbagliato presupporre che la cosa possa essere ricondotta all'enorme successo del grande Heidi (1974) televisivo di Isao Takahata, successo che da solo convince Nippon Animation a varare l'anno successivo il Sekai meisaku gejiko, meglio conosciuto come World Masterpiece Theater o meisaku, ossia una lunga, lunghissima serie di trasposizioni animate di opere per l'infanzia di gusto occidentale. Nel 1975, ispirate da Piccole donne (1868) di Louisa May Alcott1 e sotto richiesta del loro editor, innamorato di Heidi (si torna sempre lì!) e che chiedeva loro un'opera simile, anch'essa apprezzabile da madri e figlie2, le autrici Kyoko Mizuki e Yumiko Igarashi disegnano il manga Candy Candy,  uno degli shoujo più famosi e influenti di tutti i tempi in madrepatria (e non solo per le note, interminabili controversie legali tra le due autrici, in tempi successivi, in merito alla proprietà intellettuale dell'opera). Ambientata tra USA, Messico e Inghilterra a inizio XX Secolo, quella della povera orfanella Candice White è un'esistenza infelice: sempre risoluta e col sorriso sulle labbra, la piccola 13enne affronta con forza e coraggio l'incredibile numero di avversità, sfortune e disgrazie che la vita, con inusuale e compiaciuto sadismo, arreca a lei e alle persone che le vogliono bene, sfortune che la porteranno a essere ripetutamente emaraginata e disprezzata pur non meritandoselo, a veder morire o finire male più di un fidanzato e a venire cacciata da un luogo all'altro del mondo (ovviamente per merito delle classiche invidie principalmente femminili che odiano la sua purezza). Più che il risibile, inverosimile numero di tragedie che capitano all'eroina e che fanno assumere alla vicenda i contorni di una telenovela, è giusto far notare che la morale della storia è che (usando le parole della Igarashi3) "bisogna essere in grado di rialzarsi e vivere anche dopo i duri colpi dati dalla vita", destinato a diventare manifesto del "genere", e soprattutto che la trasposizione del manga a cura di Toei Animation che inizia nel 1976, pur non raggiungendo share degni di finire tra i 100 migliori al mondo, arriva al traguardo di ben 115 episodi rivelandosi un gran successo4.

Penso, a questo punto, che il mosaico inizi a ricomporsi. In quel periodo in cui le platee seguono con interesse le storie di impianto europeo, la grande "popolarità" delle tragedie di Candy Candy (storia che, è bene ricordarlo, sempre appartiene all'insieme sopracitato) e il suo stoico messaggio trovano ulteriore terreno fertile presso gli studi d'animazione, che iniziano a percepire come il contorno di località esotiche e orfanelli sfortunati piaccia e molto. Non per nulla, come ben sa chi si è studiato un po' della società giapponese, la vita di un nipponico, sin dalle scuole elementari e fino alla pensione, è contraddistinta da ritmi di studio e lavoro massacranti a dire poco, che iniziano di mattina e terminano la sera, neanche lontanamente paragonabili a quelli occidentali, tanto che ancora oggi il Giappone è oggi uno degli Stati con il più alto tasso di suicidi al mondo5 e principalmente per depressione6. Penso sia molto credibile perciò che l'idea che le storie di bambinelli buoni e puri che subiscono nella vita ogni genere di cattiveria da parte di infami potesse essere vista, all'epoca, come esorcizzante e liberatoria per i bambini, che andando a scuola già intuivano quanto sarebbe stata dura la loro vita negli anni a seguire, quanto sarebbero stati "spremuti" dalla società, e in virtù di questo si "consolavano" grazie ai loro "avatar" televisivi che ne passavano di cotte e di crude ma che pure si rialzavano sempre, carichi di forza e ottismo per guardare avanti a un futuro migliore. Da questa lunga premessa dunque, che parte da Heidi per arrivare a Candy Candy toccando anche la frenetica, asfissiante vita nella società nipponica, penso perciò di poter spiegare il perché gli anime meisaku, soprattutto quello con gli "orfanelli sfigati", abbia per così lungo tempo imperversato con successo nelle televisioni asiatiche, sempre attraverso lunghe serie televisive (principalmente di Nippon Animation, ma non solo) tutte o quasi arrivate anche da noi. Ritengo dalle fortune di share delle "tragedie" di Candice White che si possa ricavare l'input per la creazione del suo primo "erede" che mi accingo a commentare, Ie Naki Ko, Senza famiglia (in Italia Remi - Le sue avventure) del 1977, basato sull'omonimo romanzo del 1878 del francese Hector Malot (in verità è una seconda trasposizione, con la prima data da un lungometraggio Toei Animation del 1970 diretto da Yugo Serikawa, in Italia Senza famiglia) e animato dalla Tokyo Movie Shinsha.


La storia del piccolo Remi non è tanto dissimile da quella della sua "sorella maggiore" e la morale, ovviamente, è la medesima (ben enunciata dallo "slogan" portante "va avanti per la tua strada Remi! Forza!"). Siamo nel XIX Secolo, nel villaggio francese di Chavanon. Dopo 11 anni vissuti con una madre amorevole, la bella signora Barberin, il piccolo scopre di essere in verità stato adottato, trovato in fasce in un vicolo di Parigi, dal marito di lei. Peccato che quest'ultimo, Jérôme, incattivito dalla povertà e dalla loro misera vita, non ci penserà un secondo a vendere il fanciullo pur di racimolare qualche soldo, non avendolo mai considerato realmente parte della famiglia, freddo alle suppliche di moglie e piccolo. Acquistato in lacrime dall'italiano Vitalis, anziano girovago e artista di strada dal passato misterioso, che si procura da vivere alla giornata allestendo allegri spettacoli coi suoi cani Capi, Dolce e Zerbino e la scimmietta Joli Coeur, Remi finirà col vagabondare insieme a loro in giro per mezza Francia, imparando sulla sua pelle le avversità e asperità della vita, ma anche, da Vitalis, la capacità di leggere, cantare, suonare l'arpa e il flauto e soprattutto la dignità di un "vero uomo", quella di essere autonomo e sapersi mantenere da solo senza contare sugli altri. Nel corso del suo lungo viaggio Remi conoscerà ogni genere di privazione e difficoltà, ma avrà dalla sua la fermezza di andare avanti nonostante i duri colpi subiti, fino a trovare un raggiante futuro.

Realizzato per festeggiare il 25esimo anniversario dell'emittente televisiva Nippon TV, Remi è animato interamente in stereocopia sfruttando lo "stereo chrome system", una tecnologia dell'epoca che permetteva la produzione di immagini visionabili al contempo sia in 3D (se si possedevano gli occhialini specifici) che in un normale 2D senza nessun effetto visibile su schermo7. Originalità tecniche a parte, Remi è una serie importante. È innanzitutto un'opera di riscossa economica: in grosse crisi finanziarie, lo studio chiamato allora solo Tokyo Movie concentrerà proprio su Remi, su Lupin the 3d Part II e su New Star of the Giants, tutte e tre del 1977, le sue risorse economiche, cercando a tutti costi di realizzare produzioni di alta qualità che potessero fare presa sul pubblico: ci riuscirà mirabilmente con tutte realizzando dei successi commerciali8, trovando così sufficiente stabilità finanziaria da poter letteralmente rinascere in "Tokyo Movie Shinsha" ("Nuova Società Tokyo Movie"). In secondo luogo, banalmente, Remi simboleggia il ritorno all'animazione, insieme, di Osamu Dezaki e Akio Sugino, la coppia a cui si devono le indimenticabili invenzioni grafiche e registiche dell'eccellente Aim for the Ace! (1973). I due sono nuovamente in piena sintonia e realizzano, in questa produzione, un altro grande lavoro molto rappresentativo del loro talento. Il titolo gode infatti di disegni ancora una volta realistici, dettagliati ed eleganti, e soprattutto l'assenza delle tipiche inquadrature dezakiane in favore di una direzione ortodossa è controbilanciata dall'enorme, affascinante numero di simbolismi (principalmente religiosi, con colombe e vetrate di chiese) e delle "cartoline", quelle famose, gigantesche illustrazioni, tanto care al regista, con cui si esprimono con vigore i sentimenti dei personaggi e i momenti topici della narrazione. Vale la pena anche citare i fondali estremamente pittorici, accostabili (seppur alla lontana) ai quadri di Vincent Van Gogh per l'uso di pennellate e tonalità cromatiche, le animazioni molto buone, e, indubbiamente, la buona ricostruzione storica di ambienti, paesaggi e macchinari, evidentemente basata su una qualche ricerca in merito. L'ottima raffigurazione delle campagne francesi, degli impianti minerari, delle linee ferroviarie e di tante famose città francesi sicuramente è stata influenzata da materiale consultativo. Tocco di classe l'uso nella vicenda di vere canzoni napoletane eseguite da Vitalis per fare intuire il suo passato. Sarebbe bello lodare anche il lavoro del compositore Takeo Watanabe, fresco di notevoli melodie dolci, armoniche e malinconiche, peccato siano prelevate e riciclate dal suo precedente lavoro per Megu the Little Witch (1974, in Italia Bia - La sfida della magia) svolto per Toei Animation.

Tuttavia, il punto di forza del progetto, tecnicamente  davvero molto buono, non può non essere la bontà della trama. Mi dà, in verità, un po' di problemi sorvolare sulle ingenuità di una storia "on the road" la cui vicenda geograficamente copre tutta la Francia e che viene interamente e sfacciatamente portata avanti e risolta attraverso una fitta ragnatela (tessuta evidentemente dal destino) di pazzeschi e inverosimili incontri fortuiti tra persone che non si sono mai conosciute e che per puro caso scoprono di avere un Remi in comune tra gli amici (il mondo non è solo piccolo, ma addirittura piccolissimo), ma da un lato questo è un handicap del romanzo originale, e dall'altro evidentemente è prassi comune soprassedere su queste cose in virtù di una eventuale poderosa forza espressiva del racconto (chi sono io per dire nulla, quando Monster di Naoki Urasawa e Takashi Nagasaki è pluri-premiato e pluri-amato da critica e pubblico col suo disumano numero di coincidenze impossibili che surclassano quelle di Remi?). Se si riesce a godere di Remi per quello che è, senza stare a pensare che è completamente campato in aria per come si sviluppa e, ovviamente, per la mole di sfortune e disgrazie che sembra non lasciare in pace questo ragazzo in qualsiasi luogo in cui si trovi (insite nel "genere" melò), c'è di che commuoversi davvero con questo dramma toccante e in più occasioni memorabile. Il merito maggiore di Dezaki e degli sceneggiatori è di tridimensionalizzare benissimo i personaggi: la maturazione di Remi è ovviamente influenzata dalle esperienze di vita e dai legami che instaura con le varie persone che conosce, e questi rapporti sono bene esplorati, con sensibilità, profondità, poesia e una realistica, commovente analisi comportamentale. Impossibile, davvero impossibile non affezionarsi a Vitalis e al ruolo che gli spetta nella vita del ragazzo (principalmente, il padre che non ha mai avuto), come è difficile rimanere indifferenti alla simpatia degli altri membri della troupe degli artisti girovaghi o degli altri attori davvero importanti (mi fermo con le anticipazioni) che concorreranno a formare il ragazzo rendendolo spiritualmente più forte e positivo. Il realismo di come sono trattate le relazioni interpersonali e i dialoghi è mirabile e soprattutto spontaneo e ricorda molto il Takahata di Heidi: si avverte come regista e sceneggiatori ci mettano il cuore per offrire un ritratto né troppo retorico né troppo impietoso dell'Uomo, ma reale, ritraendo lui e i rapporti umani in tutte le sue sfumature, da quelle più positive (Vitalis, la madre) a quelle più odiose e negative (il ripugnante gendarme di Tolosa, il commissario inglese), per preparare il pubblico di telespettatori a quali saranno le difficoltà che incontreranno nel corso della vita, come quelle di Remi. Giustamente, con queste pretese, i momenti davvero bui del ragazzo, quelli più terribili che ogni persona deve affrontare almeno alcune volte nel corso della vita, saranno narrati in modo così empatico e straziante da scuotere sicuramente la persona davanti allo schermo.


Remi, in poche parole, nonostante l'esagerazione delle sfortune in esso rappresentate, è sicuramente da prendere come un inno alla vita, ben confezionato e sensibilmente raccontato, con diversi momenti lacrimevoli che lasciano il segno. Un ottimo anime, non c'è che dire, anche se alcuni difetti non mancano, di poco e grosso conto: nel primo gruppo finiscono alcune ingenuità antistoriche (scale antincendio nell'800? Ubriaconi europei che si mettono a ballare e fare gli stupidi allo stesso modo di quelli giapponesi?), nel secondo una parte centrale/finale nettamente inferiore alla prima, che liquida con freddezza e velocità scene che dovrebbero essere teoricamente piene di pathos e trova un lungo riempitivo (ambientato in Inghilterra) abbastanza noioso. Non che non manchino scene che scaldano il cuore, ma, per buona parte della loro durata, gli ultimi 20/25 episodi sono un continuo saliscendi di ottimi momenti intervallati da altri che ci si aspetta bellissimi e che invece deludono. Desta scalpore e qualche perplessità anche la conclusione, inventata appositamente da Dezaki (assente, quindi, nel romanzo), estremamente "giapponese" e per questo tirata per i capelli nel contesto europeo in cui è ambientata la vicenda. Non è brutta nè totalmente irrealistica, ma abbastanza innaturale. La bontà del resto, tuttavia, fa in modo che le storpiature non influenzino troppo la valutazione finale, assolutamente positiva e che premia un'opera che alla sua conclusione, nel 1978 (uscirà pure un classico film riassuntivo nel 1980, ovviamente trascurabile vista la sua impossibilità di sintetizzare in modo sensato 51 episodi in appena 96 minuti!), farà da spartiacque per l'arrivo, in tempi non troppo distanti, di una pletora di altri gioiosi orfanelli tragici in cerca di famiglia (e di un secondo adattamento del romanzo, nel 1996, da parte di Nippon Animation).

Nota: Remi è arrivato in Italia nel 1979, trasmesso su Rai1 col titolo Remi - Le sue avventure. Una volta tanto, posso confermare un buonissimo adattamento dei testi, l'uso dei nomi originali e un'ottima prova di recitazione da parte dei nostri doppiatori. Unica stonatura Remi pronunciato Remì (e poco importa se paradossalmente sarebbe più corretto così, dell'originale va rispettato tutto, anche gli errori). Non posso però confermare il ridoppiaggio Mediast del 2003 (l'opera è rinominata Ascolta sempre il cuore Remi) perché non l'ho sentito. Tuttavia, preferisco consigliare l'ascolto della serie con audio giapponese e sottotitoli (Remi è uscito sottotitolato all'estero, anche negli USA), anche perché non vadano persi piccoli tocchi di classe come il protagonista e il suo amico Mattia che cantano tutto il giorno, per darsi coraggio, le parole della sigla originale di chiusura.

Voto: 8 su 10

ALTERNATE RETELLING
Nobody's Boy: Remi (1980; film)


FONTI
1 Consulenza di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit), in merito all'incontro col pubblico di Yumiko Igarashi all'Etna Comics 2016
2 Intervista alla Igarashi realizzata al Japan Expo 12th Impact del 2011 e pubblicata sul sito Nanodà.com alla pagina http://www.nanoda.com/intervista-a-yumiko-igarashi-georgie-candy-candy/
3 Come sopra
4 Volume 1 di "Ufo Robot Grendizer", "Il Goldrake che non conoscete", d/visual, 2007
5 Rapporto della World Health Organization del 2012 alla pagina ufficiale http://apps.who.int/gho/data/node.main.MHSUICIDE?lang=en (guardare la colonna a sinistra)
6 Secondo la Wikipedia inglese, la fonte è il quotidiano "Japan Economic Newswire" del 13 maggio 2010, nell'articolo "Suicides due to hardships in life, job loss up sharply in 2009"
7 Wikipedia giapponese di "Nobody's Boy: Remi". Che fosse un anime realizzato in 3D (ma non va nel dettaglio come Wikipedia) lo conferma il saggio "Anime al cinema" (Francesco Prandoni, Yamato Video, 1999, pag. 83
8 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 119. Che "Remi - Le sue avventure" sia un successo commerciale lo conferma anche il booklet allegato al Memorial Box 1 dell'edizione in DVD Yamato Video di "Lady Oscar" (2009, pag. 2)

lunedì 6 febbraio 2017

Recensione: Rocky Joe 2 (Rocky Joe, il campione)

ROCKY JOE 2
Titolo originale: Ashita no Joe 2
Regia: Osamu Dezaki
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Ikki Kajiwara & Tetsuya Chiba)
Sceneggiatura: Atsushi Yamatoya, Haruya Yamazaki, Hideo Takayashiki, Yoshimi Shinozaki
Character Design: Akio Sugino
Musiche: Ichiro Araki
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie televisiva di 47 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1980 - 1981


Il 29 settembre 1971 Joe del domani anime chiude le trasmissioni con un finale improvvisato, dopo numerosi, evitabili filler che diluiscono enormemente la narrazione e ne riducono notevolmente la portata tragica. Successivamente, il suo regista Osamu Dezaki e il suo character designer Akio Sugino, come sappiamo, scoprono con Aim for the Ace! (1973) quella leggendaria sinergia artistica che renderà i loro nomi famosissimi e acclamati e che partorirà per tutti gli anni '70 un imbarazzante numero di capolavori e grandi serie, caratterizzate da una direzione all'avanguardia (l'unica che mi sovviene, di quegli anni, che si rifà ai modelli e al linguaggio davvero cinematografico, come le inquadrature oblique e lo split screen) e meravigliosi disegni. Nel frattempo, il manga originale di riferimento di Ikki Kajiwara e Tetsuya Chiba termina nella gloria e i suoi diritti passano dalla ormai defunta Mushi Production alla Tokyo Movie Shinsha. La replica della serie, infine, raggiunge indici di ascolto convincenti e, sembra, mediamente più alti della prima trasmissione (dico questo perché lo share più alto della replica, del 31.6%1, è maggiore del picco dell'originale, come sappiamo del 29.2%), abbastanza per convincere lo studio che sta riaffiorando interesse. Dopo Lady Oscar (1979), Dezaki e Sugino sono perciò pronti a riprendere il discorso lasciato in sospeso e concluderlo in TV, ormai nel pieno della loro maturità artistica, in procinto di riversare in Joe del domani 2 le invenzioni visive che li hanno resi famosi e che non avevano ancora "inaugurato" nella prima serie.

L'8 marzo 1980 esce al cinema un lungometraggio riassuntivo (inedito in Italia) che sintetizza per vecchi e nuovi spettatori la storia animata vista a inizio decennio. Al di là dell'ovvio, drastico rimontaggio operato per schiaffare 79 episodi in un film di 152 minuti, l'opera si distingue per la curiosa scelta di concludersi proprio con la celebre morte di quel celebre personaggio che ha portato a quel celebre funerale pubblico tra i fan, tralasciando di trasporre le circa trenta puntate successive, quelle maggiormente tirate per le lunghe con riempitivi e invenzioni varie. Di fatto, in questo film saranno adattate perciò solo le prime 52 puntate (l'equivalente dei primi 9 volumi del manga, nonostante la serie ne coprisse 14). Sarà un indizio bello pesante: la seconda serie ricomincerà infatti proprio da quel punto, con una lunga opera di remake della parte finale della prima (i primi 13 episodi), evitando qualsiasi riempitivo per seguire scrupolosamente e con costanza il manga, riproponendolo tale e quale anche se questo significa presentare fin da subito atmosfere sensibilmente più cupe e tenebrose che rinunciano ai siparietti comici e agli addolcimenti visti in precedenza - e non per nulla in più di qualche occasione anche le sequenze "mantenute" dal passato verrano ampliate o riviste in modo più fedele, ad esempio finalmente Joe torna ad affrontare due volte Carlos Rivera e non più solo una. Joe del domani 2 racconta della carriera pugilistica vera e propria di Joe Yabuki, dei numerosi match che lo riguardano, dei terribili rimorsi di coscienza che prova nel rendersi artefice della distruzione delle carriere dei suoi rivali (mediante i suoi pugni rabbiosi e devastanti) e del lento innamoramento tra lui e l' "odiata" Yoko Shiraki. Soprattutto, narra di un nuovo terribile antagonista e della tragica questione dell'encefalopatia del pugile (il terribile disturbo neurologico che può cogliere un pugile colpito da un eccessivo numero di colpi alla testa e che porta lentamente alla demenza) che colpirà più di qualcuno. In tutte queste questioni, Joe del domani 2 trova il compimento della parabola nichilista accennata nella prima parte e di cui già si percepivano le avvisaglie, ossia la ritrosia di Joe di "accontentarsi" di una vita tranquilla e la sua volontà, per riconoscenza alla boxe che lo fa sentire vivo e completo, di votare tutto sè stesso alla disciplina fino a consumarsi letteralmente (emblematica la nota metafora delle ceneri bianche). Proprio nella parte centrale e finale la storia, infatti, trova quell'accumulo di tragedie che colpiscono come un pugno nello stomaco, commuovono (la figura di Carlos Rivera, la maturazione di Joe) e danno pieno senso al titolo dell'opera.

Inutile, a questo proposito, stare a sviscerare un'altra volta tutte le tematiche della vicenda, già trattate nella recensione della prima serie TV. In questa Parte 2, banalmente, il racconto si evolve in un noir "sportivo" dalle atmosfere ancora più opprimenti e asfissianti, in cui i temi sono sublimati e portati alle più terribili conseguenze, come ben attesta quel finale indimenticabile (o meglio ancora, quel fotogramma) che si è impresso nell'immaginario collettivo, citato in milioni di anime/manga e conosciuto ormai da chiunque bazzichi questo mondo (per quanto sia una personale interpretazione del regista, dato che la stessa scena su carta è volutamente ambigua e vale la pena aggiungere che nel 2014 il disegnatore Chiba, inventore di quella sequenza conclusiva2, abbia addirittura smentito la visione di Dezaki3).


In animazione, Joe del domani 2 brilla come una stella, annichilendo il low budget della prima serie e a mio parere addirittura superando il manga, evento estremamente raro ma che riesce insolitamente spesso al regista. Il merito non può che spettare alla confezione tecnica e registica della serie, distante eoni dalla povertà vista in precedenza e rappresentata da un Dezaki e Sugino ai vertici del loro talento. Graficamente i due operano un restyling clamoroso che rende più adulti i personaggi, nitidi i colori e soprattutto dettagliatissimi i disegni, accompagnandoli a una realistica fisica di ombreggiature e ad animazioni di alto livello che esplodono in energia negli incontri con spettacolari invenzioni visive (split screen, deformazioni e volute sproporzioni, linee cinetiche, realistica resa del sudore e degli ematomi, illustrazioni, psichedelici giochi di colori, etc., l'episodio 12, indimenticabile, è enormemente rappresentativo in questo senso), grandi espressività facciali e poderoso senso di fisicità e mascolinità. Non mancano neppure geniali invenzioni sonore (la più nota è sicuramente rappresentata dall'incontro con il "Calcolatore umano" ed ex soldato coreano Kim Yongpi, la cui raffica di pugni è musicalmente metaforizzata da spari ed esplosioni), a testimonianza della notevole autoralità riversata nella resa scenografica dei combattimenti. È tuttavia anche fuori dai ring che si vede la forza registica di Dezaki, abile a trattare un dramma attento ai sentimenti e alla psicologia degli attori, comunicandoli con lunghi silenzi, primi piani e inquadrature di classe, a mio parere rendendo ancora più tridimensionali gli attori che su carta (altro esempio la straziante sequenza in flashback dell'infanzia del citato Yongpi, puntata 23). Anche musicalmente, poi, Joe del domani 2 primeggia: non bastassero le due fantastiche sigle di apertura (con l'energia trascinante della prima e il raffinato blues della seconda), anche la colonna sonora si contraddistingue per numerose tracce accattivanti, passando da martellanti synth nei combattimenti (compresa la versione strumentale della prima opening, perfetta nel ruolo) a sonorità latino-americane per presentare luoghi e personaggi a tema e a crepuscolari nenie morriconiane per sottolineare i momenti drammatici. Addirittura non fa cadere le braccia (come spesso invece accade) la qualità del parlato in inglese (da parte dei rivali stranieri di Joe): talvolta molto maccheronico, ma spesso anche contraddistinto da una pronuncia credibile o addirittura buona per gli standard dell'animazione nipponica.

L'unico difetto su cui sento di dover puntare il dito è la riproposizione dell'unica vera stupidaggine del manga: mi riferisco all'avversario più ridicolo, inverosimile e fuori posto immaginato da Kajiwara, il pugile malesiano Harimau, sorta di primitivo uomo-scimmia cresciuto nella giungla che dà del filo da torcere a Joe, una figura grottesca e demenziale che sicuramente aveva più senso presentare nel "cartoonesco" e inverosimile Tiger Mask (1968, altro fumetto dello stesso autore) piuttosto che nel ben più credibile Joe del domani. Pazienza (fortunatamente viene liquidato abbastanza in fretta come su carta). Per il resto, Joe del domani 2 è un capolavoro di intimismo e regia: una trasposizione perfetta (salvo quel finale non più ambiguo come in origine) di uno dei più famosi manga della Storia e, non in ultimo luogo, l'ennesima opera irrinunciabile del duo Dezaki e Sugino. Semplicemente imperdibile, tanto che è impossibile non provare una sorta di amarezza per come il regista fino alla fine non sia riuscito a convincere i produttori ad affidargli una terza serie ancora sul tragico pugile, un prequel in cui avrebbe narrato la giovinezza di Joe rendendo davvero "completa" e definitiva, a suo modo di  vedere, la storia4.


Peggio della prima serie, Joe del domani 2 arriva in Italia (intitolato Rocky Joe, il campione) con un adattamento ancora più inaccettabile, che inglesizza i nomi di tutti i personaggi (la prima grossomodo almeno quelli li rispettava) e soprattutto inventa dialoghi totalmente falsi fino allo sfinimento, addirittura cambiando (orrore puro) il senso del finale, rendendolo positivo invece che drammatico. Insomma, una cosa inguardabile. I DVD Yamato Video non correggono niente dal momento che offrono nuovamente sottotitoli basati sulla trascrizione dell'audio italiano. A questo punto, meglio visionarlo in lingua originale oppure procurarsi il secondo film di montaggio che esce nel 1981 e che sintetizza questa serie, arrivato anche da noi per Yamato Video (chiamato Rocky Joe - L'ultimo round) e con un doppiaggio consono e fedele.

Voto: 10 su 10

PREQUEL
Rocky Joe (1970-1971; TV)
Rocky Joe (1980; film)

SEQUEL
Rocky Joe: L'ultimo round (1981; film)


FONTI
1 Pagina web contenente i 100 migliori risultati di share di singoli episodi nella Storia dell'animazione giapponese, http://nendai-ryuukou.com/article/110.html
2 Post di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit) apparso nel forum Pluschan alla pagina http://www.pluschan.com/index.php?/topic/5187-ashita-no-joe-noi-siamo-ashita-no-joe/?p=354349. La sua fonte (http://www.pluschan.com/index.php?/topic/5187-ashita-no-joe-noi-siamo-ashita-no-joe/?p=354359) è il saggio "Kajiwara Ikki Den" pubblicato in Giappone nel 1995, che raccoglie aneddoti sulla vita del soggettista della serie. Lì si apprende che il finale è 100% farina del sacco del disegnatore Tetsuya Chiba
3 Altro post di Garion-Oh apparso nel forum Pluschan, alla pagina http://www.pluschan.com/index.php?/topic/5187-ashita-no-joe-noi-siamo-ashita-no-joe/?p=353686. Nello specifico, Chiba fa notare (seguono anticipazioni fondamentali) che in un manga chiamato "Joe del domani" il protagonista non può morire e che non è stato mai richiesto un suo funerale pubblico dai fan come per quell'altro personaggio
4 Intervista a Osamu Dezaki pubblicata su Animerica (Vol. 4) n.17 (Viz Media, 1998), riportata alla pagina web http://aceonerae.dreamers.com/english/ace_ar01.htm

lunedì 23 gennaio 2017

Recensione: Rocky Joe

ROCKY JOE
Titolo originale: Ashita no Joe
Regia: Osamu Dezaki
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Ikki Kajiwara & Tetsuya Chiba)
Sceneggiatura: Osamu Dezaki
Character Design: Akio Sugino, Shingo Araki
Musiche: Masao Yagi
Studio: Mushi Production
Formato: serie televisiva di 79 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1970 - 1971


Non si può parlare di Rocky Joe senza spiegare perché questo titolo italiano, risalente ai tempi mondadoriani di Rete 4 e sciaguratamente "sdoganato" anche in tutte le edizioni nostrane del manga (per questo mantenuto, con dolore, anche nella presente recensione), sia quanto di più incivile e offensivo si potesse arrecare all'opera originale di Ikki Kajiwara e Tetsuya Chiba, certamente uno dei lavori più importanti e iconici della Storia del fumetto giapponese. L'unica traduzione corretta e possibile non può che essere Joe del domani, un titolo evocativo che non poteva esprimere in altro modo, tra il 1968 e il 1973, i contenuti, lo spirito e la filosofia di cui si faceva portavoce un manga che diventava simbolo artistico e politico di una generazione di studenti e lavoratori degli strati sociali più bassi del Giappone.

Joe del domani, appartenente al fumetto d'autore e alternativo gekiga, scritto da quel Kajiwara già famoso per La stella dei Giants (1966) e per il contemporaneo Tiger Mask (1968) (anche loro, come Joe, conosceranno lunghe e fortunatissime trasposizioni animate), racconta la vita di un ragazzo orfano dei bassifondi, il vagabondo Joe Yabuki, che affronta la miseria e le avversità in solitudine, facendosi strada con violenza e piccole truffe per sopravvivere. Non ha nulla da perdere perché non ha niente, può solo vivere alla giornata sperando di trovare da mangiare il giorno dopo. Danpei Tange è un altro fallito: un vecchio allenatore di boxe alcolizzato ed emarginato da tutti, attaccato alla bottiglia a pensare ai bei tempi che forse non torneranno più. Conoscendo per caso Joe scoprirà in lui un talento d'oro nella boxe, ma i suoi tentativi di raddrizzare la spina dorsale del ragazzo saranno durissimi vista l'immaturità del giovane, il suo egoismo e il suo totale disinteresse per la disciplina. In seguito a un broglio, poi, Joe sarà anche incarcerato per un anno in un riformatorio minorile. Qui, le cose cambieranno: conoscerà Toru Rikiishi, boxeur fortissimo e pieno di talento, amato e rispettato da tutti ma per cui personalmente svilupperà forte antipatia e ostilità (ovviamente ricambiate). Rikiishi ha un grande futuro che lo aspetta quando lascerà la prigione: è il pupillo della palestra Shiraki e su di lui si concentrano infatti le ambizioni sporitve del proprietario e di sua figlia, l'altezzosa Yoko, la stessa che ha fatto processare e condannare Joe. Uscito dal carcere, lo sventurato antieroe inizierà ad allenarsi duramente sotto Tange per poter fare carriera nella boxe e poter finalmente umiliare sul ring l'odioso avversario.

Chiaramente, è fuorviante etichettare Joe del domani come un'opera di sport. La disciplina sportiva è centrale e i vari incontri sono fondamentali nel delineare la crescita del ragazzo, ma le atmosfere sono cupe, drammatiche e nichiliste per la totalità del tempo e non c'è alcuna retorica sull'ida del ragazzo vincente che abbatte ogni avversario (non per nulla c'è invece una netta parità di vittorie e sconfitte). È la vita di Joe il focus della narrazione, non i suoi risultati sportivi. È un protagonista difficile, cresciuto senza riferimenti e senza una morale: sarà impresa difficilissima per lui adattarsi al rigore dei duri allenamenti, all'onestà, al rispettare il prossimo e ad avere un po' più di fiducia nell'umanità e a capire i grandi sacrifici che il suo allenatore compie per lui. Anche le ambientazioni ben ritraggono la disperazione della vita del ragazzo, dato che si troverà a suo agio solo a Sanya, il ghetto di Tokyo in cui si ammassa il sottoproletariato dei lavoratori a cottimo1, in mezzo a sporcizia, povertà, barboni, mafiosi e straccioni (i suoi migliori amici sono un gruppo di bambini e orfanelli che non hanno una vita tanto dissimile della sua), rifiutando il Giappone "perbene" dato dai grandi grattacieli, dalle discoteche, dai locali dove scorre l'alcool a fiumi e dagli ipocriti - impersonificati dalla bella e algida Yoko - che amano farsi ritrarre come buoni, giusti e caritatevoli nei riguardi dei sfortunati per brillare nella società dell'immagine. È messo bene in evidenza, in Joe del domani, non solo il disagio giovanile, ma specialmente il contrasto tra il Giappone post-bellico ancorato alla tradizione, povero ma ancora ricco di valori come il cameratismo e il senso di comunità, e quello danaroso simil-occidentale, individualista, che iniziava a delinearsi e che avrebbe poi "vinto" esplodendo nel puro edonismo dei valori e dei costumi nel decennio successivo, con la grande bolla economica. Anche i disegni sporchi ed espressivi di Tetsuya Chiba contribuiscono efficacemente a delineare il senso di ruvidezza delle tematiche. Joe del domani, col suo (anti)eroe dei bassifondi che a prezzo di immani sacrifici, umiliazioni e sconfitte troverà un riscatto almeno morale nell'agiato mondo della boxe, creando un ponte verso un "domani" glorioso per lui e per tutti i disadattati e i perdenti nella stessa condizione, conoscerà una grande popolarità presso le classi sociali disagiate giapponesi diventando inevitabilmente, come Hols: Prince of the Sun (1968) di Isao Takahata, una vera icona delle feroci agitazioni nipponiche sessantottine, un simbolo in cui si identificheranno i contestatori del sistema figli della classe media2 (diverrà ben noto il celebre fatto di cronaca che vedrà, nel 1970, i terroristi rossi del Nihon Sekigun dirottare un Boeing della Japan Airlines verso la Corea del Nord, dichiarando alla radio: "Noi siamo tutti Joe del domani!"3). Il manga vende 20 milioni di copie4 e, fatto più unico che raro (replicato solo nel 2007 in occasione del film Ken il guerriero - La leggenda di Raoul), la morte di uno dei personaggi principali della storia verrà commemorata con un reale funerale pubblico espressamente richiesto dai lettori5. L'apoteosi.


È la Mushi Production di Osamu Tezuka a incaricarsi di trasporre un tale fenomeno in animazione. Adempie al compito con una lunga serie TV di 79 episodi che, nel corso della loro durata, trasporrano quasi 3/4 del fumetto, ben 14 volumi sui 20 totali, con risultati di share mediamente molto buoni (medio del 17.8%6, picco massimo del 29.2%7 con la puntata 29). Il successo è completo. Poi, l'anime si interromperà dopo l'esito del match tra Joe e il venezuelano Carlos Rivera. Uno dei due chara designer ufficiali, Shingo Araki, dirà ufficialmente che è stata una decisione presa in rispetto al fumetto, poiché non volevano, nell'attesa che gli autori originali portassero avanti la storia su carta (dando poi loro modo di riprendere e concludere successivamente l'adattamento), rischiare di rovinare tutto con filler e invenzioni potenzialmente dannosi per la coerenza futura dell'opera8. I fatti nudi e crudi, però, diranno che di vicende anime-only e di modifiche eclatanti (il rapporto di Mammoth Nishi con la boxe, i mancati riferimenti al futuro di Carlos Rivera, etc.) la serie ne avrà comunque parecchie e ovunque, specie nelle parti finali (dov'è finito il rispetto?), che gli ascolti negli ultimi tempi si abbasseranno considerevolmente (oscillando tra il 12 e il 15%, rispetto al 20% della parte centrale di serie9), e che il finale "provvisorio" di questa prima stagione, ovviamente inventato, per quanto soddisfacente a mio modo di vedere, è incompatibile e molto contradditorio con gli sviluppi successivi della "vera" storia. Questi indizi mi fanno pensare, insomma, che quella di Araki sia una giustificazione a posteriori per nascondere il fatto che l'anime possa essere stato "congelato" per semplici ascolti in calando, forse dovuti proprio all'eccessivo numero di alterazioni all'intreccio originale. Sia quello che sia, forse sarà anche per queste questioni che il revival animato di Joe del domani del decennio successivo, che conclude la storia, rinnegherà praticamente gli ultimi 27 episodi riprendendo la storia da dopo la puntata 52, eliminando i riempitivi visti fino a quel momento e, ovviamente, cancellando quella prima conclusione provvisoria. In ogni caso, questa prima serie merita senza dubbio, nonostante i tanti piccoli difetti che l'affliggono, il rango di lavoro cult. È un cartone animato senza età, apprezzabile dai bambini ma che sarà soprattutto, per i tragici personaggi, le atmosfere adulte, i significati sociali e, perché no, per la continuity serrata che lo fa svettare dinnanzi alla stragrande maggioranza degli anime episodici del tempo, molto gradito ad adolescenti e maggiorenni.

In TV, l'originale non perde proprio nulla della sua carica. La crescita di Joe Yabuki continua a tenere incollati alla visione: viene spontaneo prendere in grossa antipatia il suo io infantile e strafottente della prima ventina di episodi e poi iniziare a modificare gradualmente l'opinione su di lui, plaudendo il miglioramento dei suoi modi anticonformisti, apprezzando con interesse il suo contrastante rapporto di antipatia/rispetto verso Rikiishi e la sua funesta, autodistruttiva energia negativa che lo porta a rinunciare a "mettere la testa a posto", accasarsi o adeguarsi alla società, preferendo combattere sul ring fino alle più estreme conseguenze, fino a consumarsi (Chiba, co-sceneggiatore del manga, dirà che nelle sue opere gli piace esaltare fino alla completa glorificazione l'umanità, da intendersi nel modo in cui ogni persona vive la sua vita nel modo che preferisce10). Replicato è ovviamente anche il nichilismo di fondo della vicenda: difficile rimanere indifferenti a comprimari o ex avversari che mettono in gioco la loro vita nella boxe e che poi se la vedono rovinata, oppure a chi non riesce ad adeguarsi alle regole dello sport per debolezza mentale e preferisce quindi rinunciarvi definitivamente. Quello di Joe del domani è un mondo di perdenti che celebra la propria sconfitta: questa è la sua grande forza espressiva che ha conquistato così tanti giovani e universitari negli anni di pubblicazione e, poi, trasmissione.

Chi non ha letto il manga, troverà in Joe del domani anime l'identica potenza del fumetto e lo apprezzerà molto. Ritengo invece sorvolabile la visione della serie per chi ha già adempiuto alla lettura, e non solo, com'è ovvio, per la mancanza dell' "effetto sorpresa". L'anime, infatti, seppur coinvolgente per chi non conosce la storia, abbonda (come già detto) in filler e riempitivi bruttini, spesso focalizzati sulle vicende del gruppo di bambini che gioca con Joe (pura tappezzeria sul manga) ma che talvolta scadono anche in vicende molto irrealistiche (la fuga del ragazzo dal carcere e conseguente ritorno per sua stessa volontà, cosa tremendamente incoerente con la sua caratterizzazione) o addirittura patetiche (la storia della grande festa di quartiere con conseguente sbronza di Danpei). Non mancano neanche i recap, ovvero gli episodi che riassumono quanto visto nelle puntate precedenti. Musicalmente, la sigla di apertura non è niente di memorabile (interessante è giusto il fatto che a scrivere i testi, inneggianti alla ribellione giovanile, è la stessa compagnia teatrale che ha organizzato il citato funerale pubblico del personaggio che muore11) e, tecnicamente, l'opera non brilla affatto. Il tratto sporco e pieno di linee cinetiche di Chiba si vede solo nei primi piani, (dettagliatissimi per enfatizzare i sentimenti dei personaggi), nelle scene cariche di pathos e nei (non molti) combattimenti ufficiali. In quei frangenti, i chara designer e direttori dell'animazione Akio Sugino e Shingo Araki raggiungono un grado di espressività perfetti. Negli altri momenti (il 70% buono della produzione), i disegni li troviamo abbastanza molto semplicistici e ben poco curati, talvolta poco più che abbozzati e quasi infantili nell'essenzialità, come fossimo di fronte a un progetto (probabilmente lo è) low budget. Anche le animazioni generali seguono questo schema, brillando nei match ma appiattendosi notevolmente altrove e, soprattutto (come intuibile), nei filler. La confezione è piena di alti e bassi e poco può fare Osamu Dezaki, aspirante mangaka prestato all'animazione e mai più restituito12 (cit.),  al suo primo incarico di regista principale, per cambiare le cose: nel 1970 non ha ancora raggiunto quella invidiabile forma espressiva che lo porterà, insieme all'inseparabile Sugino (Joe del domani è il loro primo lavoro insieme), a dirigere anime contraddistinti da strabilianti invenzioni visive e registiche. La sua direzione in questa serie è del tutto tradizionale e ortodossa, difficilmente distinguibile da quella di un qualsiasi mestierante: in un paio di occasioni azzecca alcune sequenze di una bellezza addirittura sconvolgente e di chiaro stampo cinematografico (la puntata 54 è l'apice, capolavoro di intimismo realizzato con intensi primi piani del viso dei personaggi e giochi di colori dati dalle luci stroboscopiche e psichedeliche di una discoteca, peccato fa parte del segmento di serie disconosciuto dalla seconda stagione) ma, per quasi tutto il tempo, il suo è un potenziale inespresso, si limita a riprendere le vignette del manga aggiungendoci poco di suo (dirà tempo dopo che il disegnatore originale aveva già un perfetto senso delle visuali13, è un indizio per dire che non reputava necessario dare una sua visione?). Irritanti anche le musiche, date da un ossessivo accompagnamento (almeno un miliardo di volte) di 4/5 tracce crepuscolari e marziali abbastanza pompose. Queste considerazioni tuttavia, come bastano ad allontanare i fan del manga, valgono zero per chi non conosce la storia o non intende leggerla nel formato originale: si parla di una serie importante e profonda, un evergreen senza tempo che mantiene inalterato il suo impatto e che non posso non consigliare a chiunque cerchi un anime di qualità e non abbia paura di guardare molto indietro nel tempo.


In Italia, Joe del domani arriva nel 1982 su Rete 4, rititolato, come detto, Rocky Joe per sfruttare l'effetto traino del popolare film interpretato da Sylvester Stallone (poco importa se il manga è uscito otto anni prima del lungometraggio di John C. Avildsen). I nomi, pur leggermente modificati (Danpei in Dambei, Rikiishi in Riki), sono quelli originali, ma la traduzione in generale dei dialoghi è molto imprecisa e spesso e volentieri inventata di sana pianta, rendendo, per questo, ancora inedito il "vero" Joe del domani. Le successive edizioni in DVD curate da Yamato Video non hanno mai inserito sottotitoli fedeli, rendendo perciò inutile la loro esistenza.

Voto: 8 su 10

SEQUEL
Rocky Joe (1980; film)
Rocky Joe 2 (1980-1981; TV)
Rocky Joe: L'ultimo round (1981; film)


FONTI
1 Jean-Marie Bouissou, "Il manga", Tunuè, 2011, pag. 65-66
2 Come sopra
3 Vedere punto 1, a pag. 66
4 Sito web (giapponese), "Mangazenkan", http://www.mangazenkan.com/ranking/books-circulation.html
5 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 55. Che fosse organizzato dai lettori lo rivela Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit) nel forum Pluschan, nel post http://www.pluschan.com/index.php?/topic/5187-ashita-no-joe-noi-siamo-ashita-no-joe/?p=353686
6 Share di tutti gli episodi, riportati alla pagina di Wikipedia giapponese di "Ashita no Joe"
7 Come sopra
8 Intervista a Shingo Araki pubblicata su Mangazine n. 21 (Granata Press, 1993, pag. 44-45)
9 Vedere punto 6
10 Intervista a Tetsuya Chiba pubblicata su Kappa Magazine n. 137 (Star Comics, 2003, pag. 2)
11 "Anime al cinema", pag. 55
12 Intervista a Osamu Dezaki pubblicata su Animerica (Vol. 4) n.17 (Viz Media, 1998), riportata alla pagina web http://aceonerae.dreamers.com/english/ace_ar01.htm
13 Come sopra

lunedì 28 novembre 2016

Recensione: Fantastic Children

FANTASTIC CHILDREN
Titolo originale: Fantastic Children - Tokei Jikake no Tabibito-tachi
Regia: Takashi Nakamura
Soggetto: Takashi Nakamura
Sceneggiatura: Takashi Nakamura, Hideki Mitsui
Character Design: Takashi Nakamura
Musiche: Kouji Ueno, Kunihiko Ryo
Studio: Nippon Animation
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 2004 - 2005


Assume i contorni di una triste ingiustizia la notorietà praticamente inesistente di Fantastic Children, pregevolissima serie televisiva del 2006 di 26 episodi passata del tutto inosservata un po' ovunque, in Giappone come nel resto del mondo, di cui non sono rintracciabili neppure databook, interviste o dossier (neanche nei DVD americani, penalizzati da uno dei peggiori doppiaggi yankee di sempre), come se di fatto non fosse mai esistita. È difficile anche solo coglierne riferimenti o citazioni addirittura nella saggistica a tema (almeno in quella occidentale)! Ci si può abbandonare alla sola speculazione per spiegare quest'incredibile damnatio memoriae, ipotizzando magari che questa opera, creata e animata da Nippon Animation, sia stata commissionata a loro, similarmente ai titoli da loro realizzati per il celebre contenitore Sekai meisaku gejiko, come semplice riempitivo per un qualche slot dei palinsesti televisivi giapponesi, e che in particolare il creatore, regista, sceneggiatore e pure character designer Takashi Nakamura (noto per essere il più bravo tra i direttori dell'animazione a trasporre su cel animation l'inconfondibile stile di disegno di Katsuhiro Otomo) abbia avuto in questa occasione carta bianca totale nel realizzarla esattamente come voleva lui, infischiandosene platealmente di qualsiasi velleità commerciale. Questo giustificherebbe, con la sua grande direzione artistica, le location europee e simil-europee, l'assenza di una qualsiasi, minima strizzatina d'occhio agli otaku, la grande tragicità e un design volutamente rétro e minimalista che ricorda addirittura gli anni '60 di Mitsuteru Yokoyama (del resto un altro segno distintivo di Nakamura, il quale lo stesso anno tirerà fuori disegni simili per il Tetsujin 28 di Yasuhiro Imagawa), il suo non attecchire presso alcun tipo di pubblico mainstream o modaiolo, finendo istantaneamente nel dimenticatoio. Non sanno cosa si sono persi. I buongustai che vorranno recuperare Fantastic Children troveranno in essa una bella storia drammatica di stampo fantascientifico, commovente e ispirata, piena di misteri.

La trama ruota attorno a una ragazzina silenziosa e introversa di undici anni, Helga, che non conosce nulla del suo passato: l'unico legame è rappresentato da alcuni frammenti visivi impressi nella sua memoria, che la ispirano a disegnare ininterrottamente sempre uno stesso disegno astratto che mostra una strana luna. Fugge insieme al suo amico Chitto da un orfanotrofio giapponese finendo poi nell'isola di Papen dove conosce l'atletico Toma, che, invaghito di lei decide di aiutarla nella ricerca delle sue origini. Saranno inseguiti da un'inquietante organizzazione governativa e soprattutto da cinque misteriosi bambini dai capelli bianchi, che viaggiano per i cieli sfruttando tecnologie aliene e, da quello che si apprenderà presto, sono in giro per il mondo da quasi mezzo millennio. La risoluzione del mistero è legata a una storia d'amore generazionale che percorre i secoli... Nakamura propone una vicenda enigmatica, condita di interrogativi e impregnata di un'efficace atmosfera poetica e malinconica. I suoi grandi meriti sono indubbiamente di tenere sempre desta l'attenzione con tutti i misteri, dosando sapientemente, volta per volta, piccoli indizi per svelarli, affidandoli alle indagini di un detective che nella trama vera e propria non avrà alcuna ripercussione (investiga per fatti suoi sull'identità dei cinque bambini che danno il titolo all'opera). La narrazione è lenta e posata, intimista e introspettiva, prende molto tempo per dipanarsi, salta inizialmente da un personaggio e da un luogo all'altro e impiega un discreto numero di episodi prima di riuscire a mettere insieme i pezzi del puzzle in modo di dare una prima parvenza di organicità alla sua struttura, ma sa incuriosire lo spettatore grazie ai suoi due protagonisti davvero molto ben caratterizzati e che ispirano empatia nei loro confronti. Facile provare istintiva simpatia per l'energico Toma e i suoi tentativi di fare breccia nell'imperturbabile cuore di Helga, domandarsi, mogi, i motivi della profonda apatia della piccola e rallegrarsi per le sue timide aperture e tifare per loro due, e al contempo è anche difficile non provare autentica tristezza per le dolorose sfortune dei cinque enigmatici ragazzini, pur ignorando per un bel pezzo se siano buoni o cattivi.


L'asso nella manica del regista rimane infatti, fin da subito, l'impianto drammatico e strappalacrime, pronto a dispensare momenti commoventi a non finire: sfido a resistere alle rivelazioni sull'identità di Helga e le spiegazioni sulla sua esistenza (impossibile anticipare alcunché, anche solo sulle tematiche che verranno affrontate, pena rovinare tutta la sorpresa) o le terribili storie personali dei "Bambini Fantastici", schiavi di una missione che si protrae nei secoli e che rende loro impossibile stabilire legami affettivi duraturi coi lori cari. I momenti tragici della serie rappresentano i suoi picchi emotivi, prontamente sottolineati da una colonna sonora indimenticabile, che con le sue melodie di piano, viole e flauti tocca le corde dell'animo rendendo le atmosfere solenni e strazianti. Meglio ancora le opening ed ending, bellissime e toccanti che ci si ritroverà più che volentieri ad ascoltare e riascoltare (ovviamente nella loro versione estesa) anche anni dopo che si è finita la visione della serie. Un po' come quel Toward the Terra che verrà realizzato due anni dopo, Fantastic Children è una storia di fantascienza drammatica decisamente "vecchio stile" non solo per i disegni vintage che allontanano il pubblico più superficiale, ma più che altro per l'intreccio lineare, schietto e d'enorme effetto, sensibile ed emozionale, in cui contano in primis i sentimenti e l'espressività del cast più che mirabolanti arti visive o chara design fighetti o sexy.

Il giudizio sulla qualità generale della storia è dunque ottimo e vale anche per un finale imprevedibile, toccante e riuscito che non ci si dimentica. Duole però ammettere che non è tutto oro ciò che luccica: il riferimento è a un lungo flashback chiarificatore, posto a metà storia, che scade nel problema tipicamente occidentale di "eccessivo spiegazionismo" (rivelare fin troppe cose inutili o largamente intuibili uccidendo un po' la poesia), e a qualche lungaggine di troppo nella parte centrale e finale, a tratti davvero verbosa, tuttavia riscattata dagli ultimi tre episodi in forte crescendo. Tecnicamente, infine, Fantastic Children è davvero camaleontico: è arduo capire se si tratta di una produzione a basso o medio budget visto che è capace di schierare, con uguale continuità, animazioni di fluidità assoluta e altre statiche e appena funzionali. Questa è comunque una quisquilia che nulla toglie a un'esperienza coinvolgente ed elegante, che, proprio in virtù di questo e del suo essere così oscura al grande pubblico, merita oggi più che mai una tardiva, doverosa riabilitazione.

Voto: 8 su 10

lunedì 25 luglio 2016

Recensione: Mobile Suit Gundam Thunderbolt - December Sky

MOBILE SUIT GUNDAM THUNDERBOLT: DECEMEBER SKY
Titolo originale: Kidō Senshi Gundam Thunderbolt - December Sky
Regia: Kou Matsuo
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Yasuo Ohtagaki)
Sceneggiatura: Kou Matsuo
Character Design: Hirotoshi Takaya
Mechanical Design: Hajime Katoki, Morifumi Naka, Seiichi Nakatani
Musiche: Naruyoshi Kikuchi
Studio: Sunrise
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 69 min. circa)
Anno di uscita: 2016
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Dynit



Era Spaziale, dicembre 0079. La Guerra Di Un Anno si combatte ovunque, anche nell'oscuro settore spaziale Thunderbolt dall'alto valore strategico, invaso dai detriti fluttuanti di Side 4 e attraversato da perturbazioni atmosferiche. In esso si affrontano due straordinari piloti di Mobile Suit: il federale Io Fleming e il cecchino zeoniano Daryl Lorenz, entrambi letali e pericolosissimi. La loro rivalità e l'eccezionale bravura li porteranno a guidare modelli sperimentali del Gundam e dello Zaku tra i più formidabili si siano mai visti...

Più passa il tempo, e più studi d'animazione e produttori si ingegnano nell'inventare nuovi modi di spremere il portafoglio dei fan, rilasciando un numero crescente e (apparentemente) inesauribile di prodotti collaterali di serie di successo che tentano di rivendere la stessa minestra a prezzo pieno. Sunrise non è la prima e non sarà certo l'ultima a perpetrare certe queste discutibilissime operazioni commerciali, ma è indubbio che è da una vita che ha legato grandemente il suo nome non solo a produzioni animate prestigiose ma anche a infinite mungiture imbarazzanti, segnalandosi come uno dei più prestigiosi "volponi" della Storia in questo campo. Anche volendo evitare di parlare (e non si sa per quale ragione bisognerebbe andarci teneri) dei suoi filmoni cinematografici riassuntivi e delle sue Special Edition che sintetizzavano serie TV od OVA con un po' di animazione inedita, addirittura risalenti agli anni '80, prodotte ossessivamente fino ad oggi e che alla fine hanno riguardato quasi ogni serie di Gundam, non si può non guardare oggi con una punta di imbarazzo nuove frontiere di merchandising "selvaggio" come i due Mobile Suit Gundam SEED e SEED Destiny HD Remaster, ritrasmissioni in alta definizione (e video croppato) delle due serie televisive del 2002 e del 2004, con fotogrammi qua e là ridisegnati e qualche minimale aggiunta di animazione (ma visto che sono praticamente la stessa identica cosa dell'originale, trovo inutile anche solo pensare di commentarli o definirli una cosa a parte); oppure si può parlare del caso in questione, di questo Mobile Suit Gundam Thunderbolt - December Sky, che fa il paio con Mobile Suit Gundam Unicorn RE:0096, trasmesso in contemporanea in televisione: le opere originali non sono riassunte, ma banalmente "spalmate" tali e quali su un diverso formato animato, rispettivamente per creare un film da mandare in alcuni cinema e una serie televisiva. Extra quasi inesistenti, guadagni (buonissimi, circa 25.000 copie di DVD/BD1) e nuova popolarità sicuri. Avvilente.

Ritengo inutile rianalizzare anche in questa occasione il "fenomeno" di Gundam Thunderbolt (2012), manga orribile dalle grandi vendite in Giappone, il cui primo arco narrativo è trasposto a regola d'arte (per quello che può servire) nella omonima miniserie web del 2015: i motivi del perché l'esistenza di una tale storia sia a mio parere inaccettabile nel mondo di Yoshiyuki Tomino sono ben noti e posso solo invitare a rileggere la relativa recensione. In questa, commento solo questo "film", e il risultato, per ovvie ragioni, non può che essere identico visto che parliamo della stessa identica produzione, solo trasmessa nei cinema. Le differenze vertono solamente sui contenuti aggiuntivi che fanno di December Sky, a leggere la presentazione ufficiale2, una Director's Cut (che termine altisonante!) con animazione inedita. Che presa in giro!


Non ignoro il fatto che Gundam Thunderbolt nasceva fin dalle intenzioni come un lungometraggio da mandare ai cinema in caso di successo degli ONA, ma il confine tra sensate ambizioni "artistiche" (per quanto possano adattarsi a questa storia insulsa) e "truffa" è ampiamente superato in questo caso, sconfinando con irruenza nella seconda area. Le citate sequenze inedite - che dovrebbero giustificare l'operazione trasformando 4 episodi da un quarto d'ora l'uno in un vero film - si riducono al rango di appena 4 minuti totali. Il combattimento "finale" (tra virgolette perché nel fumetto originale ce ne saranno ovviamente ancora) tra Io e Daryl, visto nella puntata 4, si allunga  di 60 secondi scarsi, e nei 120 conclusivi abbiamo un epilogo che mostra, in modo veloce e affrettato (condensando in così poco tempo quasi metà del volume 4 del manga!), senza dialoghi e mentre scorrono i titoli di coda, qual è il destino dei sopravvissuti federali e la battaglia finale della Guerra Di Un Anno, in modo da collegare la storia al finale di Mobile Suit Gundam (1979) e creare i presupposti per il salto temporale che avverrà dopo nella trama del fumetto. Dopo i titoli di coda troviamo infine una sequenza di circa mezzo minuto che fa da preludio agli sviluppi narrativi successivi che vedremo nell'annunciata seconda stagione animata di Gundam Thunderbolt (gli usi futuri che faranno i zeoniani della tecnologia Psycommu sviluppata nel settore Thunderbolt). È questo il significato di "lungometraggio" per Sunrise? La riproposizione di tale e quale di un'oretta scarsa di personaggi emo, drammoni e fighetterie musicali à la Cowboy Bebop (1998) con quasi zero aggiunte inedite e un finale volutamente incompleto a favore di futuro proseguimento di trasposizione che potrebbe anche concludersi in modo tronco? Ogni altro commento (ad esempio la domanda sul perché la nostrana Dynit abbia preso i diritti proprio di questa robetta indegna) è superfluo.

Voto: 5 su 10

PREQUEL
Mobile Suit Gundam: The Origin (2015-2016; serie OVA)
Mobile Suit Gundam (1979; serie TV)

SEQUEL
Mobile Suit Gundam: The 08TH MS Team (1996-1999; serie OVA)
Gundam Evolve../ 11 RB-79 Ball (2005; OVA)
Mobile Suit Z Gundam (1985-1986; TV)
Gundam Neo Experience 0087: Green Divers (2001; corto)
Mobile Suit Gundam ZZ (1986-1987; TV)
Mobile Suit Gundam Unicorn (2010-2014; serie OVA)
Mobile Suit Gundam Unicorn RE:0096 (2016; TV)
Mobile Suit Gundam Unicorn: One of Seventy Two (2013; corto)
Mobile Suit Gundam F91 (1991; film)
∀ Gundam II: Moonlight Butterfly (2002; film)
Gundam: Reconguista in G (2014-2015; TV)
Gundam: Reconguista in G - From the Past to the Future (2016; corto)


FONTI
1 Dati di vendita degli incassi DVD/BD pubblicati sulla pagina web http://www.animeclick.it/news/57955-blu-ray-e-dvd-anime-la-classifica-in-giappone-al-2182016
2 Sito web, "Crunchyroll", pagina http://www.crunchyroll.com/anime-news/2016/04/21-1/gundam-thunderbolt-directors-cut-edition-to-get-theatrical-screenings-on-june-25

lunedì 9 maggio 2016

Recensione: Mobile Suit Gundam Thunderbolt

MOBILE SUIT GUNDAM THUNDERBOLT
Titolo originale: Kidō Senshi Gundam Thunderbolt
Regia: Kou Matsuo
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Yasuo Ohtagaki)
Sceneggiatura: Kou Matsuo
Character Design: Hirotoshi Takaya
Mechanical Design: Hajime Katoki, Morifumi Naka, Seiichi Nakatani
Musiche: Naruyoshi Kikuchi
Studio: Sunrise
Formato: serie ONA di 4 episodi (durata ep. 18 min. circa)
Anni di trasmissione: 2015 - 2016


Era Spaziale, dicembre 0079. La Guerra Di Un Anno si combatte ovunque, anche nell'oscuro settore spaziale Thunderbolt dall'alto valore strategico, invaso dai detriti fluttuanti di Side 4 e attraversato da perturbazioni atmosferiche. In esso si affrontano due straordinari piloti di Mobile Suit: il federale Io Fleming e il cecchino zeoniano Daryl Lorenz, entrambi letali e pericolosissimi. La loro rivalità e l'eccezionale bravura li porteranno a guidare modelli sperimentali del Gundam e dello Zaku tra i più formidabili si siano mai visti...

La solita storia ambientata durante la Guerra Di Un Anno tra la Federazione Terrestre e il Principato di Zeon; una zona di guerra evocativa, attraversata da lampi e tuoni; uso di ennesimi prototipi di Mobile Suit potentissimi e mai visti prima in nessuna produzione animata (e che, si sa, verranno per questo occultati a fine storia e dimenticati per sempre), e due piloti-assi, immancabilmente di fazioni opposte, che danno vita a una intensa battaglia personale destinata a durare anni, anche dopo la guerra. Come condimento, combattimenti spettacolarissimi, interminabili e teoricamente virili che terminano sempre con un nulla di fatto e drammoni esasperati come se piovesse, mai così tirati per i capelli, riguardanti quasi ogni elemento del cast, come se non fosse concepibile raccontare Gundam senza quell'immancabile nugolo di storie d'amore dall'esito spietato, dolorosissimi passati e tragedie familiari, scomodando in questo contesto anche abuso di droghe, soldati-carne da macello e piloti-cavie da laboratorio (e chissà cos'altro, visto che la storia naviga ancora in alto mare). Il tutto, infine, accompagnato dai testi e dai disegni realistici e maniacali da parte di Yasuo "Moonlight Mile" Ohtagaki, sia in - carnosissimi - personaggi che (soprattutto, vedendo i Gunpla usciti) nei robot. L'autore, credendosi Shinichiro Watanabe, tenta anche il curioso esperimento di rendere "musicale" il suo fumetto, raccontando di questi due super-piloti che si affrontano ascoltando nel proprio abitacolo jazz o musica pop, i cui testi più "commoventi" o pacifisti risuonano nel gelido cosmo mentre si consumano le carneficine più truci. Sembra incredibile ma la barzelletta, questo The Duellist (1977, Ridley Scott) sci-fi, questa "pornografia della guerra" che vuole urlare con rabbia "quanto sono adulta!", all'anagrafe Mobile Suit Gundam Thunderbolt (2012), a dispetto della sua bruttezza vende in patria oltre 500.000 copie1 (e solo finora, a quota 7 volumi e ancora in corso) con tirature da 1.4 milioni2, diventando in poco tempo uno dei più venduti manga gundamici degli ultimi anni.

I lettori e i collezionisti sono contenti, però bisogna constatare sempre più che probabilmente nessuna di queste persone rientra più nel target originale delle opere di Yoshiyuki Tomino: non che non si sapesse già da secoli, ma Gundam Thunderbolt (come Mobile Suit Gundam 0083 - Stardust Memory o Mobile Suit Gundam Unicorn prima di lui) dimostra in modo ormai chiaro come il sole che lo spirito del capostipite del 1979 non sia mai stato recepito da molti degli autori che hanno contribuito alle storie successive della saga e da moltissimi degli stessi cosiddetti "fan", affascinati proprio da quegli elementi superficiali che il papà del Mobile Suit bianco odiava: la spettacolarità, il mecha design, il lato "epico" o "eroico" della guerra e i temi adulti messì lì per fare figo e non per parlare di altro (che Tomino intendeva per crescita, rapporti interpersonali e conflitti generazionali). Non c'è proprio da stupirsi se si scoprirà poi che lo stesso Ohtagaki è un appassionato costruttore di Gunpla3, un grande estimatore di Gundam 00834, e sia intimamente convinto che il suo manga abbia successo proprio perché richiama le atmosfere della primissima serie5: questa autoillusione e il suo background da spettatore e appassionato sono una combinazione pressoché letale che fa ben capire perché Gundam Thunderbolt sia uscito fuori così, tutta apparenza e basta, maturo giusto in superficie, con protagonisti over-18 ma così carichi di fantasmi interiori e dai comportamenti così infantili da diventare macchiette e retorica pacifista spicciola, insomma un totale vuoto narrativo asservito alla ricerca dello spettacolo, dell'estetica cinematografica hollywoodiana (come ammette anche l'autore6) e delle mazzate, di robot iperdettagliati e di ciò che, in definitiva, Bandai intende meglio e Tomino odia, ossia il voler ispirare il pubblico a comprare modellini vedendo eroi sanguigni che stanno tutto il tempo a darsele di santa ragione a bordo di automi ipercorazzati, ignoranti e potenti. Immondizia insomma, ma che, rinfrancata dalle eccezionali vendite sue e degli OVA Gundam Unicorn e Mobile Suit Gundam: The Origin (2015), non può che trasformarsi in un nuovo anime tra il 2015 e il 2016, il terzo Gundam animato dal soggetto non originale (dopo i due appena citati), sotto raccomandazione di un (parole del produttore Naohiro Ogata) "animatore specializzato in mecha design che ha amato il fumetto e voleva assolutamente adattarlo"7. L'idea è di farne un film da proiettare al cinema, ma, sia per permetterne una maggior diffusione (la mira, abbastanza assurda, è di rivolgerlo principalmente alle nuove generazioni per farle appassionare a Gundam), sia per i rischi che l'opera si riveli poi un flop nella vendita in Blu-ray (non era un buon periodo per le vendite in quel formato, sempre a sentire Ogata), si sceglie infine come test di suddividerlo in 4 episodi da trasmettere in internet per saggiare la risposta del pubblico8.


In animazione, è trasposta bene la prima parte della storia, ovvero i primi 3 tankobon nella loro quasi totale interezza che racchiudono l'arco narrativo ambientato durante la Guerra Di Un Anno, tagliando qualche approfondimento qua e là ma rendendo chiari e compatti "trama" e "personaggi". Il regista Kou Matsuo, dopo il mediocre Valvrave the Liberator (2013), si diverte con una certa creatività registica a rendere ancora più avvincenti i duelli tra Io e Daryl, sopperendo alla confusionaria regia delle tavole del manga, e l'impresa è decisamente adempiuta a fondo rendendo, pur nella sua povertà narrativa, sufficientemente coinvolgente Gundam Thunderbolt a chi apprezza la semplice superficialità action. Si respirano poi per davvero echi di Cowboy Bebop (1998) negli scontri condotti sotto accompagnamento di composizioni jazz, nonostante questi rievochino la ruffianeria del fumetto riuscendo addirittura a superarla - è troppo, troppo una scopiazzatura indegna dell'anime cult di Shinichiro Watanabe. Tecnicamente parliamo del classico prodotto Bandai/Sunrise di elevata fattura, eccezionale in mecha design, ombreggiature, disegni e animazioni, grazie a un alto budget degno delle grandi ricorrenze, e le battaglie in questo modo splendono acquisendo tutta quella tridimensionalità loro negata nel manga (asfissianti in quelle tonnellate di pagine statiche che occupavano mezzi volumi, nell'anime sbrigate in pochi minuti). Permangono, però, tutti gli altri problemi: tragedie in lungo e in largo, pianti isterici, amici che muoiono come mosche, attori così nevrotici ed esagerati da risultare caricature umane, artifici ulteriormente irrealistici per aumentare il dramma (cadetti incapaci addirittura di guidare un Mobile Suit mandati da superiori senza scrupoli a farsi crivellare di colpi senza riuscire neppure a rispondere a uno solo, in barba a quanto possa costare un robot da battaglia) o forzature ridicole (colpi letali di laser deviati all'ultimo secondo, per incredibile congiunzione astrale, da un fulmine che cadeva proprio in quel punto lì in quell'istante lì), così tante disgrazie tutte in un colpo che fanno involontariamente sorridere... Gundam Thunderbolt alla fine è questo, impossibile modificarlo più di tanto senza snaturarlo, e quindi, nonostante la miniserie la si guardi fino in fondo senza annoiarsi particolarmente grazie alla vivacità di regia e combattimenti, non offre nulla di nuovo rispetto alle solite cose offerte da chi Gundam non l'ha mai capito o non può raccontarlo in modo diverso per colpa di direttive Bandai, ma anzi le ripresenta peggiorandole pure col suo gusto del dramma a ogni costo. Blockbuster risibile e insignificante (e pure inutile, visto che per sapere come prosegue la storia bisogna leggere il manga, in Italia distribuito da Star Comics).

Voto: 5 su 10

PREQUEL
Mobile Suit Gundam: The Origin (2015-2016; serie OVA)
Mobile Suit Gundam (1979-1980; TV)
Mobile Suit Gundam The Movie I (1981; film)
Mobile Suit Gundam The Movie II: Soldati del dolore (1981; film)
Mobile Suit Gundam The Movie III: Incontro nello spazio (1982; film)
Mobile Suit Gundam MS IGLOO 2: The Gravity Front (2008-2009; serie OVA)
Mobile Suit Gundam MS IGLOO: The Hidden One-Year War (2004; corti)
Gundam Evolve../ 01 RX-78-2 Gundam (2001; OVA)

SEQUEL
Mobile Suit Gundam: The 08TH MS Team (1996-1999; serie OVA)
Mobile Suit Gundam 0083: Stardust Memory (1991-1992; serie OVA)
Mobile Suit Z Gundam (1985-1986; TV)
Gundam Neo Experience 0087: Green Divers (2001; corto)
Mobile Suit Gundam ZZ (1986-1987; TV)
Mobile Suit Gundam Unicorn (2010-2014; serie OVA)
Mobile Suit Gundam Unicorn RE:0096 (2016; TV)
Mobile Suit Gundam Unicorn: One of Seventy Two (2013; corto)
Mobile Suit Gundam F91 (1991; film)
∀ Gundam II: Moonlight Butterfly (2002; film)
Gundam: Reconguista in G (2014-2015; TV)
Gundam: Reconguista in G - From the Past to the Future (2016; corto)


FONTI
1 Basta vedere le cifre ufficiali di vendita dei vari volumi. Le vendite dei numeri 2, 3, 5, 6 e 7 (che da soli raggiungono quota 371.6159) sono riportate su Anime News Network alle pagine https://www.animenewsnetwork.com/news/2013-06-12/japanese-comic-ranking-june-2-8, https://www.animenewsnetwork.com/news/2014-03-07/japanese-comic-ranking-february-24-march-1, https://www.animenewsnetwork.com/news/2015-03-11/japanese-comic-ranking-march-2-8/.85867, https://www.animenewsnetwork.com/news/2015-11-11/japanese-comic-ranking-november-2-8/.95270, https://www.animenewsnetwork.com/news/2016-01-06/japanese-comic-ranking-december-28-january-3/.97278
2 Sito web, Anime News Network, pagina http://www.animenewsnetwork.com/news/2015-11-19/gundam-thunderbolt-anime-staff-cast-distribution-episode-count-designs-revealed/.95550
3 Intervista a Yasuo Ohtagaki (parte 1) pubblicata nella pagina web http://otakumode.com/news/52fc71c07a9cc14b2a00046e/Interview-with-Mobile-Suit-Gundam-Thunderbolt-Author-Yasuo-Ohtagaki-1-3
4 Come sopra
5 Intervista a Yasuo Ohtagaki (parte 2) pubblicata nella pagina web http://otakumode.com/news/52fc733378040b7607000674/Interview-with-Mobile-Suit-Gundam-Thunderbolt-Author-Yasuo-Ohtagaki-2-3
6 Come sopra
7 Intervista a Naohiro Ogata e Masayuki Ozaki (direttore esecutivo di Bandai Namco Pictures) pubblicata nel sito Manga-News (in francese), alla pagina web http://www.manga-news.com/index.php/actus/2017/09/14/Entrevue-avec-Naohiro-Ogata-Masayuki-Ozaki-Gundam#.V-Folj82dLk.twitter. Ringrazio Debris di GundamUniverse
8 Come sopra

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