Visualizzazione post con etichetta Hiroyuki Okiura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Hiroyuki Okiura. Mostra tutti i post

mercoledì 10 maggio 2017

Recensione: Run, Melos!

RUN, MELOS!
Titolo originale: Hashire Melos!
Regia: Masaaki Ohsumi
Soggetto: (basato sul racconto originale di Osamu Dazai)
Sceneggiatura: Masaaki Ohsumi
Character Design: Hiroyuki Okiura
Musiche: Kazumasa Oda
Studio: Toei Animation
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 106 min. circa)
Anno di uscita: 1992


Sicilia, anno 360 a.C: il messinese Melos, in occasione del matrimonio della sorella, viaggia fino alla città di Siracusa per acquistare una spada da usare nella cerimonia. Conosce Selinuntius, uno scultore ormai fallito con cui stringe amicizia. Non immagina, però, che la sua vita verrà presto sconvolta: è condannato a morte da Dionisio II, il tiranno del luogo, sulla base di un'accusa pretestuosa. Ormai rassegnato alla sua sorte, chiede al governante di rispettare una legge locale che gli permetterebbe di andarsene per tre giorni e poi ritornare per l'esecuzione, giusto il tempo per presenziare al matrimonio. Dionisio accetta, ma solo se qualcun altro sarà abbastanza coraggioso da venire giustiziato al posto suo nel caso decidesse di non tornare entro la data decisa. Quel qualcuno si rivelerà Selinuntius...

Non sono insolitamente pochi, gli anime in un modo o nell'altro ambientati o legati al periodo storico della Grecia classica. Orpheus of the Stars (1978), Triton of the Sea (1972), Pollon (1982), Arion (1986), Pygmalio (1990), Hermes - Wind of Love (1997), Alexander - Cronache di guerra di Alessandro il Grande (1999) e i ben quattro adattamenti (rispettivamente del 1979, 1981, 1992 e 2009) del racconto Corri, Melos! (1940) dello scrittore Osamu Dazai, di cui analizzerò il più rappresentativo, famoso ed economicamente di successo1 (il terzo) ben attestano l'interesse del pubblico giapponese sull'argomento. Sulle prime è difficile immaginare cos'abbia in comune un tempo così lontano e arcaico con la cultura nipponica, eppure la visione di questo film cinematografico riesce a rivelare dei punti d'incontro che, a pensarci a posteriori, sembrano addirittura ovvi. Pensando all'impianto volutamente ed eroicamente tragico del teatro e della poesia ellenistica, al culto della guerra e soprattutto alla fedeltà a costo della vita a certi ideali morali come l'onore, l'amicizia o il rispetto delle leggi (sappiamo tutti com'è morto Socrate) che per più di un verso ci ricordano il Bushido, non stupisce cogliere una vicinanza di valori ben più forte dell'abissale lontananza delle rispettive sovrastrutture sociali di usi, costumi e religioni. Allo stesso modo, non ci sorprende troppo apprendere come la novella di riferimento di Danzai sia praticamente considerata un classico della letteratura nel Paese del Sol Levante (basti vedere le frequenti citazioni in anime e vita reale2 e ulteriori adattamenti ancora, in ambito  teatrale e live-action), libera rielaborazione della ballata Die Bürgschaft (L'ostaggio) del poeta e drammaturgo Friedrich Schiller già a sua volta ispirata alla leggenda greca di Damone e Pizia (il loro nome è continuamente cambiato da una tradizione all'altra fino ad assumere le identità di Melos e Selinuntius).

Già trasposto innumerevoli volte in pittura, teatro e letteratura (soprattutto occidentali), il mito di Damone e Pizia trova una buona rappresentazione nel mondo dell'animazione Made in Japan con questo apprezzato film del 1992, addirittura sponsorizzato dal ministero dell'istruzione giapponese3. Indubbiamente funziona, anche se è giusto fare notare che  non è stato tanto nelle sue qualità narrative che ha brillato trovando la sua notorietà, quanto più per meriti scenici dati dalla presenza nello staff di un nutrito gruppo di ottimi artisti che hanno profuso un riconoscibile contributo: Hiroyuki Okiura, futura "spalla" di Mamoru Oshii e futuro regista del cult Jin-Roh - Uomini e Lupi (1998), artefice del realistico e pulito character design (gli dà vita occupandosi anche del ruolo di direttore dell'animazione) che ricorda un po' il maniacale tratto di Toshihiro Kawamoto; Hiroshi Ohno, autore dei realistici fondali acquarellati che fecero scalpore4, curati fino allo sfinimento sia nei tipici paesaggi del posto che nelle architetture della cittadina di Siracusa (viene il sospetto abbia fatto location hunting, chissà...); e infine Satoshi Kon (non servono certo presentazioni) che si occupa di aiutare l'uno e l'altro. A questi tre si deve un ottimo impatto estetico generale (ben sorretto dalle animazioni) che è la causa principale della notorietà del film. Forse potranno avere avuto il loro peso anche il fascino dell'ambientazione storica, raffigurata senza nessuna concessione al politicamente corretto (niente di particolarmente esplicito, ma non mancano esecuzioni pubbliche, un agnello sgozzato al mercato o una scena di sesso lasciata a intendere), alcune sparute sequenze live (i bei titoli d'apertura e di chiusura) o la bellezza intrinseca della vicenda (seppur modificata rispetto allo scritto d'origine, visto che Melos voleva veramente attentare alla vita di Dionisio e non era ingiustamente accusato come nella pellicola), ma mi sembra abbastanza palese che c'è più di qualcosa che non funziona, impedendo a una storia drammatica potenzialmente commovente di emozionare come dovrebbe.


È bellissima, nelle intenzioni, questa profonda storia d'amicizia che vede Melos rischiare la sua vita in una corsa disperata per tornare a Siracusa entro i tre giorni di ultimatum, per salvare l'unica persona che si sia fidata di lui nonostante questo significherà comunque venire giustiziato per un'accusa infamante. È una vicenda davvero toccante e incredibilmente "giapponese", seppur di derivazione greca, ma ci sono problemi a mio modo di vedere determinanti nel ridimensionare la portata toccante della pellicola, il minore dei quali è rappresentato dall'anonimissima colonna sonora, completamente inadatta ad accompagnare gli stati d'animo dei personaggi, lo spirito della storia e i momenti commoventi. Il vero macigno che però pesa come una spada di Damocle (per rimanere in ambito storico) sul progetto è l'inaccettabile regia di Masaaki Ohsumi, ferocissimamente e intimamente televisiva: come si possa aver permesso un tale scempio rimane un mistero, ma è indubbio che se ogni momento della narrazione è scandito da inquadrature anonime e manca un qualsiasi piano sequenza o momento anche solo lontanamente cinematografico (non c'è proprio nulla, e infatti sembra di vedere un distaccato documentario, seppur musicato!), la portata epica di Run, Melos! si sgonfi irrimediabilmente sin dal primo fotogramma, dissipando così la lodevole cura tecnica e scenica. Anche se, pur così, il film rimane bellino, mancando di graffiare e scuotere l'animo come era facile prevedere (visto l'argomento), si rivela, nel finale, un po' una bella occasione sprecata.

Voto: 7 su 10


FONTI
1 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 226
2 Pagina di Wikipedia inglese di "Run, Melos!" (il racconto)
3 Titoli d'apertura del film
4 Vedere punto 1

lunedì 21 gennaio 2013

Recensione: Una lettera per Momo

UNA LETTERA PER MOMO
Titolo originale: Momo e no Tegami
Regia: Hiroyuki Okiura
Soggetto & sceneggiatura: Hiroyuki Okiura
Character Design: Hiroyuki Okiura, Masashi Ando
Musiche: Mina Kubota
Studio: Production I.G
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 120 min. circa)
Anno di uscita: 2011
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Dynit


L'undicenne Momo Miyaura vive la vita con distacco da quando le è morto il padre, tragedia resa ancora più terribile dal fatto che l'ultima volta che lo ha visto vivo ci ha litigato pesantamente e non ha mai avuto modo di farci pace. L'eredità del genitore consiste in una lettera di riappacificazione, iniziata a scrivere prima dell'incidente, che la ragazza continua a fissare ogni giorno straziata, un "cara Momo" subito abbandonato per la difficoltà a trovare le parole adatte. Si è appena trasferita nella cittadina dell'isola di Shio, nel mare interno di Seto, paese natio della madre, cercando con lei di ricominciare da zero, ma non ci riesce, e deve sforzarsi anche solo a rompere il ghiaccio con gli abitanti. Presto tre buffe presenze ectoplasmatiche iniziano a terrorizzarla, salvo diventare poi i suoi primi amici: sono tre yōkai guardiani dell'aldilà, e hanno il compito di tenere d'occhio le famiglie degli spiriti appena giunti all'altromondo pieni di rimpianti. Momo troverà con loro, forse, il modo di chiedere scusa al genitore e sapere cosa voleva dirle...

Il parere del Mistè

Dopo ben sette anni di realizzazione1, nel 2011 vede la luce il secondo lungometraggio di Hiroyuki Okiura. Ce lo siamo inspiegabilmente perso per strada per ben dodici anni (dopo il fondamentale Jin-Roh - Uomini e lupi del 1999, realizzato insieme a Mamoru Oshii), ma l'artista, Production I.G e un nutrito staff di forti personalità del mondo dell'animazione tornano in grande stile con Una lettera per Momo, un bel film che, a dispetto di un magro bottino ai box office nazionali e internazionali (poco più di 6 milioni e mezzo di dollari totali2, pur a fronte di una bassissima distribuzione estera), fa il giro del mondo nei vari festival cinematografici ottenendo ottimi riconoscimenti3 (vincendo anche l'Excellence Prize al Japan Media Arts Festival4). Gli attestati internazionali della critica sono una buona indicazione della bontà del lavoro di Okiura: non solo opera di grande sfarzo grafico, ma anche un educativo racconto di formazione sulla rielaborazione di un lutto, sulla morte che non deve essere la fine di tutto. Un film commovente che, affine come tematiche e spirito all'altrettanto toccante Colorful di Keiichi Hara, uscito l'anno prima, attesta l'ottimo momento che sta vivendo il cinema d'animazione giapponese, non più solo ad appannaggio delle megaproduzioni ghibliane e dei loro eterni due registi.

La storia di Momo sarà anche molto semplice, prevedibile e sicuramente debitrice all'estetica e all'intimo poetico miyazakiani, ma poco importa se centra ugualmente i suoi bersagli rivelandosi un film delizioso, toccante e fatto con amore. Tecnicamente non gli si può rinfacciare niente, in quanto ben vale l'abnorme tempo di realizzazione speso in disegni e fondali ricchissimi di dettagli, addirittura strabordanti, quasi interamente disegnati a mano (pochissima Computer Grafica per esplicita richiesta di Okiura, che ritiene che una vicenda che tratta di sentimenti umani debba essere affidata a disegnatori e non a fredde tecnologie5) e così realistici (anche per merito dell'influsso del character designer Masashi Ando, collaboratore di vecchia data di Miyazaki e Satoshi Kon, noto nell'ambiente per il suo tratto estremamente verosimile) che non è neanche strano scoprire che la fittizia isola di Shio sia pesantemente ispirata (c'è stata anche una location hunting) a quella realmente esistente di Osaki Shimojima6. In Momo gli ambienti sono valorizzati da una fotografia di livello tale da trasformare in cartolina ogni inquadratura: le due ore di durata potrebbero scorrere anche solo beandosi delle prelibatezze grafiche, tra splendidi paesaggi portuali, un mare dato da un'acqua così pulita e trasparente che è possibile distinguere dall'alto i contorni degli scogli e dei fondali, la silenziosa casa di Momo e minimarket infarciti di ogni genere di prodotti. Stupefacenti anche le animazioni, fluide e verosimili a livelli di eccellenza, tanto che una giornalista della rivista americana Variety ne sarà così esterrefatta da scrivere che è sicuramente stato utilizzato il rotoscopio7.


È un sollievo che il regista, nonché sceneggiatore, non voglia porre tutte le ambizioni della pellicola sulla sola enfasi grafica, ma compia soprattutto un ottimo lavoro di caratterizzazione dei personaggi, raccontando con sensibilità ed estremo realismo le dinamiche familiari e le scene di vita quotidiana tra un'immatura Momo, che vive il lutto egoisticamente come se riguardasse solo lei, e la madre Ikuko, che si carica il fardello sulle spalle facendo finta di niente e cercando di dare forza alla figlia con sorrisi forzati. Ben rappresentato - come sottolinea lo stesso regista, ammettendo che la sua fonte di ispirazione maggiore viene da Chie the Brat (1981) di Isao Takahata8 - da personalità vivide e reali, la cui psicologia è ricavata dalla vasta molteplicità di sfaccettature caratteriali e dal linguaggio e movimento del corpo, il cast trova subito quella tridimensionalità adatta a imprimersi e a commuovere negli ovvi momenti lacrimevoli dedicati allo spirito del padre. L'evoluzione del rapporto tra madre e figlia, con immancabili, dure incomprensioni e riappacificamento risolutore, è l'elemento migliore del film, quella componente adulta che dà vigore  a una storia abbastanza ordinaria (forse anche troppo, si può tranquillamente ammettere) giostrata sul rapporto d'amicizia tra Momo e i consueti mostriciattoli graziosi e amiconi che sembrano sbucati fuori da un film di Miyazaki e che legheranno la ragazzina alla presenza del padre. Ispirato, come facilmente intuibile, a una storia vera (una donna conosciuta da Okiura nelle stesse condizioni di Ikuko9), a cui il regista aggiunge l'idea romantica dello spirito dei defunti che veglia sui vivi e gli yokai10, Momo è tuttavia un'opera che, nonostante l'argomento, non è certo cupa o nichilista come Jin-Roh. È invece una storia che vuole essere speranzosa, un tranquilizzante inno alla vita che, nelle intenzioni del regista, faccia uscire gli spettatori dalla sala con un sorriso11: per questo trova quelle caratteristiche un po' "giocose" (lo spazio forse eccessivo dato ai tre allegri spiritelli dal ruolo scontatissimo) e "ghibleggianti" che talvolta gli sono - anche a ragione - rimproverate per banalità e stucchevolezza di realizzazione.

Non si può in effetti negare che Momo pecchi di uno stile di raccontare storie che si è sicuramente già visto e segue schemi più che collaudati, ma ritengo che se riesce comunque a trovare la sua magia (difficile non provare autentica commozione nel contesto del suo pur immaginabile finale) merita ugualmente il rango di una di quelle produzioni che, nonostante una certa prevedibilità di fondo, lasciano un bel ricordo a fine visione e soprattutto il piacere di essere state viste.

Voto: 8 su 10

Il parere del Corà

Non è una novità che certo cinema ponga un'importanza fondamentale all'estetica tralasciando, volutamente o meno, la narrazione primaria, di fatto semplificata e/o sacrificata all'altare di una spettacolarizzazione che pare, a volte, unico mezzo espressivo di un film. Ma se è vero che bisogna distinguere semplicità da semplicità, in fondo sta in questa sottile differenza l'abilità di un artista, è spesso difficile riuscire a dire qualcosa di buono quando è la banalità il solo motore di un film, nonostante lo sfarzo grafico, nonostante l'impressionante lavoro tecnico, nonostante la rassicurazione di prodotto per famiglie di disneyana memoria, nonostante siano serviti ben sette anni per realizzare Una lettera per Momo, seconda prova, dopo il capolavoro Jin-Roh, di Hiroyuki Okiura.

La semplicità della storia di Momo è infatti di quelle derivative e insipide, di quelle facilmente costruite su anni e anni di trame pressoché identiche che la privano quindi di qualsiasi spessore, di qualsiasi grinta, di qualsiasi energia sebbene Okiura tenti in tutti i modi di ingannare lo spettatore attraverso una maestosità visiva eccezionale, paragonabile, almeno in termini tecnici, ai lavori Ghibli. Perché, rispetto a questi ultimi, prodotti dove è proprio certa semplicità a fare la differenza, in Una lettera per Momo non troviamo alcun tipo di magia nel raccontare l'adolescenza, non troviamo nessuna fantasia nel parlare per simboli, non troviamo nessun trasporto nel rappresentare la vita problematica di una ragazzina orfana di padre appena trasferitasi con la madre in una città isolana. Okiura sceglie infatti la strada più comoda, se così si può dire di un'opera che ha necessitato di anni per essere completata, e prepara una storiella stiracchiata e poco coinvolgente, uno straccio, uno schizzo, una sorta di pretesto con buoni sentimenti sul quale installare le meraviglie grafiche di una Production I.G. in stato di grazia (ne è d'esempio l'estenuante fuga dal cinghiale, lunghissima sequenza pressoché inutile perché priva di importanza ai fini della trama e di idee sul piano realizzativo, ma graficamente incredibile). Perché se Momo appare ben caratterizzata in una figura classica ma sempre piacevole, a non funzionare sono i personaggi che gravitano attorno a lei, a partire dai pessimi tre oni, sbadatamente figurati in bambinesche fantasie e autori di gag e comportamenti fiacchi e irritanti. Il resto si perde in un cast appena tratteggiato (Yota e la sorellina, gli zii, Koichi), oppure del tutto dimenticato (il gruppo di amici di Yota), privando così di un opportuno scenario, di una forza contestuale il racconto di formazione di cui Momo è protagonista.

 

Con così poco mordente ai binari di partenza, la trama assume presto una forma piatta e prevedibile, incapace di dare risalto e profondità drammatica al lutto di Momo e al dolore della madre - il tutto è eccessivamente soffocato dall'onnipresenza degli insopportabili demoni e da una sbrigatività narrativa che tronca stranamente interessanti sottotrame (la sorella di Yuta e la sua capacità di vedere gli spiriti), che sbanda priva di idee (la già citata sequenza del cinghiale) e che anche nei momenti più epici e caldi non sa graffiare come dovrebbe (il poco significativo capitolo finale, che nelle mani di un Miyazaki si sarebbe trasformato in un tripudio di invenzioni visive). Resta ovviamente il superbo, strabiliante comparto grafico, che sa stupire con una cura per i dettagli raramente vista altrove e un realismo fotografico nel disegno degli ambienti, una magnificenza visiva esaltata da animazioni stratosferiche che però, per quanto mi riguardano, non bastano a salvare una pellicola tanto, tanto attesa dalla sua tiepida mediocrità.

Voto: 5 su 10


FONTI
1 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 534
2 Sito internet "Box Office Mojo", incassi di "Una lettera per Momo", alla pagina web http://www.boxofficemojo.com/movies/?id=lettertomomo.htm
3 Vedere punto 1
4 Vedere punto 1, a pag. 535
5 Booklet allegato al DVD/Blu-ray di "Una lettera per Momo", "Note di produzione" (Dynit, 2013, pag. 16)
6 Come sopra
7 Vedere punto 5
8 Intervista a Hiroyuki Okiura pubblicata nel booklet del punto 5 (a pag. 15)
9 Vedere punto 8, a pag. 14
10 Come sopra
11 Vedere punto 8, a pag. 14-15

giovedì 22 dicembre 2011

Recensione: Jin-Roh - Uomini e Lupi

JIN-ROH: UOMINI E LUPI
Titolo originale: Jin-Roh
Regia: Hiroyuki Okiura
Soggetto & sceneggiatura: Mamoru Oshii (basato sul suo fumetto originale)
Character Design: Hiroyuki Okiura (originale), Tetsuya Nishio
Mechanical Design:  Yutaka Izubuchi, Tadashi Hiramatsu, Kazuchika Kise
Musiche: Hajime Mizoguchi
Studio: Production I.G
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 101 min. circa)
Anno di uscita: 1998
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Yamato Video


Giappone, anni Sessanta. Gli scontri in piazza e le rivolte capeggiate dal gruppo estremista denominato "La Setta” mettono in crisi la compattezza nazista che governa il Paese. A fronteggiare un tale momento di difficoltà intervengono i Kerberos, un corpo speciale della polizia, vere e proprie macchine da guerra. Kizuki Fuse è uno dei soldati migliori del corpo, duro, inflessibile, robotico, ma quando assisterà, impotente, alla morte di un corriere della Setta verrà sconvolto da un trauma che lo porterà lentamente ad allontanarsi dai Kerberos per riflettere su se stesso e sul proprio operato.

Si dice che Jin-Roh: Uomini e Lupi (1998) sia l’ultimo prodotto d’animazione “fatto a mano”, prima che la CG reinventasse le tecniche animative alleviando da una parte i costi di produzione ma sottraendo, dall’altra, la consistenza realistica con cui i lungometraggi degli anni Settanta e Ottanta hanno fatto Storia. E non è forse un caso che, a chiudere l'era dell'animazione analogica, sia un’opera con il marchio di Mamoru Oshii, il cui nome - nonostante il maestro si dedichi soltanto alla sceneggiatura - vi è impresso a fuoco, confezionando quello che a parere di chi scrive è il suo vero capolavoro, una spanna concettuale sopra ai masterpiece Patlabor 2: The Movie (1993) e Ghost in the Shell (1995).

La Kerberos Saga è un complesso affresco fantapolitico che ritrae una realtà giapponese alternativa dove il nazismo ha militarmente trionfato e tiene in scacco la società con misure drastiche e oppressive. È una realtà dura e turbolenta, dove le azioni sovversive dei rivoltosi della Setta altro non sono che specchio dei movimenti studenteschi e dei lavoratori che hanno concretamente devastato gli anni Sessanta nipponici, guerriglieri di una violenta lotta politica dietro a una facciata democratica, scusante pacifista non molto diversa dal terrorismo rosso che ha minato la stabilità italiana nello stesso periodo. Una storia sfaccettata e provocatoria, una critica feroce a un’epoca che Oshii pare sentire molto, dove non ci sono vincitori e benché meno buoni o cattivi, ma dove tutti ne escono trasversalmente sconfitti per una situazione ben presto sfuggita di mano, animata da intenzioni sociali frantumate da una brutale rivalsa che ha preso il sopravvento su ogni cosa. Suddiviso tra film tradizionali, romanzi, un manga serializzato in dodici anni e drammi radiofonici, il progetto approda nella sua unica incarnazione animata nel 1999 con questo Jin-Roh, riadattamento della prima parte del fumetto, impressionante pellicola diretta, con il tipico, lentissimo tocco oshiiano, da Hiroyuki Okiura, al suo esordio registico.


A stupire, prima ancora di addentrarsi nell’intricato gioco politico della vicenda e nella emblematica crisi di coscienza di Fuse, è il realismo evocato dalle immagini, non solo per il titanico lavoro animativo, con la ben conosciuta e stupefacente cura garantita da una Production I.G ai suoi massimi livelli, ma per i disegni e l'animazione di Tetsuya Nishio, che alla sua prima prova da character designer abbandona il tipico tratto nipponico, colorato ed effervescente, in favore di occhi a mandorla e capelli neri. La scena d’apertura si ricorda per una lunga, straordinaria sequenza di guerriglia metropolitana dove polizia e manifestanti si scontrano tra lanci di molotov e manganellate, ma a conti fatti si tratta dell’unica porzione movimentata della pellicola, perché a conclusione di questo sofferto prologo, coincidente con il suicidio del corriere dei terroristi davanti agli occhi di uno scioccato Fuse, Jin-Roh si sviluppa in una lenta architettura complottistica, da un lato, e in una tormentata, forse impossibile storia d’amore dall’altro. Fuse inizia a interrogarsi sulla natura militare della sua squadra e, alla ricerca di se stesso, incontra la sorella della ragazzina suicida, perdendosi inconsciamente in un amore imprevisto che sboccia lentamente, per caso, con un’innocente naturalezza che contrasta gli interrogativi che sorgono a straziare il soldato: una vita spesa per obbedire meccanicamente agli ordini e che soltanto ora pare aprirsi a un mondo nuovo, un mondo che Fuse non conosce, perché lui è un lupo che ha sempre vissuto in branco e che, mentre se ne allontana, si rende conto che forse non è in grado di vivere da solo nella società che anch’egli ha contribuito a costruire.

Intrecciata alla vera favola di Cappuccetto Rosso, quella crudele e macabra e non la versione edulcorata per bambini con cui la si identifica facilmente, per mezzo di significative porzioni oniriche simbolo della vera natura umana, la storia si tinge di nero, in una visione pessimistica e cinica, man mano che il complotto si svela allo spettatore in una meccanica sottile, articolata, costruita su dialoghi d’acciaio e caratterizzazioni di ferro, rese ancora più espressive dal già citato chara di Nishio, intenso e drammatico nel plasmare sui volti dei personaggi sentimenti credibili e toccanti.


Visione a tratti pesante ma di enorme, enorme spessore, Jin-Roh raggiunge un lirismo di disperata malinconia con un finale rivelatore che da solo vale l’intera pellicola, musicata con drammatica enfasi e violenti silenzi da un Hajime Mizoguchi che rende vitali gli scenari con i loro toni in bilico tra il grigio e il nero più scuro e soffocante. Jin-Roh rappresenta l’Oshii più nichilista, inquieto e tragico, autore di una meravigliosa parabola della giungla più spietata, l’unico terreno in cui l’uomo può mostrare il suo vero Io. Fondamentale.

Voto: 10 su 10

venerdì 19 novembre 2010

Recensione: Ghost in the Shell 2 - Innocence

GHOST IN THE SHELL 2: INNOCENCE
Titolo originale: Innocence
Regia: Mamoru Oshii
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Masamune Shirow)
Sceneggiatura: Mamoru Oshii
Character Design: Hiroyuki Okiura
Mechanical Design: Atsushi Takeuchi
Musiche: Kenji Kawai
Studio: Production I.G.
Formato: film cinematografico (durata 99 min. circa)
Anno di uscita: 2004
Disponibilità: edizione italiana in dvd & blu-ray a cura di Dynit

 

Anche se Motoko si è fusa col Marionettista divenendo un'entità senziente libera nel cyberspazio, la Sezione 9 continua a esistere, ora guidata dal suo ex compagno Batou. Quest'ultimo e il nuovo aiutante, Togusa, stanno ora indagando su un un misterioso traffico di ginoidi, androidi delle fattezze femminili vendute a scopi sessuali, i cui ultimi modelli si trovano, ora, a essere dotati di Ghost appartenenti a ragazze umane. A produrle è la Locus Solus, multinazionale specializzata nella costruzione di robot: inutile dire che dietro al suo traffico nasconde un atroce segreto...

Talentuoso esercizio di stile? Ambizioso thriller psicologico? La vera faccia di Mamoru Oshii? Più di una domanda sorge spontanea guardando Innocence, secondo, imprevedibile film di Ghost in the Shell. Imprevedibile perché in pochi avrebbero scommesso come, quasi dieci anni dopo il primo, celeberrimo lungometraggio, gli studios nipponici avrebbero nuovamente scommesso su uno dei franchise cartacei meno adatti di sempre a uno sdoganamento verso il grande pubblico.

La storia è risaputa: per la complessità del background delle sue storie e per la mole impressionante di dettagli e note che costellano i suoi fumetti, Masamune Shirow non è per tutti. Scrive per chi sa comprenderlo, per chi ha dimestichezza con linguaggi informatici, per chi ha un certo interesse in filosofia e politica, trovando molto tempo da dedicare a letture impegnative talmente corpose da essere rischiosamente dispersive. A Mamoru Oshii nel 1995 va di lusso con il film che sintetizza Ghost in the Shell, ottenendo un lungometraggio ottimamente realizzato, autoriale e compiuto, e decide così, anni dopo e con in mezzo la splendida serie animata Stand Alone Complex realizzata dal suo prediletto Kenji Kamiyama, di dare un nuovo contributo al franchise, senza più seguire letteralmente Shirow. Dopo anni di lavorazione il 6 marzo 2004 esce nei cinema Innocence (nessun Gits nel titolo, eliminato per sottolinearne l'indipendenza e far dimenticare il film originale che, pur a fronte di un successo strabiliante in tutto il mondo, è flop in madrepatria), lungometraggio dal successo di critica ancora una volta assoluto, tanto da essere il primo d'animazione nipponica a venire candidato alla Palma d'Oro di Cannes come miglior opera. Chi conosce il manga certamente avrà avuto un incubo, immaginando il pessimo e incomprensibile Manmachine Interface (secondo manga di Gits) diretto dalla lentissima regia di Oshii: fortunatamente tale orrore è scongiurato, visto che da Shirow Oshii pesca giusto lo spunto iniziale di Robot Rondo, episodio del primo manga non trasposto nel film precedente, sviluppandoci sopra una storia inedita comprensiva, molto più del film precedente, della sua poetica cinematografica. Il risultato, del tutto originale, fornisce una misura lapidaria di quanto di buono e non offre il regista quando, oltre a dirigere, scrive i suoi film, attestando al contempo il maggior interesse artistico dell'operazione, un'incursione davvero personale nel mondo di Ghost in the Shell e non più una banale sintesi.

 

Innocence, come il predecessore, è un thriller/poliziesco, se possibile ancor più intricato. Quello che lo differenzia dal prequel è il ritmo della vicenda, con l'azione ridotta ai soli ultimi 20 minuti di girato. Tutta la parte precedente rappresenta la lunga indagine di Batou e Togusa (purtroppo per i suoi fan, Motoko appare pochissimo) sul giallo dei ginoidi, comprensivo di un oceano di dialoghi atti a illustrarne le continue evoluzioni. Un approccio di narrazione particolare che dà enfasi totale alle parti discorsive, ed è qui che casca l'asino, perché saranno veramente pochi gli eletti che sapranno dare ad Innocence la giusta attenzione richiesta. Oshii, famoso per l'estrema lentezza con cui dirige le sue opere, in Innocence è agli estremi di tale concezione: impossibile rendere per iscritto i lunghissimi silenzi, le inquadrature inchiodate per più minuti nella stessa immagine, i tempi cinematografici dilatati all'infinito, quasi rarefatti, che ne compongono buona parte della durata. Una cura registica totale e una conoscenza perfetta del mondo di Shirow sono le frecce del suo arco, che si riflettono anche nel suo stesso lavoro di sceneggiatura, dove le iterazioni dei suoi attori, così naturali e spigliate, mettono in serio pericolo la comprensione della storia, vista la spigliatezza con cui si discorre di avanzatissime tecnologie cibernetiche e regole che compongono il mondo immaginario di Shirow (se non ne avete dimestichezza o non avete letto il manga, auguri), aggiungendovi spesso riflessioni filosofiche. Oshii sfrutta - ormai è un'abitudine - un soggetto altrui per parlare, con un ricco riferimento di citazioni e pensieri che vanno a Confucio, Milton, Cartesio, Max Weber e religioni varie, di quello che gli sta più a cuore, la contrapposizione tra natura e tecnologia, robot e umano, dominio e asservimento. Qual è la differenza tra un essere umano e una bambola dotata di Ghost?

Una visione passiva, dunque, è improponibile: il rischio quasi sicuro è di non capirci nulla, ma sopratutto non di trovare alcun stimolo ad andare avanti, visto che l'interesse dell'opera risiede nell'elaborata soluzione dei misteri della Locus Solus. Chi avrà la necessaria pazienza si troverà rapito dalla potenza espressiva della storia, ma anche dalla cura estetica mostruosa del prodotto, frutto di un budget impensabile di un miliardo di yen dato dalla co-produzione tra Production I.G e addirittura Studio Ghibli. In Innocence l'animazione giapponese ribadisce ancora una volta le sue capacità, con un confezione a dir poco monumentale. Scenografie imponenti, date da maestose architetture gotiche, ricchissime di dettagli e immerse in colorazioni caldissime create con una CG maniacale, accompagnano animazioni straordinarie e una mistica, quasi religiosa colonna sonora del solito, grande Kenji Kawai. Uno spettacolo mozzafiato che rapisce gli occhi dello spettatore per non lasciarli mai più, e che dispensa sequenze stupefacenti degne, come quelle del primo Ghost in the Shell, di rimanere per sempre alla memoria, come quella introduttiva che mostra la costruzione di una ginoide o, sopratutto, quei cinque minuti cinque della parata dei carri del carnevale cinese, scena così ipnotica e sfarzosa da essere costata da sola quasi un intero anno di lavoro da parte dei grafici di Production I.G.

 

Preso nel modo sbagliato Innocence è un film lentissimo, difficile da seguire e facilmente soporifero, ma con un po' di buona volontà non è impossibile lasciarsi catturare dall'intrigante trama e riuscire a seguirla. Sicuramente un ritmo così gratuitamente lento può dare adito a più contestazioni, ma il lungometraggio funziona, è coinvolgente, e se anche è troppo lungo è sufficientemente accattivante da meritare la visione. In Italia siamo fortunatamente aiutati da un ottimo adattamento che si sposa, una volta tanto, con un ottimo doppiaggio. Peccato solo per un errore tramandato da quello del primo film, ossia la parola "anima" usata al posto di "Ghost": il concetto è simile ma le due cose non sono uguali e anche su questa differenza si basano i principi del mondo di Ghost in the Shell. Nota: conosciuto in Italia come Ghost in the Shell - L'attacco dei cyborg nella precedente edizione a cura di Passworld.

Voto: 8 su 10

PREQUEL
Ghost in the Shell (1995; film)

mercoledì 17 novembre 2010

Recensione: Ghost in the Shell

GHOST IN THE SHELL
Titolo originale: Kōkaku Kidotai
Regia: Mamoru Oshii
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Masamune Shirow)
Sceneggiatura: Kazunori Ito
Character Design: Hiroyuki Okiura
Mechanical Design: Atsushi Takeuchi, Shoji Kawamori
Musiche: Kenji Kawai
Studio: Production I.G
Formato: film cinematografico (durata 83 min. circa)
Anno di uscita: 1995
Disponibilità: edizione italiana in dvd & blu-ray a cura di Dynit


Nel ventunesimo secolo la tecnologia raggiunge ormai livelli incredibili: comprare corpi meccanici per vivere a lungo è quasi la prassi per ogni essere umano, e con questi innesti chiunque può viaggiare nella grande rete informatica attraverso cyber-cervelli o comunicare telepaticamente attraverso la propria anima (o Ghost.) In questo futuro avanzatissimo assistiamo alle vicende della Sezione 9, corpo di polizia adibito a crimini informatici guidato dalla grintosa Motoko Kusanagi e dal riflessivo commissario Aramaki. Questa volta i nostri devono risolvere l'inquietante mistero dietro la figura del sofisticatissimo hacker soprannominato Marionettista...

Quella di Masamune Shirow è una figura di autore di fumetti tra le più note in ambito internazionale, l'unica moderna che spicca in mezzo ai soliti Nagai, Tezuka, Matsumoto e Ishinomori. Autore il cui contributo al genere cyberpunk è da ritenersi fondamentale, odiato e amato visceralmente in egual misura da chiunque bazzica nel mondo dei manga: apprezzato per la sua fantasia fervidissima e la capacità di ambientare solidi thriller in meticolosi mondi avveniristici, detestato per il suo essere profondamente di nicchia. Leggere Appleseed, Dominion Conflict, Orion etc significa per molti stare più e più volte a fissare i volumi imbambolati, scioccati dalla mole strabordante di note che l'autore inserisce in ogni angolo di pagina per spiegare i meccanismi dei complessissimi, quasi disumani mondi che riesce a inventare. Al punto che, come dimostra la Storia dell'editoria italiana (e non solo), bastano traduzioni approssimative per rendere incomprensibile qualsiasi sua storia. Il manga Ghost in the Shell (o Squadra Mobile Corazzata d'Attacco, primo del titolo internazionale) è perfetto esemplare di questa categoria: disegnato nel 1989, diviene il lavoro più noto dell'eclettico mangaka acquistando una notorietà immensa, in ambito internazionale, all'indomani della trasposizione cinematografica di Mamoru Oshii, distribuita a in ogni angolo del pianeta e applaudita, insieme a quella di Akira, come il futuro della fantascienza da parte di James Cameron, fratelli Wachowski, George Lucas e altre celebrità, nonostante un modesto successo in madrepatria. Risparmiando al lettore qualsiasi considerazione personale sul rendere mainstream una mente visionaria e contorta come quella di Shirow, bisogna ammettere che non si può certo rinfacciare al cult di Oshii di non essere fatto con la completa padronanza dei mezzi.

Ipocritamente amato, in Italia, anche a fronte di un adattamento becero basato sulla traduzione americana (espressioni scurrili per far figo, errori vari,  sopressione di espressioni politicamente scorrette - come il ciclo mestruale - e la rimozione del brano di chiusura originale per far posto a una canzone dei Passengers) che lo rendono ancor più nuboloso di quanto già non sia in origine, il Ghost in the Shell cinematografico è un'opera d'autore essenzialmente inutile ma realizzata con estrema cura, eccellente nel fornire una sintesi del primo manga. Rifacendosi alla vicenda portante del volume originale, il caso del Marionettista, in animazione lo sceneggiatore Kazunori Ito compie un intelligente taglia e cuci intrecciandolo con intermezzi provienenti da altre vicende (con predilizione per le variegate riflessioni cyber-filosofiche shirowiane, quelle sull'universalità della rete che annulla l'individualismo umano, sull'etica di scambiare il proprio corpo con uno tecnologico per allungare la vita, etc), creando una storia corposa che dà l'impressione di comprimere benissimo il fumetto, eliminando tutto il fanservice tecnologico e le meticolose note descrittive per concentrarsi sulla vicenda portante. Il risultato è un film che, nella sua curiosa breve durata, risulta così solido e completo da non sembrare neanche basato su un soggetto esterno. Merito di questo risiede in una sceneggiatura perfetta, e quando a tradurre in immagini un ottimo script è un grande regista, l'opera che ne nasce non può che essere di alto livello.






Per quanto talvolta criticata, la regia lenta, ponderata e fossilizzata sui primi piani di Oshii funziona perfettamente, donando ulteriore carisma ai numerosi dialoghi di questo inquietante thriller. Ma, sopratutto, Ghost in the Shell fa Storia per la sua confezione, data da straordinarie fusioni tra disegni a mano e CG e avanzate animazioni di grandissima fluidità. Uno splendore tecnico che, intrecciato, quasi tutt'uno con il potente score musicale di Kenji Kawai, compendio di sonorità tribali e new age, genera uno straordinario impatto sensoriale che contribuisce più e più volte a stordire volutamente lo spettatore, immergendolo nell'oscura, quasi claustrofobica civilità high-tech centro del racconto e alimentando il suo senso di straniamento.

Il film di Ghost in the Shell ha il grande demerito di rendere mass oriented un'opera che, per rispetto al media d'appartenenza, avrebbe fatto meglio a rimanere elitaria (apprezzabile solo da chi è capace di dedicare più ore di lettura a un volume monolitico che nella sua sofisticata complessità trova la vera ragione d'essere). A prescindere da questo, però, non si può davvero parlarne male: commerciale, ma di una durata perfetta e realizzato benissimo, capace di lasciare il segno con 3/4 sequenze entrate nella Storia dell'animazione (le scene d'apertura, quelle finali, e nel mezzo lo scontro di Motoko con gli ufficiali dotati di mimetica ottica e il gigantesco Fuchikoma) nonostante un ritmo compiaciutamente lento, così voluto per favorire lo snocciolamento degli indizi che portano allo sviluppo dell'indagine e per favorire le riflessioni dell'eroina sul mondo che le sta attorno. Questo è l'unico punto su cui Oshii trova modo di esprimere la sua poetica personale, sfruttando il mondo ideato da Shirow per parlare, tirando le fila al discorso iniziato su Beautiful Dreamer, della percezione estremamente rarefatta e personale del tempo, che a seconda dei punti di vista - in questo caso umani o cyborg -, è percepito e vissuto con un'intensità diversa. Anche se mi è impossibile non indirizzare il lettore al recupero del manga di riferimento, dove si esprime per davvero l'opera Ghost in the Shell di Masamune Shirow (un volumone da 350 pagine edito in Italia da Star Comics), mi è altrettanto impossibile sconsigliare questo film. Un gran lungometraggio senz'altro, anche se certo non tra i più rappresentativi di quelli del regista (a questo riguardo è molto più personale e oshiiano il seguito Innocences). Futile come qualsiasi sintesi di un'opera importante, ma realizzato con autorialità e confezione indimenticabili.


Inevitabile aprire un discorso sulle varie versioni ed edizioni del film. L'opera originale del 1995, martoriata in Italia, come già detto, da un adattamento approssimativo, nel 2005 conosce un'edizione home video in dvd a cura di Panini Video, che perlomeno permette di usufruire l'opera così com'è stata originariamente concepita per mezzo di sottotitoli fedeli. Tre anni dopo in Giappone esce al cinema il cosidetto Ghost in the Shell 2.0, che altri non è che lo stesso film ripresentato con un un grande restyling grafico e tonnellate di CG che lo imbruttiscono senza ragione. Recentemente Dynit ha acquistato i diritti sia della versione del 95 che del 2008, ridoppiandole interamente in modo finalmente fedele. Purtroppo, se la versione 2.0 è facilmente reperibile in dvd e blu-ray singoli, quella del 95 qui recensita è rimediabile unicamente come extra nella cosidetta Absolute Edition blu-ray, comprensiva anche del 2.0 e di un altro disco ancora di extra. Decisamente un passo falso commesso dalla casa distributrice emiliana.

Voto: 8 su 10

SEQUEL
Ghost in the Shell 2: Innocence (2004; film)

DISCLAIMER

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, viene aggiornato senza alcuna periodicità e pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 7 marzo 2001 n. 62. Molte delle immagini presenti sono reperite da internet, ma tutti i relativi diritti rimangono dei rispettivi autori. Se l’uso di queste immagini avesse involontariamente violato le norme in materia di diritto d’autore, avvisateci e noi le disintegreremo all’istante.