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lunedì 6 giugno 2016

Recensione: Sword of the Stranger

SWORD OF THE STRANGER
Titolo originale: Stranger - Mukoh Hadan
Regia: Masahiro Ando
Soggetto & sceneggiatura: Fumihiko Takayama
Character Design: Tsunenori Saito
Musiche: Naoki Sato
Studio: BONES
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 102 min. circa)
Anno di uscita: 2007
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Dynit


Nel Giappone feudale dell'epoca Sengoku si muove di villaggio in villaggio un ronin vagabondo senza nome, imbattibile spadaccino, disgustato dalla guerra che gli ha fatto fare cose orribili. Stringerà amicizia con un piccolo orfanello, Kotaro, ignorando però che il ragazzino è ricercato da alcuni guerrieri Ming di una delegazione cinese attualmente ospitata da un daimyo della zona, che intendono sacrificarlo al loro imperatore in un sanguinoso rituale occulto. Il samurai tornerà a brandire la spada per salvarlo, partecipando in qualità di terza forza autonoma nel piccolo conflitto locale che scoppierà tra i cinesi e le truppe di un ambizioso samurai che vuole usurpare il posto del suo signore.

Sword of the Stranger non è nulla che non si sia già visto nel genere, un film di cappa e spada di antica tradizione come ne esistono a migliaia in Giappone e assimilabile, come spunto di partenza (spadaccino invincibile che conduce una vita pellegrina per fuggire ai rimorsi delle azioni compiute in battaglia), al manga Kenshin samurai vagabondo (1994) che è tra i più conosciuti esponenti dell'ultimo decennio e mezzo, apprezzato anche in Italia. Non è quindi certo nell'originalità che il film BONES del 2007, il suo primo lavoro dal soggetto originale, trova la sua dimensione migliore, ingabbiato in un canovaccio prevedibile che richiama, come lo hanno presentato regista e sceneggiatore1, un genuino B-movie, a metà strada tra il cinema di Akira Kurosawa e uno spaghetti western, senza alcuna pretesa se non divertire e far passare piacevolmente il tempo. Missione ben compiuta direi: quello che soffre in narrativa lo recupera in splendida, splendida esecuzione delle scene d'azione, pronte a esplodere in un tripudio di epicità e musiche eccezionali. Due ore, insomma, che offrono in abbondanza quello che si cerca: avventura e tanti, tanti spettacolari combattimenti all'arma bianca. Chi se ne importa del resto!

Si stenda un velo pietoso sulla trama, inesistente se non un puro pretesto per giustificare i duelli, e sui due protagonisti principali, ridotti al rango di macchiette da caratterizzazioni stereotipatissime che non dicono niente e i cui drammi sono assimilati già in partenza (l'eroe forte, letale e silenzioso pieno di fantasmi interiori, l'antipatico ragazzino petulante che ha avuto ovviamente una vita di emme): enorme carisma lo trovano invece i numerosissimi antagonisti, addirittura due fazioni ciascuna guidata da almeno 2/3 guerrieri minacciosi pronti a darsi battaglia. Carisma che, bene puntualizzarlo, è puramente scenico, risaltando non da chissà quale mirabile introspezione psicologica, quanto da un azzeccatissimo chara design che trasmette, con abbigliamenti, armi e look (e dialoghi brevissimi e mirati, che comunicano senza nessuno spiegazionismo eccessivo gli scopi, le ambizioni e le relazioni interpersonali), un senso di coolness perfetto per le mire action della storia, degne di un battle shounen di alto livello. Tutti questi bad asses si scontreranno quindi in un gustoso tutti contro tutti nella battaglia che chiude il film.

È in questo contesto, quindi, che Sword of the Stranger trova la sua ragione d'essere: se la parte interlocutoria scorre senza particolari sussulti, segnalandosi esteticamente per l'alto livello dei fondali ma rappresentando una classica storiellina di un'amicizia divisa dai samurai cattivi (o sarebbe meglio dire di un qualcosa di più vicino al legame omosessuale, come confermato dallo staff2 e che riguarda più esplicitamente anche altri elementi del cast), gli scontri, per la maestosità delle coreografie e delle animazioni, strabiliano. BONES ha tecnicamente fatto un lavoro coi fiocchi: con un gusto estetico quasi espressionista ha reso i duelli dei quadri, delle maestose danze di morte. Movenze e animazioni così fluide e realistiche da sembrare frutto di motion capture; elementi atmosferici e paesaggistici poeticamente influenzati dai movimenti e dal cozzare delle lame; corpi deformati da sollecitazioni fisiche e, in ultima istanza, una folle carica sanguinaria data da arti smembrati, teste mozzate e geyser di sangue che spruzzano come idranti: lascio immaginare lo stordimento e lo spettacolo dato da tutto questo insieme di cose raccontato in sequenze e inquadrature ipercinetiche che fanno sembrare il tutto una convulsa, epicissima opera d'arte astratta che tiene gli occhi dello spettatore incollati allo schermo per non lasciarli più. Memorabili a questo scopo anche le introduzioni dei vari duellanti, la loro presentazione o le prime schermaglie che sappiamo non porteranno a niente, pronte  a preparare il terreno per quando l'emoglobina comincerà finalmente e catarticamente a scorrere. Avvincente poi la potente colonna sonora di Naoki Sato, data da martellanti esplosioni sinfoniche che mischiano le consuete sonorità da tipico film feudale nipponico con influenze moderne. L'ultima mezz'ora di film, in cui tutti i contendenti si massacrano a vicenda secondo la precisa modalità del morire di morte violenta dopo aver fatto precedentemente i divi macellando soldati-carne da macello in modi fantasiosi, si potrebbe insomma accostare a una moderna Iliade dagli occhi a mandorla, di cui si respirano per davvero le atmosfere.


Un tocco di genio il parlato cinese usato per i guerrieri Ming, artifizio che dà un tocco esotico al tutto contribuendo all'aura di mistero sulle loro formidabili capacità, e ottima la ricostruzione storica in costumi e interni. Eccellente il chara design di Tsunenori Saito, il classico tratto "alla BONES" semplice, gommoso e accattivante perfetto per definire e dare espressività ai personaggi (particolarmente ispirato nel dare forma al rivale principale del protagonista, il biondo Ming Luo-Lang), mentre deludente la resa dei paesaggi e soprattutto della gigantesca impalcatura costruita dai Ming per sacrificare Kotaro, realizzata con una goffa e spartana computer grafica.

Sword of the Stranger, a dispetto della magnificenza delle scene d'azione, purtroppo non troverà neanche un successo di nicchia, passando a tutt'oggi più o meno inosservato (nonostante, nell'anno di uscita,  sarà apprezzato in vari festival cinematografici come quello di Annecy, di Porto Alegre e di Bologna3), e questo è sinceramente un peccato. Si poteva scrivere qualcosa di meno banale e scontato e, sicuramente, la patina splatter e certi momenti "impegnati" e riflessioni sulla violenza sembrano messi lì tanto per dare un'impronta matura a una storia altrimenti sempliciotta e rivolta ai giovani, ma meglio realizzare benissimo una storia collaudata e senza ambizioni esagerate che ambire eccessivamente in alto col rischio di rovinare tutto. A mio modo di vedere, per le sue pretese e per quello che voleva essere e dire, il lavoro di Masahiro Ando è sorprendente e a tratti memorabile e per questo avrebbe meritato il rango di cult movie in ambito storico/avventuroso. Peccato per l'incolore doppiaggio realizzato in Italia da Dynit, motivo che mi porta a consigliare la visione del film in lingua originale con sottotitoli.

Voto: 7,5 su 10


FONTI
1 Guido  Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 477
2 Booklet allegato all'edizione italiana in DVD/BD del film ("Il regista Masahiro Ando e lo sceneggiatore Fumihiko Takayama ci raccontano come hanno creato il film", Dynit, 2010, pag. 25-26)
3 Vedere punto 1

lunedì 19 dicembre 2011

Recensione: Blood-C

BLOOD-C
Titolo originale: Blood-C
Regia: Tsutomu Mizushima
Soggetto: CLAMPSceneggiatura: CLAMP (Nanase Ohkawa), Junichi Fujisaku
Character Design: CLAMP (originale), Kazuchika Kise
Musiche: Naoki Sato
Studio: Production I.G
Formato: serie televisiva di 12 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2011


Saya è una tranquilla studentessa, abita in un tempio con suo padre e si gode spensierata la vita con i suoi amici, tra scherzi, risate e compiti in classe. Di notte, però, Saya deve combattere i furukimono, potenti creature mostruose alle quali sembra essere in qualche modo legata. Di scontro in scontro si renderà conto che nel suo passato è nascosta la chiave per debellare la minaccia di questi mostri...

Non credo che Blood sia mai stata la saga che Production I.G. aveva in mente, un prodotto forte e genuino da poterlo reinventare a piacimento, ogni manciata d’anni, per rinfrescare il franchise in vista di un universale ritorno economico (alla stregua di un Ghost in the Shell). Al di là dell’enorme successo di pubblico non si sentiva certo il bisogno di una seconda incarnazione del violentissimo film del 2000 scritto da Kenji Kamiyama: troppo schematico l’intreccio di base, esageratamente monodirezionale e limitato, che già in Blood+ (2005), nonostante le ottime intuizioni e la complessiva discreta fattura, era presto sfuggito di mano a Junichi Fujisaku, che ora ritroviamo a scrivere questo tremendo Blood-C in collaborazione con le CLAMP.

Ed è proprio la sceneggiatura la lacuna più evidente della serie: a nulla serve la dinamica e tentacolare regia di Tsutomu Mizushima, sempre più invischiato in prodotti di bassa o pessima qualità, né l’ovvia superproduzione Production I.G, perché l’agghiacciante trama costruita è quanto di peggio si possa vedere in animazione. Difficile infatti trovare interesse alcuno nei primi episodi, non solo soporiferi nella gestione dei personaggi e minimi, se non nulli, nell’avanzamento di trama, ma più di ogni altra cosa ignobilmente costruiti, vergognosamente strutturati senza lo straccio di un’idea che sia una. Saya fa colazione, Saya saltella, Saya inciampa, Saya canta, Saya va a scuola, Saya dice cose insulse con gli amici, Saya accarezza un cane, e per finire Saya ammazza un mostro vampiro mutilandolo brutalmente e spargendo litri e litri di sangue. WTF? Trascurando il classico tratto delle CLAMP, fedelmente rispettato nelle fastidiose altezze spropositate e nell'effeminatezza di tutti personaggi, Saya è tra i peggiori parti del team di mangaka in gonnella, una ragazzina stupida e inverosimilmente ingenua di giorno, ma spietata, furbissima sterminatrice di creature, abile spadaccina e praticamente imbattibile di notte. Viene quindi a mancare anche il minimo senso di trasporto verso un personaggio improbabile, troppo esagerato nei suoi contrasti e soprattutto decisamente insopportabile nella sua incarnazione diurna, schematizzata in una deficienza fuori dal comune che punta su una comicità tipicamente nipponica che dubito possa far ridere anche un pubblico più giovane, target tra l’altro a cui il prodotto, nella sua estrema violenza, non è ovviamente indirizzato.


Infatti il sangue scorre piacevolmente copioso, e sarebbe ingiusto non soffermarsi sul piacere estetico sfornato dai combattimenti tra Saya e i vari mostri incontrati, che, tra le altre cose, nulla hanno a che vedere con i chirotteri e in generale i vampiri di Blood e Blood+: la cura per le animazioni, il ricco e fantasioso bestiario e la freschezza della regia garantiscono scazzottate gustose con bestie artigliate e creature tentacolari, ma a ricordarci che siamo alle prese con un anime di merda sono le facili vittorie di una Saya in berserk e la risibilità dei suoi avversari. È irrilevante che la serie sviluppi una trama dopo i primi sei episodi (banalmente articolata e con personaggi noiosi e privi di caratterizzazione), perché è ridicola e offensiva una così enorme richiesta di pazienza per mandare giù le prime inutili puntate, ed è difficile credere che Production I.G abbia dato il beneplacito a un’opera tanto imbarazzante, che poggia sul vuoto di un mera bellezza grafica. Il finale è chiaramente aperto per poter concludere la vicenda con il lungometraggio cinematografico previsto per giugno 2012, ne siamo tutti felici e non vediamo l’ora che esca.

Voto: 3,5 su 10

SEQUEL
Blood-C: The Last Dark (2012; film)

giovedì 8 dicembre 2011

Recensione: Heroic Age

HEROIC AGE
Titolo originale: Heroic Age
Regia: Toshimasa Suzuki
Soggetto & sceneggiatura: Tow Ubukata
Character Design: Hisashi Hirai
Mechanical Design: Ken Ootsuka, Naohiro Washio, Yoshiki Kuga
Musiche: Naoki Sato
Studio: XEBEC
Formato: serie tv di 26 episodi (durata ep.24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2007


In un lontano futuro, quattro specie si contendono il dominio dell’universo e delle scienze in esso contenute: l’imbattibile Tribù d’Argento, i servitori insettoidi della Tribù di Bronzo, i mostruosi appartenenti alla Tribù degli Eroi e infine i terrestri, la cosiddetta Tribù di Ferro, che sembra ormai sull’orlo della sconfitta totale. Tutto è destinato a cambiare quando, quasi per caso, i terrestri incontrano uno dei cinque Nodos, Age, un ragazzo in grado di trasformarsi in un’entità potentissima e praticamente immortale. Solo grazie al suo aiuto potranno ribellarsi alla Tribù d’Argento e inseguire le conoscenze lasciate in eredità da un’antica razza, ormai da lungo tempo lontana dall’universo conosciuto: la Tribù Dorata.

Non sembrano andare molto d’accordo space opera e animazione: se da un lato troviamo la colossale Legend of the Galactic Heroes (1988) e i suoi 110 episodi, capolavoro indiscusso della sci-fi animata e non solo, dall’altra ci si scontra con prodotti dalle ambizioni eccessive e poco fruibili (Crest of the Stars del 1999 e seguiti vari). Heroic Age (2007) avrebbe non poche potenzialità per potersi ritagliare un angolo di universo tutto suo, ma se a una prima impressione gli scontri tra numerose razze aliene sembrano promettere notevoli spunti e riflessioni fantascientifiche, in realtà la serie di Takashi Noto, al suo esordio registico, e dello scrittore/sceneggiatore Tow Ubukata (mente dietro al bellissimo Le Chevalier d’Eon, 2006) nasconde un’anima traditrice che di fantascienza ha ignobilmente ben poco.

La suggestiva strutturazione dell’universo conosciuto è sufficientemente profonda da catturare inizialmente la curiosità senza spaventare, ed è gustosamente distribuita, nella prima decina di episodi, con una lunga serie di trovate che garantiscono un’originale punto di vista a Heroic Age: le razze dominanti sono create con il giusto bilanciamento tra complessità e impatto, ne nasce quindi una differenziazione facilmente identificabile, tanto nell’aspetto fisico e meccanico quanto nei ruoli impersonati, ma non per questo la natura degli scontri interstellari appare superficiale o rapidamente curata. Le politiche delle razze (due simil-terrestri e una di giganteschi insetti che possono vivere nello spazio) sono guidate da un sistema di obblighi che vincolano i vari esponenti a determinate azioni e compiti, tutte generalmente diverse pur rifacendosi a comandi basilari (non disobbedire, proteggere, ecc). Questo permette pertanto un’infinita serie di possibilità nella costruzione psicologica dei vari protagonisti (chi deve salvare qualcuno che non deve uccidere qualcun altro che deve difendere quest’altro, e via così…), peccato Ubukata non abbia insistito su questa peculiarità, continuando poi sulla strada delle battaglie spaziali, visivamente impressionanti per gran gusto nel design delle astronavi (dalle classiche navi a elaborate strutture verticali e diagonali), un perfetto uso di CG e una regia dinamica e spettacolare.


Quando gli imbattibili Nodos cominciano ad acquisire importanza nella storia, Heroic Age letteralmente si trasforma, abbandonando certe prelibatezze fantascientifiche in favore di noiosissime e infinite scazzottare tra bestioni che addirittura non possono morire da quanto sono potenti. Si assiste pertanto a un sequenza mortificante di pugni, calci e onde energetiche che non infliggono pressoché alcun danno all’avversario, e ahimè non si va molto distante dagli scontri tra Goku, Vegeta, Majin Bu e compari volanti in Dragon Ball Z, il tutto ovviamente senza che venga sparsa anche solo una gocciolina di sangue. Si spera fino alla fine che la serie possa ristabilirsi su più appropriate coordinate sci-fi, e invece la storia rallenta progressivamente alternando lunghi spiegoni pseduo-filosofici di tremenda banalità, ingenui e irritanti momenti umoristiche, e sessioni estenuanti di mazzate spaziali che annichiliscono la pazienza di chi guarda.

Psicologicamente poverissimo, con caratterizzazioni bidimensionali (da Age a Deianeira, passando per gli altri quattro Nodos e gli inutili fratelli della principessa) guastate peraltro dal chara design di un Hirai di certo non in forma (basti pensare alla ridicola divisa militare di Nilval e alle sue tette mastodontiche, particolarmente fuori luogo), Heroic Age vantava un’affascinante intuizione visiva nella gestione dei conflitti spaziali (superba, pura gioia per gli occhi la battaglia che porta alla distruzione di Giove), ma il tutto viene risolto con soporiferi calci volanti e monotone gomitate sul muso per opera di mostrazzi enormi che, quantomeno, mostrano un design gigeriano di notevole ispirazione.


Splendido tuttavia l’accompagnamento sonoro, in particolare il tema portante che, nella sua semplicità sinfonica, si ricorda per intensità drammatica, ma a nulla serve se la storia perde ogni mordente e viene sacrificata sull’altare da un’idea, assai poco condivisibile, di spettacolarità. Se si tratti di scelta commerciale per rilanciare l’opera, twist concettuale per stupire lo spettatore o semplice malattia mentale non ci è dato saperlo, resta il dispiacere per una serie dal potenziale smisurato ma sprecato in ogni sua briciola.

Voto: 5 su 10

lunedì 12 aprile 2010

Recensione: Eureka Seven - The Movie

EUREKA SEVEN: THE MOVIE
Titolo originale: Kōkyō Shihen Eureka Seven: Pocket ga Niji de Ippai
Regia: Tomoki Kyoda
Soggetto: BONES
Sceneggiatura: Kenichi Yoshida
Character Design: Kenichi Yoshida
Mechanical Design: Shoji Kawamori, Hiroyuki Yanagise
Musiche: Naoki Sato
Studio: BONES
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 115 min. circa)
Anno di uscita: 2009
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Kaze 

 

Anno 2054: l'umanità è sconvolta da una terribile guerra con gli Image, misteriosi e aggressivi alieni apparsi dal nulla anni prima e che stanno lentamente estinguendo la razza umana. Renton Thurston, di soli 14 anni ma con un talento incredibile come pilota (a bordo del suo Nirvash, potente robot da guerra), si unisce quindi alla 303ª Divisione Indipendente di Combattimento militare guidata da Holland Novak. Renton cerca da anni di ritrovare Eureka, sua amica d'infanzia rapita dagli alieni, e durante una missione riesce finalmente a salvarla. Scoprirà non solo che lei è vista dall'esercito come la chiave per cambiare le sorti della guerra, ma anche che Holland e il resto della crew della Gekko Go, nave di guerra in cui lavora, sono custodi di un terribile segreto che riguarda sia lei che lui...

Il parere del Mistè

In moltissimi, all'annuncio del film di Eureka Seven (2005), nel 2008 si saranno domandati sconsolati il senso del consueto riassuntone cinematografico. Dubbi presto dissipati da successivi annunci di BONES, che senza girarci attorno lo presentarono come una nuova incarnazione della storia, composta per metà di scene riciclate e per l'altra animata da zero. Una trovata originale che, in anni di Special Edition inutili, suonava a ragione come una ventata d'aria fresca che faceva onore allo studio. Ma il destino sarà beffardo: se l'originale televisivo, narrativamente forse fin troppo derivativo, se la cavava discretamente bene, il lungometraggio, basato su un soggetto interessante e mai visto, alla sua uscita deluderà non solo i fan, ma anche gli spettatori occasionali a cui è dedicato. La trama sopra riportata anticipa giusta la mole smisurata di avvenimenti in un film complesso e pesante da seguire dal primo all'ultimo fotogramma, una storia gigantesca raccontata in velocità e con verbosismo in lunghissime, letargiche sequenze dialogiche. Non vi è traccia delle atmosfere fresche e spensierate della serie tv, Tasca piena di arcobaleni (titolo originale del banale The Movie italiano) ne è la perfetta antitesi, noioso, meccanico e per nulla stimolanti.

Esemplari i primi minuti, in cui si viene buttati di peso in un intreccio già corposissimo di terminologie tecniche e militari dove manca un protagonista di riferimento in cui immedesimarsi. Il giovane Renton dovrebbe ricoprire quel ruolo ma, come il resto del cast, è solo un banale attore che fa freddamente quello che deve, senza che ci sia il minimo tentativo di instaurare empatia. Difettando di un'adeguata presentazione già in partenza il lungometraggio non decolla e non ingrana mai, riconducendosi a un monologo di due ore, diretto con distacco, dove numerosi personaggi non fanno altro che parlare, discutere e fare quello che devono infischiandosene che chi guarda è spaesato e/o in letargo. Probabilmente lo sceneggiatore Kenichi Yoshida -  proveniente dalla serie tv - pensa che le caratterizzazioni sono già conosciute ed è inutile riproporle, ma questo è paradossale visto non solo che il film nasce per ispirare lo spettatore a guardare l'originale, ma sopratutto perché saranno proprio i fan a storcere maggiormente il naso.


Alcuni di essi potrebbero apprezzare l'idea di un un Eureka Seven "stravolto" dove cambiano i ruoli di buona parte dei personaggi: l'idea di una dimensione alternativa creata da uno degli Scub Coral della serie TV è intrigante nelle premesse (tanto che viene utilizzata anche nel successivo seguito, Eureka Seven - Astral Ocean, 2012), e permette di dissacrare in modo innocuo le fondamenta della storia, trasformando in villain quelli che prima erano eroi e fornendo una versione alternativa del Nirvash (qui un esserino kawaii che si trasforma nel mecha). È purtroppo nella cura di contorno che fallisce il tentativo BONES di ristupire i fan. Si può sapere perché la meravigliosa colonna sonora di Naoki Sato è usata poco e male? E perché la realizzazione tecnica è così deludente, con animazioni identiche alla serie TV (invero ottime, ma da un filmone ci si aspetta molto di più)? Il film di Eureka Seven di potenzialità ne aveva molte e va dato atto a BONES di essersi sforzato di presentare qualcosa di nuovo, ma una sceneggiatura mal sviluppata rovina un soggetto potenzialmente ottimo ma fin troppo carismatico, del tipo che non sfigurerebbe neanche in una lunga serie televisiva. Solo gli appassionati più sfegatati apprezzeranno un film martoriato da un didascalismo eccessivo.

Voto: 5 su 10

Il parere del Corà

Prodotto insolito e curioso, il film ispirato alla serie tv Eureka Seven non è né un riassunto della lunga saga episodica né un remake più o meno fedele, ma bensì una storia completamente inedita, che non ha nulla a che vedere con l’opera originale se non per il chara design e i nomi dei protagonisti.

Pellicola lunga (quasi due ore) e ambiziosamente complessa, Eureka Seven: The Movie mette a dura prova la tenacia mentale di qualsiasi spettatore data una quantità sproporzionata di personaggi, eventi, flashback, doppi giochi e colpi di scena variopinti che formano un’architettura spaventosamente intricata, nella quale è facile smarrirsi e boccheggiare. Un simile calderone di idee avrebbe potuto tranquillamente sorreggere una serie tv di 13 o anche 26 episodi, ed è facile quindi immaginare quanto la compressione a volte rischi di far esplodere l’intera opera. Tuttavia, tentare di appigliarsi all’intuito e seguire un plot così arzigolato è soddisfazione appagante quando i primi nodi cominciano a venire al pettine, preparando a una mezz’ora finale di grande stravaganza visiva e narrativa. La complessità spaesante non deve infatti spaventare perché piace, e molto, la genuitità degli spunti di cui il lungometraggio è colmo, sintomo di un lavoro creativo accurato che richiede sì massima attenzione per essere svelato, ma da cui deriva estrema gratificazione man mano che il film volge al termine. Le sequenze dialogiche, di cui il film è zeppo, sono infatti lunghe e ispirate, forse troppo didascaliche ma comunque sempre interessanti, perché mai si avverte la sensazione di artificiosità o di spiegone narrativo stopposo e necessario a far proseguire la trama. E si può così notare che, nella sua devastante molteplicità di trame, il lungometraggio è innegabilmente ben costruito.


Trattandosi di un film cinematografico la qualità delle animazioni, ancorate a requisiti monetari tipici delle serie TV, non è così soddisfacente come ci si potrebbe aspettare, come non lo sono i parziali riciclaggi di scene originali (poche, e comunque riadattate alla nuova storia). Malgrado ciò, il lungometraggio presenta momenti di straordinaria magnificienza visiva, sui quali lo staff deve aver puntato ogni yen: i combattimenti tra Nirvash sono infatti di una bellezza grafica e soprattutto registica da rimanere a bocca spalancata per le incredibili acrobazie aeree e i virtuosismi di camera. Leggermente meno bene sul versante musicale, dove le splendide musiche originali vengono utilizzate solo in parte lasciando una certa amarezza per la solenne epicità sinfonica di cui, a tratti, si sente la mancanza.

Difficile ma appagante, non imprescindibile ma efficacemente piacevole, il film di Eureka Seven richiede non pochi sforzi cerebrali per essere compreso in ogni sua parentesi, ma, per quanto sicuramente inferiore alla serie da cui deriva, sarebbe un delitto sottrarsi alla visione e privarsi di due ore di sofisticate ma attraenti elucubrazioni mentali.

Voto: 8 su 10

PREQUEL
Eureka Seven (2005-2006; TV)

SEQUEL
Eureka Seven: Astral Ocean (2012; TV)
Eureka Seven AO : The Flowers of Jungfrau (2012; OVA)

giovedì 8 aprile 2010

Recensione: Eureka Seven

EUREKA SEVEN
Titolo originale: Kōkyōshihen Eureka Seven
Regia: Tomoki Kyoda
Soggetto: BONES, Dai Sato
Sceneggiatura: Dai Sato
Character Design: Kenichi Yoshida
Mechanical Design: Shoji Kawamori
Musiche: Naoki Sato
Studio: BONES
Formato: serie televisiva di 50 episodi (durata ep. 22 min. circa)
Anni di trasmissione: 2005 - 2006
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Dynit


Renton Thurston è uno spavaldo ragazzino che sogna di diventare campione dello sport più in voga del pianeta, il reffing, spettacolare, pericoloso surf aereo. Il suo idolo è il campione Holland Novak che, assieme ad alcuni compagni, è anche il leader di un movimento anti-governativo in guerra per rovesciare la monarchia tirannica che opprime il pianeta. A causa di una serie di coincidenze Renton si ritroverà proprio nella ciurma dell'aereonave guidata da Holland, la Gekko Go, e con lui c’è Eureka, una misteriosa ragazza che sa comunicare con Nirvash, un LFO, una creatura umanoide partorita dal pianeta stesso e usata come mecha da combattimento. Mentre Renton si innamora della fragile Eureka, l’impero sembra iniziare ad architettare qualcosa di terribile per garantirsi la vittoria...


Il parere del Mistè

Come in molti altri ambiti, anche in quello dell'animazione appaiono ogni tanto opere il cui successone è già scritto in virtù di uno staff stratosferico. Il mecha designer Shoji Kawamori, coadiuvato da veterani come Yutaka Izubuchi e Kazutaka Miyatake, chara designer e animatori di Overman King Gainer (2002) e un gran numero di sceneggiatori provenienti dalle più celebri serie Sunrise e Production I.G (Shotaro Suga, Chiaki J. Konaka, Hiroshi Ohnogi) a supporto di quello principale, Dai Sato, creatore della storia, nel 2005 sono tutti riuniti in una lunga, costosa serie televisiva di 50 episodi a tentare di bissare il successo di quell'ottimo RahXephon (id.) che ha fatto la fortuna del neonato studio BONES. Tanto fumo ma poco arrosto? Spesso succede, non è questo il caso. Non è però, a dispetto di un successo impressionante (pubblico e sopratutto critica, con un'icetta di premi vinti come miglior serie televisiva), un arrosto particolarmente succulento a mio modo di vedere.

Forte del suo enorme budget, sulle prime Eureka Seven ammalia. Non un stonatura, con il suo design tondeggiante, solare e colorato che dipinge splendidi ambienti e personaggi; la soundtrack orchestrale di alto livello capace di spaziare in mille sfumature melodiche (il primo capolavoro del compositore Naoki Sato), opening/ending che tra rap, dance e punk celebra la sottocultura musicale giovanile, una briosa regia che nelle scene di battaglia aeree è spettacolare da cardiopalma (Tomoki Kyoda, alla sua prima esperienza televisiva dopo lo special televisivo del 2003 Rahxephon The Motion Picture: Pluralitas Concentio)... Trovare difetti nelle animazioni, nell'estetica o nella perizia tecnica con cui Eureka Seven è girato è impossibile perché, banalmente, non se ne può parlarne male. La storia poi, al di là dell'apparente ridicolaggine di guerre combattute tra mecha "surfisti" che si sparano in acrobazie aeree, inizialmente cattura subito l'attenzione grazie alla progressione lenta e lineare di una trama interessata molto a caratterizzare i simpatici componenti del cast, in questo caso la crew della Gekko Go, in quindici puntate autoconclusive di eccellente qualità. La quotidianità delle situazioni è coinvolgente al punto che presto l'equipaggio della nave viene inquadrato, da Renton come dallo spettatore, come una vera e propria famiglia e le loro simpatiche, a tratti esilaranti avventure quotidiane potrebbero pure far pensare al prodotto come di genere slice of life. Abbandonate le presentazioni inizia la storia portante, delle battaglie tra la Gekko Go e l'esercito e il mistero dei poteri di Eureka, e anche qui tutto sembra andare bene vista l'estrema qualità narrativa. Si sentono estremamente vicini e tridimensionali i personaggi (in questo senso l'unico difetto di RahXephon, la difficoltà a far affezionare lo spettatore agli eroi, sembra limato), la storia è appassionante e le prospettive per il capolavoro aumentano... fino a metà serie, fino a quella che poi diventa involuzione narrativa di una certa amarezza.

Più o meno dopo la chisura dell'arco narrativo si accumulano problemi su problemi, a significare la difficoltà incontrate dai sceneggiatori di gestire i mille misteri della storia. Per colpa di mille dialoghi inutili, puntate riempitive che non servono a nulla e molti episodi mal scritti, la trama di Eureka Seven prosegue diluita col contagocce, indebolendo quelle eccezionali fondamenta con tanta cura prima edificate. Il cattivo principale, carismatico sulla carta, si rivela una macchietta; numerosi e affascinati spunti narrativi sono liquidati con approssimazione e soluzioni narrative/registiche opinabili; personaggi potenzialmente molto interessanti (come il governativo Dominic) vengono mal sfruttati o lasciati in disparte rendendo vano l'eccellente lavoro di caratterizzazione precedente, e addirittura le strepitose musiche, altro grande punto di forza della serie, iniziano a essere male utilizzate. Cos'è successo? Come se non bastasse, mano a mano che si snocciola l'ossatura dell'intreccio, iniziano a risaltare un pò troppo le idee riciclate da opere del passato: in Eureka Seven si rinviene il concept di After War Gundam X (1996), personaggi rubati da Mobile Suit Gundam (1979) e King Gainer (Anemone è la copia sputata di Cynthia Lane, anche nell'aspetto fisico), e sopratutto l'intero soggetto si rivela, anche a mio parere, un remake commerciale dell'autorale Brain Powerd (1998). Pure RahXephon è sentitamente tominiano, ma pur con le sue influenze da Reideen il coraggioso (1975) e lo spunto iniziale di Neon Genesis Evangelion (1995) la sua trama è originale: in Eureka Seven si riciclano i soliti temi del regista (amore che non conosce i confini tra razze e religione, solo la comprensione può portare alla vera pace, racconto di formazione di un ragazzo immaturo che diventa uomo e impara a prendersi le responsabilità etc) integrandoli in una storia di molto simile a quella dell'elitaria televisiva del 1998. Cambiano i personaggi ma la solfa è quella, non particolarmente originale, e la conclusione, di un buonismo eccessivo e quasi fastidioso, ricorda nei fatti quella dello stesso RahXephon.


Un aspetto tenico strabiliante e una meravigliosa costruzione della suspance e dei personaggi scemano così, in modo non gravissimo ma sentito, in soli 25 episodi: è incredibile come Eureka Seven dopo una partenza finisca così ridimensionato per colpa di uno script discontinuo, sopratutto perchè non sono molte le serie che per metà mirano all'eccellenza e per l'altra commettono un simile seppuku qualitativo (sopratutto tenendo conto delle celebrità dietro la sua realizzazione), eppure la serie esiste e il risultato è, come monito, sotto gli occhi di tutti. Mega-milionario giocattolo dalle molte potenzialità inespresse e mai come in questo senso capolavoro mancato, il cult di Dai Sato sarà probabilmente apprezzato da chi è facilmente suscettibile di coinvolgimento emotivo vivendo di ricordi del simpaticissimo cast, inizialmente sfruttato benissimo, o pensand alla memorabile colonna sonora o alle animazioni mozzafiato. Per gli altri, temo una minoranza, sarà da ascrivere nella triste categoria delle grandi occasioni mancate venendo ricordato per il suo unico, vero aspetto memorabile, gli splendidi protagonisti Renton e Holland.

Voto: 7 su 10

Il parere del Corà

Eureka Seven è meraviglia. Meraviglia grafica, narrativa e soprattutto affettiva. Abbiamo infatti a che fare con un’opera che punta molto, moltissimo sulla caratterizzazione dei personaggi, costruendo personalità forti, carismatiche e semplicemente irresistibili, ai quali ci si affeziona subito, in modo sincero e sentito, nel giro di qualche episodio. La goffaggine amororsa di Renton e i suoi tentativi di redenzione coraggiosa, la tenera gracilità di Eureka, il severo vigore di Holland contrapposto alla sua demenziale pigrizia, l’ironia buffa e tragicomica dei suoi colleghi di sport e battaglia, e la straordinaria, straordinaria, straordinaria credibilità espressiva dei tre bambini che Holland &a Co. si ritrovano forzatamente a crescere. E questo solo per citare i protagonisti, dato che Eureka Seven brilla in ogni singolo personaggio, anche il più emarginato e poco importante. Unica nota negativa, in questo magnifico aspetto, è la caratterizzazione di un villain fin troppo simile a tanti altri, perso nel suo fascino diabolico che non esprime niente che non si sia già visto mille altre volte.

Eureka Seven è ben strutturato in due parti, da circa 25 episodi ciascuna. La prima, più scanzonata e divertente, è incentrata quasi esclusivamente sui personaggi, sulle loro vicissitudini, sulle gag di cui si rendono protagonisti, e mostra avanzamenti minimi della trama generale. Tali momenti, ovvero spunti, enigmi e situazioni in apparenza incomprensibli, verrano poi ampiamente spiegati nella seconda, complessa metà, più seria, triste, drammatica, nella quale la componente fantascientifica e robotica prende fortemente il sopravvento. La trama è arzigolata, ricca di eventi e twist narrativi, che, soprattutto nella parte finale, crescono a dismisura, in un'inarrestabile vortice di spiegazioni e controspiegazioni, che accumulano di puntata in puntata tanto di quel materiale cerebrale da far traboccare di idee ogni episodio. Creature che suggono sfere di realtà, spaventose entità aliene, universi paralleli, esseri nati e allevati dal pianeta stesso, simbiosi mutaforma con l’ambiente e molto, molto altro ancora. Se una certa derivazione (un certo personaggio fin troppo uguale a uno dei protagonisti di Overman King Gainer, serie tominiana, tra l’altro, disegnata dallo stesso chara designer di Eureka Seven) potrebbe inzialmente seccare gli appassionati, bisogna comunque dare atto a Dai Sato di aver elaborato un canovaccio esponenzialmente imprevedibile, solido e fantasioso nel suo concatenarsi di vicende davvero coinvolgenti.



Sia lode all’alto budget a disposizione, fattore che ha permesso allo Studio BONES di realizzare, sulla base di disegni armoniosi, curati e colorati in maniera splendida, ottime animazioni, addirittura superlative nelle numerose surfate battagliere nei cieli. Citazione infine per le bellissime musiche, composte da brani per piano e orchestra epici, solenni, esaltanti e commoventi, nonché da alcune spiazzanti intrusioni dance forse troppo insistite. E tra le tante sigle (tra opening ed ending sono presenti otto canzoni, come da tradizione per le unghe serie high budget) è impossibile non parlare del terzo brano d’apertura Taiyo no Mannaka he, un concentratico adrenalinico e memorabile di punk sinfonico che, calato in questo universo e accompagnato da animazioni originali, diventa addirittura toccante nella poesia espressa.

Tra le serie più graficamente accattivanti ed emozionalmente seducenti di questi ultimi anni, Eureka Seven, se non fosse per certe derivazioni e ammiccamenti ad altre opere (oltre al già citato King Gainer, anche Brain Powerd e Gundam X), potrebbe essere inserita nell’olimpo dell’animazione nipponica. Ma pur concedendo qualche dubbio all’effettiva ispirazione di Sato, l’odissea di Renton ed Eureka è visione caldamente consigliata a chiunque non bruci d’indignazione quando i pilastri dell’originalità tendono a crollare.

Voto: 9 su 10

SEQUEL
Eureka Seven: The Movie (2009; film)
Eureka Seven: Astral Ocean (2012; TV)
Eureka Seven AO : The Flowers of Jungfrau (2012; OVA)

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