Visualizzazione post con etichetta Leiji Matsumoto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Leiji Matsumoto. Mostra tutti i post

lunedì 15 dicembre 2014

Recensione: Capitan Harlock il pirata dello spazio

CAPITAN HARLOCK IL PIRATA DELLO SPAZIO
Titolo originale: Uchū Kaizoku Captain Harlock
Regia: Rintaro
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Leiji Matsumoto)
Sceneggiatura: Haruya Yamazaki, Shozo Uehara
Character Design: Kazuo Komatsubara
Mechanical Design: Studio Nue
Musiche: Seiji Yokoyama
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 42 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1978 - 1980


In un lontano anno 2977, la Terra, ormai drogata di benessere, è in preda a una totale apatia intellettuale e crisi di valori, non riuscendo neppure a rendersi conto del pericolo rappresentato dal popolo spaziale delle mazoniane, che intendono conquistare il pianeta per farne la loro nuova casa. L'unica speranza per un'umanità addirittura ignara della minaccia risiede nell'equipaggio di pirati spaziali dell'Arcadia, una gigantesca astronave dalle grandi capacità belliche a forma di galeone spagnolo, che solca il cosmo guidata dal capitano Harlock, spirito libero e anticonformista.

Impossibile negare la celebrità del più famoso pirata nipponico, Harlock, icona immortale e rappresentativa non solo del mangaka Leiji Matsumoto, ma anche dell'animazione giapponese tutta, al pari di un Lamù, un Gundam RX-78-2 o un Mazinger Z. Siamo alla fine degli anni '70, e Leiji Matsumoto, dopo la riabilitazione commerciale della Corazzata Spaziale Yamato (1974) e il buon successo di Danguard Ace (1977), è pronto a fare il grande salto di qualità, trovando in Toei Animation il giusto partner in grado, per la prima volta, di portare in animazione un'opera completamente sua e, specialmente, voluta. Nessun soggetto originale: questa volta ad arrivare in TV nel marzo 1978 è un adattamento di un suo manga iniziato già un anno prima, Capitan Harlock il pirata dello spazio, e questo titolo di culto dà ufficialmente, su carta e in animazione, il battesimo al Leijiverse, quell'insieme di opere fantascientifiche, tutte create da Matsumoto, legate insieme in uno stesso, poetico universo narrativo (pur con abbondanti contraddizioni che rendono difficile stabilire una continuity perfetta, ma di questo se ne parlerà nei titoli successivi).

"Poetico" non è un aggettivo usato a sproposito: è davvero l'unico modo di definire la filosofia che anima i titoli dell'autore e che trova perfetta rappresentazione in Harlock. Anche se quella di Matsumoto è nominalmente fantascienza, con pianeti alieni, extraterrestri e grandi battaglie spaziali tra massicce astronavi dotate di cannoni laser, l'approccio scelto per rappresentarla è del tutto irrealistico e romantico, esprime la necessità - già vista in Yamato - di un ritorno al passato, della ricerca di valori e tecnologie diversi da quelli dell'epoca1: è facile accorgersene nel design minimalista e improbabile delle astronavi e delle attrezzature tecnologiche (galeoni spagnoli volanti, locomotive dell'800 che solcano lo spazio, etc), nei sentimenti e nella morale fatti propri dai Matsumoto heroes, e nelle azioni e nei modi di pensare del tutto impossibili e fuori da ogni logica - visti con gli occhi moderni - di questi ultimi per portare avanti i loro grandi ideali. Nelle sue opere, l'autore riversa in modo chiaro i suoi valori politici destrorsi, ma questo non necessariamente dona alla storia connotazioni fasciste o eticamente discutibili, ma anzi, riesce più volte ad arricchirla rendendola poesia. Con evidente simpatia per il culto del Superuomo, in spregio verso l'omologazione culturale, in Capitan Harlock Matsumoto dipinge una società mondiale allo sbando, del tutto inebetita dal benessere, rappresentata fisicamente in modo tozzo, grottesco e caricaturale e governata da fannulloni dediti al puro edonismo. In mezzo a un oceano di mediocri spiccano, per merito della loro caratura morale, i componenti dell'Arcadia, guidati da Harlock e dai suoi più stretti collaboratori, questi disegnati, invece, in modo adulto e realistico. Il capo dei pirati, volutamente perfetto (non sbaglia mai nessuna mossa, sa sempre scegliere l'opzione giusta, è lo Übermensch), romanticamente tenebroso e malinconico, il cui volto è solcato da una misteriosa cicatrice (lontanamente ispirato all'Errol Flynn protagonista dei film pirateschi degli anni '302), rappresenta una bandiera di libertà, di autonomia intellettuale, di coraggio e altruismo; un faro, insomma, per accogliere sull'Arcadia qualunque individuo voglia diventare un Uomo, trovare riscatto morale e combattere per difendere il proprio pianeta, non importa se al costo di non conoscere nessun ringraziamento da parte di un governo corrotto che si rifiuta addirittura di riconoscere l'esistenza delle mazoniane.

Nel manga (e quindi, di riflesso, nell'adattamento animato), Matsumoto rende Harlock una bandiera, un concentrato di moralità che spazza via, virilmente, il degrado. Per l'affascinante pirata spaziale, un combattimento leale e senza sotterfugi, il rispetto verso il nemico, una morte gloriosa, il cameratismo o il rispetto di una promessa fatta al proprio migliore amico sono i valori più grandi e importanti di questo mondo, da mantenere a costo della vita, anche se questo comporta il creare grossi problemi o essere contrario a ogni norma di buon senso. In sostanza, l'idealismo sognante e il segno grafico distintivo (corpi tozzi, eroi dalle fattezze reali e ragazze dalle forme slanciate e affusolate, come se non fossero di questo mondo) sono le basi fondanti del fumetto di Matsumoto e di un po' tutte le sue opere. Nei vari manga, poi, addirittura il finale spesso sarà volutamente aperto e inconcluso, perché l'autore ritiene che siano più importanti il percorso e i messaggi da recepire più che il punto di arrivo3 (nonostante in animazione questa regola non varrà quasi mai poiché deve adattarsi alle pretese del grande pubblico).


La versione animata di Capitan Harlock del '78, supervisionata dallo stesso Matsumoto, è di qualità buona, a tratti ottima, anche se pecca in alcuni problemi strutturali che forse spiegano il perché fu accolta freddamente all'epoca in madrepatria, tanto da concludersi, con lo sconforto dell'autore, in anticipo rispetto alla sua durata inizialmente prevista4, dopo "solo" (per l'epoca) 42 episodi. Pur seguendo abbastanza fedelmente il fumetto, gli sceneggiatori infarciscono la trama di riempitivi scritti negligentemente, che dicono fin troppo spesso le stesse cose: Harlock e l'Arcadia che finiscono in una trappola delle mazoniane (delle quali fanno poi enorme strage), amori dell'equipaggio che non vanno mai a buon fine, alleati appena conosciuti che muoiono subito dopo in un glorioso attacco kamikaze contro le mazoniane e soprattutto le terribili, infinite disavventure dell'orfanella Mayu, figlia del miglior amico di Harlock, inventata nell'anime per rappresentare - sconfinando però nel tragicomico - l'idealismo dell'eroe, il quale ha promesso di farla studiare sulla Terra e perciò la riporta sempre lì dopo averla salvata, anche se è trattata come una schiava dai terrestri (e l'eroe lo sa) e anche se questo significa condannarla più e più volte a venire rapita e usata nuovamente come ostaggio. Ancora, gli eroi principali dell'equipaggio dell'Arcadia, dopo una prima ottima metà di serie di presentazione in cui ben emerge la loro personalità, vengono poi del tutto lasciati a se stessi, come a voler bloccare la loro evoluzione (esempio lampante il giovane Daiba Tadashi, protagonista principale per buona parte della storia e poi oscurato da Harlock che gli prende il posto), in vista di quell'enormità di filler che si concentrano nella seconda parte. Ulteriore beffa è data dal fatto che Harlock, eroe assoluto nella seconda parte, è così "perfetto" da risultare molto meno interessante dei suoi sottoposti, più umani in vizi e difetti (curiosità: il cannoniere Yattaran, maniaco del modellismo, è ispirato sia fisicamente che nel suo hobby al mangaka Kaoru Shintani, all'epoca assistente di Matsumoto5).

Capitan Harlock è una serie animata estremamente lenta ed, essendo composta per la maggiore da episodi sul tenore di quelli citati, finisce col diventare presto molto stancante. Fortunatamente a tratti sa graffiare e a fondo: la prima metà di serie, di presentazione e vista, come detto, dagli occhi di Daiba, appena entrato nell'equipaggio, è ben scritta e resa interessante dalla lenta scoperta della personalità del cast e dai misteri sulle origini delle mazoniane e del migliore amico di Harlock. Ottimi anche gli episodi che approfondiscono le vicende individuali dei componenti dell'Arcadia, e qua e là qualche riempitivo più creativo del solito. Buoni anche i (pochi) episodi usati per umanizzare i comportamenti delle gerarchie mazoniane, e lo scontro finale narrato nelle ultime due puntate (in cui, per non farsi mancare niente, lo staff idea un finale coerente fino in fondo con la visione politica dell'autore). Infine, l'aura malinconica e romantica della serie, quando non scivola in scelte ridicole per sottolineare gli idealismi, è molto coinvolgente, toccando caratterizzazioni complesse e un melodramma di base molto teatrale (la figura di Mime, il passato di Kei, etc). Sono sprazzi di ottima animazione che fanno a pugni con la qualità mediocre e stucchevole dei tanti riempitivi; bisogna tenerne conto ai fini della valutazione finale, e fa quasi sorridere pensare che, se non ci fossero stati i bassi indici di ascolto, probabilmente le puntate inutili sarebbero andate avanti ancora a lungo.

Tecnicamente, l'opera si difende bene pur senza esagerare. I disegni di Kazuo Komatsubara fanno il loro dovere nel dare colore e sostanza ai personaggi, anche se è palese che del famoso chara designer la personalità è irriconoscibile, essendo obbligato ad adeguarsi alle personalissime deformità e sproporzioni (occhi piccolissimi, teste enormi) di Leiji Matsumoto. Le animazioni sono decenti, nonostante, visto l'approccio lento e riflessivo della trama, l'azione sia scarsa (quasi tutto si riconduce a lunghi dialoghi, primi piani per sottolineare il carisma di Harlock e sequenze immobili, lente e raffinate, per evocare il lirismo delle situazioni). Di maggior interesse il sontuoso, epico accompagnamento orchestrale di Seiji Yokoyama, molto solenne e adattissimo alle atmosfere belliche e malinconiche (indimenticabile la sigla di apertura), e soprattutto la regia di Rintaro e del suo staff: Rintaro (vero nome Shigeyuki Hayashi) ha grande talento ed è proprio Capitan Harlock a farlo entrare nel mito, permettendogli di sfoggiare una regia d'autore elegante e cinematografica, abbinata a un uso creativo di luci, colori ed effetti speciali.

Agli occhi di chi scrive, Capitan Harlock rimane una serie iconica e piena di interesse, ma che su certe questioni è invecchiata male; anche parecchio, talvolta, nel trattare con troppa ingenuità gli ideali romantici di cui vorrebbe farsi portavoce, diventando spesso fin troppo ridondante nel ripeterli all'infinito, peccando di fantasia. Addirittura, ritengo che anime e manga omonimo abbiano entrambi dei pregi e dei difetti tali da risultare l'uno complementare all'altro, è difficile arrivare a dire quale sia il media in cui la storia si è espressa meglio (su carta, dove procede più spedita e compatta ma senza un finale, o in TV con una bella conclusione ma tantissimi riempitivi mediocri?). Rimane, a ogni modo, una visione di culto, giustamente riscoperta e celebrata nel tempo e che originerà molti rifacimenti, col grosso merito di rappresentare la prima vera opera personale di Leiji Matsumoto, senza pressioni o mediazioni con i produttori. 


Curiosità: uscito il 22 luglio 1978, presumibilmente al Toei Manga Matsuri, il semisconosciuto film Mystery of the Arcadia consiste in una versione estesa dell'episodio 13, in widescreen e con l'aggiunta di dieci minuti scarsi di animazione inedita. Sorvolabile.

Nota: in Italia, Capitan Harlock è arrivato nel 1979, trasmesso su Rai 2 con un ottimo doppiaggio ma con il solito adattamento superficiale. Rispetto al Giappone, qui il pirata spaziale è piaciuto fin da subito, divenendo uno degli anime più celebrati nella nostra penisola. L'edizione italiana in DVD, curata da Yamato Video, come sempre non contempla sottotitoli fedeli per godersi l'opera come originariamente voluta.

Voto: 7,5 su 10

ALTERNATE RETELLING
Captain Harlock: Mystery of the Arcadia (1978; film)


FONTI
1 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 91
2 Intervista a Leiji Matsumoto pubblicata in "Anime Interviews: The First Five Years of Animerica Anime & Manga Monthly (1992-97)" (Cadence Books, 1997, pag. 153)
3 Vedere intervista a Leiji Matsumoto riportata nell'articolo di animeclick del 28 novembre 2014. Pagina web, www.animeclick.it/news/40993-reportage-dellincontro-con-leiji-matsumoto-capitan-harlock
4 Volume 4 di "Ken il guerriero", "Ken il guerriero, l'eroe controcorrente", d/visual, 2006
5 Kappa Magazine n. 14, Star Comics, 1993, pag. 124

giovedì 5 giugno 2014

Recensione: La Corazzata Spaziale Yamato (film)

LA CORAZZATA SPAZIALE YAMATO
Titolo originale: Uchū Senkan Yamato
Regia: Toshio Masuda
Soggetto: Studio Nue (non accreditato), Yoshinobu Nishizaki
Sceneggiatura: Eiichi Yamamoto, Keisuke Fujikawa
Character Design: Leiji Matsumoto (originale), Nobuhiro Okaseko
Mechanical Design: Studio Nue
Musiche: Hiroshi Miyagawa
Studio: Academy Productions
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 136 min. circa)
Anno di uscita: 1977
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Yamato Video


Anno 2199: sono ormai passati ventiquattro mesi da quando l'impero Gamilus ha iniziato a bombardare la Terra con una pioggia incessante di meteoriti radioattivi, portando all'avvelenamento dell'aria del pianeta. In questo oscuro periodo, l'unica speranza di sopravvivenza per la razza umana sembra essere il pianeta Iscandar, lontano 148.000 anni luce e retto dalla sovrana Starsha: dovessero i terrestri riuscire a raggiungerlo, la donna promette di donare loro un Purificatore di Radiazioni, il Cosmo Cleaner. Recuperato e rinforzato coi massimi ritrovati bellici il relitto della più grande e potente corazzata della Seconda Guerra Mondiale, la Yamato, il governo terrestre la affida così a un selezionato equipaggio giapponese, pronto a percorrere in un anno, andata e ritorno, il lungo tragitto verso Iscandar, con una rivoluzionaria tecnologia (fornita dalla stessa sovrana) che permette al vascello di solcare lo spazio siderale. Peccato che i valorosi eroi, guidati dal veterano comandante Juzo Okita, si troveranno ad affrontare numerose battaglie contro gli uomini e le trappole dell'impero Gamilus...

Il 6 agosto 1977, presentato dalla curiosa iniziativa di regalare rodovetri originali della pellicola ai primi spettatori1, esce nei cinema giapponesi il film di montaggio de La Corazzata Spaziale Yamato, avveniristica serie televisiva del 1974 funestata da bassi ascolti. Il suo tragico destino non ha scoraggiato l'autore/produttore Yoshinobu Nishizaki, che per riabilitarne l'onore opera un rimontaggio della storia in un corposissimo (136 minuti!) e omonimo lungometraggio, da destinare, nelle intenzioni iniziali, al mercato americano2. Proiettata invece in madrepatria, l'opera ottiene una popolarità epocale tale da meritare senza dubbio di venire annoverata tra le opere animate giapponesi più influenti di tutti i tempi: viene vista da quasi due milioni e mezzo di persone3 e incassa 2 miliardi di yen4, diventando nel proprio Paese uno dei film più importanti e redditizi di tutto il decennio. Grazie al suo successo, la serie TV viene riscoperta e consacrata all'Olimpo delle migliori produzioni, il suo sceneggiatore/chara designer principale Leiji Matsumoto diventa una star, e, ancora, il film inaugura lo scoppio dell'anime boom che porterà popolarità, linfa e autorevolezza, nell'arcipelago nipponico, all'animazione, trasformandola in fenomeno di massa5,  battezzando la nascita di riviste di critica del settore (come The Anime e Animage) e creando dal nulla il fandom anime6. Per finire, La Corazzata Spaziale Yamato cinematografica influenzerà l'intera industria dell'intrattenimento animato, sia spingendo gli studi ad ascoltare le pressanti richieste di migliaia di fan che vorranno altre storie drammatiche ed elaborate7, sia ispirando centinaia di registi, animatori e addetti ai lavori nel realizzare le loro opere maggiori, sia creando quella che sarà la "moda" dello scenario spaziale: giunge il momento in cui le produzioni televisive, specialmente quelle robotiche, inizieranno a legarsi a doppio filo con la Space Opera; le storie non saranno più ambientate necessariamente sulla Terra o (peggio) a Tokyo, ma a un certo punto si sposteranno anche nel gelido cosmo, nelle vicinanze di basi spaziali, enormi astronavi, satelliti, colonie orbitanti, pianeti lontanissimi e oscuri.

L'importanza che il film La Corazzata Spaziale Yamato ha per il pubblico giapponese è un dato di fatto che attesta chiaramente, in quell'epoca, come il cinema fosse capace di influenzare pesantemente l'animazione seriale. Tutto questo è Storia. Peccato che non sempre "successo" sia garanzia di "qualità", poiché il lungometraggio di cui si parla, spogliato dai meriti storici, è brutto e inutile, nato dall'opera di rimontaggio di un regista, Toshio Masuda, che non solo non ha lavorato nella serie originale, ma addirittura non aveva mai avuto a che fare prima con il mondo dell'animazione8.


La Corazzata Spaziale Yamato cinematografica non ha nulla da spartire con la strabiliante qualità della serie originale (per cui rimando alla lettura dell'apposita recensione, per un'adeguata analisi del capolavoro di Nishizaki): non può vantare alcuna animazione inedita, stancamente si limita invece a tagliare-incollare, in modo più o meno coerente, le sequenze originali, con largo spazio dato a una voce narrante che fa da raccordo. Già da questo si può intuire come le animazioni, più che buone per lo standard televisivo, sono semplicemente deludenti e inadatte al formato cinematografico. Si può certamente affermare che, grazie all'arco della lunga durata del film, l'intreccio originale è rispettato, dando un inizio, uno svolgimento e una fine sensati alla visione, ma c'è davvero motivo di dedicare 130 minuti della propria vita a un sunto che manca di dare la minima caratterizzazione ai personaggi?

L'opera si configura come una semplice successione degli avvenimenti principali della guerra tra la Yamato e i gamilusiani, rovinata dalla decisione di Masuda di neanche provare a fornire un po' di psicologia ai personaggi. Solo guerra, guerra e ancora guerra, momenti di battaglia, qualche dialogo inutile ogni tanto e ancora battaglie. Pochissimi, quasi inesistenti i riferimenti al dramma del fratello di Susumu Kodai, alle amicizie e amori di quest'ultimo, o ancora un qualsiasi risalto agli attori più memorabili (oltre all'equipaggio della Yamato meritavano decisamente più spazio il malvagio Dessler e il carismatico comandante Domel), tutto è soffocato dalla decisione di presentare la nuda e cruda fabula ignorando sistematicamente il resto. Per quale motivo lo spettatore occasionale vorrebbe dedicare tutto questo tempo a un film senz'anima, che difetta di coinvolgimento emotivo? Solo per le splendide musiche? La Corazzata Spaziale Yamato è un lungometraggio arido, il cui unico merito è di ignorare il contenuto delle ultime due puntate televisive (un allungamento di brodo, in effetti) per chiudersi prima. Se davvero c'è chi si accontenta di così poco...

Nota: per il pubblico italiano, la beffa finale consiste nel fatto che de La Corazzata Spaziale Yamato è uscito unicamente questo brutto film, edito da Yamato Video, doppiato e adattato anche bene (se si esclude la tremenda voce data a Yuki), mentre la serie televisiva originale è rimediabile solo nella versione atrocemente rimaneggiata dagli americani, Star Blazers. Terribile. A questo punto, l'unica alternativa, praticamente obbligata, è la visione della serie TV col fansub in inglese.

Voto: 5 su 10

PREQUEL

SEQUEL
La Corazzata Spaziale Yamato II (1978-1979; TV)
Yamato: Il nuovo viaggio (1979; Special TV)
Yamato per sempre (1980; film)
La Corazzata Spaziale Yamato III (1980-1981; TV)
Yamato: L'ultima battaglia (1983; film)

ALTRO
Addio Yamato (1978; film)


FONTI
1 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 70-71
2 Come sopra
3 Come sopra
4 Come sopra
5 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 112
6 "Anime Interviews: The First Five Years of Animerica Anime & Manga Monthly (1992-97)", Cadence Books, 1997, pag. 8
7 Pag. 20 del report "Japanese Animation Guide: The History of Robot Anime", rilasciato nell'agosto 2013 dall'Agenzia di Affari Culturali giapponese. Rimediabile (parzialmente) tradotto in inglese alla pagina web http://mediag.jp/project/project/robotanimation.html
8 Post di Garion-Oh (Cristian Giorgi, traduttore GP Publishing/J-Pop/Magic Press e articolista Dynit) apparso nel forum Pluschan. http://www.pluschan.com/index.php?/topic/3060-mobile-suit-gundam-edizioni-ita/?p=283303

giovedì 6 febbraio 2014

Recensione: Planet Robot Danguard Ace VS the Army of Insect Robos

PLANET ROBOT DANGUARD ACE VS THE ARMY OF INSECT ROBOTS
Titolo originale: Wakusei Robot Danguard Ace tai Konchū Robot Gundan
Regia: Masayuki Akihi
Soggetto: Leiji Matsumoto
Sceneggiatura: Yasuo Yoshino
Character Design: Leiji Matsumoto (originale), Shingo Araki, Michi Himeno
Mechanical Design: Iwamitsu Ito, Dan Kobayashi
Musiche: Shunsuke Kikuchi
Studio: Toei Animation
Formato: cortometraggio cinematografico (durata 25 min. circa)
Anno di uscita: 1977


Filmetto innocuo e francamente inutile, Planet Robot Danguard Ace contro l'armata degli Insetti Robot, tipicissimo cortometraggio celebrativo senz'arte né parte proiettato, com'era prassi nell'epoca, al Toei Manga Matsuri. Nella calda estate di quel 1977, questo cortometraggio non aggiunge nulla di rilevante alla storia di Planet Robot Danguard Ace che ha iniziato le sue trasmissioni lo stesso anno: in primo luogo perché chiaramente fuori continuity, uscito con serie madre ancora in corso e ignaro degli sviluppi che rinnegheranno i suoi (la base Jasdam già vola nello spazio, ma nel cast figura uno dei componenti che non può essere lì), in secondo perché qualitativamente non è davvero nulla di trascendentale. Nell'arco dei suoi soli 25 minuti, presenta una storia super-compressa che vede gli avvenimenti correre a velocità supersonica pur di star dentro in quell'esiguo spazio. Takuma e lo staff della base Jasdam, a temporaneo riposo dalle battaglie con Doppler, affrontano un'immancabile invasione aliena di insettoni robotici affamati di carne terrestre.

Nei venticinque scarsi minuti che compongono l'opera vedremo succedersi azione acrobatica e arti marziali di Takuma, combattimenti robotici tra il Danguard Ace e l'unione di tutti gli UFO nemici, qualche isolato sprazzo di romanticismo tra l'eroe e Lisa, qualche epica insert song basata sulla sigla TV, un po' di dialoghi inutili per mandare avanti il tutto e piccoli inserti avventurosi (le indagini di Takuma sugli insettoni). Davvero poca roba, buttata lì, senza convinzione, per giustificare il prezzo di un biglietto del cinema. Al di là della scontata, ottima realizzazione tecnica, basata su animazioni veloci e continuative, e del ritmo incessante e frenetico con cui si accavallano scene e sequenze per raccontare il tutto nel minimo tempo possibile, non vedo altro motivo di interesse per guardare un simile filmetto. Unico punto di forza è appunto la sua durata, così breve da rendere il tutto scorrevole: fosse durata di più e sempre con questo ritmo indiavolato, l'esperienza sarebbe iniziata a essere punitiva.

Voto: 5,5 su 10

RIFERIMENTO
Planet Robot Danguard Ace (1977-1978; TV)

lunedì 3 febbraio 2014

Recensione: Planet Robot Danguard Ace

PLANET ROBOT DANGUARD ACE
Titolo originale: Wakusei Robo Danguard Ace
Regia: Tomoharu Katsumata
Soggetto: Leiji Matsumoto
Sceneggiatura: Soji Yoshikawa, Tatsuo Tamura, Mitsuru Majima
Character Design: Leiji Matsumoto (originale), Shingo Araki, Michi Himeno
Mechanical Design: Iwamitsu Ito, Dan Kobayashi
Musiche: Shunsuke Kikuchi
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 56 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1977 - 1978
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Yamato Video
 

In un vicino futuro, i problemi di inquinamento della Terra portano l'umanità a vedere come sua ultima salvezza l'appena scoperto pianeta Prometeo, completamente abitabile e presto ribattezzato Stella della Speranza. Purtroppo, Prometeo interessa anche a un'organizzazione para-militare nazista capitanata dal führer Doppler, che intende farne un paradiso riservato unicamente alle élite dei migliori scienziati e militari. La lotta per il possesso di Prometeo diventa così una guerra civile tra i nazisti e la base Jasdam, ultimo baluardo del governo terrestre. Eroe della vicenda è il giovane Takuma Ichimonji, pilota numero uno di Jasdam che vuole riabilitare il nome di suo padre, il geniale scienziato Dantetsu, che inspiegabilmente, anni prima, sembra aver tradito l'umanità sabotando una missione di ricognizione su Prometeo. Aiutato dallo staff della sua base, Takuma dovrà affrontare gli sgherri e i giganteschi automi da guerra di Doppler e imparare presto a pilotare il Danguard Ace, potente robottone in grado di dare un grosso contributo alla causa del governo terrestre.

Anno importante, il 1977, per un forte sviluppo evolutivo del genere robotico, fino a quel momento ancorato alla classica formula nagaiana e ultimamente in procinto di ridimensionarsi in un magro periodo di stagnazione, dopo la fine del sodalizio tra Nagai e Toei Animation e il flop di quest'ultima in Gackeen il robot magnetico (id.) e Balatack1 (1977). Lo studio volge il suo interesse nella figura di Leiji Matsumoto, dietro la poesia della sfortunata, bellissima Corazzata Spaziale Yamato (1974), e, disperatamente desideroso di ristabilire la supremazia nel genere, affida alle sue mani soggetto, design e ambientazioni di una nuova serie, che sostituisca sulla rete Fuji TV l'appena concluso Ufo Robot Grendizer (1975). Pur provando così poco interesse nel mondo dei mecha2 da abbandonarlo presto per non dedicarsene mai più, l'autore risponde con tutta la sua professionalità e crea Planet Robot Danguard Ace. Pur con queste premesse negative e la scarsa considerazione di cui Danguard Ace gode presso gli stessi fan di Matsumoto, la serie è decisamente significativa, riscuote un buon successo in patria3 e fa la sua parte nel 1977, insieme a L'invincibile Zambot 3, Super Electromagnetic Machine Voltes V e il lungometraggio cinematografico di Yamato, a creare le premesse per quello svecchiamento di stereotipi che porteranno il robotico a modificarsi sempre più fino alla rivoluzione rappresentata dai grandi capolavori Sunrise.

Numerosi, numerosissimi sono gli accorgimenti adoperati dall'autore per aggiornare i consueti stilemi in Danguard Ace, accompagnandoli a invenzioni originali molto interessanti. Innanzitutto la struttura della serie, basata su una forte enfasi nella psicologia dei protagonisti e una notevole continuity: nessun rinnegamento dello schema "mostro della settimana", ma, pur molto lentamente (similarmente a Yamato), la storia si sviluppa in modo deciso nell'arco dei suoi 56 episodi, è in costante evoluzione, in parallelo con la crescita di Takuma, che, da pilota problematico, insicuro e viziato, diventa sempre più bravo a guidare il suo mezzo e sempre più un uomo nel maturare e imparare a prendersi le proprie responsabilità. E come nella Corazzata Spaziale, a un certo punto è lo spazio siderale a diventare l'ambientazione principale della storia, facendo di Danguard Ace il primo esponente mecha a trovare questo scenario (anche se la moda delle ambientazioni spaziali scoppierà in seguito al successone del film di Yamato, di poco successivo). In questo spiazzante cambio di ambientazione si nota decisamente la mano del creatore, quel Matsumoto amante di quel gelido universo che in futuro sarà fecondo delle storie che formeranno il suo Leijiverse. L'apporto di un artista esterno, per nulla legato alle logiche dell'epoca del genere mecha, è attestato in Danguard Ace anche in altri modi, come, ad esempio, in una commovente ricerca del realismo che si configura in ben dieci puntate di rigorosi addestramenti militari di volo per Takuma, prima di poter guidare per la prima volta il Danguard Ace (ebbene sì, il mezzo che dà il titolo alla serie appare la prima volta solo nella puntata numero 11!). Questo significa che fino a quel momento affronterà i mecha nemici guidando semplici caccia militari: si può ben immaginare la sorpresa del pubblico dell'epoca nell'aspettare così tanto tempo - quasi 1/5 della serie! - prima di vedere in azione il robottone. Takuma poi non saprà guidarlo fin da subito al massimo delle sue potenzialità, ma dovrà attendere ulteriori, svariati episodi prima di poterlo padroneggiare con sicurezza, al che la sua curiosità di conoscerne il potere è lo stesso degli spettatori. Sempre seguendo un approccio votato alla ricerca di verosimiglianza, in Danguard Ace l'arrivo del secondo pilota attenderà addirittura mezza serie prima di concretizzarsi (salutando prima vari candidati).


Tra le novità più eclatanti inaugurate dalla serie, un ruolo importante lo riveste anche il nemico, non più rappresentato da malvagi extraterrestri invasori o antichi padroni della Terra ma, originalmente, da altri esseri umani. Lo scopo degli eroi non è più proteggere la Terra da conquistatori, bensì arrivare per primi al pianeta Prometeo, moderno Eden che può rappresentare un'occasione di rinascita dell'umanità, al posto di colonizzatori ben peggiori di loro. Il tutto assume un connotato più umano, drammatico ed ecologico, soprattutto nell'idea di una Terra così rovinata dall'inquinamento portato dall'uomo che il perfido Doppler neanche è interessato conquistarla. Ancora, è in Danguard Ace che appare, per la prima volta nel genere, un archetipo di personaggio già visto anni prima in Mach Go! Go! Go! (1967) di Tatsunoko Productions: l'uomo mascherato dall'identità segreta, che aiuta l'eroe nei momenti difficoltà ed è legato a lui da un misterioso rapporto che il protagonista ignora. Il ruolo è rivestito dal misterioso capitano Dan, ex schiavo di Doppler che abbraccia gli ideali della Base Jasdam, pronto a fare del giovane e immaturo Takuma un grande pilota a costo di durissimi e spartani allenamenti. Inutile dire l'influenza che avrà nel robotico questo personaggio romantico e pieno di mistero, particolarmente in una certa opera del 1979. Sempre quest'ultimo titolo "misterioso" riprenderà da Danguard Ace un altro personaggio-archetipo ancora, il cattivo (in questo caso, il braccio destro di Doppler, Tony Harken) biondo e bellissimo, amatissimo dal pubblico femminile.

Esaurita la lunga sfilza di innovazioni, Danguard Ace rimane un robotico tradizionale che racchiude in sé il meglio e il peggio del genere. Immancabilmente gli schematismi, nonostante la continua evoluzione della trama, rimangono quelli: il setting, cambio di scenario a parte, è sempre il solito (l'avveniristica base scientifica sempre attaccata dalle forze nemiche, il combattimento tra Danguard Ace e il Mechasatan di turno che chiude ogni puntata); i villain, rispetto ai protagonisti, monocaratterizzati; gli aiutanti dell'eroe sempre gli stessi (la ragazza innamorata di lui, lo scienziato buono che sa cosa fare in ogni situazione, il grassone che mena le mani, la mascotte del gruppo). Quello che fa digerire gli stereotipi è la loro riproposizione in modo più elaborato e creativo, oltre a un affascinante impianto drammatico che non viene mai meno, dato dal gran numero di puntate tragiche (tra cui almeno un paio di bellissime, compresa quella che parla della Seconda Guerra Mondiale e della bomba atomica, realizzata con inserti live) e alcuni isolati momenti registici di gran classe (la sequenza finale della commovente puntata 35). Il cambio di scenario contribuisce anche a rinforzare il carisma della serie, che da quel momento si trasforma in una specie di rifacimento della Corazzata Spaziale Yamato, con le base Jasdam e quella di Doppler che spiccano letteralmente il volo per dirigersi verso Prometeo, incrociando sulla propria strada affascinanti pianeti abitati da bizzarre razze aliene e incontrando buchi neri, asteroidi e trappole varie. Alla buona riuscita della serie va annoverata anche la bellezza dei disegni affidati al tratto della Araki Prodution, anche se i tratti di Araki e della Himeno, per quanto pregevoli, sembrano più grezzi rispetto allo splendore di quelli di Ufo Robot Grendizer (1975) e delle opere che firmeranno in futuro. Ottima, come di consueto in quegli anni del resto, la cifra tecnica di Toei Animation, con animazioni vigorose e continuative, interamente fatte a mano, che ben rappresentano i disumani sforzi a cui erano sottoposti i poco pagati animatori dello studio.

Il risultato finale, soppesando pro e contro, rimane di buon livello, pieno di sorprese e carico di una freschezza tangibile ancora oggi, ma deve scontare l'inevitabile, precoce invecchiamento dello schema tokusatsu, più una parte finale di serie (l'ultima decina di episodi) davvvero molto svogliata a livello di sceneggiatura, che in un finale facilotto, scontato e privo di pathos (nonostante molti indizi facessero presagire il contrario). Danguard Ace è una serie che nel 1977 fa di tutto per differenziarsi dalla massa dei suoi colleghi e ci riesce bene, ma, vedendo cosa è stato capace di fare prima e dopo Leiji Matsumoto e il poco della sua poetica che è riuscito a trasporre nella serie (lo scenario spaziale, l'ambiente militare, qualche tentativo di umanizzare e rendere profondi i personaggi, ma è poca roba), non risulta difficile capire perché l'artista non abbia più voluto dare alcun contributo al genere, preferendo dire poi la sua in opere con meno regole e paletti. Se a questo aggiungiamo, per lo spettatore odierno, un numero davvero alto di puntate che portano la serie inevitabilmente, nonostante i buoni propositi, talvolta a irrigidirsi in riempitivi svogliati e inutili, si può ben capire come la visione sia fortemente a rischio noia per chi non ha la dimestichezza e la pazienza necessari a contestualizzarlo. Dei due mediometraggi usciti nei cinema giapponesi, il primo, contemporaneo (Danguard Ace contro l'armata degli Insetti Robot), rappresenta il classico film celebrativo fuori continuity, il secondo dell'anno dopo (La grande battaglia spaziale) un riassunto/aggiornamento degli episodi 44-45.


Nota: non si può, purtroppo, parlare di Danguard Ace senza aprire un paragrafo sul terribile cruccio di guardarlo in italiano. L'adattamento nostrano del 1978, a cura dello Studio Monachesi, è un esempio ideale dei peggiori doppiaggi "rustici" dell'epoca. All'inevitabile cambio di nomi di buona parte dei personaggi e all'addolcimento degli "elementi scomodi" della storia (Doppler da führer diventa Cancelliere), bisogna purtroppo segnalare voci in forte contrasto con quelle originali, spesso così squillanti e infantili da essere odiose; il mancato doppiaggio degli episodi 30 e 49; ma soprattutto dialoghi quasi sempre inventati, inventatissimi da cima a fondo, non si sa se per assenza di copioni ufficiali o vaneggiamenti del direttore del doppiaggio. Se di quasi ogni episodio si capisce almeno il senso di quello che si è visto, è lampante che le frasi sono nel 70% dei casi totalmente false, rese più approssimative che mai, e questo impoverisce notevolmente la caratterizzazione dei personaggi, la drammaticità delle situazioni, la comprensione della storia. Basti pensare che è più facile capire la trama leggendo il mediocrissimo manga sviluppato in contemporanea dallo stesso Leiji Matsumoto (2 volumi pubblicati anni fa da Planet Manga, in procinto di essere rieditati da Goen), piuttosto che guardare le 56 puntate italiane dell'anime. Si può aggiungere tra i nostri demeriti anche una certa ignoranza in materia sci-fi/militare da parte dello stesso adattatore, basti pensare a "velocità mach 5" che diventa "forza 5", meteoriti definiti "pianeti", e altre perle indecenti. Tale adattamento, unito alla già difficoltà intrinseca di reggere la pesantezza degli automatismi tokusatsu e all'alto numero di episodi, rende a talvolta insostenibile la visione dell'opera, tanto che, a meno che lo spettatore non conosca già la storia e possa intuire quello che dicono realmente i personaggi, al voto finale consiglio di togliere un punto e di lasciare perdere la visione. Quello di Danguard Ace è uno dei tanti esempi di doppiaggi storici italiani che rovinano in modo irreparabile l'opera originale. Visto che i DVD-Box Yamato Video possiedono sottotitoli fedeli ai dialoghi originali, non posso fare altro che raccomandare caldamente loro agli interessati.

Voto: 7 su 10

ALTERNATE RETELLING
Planet Robot Danguard Ace: The Great Space War (1978; film)

ALTRO
Planet Robot Danguard Ace VS the Army of Insect Robots (1977; film)


FONTI
1 Volume 3 de "La regina dei 1000 anni", d/visual, 2008
2 Come sopra. Confermato a pag. 121 di Kappa Magazine n. 18 (Star Comics, 1993)
3 Fabrizio Modina, "Super Robot Files: 1963/1978", J-Pop, 2014, pag. 161
4 Mangazine n. 21, Granata Press, 1993, pag. 37

lunedì 18 novembre 2013

Recensione: La Corazzata Spaziale Yamato (Star Blazers)

LA CORAZZATA SPAZIALE YAMATO
Titolo originale: Uchū Senkan Yamato
Regia: Noboru Ishiguro
Soggetto: Studio Nue (non accreditato), Yoshinobu Nishizaki
Sceneggiatura: Leiji Matsumoto
Character Design: Leiji Matsumoto (originale), Nobuhiro Okaseko
Mechanical Design: Studio Nue
Musiche: Hiroshi Miyagawa
Studio: Academy Productions
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1974 - 1975


Anno 2199: sono ormai passati ventiquattro mesi da quando l'impero Gamilus ha iniziato a bombardare la Terra con una pioggia incessante di meteoriti radioattivi, portando all'avvelenamento dell'aria del pianeta. In questo oscuro periodo, l'unica speranza di sopravvivenza per la razza umana sembra essere il pianeta Iscandar, lontano 148.000 anni luce e retto dalla sovrana Starsha: dovessero i terrestri riuscire a raggiungerlo, la donna promette di donare loro un Purificatore di Radiazioni, il Cosmo Cleaner. Recuperato e rinforzato coi massimi ritrovati bellici il relitto della più grande e potente corazzata della Seconda Guerra Mondiale, la Yamato, il governo terrestre la affida così a un selezionato equipaggio giapponese, pronto a percorrere in un anno, andata e ritorno, il lungo tragitto verso Iscandar, con una rivoluzionaria tecnologia (fornita dalla stessa sovrana) che permette al vascello di solcare lo spazio siderale. Peccato che i valorosi eroi, guidati dal veterano comandante Juzo Okita, si troveranno ad affrontare numerose battaglie contro gli uomini e le trappole dell'impero Gamilus...

Nel 1974, con le battaglie spaziali della Corazzata Spaziale Yamato, Leiji Matsumoto fa il suo trionfale ingresso nell'immaginario nipponico, mettendo firma alle prima delle moltissime opere, animate e non, che contraddistingueranno il Leijiverse, uno dei più grandi affreschi immaginari della Storia della fantascienza nipponica. Sue le atmosfere liriche e barocche che condiscono la prima space opera televisiva a tema militaresco, le donne dalle forme affusolate e i richiami ai valori di coraggio, cameratismo e orgoglio nazionale che ben attestano le nostalgie imperiali sue e del produttore/soggettista della serie Yoshinobu Nishizaki, che, come molti altri autori della loro generazione, hanno vissuto con shock l'occupazione americana del loro Paese, la conseguente distruzione della sua identità e la de-sacralizzazione dell'imperatore Hirohito. Giusto, però, ammettere che il grande risultato artistico de La Corazzata Spaziale Yamato sia maggiormente legato a Nishizaki, manager di Osamu Tezuka e proprietario della casa discografica Academy Productions che produce la serie, che rielabora in modo personale il progetto Asteroid Six creato da Studio Nue per la Mushi Production1, lasciato precedentemente in sospeso per il fallimento dello studio: a lui va la riconoscenza per un'opera animata non solo di gran valore artistico, non solo importante nel dare esperienza a uno staff di talenti del livello di Yoshiyuki Tomino, Noboru Ishiguro e Yoshikazu Yasuhiko (esuli da Mushi e richiamati alla Academy Productions), ma anche di spiazzante originalità nel dipingere un futuro tragico e pessimista per la razza umana, in contrapposizione con quello positivo delle classiche serie animate per bambini dell'epoca (l'aria che tirava in quegli anni sta cambiando, è il periodo della crisi petrolifera e della conseguente recessione economica del Giappone). L'opera diventa, nonostante l'immancabile flop che coglie lavori troppo rivoluzionari (anche se rivolta al pubblico maggiormente attento degli adolescenti2, la storia si conclude dopo solo 26 episodi sui 39 previsti dei 52 originari3, registrando tantissimi colpi di scena eliminati all'ultimo istante4 e un misero share del 6%5, dovuto alla distruttiva concorrenza6 di Heidi, trasmesso allo stesso orario e pure prodotto dalla Zuiyo Enterprise, altro studio di Nishizaki7), un classico dall'importanza storica fondamentale, inserendosi tra le grandi, grandissime serie televisive degli anni '70 che daranno il loro contribuito nel rivoluzionare il media di riferimento, divenendo fonte di ispirazione fortissima per generazioni di registi.

Prima space opera militare animata, si diceva, ma anche una delle prime serie TV contraddistinte da una forte continuity interna: le avventure dell'equipaggio della Yamato, alle prese con trappole, sabotaggi, tradimenti, stress psicologico, salti nell'iperspazio, pianeti inospitali, condizioni climatiche avverse, campi minati, buchi neri e sanguinose battaglie con cannonneggiamenti e distruttivi super laser, continuano a susseguirsi in puntate piene di riferimenti a quelle precedenti, ben denotando le ambizioni di una grande odissea epica. Anche il background spaziale è originalissimo per l'epoca di trasmissione, tant'è che, nonostante i bassi ascolti, quando la serie verrà conosciuta meglio nel 1977 (col lungometraggio riassuntivo premiatissimo ai botteghini), ci metterà un istante a influenzare l'industria animata portando alla nascita di molti lavori dalle medesime ambientazioni. Ancora, in Yamato nasce un personaggio destinato a fare scuola: Juzo Okita, l'anziano comandante del vascello (il cui viso è modellato su quello del padre dello stesso Matsumoto8), vecchio e barbuto ma arguto come una volpe, pieno di esperienza, virile, fine stratega, che sa prendere le decisioni giuste sempre e comunque anche se sono le più dolorose, rappresentando un faro per tutti i suoi uomini, e il cui suoi archetipo verrà rivivrà in milioni di serie animate. Allo stesso modo, si può parlare anche dell'idea romantica dell'astronave potentissima che si dirige solitaria verso mondi lontani, affrontando ogni genere di avversità lungo il suo tragitto, resistendo sempre stoicamente a ogni danno, contando solo sulle varie riparazioni e sullo spirito indomito del suo equipaggio, altra intuizione che avrà influenza enorme nel mondo dei cartoni animati giapponesi (e anche qui gli esempi si sprecano, tra Capitan Harlock il pirata dello spazio dello stesso Matsumoto del '78, Mobile Suit Gundam del 1979, e un'infinità di altri titoli ancora).


Quelli di Yamato sono tutti grandi elementi di novità che bastano e avanzano a decretare la sua aura immortale e la sua enorme influenza nella Storia dell'animazione. Proprio per questo, guardandolo oggi, è una sorpresa realizzare come il lavoro sappia spingersi addirittura oltre, trovando una maturità quasi impensabile in quegli anni in cui la fantascienza era rappresentata e dominata dagli infantili robottoni nagaiani. Chiaramente, viste le premesse, è facile trovare un po' ingenuo lo spirito patriottico che anima la serie, con un equipaggio giapponese la cui forza di indomita volontà (Yamato, appunto) si reincarna nella più grande nave da guerra mai costruita nel XX secolo, veste uniformi risultanti da elementi grafici ripresi dalle divise degli Shinsengumi (corpo di polizia istituito dallo Shogun nel XIX Secolo) e dagli aerei Nakajima Ki-43 Hayabusa utilizzati nella Seconda Guerra Mondiale9 ed è protagonista di una vicenda che, nelle intenzioni di Nishizaki10, si pone come un rifacimento sci-fi della Guerra del Pacifico, con la Germania nazista, rappresentata dai gamilusiani (nel primo progetto, Dessler doveva addirittura chiamarsi Hidler11), al posto degli americani. Tuttavia, a lungo andare, la storia abbandona facili velleità nazionalistiche per affrontare il conflitto con i gamilusiani da un punto di vista più sensibile e umano. Se la dicotomia buoni/cattivi è abbastanza marcata, non mancano comportamenti onorevoli o degni di rispetto anche da parte nemica, e, nel finale, sono forniti motivi molto sensati alle gesta crudeli dei nemici, tanto da dare un forte senso al loro destino (quasi una ripresa del finale di Triton of the Sea del 1972, prodotto e impostato fra le altre cose dallo stesso Nishizaki e legato spiritualmente per più di un solo verso a Yamato, come si può evincere leggendo l'apposita recensione). Al concetto di guerra e distruzione che ne comporta sono dedicate riflessioni toccanti e per nulla banali, creando una forte partecipazione emozionale alla guerra che si consuma tra gli umani e l'impero di Dessler.

Con la sua forte tragicità Yamato riesce, alla veneranda età di quasi quarant'anni anni dalla sua originale trasmissione, a saper coinvolgere ancora molto. Lo spettatore si gusta con suspance le eroiche battaglie della nave spaziale ed è colpito dalla crudeltà delle situazioni, dalla varietà delle trappole nemiche, dai molteplici decessi, dall'epicità dell'intreccio, o da immagini indelebili come l'enorme stazza della Yamato, inquadrata in mille modi e mossa lentissimamente nello spazio per suggerire la sua potenza monolitica. Si avverte tangibilmente l'oppressione dell'equipaggio della Yamato, soldati che devono convivere con la morte che può arrivare ogni giorno e col fardello di essere l'ultima speranza del loro pianeta per sopravvivere. Vi è un buonissimo lavoro psicologico dietro, con puntate introspettive (le comunicazioni coi cari che si interrompono, stress ed egoismo, etc.) che rendono perfettamente plausibili le difficoltà patite dagli eroi. Eroi che, nonostante le centinaia di soldati che abitano la Yamato, si riducono invece a giusto 4/5 elementi e neanche particolarmente memorabili, anche se in essi spiccano la commovente figura del già accennato comandante Okita e la love story tra la bella Yuki Mori e il protagonista Susumu Kodai, in cerca di vendetta per la morte del fratello (un altro dei temi immancabili delle storie matsumotiane, il personaggio che deve vendicare/riabilitare l'onore del familiare deceduto).

Non si può purtroppo negare come la serie, pur con tutte le sue innovazioni, non sia propriamente perfetta. La visione comporta molte delle ingenuità dell'epoca, come parti e attrezzature della Yamato distrutte in un episodio e che riappaiono integre in quello dopo, mancanza di realismo nella gerarchia militare (addirittura si arriva a momenti in cui il comandante è ricoverato e non vi è designato nessun altro a sostituirlo, neanche temporaneamente) e battaglie che seguono strategie non sempre credibili. Oltretutto, anche se le puntate corali, dedicate a parlare delle difficoltà dell'intero equipaggio, funzionano sempre bene, lo stesso non si può dire per quelle introspettive dei singoli eroi, come il già accennato Susumu e al suo migliore amico Daisuke Shima, così piatti che è ben difficile provare interesse per loro. Sono peccati veniali, ma che, uniti a una certa lentezza della storia, rendono la parte centrale dell'opera un po' pesante. Per fortuna le ultime cinque puntate sono eccelse, di una drammaticità ed epicità tali da riabilitare completamente la stanchezza precedente: in così poco spazio gli sceneggiatori imbastiscono un così gran numero di battaglie apocalittiche, morti dolorose e memorabili, riflessioni umane sul conflitto e, da non sottovalutare, inserti di poesia pura, tali da rendere La Corazzata Spaziale Yamato uno di quei classici che tutti dovrebbero vedere almeno una volta. È in questi momenti che le musiche potenti ed epicheggianti di Hiroshi Miyagawa, gli espressivi (e proto-arakiani) disegni di Nobuhiro Okaseko, la regia cinematografica di Noboru Ishiguro e il lirismo narrativo di Matsumoto e Nishizaki assurgono a memorabile alchimia, consegnando sequenze così intense e romantiche da eguagliare certi fasti del miglior Tezuka. Al che, anche l'unico grande punto stonato dell'intera storia (una "resurrezione", nel finale, tra le più gratuite e buoniste di ogni era, probabilmente dovuta per non far levitare il body count finale) diventa una trascurabile scalfittura.


Impossibile, quindi, transigere dalla visione di quello che è un classico, di importanza fondamentale nel mezzo animato e comunque di una qualità che ben gli fa meritare una visione anche dopo tutto questo tempo. Qualche nota di demerito non gliela si può negare, ma La Corazzata Spaziale Yamato è così riuscito che vale ogni briciola del tempo speso a guardarlo, ben meritandosi, dopo la riscoperta di pubblico a opera del film successivo, la gran sequela di seguiti che ne hanno ampliato la storia, tra cui il recente, apprezzatissimo rifacimento di Yutaka Izubuchi  (La Corazzata Spaziale Yamato 2199, 2012). Da evitare assolutamente la lettura dell'omonimo manga di Leiji Matsumoto uscito quasi in contemporanea, nell'erronea convinzione che la storia sia la medesima: in effetti è così, ma è raccontata male e svogliatamente. È un fumetto di mediocre fattura, come buona parte delle opere cartacee di un autore che, pur giustamente diventato grande coi suoi lavori per l'animazione, è ingiustamente considerato un BIG anche come mangaka (la maggioranza delle sue opere sono davvero di basso livello).

Nota: la serie è uscita in Italia e in altri Paesi del mondo come Star Blazers, rifacendosi alla versione americana del titolo che vi ha fuso dentro questa e la successiva serie TV, cambiandone nomi e dialoghi (un po' come successo con Macross e lo sciagurato minestrone Robotech) e tagliando scene scomode varie. L'opera originale è dunque da ritenersi criminalmente inedita nel nostro Paese.

Voto: 8,5 su 10

SEQUEL
La Corazzata Spaziale Yamato II (1978-1979; TV)
Yamato: Il nuovo viaggio (1979; Special TV)
Yamato per sempre (1980; film)
La Corazzata Spaziale Yamato III (1980-1981; TV)


FONTI
1 Fascicolo 1 di "Macross Genesis" (allegato al primo DVD di "Fortezza Super Dimensionale Macross", Yamato Video, 2003)
2 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 68
3 Intervista a Leiji Matsumoto pubblicata sul sito "Cosmo DNA" alla pagina http://ourstarblazers.com/vault/39/
4 Volume 3 de "La regina dei 1000 anni", d/visual, 2008
5 Vedere punto 2, a pag. 70
6 Come sopra
7 Vedere punto 4
8 Vedere punto 3
9 Come sopra
10 Vedere punto 2, a pag. 90
11 Come sopra

lunedì 30 luglio 2012

Recensione: The Cockpit

THE COCKPIT
Titolo originale: The Cockpit
Regia: Yoshiaki Kawajiri, Takashi Imanishi, Ryousuke Takahashi
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Leiji Matsumoto)
Sceneggiatura: Yoshiaki Kawajiri, Takashi Waguri, Ryousuke Takahashi
Character Design: Yoshiaki Kawajiri, Toshihiro Kawamoto, Yoshinobu Saito
Mechanical Design: Hiroshi Nagahama, Hajime Katoki, Sadami Morikawa
Musiche: Masahiro Kawasaki, Kan Inoue, Kaoru Wada
Studio: Mad House
Formato: serie OVA di 3 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di uscita: 1993


Quando ci si appresta a visionare un'opera ambiziosa come The Cockpit (1993), dietro la cui realizzazione risiedono i nomi biblici di Ryousuke Takahashi, Yoshiaki Kawajiri, Kaoru Wada, Hajime Katoki e Toshihiro Kawamoto, più che attendersi un capolavoro accade, invero curiosamente, di partire prevenuti, perché non sono certo isolati i casi di produzioni animate high budget e realizzate da staff all-star che, in assenza di un soggetto forte, si limitano a mascherare, dietro regie autoriali, animazioni eccelse e favolosi disegni, un'imbarazzante mancanza di contenuti (come i freddi Manie-Manie - I racconti del labirinto del 1983, o il Robot Carnival del 1987). I timori non sono certo rafforzati dall'origine cartacea del progetto Cockpit, in questo caso l'antologia di racconti Battlefield, ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale a opera di quel Leiji Matsumoto che già di suo è letargico nei tempi di narrazione. Fortunatamente il risultato è buono: come previsto non è certo di un'opera di elevatissimo livello, ma sicuramente piacevole. Anche se creato da Leiji Matsumoto. Anche se diretto, tra gli altri, da Ryousuke Takahashi.

The Cockpit si compone di tre episodi di 24 minuti l'uno, ciascuno diretto, scritto, musicato e disegnato da star diverse come da tradizione. Fil rouge che lega le tre storie, ovviamente, il celeberrimo pensiero matsumotiano della sublimazione del sacrificio, del senso d'onore e dei sogni che rendono grande l'individuo, permettendogli di distinguersi dalla massa amorfa. Figlio della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Fredda, l'autore rivive in The Cockpit il terrore dell'atomica dando connotazioni epiche ai suoi protagonisti, militari qualsiasi dell'armata imperiale nazista o nipponica in lotta con i mostruosi americani che che possiedono l'armamento, anche se questo significa trasformare in eroi anche i kamikaze (ragione per cui l'opera desterà un certo scandalo in America). Chiaramente, con racconti stand-alone di poco più di venti minuti certo è impossibile aspettarsi intrecci elaborati o protagonisti tridimensionali, nonostante tutto gli esili soggetti funzionano, i personaggi convincono nella loro basica semplicità e le visioni si rivelano apprezzabili, lontane dalla compiaciuta lentezza a cui Matsumoto ha abituato nei suoi manga.

Si apre con Slipstream, scritto e diretto da Yoshiaki Kawajiri. Ambientato in Germania nell'agosto 1944, racconta di un asso dell'aviazione della Luftwaffe che, dopo una figuraccia rimediata con un combattimento aereo, ha l'occasione di riabilitare il suo onore scortando a Peenemünde un B17 contenente un importante segreto militare che cambierà l'andamento della guerra. Tema principale è la coscienza, l'eroismo di un uomo che preferisce farsi addossare il marchio della vergogna e del tradimento piuttosto che consegnare al Terzo Reich la bomba atomica che gli farà vincere la guerra con catastrofici risultati. Sonic Boom Squadron (scritto da Takashi Waguri e diretto da Takashi "Mobile Suit Gundam 0083: Stardust Memories" Imanishi) gioca a invertire le parti, con un soldato dell'aviazione nipponica che, pur cosciente degli orrori della guerra, preferisce rimanere fedele al suo Paese accettando il ruolo di kamikaze, proprio nel giorno dello sganciamento dell'atomica. Si chiude infine con Knight of the Iron Dragon di Ryousuke Takahashi, apparentemente il segmento più allegro e ironico, ma che anch'esso finisce poi in tragedia, raccontando di due soldati giapponesi di stanza nell'isola filippina di Leyte che, per il loro senso del dovere (in questo caso mantenere una certa promessa), decidono, in una calda giornata dell'ottobre 1944, di dirigersi in sidecar verso una postazione alleata che sanno già essere stata conquistata dai nemici. Tre storie riuscite, poetiche nella celebrazione dei valori di cui si fanno bandiera, che ironicamente, in perfetto contrasto con le altre antologie animate, penalizzano la personalità dello staff a favore della maggior compattezza narrativa.


In effetti, visti i temi trattati, è difficile sfruttare le prodezze registiche di Kawajiri e Imaishi, più a loro agio in storie d'azione che non in war drama. Si sente molto, poi, la mancanza di personalità nello stile grafico, a opera di ben tre artisti di cui uno famosissimo (Toshihiro Kawamoro), costretti però a interpretare rigidamente, e con poche libertà creative, le classiche, algide fisionomie matsumotiane. Stessa fiacchezza anche nel mecha design, ovviamente per l'impossibilità di spettacolarizzare vetusti aerei di guerra degli anni 40 (a che pro chiamare Hajime Katoki?). Difficilmente, insomma, si scorgono differenze estetiche tra un episodio e l'altro, a riconoscere l'apporto delle star. L'elemento di "grande occasione" si ferma alla lettura dei semplici credits, ma visti i precedenti non è sbagliato, ogni tanto, sapersi accontentare.

Voto: 7 su 10

lunedì 21 maggio 2012

Recensione: Ozma

 OZMA
Titolo originale: Ozuma
Regia: Ryousuke Takahashi
Soggetto: Leiji Matsumoto
Sceneggiatura: Junki Takegami
 Character Design: Kenji Fujisaki, Kimimichi Nanko
Mechanical Design:  Hideyuki Matsumoto, Keiichi Eda, Nao Kadoguchi
Musiche: Kousuke Yamashita
Studio: GONZO, LandQ Studios
Formato: serie televisiva di 6 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anno di trasmissione: 2012


In un periodo in cui il genere fantascientifico sembra davvero aver espresso in animazione buona parte del suo potenziale, toccando mille temi e rinnovandosi di volta in volta pur parlando, in modo diverso, sempre delle stesse cose, proprio in virtù di questo risulta difficile ipotizzare cosa volessero ottenere Leiji Matsumoto e il famigerato studio GONZO con Ozma, miniserie di 6 episodi che, dall'alto di una pressoché totale mancanza di originalità, fin dalle premesse sembra porsi allo sfortunato spettatore come serie trascurabile e insignificante. Un'impressione che, ovviamente, si rivela giusta: non fosse per i nomi di Matsumoto e il veterano Ryousuke Takahashi (alla regia), Ozma, triste ma vero, non se lo filerebbe nessuno.

Il papà di Capitan Harlock decide una volta tanto di scrivere un'avventura di impianto classico, evitando di sobbarcarsi nelle solite battaglie spaziali e riferimenti vari al Leijiverse, e ambienta il racconto in una Terra desertica dove l'ambiente sta gradualmente venendo distrutto dall'uomo dopo che questi, con grande intuito e sopratutto originalità, con l'ausilio dell'ingegneria genetica ha creato esseri umani artificiali superiori, i Children, affidando loro le speranze di gloria del genere umano. La storia prende il via quando l'armata terrestre, la Theseus, guidata dal misterioso, mascherato Gido Gaira, dà la caccia a un'altrettanto misteriosa donna chiamata Maya, interessata a cercare e dialogare con Ozma, mistica balena meccanica (?) che vive nel deserto. È salvata, stringendoci successivamente amicizia, da Sam, ragazzo che appartiene al un gruppo di pirati Baldanos, che la contenderanno a suon di battaglie a Gido. Questa la trama di un modestissimo Moby Dick fantascientifico, dove rivivono tutti i classici tòpoi matsumotiani (il gruppo di eroi anarchici e disinteressati alla patria, il Daiba della situazione che vuole emergere, la leader del gruppo che è essenzialmente Queen Emeraldas senza benda sull'occhio, le consuete raffigurazioni affusolate e grottesche) aggiornati ai peggio stereotipi della sci-fi anime, tra ingegneria genetica volta a creare super uomini, villain mascherati à la Char Aznable, innamorati che si combattono nelle due fazioni rivali e donne misteriose che sono la chiave in grado di cambiare il mondo. Un monumento alla banalità che opportunamente scritto potrebbe anche risultare interessante, ma quali premesse si vogliono creare con appena 6 puntate?


Domanda retorica perché la risposta è "nessuna". Si può ammettere che la visione non è troppo pesante nonostante la regia di Takahashi, ritmo c'è e non ci si annoia troppo (nonostante quasi tutto ruoti attorno a battaglie e schemi mentali con cui i due comandanti dei vascelli da guerra si affrontano sotto la sabbia), ma se i personaggi sono anonimi, buona parte degli sviluppi ampiamente prevedibili e la storia già vista, si può davvero pensare di consigliarne la visione solo perché non fa propriamente schifo? Aggiungiamo anche un un comparto tecnico ampiamente migliorabile, con GONZO continua a dare prova di sé con una CG delle astronavi spartana che ben evidenzia il modesto budget riversato in Ozma. Budget che risulta ben appariscente nella qualità "meccanica" delle animazioni e nella resa artificiosa dei paesaggi naturali del pianeta teatro della storia.

Una conclusione spudoratamente à la Eureka Seven chiude l'avventura, tra entità magnifiche che cambiano il corso del mondo e immolazioni che puzzano di stantìo lontano un miglio. A conti fatti schema collaudatissimo che, se uno non avesse mai visto nulla prima, potrebbe anche essere interessante, ma se lo ha già fatto?. Nulla di davvero terribile, ma appunto per questo, con tutte le infinite produzioni che si possono seguire ogni anno, di ben più elevato valore, c'è qualche ragione per perdere tempo a guardare anche questa?

Voto: 5,5 su 10

giovedì 22 marzo 2012

Recensione: Harlock Saga - L'Anello dei Nibelunghi, l'Oro del Reno

HARLOCK SAGA: L'ANELLO DEI NIBELUNGHI, L'ORO DEL RENO
Titolo originale: Harlock Saga - Nibelung no Yubiwa
Regia: Yoshio Takeuchi
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Leiji Matsumoto)
Sceneggiatura: Megumi Hiyoshi
Character Design: Hideyuki Motohashi
Mechanical Design: Katsumi Itabashi (originale), Toshiyuki Horii
Musiche: Richard Wagner (originali), Kaoru Wada
Studio: Song Sun Planning, Studio Lighthouse, Studio March, Studio Z5
Formato: serie OVA di 6 episodi (durata ep. 26 min. circa)
Anno di uscita: 1999
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Dynit


È terribile il potere custodito dall'Oro del pianeta Reno: quello di sconfiggere re Wotan, sovrano del Valhalla, e permettere così al suo utilizzatore di succedergli come nuovo regnante nell'universo. A recuperare il metallo è il crudele Alberich, ultimo discendente della tribù dei Nibelunghi, che mettendo insieme un imponente esercito attacca il re degli dei. Harlock e l'equipaggio dell'Arcadia tenteranno di impedirglielo...

"Per più di quarant'anni ho continuato a desiderare di trasporre L'Anello del Nibelungo a fumetti [...]. Se iniziassi a raccontare i numerosi ricordi e i tentativi a tentoni che ho messo in atto prima di arrivare a questo punto, non la finirei più1."

Con queste commosse parole, Leiji Matsumoto rivela la grandissima influenza che ha avuto su di lui l'immortale opera di Wagner, di cui trovò fortuitamente, in giovane età e per terra in strada, un LP contenente La marcia di Sigfrido che rappresentò la sua scoperta del compositore2. Un capolavoro musicale, lunghissimo (16 ore!) ed epico, basato sulla leggende nordiche del mitico Sigfrido, che cambia per sempre la vita del futuro creatore di Capitan Harlock, Galaxy Express 999 e Queen Emeraldas, al punto da fargli assurgere ad ambizione della vita una sua personale trasposizione a fumetti. Sogno che può finalmente coronare, dopo una carriera di fumettista carica di soddisfazioni e riconoscimenti, nel 1991, quando a 53 anni ne pubblica il primo episodio su rivista. Peculiarità dell'adattamento l'uso, nella trama, degli eroi delle sue serie più famose, in una storia che li porta a collaborare insieme per distruggere i piani di Alberich. E così la versione a fumetti di Der Ring des Nibelungen, forte del nugolo di carismatici matsumoto heroes e della bellezza della storia originale, pur senza esagerare, convince nell'originale rivistazione, sempre improntata in quelle atmosfere liriche e decadenti, ragazze affusolate e tempi narrativi dilatati che rappresentano il marchio del mangaka. Addirittura, nel suo prosieguo via web (per la chiusura della rivista su cui è originariamente serializzato) e fino alla recente (purtroppo) interruzione, l'opera si ritaglia  anche un importante ruolo chiave nella continuity del Leijiverse, concedendosi un lunghissimo flashback sull'infanzia comune di Harlock, Tochiro, Maetel ed Emeraldas. Facile immaginare come l'amore dell'autore per l'animazione e l'esaltazione dell'opera della sua vita finiscono presto col convergere: produce e supervisiona, sette anni dopo l'inizio del manga, un adattamento home-video del prologo, L'Oro del Reno.


Sulle prime, l'apparente assurdità di trasporre solo il primo atto della storia non sembra avere ripercussioni sul gradimento: Harlock Saga segue fedelmente il manga ed è avvincente nella sua storia piena di richiami ai miti nordici, pur sospeso, come sempre, tra infiniti dialoghi e pochissima azione. Le animazioni sono di buon livello, il riarrangiamento delle sinfonie di Wagner a opera di Wada e dell'Orchestra Filarmonica di Mosca un capolavoro solenne (vi lascio immaginare il piacere di assistere a battaglie spaziali con in sottofondo La cavalcata delle valchirie), e il chara, sospeso tra vintage e tratti maggiormente modernizzati, attualizza i celebri look matsumotiani senza tradirne lo spirito. Non convince, altresì, lo spazio marginale riservato ai protagonisti: esclusi Harlock e Tochiro, eroi principali, i comprimari, ossia le star di Galaxy Express 999 e Queen Emeraldas, si ritrovano prigionieri in un ruolo fortemente irrilevante, semplicemente insoddisfacente rapportato alla loro nomea. Se a discolpa dell'autore si può dire che negli sviluppi successivi del fumetto troveranno importanza maggiore, qui la loro presenza, nella trasposizione del solo primo tankobon e mezzo su 8, assume i connotati del cameo irrilevante, al punto che si poteva proprio evitarli piuttosto che dare l'impressione di VIP usati per banale autocelebrazione. Nonostante questo, le atmosfere e il gioco reggono bene.

I problemi nascono nella seconda parte, due episodi dal ritmo notevolmente appiattito e tendente al noioso per la mole esagerata di dialoghi. La puntata finale, poi, è un'assoluta delusione capace di rovinare tutto: la scelta di interrompere quasi subito la trasposizione porta la sceneggiatrice Megumi Hiyoshi a inventarsi una conclusione addirittura definitiva alla vicenda (alla faccia del prologo!), con un accavallarsi di avvenimenti sbrigativi e senza pathos culminanti in un anticlimax che fa storcere terribilmente il naso, anche per il fatto che sottolinea ancora una volta l'assoluta inutilità di buona parte dei componenti "leggendari" del cast. Che senso ha allora il tutto?


Alla luce di questo Harlock Saga dimostra ambizioni minimamente sfruttate: è riduttivo oltreché inutile incaponirsi nel trasporre in animazione, anche se bene, un semplice prologo a una storia ben più lunga. Chiuderla in quel modo, poi, alquanto incivile verso il Wagner stesso che si vorrebbe celebrare. Se non si conosce nulla del capolavoro musicale la visione potrebbe essere addirittura apprezzata, nell'affascinante rielaborazione fantascientifica di nibelunghi e Valhalla vari, ma chi si aspetta qualcosa di più, e degno della fama che precede l'immortale composizione, farebbe bene semplicemente ad acquistarsi il boxset coi 14 cd e ad armarsi, ovviamente, dello spirito di abnegazione con cui ascoltarlo.

Voto: 6 su 10


FONTI
1 Volume 2 de "L'Anello del nibelungo", "L'incontro con Wagner", Hazard, 2006, pag.190
2 Volume 2 de "L'Anello del nibelungo", "L'incontro con Wagner", Hazard, 2006, pag.193

lunedì 30 agosto 2010

Recensione: Space Pirate Captain Herlock - The Endless Odyssey

SPACE PIRATE CAPTAIN HERLOCK: THE ENDLESS ODYSSEY
Titolo originale: Uchū Kaizoku Captain Herlock - The Endless Odyssey
Regia: Rintaro
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Leiji Matsumoto)
Sceneggiatura: Sadayuki Murai
Character Design: Nobuteru Yuki
Mechanical Design: Masami Ozone, Katsuya Yamada
Musiche: Takayuki Hattori
Studio: Mad House
Formato: serie OVA di 13 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 2002 - 2003
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Shin Vision

 
Qual è il mistero dei Noo, inquietanti alieni legati alle origini della nascita della Terra? Perché stanno eliminando tutti coloro che vengono a conoscenza della loro esistenza? Capitan Herlock e il fedele equipaggio dell'Arcadia tentano di scoprirlo per poter far fronte alla loro enigmatica minaccia, trovandosi però costretti anche ad affrontare le forze federali terrestri che li ricercano da tempo...

Capitan Harlock è un mito, non si discute. Così come è innegabile il contributo del suo autore Leiji Matsumoto al mondo dell'animazione dagli occhi a mandorla, che col suo imponente affresco spaziale e lo stile di narrazione lirico ha scritto in esso pagine della Storia della fantascienza. Inutile, però, provare a ricondurre una produzione come Endless Odyssey ai suoi meriti, sopratutto se da lui rinnegata e ricondotta a semplice creazione del collaboratore/regista Rintaro.

Endless Odyssey nasce inizialmente come media serie televisiva, ma ritardi nella produzione la portano a trasformarsi in una serie OVA di 13 puntate, troppe poche per contenere la mole di materiale inizialmente prevista. A metà tra seguito della famosa serie televisiva - ha luogo tempo dopo che l'equipaggio dell'Arcadia si è sciolto - e rifacimento/rivistazione vero e proprio - viste le consuete contraddizioni del Leijiverse e la scelta di sostituire la "a" del nome del protagonista con una "e" -, Endless Odyssey pone tutte le frecce del suo arco nella celebrazione dell'indimenticabile pirata spaziale. Celebrazione che se si limitasse al solo, epico e maestoso brano d'apertura strumentale andrebbe bene, ma, basata ripetutamente sul suo primissimo piano sbandierato in ogni episodio, irrita e basta. Non è un buon segno. Dietro la colonna sonora di alto livello e lo splendido chara design del veterano Nobuteru Yuki, rispecchiante il classico stile romantico-barocco di Matsumoto (ragazze altissime e slanciate dagli occhi giganteschi, protagonista dall'aspetto malinconico e decadente, personaggi secondari piccoli, tozzi e grotteschi a simboleggiare la loro insignificanza morale), si nasconde una storia noiosa e priva di interesse. Endless Odyssey è la sagra dell'autocompiacimento registico, talmente eccessivo da portare presto all'irritazione. Non si spiegherebbe altrimenti il letargico ritmo narrativo, perenne susseguirsi di atmosfere rarefatte, lunghi e infiniti silenzi, visioni oniriche e un didascalismo così esagerati da portare all'auto-punizione.


Quella presentata da Rintaro è una visione pesante come un macigno, fastidiosa e insopportabile, sopratutto perché si nota benissimo che i primi piani, le inquadrature fisse e i dialoghi lunghissimi e colmi di oratoria, che si presentano con chissà che ambizioni autoriali, vogliono solo mascherare la cura essenziale in sfondi e animazioni della produzione, appena sufficienti e retaggio di un budget non certo irresistibile, abbastanza indegno per il formato home video. Non ci vorrebbe niente a tagliare qualcuno degli infiniti dialoghi teatrali e ridondanti (rappresentanti il 95% di ogni puntata) per mandare avanti la storia senza mille lungaggini, ma così non è. Tutto è verboso e narcotico a livelli impossibili, causando così tanta noia da non permettere di seguire bene il lento dipanarsi della goffa trama, mix di horror e sci-fi per nulla in linea con la serie classica, che né affascina né inquieta da quant'è contorto, patinato e mal narrato il tutto. Colpa sicuramente da rinfacciare agli iniziali problemi produttivi che portano l'equivalente di 26 episodi a venire sintetizzati in soli 13, ma non si possono sorvolare sulle responsabilità e le deficienze narrative dello sceneggiatore Sadayuki Murai,  solitamente bravo ma in quest'occasione privo di idee, che scrive un horror superficiale e perfettino infarcito di retorica e gran discorsi che suonano come la fiera delle banalità, con villain insignificanti a livelli impossibili e che scade criminalmente proprio nel disegno psicologico degli eroi, freddissimi e indecifrabili a meno che non si conosca veramente bene la serie televisiva di riferimento. Un pasticcio. S'è visto decisamente di meglio in giro e, anche se il mito di Harlock certo non decaderà per merito di questa serie OVA, la delusione, inutile dirlo, è alta.

Voto: 5 su 10

DISCLAIMER

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, viene aggiornato senza alcuna periodicità e pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 7 marzo 2001 n. 62. Molte delle immagini presenti sono reperite da internet, ma tutti i relativi diritti rimangono dei rispettivi autori. Se l’uso di queste immagini avesse involontariamente violato le norme in materia di diritto d’autore, avvisateci e noi le disintegreremo all’istante.