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lunedì 7 marzo 2016

Recensione: Golion (Voltron)

GOLION
Titolo originale: Hyakujū Ō Golion
Regia: Katsuhiko Taguchi
Soggetto: Saburo Yatsude
Sceneggiatura: Susumu Takaku
Character Design: Kazuo Nakamura
Mechanical Design: Takayuki Masuo, Yoshiro Harada
Musiche: Masahisa Takeichi
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 52 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1981 - 1982


La Terra è ormai giunta alle fasi finali della sua esistenza: in un futuristico anno 1999 una Terza Guerra Mondiale, culminata con lo sgancio di innumerevoli bombe atomiche, ha distrutto l'ecosistema del pianeta, avvelenandone l'aria e uccidendo quasi tutti i terrestri. Ne sopravvivono pochissimi, costretti loro malgrado a diventare schiavi del sanguinario impero extraterrestre Galra, conquistatore dello spazio, che si procura in questo modo forza lavoro per i suoi campi di concentramento. Gli amici Akira Kogane, Takashi Shirogane, Isamu Kurogane, Tsuyoshi Seido e Hiroshi Suzuishi riescono però a fuggire, trovando rifugio sullo splendente pianeta Altea: qui, divenuti alleati del regno della principessa Fala che combatte coraggiosamente i Galra, si ritroveranno ai comandi dell'invincibile, misterioso robot Golion...

A meno che non si sia stati in gioventù, come il sottoscritto, fan sfegatati del pastiche americano Voltron: Defender of the Universe (1983), composto, come spesso accadeva ai tempi, dall'unione di più serie animate nipponiche senza nulla in comune, e si abbia quindi voglia di vedere la principale di esse nella sua forma originale per semplice curiosità, dubito si possa prendere in considerazione l'idea di sprecare il proprio tempo con la sesta serie televisiva targata Saburo Yatsude, Golion il re delle cento bestie (1981), produzione Toei Animation dei primi anni '80 che, nei tempi delle innovazioni dei capolavori di studio Sunrise (nella stessa settimana veniva trasmesso Fang of the Sun Dougram, cioè...!), ostinatamente perseverava nel proporre titoli fuori tempo massimo, sempre basati sugli schematismi, sulle trame, sulle idee e sugli sviluppi narrativi del duo Combattler V/Voltes V del 1976/77, già a loro volta saccheggiati e riproposti in Daltanious il robot del futuro (1979) e God Sigma (1980). Lo studio tentava vanamente di riacquistare la supremazia nel genere, senza rendersi conto di contribuire, invece, a sprofondarlo, nella sua accezione "tradizionale", in un buio periodo di stagnazione, dato da titoli che ormai erano diventati per davvero l'uno la copia carbone dell'altro.

Il Golion in questione, poi, neanche si limita a proporre la solita storia di guerra di un manipolo di coraggiosi contro la superpotenza aliena, comprensiva della solita alleanza con forze ribelli, il solito cattivo tragico dal passato terribile e la solita sottotrama del povero familiare alla mercé del nemico, ma va ancora più indietro, ripescando il gruppo di cinque eroi (figo, cinico, grassone, bambino e ragazza, as usual) privi di caratterizzazione e attrattiva - e con costumi ridicoli, se pensiamo all'eroico Akira che mangia, veste e dorme con una assurda tuta da Formula 1 - e scegliendo, come perfetto contraltare, gli antagonisti più insignificanti e manichei che si siano mai visti prima d'ora. Non c'è nulla di interessante: ci si può solamente preparare all'idea di ben 52 puntate (share del 6.5%1, basso ma più alto di quello di God Sigma, evidentemente la serie non deve essere troppo dispiaciuta agli appassionati giapponesi) in cui vedremo per la milionesima volta le solite cose: i dubbi esistenziali del personaggio inquadrato di turno, destinato a tornare tappezzeria nella puntata dopo; rapporti d'amore platonicissimi; la spia molesta infiltrata nella base dei buoni; melodramma come se piovesse riguardo a comprimari buoni che però si comportano da cattivi ma alla fine muoiono nuovamente buoni (per tentare di dare un po' di atmosfere adulte allo spettacolo); infiniti duelli eroici col cattivo tragico che sappiamo bene non porteranno a niente; quest'ultimo che viene trattato  a pesci in faccia dalla sua stessa razza per via delle sue origini che ben possiamo immaginare; rapimenti e ostaggi in ogni dove e quando; il power up del Golion a metà serie; puntate quasi tutte stand-alone e solo una ogni dieci che manda vagamente avanti una trama comunque prevedibilissima in ogni sua componente, etc. Il tutto assume le fattezze del solito "remake" di Saburo Yatsude, e alla fine tale affermazione non è assolutamente falsa. Quasi a simboleggiare lo scarso spessore dell'opera, troveremo animazioni decisamente modeste (inguardabili le movenze dei cinque leoni robot pilotati dai protagonisti che poi andranno a formare il Golion), disegni altalenanti che variano da puntata a puntata e gag e siparietti comici, messi lì ogni tanto per sdrammatizzare, di imbarazzante povertà creativa. Punterei i riflettori anche, se non ci trovassimo nei territori della pura soggettività, sulla risibile bruttezza estetica del robottone protagonista.


Ma, forse, la cosa più deludente di Golion è come il suo staff tenti di mascherare la "solita minestra" con molti accorgimenti magari anche interessanti sulla carta, ma comunque sviluppati in modo così ingenuo da denotare l'impegno incostante riversato in una serie "per bambini". Il ruolo del pianeta Terra, distrutto dalla stessa razza umana e che poi giocherà un ruolo fondamentale nella vita dei cinque personaggi in una determinata puntata, esaurisce le sue potenzialità filosofiche e sociali istantaneamente dal momento che non ci sarà nessuna riflessione contemporanea o successiva sul suo fato. Altea, d'altro canto, luogo dove (ovviamente) i protagonisti potranno tentare di ricostruire la propria civiltà, è inspiegabilmente IDENTICO al loro pianeta d'origine (grazie tante!): in esso troveremo praticamente le stesse identiche razze e la stessa geografia, solo spostate in un ipotetico periodo temporale che ricorda il medioevo - inutile dire che non verrà data alcuna spiegazione in merito. Il Golion è un robot chiaramente dalle origini divine (che sia stato un po' l'influsso di Space Runaway Ideon dell'anno precedente? Chissà), ma i suoi scopi non verranno minimamente chiariti, troveremo giusto qualche indizio suggerito dal suo Creatore in un episodio e basta. Infine, è doveroso sottolineare l'unico, grande elemento di novità che, come quello analogo di God Sigma, non si era mai visto prima d'ora in una tradizionale serie Super Robot ma che è davvero un granello di sabbia nel deserto di stereotipi: la sostituzione, a un certo punto della storia, di un membro del gruppo di eroi con un altro, per funeree motivazioni. Idea originale e a tratti davvero coraggiosa: peccato che sarà, se non rinnegata, quantomeno ridimensionata e non poco verso le fasi finali dell'opera, visto che scopriremo che tale defunto aveva... Mi fermo qui, penso che con un po' di fantasia si possa capire a cosa mi riferisco.

Si può realmente apprezzare, di Golion, il fatto che almeno stavolta ci siano stati risparmiati, da parte del cattivo tragico (appare insolitamente tardi nella storia, nella puntata 14), una sua forzata, pretestuosa, eroica redenzione (il principe Sinclair rimane sadico e malvagio fino alla fine, di accostabile ai vari Garuda, Heinel, Richter etc. ha solo il fatto di essere un bel ragazzo), e soprattutto l'assenza del solito suo sottoposto femminile innamorato di lui che morirà stupidamente. Inoltre, sono gustose le numerose insert song (la sequenza di agganciamento ne vanta ben cinque, sempre suonate in modo casuale) e l'incredibile, morbosa patina di violenza e crudeltà, mai vista prima nelle serie Saburo Yatsude e talmente scioccante da avvicinare il titolo a non molte altre serie così crude (di quel periodo mi viene in mente giusto DevilMan, comunque uscito nel 1972!). La razza dei Galra è fisicamente spaventosa e ripugnante, governata dal sovrano Daibazaal che sembra il Mostro della Laguna Nera e una consigliera-strega dalla voce spaventosa. Inviano a combattere contro Golion i loro Uomini-Bestia che escono da gigantesche, inquietanti bare, e le sevizie a cui sottopongono con godimento i loro nemici sono quasi commoventi nella loro grezza, inumana fantasia: in Golion vedremo donne, vecchi e bambini arsi, squartati, mangiati, tritati, disidratati e fatti a pezzi in modi sempre più originali, Sinclair fare bagni nell'emoglobina e costringere un suo sottoposto a bere il sangue della sua stessa gente, impressionanti torture psicologiche e umiliazioni (puntata 13) e massacri assortiti. Gli amanti dell'horror avranno di che divertirsi, ma non abbastanza per sopportare la ripetitività delle situazioni, il perenne "già visto" e la bassissima originalità dell'opera. Golion è un titolo che ha davvero poco da dire, nonostante la mia valutazione a riguardo sia da leggersi in modo più soggettivo del solito: guardabile - forse addirittura godibile - dai quattro gatti che non hanno mai visto un robotico o una serie di Saburo Yatsude (ne esisteranno?), caldamente sconsigliato a chi ormai non ne può più delle solite cose. Negli anni successivi, il collettivo Saburo Yatsude proverà vagamente, con i lavori successivi, a cambiare le carte in tavola rinunciando in parte alle solite banalità (ma non con tutti, pensiamo all'inutile Arbegas del 1984), ma i risultati saranno sempre modesti, tanto che con Golion giunge a termine la mia riscoperta delle loro produzioni.


Nota: Golion è arrivato in Italia nel 1982 con scarso successo. Ignoro la qualità dell'adattamento e del doppiaggio, sembra però che i nomi originali ci siano quasi tutti (a parte la strega Honerva, ribattezzata Onesha). Tuttavia, da noi la serie è diventata famosa quando è giunta, direttamente dall'America, nella sua forma alterata Voltron, "creata" dalla World Events Productions, e questa è quella ancora oggi più conosciuta e ritenuta a torto la "bella copia". Voltron è di fatto la fusione di Golion con la successiva serie Saburo Yatsude, Armored Fleet Dairugger XV (1982), cui vengono a entrambe riscritti interamente trama, dialoghi e nomi (e tagliati o eliminati interi episodi) e rimpiazzate le musiche per fare in modo che possano collegarsi "armoniosamente" quasi a formare un'unica storia. Interessante apprendere che Voltron in origine doveva essere fuso anche con una terza serie Saburo Yatsude ancora, Arbegas2, ma che per i pessimi ascolti della seconda "parte" di Voltron3 (quella di Dairugger XV) gli americani abbiano invece commissionato agli stessi giapponesi altri 20 episodi di Golion da usare nella ritrasmissione della serie4, raggiungendo alla fine quota 125 puntate, rendendo il Golion "rimaneggiato" così popolare, negli USA, da fargli trovare poi un seguito "ufficiale" atlantico (in inguardabile CG) intitolato Voltron: The Third Dimension (1998), e un recente remake, sempre in computer grafica, del 2016 prodotto dalla DreamWorks (Voltron - Legendary Defender). Tutte queste curiosità sono interessanti ma alla fine non ci riguardano da vicino, visto che da noi arriverà di Voltron solo la parte che riguarda Golion: non c'è  neanche da stare a discutere su quale sia l'unica, vera incarnazione della storia da guardare (se proprio bisogna).

Voto: 5,5 su 10


FONTI
1 Wikipedia giapponese di "Golion". Confermato (non la cifra di share, ma l'insuccesso di ascolti in patria) dal saggio "Super Robot Files: 1979/1982" (Fabrizio Modina, J-Pop, 2016, pag. 132)
2 Jonathan Clements & Helen McCarthy, "The Anime Encyclopedia: Revised & Expanded Edition", Stone Bridge Press, 2012, pag. 711
3 Consulenza di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit)
4 Vedere punto 2

lunedì 10 novembre 2014

Recensione: Daltanious il robot del futuro

DALTANIOUS IL ROBOT DEL FUTURO
Titolo originale: Mirai Robo Daltanias
Regia: Tadao Nagahama, Katsutoshi Sasaki
Soggetto: Saburo Yatsude
Sceneggiatura: Yoshitake Suzuki, Hiroshi Kaneko, Akira Nakahara, Shoichi Taguchi, Masaki Tsuji, Chizuru Takahama, Kirio Hirayama
Character Design: Yuki Hijiri, Akihiro Kanayama
Mechanical Design: Submarine (Katsushi Murakami)
Musiche: Hiroshi Tsutsui
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 47 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1979 - 1980
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Yamato Video



In un futuristico anno 1995, la Terra è stata quasi interamente distrutta dalle forze di attacco di Kloppen, sanguinario comandante dell'Impero spaziale del pianeta Zaar. Il Giappone è in macerie, ma un gruppo di amici, tutti orfani, capeggiati da Kento Tate, cambierà le cose: per puro caso finisce con lo scoprire il laboratorio segreto del dottor Earl, geniale scienziato in fuga dal suo pianeta Helios (anch'esso annichilito dal nemico), che si è rifugiato sulla Terra cinquant'anni prima. Risvegliatolo dall'ibernazione, i giovani attivano anche tutte le avveniristiche attrezzature della sua base, che richiamano quindi il nemico. A questo punto, per difendersi, Kento e il suo amico Danji Hiiragi possono solo accettare di guidare il possente robot Daltanious. Scoprendo, poi, poco tempo dopo, che Kento è anche il principe sperduto di Helios, il ragazzo diverrà il leader della resistenza di tutte le forze dell'universo contro la tirannia dell'imperatore Dorumen.

Terminata nel successo la Trilogia robotico-romantica rappresentata dalle tre serie TV Super Electromagnetic Robot Combattler V (1976), Super Electromagnetic Machine Voltes V (1977) e General Daimos (1978), sul finire del decennio dei '70 lo staff Sunrise, guidato da Tadao Nagahama e da Toei Animation, è ancora nel pieno del suo entusiasmo, pronto a sfornare altri titoli basati sulle loro caratteristiche. Giunge così il momento di Daltanious il robot del futuro, titolo che nel 1979 segna, in vari modi, numerosi passi indietro rispetto ai riconoscibili stilemi inaugurati dai predecessori. L'opera, nonostante sia indubbiamente piacevole e abbia il primato di ideare per la prima volta un robot componibile i cui elementi contemplano anche una gigantesca testa di animale (notare quanti titoli futuri troveranno questa caratteristica nel loro mecha design, come Dancouga nel 1985 oppure le Brave Series nei '90), è abbastanza innocua e sa di già visto; non deve quindi stupire né il suo modesto successo come ascolti in madrepatria (5.9%, riscattato dalle buone vendite di giocattoli)1, né il suo segnare la fine ufficiale del sodalizio di Toei Animation con Sunrise. Ultima umiliazione in ordine di tempo per la serie, infine, l'essere stata riversata in DVD in modo ufficiale e per la prima volta, anziché in Giappone, addirittura in Italia2, nel 2004, Paese in cui ha sempre conosciuto al contrario una grandissima popolarità.

Fedelissimo, ancora una volta, a quei soggetti visti e rivisitati milioni di volte nel genere, con invasioni extraterrestri, ragazzi che pilotano l'immancabile super robottone pieno di armi ed eroe principale di nobilissimi natali alieni che deve restaurare il suo regno decaduto, Daltanious non fa altro che ripetere le solite cose con mestiere e discreti personaggi. La novità è rappresentata dall'uso nella trama della tematica dell'ingegneria genetica, da ricondurre al clone del padre del protagonista, il re di Helios: l'originale e l'impostore si sfideranno rivendicando ognuno per sé il trono e quindi l'alleanza con tutti i popoli della galassia, in un'audace rilettura robotica del Visconte di Bragelonne di Alexandre Dumas (e infatti, com'è noto, la serie tributa più di un omaggio al mondo avventuroso di Dumas, con il nome di Daltanias ispirato a D'Artagnan, il "colpo finale" che richiama la croce araldica e il nome di Kento Tate che in nipponico significa "Spada" e "Scudo"3).


Tornano, dai titoli di Saburo Yatsude precedenti, immancabili, la lunga sequenza di agganciamento del robot, la regola dell'attacco finale, il cast formato da eroe figo, compagno tenebroso, grassone, donna e bambini vari (anche se, come in General Daimos, sono solo i primi due a pilotare il mecha, gli altri sono semplici spettatori), il cattivo tragico ed eroico e il padre dell'eroe per lungo tempo tragicamente scomparso, perso dal protagonista in tenera età. Mancano quasi del tutto, invece, le atmosfere estremamente drammatiche, le storie d'amore (eliminato del tutto l'elemento romantico) e la ferrea continuity. Daltanious torna indietro, prediligendo per larghi tratti della sua durata atmosfere molto leggere: protagonista assoluto è l'allegro gruppo di amici di Kento, interamente composto da ragazzini spensierati che vivono tante avventure/vicende introspettive mediamente caratterizzate dal largo uso di gag e comicità (addirittura un intero episodio è dedicato alla loro mascotte, il maiale Tonsuke!). Con numerose puntate così solari e focalizzate su un membro del cast per volta, si può anche intuire il perché si sia voluto tornare agli schematismi tokusatsu, rinnegando l'intensa continuità fra gli episodi che rendevano così "fuori dal coro" Voltes V e Daimos. Non che questo impedisca alla storia, talvolta, sia di trovare episodi di una certa drammaticità (i tragici passati dei vari personaggi), sia di iniziare a ricamare una trama principale che diventa sempre più presente nelle parti finali, ma entrambe le cose rappresentano eccezioni.

Anche senza brillare intensamente, né per storia né per carisma scenico (il Daltanious è esteticamente molto, molto brutto e ridicolo, privo anche di armi spettacolari come possono essere quelle dei suoi "genitori"), la serie funziona. Se pure l'impatto con gli eroi non è inizialmente soddisfacente, a lungo andare ci si inizia ad abituare alle loro buffe caratterizzazioni e al mood rilassante e disimpegnato che assume la trama. Si apprezza, tra le altre cose, una gestione inedita e rinnovata dell'antagonista tragico, e anche, FINALMENTE, come Tadao Nagahama (regista generale dell'opera per metà serie4, prima di abbandonarla per andare a lavorare su Lady Oscar5, venendo sostituito a quel punto da Katsutoshi Sasaki) rinunci, una volta tanto, a saccheggiare dai titoli precedenti i soggetti degli episodi, assicurandosi stavolta di crearne di nuovi per scongiurare quella che sarebbe stata un'ennesima sensazione di déjà-vu - qualcosina di Voltes V sopravvive, ma è poca cosa. Sono più interessanti le letture sociali e politiche, anche se penalizzate dal contesto vivace che ne ridimensiona portata e ambizioni: emerge in più occasioni un rifiuto all'autoritarismo, al sistema di governo monarchico e ai valori di disuguaglianza tra classi sociali da essi sostenuto, anche se la cosa è perlopiù rappresentata dal rifiuto dell'eroe Kento, vissuto nella povertà e nella miseria, di abbandonare il suo stile di vita spensierato e divertito per adattarsi ai ritmi burocratici che gli converrebbero - l'unica riflessione credibile sull'argomento è data, invece, dal pensiero di un certo personaggio nell'ultimo episodio, in seguito al colpo di scena finale. Già più sensata è l'ironica satira sul come l'Impero spaziale del pianeta Zaar conoscerà il destino che gli spetta per effetto di un assassinio politico del tutto gratuito e dettato dalla paranoia che provocherà enormi conseguenze, metafora abbastanza arguta su come sono crollati, nella Storia, parecchi tiranni fin troppo sospettosi del prossimo ed esagerati nel loro pugno di ferro.

Tecnicamente l'opera si difende bene, riproponendo lo stile dei lavori precedenti con buone animazioni e i caratteristici, piacevoli disegni di Yuki Hijiri e Akihiro Kanayama. La opening Daltanias no Uta, cantata da Mitsuko Horie, è un nuovo capolavoro - epico ed esaltante - degno dei precedenti, peccato perciò come la colonna sonora in generale sia abbastanza insignificante. Stesso discorso per il mecha design, deludente in toto e svogliato, anch'esso ben inferiore a quanto si era visto in Voltes e Daimos. Daltanious, insomma, è questo: una serie televisiva apprezzabile e con i suoi buoni momenti, ma che dimostra come il collettivo Saburo Yatsude stia iniziando a tirare un po' troppo la corda col suo ripetere sempre le solite cose.


In Italia, Paese che, come detto, ha sempre amato Daltanious, la serie ha conosciuto un discreto (seppur non perfetto) adattamento: pur al costo dell'irrinunciabile cambio di nomi di alcuni (neanche tanti) personaggi e degli attacchi di Daltanious, e, ovviamente, di traduzioni non proprio esemplari, è tuttavia sufficientemente coerente nella resa generale dei dialoghi e anche ben interpretato. L'ideale consiste tuttavia nei DVD Yamato Video usciti in allegato con la Gazzetta dello Sport nel 2017, che contemplano sottotitoli fedeli.

Voto: 7 su 10


FONTI
1 Wikipedia giapponese di "Daltanious il robot del futuro". Confermato (non la cifra di share, ma l'insuccesso di ascolti in patria) dal saggio "Super Robot Files: 1979/1982" (Fabrizio Modina, J-Pop, 2016, pag. 19)
2 Booklet allegato al Blu-ray di "Mobile Suit Gundam: Il contrattacco di Char" ("Intervista a Yutaka Izubuchi", Dynit, 2012)
3 Jonathan Clements & Helen McCarthy, "The Anime Encyclopedia: Revised & Expanded Edition", Stone Bridge Press, 2012, pag. 134, e "Super Robot Files: 1979/1982" (pag. 18-19)
4 Wikipedia giapponese di "Daltanious il robot del futuro"
5 Booklet allegato al Memorial Box 1 dell'edizione in DVD Yamato Video di "Lady Oscar", pag. 2

lunedì 30 giugno 2014

Recensione: General Daimos

GENERAL DAIMOS
Titolo originale: Tōshō Daimos
Regia: Tadao Nagahama
Soggetto: Saburo Yatsude, Tadao Nagahama
Sceneggiatura: Shoichi Taguchi, Yoshitake Suzuki, Saburo Yatte, Masaki Tsuji, Chizuru Takahama
Character Design: Akihiro Kanayama, Yuki Hijiri
Mechanical Design: Studio Nue, Yuki Hijiri, Shoji Kawamori
Musiche: Shunsuke Kikuchi
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 44 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1978 - 1979


Nel 1975 viene proiettato al Toei Manga Matsuri estivo l'episodio pilota di Ufo Robot Grendizer, il cortometraggio Ufo Robot Gattaiger - La grande battaglia dei dischi volanti, che vanta il primato di essere il primo titolo robotico di genere sentimentale: nel 1978, la sua particolarità viene ripresa da General Daimos, la prima serie televisiva mecha fondata su una storia d'amore. Non deve stupire che a creare il titolo siano lo staff Sunrise/Toei di Saburo Yatsude e il regista Tadao Nagahama, che in questo modo portano a compimento l'evoluzione rappresentata da Super Electromagnetic Robot Combattler V (1976) e Super Electromagnetic Machine Voltes V (1977), già a loro volta melodrammatici e che trattavano storie d'amore impossibili fra l'antagonista e la sua subalterna. Con Daimos, l'intermezzo amoroso riguarda questa volta anche l'eroe: in una scintillante rilettura metallica di Giulietta e Romeo, Nagahama narra la tormentatissima storia fra l'eroe karateka Kazuya Ryuzaki, alla guida del colosso Daimos, e di Erika, sorella pacifista del temibile Richter, comandante in capo dell'esercito barmese incaricato di conquistare la Terra per farne il luogo di emigrazione del loro popolo. Con questo titolo, perciò, giunge a compimento l'evoluzione del mecha sentimentale, tanto che i due titoli precedenti saranno legati insieme a Daimos, dagli spettatori dell'epoca, dal prestigioso appellativo di Trilogia robotico-romantica.

Lo spunto di partenza di Daimos non può che essere sempre quello della totalità dei titoli del genere di quegli anni, inutile ripeterlo per l'ennesima volta, così come i rituali e gli schematismi. In compenso, Daimos rappresenta  lo stadio finale di tutte le innovazioni dei suoi predecessori, limati nei difetti e accresciuti nei pregi, tanto che l'opera può davvero definirsi l'atto simbolicamente finale della "poetica" di Tadao Nagahama, l'unica delle sue serie da vedere obbligatoriamente se se ne deve scegliere una. Presenti, perciò, tutti i suoi cavalli di battaglia (il villain romantico antieroe, la sottoposta innamorata di lui, episodi che riciclano per l'ennesima volta i soliti soggetti e le solite idee, etc), ma assemblati meglio, nell'ottica di un intreccio più organico della norma, con una forte enfasi sulla narrazione e sulla trama, per raccontare una storia meno banale nonostante l'abusatissimo incipit dell'invasione extraterrestre e dei combattimenti tra robottoni buoni e cattivi. L'approccio da romanzo d'appendice è chiaro fin dai primi episodi, dedicati a mostrare con artifici teatrali la storia d'amore tra Kazuya ed Erika: la coppia presto dovrà subire un accumulo di sfortune e imprevisti tali da far impallidire Renzo e Lucia, con ostilità da parte dei due popoli, una tragedia del passato che aleggia sui due rendendo apparentemente impossibile la loro unione, fughe della bella dal proprio "castello" che vanno puntualmente male, accuse da parte dei due governi di collaborazionismo col nemico, e molto altro. Viene sfruttato ogni mezzo per ostacolare l'amore fra i giovani, e non è difficile immaginare come quest'enfasi abbia reso la vicenda particolarmente avvincente all'epoca della sua trasmissione, nell'attesa che i due potessero finalmente stare insieme.


Interessante, poi, notare che per veicolare la tematica amorosa, inventando tutti questi ostacoli, Daimos riveli una maturità inaspettata nelle sue atmosfere: si può definire forse l'unico robotico del periodo, insieme a L'invincibile Zambot 3 (1977), a proporre un approccio abbastanza serioso al concetto di "guerra", con largo spazio dato al tema del razzismo che divide le due parti, sulle vedute guerrafondaie dei militari (che vogliono sterminare il nemico senza cercare mediazioni, addirittura diventando a un certo punto essi stessi nemici di Daimos), sugli interessi di parte degli Stati membri del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, scene di pulizia etnica, scomode torture... Ovviamente sono idee trattate in modo estremizzato e abbastanza ingenuo e che fanno a pugni con certi rituali giapponesi tipicamente inverosimili (eroe e addirittura robottone che sconfiggono i nemici con colpi di karate, il suo amico Kyoshiro che annienta da solo dozzine di barmesi con la sua katana, il classico senso del sacrificio e della sofferenza sublimatissimi, etc), ma che, anche se rivolte a un pubblico di bambini, funzionano e veicolano efficacemente i loro messaggi. Un altro elemento che rende negli anni '70 Daimos uno dei migliori titoli "ortodossi" del genere è la continuity che lega gli episodi, mai così serrata prima di Mobile Suit Gundam (1979): anche se non mancano qua e là riempitivi e schematismi inutili (immancabile il "monster of the week"), la storia di Kazuya ed Erika fin dal primo episodio conosce sviluppi concreti e imprevedibili quasi a ogni puntata, l'intreccio non si pietrifica mai su se stesso, e a un certo punto addirittura subentra una nuova trama (il pianeta Barm mercé di un dittatore sanguinario e che dev'essere liberato) che si fonde con quella "amorosa"  principale, originando un finale di serie davvero ben costruito, pieno di drammi e colpi di scena, che più melodrammatico e riuscito non si poteva avere. In quest'ottica anche il classico villain tragico e romantico, Richter, trova la sua incarnazione più memorabile. La grande riuscita di questa serie è merito di un cast azzeccato, interessante e molto ben approfondito, ben lontano dalle "comparse" di Combattler V e Voltes V.

A questo proposito bisogna far  notare che, rispetto ai due titoli sopracitati, la serie rinunci curiosamente al solito gruppo di cinque piloti plasmati sui soliti archetipi, preferendo delegare queste personalità ai semplici comprimari, affidando al solo eroe Kazuya la guida del gigante (il cinico, Kyoshiro, si limita a guidare una navicella per fornire supporto aereo). Ovviamente, quindi, nessun robottone componibile dato da mezzi guidati da più persone: Daimos è dato dall'unione fra un lunghissimo camion, dotato di pilota automatico, e l'auto sportiva guidata da Kazuya, che, entrando nel primo, dà l'input a una trasformazione nel colosso. Il pilota entra quindi - come fa Akira Hibiki in Il prode Raideen (1975, diretto dallo stesso Nagahama) - in simbiosi col robot attraverso dei cavi collegati al suo corpo: in questo modo, può controllarlo usando le sue mosse di karate, replicate dall'automa contro il nemico.

Oltre che narrativamente, anche tecnicamente Daimos si rivela il miglior esponente della trilogia. Tralasciando di citare le immancabili, ottime animazioni profuse da studio Sunrise, Akihiro Kaneyama e Yuki Hijiri azzeccano il loro miglior chara design, scolpendo uomini virili e ragazze così attraenti e angeliche che è fin troppo facile innamorarsi di loro ed empatizzare con i loro pretendenti (Erika, con la sua bellezza "acqua e sapone" e il sorriso dolcissimo, è il caso più rappresentativo). Meno indovinato il mecha a opera dell'inossidabile Studio Nue, nonostante possa contare su contributi di un debuttante di "livello" quale un 18enne Shoji Kawamori: il loro lavoro si riversa in un Daimos non proprio bellissimo da vedere (per quanto molto originale e bizzarro) e mostri meccanici molto anonimi, basati sulle solite fattezze mezze animalesche e mezze meccaniche. Molto carismatica e tonante, come in Voltes V, è in compenso la sigla di apertura, destinata a risplendere in quasi ogni episodio allorché la sua base strumentale è usata come sottofondo nella fase finale dei combattimenti.


General Daimos non sarà certo un capolavoro dell'animazione, ma nel suo genere e nel suo decennio è indubbiamente uno dei vertici massimi, probabilmente quello invecchiato meglio fra quelli della concezione "Invasione extraterrestre contro Fortezza delle Scienze", che meglio sa accompagnare, alla solita massa di rituali, una trama e dei personaggi degni di tal nome. Se chi legge è interessato a farsi una cultura sulla "poetica dell'intrattenimento" coniata da Tadao Nagahama e dallo staff Saburo Yatsude, trova in Daimos il miglior titolo (anche contando che quelli successivi si limiteranno, stancamente, a ripetere all'infinito e senza fantasia tutti i soliti intrecci e tutti i soliti cliché). Curiosità: lo sconosciuto "film" del 1980 di General Daimos è in realltà il classico episodio televisivo (per l'esattezza il 24) riadattato per il grande schermo e proiettato al Toei Manga Matsuri.

Nota: mai uscito in Italia in un'edizione DVD comprensiva di sottotitoli fedeli ai dialoghi originali. L'unica edizione attuale, fuori catalogo, è quella della Moviemax Media Group che contempla il solo doppiaggio storico italiano, forte di nomi originali dei personaggi (anche se pronunciati sbagliati, tipo Richter che diventa Rikiter, mentre quelli delle armi sono tutti inventati) e traduzioni tutto sommato coerenti, ma che peccano del solito bagaglio di imprecisioni e invenzioni varie.

Voto: 8 su 10

ALTERNATE RETELLING
General Daimos: The Movie (1980; film)

giovedì 19 giugno 2014

Recensione: Super Electromagnetic Machine Voltes V (Vultus V)

SUPER ELECTROMAGNETIC MACHINE VOLTES V
Titolo originale: Chō Denji Machine Voltes V
Regia: Tadao Nagahama
Soggetto: Saburo Yatsude, Tadao Nagahama
Sceneggiatura: Shoichi Taguchi, Yoshitake Suzuki, Masaki Tsuji, Masaaki Sakurai, Yumiko Tsukamoto
Character Design: Yuki Hijiri, Akihiro Kanayama
Mechanical Design: Studio Nue, Yuki Hijiri, Kunio Okawara
Musiche: Hiroshi Tsutsui
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 40 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anni di trasmissione: 1977 - 1978


Nonostante il suo classico schematismo tokusatsu, non è difficile riconoscere l'impatto che Super Electromagnetic Machine Voltes V può simboleggiare nel 1977, ottimo rappresentante del periodo di rinnovamento del genere mecha che ha inizio proprio quell'anno, con questa serie e il Danguard Ace di Leiji Matsumoto. Nel 1976 Super Electromagnetic Robot Combattler V, scritto e prodotto da Toei Animation, animato da Sunrise e creato/diretto da Tadao Nagahama, può definirsi il padre delle innovazioni che trovano affinamento in Voltes V: antagonisti dalla personalità sfumata, un impianto melò estremamente teatrale e l'aggiornamento dei classici rituali con nuovi elementi spettacolari sono le idee con cui la serie conia un nuovo tipo di intrattenimento, votato a storie melò ispirate ai romanzi d'appendice. La sua formula viene ripresa e approfondita in Voltes V, ulteriormente esplorata nei titoli successivi Made in Yatsude, e questo, seguendo parallelamente le opere d'autore di Yoshiyuki Tomino realizzate per lo studio Sunrise, contribuirà a traghettare il genere verso quella concezione narrativa odierna, orientata, oltre al comparto spettacolare, anche a storia e personaggi.

La premessa da cui bisogna partire per l'analisi di Voltes V è che, ovviamente, come nel caso di Combattler V, lo spettatore odierno non può aspettarsi un distacco nettissimo fra esso e i predecessori nagaiani: siamo fermi a "Fortezza delle Scienze vs invasori extraterrestri", incarnati dalla base Big Falcon e l'aristocrazia del pianeta Boazon. A difendere la Terra è il Voltes Team, formato da cinque piloti abilissimi (di nuovo il figo, il cinico, la ragazza, il grassone e il bambino, replicati da Combattler V), ciascuno alla guida di un potente mezzo che poi si unirà a formare il Voltes V, il robot elettromagnetico che dà il titolo alla serie. In ogni episodio devono quindi affrontare la Bestia-Samurai inviata loro contro dal principe Heinel, nobile boazoniano incaricato della conquista del pianeta. Apparentemente niente di diverso dal solito, ma sono ben vistosi gli accorgimenti adoperati dal regista per rendere quella di Voltes un'esperienza più interessante.

Fin dal titolo, Super Electromagnetic Machine Voltes V palesa chiaramente la sua natura di rifacimento di Super Electromagnetic Robot Combattler V: presenta personaggi fisicamente identici (imposizione degli sponsor1), fortissime affinità di trama, un robottone anch'esso quasi clonato da quello del predecessore (anche come scelta di colori) e le stesse caratteristiche concettuali, se non fosse che sono affinate. Rispetto all'originale, questa volta le innovazioni di Nagahama non toccano minimamente il cast di eroi, banali fino alla fine e privi di alcuna evoluzione nei rapporti interpersonali, bensì il villain principale, quel principe Heinel che, come il gran generale Garuda di Combattler V, è un romantico antieroe, nobile e coraggioso boazaniano preso di mira con intrighi di palazzo dagli sgherri dell'imperatore che intendono deporre uno scomodo  rivale. Nuovamente, Nagahama non lo vuole ridurre a personaggio inaccettabilmente "positivo" (la sua crudeltà e il disprezzo per i terrestri rimangono sempre tali), ma umanizza ulteriormente i suoi comportamenti, eliminando in modo ancor più eclatante le storiche, passate monocaratterizzazioni degli antagonisti. Da questa scelta l'approccio nuovamente feuilleton della trama, con la riproposizione dell'amore impossibile di Heinel verso la sua sottoposta Katherine, inaspettati suoi legami con i tre fratelli Go del Voltes Team, la disperata ricerca di costoro del padre perduto, il drammatico passato di quest'ultimo e l'eroica figura del gladiatore Giron. La vicenda persegue fino alla fine, senza involuzione umoristica, un impianto sempre tragico, con morti, immolazioni e cruente rivelazioni che non lasciano indifferenti, andando a toccare, talvolta, anche realistiche reazioni psicologiche (il come, ad esempio, paura e odio trasformino alcuni esseri umani in mostri non tanto dissimili dai boazaniani) e un tema molto maturo come quello della discriminazione razziale (le persecuzioni contro i boazaniani nati senza corna, cui appartiene anche Heinel). Interessante è anche lo spazio dedicato a trattare le disuguaglianze sociali con cui l'aristocrazia aliena riduce in condizione di povertà e schiavitù i sudditi considerati "inferiori": idea che avrà sviluppi nella trama, ma che specialmente, ispirata alla Francia paragina pre-Rivoluzione, si rivela un anticipo delle tematiche storiche di Lady Oscar (1979), futura serie animata diretta dallo stesso Nagahama proprio perché gli dava l'occasione di tornare sull'argomento in modo più approfondito2.


Oltre a questo, si può anche far notare come la storia, rispetto a Combattler V, non rimanga pietrificata su se stessa: procede - seppur lentamente - attraverso numerose sottotrame che spesso si dipanano per più episodi, vertendo magari sulla ricerca del padre dei fratelli Go, su aiutanti misteriosi che appaiono e scompaiono nelle battaglie, sulle vicissitudini della resistenza boazaniana, sugli intrighi boazaniani contro Heinel... Si nota la volontà di diversificare l'azione in ogni modo, e come in Combattler V molto spazio hanno le battaglie del robottone, messo quotidianamente in difficoltà dalle strategie nemiche sempre più eleborate, capaci di approfittare anche di rituali "sacri" come quelli dell'agganciamento o dell'attacco finale. Il risultato è che la visione non è mai pesante nonostante gli schematismi, mai una volta, sempre piacevole e di classe. Ci si diverte un sacco con le componenti spettacolari di ogni episodio: il look insolito e irresistibile del Voltes V, le sue armi creative (le Chain Knuckles, le bellissime "trottole" acuminate lanciate da due fruste, etc), l'attacco finale "a V", le orecchiabili musichette che accompagnano i combattimenti, le tonanti urla di battaglia dei piloti, la splendida, scoppiettante sigla d'apertura (famosissima in Giappone) che viene ripetuta in ogni episodio nella sequenza di formazione del robot... La tragicità che condisce tutto rappresenta la ciliegina sulla torta che ben spiega il grandissimo successo all'epoca della serie3 e perché a tutt'oggi si può definire senza problemi la "bella copia" di Combattler V.

Bisogna certo ammettere che i 40 episodi che compongono la serie, in assenza di protagonisti interessanti, sono tanti: l'ottima impressione iniziale inizia un po' a scemare mano a mano che si prosegue con gli schematismi scoprendo lo sviluppo scontato dell'intreccio, la drammaticità spesso esasperatissima e gratuita e gli elementi amorosi non ancora in primo piano (ma del resto non vi erano precedenti sul tema, bisogna contestualizzare il fatto che Combattler V e Voltes V erano i primi a introdurli in TV). Oltrettutto, i soggetti di molti episodi e quasi tutti i twist e le idee più importanti sono riciclati paro paro da Combattler V e riproposti senza un solo cambiamento: inutile anticipare qualcosa rovinando la sorpresa, ma certo è che guardare la serie senza conoscere "l'originale" significa riconoscerle una freschezza che non dovrebbe competerle, retaggi di un passato vicinissimo. Fortunatamente, si tratta di impressioni negative fortunatamente mitigate dal carisma intrinseco dell'opera e dalla "svolta" narrativa che avviene nell'episodio 28, seguito da dodici puntate più legate dalla continuity che mai. L'episodio finale, infine, per quanto ampiamente telefonato, è visivamente potente e sufficientemente epico, nel suo melodramma e nelle sue suggestioni storiche, da giustificare l'attesa, consegnando ai posteri una splendida conclusione (rispetto a quella del precedessore) che difficilmente si potrà dimenticare. Voltes V brilla, infine, anche dal lato tecnico: contando ancora una volta sui soldi di Toei e la perizia tecnica di Sunrise, può vantare buonissime animazioni e disegni di gran lunga migliori a quelli di Combattler V, sia nel chara (ben più virile) che nel mecha "animalesco" delle Samurai-Bestie.

Chiaro che con Voltes V non si possa parlare di una visione obbligata, molto figlia del suo tempo e davvero troppo, troppo debitrice al suo predecessore in fatto di originalità, ma di certo è forte di un grande impatto scenico, ed è una serie non invecchiata male come molte altre degli anni '70, usufruibilissima anche da uno smaliziato pubblico moderno. Insomma, un'opera degna della nomea cult che ha trovato in Giappone e nel mondo (tanto da originare, lo stesso anno, un film riassuntivo-celebrativo dei primi 18 episodi concepito per il mercato estero, oltre a numerose e successive citazioni in anime, manga e videogiochi). Il voto finale non è irresistibile, ma non tradisce un elemento che per chi scrive è fondamentale in una qualsiasi forma di arte: il carisma. Voltes V ne ha da vendere.


Nota: Voltes V è uscito anche in Italia nel 1983, con il nome di Vultus V. Bisogna purtroppo constatare che il suo doppiaggio/adattamento ricade tra i peggiori di sempre dell'epoca: impreciso/improvvisato, con quattro voci inadatte e riciclate ovunque, agghiacciante recitazione (terribili i falsetti usati per i boazianiani) e nomi di armi e personaggi inventati. Raccapricciante e indifendibile sotto ogni punto di vista. Addirittura il robottone passa da un tonante "Voltes Five" a un inascoltabile "Vultus Cinque". Non si è salvato dallo stupro neanche il lungometraggio riassuntivo del 1977, distribuito da Yamato Video (col titolo Vultus V: Il Film) e basato anch'esso sui nomi stravolti dell'adattamento storico.

Voto: 7,5 su 10

ALTERNATE RETELLING
Super Electromagnetic Machine Voltes V: The Movie (1977; film)


FONTI
1 Fabrizio Modina, "Super Robot Files: 1963/1978", J-Pop, 2014, pag. 178
2 Booklet allegato al Memorial Box 1 dell'edizione in DVD Yamato Video di "Lady Oscar", pag. 2
3 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 77

lunedì 16 giugno 2014

Recensione: Super Electromagnetic Robot Combattler V (Combatter)

SUPER ELECTROMAGNETIC ROBOT COMBATTLER V
Titolo originale: Chō Denji Robo Combattler V
Regia: Tadao Nagahama
Soggetto: Saburo Yatsude, Tadao Nagahama
Sceneggiatura: Masaki Tsuji, Shoichi Taguchi, Yoshitake Suzuki, Masaaki Sakurai, Keisuke Fujikawa, Hiroshi Kaneko, Yu Yamamoto
Character Design: Yoshikazu Yasuhiko, Yuki Hijiri
Mechanical Design: Studio Nue
Musiche: Hiroshi Tsutsui
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 54 episodi (durata ep. 23 min. circa)
Anni di trasmissione: 1976 - 1977


La Terra è costretta, nell'anno 2013, ad affrontare la minaccia della civiltà spaziale di Campbell, intenzionata a conquistarla con le sue Schiavo-Bestie per espandere il suo impero. Le speranze dell'umanità risiedono nel laboratorio giapponese Nanbara Connection,  avanzatissimo e dotato delle tecnologie e dei mezzi per far muovere il potentissimo, imbattile robottone elettromagnetico Combattler V. Cinque sono i ragazzi incaricati di pilotarlo: Hyoma, Juzo, Chiruzu, Daisaku e Kosuke...

Nell'aprile del 1976, cinque anni dopo quel Mazinger Z che ha creato la moda del genere robotico, è giunto il momento dell'apparizione di un nuovo paradigma televisivo destinato a fare scuola: è l'ora dei 54 episodi che compongono Super Electromagnetic Robot Combattler V. L'anno prima, i registi Yoshiyuki Tomino e Tadao Nagahama si fanno notare nell'ambiente dirigendo Il prode Raideen, serie TV di una certa importanza che verrà ricordata, rispetto al passato, per la maggior caratterizzazione psicologica dei suoi personaggi - antagonisti compresi - e le tematiche mitologiche/esoteriche. Raideen ottiene un gran successo (toccando le punte del 18% di share1), e tale popolarità non passa inosservata a Toei Animation, che decide quindi di appaltare a Sunrise le animazioni di una nuova serie robotica che le è stata appena commissionata dall'azienda di giocattoli Popii (futura Bandai)2. Nagahama e lo staff tecnico Sunrise si ritrovano nuovamente ai timoni di una serie mecha, questa volta ideata, sceneggiata e prodotta da Toei (sotto il nome del collettivo Saburo Yatsude), e questo Combattler V che ne esce sarà il primo di una serie di titoli che si riveleranno di grande successo in madrepatria, perfezionando i famosi rituali del genere inaugurati da Nagai con nuove formule che verranno presto accolte e replicate diventando dei dogmi. Da bravo artigiano, Nagahama intercetta i gusti in evoluzione del pubblico che ormai vuole qualcosa di più dai vari cloni di Mazinger Z, qualcosa che dia più profondità ai cattivi, maggior peso alle relazioni interpersonali degli attori, imprima nuovi stilemi spettacolari ai rituali del genere. Combattler V è la sua prima risposta, pronta a diventare sempre più sofisticata con le successive opere da lui dirette.

In primis, riprendendo l'idea dallo storico Science Ninja Team Gatchaman (1972), a suo modo già anticipata (ma con qualche differenza) dal quasi contemporaneo Gowapper 5 Godam, Combattler V segna l'aumento del gruppo di eroi-piloti da tre (quelle di Getter Robot) a cinque unità, replicando anche le caratterizzazioni della famosissima serie Tatsunoko: l'eroe figo, il cinico, la ragazza, il grassone e il bambino. Il gruppo guiderà perciò cinque mezzi, quasi tutti volanti e armati fino ai denti, destinati a unirsi insieme per formare l'immancabile robottone componibile che dà il titolo alla serie. Qui subentra un'altra novità, la più famosa di tutte: il famoso agganciamento è ora dato da una lunga sequenza animata di mezzo minuto, riciclata in ogni episodio come canovaccio, che, rispondendo alle richieste di maggior realismo, mostra l'atto compiersi attraverso una dettagliata, minuziosa fisica degli agganci, con inquadrature ravvicinate che sottolineano i vari "incastri" in modo da dare l'impressione di un robottone decisamente più verosimile. La terza idea è legata alla seconda: per dare il via alla fase dell'agganciamento elettromagnetico, serve che le onde mentali di tutti i piloti siano stabilizzate su una stessa frequenza, identiche le une alle altre; solo se i cinque proveranno all'unisono la stessa aggressività e determinazione forniranno all'A.I. Ropet i dati che permettono l'azione. Infine, la quarta ne amplia una già proposta in Raideen: la "regola dell'attacco finale", che vedrà Combattler V abbattere qualsiasi nemico sempre con la stessa mossa conclusiva, la temibile Trottola Elettromagnetica; la novità rispetto al precedecessore è che anche questo momento si concretizzerà in una scena animata fissa, usata in ogni singola puntata come rituale obbligatorio, non sarà più usato con parsimonia (e a tutti verrà da domandarsi del perché Combattler V non usi immediatamente quel colpo per vincere subito il duello!). Se è vero che Combattler V si limita ad aggiornare buona parte dei classici cliché senza aggiungere nulla di inedito (a parte l'idea dell'agganciamento non dato più da riflessi motori bensì da onde mentali, destinato a venire riutilizzato in qualche serie futura come ad esempio Dancouga nel 1985), si può dire che li perfeziona in quelle che saranno in assoluto le loro forme sceniche più popolari e conosciute al pubblico, destinate a diventare cliché in quasi tutte le serie robotiche "tradizionali" sopravvivendo fino a oggi. Fortunatamente, questi non saranno gli unici elementi caratteristici delle opere di Nagahama.


Sebbene sia impensabile aspettarsi qualcosa di più, nel 1976, dal solito soggetto (invasori extraterrestri vs Fortezza delle Scienze) e dai soliti schematismi (i ripetitivissimi combattimenti con i robottoni nemici, le puntate autoconclusive e prive di legami tra di loro), Combattler V reca in nuce anche benvoluta freschezza narrativa, indubbiamente anch'essa pronta a diventare banalità in futuro, ma che in quest'occasione (e in quell'anno) rende la visione dell'opera particolarmente originale. In questa e nelle sue prossime storie, Tadao Nagahama adotta un preciso impianto melodrammatico: Combattler V riprende da Raideen la tradizione del cattivo tenebroso, e lo rende, oltre a questo, anche bello, tragico e tormentato3, rappresentadolo in un antagonista giovane, di bell'aspetto e dal passato drammatico, mal voluto dalla sua razza, incapace di ricambiare l'amore del suo sottoposto femminile di fiducia e destinato a perdere la vita valorosamente, o contro gli eroi o rivoltandosi contro i suoi veri nemici, quasi sempre per riabilitare l'onore perduto o per trame/intrighi dei suoi superiori. Ad adempiere a questi scopi in Combattler V è il gran generale campbelliano Garuda, ma è indubbio che l'aspetto melò/romantico non compete solo alla gestione del villain bensì all'intero cast. Chiaramente nella serie tutte queste caratteristiche, pur presenti, non sono ancora estremamente approfondite, ma saranno via via esplorate nei titoli successivi del regista e fanno comunque la loro parte, nel 1976, a differenziare l'opera dai predecessori nagaiani.

Nelle sue elaborate forme di spettacolarità e nella figura del "cattivo bellissimo" nagahamiano, Combattler V riveste un'importanza fondamentale nella codifica di nuove caratteristiche del genere robotico; qualitativamente, però, è altalenante a dir poco. Buona parte della sua originalità splende nella prima metà di serie, 27 episodi che vedono la Nanbara Connection affrontare quotidianamente le macchinazioni, le crudeltà e i mostruosi robot del generale Garuda. Pur con i soliti cliché e l'assenza di continuity (elementi che rendono l'opera facilmente indigesta a buona parte del pubblico odierno), si apprezza la serie per l'estrema tragicità che la caratterizza, per le discrete caratterizzazioni dei personaggi e le loro puntate di approfondimento, per le trovate con cui i nemici mettono quotidianamente in difficoltà il gruppo di eroi e per alcuni colpi di scena estremamente inaspettati (tra cui una morte eclatante e uno degli eroi che viene privato, a un certo punto, addirittura delle braccia). L'impianto melodrammatico funziona egregiamente, stupendo spesso per morti e sadismo; l'acerbo chara design di Yoshikazu Yasuhiko e Yuki Hijiri convince (anche se le corporature di personaggi e robot sono abbastanza deformed e poco realistiche), e infine le puntate finali sono molto riuscite, tragiche e teatrali, tanto da siglare un'ottima conclusione che fa soprassedere sulle ingenuità. È decisamente interessante, poi, come in questa parte della storia non manchino spunti riflessivi di una certo interesse: il riferimento è diretto al professor Yotsuya, leader della Nanbara Connection, che lotta contro il nemico unicamente per salvare la flora e la fauna del pianeta, provando per i suoi simili un disgusto non dissimile da quello dei campbelliani e non trattenendosi mai dal ribadirlo ogniqualvolta l'ONU o i singoli Stati cedono ai ricatti nemici o, per ragioni egoistiche, pensano ai loro interessi nazionali invece di contribuire al bene comune aiutando Combattler V.

Il punto debole della produzione è rappresentato dalla seconda parte della storia, che vede due rozzi mostri, Dangel e Warchimedes, e l'imperatrice di Campbell, la sovrana Janera, sostituire Garuda, diventando i nuovi nemici del Combattler Team. L'atto II abbandona il dramma, il feuilleton e le riflessioni filosofiche sull'umanità per riscoprirsi infantile, affiancando agli eroi due bambini immancabilmente odiosi e petulanti, un animale-mascotte e un buffo robottone a forma di rospo, che, come il Boss Robot di Mazinger Z, vuole fungere da elemento comico talvolta affrontando insieme a Combattler  V le creature nemiche (venendo puntualmente scalciato via). I nuovi villain sono puerili, ridicoli e senza alcuna sfumatura, ma in particolare è il mood generale che subisce i più poderosi colpi, involvendo sempre di più per colpa di lunghi, implausibili siparietti umoristici - da parte, ovviamente, dei due bimbi - che ridicolizzano vicende inizialmente serie, spesso addirittura costituendo la base fondante dell'avventura. Non si può negare che non manchino, sporadicamente, elementi di interesse (una storia d'amore fra i personaggi del gruppo che si sviluppa poco a poco) e idee talvolta creative (rare trovate di una cattiveria inaudita, o geniali piani degli antagonisti per impedire a Combattler V di formarsi), ma sono sospiri di sollievo isolati, in 27 puntate mediamente buffonesche e irritanti che non aggiungono assolutamente nulla, limitandosi ad allungare il brodo fino a uno sproposito di 54 episodi, troppi per una storia così clamorosamente rovinata. L'episodio finale, per concludere in bellezza, è molto deludente, piattissimo e che si risolve con un deus ex machina improbabile.


Non fosse per la seconda parte della storia, Combattler V meriterebbe una bella valutazione per le sue innovazioni e, perché no, proprio perché è una buonissima serie nonostante il suo carico di elementi tokusatsu. Dato il risultato, però, a guardarlo assume più le fattezze di una delusione che di un sollievo; è davvero difficile capacitarsi del perché lo si sia voluto ridicolizzare in questo modo, forse cercando di estenderlo a una fascia ancor più infantile di pubblico. Quali che siano le ragioni, siamo al cospetto di una serie indubbiamente importante, influente e popolarissima in madrepatria, lì addirittura considerata alla stregua di un capolavoro fondamentale4, ma non la più riuscita: allo spettatore odierno che vuole cogliere in modo più approfondito e ispirato le invenzioni di Tadao Nagahama e dello staff Saburo Yatsude, ritengo sia meglio consigliare la visione del successivo Super Electromagnetic Machine Voltes V (1977), di fatto un rifacimento migliorato di Combattler V, oppure, meglio ancora, di General Daimos (1978).

Nota: come prassi dell'epoca, Combattler V è giunto in Italia col suo bel carico di nomi e dialoghi inventati, intitolata Combatter, ed è irreperibile un'edizione home video che restituisca la vera opera al pubblico nostrano.

Voto: 6,5 su 10


FONTI
1 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 76
2 Come sopra
3 Mangazine n. 18, Granata Press, 1992, pag. 50
4 Fabrizio Modina, "Super Robot Files: 1963/1978", J-Pop, 2014, pag. 129

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